ISRAELE VUOLE FAR SLOGGIARE L’ONU DAL LIBANO PER POTERLO SPIANARE COME GAZA: A CHE TITOLO IL CRIMINALE NETANYAHU COMANDA UN CONTINGENTE INTERNAZIONALE? SE QUALSIASI ALTRO PAESE AVESSE SPARATO A UNA BASE ONU, COSA SAREBBE SUCCESSO?
LA MISSIONE, CHE COSTA 500 MILIONI DI EURO ALL’ANNO (150 SOLO ALL’ITALIA), HA UN MANDATO DI “PEACE KEEPING”. TRADOTTO: I MILITARI DEVONO SOLO “OSSERVARE”, RIFERIRE LE VIOLAZIONI E STARE A GUARDIA DEI “BIDONI BLU” PIAZZATI COME CONFINE
Sul mandato di Unifil-2 c’è stato a lungo un grosso malinteso. Molti l’avevano inteso come
un’azione di forza dell’Onu, in gergo di “peace enforcing”. Ovvero ci si aspettava che i Caschi Blu prendessero il controllo del territorio e disarmassero chiunque trovassero nell’area proibita. Invece il mandato è molto diverso: i Caschi Blu sono lì per il “peace keeping”, devono osservare e riferire violazioni della tregua al Palazzo di Vetro, e devono assistere l’esercito regolare libanese, cui è demandato il lavoro sporco.
Sennonché questo esercito è debolissimo, certo molto più debole di Hezbollah. Insomma, gli hanno affibbiato il classico compito impossibile.
Ciò che non ha fatto la missione Unifil in Libano è evidente. Primo, non è riuscita ad assistere le forze armate libanesi nel ristabilire il controllo del territorio. Il Sud del Libano, dove operano gli oltre 10 mila caschi blu, è stato per anni sotto occupazione di Israele e poi di gruppi armati cristiani alleati di Tel Aviv.
Quando sono arrivati i soldati di pace (1978) avrebbe dovuto tornare sotto il potere del governo ufficiale di Beirut e invece è rimasto sostanzialmente in mano a chi l’aveva liberato: le milizie del Partito di Dio Hezbollah.
Secondo fallimento. Unifil non è riuscita a impedire che Hezbollah e Israele si sparassero attraverso il confine, anzi, siccome non è stata firmata alcuna pace tra i due Paesi e quindi non esiste un confine riconosciuto, attraverso la «linea blu» che segna una divisione provvisoria tra i due Stati.
Terzo fallimento, fresco degli ultimi giorni. Unifil non è riuscita a impedire che Israele invadesse di nuovo il Libano come aveva fatto nel 1978, nel 1982 e nel 2006
Unifil non è quindi servita a nulla? No. Ha aiutato lo sviluppo dell’area, difeso i civili, abbassato la tensione quando le due parti si stuzzicavano, ma soprattutto è riuscita a disegnare la «linea blu», il «confine provvisorio» marcato con bidoni di petrolio dipinti di blu.
Mesi di trattative per ognuno. Un centimetro avanti e due indietro fino a convincere entrambe le parti che quella poteva essere la posizione giusta. Un barile a vista del successivo e una linea tra l’uno e l’altro passando in mezzo a boschi, ruscelli, creste e villaggi.
Ci sono ancora poche aree che le due parti non hanno accettato di spartirsi. La principale è quella delle fattorie Shebaa che Israele non intende restituire.
Il costo della missione a cui partecipano decine di Paesi supera i 500 milioni annui di cui 150 solo per l’Italia. I soldati di pace morti sono stati più di 300. Ne valeva la pena per una colonna di bidoni blu?
Ma soprattutto, adesso che l’ambiente si fa caldissimo non è meglio ritirarsi? Israele l’ha chiesto apertamente. Negli ultimi mesi ha anche fatto pressione perché il contingente irlandese, espressione di un Paese molto critico nei confronti della violenza esercitata a Gaza contro i civili palestinesi, venisse ritirato.
Poi è passato alle pressioni militari. Soldati israeliani hanno sparato a telecamere e fari anche del quartier generale di Naqoura dove sono dislocati molti soldati italiani. Avevamo «ordinato alle forze Onu di rimanere in spazi protetti» si è giustificata l’Idf, Israeli Defence Force.
Il modus operandi è simile a quello usato con i civili a Gaza e in Libano: prima l’ordine di evacuazione o di mettersi al riparo e poi fuoco a volontà. Le Nazioni Unite, per il momento resistono.
Perché Israele vuole liberarsi dell’Unifil? Nel campo delle ipotesi ce ne sono due molto plausibili: una di immagine internazionale e una militare. Israele non vuole l’Unifil per non avere testimoni dei suoi combattimenti, ad esempio dell’uso di armi chimiche vietate come il fosforo bianco
Il secondo motivo è tattico. Commando e riservisti stanno penetrando in territorio libanese soprattutto dalle fattorie Shebaa che sono al limite di nord-est del Libano meridionale.
Se Unifil si ritirasse si aprirebbe un corridoio lungo la costa, a sud-ovest dell’area contesa. Gli israeliani potrebbero così realizzare una classica manovra a tenaglia con le unità provenienti dalle fattorie. I combattenti di Hezbollah sarebbero in trappola.
(da Il Corriere della Sera)
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