IL MINISTERO DELLA SANITÀ RINUNCIA ALLA RIFORMA DEI MEDICI DI BASE, CHE PREVEDEVA IL PASSAGGIO DEI DOTTORI DI FAMIGLIA A LAVORATORI DIPENDENTI DELLO STATO (OGGI DEVONO APRIRE LA PARTITA IVA)
L’ASSESSORE ALLA SALUTE DELLA LOMBARDIA, GUIDO BERTOLASO, SI INCAZZA E ANNUNCIA LE DIMISSIONI DAL RUOLO DI VICE COORDINATORE DEGLI ASSESSORI
È arrivata anche la presa di posizione ufficiale: il ministero alla Salute rinuncia alla riforma con decreto legge della medicina territoriale che prevedeva, tra l’altro, il passaggio alla dipendenza di una piccola parte dei medici di famiglia e anche degli specialisti
Si cercherà solo un accordo con i professionisti perché lavorino come minimo sei ore alla settimana nelle Case di Comunità.
Lo ha comunicato oggi il capo di gabinetto del ministro Orazio Schillaci, Marco Mattei, agli assessori alla salute in un incontro della commissione sanità della Conferenza delle Regioni. La marcia indietro ha fatto infuriare l’assessore alla Salute della Lombardia Guido Bertolaso, che ha detto di dimettersi dal ruolo di vice coordinatore degli assessori e ha lasciato la riunione.
La proposta di una riforma l’avevano fatta la Lombardia e altre grandi Regioni di centrodestra, come il Lazio, e aveva incontrato il favore di Schilllaci (in quota Fdi). Ma è stato lo stesso centrodestra a bloccarla, dopo che i sindacati dei medici hanno fatto pressioni sui partiti a Roma e anche sul sottosegretario-farmacista di FdI Marcello Gemmato, che da tempo ha annunciato ai professionisti che non si sarebbe andati avanti.
La stessa premier Giorgia Meloni aveva detto a Schillaci di rallentare. Nella riunione di oggi Bertolaso è stato molto duro. Ha espresso “profondo dissenso e immensa amarezza”, dicendo che la vicenda è stata avvilente. Ha detto a Mattei che il ministero è passato sulle posizioni dei medici di famiglia e si è dimesso dal ruolo di vice coordinatore della commissione e ha lasciato la riunione. Secondo lui il provvedimento delle sei ore da solo non serve, ci sarebbe voluto un atto che facesse una riforma più organica. Alla fine, però, è stata proprio la maggioranza a far saltare una riforma nata nello stesso schieramento politico
(da Repubblica)
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