Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
L’IRONIA DEL PD: “NON DOVEVAO TAGLIARE LE ACCISE?”… MELONI: “VA RIPRISTINATA LA LEGALITA'”: QUALE LEGALITA’, QUELLA DI UN GOVERNO CHE HA LIBERATO UN TORTURATORE PER ACCOMPAGNARLO A CASA CON UN VOLO DI STATO? NON SEI PIU’ CREDIBILE
Se entro 36 ore le proteste dei tir a Napoli proseguiranno il governo Meloni darà l’ok alla precettazione. Soprattutto in Campania, l’imbuto della crisi. A decidere sarà il ministero delle infrastrutture e dei trasporti guidato da Matteo Salvini insieme alla presidenza del Consiglio. La commissione di garanzia dell’attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali l’ha già chiesta al governo. Che con il decreto di ieri, fa sapere la premier, ha dato un segnale agli autotrasportatori. Ma adesso «va ripristinata la legalità». Soprattutto a Napoli: Giorgia Meloni non può permettere che la terza città d’Italia attraversi una difficoltà senza reagire. Perché da lì passano molte derrate alimentari. Ma soprattutto transita parte rilevante della produzione agricola e casearia dell’intero mezzogiorno, destinata ai supermercati del settentrione.
E infatti vengono rimossi nella notte, nel Casertano e nel Salernitano, tutti i presidi degli autotrasportatori e degli agricoltori sulla rete autostradale in Campania. Sciolto dai manifestanti anche il presidio a Napoli, nella zona del varco Bausan. Ancora molti i distributori di carburante che mostrano il tutto esaurito mentre davanti alle pompe aperte si registrano lunghe file. Lento il ritorno alla normalità per i supermercati, rimasti completamente vuoti di gran parte dei prodotti e per i quali ora ricomincia l’approvvigionamento.
I blocchi dei Tir in Campania
L’emergenza Campania, spiega oggi Repubblica, scoppia mentre scemano le proteste in Sicilia e Calabria. E comincia a esserci penuria di gasolio per i blocchi dei depositi di carburante. Che impediscono l’approvvigionamento dei distributori paralizzando i trasporti. L’esecutivo ha autorizzato le scorte di polizia. «Lo Stato deve fare lo Stato»: così sostiene Meloni, così spiega anche il viceministro ai Trasporti Edoardo Rixi. La deadline è stasera 23 ottobre. Perché ci vorranno almeno un paio di giorni per ripristinare il flusso di merci. E la premier vuole che entro il 26 ottobre il Sud sia fuori dalla crisi.
Secondo la commissione di garanzia «le azioni di blocco stradale e/o di rallentamento della circolazione hanno dispiegato un effetto vulnerante sull’intero sistema economico, avendo inciso sulla mobilità delle persone e quindi, in ultima analisi, su tutte le attività (essenziali e non), nella misura in cui hanno condizionato la possibilità di raggiungere i luoghi di lavoro».
I tecnici del ministero rilevano anche che «da quanto risulta dalle segnalazioni pervenute, l’azione di protesta ha comportato anche l’interruzione di servizi di trasporto dei rifiuti, con la conseguente saturazione dei siti di stoccaggio e pregiudizio per i servizi di raccolta e smistamento dei rifiuti». La mancanza di «approvvigionamento del carburante è suscettibile finanche di incidere sulla regolare erogazione del servizio di emergenza urgenza sanitaria, essendo necessario ai fini del rifornimento dei mezzi di soccorso».
Il deputato
Ma secondo il deputato Marco Sarracino, responsabile Sud del Pd, le minacce di precettazione «sono francamente inaccettabili. Si cerca di criminalizzare chi protesta pacificamente. E c’è un dato estremamente rilevante: nonostante i disagi, la popolazione continua a esprimere solidarietà ai manifestanti. È il segnale di un sentimento di forte contrarietà alle scelte del governo, che attraversa ormai l’intero Mezzogiorno. Del resto, questo esecutivo ha sempre penalizzato il Sud, fino a promuovere una secessione di fatto con l’autonomia differenziata. È il governo più antimeridionalista della storia d’Italia».
I 105 milioni per gli autotrasportatori varati dal governo sono «una misura tampone, del tutto insufficiente. Il problema rischia di ripresentarsi tra poche settimane. E poi c’è una questione che riguarda tutti gli italiani, quella del caro carburante. Dopo mesi di rincari si tratta di risposte tardive. Noi abbiamo avanzato una proposta concreta: introdurre un tetto al prezzo dei carburanti per legge. Ma dal governo non abbiamo ricevuto alcuna risposta».
Le infiltrazioni criminali
Sulle presunte infiltrazioni criminali Sarracino dice che si tratta del «solito tentativo di costruire un nemico immaginario quando non si è capaci di risolvere un problema reale. Si è parlato di singoli episodi che riguardano una percentuale bassissima dei manifestanti, comportamenti che naturalmente vanno condannati. Ma in Campania, Puglia, Calabria abbiamo visto scendere in piazza tutte le categorie sociali. Quella del governo è un’operazione di distrazione di massa che, peraltro, sta producendo l’effetto opposto. Non si possono etichettare come criminali migliaia di persone che chiedono risposte concrete».
Le mobilitazioni
Infine, il deputato dice che «dalle notizie che ho, le manifestazioni potrebbero continuare. Saranno naturalmente gli autotrasportatori a decidere tempi e modalità della protesta. Da parte nostra continuerà a esserci la dovuta attenzione alle loro rivendicazioni». E conclude: «Che fine ha fatto Giorgia Meloni, quella che prometteva di cancellare le accise sui carburanti? E Matteo Salvini, che indossava il gilet giallo e invitava alla rivolta contro il caro benzina? Quando erano all’opposizione cavalcavano ogni protesta, oggi che governano minacciano la precettazione di chi manifesta. La verità è che la realtà si sta dimostrando più forte della propaganda della destra».
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
CENTINAIA DI RAGAZZI RIUNITI IN ASSEMBLEA PER ORGANIZZARE IL CORTEO DI SABATO: LE LORO VOCI
«Non esistono piazze violente o non violente, esistono le piazze di una generazione
chenon si sente ascoltata». È da qui che parte la riflessione di Giano, studente di Fisica e tra gli organizzatori dell’assemblea aperta convocata a Milano dal collettivo Deriva. Un momento di confronto per rimettere al centro le ragioni delle proteste degli ultimi giorni, senza ignorare gli scontri e le violenze, e prepararsi alla prossima mobilitazione, in programma sabato 24 ottobre. «Il fatto è che non c’è interesse ad ascoltarci», dice a Open. «Piuttosto che concentrarsi sulle singole azioni, bisognerebbe catturare il clima che le genera, un clima permeato di violenza», aggiunge.
Gli studenti: «La nostra rabbia non trova spazio»
«Se stai aspettando un segno, questo è quello giusto», è l’appello lanciato sui social, gli stessi canali attraverso cui sono nate molte delle mobilitazioni di queste settimane. La risposta è stata una partecipazione ampia, con centinaia di studenti arrivati da diverse scuole milanesi. La frustrazione ha dominato i discorsi che si sono rincorsi al microfono. «Il racconto mediatico e politico, schiacciato esclusivamente sulla cronaca degli scontri, ha innescato un cortocircuito, dove noi ci sentiamo ancora più invisibili», commenta uno studente. «Il nostro disagio viene dal fatto che non riusciamo a incanalare questa rabbia con successo. Ci sembra che ogni manifestazione purtroppo non conti niente», chiosa Emma, anche lei del collettivo Deriva.
«La risposta del governo? Solo repressione»
A indignare i ragazzi e le ragazze presenti è anche la risposta del governo con un decreto sicurezza, che stringe le maglie penali proprio sui minori coinvolti nelle tensioni di piazza. Loris, 16 anni e studente del liceo Tenca di Milano, teme che la stretta repressiva possa incidere sulle prossime mobilitazioni. «La risposta del governo è stata molto repressiva», afferma il 16enne. «I decreti sicurezza vengono sfornati come se non ci fosse un domani, ma non puntano sulla prevenzione o sul benessere delle persone. Tendono soltanto a punirle, e questa cosa è aberrante», chiosa.
Verso la prossima manifestazione
L’assemblea diventa così un tentativo di ricostruire uno spazio di confronto tra ragazzi che non vogliono vedere il proprio disagio ridotto agli episodi più violenti delle manifestazioni. Le voci sono diverse, ma convergono sulla richiesta di essere ascoltati e di ottenere risposte concrete, a partire dalla scuola. Il prossimo appuntamento è sabato 24 ottobre, quando gli studenti torneranno in piazza.
(da agenzie)
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Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
FINITI I SOLDI DEL PNRR, L’ITALIETTA SOVRANISTA E’ SENZA SOLDI: E IERI LO SPREAD E’ SALITO A QUOTA 125 E LA BORSA DI MILANO E’ COLATA A PICCO
Un bel decreto sicurezza, l’ottavo, e gli ennesimi nuovi reati. E poi l’esercito, i lince, i droni nelle piazze. E ancora il carcere, la precettazione,i blocchi da smobilitare. Eccola qua, la risposta del governo Meloni alle istanze poste dai giovani e dagli autotrasportatori. Ma anche a chi chiede una casa a prezzi normali, o banalmente di trovare benzina ai distributori e cibo nei supermercati. In una parola: repressione.
È questo l’esito, nei fatti, di una settimana di proteste. Non si è mai parlato di scuola e di fondi all’istruzione, come chiedevano gli studenti. Non c’è stata nessuna risposta sul tema della casa, come chiedevano gli universitari accampati nelle tende. E per gli autotrasportatori, invece, sono stati stanziati 175 milioni, anzi no 105, dopo aver promesso un miliardo tre giorni fa e 400 milioni l’altro ieri. Praticamente, il nulla del nulla.
In compenso, criminalizzazione del dissenso come se piovesse, nella miglior tradizione della destra italiana. Fiumi di parole e inchiostro sugli undicenni da trattare come fossero adulti, sulla polizia che ha usato la mano troppo leggera e, giusto ieri, sulle carceri minorili da ampliare in vista di massicci arresti.
Il tutto condito dalla solita mano di paranoia da complotto internazionale, da accuse a casaccio a centri sociali e pro Pal, E razzismo, ovviamente, che sui giornali e nei talk show della destra si è acuito, anziché attenuarsi, quando si è scoperto che la stragrande maggioranza dei ragazzini fermati era di cittadinanza italiana: perché il problema non è l’integrazione, per loro, ma il colore del sangue. Se hai un nonno straniero, sei comunque straniero. Anche se sei italiano.
Va detto che anche se volesse fare altrimenti, il governo non potrebbe. Perché, banalmente, non ha i soldi per occuparsi di scuola, o di case, o di welfare giovanile, o di lotta al disagio delle periferie urbane, o di inflazione e di costo carburante. La legge di bilancio è la più povera di sempre e i soldi ci sono solo per comprare armi e investire nelle rinnovabili. E anche volessimo sfidare i mercati, beh, sono i mercati per ora che stanno sfidando noi: ieri lo spread ha toccato quota 125 e la Borsa di Milano è colata a picco.
Avete presente quelle mappe dove a un certo punto c’è una freccina con la frase “voi siete qui”? Ecco: noi siamo qui.
Francesco Cancellato
(da Fanpage)
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Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL DISASTRO DEL LAVORO DIPENDENTE
Il no al salario minimo, la spinta al rinnovo dei contratti arrivata in ritardo e ancora
inefficace, gli aumenti per i dipendenti pubblici sotto l’inflazione e una rincorsa al taglio del cuneo fiscale che comunque non ha compensato le perdite. I trasportatori e gli agricoltori stanno bloccando il Sud Italia, colpiti dai prezzi di benzina e gasolio, ma in questi anni il governo Meloni non è riuscito a proteggere neppure il potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti, penalizzati in quasi tutte le categorie.
Ogni dato a disposizione dice che in Italia i salari reali, lordi e netti, sono scesi. L’Istat l’ha mostrato il 12 ottobre: rispetto al 2021, le retribuzioni sono più basse del 9,3%. Sono cresciute in valore assoluto, ma più lentamente dei prezzi. La fiammata non è colpa del governo, dipende da fattori internazionali; la scarsa capacità di alleviarne gli effetti, invece, dipende anche dalla politica.
La risposta del governo ha avuto due fasi. Nel primo triennio l’unico strumento per aumentare gli stipendi è stato il fisco: decontribuzioni e sconti Irpef per far crescere il netto in busta, anche con una fiacca dinamica dei rinnovi contrattuali. Risultato: le buste paga effettive sono salite comunque meno dell’inflazione per buona parte dei lavoratori. Lo ha stabilito l’Inps analizzando i percentili di reddito di chi lavora full time tutto l’anno. Tra il 2019 e il 2025, l’indice dei prezzi al consumo (Ipca) è cresciuto del 20,5%: nel decimo percentile, i redditi da 23.780 euro lordi, la crescita delle retribuzioni nette è pari al 16,9%, vari punti sotto l’inflazione; nel ventesimo percentile, a quota 26.540 euro, la salita è stata del 16,8%. Malgrado buona parte delle risorse per il taglio al cuneo fiscale siano andate ai redditi medio-bassi, questo ha compensato solo parte delle perdite dovute al carovita.
C’è poi la beffa segnalata dall’Ufficio parlamentare di bilancio: l’aver impiegato tante risorse pubbliche per innalzare direttamente gli stipendi può aver indebolito i rinnovi contrattuali. In sostanza, visto che ci pensava lo Stato, le imprese hanno subito meno pressione nel far salire i salari con le proprie risorse.
Anche lo Stato, peraltro, è un datore di lavoro che non ha permesso ai suoi dipendenti di recuperare l’inflazione: nel triennio 2022-24 agli statali sono stati concessi aumenti del 6% a fronte di un aumento dei prezzi vicino al 17%. Nel triennio 2025-2027, il rinnovo ha portato in busta il 7,6% in più, percentuale che sembrava poco sopra l’inflazione prevista, ma ora rischia di non bastare per i nuovi rialzi. L’effetto combinato nel doppio rinnovo è comunque molto inferiore al carovita dei sei anni. Il privato si è adeguato. A parte metalmeccanici e bancari, tutti i grandi contratti del terziario sono stati rinnovati con aumenti sotto l’inflazione; il turismo ha perso più del 10% di salario reale, il commercio poco meno.
A fronte di questo disastro, le uniche norme per aiutare i rinnovi contrattuali sono arrivate negli ultimi mesi. Una è nel decreto sul “salario giusto” e impone alle imprese di adeguare gli stipendi solo dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti, con aumenti pari al 50% dell’inflazione (la norma non vale per settori stagionali e sanità privata). Un’altra norma è la detassazione degli aumenti derivanti dai contratti firmati tra il 2024 e il 2026: il ministero del Lavoro spiega che nella prima metà dell’anno ne hanno beneficiato 3,8 milioni di lavoratori e ora si lavora per estenderla ai contratti rinnovati nel 2027. Forse velocizzerà le trattative, ma rischia di tenere bassi gli aumenti lordi.
(da il Fatto Quotidiano)
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Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
UN GOVERNO INCAPACE DI AMMETTERE CHE SIAMO IN PIENA CRISI ECONOMICA E SOCIALE… SOLO DRAGHI E MONTI DICEVANO COME STAVANO REALMENTE LE COSE
Non smette di sbalordire la tenacia con la quale i governanti in carica negano questo o quell’aspetto della crisi italiana. Crisi economica, crisi anagrafica, crisi sociale, forse crisi di sistema. A che vale negarla? Che utilità ha, se non la puerile comodità di chiamarsi fuori? Perché non si riesce a udire, dal governo, una sola parola che sia analitica, non assolutoria, non dilatoria?
Non credo che l’opinione pubblica accoglierebbe con diffidenza o con riprovazione un governo che dicesse: «Abbiamo problemi gravi, ce li abbiamo da qualche decennio, si deve lavorare per risolverli ma senza illuderci che sia semplice. Potremmo scaricare la colpa su chi ci ha preceduti ma sarebbe una fuga dalle nostre responsabilità. Rimbocchiamoci le maniche».
Adulti che parlano ad adulti, sarebbe un passo in avanti e soprattutto un cambio di tonalità rispetto alla misera fanfara della propaganda, al «siamo bravi», «siamo i migliori» che entra da un orecchio ed esce dall’altro. Sarà il marketing d’accatto, sarà il livello mediocre dei protagonisti, è sempre più raro udire discorsi politici che catturino l’attenzione, e siano credibili, perché non hanno per solo scopo elogiare se stessi e infamare l’avversario (vale anche per l’opposizione).
Lo si è scritto infinite volte e dispiace davvero ripeterlo, ma il tono del discorso pubblico si è alzato, e il volume si è abbassato, soprattutto quando la politica è stata commissariata dai cosiddetti governi tecnici. Di Draghi e Monti, e delle loro squadre, si ricordano soprattutto l’assenza di quella retorica querula, e di quella aggressività inutile, che ammorbano la politica italiana. Non parlavano per accusare o assolvere, parlavano per dire come — secondo loro — stavano le cose.
(da Repubblica)
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Ottobre 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO DEL SINDACO DI TIRANA ERION VELIAJ, CONSIDERATO L’EREDE POLITICO DI RAMA: SI TROVA IN CARCERE DAL FEBBRAIO 2025 PERCHÈ ACCUSATO DI CORRUZIONE… LE PROTESTE CONTRO LA COSTRUZIONE DI UN RESORT IN UN’AREA PROTETTA: UN PROGETTO SOSTENUTO DA JARED KUSHNER, IL GENERO DI TRUMP
Prima la svendita della terra ai Trump, poi manganelli e violenza contro gli studenti, in
mezzo la crisi economica. Il crepuscolo politico di Edi Rama, primo ministro albanese, amico della nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e di esponenti del Po, sembra inarrestabile.
Un crepuscolo che si manifesta nella reazione alle strade piene di ragazze e ragazzi che chiedono da settimane risposte sul caro istruzione e il futuro incerto. Il fronte che si oppone a Rama è sempre più largo e composito, nelle scorse ore il sindacato dei docenti universitari albanesi ha confermato il boicottaggio delle attività didattiche in solidarietà con gli studenti in piazza.
Quella albanese è una protesta a domino, iniziata quando le persone sono scese in piazza contro il progetto edilizio dei Trump, una mega speculazione in un’area protetta sostenuta dal governo e al centro di uno scandalo internazionale.
I terreni dove dovrebbe sorgere il resort dei sogni erano di proprietà di Artur Shehu, un cittadino albanese di stanza a Miami, coinvolto in un’inchiesta per riciclaggio e traffico internazionale di droga.
Gli abitanti del villaggio sono da anni in causa con Shehu rivendicando la titolarità dei terreni che, sostengono, sarebbero stati sottratti grazie alla complicità delle autorità albanesi. I terreni nelle mani di Shehu sono stati poi ceduti a intermediari, li dovrebbe sorgere il sogno edilizio del genero di Donald Trump, Jared Kushner.
La speculazione immobiliare ha portato in piazza migliaia di albanesi, “il movimento dei fenicotteri” ha denunciato le presunte irregolarità nell’acquisizione dei terreni, il saccheggio, ma soprattutto un presidente in ginocchio davanti ai potenti del mondo.
La svendita dell’Albania ha fatto esplodere le proteste di piazza, i manifestanti chiedono le dimissioni di Rama perché il paese delle Aquile vive una crisi che non si risolve costruendo grattacieli o alberghi di lusso. In mezzo il potere dei narcos e la corruzione diffusa. In fondo bastava girare per le strade di Tirana già prima dei movimenti in piazza per scoprire il paese dai piedi di argilla.
«La crisi aumenta, noi produciamo formaggio, ma al supermercato è carissimo, l’inflazione alimentare ci ha impoveriti, incide anche la guerra in Ucraina, ma non arrivano risposte. lo guadagno ogni mese uno stipendio pari all’affitto di una casa a Tirana, 400 euro, e non me la posso permettere.
Questo è il modello? Vedo torri svettanti e fondamenta labili», racconta una giovane lavoratrice. Una crisi che è diventata la benzina delle proteste per la svendita della costa e per l’assenza di risposte alle proteste degli studenti.
Oltre le proteste c’è una vicenda che è diventata un caso internazionale, quella del sindaco di Tirana, Erion Veliaj, a lungo considerato l’erede naturale del premier Rama. Ma dal febbraio 2025 e sotto arresto, accusato di corruzione, riciclaggio e abuso d’ufficio dalla Spak, la procura speciale albanese contro la corruzione e il crimine.
Una situazione singolare di un sindaco in carica, sotto arresto in attesa di processo. Addirittura nei primi mesi di prigionia non erano state formulate le ipotesi di reato. Questo alimenta i dubbi sullo Stato di diritto di un paese candidato all’ingresso con l’Unione europea. C’è, inevitabilmente, un risvolto italiano. Roma e Tirana sono connesse politicamente.
Non è un mistero che il governo Meloni sia uno dei principali sostenitori dell’ingresso dell’Albania nell’Ue. Il caso del sindaco di Tirana non aiuta il cammino verso Bruxelles. Il sindaco della capitale è in regime di detenzione da oltre un anno e mezzo, facendo sorgere dubbi sulla proporzionalità della misura.
Anche perché la Corte costituzionale albanese si era pronunciata a “favore” di Veliaj già nel novembre 2025, confermandolo al vertice dell’amministrazione di Tirana e giudicando sproporzionata la detenzione.
A contrario, il 15 settembre scorso, la Corte suprema ha smentito quel pronunciamento e ha ritenuto che esista il pericolo di inquinamento delle prove. Quindi il sindaco deve restare in carcere. In Italia il caso crea imbarazzo su un doppio livello.
Da un lato Meloni ha investito un capitale politico eccezionale nel rapporto con Rama, come confermato dall’accordo sui centri per i migranti. La vicinanza rende più problematica il silenzio italiano di fronte alle gravi criticità che emergono sul caso di Veliaj. D’altra parte c’è la politica europea: Rama è comunque un componente del Partito socialista europeo. Questo crea qualche problema ai socialisti nell’Europarlamento.
(da Domani)
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