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IL GOVERNO NON E’ LA BADANTE DEL POPOLO: SE I CITTADINI SONO INCOSCIENTI NON E’ SOLO COLPA DEL GOVERNO DI TURNO

Dicembre 14th, 2020 Riccardo Fucile

GOVERNATORI E SINDACI CHE INVOCANO IL “LIBERI TUTTI”, INDISCIPLINATI CHE SI AMMASSANO PER UN REGALO, ESECUTIVO ONDIVAGO, PSICOPATICI CHE RACCONTANO BALLE SUI SOCIAL… RINGRAZIATE CHE VI SONO ANCORA DEGLI ITALIANI CON CERVELLO CHE STANNO A CASA IL PIU’ POSSIBILE

E quindi ieri, 13 dicembre, gli italiani si sono riversati sulle strade per la montagna (innevatissima, quest’anno, neanche farlo apposta), nei bar a fare aperitivi e per le vie dello shopping, con l’urgenza di arraffare l’ultimo paio di calzini antiscivolo per il nonno.
Questo nonostante i 500/800 morti, a seconda del bollettino funebre del giorno, e i contagi tutt’altro che sotto controllo. E che non siano sotto controllo lo dicono i numeri: siamo assestati da giorni intorno ai 20.000 contagi giornalieri e facciamo meno tamponi di qualche settimana fa .
Per intenderci, la Germania ha annunciato un nuovo lockdown con 30.000 contagi, il doppio dei tamponi (ne sta facendo circa 2 milioni a settimana) e 20 milioni di abitanti in più. Ah, e con 20.000 posti di terapia intensiva più di noi. (Più altri 10.000 all’occorrenza).
Noi, invece, stiamo sfumando i colori.
I dpcm non sono più dpcm, le ordinanze non sono più ordinanze, sono pitture ad acquerello. Il rosso si sfuma e diventa arancione, il giallo si fa quasi verde, l’arancione si annacqua, tutto diventa una natura morta con cipolle e agrumi.
Col risultato è che nessuno, in qualunque zona del paese si trovi, si ricorda più cosa può fare e cosa no.
L’altro giorno io e il mio fidanzato googolavamo per capire se lui mi potesse venire a prendere in stazione, lui sosteneva che in una zona rossa debba tornare a piedi da Rogoredo, io che in gialla si possa tornare in monopattino, lui che in arancione valga solo l’autostop.
E questo vale ormai sempre, non ci ricordiamo più se il ferramenta è aperto, a che ora si debba tornare a casa, in quanti ci si possa sedere a tavola, se tra comuni ora ci sia il via libera o tra i confini ci siano i checkpoint come a Gaza, se per passare da una regione all’altra serva il permesso dell’ambasciata.
Perfino Gallera si è confuso, aveva la musica nelle orecchie, le gambe andavano, è già  tanto che non lo abbiamo dovuto ripescare nel Naviglio con le biciclette del comune e vecchi pneumatici.
È in questo clima di confusione totale che, sorpresa delle sorprese, ieri la gente è uscita di casa per passeggiare tra le luminarie e prendere d’assalto i negozi e i ristoranti.
La Lombardia, tra l’altro, è passata da zona arancione a gialla proprio ieri. Proprio il giorno di Santa Lucia, di domenica, a dieci giorni dal Natale. Una decisione chiaramente anti-assembramenti.
Le scene a cui si è assistito (Piazza Duomo che pareva un formicaio, la via centrale di Monza come l’incrocio di Shibuya a Tokyo, Via del Corso a Roma che veniva chiusa a intermittenza per la folla, le strade venete per la montagna trasformate in serpentoni interminabili di auto e così via) sono il risultato (inevitabile) non di una scelta, ma di più scelte.
Un concorso di colpe da cui nessuno si può tirare indietro. Chiunque provi a scaricare sull’altro, è in cattiva fede.
È colpa di ordinanze e dpcm mollicci, contraddittori, pieni di buchi e vomitati compulsivamente, che danno l’idea di un qualcosa in enorme evoluzione, di una marea che avanza e si ritira in maniera macroscopica, quando la situazione epidemiologica da ottobre è e resta preoccupante soprattutto al Nord.
Con dei segnali di miglioramento a tratti, certo, ma sempre preoccupante. E non è buttando acqua sulla tavolozza dei colori o mischiando colori primari e secondari a intermittenza, nel giro di manciate di giorni, che si vince.
Soprattutto, non può essere il dpcm che si adatta al comportamento dei cittadini o all’andamento del virus. Il dpcm deve correre più in fretta del virus e dei cittadini, deve farsi trovare alla stazione di servizio quando arrivano.
Ora, dopo le scene pietose di ieri, arriva un nuovo dpcm? E cosa pensavano Conte e ministri, che in una domenica pre-natalizia tutti gli italiani sarebbero rimasti a casa a preparare dolcetti allo zenzero?
C’è poi la responsabilità  dei governatori di Regione, dei Toti e dei Fontana che giocano a mettere in piedi sfinenti prove di forza col governo e a rosicchiare più libertà  possibile per i cittadini, perchè gli italiani a Natale non sono disposti a rinunciare al pranzo, al cenone, alla messa, al presepe vivente, alla tombola con le bucce dei mandarini, al mercante in fiera, alla poesia del nipotino, alla lasagna di nonna, alla pennica sul divano di zia.
Gli stessi governatori di Regione che oggi rilasciano dichiarazioni laconiche ai giornali, come Fontana che “Sono preoccupato”. Lo stesso Fontana che i primi di novembre, quando era evidente che Milano e la zona ovest della Lombardia stessero diventando un pericoloso focolaio, tuonava “Zona rossa in Lombardia? Uno schiaffo in faccia alla Lombardia e a tutti i lombardi!”.
E con lui il sindaco di Milano Beppe Sala che si disse contrario alla decisione del governo sul lockdown lombardo perchè un virologo lo aveva rassicurato via sms.
Lo stesso Sala che oggi ha dichiarato: “Gli assembramenti? Non sono colpa dei cittadini, i cittadini fanno quello che gli dici di fare, il governo prenda delle decisioni e io le supporterò, c’era da aspettarsi tutto questo”.
Insomma, un mese fa il governo faceva male a chiudere, ora fa male a lasciare aperto e “non è colpa dei cittadini”.
Per la cronaca, la totale deresponsabilizzazione dei cittadini che lo devono rivotare a breve come sindaco, guarda caso. Per stare più tranquillo e non attribuire colpe ai milanesi ha addirittura specificato che “Molti ieri venivano dall’hinterland”. Insomma, sarà  colpa di quelli di Sesto San Giovanni.
E invece no. Basta con questa storia che “i cittadini fanno quello che gli è permesso di fare”. Le strade, la città  non sono le discoteche che “se le apri poi la gente che vuoi che faccia?”.
In discoteca si sta solo lì, in quel modo lì: a ballare più o meno appiccicati agli altri, urlandosi nelle orecchie e in faccia per parlare, con un drink in mano. La libertà  di uscire si può gestire con intelligenza.
Se i cittadini sono incoscienti e indisciplinati non è solo colpa del governo. Certo, il governo non può affidarsi totalmente al buonsenso dei cittadini perchè in troppi abbiamo dimostrato di non averne, ma nel mezzo di una pandemia, in città  come Milano o Monza che sono focolai, non può neppure trasformasi in badante fissa.
Qui al Nord la morte c’è stata, c’è, ci sono rischi, pericoli, insegnamenti che ormai dovrebbero essere acquisiti. E invece no, folla in strada, l’impellenza di buttarsi nella mischia pre-natalizia, la totale incoscienza, la mancanza di attenzione, senso di responsabilità  e lungimiranza.
E sì, è colpa anche dei cittadini, così come di un governo incerto, dei governatori che esercitano pressioni (“Surreale nuovo lockdown a Natale, no alla pandemia emotiva”, ha detto Toti oggi), di sindaci ondivaghi, di virologi strabordanti e di una parte del paese che non è capace di proteggere se stessa e i cittadini più fragili, gli ultimi che moriranno prima del vaccino ormai alle porte.
E dico “una parte” perchè checchè ne dica qualche sindaco che assolve i cittadini perchè “fanno quello che gli è consentito di fare”, tanti italiani ieri, pur potendo uscire, sono rimasti a casa.
Ed è grazie a loro che morirà  qualche vecchietto improduttivo in meno, in una rsa, per una pandemia che è solo emotiva. Finchè non ti seppelliscono.

(da TPI)

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IL 90% DELLE VITTIME MUORE SENZA VEDERE UNA TERAPIA INTENSIVA

Dicembre 14th, 2020 Riccardo Fucile

COVID E’ UNA SINDEMIA, OVVERO UNA SINERGIA TRA PATOLOGIE DIVERSE E CONDIZIONI SANITARIE E SOCIALI DISEGUALI

Giunti, dopo dieci mesi, sul passo estremo della pandemia, avendo fatto, come sarebbe auspicabile, tesoro dell’esperienza sugli errori fin qui commessi, in quale luogo un malato di Covid avrebbe diritto di morire, per essere certi che la sanità  pubblica abbia fatto tutto ciò che era possibile, e tuttavia non sia bastato, per salvargli la vita?
Il lettore converrà  che la risposta più scontata a questa domanda è: in un reparto di terapia intensiva.
Ma quante persone muoiono in terapia intensiva?
Tra la babele di cifre parziali e contraddittorie che la Protezione civile dispensa ogni giorno nel suo bollettino, questo dato non c’è. Tuttavia è ricavabile con un esercizio logico.
L’11 dicembre sono morte per Covid 649 persone. Nello stesso giorno il numero di ricoverati positivi al virus nelle terapie intensive è sceso da 3.265 a 3.199, con un saldo negativo di 66 unità , nonostante si registrino 195 nuovi ingressi.
Vuol dire che se 195 pazienti sono entrati, 195 più 66 sono usciti: la somma fa 261 malati che hanno lasciato i posti letto riservati alla rianimazione.
Questa cifra include tanto i morti, quanto coloro che sono tornati nei reparti ordinari, perchè le loro condizioni sono migliorate.
Per stimare le vittime possiamo riferirci a due studi, condotti in Lombardia e in Scozia, che individuano la mortalità  di Covid in terapia intensiva, giungendo alle stesse conclusioni: in una prima fase è molto differenziata da reparto a reparto, in base alla qualità  dell’assistenza offerta, a conferma di come non basti un ventilatore per fare una buona rianimazione.
Ma poi, in una fase di assestamento, la mortalità  oscilla tra il 25 e il 40 per cento. Gli studi di cui vi parlo risalgono all’estate scorsa, oggi nelle terapie intensive più attrezzate la percentuale di decessi non supera di molto il 10 per cento. Ma consideriamo pure una media attestata sulla parte più bassa del range e assumiamo che il 25 per cento, cioè uno su quattro dei pazienti entrati in terapia intensiva per Covid, non riesca a salvarsi. Uno su quattro di 261 fa circa 65. Tanti sono presumibilmente i malati morti l’11 dicembre in terapia intensiva per Covid.
E tutti gli altri?
Il bollettino della Protezione civile annota di 649 decessi. Sottraendo i 65 qui considerati, ne restano 584, il 90 per cento. Il 90 per cento dei morti per Covid non muore intubato in terapia intensiva.
Si dirà  che i dati della morte non sono sovrapponibili con quelli degli ingressi in rianimazione, perchè temporalmente sfasati. Tuttavia si tratta di dati stabili, come certifica il bilancio di dieci giorni, cioè dal 2 all’11 dicembre: 1.902 nuovi ingressi in rianimazione, 417 ricoverati in meno, quindi 2.319 pazienti che hanno lasciato il reparto. Il 25 per cento di questa cifra, cioè il numero presumibile di morti per Covid in rianimazione, fa 580, poco meno del 9 per cento del totale delle 6.545 vittime censite dalla Protezione Civile nello stesso periodo.
Per clamorosi che siano, questi dati non dovrebbero stupire chi studia la pandemia in Italia dal suo inizio. Perchè alle stesse conclusioni giunge il bilancio analitico dei decessi in Lombardia, pubblicato il 24 novembre scorso dal quotidiano “La Verità ” e ignorato dal resto della stampa nazionale: quel rapporto diceva che fino alla data del 17 novembre i morti in terapia intensiva erano solo il 9,7 per cento del totale.
Più della metà , il 50,4 per cento, proveniva dai reparti ordinari, il 14,7 per cento dalle residenze per anziani e il 25,2 per cento dalle abitazioni private.
In Lombardia una persona su 4 è morta in casa, e questa percentuale dice tutto il suo dramma sanitario se raffrontata ai dati del Veneto, dove solo una persona su 22 non ha avuto il tempo di arrivare in ospedale ed è spirata tra le propria mura.
Il confronto tra questo rapporto e i nostri dati dimostra che nulla è cambiato sotto il cielo italiano della pandemia. Il 90 per cento delle vittime del Covid in Italia non muore dove, almeno in gran parte, avrebbe più chance di lottare fino all’ultimo per salvarsi.
Non il 9 marzo, data di inizio del primo lockdown. Non il 3 aprile, data del picco di ricoveri (4.068) in terapia intensiva durante la prima ondata. Non il 12 ottobre, quando pure iniziamo a capire che il virus sta tornando imponente.
Ma l’11 dicembre, a quasi dieci mesi dallo scoppio di questa tragedia, quando ti aspetteresti di aver imparato qualcosa. E di avere cambiato più di qualcosa nel tuo modo di affrontarla.
Solo una vittima su dieci oggi in Italia continua a ricevere fino all’ultimo le terapie più efficaci per salvare la vita. Perchè?
La prima ragione che spiega l’incongruenza qui denunciata è universale. Potrebbe definirsi la “tara” del Covid.
Molti pazienti muoiono nei reparti ordinari, come traumatologia, gastroenterologa, neurologia, cardiologia, perchè non hanno disturbi respiratori, pur essendo positivi al virus. Muoiono per una comorbilità  da diabete, ipertensione, obesità , Parkinson, fratture ossee e altre patologie per le quali il Covid agisce al più come detonatore di complicanze. Si tratta di persone legate alla vita da un sottilissimo filo di lana, che si spezza in coincidenza, ma non sempre a causa, del virus.
Tuttavia la positività  al tampone include queste morti nel computo della pandemia, per una espressa indicazione del comitato tecnico scientifico.   Questa scelta non è irrilevante. Se il Covid slatentizza e rende visibile il dramma sociale delle malattie croniche dell’età  anziana, la burocrazia sanitaria finisce per utilizzare il contagio come un paravento per nasconderle. L’effetto di una sovrastima del Covid è quello di trascurare tutto il resto rispetto alle cure. Ma anche quello di perpetrare un’emergenza che, da sanitaria, diventa sociale ed economica, portando con sè cattiva salute come conseguenza di crescente povertà .
“La scienza che guida i governi tratta il coronavirus come una peste vecchia di secoli”, ha denunciato, sulle colonne di Lancet, Richard Horton.
In realtà , secondo il professore onorario alla London School of Hygiene and Tropical Medicine, non siamo di fonte a una peste, e neanche a una pandemia in senso classico. Il Covid è, piuttosto, una sindemia, secondo il paradigma del medico e antropologo americano Merril Singer: cioè una sinergia tra patologie diverse e condizioni sanitarie e sociali diseguali e svantaggiate.
Queste condizioni sono spesso invocate come attenuanti per giustificare il doppio triste record di letalità  (numero di vittime in rapporto ai tamponi) e di mortalità  (numero di vittime rispetto alla popolazione) che l’Italia vanta in Europa.
Siamo più vecchi e abbiamo più acciacchi degli altri, perciò il Covid fa più vittime tra noi: questa litania si sente recitare in tutte le sedi del dibattito pubblico da virologi e opinionisti à  la carte. Ma non è che una leggenda metropolitana, peraltro non suffragata da dati attendibili.
Un report del gruppo di sorveglianza istituito dal Ministero per la Salute ci dice che l’età  mediana dei morti positivi al tampone è di 82 anni, ma non esistono raffronti attendibili con altri Paesi. È vero che l’Italia vanta, rispetto al resto dell’Europa, tanto il primato dell’invecchiamento dal basso, dovuto alla diminuzione dei giovani, tanto quello dall’alto, dovuto all’incremento degli anziani.
Dal 1980 ha visto un aumento significativo e unico della sopravvivenza e allo stesso tempo una fecondità  molto bassa, con l’effetto di diventare, insieme con il Giappone, il Paese più vecchio. Ma se questo primato è dovuto, tra le altre cose, a una migliore alimentazione, non si capisce in che modo una condizione più salutare, che ci fa vivere di più, dovrebbe essere allo stesso tempo un fattore di fragilità  di fronte alla minaccia del virus.
La realtà  è un’altra: il record di morti è in relazione con quella percentuale di decessi in terapia intensiva inchiodata al 10 per cento dall’inizio della pandemia.
Il suo film ha per protagonista un paziente ricoverato in un reparto ordinario che, nel giro di 48 ore, vira da una condizione di stabilità  a un’insufficienza respiratoria grave.
C’è un camice bianco che si adopera attorno al suo letto, in attesa di trovare un posto libero in rianimazione. Talvolta il paziente non ce la fa ad arrivarci. O perchè manca il posto o, piuttosto, perchè manca il personale.
Se è iperteso, obeso, diabetico o cardiopatico, le 48 ore di tempo diventano 24, o piuttosto 12. O si vola o si muore.
C’è una condizione di disconfort territoriale che a marzo ha portato il sistema sanitario a sbattere la faccia contro il virus, e che è rimasta intatta fino a Natale.
Sono arrivati i ventilatori, ma mancano tremila rianimatori per rendere effettiva e stabile l’implementazione delle terapie intensive.
L’indice di occupazione dei posti letto per malati di Covid è lievemente sotto la soglia del 40 per cento, assunta come uno degli indicatori della geografia a tre colori del virus.
Il rischio è che la burocrazia sanitaria a capo degli ospedali alzi d’istinto anche la soglia della gravità , richiesta per l’accesso alla terapia intensiva, al fine di non superare quel 40 per cento e preservare o conquistare la patente di zona gialla.
Il prezzo di questo adattamento formale del sistema sarebbe una caduta sostanziale della risposta terapeutica alla malattia. Che questo sia già  accaduto in qualche parte d’Italia è allo stato un’illazione, che tuttavia meriterebbe una verifica.
È vero che malati molto vecchi non vengono ricoverati in rianimazione, perchè troppo fragili per sostenere la ventilazione meccanica. Gli anziani in ospedale muoiono perchè si destabilizzano.
Lo squilibrio psichico impedisce loro di reggere alle terapie, il deficit di coscienza annulla qualunque capacità  di reazione e pregiudica in poco tempo il quadro clinico.
Per questo andrebbero curati in casa. Come avviene in Germania, in Gran Bretagna e nella maggior parte dei Paesi europei, con un taxi di primary care fornito di ventilatore, medico rianimatore e infermiere, che prendono in carico il paziente nel suo domicilio e lo seguono poi per tutta l’evoluzione della malattia.
In Italia la primary care era un progetto mai nato a marzo, è un impegno assunto dal governo a maggio, mancato a dicembre. Le unità  speciali di continuità  assistenziale, che dovrebbero garantire il servizio, sono presenti solo da qualche mese in alcune regioni, ma non hanno nè i numeri nè i mezzi per una presa in carico di massa dei malati nelle loro abitazioni.
Quanto ai medici di base, per una minoranza che si è gettata con coraggio nella lotta al virus, rimettendoci talvolta la pelle, c’è una stragrande maggioranza che sfugge ancora i pazienti, arrivando a negarsi al telefono.
Il rifiuto di praticare i tamponi su base volontaria racconta per intero questa riluttanza corporativa. Tanto più inaccettabile se si pensa che, per questo servizio, il governo ha offerto ai camici bianchi 18 euro per ogni prelievo. Come se non si trattasse di una prestazione che rientra nella responsabilità  connessa all’esercizio della professione.
Vicende come questa dimostrano che in dieci mesi la macchina della Sanità  italiana non ha modificato neanche una delle sue lacune o delle sue rigidità . Il ministro della Salute è diventato il ministro del lockdown, nell’illusione che la professione del rigore surroghi la capacità  di gestione, in attesa che arrivi il vaccino.
Gli effetti collaterali di questa strategia difensiva sono ampiamente sottovalutati. Ma il ritardo nelle cure di altre patologie e l’impoverimento economico della società  porteranno presto il loro conto a un sistema arroccato in trincea. Il vaccino arriverà . E, com’è auspicabile, annienterà  il virus, ma nessuna protezione e nessun balsamo porterà  alla salute pubblica, messa in ginocchio allo stesso modo dal Covid e dalla lotta al Covid. Il rischio è di guarire dalla peste, e morire di tutto il resto.

(da “Huffingtonpost”)

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EMILIO FEDE POSITIVO AL CORONAVIRUS, RICOVERATO AL’OSPEDALE DEL MARE A NAPOLI

Dicembre 14th, 2020 Riccardo Fucile

TRASFERITO QUESTA MATTINA DOPO L’ESITO DEL TAMPONE

Emilio Fede positivo al Coronavirus e ricoverato nel residence dell’ospedale del Mare di Napoli che ospita pazienti positivi al Covid che siano asintomatici o paucisintomatici, ovvero con lievi sintomi.
Il noto giornalista è risultato positivo al Coronavirus dopo essere stato sottoposto a tampone nei giorni scorsi: inizialmente domiciliato in un noto hotel del capoluogo campano, dove stavo trascorrendo l’isolamento previsto dalla positività  al virus, Fede è stato trasferito questa mattina nel residence predisposto dall’Asl nel nosocomio di Ponticelli dove sarà  tenuto sotto osservazione; da quanto si apprende, al momento le sue condizioni di salute sono buone e non destano particolare preoccupazione.
Il giornalista, per anni a capo della redazione del telegiornale di Rete Quattro, ha deciso di trasferirsi a Napoli lo scorso mese di settembre, dove vive insieme alla moglie, Diana De Feo, partenopea.
In giugno, proprio nel capoluogo campano, Fede era stato arrestato per evasione dagli arresti domiciliari, ai quali era stato sottoposto, nella sua casa di Segrate, a Milano, nell’ambito del processo Ruby Bis: Fede aveva raggiunto Napoli per stare con la moglie e festeggiare il suo compleanno. In settembre, gli arresti domiciliari sono stati commutati nell’affidamento ai servizi sociali, così il giornalista ha deciso di lasciare la Lombardia per trasferirsi in via definitiva nel capoluogo campano.
Lo scorso ottobre, la Giunta regionale della Campania ha approvato la costituzione del residence in una struttura alberghiera inutilizzata nei pressi dell’ospedale del Mare, a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli. Il residence, pensato per i positivi Covid asintomatici o con lievi sintomi impossibilitati ad effettuare l’isolamento domiciliare nelle proprie abitazioni.

(da agenzie)

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SE SI FA UNA DEROGA AI PICCOLI COMUNI SI DA’ IL VIA LIBERA A 10 MILIONI DI PERSONE

Dicembre 13th, 2020 Riccardo Fucile

I COMUNI SOTTO I 5.000 ABITANTI SONO IL 69% DEL TOTALE E COPRONO IL 54% DEL TERRITORIO NAZIONALE

Le ipotesi di deroghe sul divieto di spostamento a Natale interessano potenzialmente fino a oltre 10 milioni di italiani.
Tanti sono i cittadini dei cosiddetti piccoli Comuni, ovvero quelli con meno di 5 mila abitanti per cui il governo sta pensando di alleggerire il divieto di mobilità  a Natale.
Questi Comuni, emerge da un’analisi pubblicata oggi 13 dicembre da Coldiretti e Fondazione Divulga, rappresentano circa il 69% del totale in Italia e coprono più della metà  (54%) dell’intera superficie nazionale. Numeri che spiegano la prudenza del governo nel concedere deroghe alle misure anti-Covid appena approvate
Mercoledì è calendarizzata al Senato una mozione del centrodestra che punta a cancellare i divieti imposti dal decreto legge del 2 dicembre che fa da cornice al Dpcm di Natale. E il governo non vuole arrivare a quella data senza una sua proposta, per evitare l’incidente parlamentare.
L’ultima opzione messa sul tavolo è quella di presentare proprio al Senato una mozione di maggioranza che impegni il governo a cambiare il decreto, inserendo la possibilità  di spostarsi tra i Comuni sotto i 5 mila abitanti e con un limite di 20 chilometri.

(da agenzie)

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A DIFFERENZA DELL’ITALIA LA GERMANIA CHIUDE NEGOZI E SCUOLE

Dicembre 13th, 2020 Riccardo Fucile

IL LOCKDOWN LEGGERO NON HA FUNZIONATO, LA MERKEL DISPONE LA SERRATA DAL 16 DICEMBRE AL 10 GENNAIO

La Germania vara la stretta di Natale: tra mercoledì prossimo, 16 dicembre, e il 10 gennaio scatta la serrata di tutti i negozi e i servizi non essenziali, la chiusura delle scuole o comunque l’obbligo di lezioni a distanza.
Restano aperti solo alimentari, farmacie e banche. I viaggi vengono “sconsigliati”, l’home office “consigliato”, le cerimonie religiose e le messe sottoposte a severi limiti.
Lo ha annunciato Angela Merkel al termine della breve riunione con i land, durante una conferenza stampa con il ministro delle Finanze Olaf Scholz, e i governatori di Berlino e della Baviera, Michael Mueller e Markus Soeder. “Abbiamo bisogno di agire con urgenza”, ha sottolineato la cancelliera, aggiungendo che “l’obiettivo è tornare a 50 contagi ogni 100mila abitanti”.
I contatti personali restano limitati a cinque persone e due nuclei di conviventi, ma a Natale il governo consentirà  di allargare gli incontri ad altre 4 persone, rigorosamente tra i contatti più stretti. Ed è una regola che non varrà  per Capodanno, anzi. Merkel annuncia il divieto della vendita di fuochi d’artificio e il divieto di assembramento.
E per evitare il “Gluehwein-Hopping”, il fatto che molte persone si incontrino davanti ai baracchini di vin brulè, viene introdotto un divieto di vendita di alcolici. Nelle case di riposo e di cura verranno aumentati i tamponi.
Il ministero delle Finanze Scholz ha annunciato nuovi, generosi aiuti per l’economia che possono arrivare al 90% del fatturato. Il suo collega dell’Economia, Peter Altmaier, ha confermato in un comunicato che il tetto agli aiuti alle imprese e agli autonomi “viene notevolmente ampliato da 200mila a 500mila euro al mese”.
Il “frangiflutti” è fallito, il “lockdown leggero” tentato dalla Germania lo scorso 2 novembre non ha funzionato: le misure prese allora “non sono bastate”, ha sottolineato la cancelliera, che aveva sempre insistito per misure più dure, scontrandosi a lungo con il muro di alcuni governatori.
Dal 2 novembre i contagi quotidiani non sono quasi mai scesi sotto quota 20mila e i morti sono lentamente ma inesorabilmente aumentati oltre quota 500 ogni 24 ore.
Merkel ha detto di temere un sovraccarico del sistema sanitario, il governatore della Baviera Markus Soeder ha dichiarato addirittura che “Bergamo non è lontana”. Le immagini dei camion dell’esercito con le bare dei morti hanno profondamente spaventato e commosso la Germania, durante la prima ondata.
Stavolta il dibattito tra Angela Merkel e i governatori è durato appena un’ora ed è stato preceduto dagli annunci di alcuni primi ministri dei land che hanno deciso autonomamente misure più restrittive ancora prima dell’accordo federale. E quando un giornalista ha sottolineato che la cancelliera avesse avuto ragione sin dall’inizio, Merkel si è limitata a dire che “non è il giorno per guardare indietro e chiederci ‘cosa sarebbe successo se’, è il giorno di fare ciò che è necessario”.

(da agenzie)

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L’ITALIA PRIMO PAESE EUROPEO CON IL MAGGIOR NUMERO DI VITTIME PER IL COVID: RINGRAZIATE NEGAZIONISTI E SOVRANISTI CHE HANNO MINIMIZZATO LA PANDEMIA

Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

SIAMO ANCHE IL SETTIMO PAESE AL MONDO PER NUMERO TOTALE DI CONTAGIATI (1.825.775) E QUARTO NEL RAPPORTO TRA MORTI E POPOLAZIONE

Si è parlato già  molte volte dell’altissimo bilancio di perdite italiane sul fronte del Coronavirus.
Ci si è domandati perchè così tanti morti, sia all’inizio — quando per primi nel continente europeo fummo colpiti dal furore del virus — sia con questa seconda ondata, che invece ci ha raggiunti più tardi rispetto agli altri Stati europei.
Nessuna risposta sembra adeguata alla dura eloquenza delle cifre. Con i 649 decessi delle ultime 24 ore l’Italia è di nuovo, sei mesi dopo, il Paese europeo con il maggior tributo di vittime per la pandemia.
Sono arrivati a 64.036 i morti dalla fine di febbraio a oggi uccisi dal Covid.
Fino a ieri solo il Regno Unito aveva avuto più decessi dell’Italia, e continua a sua volta a subire i colpi del virus con i 529 nuovi morti delle ultime 24 ore.
Nel mondo solo quattro Paesi hanno avuto più vittime del nostro: gli Stati Uniti, il Brasile, l’India e il Messico.
Il nostro Paese è anche il settimo al mondo per numero complessivo di contagi (1.825.775) e il quarto nel rapporto tra vittime e popolazione (1.060 ogni milione di abitanti). Davanti a noi soltanto il Belgio, San Marino e il Perù.

(da agenzie)

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SPOSTAMENTI A NATALE, LE DUE IPOTESI IN BASE ALLE DIMENSIONI DEI COMUNI

Dicembre 12th, 2020 Riccardo Fucile

IL GOVERNO: “DECIDA IL PARLAMENTO”… IL CENTRODESTRA CHIEDE LA TOTALE ABOLIZIONE AGLI SPOSTAMENTI? NE RISPONDERANNO AI FAMILIARI DI CHI MORIRA’ A CAUSA LORO

Il governo dice no agli spostamenti tra comuni durante le festività  natalizie ma chiede che a decidere sia il Parlamento «sovrano». Tante le ipotesi sul tavolo. Il Comitato tecnico scientifico, intanto, chiede massima prudenza mentre l’opposizione spinge per abolire subito la norma con il divieto di spostamenti
Spostamenti tra comuni a Natale sì o no? Il governo resta contrario e a dirlo è lo stesso premier Giuseppe Conte che, però, stavolta cede al pressing di opposizione e governatori e chiede che a decidere su un tema così sentito dagli italiani sia il Parlamento.
«Coi numeri che abbiamo e il rischio di una terza ondata (di Coronavirus, ndr), dobbiamo mantenere le restrizioni», ripete. «Se, però, il Parlamento vorrà  introdurre qualche eccezione per i Comuni più piccoli, se ne assumerà  tutta la responsabilità ». Intanto i tempi si accorciano — mentre l’Italia diventa quasi tutta gialla — e il rischio è che il Parlamento non faccia in tempo a decidere, come denunciano i parlamentari di Italia Viva che parlano, senza mezzi termini, di «presa in giro».
Le ipotesi sul tavolo sono diverse.
La prima è quella di permettere la circolazione entro 15 o 20 chilometri dal proprio comune di residenza per chi abita in centri con meno di 15 mila abitanti.
L’altra, invece, apre alla possibilità  di spostarsi tra comuni confinanti che siano sotto i 5 mila abitanti.
Poi rimane l’ipotesi di uno spostamento libero entro le province.
Lunedì il provvedimento sarà  presentato alla Camera: potrebbe essere un emendamento al decreto ristori oppure a un altro provvedimento attualmente all’esame di Montecitorio, come scrive il Corriere della Sera.
Intanto si fa strada la mozione unitaria del centrodestra che chiede la totale abolizione della norma sugli spostamenti. Approderà  mercoledì in Senato.
Ed è proprio su questo punto che il governo teme di essere scavalcato e indebolito. Infatti, pur ritenendo il Parlamento «sovrano», vorrebbe trovare il prima possibile una soluzione condivisa da tutti. Italiani, opposizione, maggioranza, governatori e Comitato tecnico scientifico. Ma non sarà  facile.
Il Comitato tecnico scientifico, infatti, è per la linea dura, per quella del rigore assoluto, specialmente a Natale e Capodanno. Per il coordinatore del Comitato Agostino Miozzo, che stamattina è stato intervistato dal quotidiano La Stampa, «questo virus non ci consente deroghe». «Abbiamo più volte sottolineato i rischi legati al movimento di un gran numero di persone ma comprendo le contestazioni», aggiunge. E, infatti, come ricorda lo stesso Miozzo, molti contagi avvengono in famiglia, quando il livello di guardia si abbassa notevolmente.

(da agenzie)

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INTERVISTA A GINO STRADA: “POCHI I NOVE MILIARDI DEL RECOVERY PER LA SANITA'”

Dicembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

“SMETTIAMOLA DI DARE SOLDI AI PRIVATI”… “A NATALE RESTO IN CALABRIA”

«La pandemia del Coronavirus ha messo a nudo le fragilità  della nostra sanità , impoverita dai privati. Credo siano stati commessi molti errori nella gestione dell’emergenza, con le regioni che hanno preso la propria strada. Intanto non abbiamo protetto gli ospedali, non abbiamo rafforzato la medicina territoriale e abbiamo registrato comportamenti irresponsabili. Ancora, infatti, molti non hanno capito la gravità  della situazione».
A parlare a Open è Gino Strada, fondatore di Emergency, chiamato dal governo a risollevare la Calabria dall’emergenza.
La missione è iniziata da meno di tre settimane, e il medico freme. Spiega che l’intervento della sua organizzazione umanitaria c’entra poco con le tendopoli. E non fa sconti. Neppure al governo che l’ha voluto lì.
«Hanno detto che abbiamo allestito ospedali da campo — attacca subito — Mai fatti, pensate che stiamo creando un centro di chirurgia pediatrica in Uganda disegnato da Renzo Piano, altrochè. Hanno detto che ero stato chiamato per fare il commissario, ma quando mai. Io non sono un manager nè un avvocato. Sono un medico. Certo, il governo non ha fatto una bella figura con la nomina di tutti quei commissari in Calabria», aggiunge.
Nonostante le polemiche, quando il premier Giuseppe Conte lo ha chiamato, Gino Strada ha risposto subito di sì. Senza pensarci un attimo: «Certo, ho un po’ di preoccupazione per la mia salute. Non sono più un ragazzino nè sono in perfetta salute. Ma queste sono cose che vanno fatte per aiutare il nostro Paese. Intanto i nostri medici lavorano nella massima sicurezza, siamo molto rigidi perchè il rischio c’è sempre».
Nello specifico Emergency, a Crotone, sta operando a stretto contatto con la Protezione civile: «Abbiamo già  allestito un secondo reparto Covid con 31 letti, oltre a quello che c’è già . Poi ci stiamo occupando del tracciamento dei positivi, dei follow up dei malati a domicilio, vogliamo rafforzare le Usca (Unità  speciali di continuità  assistenziale, ndr) e gestiamo due tende dell’Esercito, allestite accanto all’ospedale di Crotone, con altri posti letto di riserva che, speriamo, non servano».
La polemica con il governatore Spirlì
Ma sono due le cose che Gino Strada proprio non digerisce, da quando ha accettato l’incarico. La prima è la polemica con il governatore della Calabria Nino Spirlì (che ha sostituito Jole Santelli, dopo la sua morte). «Dice che sono un missionario. Io missionario di cosa? Questo è parlare a vanvera. Il presidente della Regione fa affermazioni un po’ forti visto che nemmeno ci conosciamo. Tra l’altro, tramite il suo portavoce, ho chiesto un colloquio ma finora niente. Nessuna risposta. Le decisioni devono passare prima sul suo corpo? Ma io aiuto la Calabria, niente di più. Grande collaborazione, invece, da parte di medici e del nuovo commissario, il prefetto Longo. I cittadini, intanto, ci chiedono di tornare alla sanità  pubblica».
«Basta soldi alla sanità  privata»
Ed è proprio questo il secondo punto su cui Strada non si dà  pace: «In Calabria hanno chiuso 18 ospedali. Diciotto. In 10 anni sono stati fatti ingenti tagli alla sanità  e ora, anche se assumessimo nuovi medici, finiremmo solo per coprire i buchi lasciati da chi è andato in pensione. A dare una mano, in un momento di difficoltà  come questo, potrebbero essere proprio gli specializzandi. Sarebbero un bell’aiuto».
Un esercito di oltre 14 mila persone che vorrebbe mettersi al servizio del Paese già  adesso ma che, allo stato attuale, risulta bloccato a casa (infatti non entreranno in servizio, se tutto va bene, prima del 15 gennaio 2021). Un paradosso all’italiana.
«9 miliardi del Recovery alla sanità ? Sono pochi»
E sulle ultime scelte del governo, Strada aggiunge: «Ma cosa vuol dire ministro della Sanità ? Serve un ministro della Sanità  pubblica. Basta spostare risorse pubbliche verso la sanità  privata che ci sottrae 25 miliardi di euro l’anno. Ai cittadini tutto questo non conviene affatto. 9 miliardi alla Sanità  nel Recovery plan? Sono pochi ma la verità  è che, se riuscissimo a recuperare i soldi della sanità  privata, avremmo un Mes all’anno. Il privato faccia il privato, non usi i soldi pubblici. Intanto la politica cosa fa? Asseconda i loro interessi economici», continua.
«A Natale continuerò a lavorare»
Acciacchi o no, Strada sa già  cosa farà , forse, per queste feste: «Cosa farò a Natale? Probabilmente continuerò a lavorare in Calabria, anche in quei giorni. C’è molto da fare. Sarà  per tutti un Natale sobrio e a distanza. Poi, in previsione di una possibile terza ondata di Covid, trovo ragionevoli le misure introdotte dall’ultimo Dpcm (coprifuoco e divieto di spostamento tra comuni a Natale e Capodanno, ndr)».
I numeri dell’emergenza in Calabria
Gli ultimi dati che vengono dalla Calabria parlano di 370 ricoverati con sintomi, 24 persone in terapia intensiva, 9.382 in isolamento domiciliare. 9.776, invece, sono gli attualmente positivi, 373 le vittime, 19.175 i casi totali. È bene ricordare, infine, che la Calabria si trova ancora in zona arancione (prima era rossa). Adesso si spera, nei prossimi giorni, di passare in area gialla, un po’ come tutta Italia.

(da Open)

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GERMANIA VERSO UN LOCKDOWN DURO

Dicembre 11th, 2020 Riccardo Fucile

DOMENICA NUOVA RIUNIONE PER DISCUTERE MISURE PIU’ RESTRITTIVE

L’Istituto Robert Koch registra nuovi picchi nella diffusione dell’epidemia di Covid in Germania, dove nel giro di 24 ore sono stati segnalati 29.875 nuovi contagi (e dunque oltre 6.000 più di ieri, quando erano stati 23.679) e 598 vittime, finora un record.
Negli ultimi giorni, alla luce dell’aumento dei casi, si è infiammata la discussione sulla necessità  di misure più dure: il semi-lockdown in vigore dal 2 novembre non è sufficiente, e molti – a partire da Angela Merkel – sono favorevoli a un lockdown rafforzato, con la chiusura anticipata delle scuole per le feste di Natale e la serrata dei negozi
“L’unica possibilità  di tornare ad avere la situazione sotto controllo è un nuovo lockdown, che deve essere messo in atto subito”: è quanto ha detto il ministro all’Interno tedesco, Horst Seehofer, allo Spiegel. “Se aspettiamo a dopo Natale, dovremo lottare anche per mesi con numeri molto alti di contagio”, ha continuato il ministro.
A detta di Seehofer, inoltre, “il vantaggio che la Germania si era conquistato nella lotta alla pandemia oramai ce lo siamo giocato. Il che non è dovuto alla mancanza di disciplina dei cittadini, ma soprattutto a delle misure insufficienti”.
Le misure in atto in Germania per contenere la diffusione del coronavirus verranno prorogate oltre gennaio, ha annunciato il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier. “Il lockdown per il Covid-19 verrà  esteso”, ha dichiarato Altmaier, spiegando che i nuovi picchi di contagi e di morti riconducibili all’infezione potrebbero richiedere “misure più rigide e prolungate”. Domenica è prevista una nuova riunione tra il governo di Berlino e i leader federali per discutere delle misure in atto ed eventualmente adottarne altre.

(da agenzie)

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