STRAGE DEI BRACCIANTI, NON CHIAMATELI INVISIBILI
MIGLIAIA DI LAVORATORI CONTINUANO A VIVERE IN UNO STATO DI FRAGILITA’ E SFRUTTAMENTO E LO STATO NON FA NULLA PER PORVI FINE
Per ucciderli non è bastato il fuoco. Chi li ha assaliti in pieno giorno ha atteso che le fiamme riempissero l’abitacolo e ha bloccato le portiere del minivan perché nessuno potesse scappare. È un dettaglio che resta addosso più delle immagini dei corpi carbonizzati trovati davanti a una pompa di benzina sulla statale 106 Jonica, nel Cosentino. Perché racconta una volontà precisa: non eliminare quattro uomini, ma far sapere agli altri come finiscono certi uomini
È da qui che bisogna partire per comprendere la strage di Amendolara, la vita che quei quattro uomini conducevano prima di morire: braccianti stranieri nelle campagne della Calabria. Lavoratori invisibili in una terra che da decenni conosce il linguaggio dello sfruttamento agricolo, della paura e del ricatto. Qui il punto finale non riguarda soltanto chi ha acceso il fuoco. Riguarda chi ha costruito il mondo nel quale quel fuoco è diventato possibile.
La piana di Sibari, come altre aree agricole del Mezzogiorno, vive dentro una contraddizione che tutti conoscono e che pochi vogliono davvero affrontare. Da una parte ci sono imprese sane, agricoltori onesti, lavoratori regolari. Dall’altra una zona grigia fatta di intermediazione illecita, trasporti controllati da caporali, lavoratori reclutati nei ghetti, paghe da uno o due euro l’ora, minacce, permessi di soggiorno usati come strumenti di controllo.
Le cronache giudiziarie calabresi raccontano sempre la stessa storia. Operazioni
contro il caporalato. Aziende sospese. Decine di lavoratori in nero. Braccianti trasportati nei furgoni come merci. Immigrati costretti a lavorare senza contratto e senza sicurezza. Arresti. Conferenze stampa. E poi di nuovo tutto come prima. Lo Stato lo sa. Le istituzioni lo sanno. I sindacati lo denunciano. Le associazioni lo documentano. Eppure tendopoli, ghetti e insediamenti informali continuano a essere il luogo dove migliaia di persone vivono e lavorano.
La strage di Amendolara non può essere archiviata come un semplice fatto di cronaca nera. C’è un superstite che racconta di uomini armati di coltelli e pistole, di salari mai pagati, di lavoratori costretti all’obbedienza. Racconta di una «grande mafia del Pakistan». Saranno le indagini a verificare quanto vi sia di vero. Attenzione a non cadere nell’equivoco più comodo: immaginare che esista una criminalità straniera separata dal contesto in cui opera. La storia insegna il contrario.
Nessuna organizzazione criminale prospera nel vuoto. Nessun sistema di sfruttamento cresce senza complicità economiche, convenienze sociali, omissioni istituzionali. Se esistono caporali pakistani, afghani, africani o rumeni che controllano il lavoro nei campi, bisogna chiedersi chi trae vantaggio da quel sistema, chi lo tollera, chi lo utilizza, chi chiude gli occhi.
E poi c’è un’altra domanda: come può accadere che in una terra dove il controllo
del territorio è storicamente capillare, dove per decenni nulla di rilevante è avvenuto senza che i clan ne fossero informati, quattro uomini vengano arsi vivi in un’esecuzione tanto feroce senza che nessuno abbia visto, saputo, intuito?
Forse davvero la ’ndrangheta non c’entra. Forse gli investigatori hanno ragione. Ma sarebbe irresponsabile non interrogarsi sul contesto nel quale la strage è maturata. Perché il punto non è soltanto individuare i colpevoli materiali. Il punto è capire perché migliaia di lavoratori continuano a vivere in una condizione di fragilità così estrema da rendere possibile perfino un massacro.
Il fuoco che ha divorato i quattro uomini illumina una verità che preferiamo non guardare: i migranti che raccolgono gli agrumi e gli ortaggi che arrivano sulle nostre tavole restano invisibili finché non muoiono. Diventano visibili solo quando la morte li consegna alle cronache.
È qui che si misura la responsabilità più profonda a partire dall’incapacità di un Paese di sottrarre migliaia di lavoratori al ricatto, all’assenza di diritti e di dignità. Finché le comunità di braccianti saranno costrette a vivere ai margini della legalità, caporali e criminali, qualunque sia la loro nazionalità, continueranno ad avere un potere antico e terribile: decidere chi lavora, chi mangia e, qualche volta, chi vive e chi muore.
(da Repubblica)
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