IL PASTROCCHIO SUL DEFICIT AL 3,1% (L’ITALIA RESTERÀ SOTTO PROCEDURA D’INFRAZIONE PER LA MISERIA DI 600 MILIONI DI EURO) È TUTTA FARINA DEL SACCO DEL MEF, E DELLA RAGIONIERA DELLO STATO DARIA PERROTTA. SE CI FOSSE STATO UN VECCHIO VOLPONE COME BIAGIO MAZZOTTA O UN ALTRO GRAND COMMIS DI QUELLI TANTO INVISI ALLA “FIAMMA MAGICA”, UNA SOLUZIONE SI SAREBBE TROVATA, E QUELLO 0,1% SAREBBE STATO ARROTONDATO
COLPA DELLA INFAUSTA GUERRA AL DEEP STATE INIZIATA DAL GOVERNO MELONI
Il pastrocchio sul deficit (l’Italia resterà sotto procedura d’infrazione per la miseria di
600 milioni, lo 0,03% del PIL) è frutto della totale assenza di “polso” nelle stanze del Tesoro.
Come ben raccontava Federico Fubini sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa, “di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo.
A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento”.
La principale indiziata, insomma, è la ragioniera generale dello Stato, la rampante Daria Perrotta
Fedelissima del ministro Giorgetti ma molto acerba, la sua nomina scatenò molte perplessità, nell’estate del 2024: andò a sostituire il grand commis Biagio Mazzotta, vecchio volpone dei conti pubblici, in un atto di sfida ai poteri “storti” di Roma.
Uno come lui, mormorano i tecnici più velenosi, avrebbe portato a casa il risultato, con qualche “genialata” contabile: spostando qualche milione qua e qualche altro là, avrebbe ammorbidito la tensione con gli uffici europei spuntando per l’Italia l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione, che obbligherà la Meloni a stringere la cinghia e a non varare una manovra di fine legislatura “espansiva”.
Un autogol clamoroso, a maggior ragione visto che è stato lo stesso Ministero dell’Economia a indicare inizialmente il 3% di deficit come target.
Scriveva Luciano Capone sul “Foglio” del 24 aprile: “Al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).
In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più
scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo.
E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi…”
C’è anche una questione di “karma”: l’esito infausto sul deficit è anche il risultato della guerra imbastita dalla sora Giorgia e dal ministro leghista al deep state. Quel potere che non va sui giornali o nei talk show, lo “stato dentro lo Stato” costruito dai burocrati inamovibili, un apparato di cui non fa parte Daria Perrotta e che, anzi, in questa situazione avrebbe rimediato la situazione…
Certo, oltre ai giochi contabili, sarebbe bastata una crescita anche solo lievemente più sostenuta per ribaltare il tavolo e consentire di non sforare il deficit.
Ricorda Veronica De Romanis sulla “Stampa”: “L’Italia è tornata agli ultimi posti della classifica per variazione del Pil. Peraltro, la stabilità non ci tiene neanche fermi: ci fa arretrare.
I numeri lo dimostrano: nel 2023 il tasso di crescita è stato pari allo 0,9 per cento, poi è sceso allo 0,8 nel 2024 fino allo 0,5 nel 2025. Per il 2026 la previsione dell’Ocse dello 0,4 per cento. La traiettoria è chiara: è quella che porta dritta verso il declino.
La scelta di non intervenire in maniera incisiva dal lato della spesa si ripercuote inevitabilmente sulla dinamica del rapporto debito/Pil.
Nel 2025 il debito ha raggiunto il 137,1 per cento del Pil. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale è atteso crescere ancora fino al 138,4 nel 2027 per poi – nel 2028 – iniziare finalmente a scendere sebbene in maniera graduale al 137,6”.
Dati horror, destinati probabilmente a peggiorare, considerando lo choc globale, che colpisce in particolare il nostro Paese, che ha i prezzi dell’energia tra i più alti del mondo e dipende per la quasi totalità dalle importazioni di gas. L’uscita dalla procedura d’infrazione sarebbe stata una boccata d’ossigeno
(da Dagoreport)
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