Destra di Popolo.net

I MANAGER SONO INUTILI?

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

PERFINO LA RIVISTA DI HARVARD SOLLEVA IL DUBBIO: FORSE E’ MEGLIO CHE I LAVORATORI FACCIANO DA SOLI

E se i supermanager facessero solo danni?
Il dubbio è venuto prima al movimento di Occupy Wall Street, poi alla Harvard Business Review, la rivista più autorevole di management, dell’omonima università .
“Primo, licenziare tutti i manager”, si intitola l’articolo Gary Hamel, un professore della London Business School che osa scrivere: “Il management è la meno efficiente attività  dell’attività  meno efficiente della tua organizzazione”.
Poi usa argomenti che, ai ragazzi che in Zucotti Park rivendicano di essere il 99 per cento, suonano familiari: più barocca la gerarchia, maggiore il rischio che l’azienda prenda decisioni disastrose “perchè i manager più potenti sono quelli più distanti dalla prima linea della realtà ”. Nel 2010 tra stipendi e premi i top manager delle 25 principali imprese finanziarie di Wall Street hanno incassato 135 miliardi di dollari, secondo il Wall Street Journal.
Quest’anno si prevede un crollo del 30 per cento dei bonus, ma l’impressione generale è che sia un po’ poco, visto come sta andando il settore finanziario globale e quante centinaia di miliardi di dollari ha pagato il contribuente americano per salvare Wall Street.
Di solito si pensa che il problema sia che gli stipendi non sono allineati alle performance, cioè in molti guadagnano troppo anche quando non lo meritano.
Generazioni di consulenti hanno fatto le proprie fortune proponendo schemi di retribuzione innovativi, che facessero coincidere gli interessi del manager con quelli dell’azionista.
“Com’è possibile che tanta gente che sa così poco faccia così tanti soldi dicendo ad altra gente come fare il lavoro che è pagata per saper fare”, si chiede Matthew Stewart in Twilight manager (Fazi).
E infatti non ha funzionato.
Stefano D’Addona e Axel Kind, due economisti, hanno studiato 2.376 cambi di allenatore negli ultimi 50 anni di calcio inglese e sono giunti alla conclusione che più aumenta la competizione e l’importanza economica dello sport, più frequenti diventano i cambi di panchina.
Come dire: quando le cose si fanno serie, si deve licenziare più spesso.
Cosa che ai top manager non sportivi succede assai di rado.
Sulla Harvard Business Review Gary Hamel propone quindi di imitare il modello della Morning Star, una società  leader della lavorazione del pomodoro dove non ci sono manager: in ogni reparto i lavoratori si organizzano da soli, niente gerarchie, gli stipendi sono diversi soltanto in base ai diversi risultati ottenuti.
Così la competizione è per essere più bravi, non per compiacere il capo.
Nelle etichette da business school si chiama “self management”: ogni anno ciascun dipendente spiega in un documento quali colleghi sono toccati dal suo lavoro, così si definiscono gruppi spontanei.
Che, pare, funzionino: Morning Star ha avuto un fatturato di 700 milioni nel 2010.
Utopia o incubo? Chissà .
Viste le performance dei manager italiani raccontate qui , però, forse una lattina di pomodoro Morning Star potrebbe essere il regalo di Natale giusto per molti di loro.
La tempesta finanziaria che stiamo vivendo può essere raccontata anche attraverso una galleria di volti.
Sono le facce da flop.
Peggio, “Capitani di sventura”, per citare il titolo di un saggio (autore il compianto Marco Borsa) di ormai 20 anni fa.
Manager che negli anni del boom sono stati osannati e spesso coperti d’oro, ma che alla prova della recessione non si sono dimostrati all’altezza della situazione.
Fausto Marchionni: l’uomo del tracollo di Fondiaria
Fausto Marchionni ha messo la faccia sul tracollo di Fondiaria-Sai, una delle più gravi crisi societarie degli ultimi anni.
La crisi del secondo gruppo assicurativo nazionale è la storia triste di una compagnia a lungo sfruttata dal suo azionista di controllo, la famiglia Ligresti, per farsi gli affari propri. Marchionni, per oltre un decennio al timone dell’azienda, non ha mai avuto niente da ridire sulle operazioni
in conflitto di interessi imposte dai Ligresti. Fino a quando, a gennaio, non ha dato le dimissioni premiato da una liquidazione multimilionaria.
Massimo Ponzellini: lascia la Bpm nel caos
È approdato alla Popolare di Milano nel 2009 con il sostegno dei sindacati interni. Poco più di due anni dopo, Massimo Ponzellini si è lasciato alle spalle una banca nel caos e con seri problemi di bilancio.
Gli ispettori di Bankitalia hanno bocciato la gestione del banchiere sponsorizzato dalla Lega, che è anche indagato per i prestiti della Bpm al gruppo Atlantis BPlus di Francesco Corallo.
Nel frattempo le azioni della Popolare sono andate a picco: gentile cadeau ai soci del presidente Ponzellini, che a fine ottobre ha fatto le valigie.
Sergio Marchionne: Fiat, vendite al palo
Una delle ultime copertine del settimanale americano “Time” definisce Sergio Marchionne addirittura il salvatore dell’auto.
Viste da questa parte dell’Atlantico le cose stanno un po’ diversamente. La Fiat di Marchionne ha perso nel giro di due anni il 30% della sua quota di mercato in Europa, ormai ridotta a uno striminzito 6,3 per cento.
“Tutto secondo le previsioni”, replica il manager con invidiabile faccia tosta, ma il titolo Fiat quota meno della metà  rispetto all’inizio del 2011.
Giuseppe Mussari: i guai dell’uomo del Monte
Impegnato nel doppio ruolo di presidente del Monte dei Paschi e anche dell’Abi, la Confindustria delle banche, Giuseppe Mussari è stato travolto dagli avvenimenti.
L’Abi ha subìto l’offensiva dei concorrenti francesi e tedeschi che hanno imposto regole penalizzanti agli istituti italiani.
E il Monte Paschi, nonostante l’aumento di capitale varato in estate, potrebbe essere costretto a fare il bis tra pochi mesi. E adesso c’è il rischio concreto che dopo oltre cinque secoli Siena perda il controllo della sua banca.
Alessandro Profumo: Unicredit rosso a sorpresa
Alessandro Profumo ha lasciato Unicredit nel settembre del 2010, ma per tirare le somme del suo lungo regno è stato necessario più di un anno.
A novembre, la banca ora guidata da Federico Ghizzoni, ha annunciato perdite per oltre 9 miliardi.
È questa la pesante eredità  dell’espansione a tappe forzate gestita da Profumo negli anni del boom.
Sgonfiata la bolla, ecco le perdite, ma l’ex numero uno si sta godendo la buonuscita da 40 milioni di euro.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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COSTI DELLA POLITICA, RECORD IN SICILIA: L’ARS E’ IL CONSIGLIO REGIONALE PIU’ COSTOSO

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

OGNI CITTADINO DELL’ISOLA SPENDE 5 VOLTE PIU’ DEI LOMBARDI… L’ARS COSTA OGNI ANNO 167 MILIONI, LOMBARDIA E PIEMONTE NE SPENDONO 66, IL LAZIO 97

L’Assemblea regionale siciliana costa, a ogni contribuente, cinque volte il consiglio regionale lombardo e più del doppio di quello laziale e piemontese.
I numeri di un raffronto che incornicia privilegi antichi e resistenti ai tagli figli della crisi. Perchè, se Palazzo dei Normanni riesce per la prima volta ad approvare un bilancio in controtendenza rispetto agli anni scorsi (con una riduzione di spese di quasi 5 milioni), i suoi numeri sono ancora ben lontani da quelli di altre assemblee.
Basta confrontare le uscite dei singoli consigli con il numero di abitanti delle regioni rappresentate: si scopre, così, il peso che il Parlamento isolano, forse la massima espressione dei vantaggi economici dell’Autonomia, continua ad avere sulla società .
Con i suoi 167,5 milioni di spese correnti, l’Ars guarda dall’alto tutte le altre assemblee.
Il costo pro-capite è di 33 euro per abitante.
Il consiglio lombardo ha appena varato un bilancio da 66,3 milioni, con una spesa pro-capite di appena 6,6 euro: divario che si spiega con il fatto che la Lombardia ha quasi il doppio degli abitanti della Sicilia.
Ma l’Ars vince il confronto anche con il consiglio regionale del Lazio (97 milioni ovvero 16,9 per abitante) e con quello del Piemonte che per il 2012 prevede una spesa di 66,7 milioni, cioè circa 15 euro per abitante.
Anche una Regione del Sud come la Puglia ha una gestione più economica di quella siciliana: il bilancio di previsione del suo consiglio, per l’anno prossimo, contempla uscite per 56,1 milioni.
Significa una spesa pro-capite di 13,7 euro.
Costi più alti, in rapporto al numero degli abitanti, si riscontrano nelle altre Regioni a statuto speciale.
La Valle d’Aosta spende 16,5 milioni per far funzionare il suo consiglio regionale e ha una altissima spesa pro-capite, pari a 128 euro. Ma, avendo appena 128 mila abitanti (contro i 5 milioni della Sicilia), il confronto è difficilmente proponibile.
Insomma, dalla lettura dei bilanci che in questi giorni i consigli regionali stanno approvando, emerge la tendenza generale a una compressione della spesa (nel 2011 le regioni italiane hanno dilapidato un miliardo 100 milioni per mantenere i loro “parlamenti”), ma anche una ridondanza dei costi della politica al di sotto dello Stretto. Situazione in parte legata alle indennità  percepite dai deputati siciliani che però, pur essendo ancora novanta (almeno fino al termine della legislatura), pesano sulle casse pubbliche solo per un paio di milioni di euro in più rispetto ai meno numerosi colleghi di Lombardia e Puglia.
Il gap diventa un baratro se si guarda a vitalizi e retribuzioni del personale.
Per le “pensioni” dei consiglieri, nel 2010, la Lombardia ha messo in bilancio 7,8 milioni di euro, un terzo di quanto ha stanziato l’Ars (20,5 milioni).
E la Lombardia, pur avendo più dipendenti dell’Assemblea siciliana (296 contro 248) spende per il personale la metà : 19 milioni di euro l’anno a fronte dei 40,4 milioni dell’Ars.
Una differenza, netta, che dipende dal fatto che le retribuzioni del personale di Palazzo dei Normanni sono parametrate a quelle del Senato e dunque più elevate.
Altre voci, meno corpose ma emblematiche, balzano davanti agli occhi nel raffronto fra l’Ars e gli altri consigli.
E non è soltanto quella relativa ai costi della buvette che, malgrado i recenti tagli ai cosiddetti “buoni pasto” dei deputati, nel 2012 graverà  sulle casse per oltre 925 mila euro, più o meno 77 mila euro al mese.
Le spese di rappresentanza, per dire, pesano sul bilancio di Palazzo dei Normanni per 342 mila euro: oltre dieci volte in più della Puglia (26 mila euro) e ben trenta volte in più della virtuosa Emilia-Romagna.
In un Paese zibaldone, che vede tuttavia la Sicilia in prima fila nelle “spesucce” della politica, capita pure che le divise del personale di servizio (i commessi) costino all’Ars 360 mila euro contro gli appena 58 mila della Puglia.
Un rapporto di sei a uno.
E le autoblù? L’amministrazione dell’Ars si vanta di disporne di un numero appena sufficiente (tredici) ma la spesa per il noleggio e la gestione delle vetture, almeno quella messa in preventivo per l’anno venturo (425 mila euro), è dieci volte superiore a quella (48.869 euro) del consiglio regionale pugliese.
Segnali che, malgrado i propositi e i primi atti compiuti nella direzione dell’austerity, la risalita della Penisola è operazione ardua.
Piccolo calcolo: se l’Ars rispettasse un parametro medio di spesa di 15 euro per abitante (quello del Piemonte) il bilancio regionale guadagnerebbe oltre 90 milioni di euro ogni anno.
La stessa cifra che l’Ue ha investito per la diffusione della banda larga in Europa.

Emanuela Lauria
(da “La Repubblica“)

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BANDA LARGA E INTERNET: L’ITALIA AL 22° POSTO CON LA LITUANIA

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

LE FAMIGLIE CON ALMENO UN MINORE SONO LE PIU’ TECNOLOGICHE: L’84% POSSIEDE UN PC, IL 78,9″ ACCEDE A INTERNET

Le famiglie con almeno un minorenne sono le più tecnologiche: l’84,4% possiede un personal computer, il 78,9% ha accesso a Internet e il 68% utilizza per questo una connessione wide band.
La media europea di chi posside un accesso al Web da casa è pari al 73 %, nel nostro paese si ferma al 62 %. Un internauta su due utilizza i social network
Crescono in Italia le famiglie in possesso nuove tecnologie per l’Ict.
Rispetto al 2010, rileva l’Istat, s’incrementa la quota di famiglie che nell’anno in corso possiede un personal computer (dal 57,6% al 58,8%), l’accesso a Internet (dal 52,4% al 54,5%) e una connessione a banda larga (dal 43,4% al 45,8%).
Le famiglie con almeno un minorenne sono le più tecnologiche: l’84,4% possiede un personal computer, il 78,9% ha accesso a Internet e il 68% utilizza per questo una connessione a banda larga.
All’estremo opposto si collocano le famiglie di soli anziani di 65 anni e più, che presentano livelli modesti di dotazioni tecnologiche.
E nel 2011 quasi un internauta su due è su un social media, e il rapporto è di tre su quattro per i giovani.
Secondo l’Istat, infatti, il 48,1% degli utenti internet crea un profilo utente, invia messaggi o altro su Facebook, Twitter.
E la quota sale al oltre il 76% per i ragazzi di 15-24 anni.
Nonostante in Italia internet si trovi sempre in più case, il Paese è però ancora tra gli ultimi in Europa.
Considerando la percentuale di famiglie con almeno un componente tra i 16 e i 74 anni che possiede un accesso a internet da casa, a fronte di una media europea pari al 73%, l’Italia si posiziona solo al ventiduesimo posto della graduatoria internazionale, con un valore pari al 62% ed equivalente a quello registrato per la Lituania.
Tra il 2010 e il 2011 il divario tecnologico relativo al territorio e alle differenze sociali, rileva ancora l’Istat, rimane stabile per quasi tutti i beni e servizi considerati.
Le famiglie del Centro-nord che dispongono di un accesso a Internet sono oltre il 56%, mentre circa il 49% dispone di una connessione a banda larga, a fronte di valori pari,   rispettivamente, al 48,6% e al 37,5% nel Sud.
Se si confronta la disponibilità  di personal computer, di un accesso a Internet e di una connessione a banda larga, il divario tra i nuclei in cui il capofamiglia è un operaio e quelli in cui è un dirigente, un imprenditore o un libero professionista è di circa 24 punti percentuali a favore di questi ultimi, sottolinea l’Istituto di statistica.
Secondo l’Istat, inoltre, il 41,7% delle famiglie dichiara di non possedere l’accesso a Internet perchè non ha le competenze per utilizzarlo; il 26,7% considera Internet inutile e non interessante, il 12,7% non ha accesso a Internet da casa perchè accede da un altro luogo, l’8,5% perchè considera costosi gli strumenti necessari per connettersi e il 9,2% perchè ritiene eccessivo il costo del collegamento.
Nel 2011 il 52,2% della popolazione di 3 anni e più utilizza il personal computer e il 51,5% della popolazione di 6 anni e più naviga su Internet.
Rispetto al 2010, l’utilizzo del personal computer è cresciuto di 1,2 punti percentuali e quello di Internet di 2,6, confermando così il trend crescente che continua ormai dal 2008.
Le differenze di genere, prosegue l’Istat, si vanno attenuando nel tempo: se nel 2005 le donne internaute erano poco più di un quarto (26,9%), nel 2011 sono quasi la metà  (il 46,7%), a fronte di una quota di uomini pari, rispettivamente, al 37,1% e 56,6%.
Fino ai 34 anni le differenze di genere sono molto contenute e tra i ragazzi di 11 e 19 anni si registra il “sorpasso” femminile.
Nell’ultimo anno, le differenze sociali sono rimaste sostanzialmente stabili, anche se gli operai hanno fatto registrare incrementi percentuali leggermente superiori a quelli riscontrati tra dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, e direttivi e quadri.
Gli utenti di Internet negli ultimi tre mesi, prosegue l’Istat, hanno utilizzato la rete prevalentemente per spedire o ricevere e-mail (80,7%) e per cercare informazioni su merci e servizi (68,2%).
Cresce rispetto al 2010 la quota di coloro che usano Internet per leggere news o giornali online (+7 punti percentuali), per informarsi su merci e servizi (+5,4), avere informazioni sanitarie (+5).
Il 26,3% degli individui di 14 anni e più che hanno usato Internet nei 12 mesi precedenti l’intervista ha ordinato e/o comprato merci e/o servizi per uso privato, soprattutto per spese per viaggi e soggiorni e pernottamenti per vacanza.
Rimane stabile la quota di persone di 14 anni e più che hanno utilizzato Internet per ottenere informazioni dai siti della Pubblica Amministrazione, con un lieve calo percentuale spiegato dalla crescita di utilizzatori di internet per altri motivi.
La maggior parte delle persone che usano il personal computer sa effettuare operazioni base come copiare o spostare un file (85,4%) o copiare informazioni all’interno di un documento (85,1%), mentre solo il 13,7% sa scrivere un programma per computer e il 28,1% sa installare un nuovo sistema operativo o sostituirne uno vecchio.
Quasi la totalità  delle persone di 6 anni e più che utilizzano Internet sa usare un motore di ricerca (94,2%) e una quota molto elevata sa spedire e-mail con allegati (83,1%).
Oltre la metà  degli utenti della rete sa trasmettere messaggi in chat, newsgroup o forum di discussione online (52,7%) e il 41,3% sa caricare testi, giochi, immagini, film o musica, ad esempio, su siti di social networking.
E’ soprattutto attraverso la pratica, conclude l’Istat, che gli utenti del web hanno acquisito le proprie competenze (75,9%), assieme all’aiuto ricevuto da colleghi, parenti e amici (68,7%).

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DOSSIER CORRUZIONE GRANDI OPERE: COSI’ POLITICI E IMPRENDITORI FANNO LIEVITARE I COSTI DEL 40%

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

G8, ITALIA 150, MONDIALI NUOTO, I NUMERI DELL’ASSALTO…L’ONERE PER LO STATO AMMONTA TRA I 574 E GLI 834 MILIONI

Capita che di una storia di corruzione, diventata insieme metafora e immagine del Paese, si finiscano con il ricordare solo le facce, i nomi, l’avidità  dei protagonisti.
O, piuttosto, i massaggi in un centro benessere, la spregiudicatezza di un frate missionario ridotto a bancomat, l’oscena risata di un costruttore sciacallo che si compiace per il terremoto de l’Aquila, il patrimonio immobiliare di una potente congregazione vaticana, “Propaganda Fide”, usato come leva per comprare la compiacenza di funzionari pubblici.
Capita insomma che si elidano i numeri.
E, dunque, si cancelli il danno e la sua macroscopica misura.
E’ successo con il lavoro delle procure di Firenze, Perugia, Roma, con le indagini del Ros dei carabinieri sul “Sistema gelatinoso” Anemone-Balducci-Bertolaso, sul potere di spesa senza fondo di una Protezione Civile ridotta a spa del consenso, su un ministro “distratto” e il suo mezzanino al Colosseo.
Nelle carte di quelle inchieste – oggi a processo in tre città  diverse – è documentato quale “ricarico” le prassi corrotte di quel sistema di relazioni hanno accollato alle nostre tasche.
Su 33 Grandi Opere oggetto di indagine nel triennio 2007-2010 (mondiali di nuoto di Roma, G8 alla Maddalena, 150 anni dell’Unità  d’Italia), il maggior costo sostenuto dalle casse pubbliche è stato di 259 milioni, 895 mila 849 euro.
Oltre il 40 per cento dell’importo iniziale con cui i lavori furono aggiudicati.
Un salasso che ha fatto schizzare il costo complessivo di quelle opere da 574 a 834 milioni di euro.
Per avere un’idea, con quel denaro succhiato dal “Sistema gelatinoso” (259 milioni) oggi – come documentano le richieste sin qui ritenute “irricevibili” da un bilancio pubblico allo stremo – sarebbe possibile realizzare la messa in sicurezza di un patrimonio archeologico dell’umanità  come Pompei o la costruzione di ospedali nell’Abruzzo del dopo-terremoto.
I numeri che illustrano il dettaglio dei singoli appalti segnalano la scientificità  nel calcolo del “ricarico” imposto dal “Sistema”, ma anche la crescita esponenziale di quella percentuale.
Nell’Italia corrotta scoperchiata da Tangentopoli, il “dazio” sulle grandi opere oscillava tra il 10 e il 20 per cento.
In quindici anni, è raddoppiato. Anche perchè la “catena alimentare” che deve sfamare si è allungata.
Politici, funzionari pubblici, professionisti.
LE PISCINE DI ROMA
Ribasso record per vincere l’asta.
il trucco dello “sciacallo” dell’Aquila
S il G8 della Maddalena è l’applicazione compiuta di uno “schema” corruttivo, i Mondiali di nuoto di Roma del 2009 ne sono la prova generale (è iniziato il processo di primo grado nell’aprile di quest’anno). Il ricorso alla procedure di urgenza non solo consentono di aggirare i vincoli urbanistici, ma trasformano l’Evento in un assalto alla diligenza della spesa pubblica.
Non c’è Comune della provincia di Roma che non reclami un posto al sole che lo trasformi in “Polo natatorio”.
E non c’è piastrella di piscina o gettata di calcestruzzo che non costi al contribuente almeno un trenta per cento in più del costo di aggiudicazione.
Tra gli imprenditori imbarcati dal “Sistema”, c’è Francesco Maria De Vito Piscicelli. Si aggiudica la progettazione e realizzazione della piscina olimpionica di Valco San Paolo. Un appalto da 8 milioni e 800 mila euro che vince con un formidabile ribasso d’asta (16,5 per cento), da cui “rientra” a neppure un anno di distanza dalla gara con un “atto aggiuntivo” che fissa l’importo dell’opera in 12 milioni e 900 mila euro.
La piscina di Valco San Paolo rischierà  di crollare per il modo con cui è stata realizzata. Piscicelli resterà  saldo nel “Sistema”. La notte del terremoto dell’Aquila è lui lo “sciacallo” che ride con il cognato, sognando il banchetto della ricostruzione.
I CANTIERI DEI 150 ANNI
Gare vinte senza progetti esecutivi. Dopo le “aggiunte” i prezzi salgono
La regola, da sempre, è una sola. La conosce chi l’appalto lo affida e chi l’appalto lo vince. E non importa dove si costruisce e chi costruisce.
La regola vuole che lo scarto tra il valore di affidamento e il costo finale di realizzazione di una grande opera pubblica non scenda mai sotto il 40 per cento.
E il trucco perchè le carte stiano a posto è semplice, come dimostrano i numeri dei cantieri dei 150 anni dell’Unità  d’Italia.
La gara viene affidata senza che dell’opera esista un progetto esecutivo.
Un po’ come comprare dal concessionario una macchina di cui si conosce il bozzetto, il numero di posti e la cilindrata del motore, ma di cui si ignorano i costi industriali di produzione, destinati a variare.
Non c’è appalto pubblico – come è evidente dalla tabella – che, a distanza di pochi mesi della sua aggiudicazione, non conosca un “atto aggiuntivo” in cui il committente (lo Stato) “scopre” che, alla luce del “progetto esecutivo” redatto da chi l’appalto lo ha vinto, il costo si deve “necessariamente” discostare dal valore dell’aggiudicazione.
E’ nella differenza di costo – come hanno documentato le indagini – che viene normalmente creata la “provvista” della corruzione.
Un segreto di Pulcinella cui, ad oggi, nessun Parlamento ha ritenuto di dover mettere mano con una semplice norma. Aggiudicare le gare con progetto già  esecutivo che sottragga al costruttore la libertà  di aggiustare il valore della commessa.
IL VILLAGGIO DEL G8
Da 52 a 105 milioni in un anno per il palazzo rimasto inutilizzato
L’isola della Maddalena e le sue opere per un G8 che non ha mai ospitato, sono e resteranno il monumento alla rapacità  di un “Sistema” che si muoveva protetto dalle “procedure semplificate e di urgenza” che la legge riconosce agli interventi della Protezione Civile.
Assimilato ad una “calamità  naturale”, un Grande Evento di cui pure si conosceva la data da nove anni, diventa una corsa contro il tempo che divora oltre 125 milioni di euro in “costi aggiuntivi”.
I 284 milioni di opere messi a bilancio al momento dell’affidamento degli appalti si gonfiano fino a superare i 410 milioni. Nessuno, ad esempio, chiede cosa diavolo accada nel quarto lotto del cantiere in cui si lavora alla “realizzazione del palazzo conferenza e dell’area delegati”.
L’appalto è stato aggiudicato l’11 luglio del 2008 con un ribasso d’asta del 5,9 per cento per 52 milioni di euro.
Una cifra che, a distanza di neppure un anno, tra il giugno e il settembre del 2009, raddoppia, passando a 105 milioni di euro.
Tanta distrazione ha una risposta nel nome del costruttore che quell’appalto si è aggiudicato: Diego Anemone, la “tasca” del “Sistema”.
L’imprenditore da cui prende ordini Angelo Balducci, la più alta autorità  amministrativa in materia di appalti pubblici.
Quello che compra “a insaputa” di chi lo andrà  ad abitare, Claudio Scajola, il mezzanino del Colosseo.

Carlo Bonini
(da “La Repubblica“)

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SENATO, SCHIAFFO ALLA CONSULTA: “NO AL DIVIETO SENATORI-SINDACI”

Dicembre 23rd, 2011 Riccardo Fucile

BLITZ DI PDL E LEGA… LA CAMERA AVEVA APPENA VOTATO L’INCOMPATIBILITA’…   SALVE MOLFETTA E AFRAGOLA

E invece no, i senatori non vogliono abbandonare la poltrona.
Neanche per rispettare una sentenza della Corte costituzionale, o per conservare i vitalizi vecchia maniera.
Così, al contrario di quanto accaduto a Montecitorio, dove la giunta per le incompatibilità  ha sancito senza problemi che un deputato non può fare il sindaco di un comune oltre i 20mila abitanti, e dove alcuni hanno già  scelto di lasciare lo scranno di parlamentare pur di conservare il vecchio sistema di vitalizio, Palazzo Madama suona un’altra musica
Ieri – in giunta per le elezioni – sono tornate le antiche alleanze: la Lega si è saldata al Pdl per salvare il posto a Antonio Azzollini, sindaco di Molfetta, e Vincenzo Nespoli, sindaco di Afragola (entrambi pdl).
I senatori dell’ex maggioranza hanno quindi detto sì alla proposta del presidente Alberto Balboni e hanno respinto la sentenza della Consulta che sanciva l’incompatibilità  tra le cariche di sindaco e parlamentare.
Pd e Idv, per protesta, sono usciti dall’aula.
Lo ha fatto anche il presidente della commissione, il democratico Marco Follini, che a caldo scrive su Twitter: «Sono metà  triste metà  arrabbiato».
Poi spiega: «Hanno preso una decisione da “ancien règime”. Sono da tempo fautore della più rigorosa incompatibilità  tra sindaco e parlamentare. Peraltro, mi sorprende vedere la Lega attestata a difesa della trincea dei sindaci di Afragola e Molfetta».
Con il Carroccio se la prendono anche Anna Finocchiaro e Ignazio Marino: «Quello della Lega è un doppio gioco, del tutto demagogico, di partito di lotta e di governo», dice la capogruppo.
«Ecco svelata l’opposizione del Carroccio – aggiunge il senatore – nient’altro che il solito minuetto per raggranellare qualche poltrona in più alle prossime elezioni».
Racconta chi c’era che il più accanito nel difendere il suo scranno è stato Marco Azzollini: «Il senatore pdl ha fatto pesare tutta la sua influenza di presidente della Commissione Bilancio. Sia Schifani che Gasparri hanno dovuto accondiscendere, e hanno blindato il gruppo, tirandosi dietro anche la Lega».
Ma perchè mai, in questo caso, il richiamo del vitalizio col vecchio metodo di calcolo (retributivo invece che contributivo) non ha indotto anche i senatori a fare la scelta di alcuni colleghi della Camera?
A Montecitorio Nicola Cristaldi si è dimesso per restare sindaco di Mazara del Vallo: avrà  due vitalizi, da deputato regionale e nazionale, oltre che l’indennità  di sindaco (in tutto fanno oltre 11mila euro).
Stessa scelta di Dussin (Lega), Zacchera (Pdl), Pirovano (ancora Lega).
Azzollini e Nespoli, invece, «contano di esserci anche al prossimo giro – svela un senatore – e vogliono restare qui per rafforzare la loro candidatura».
Ci sono riusciti.
Anche se non è politicamente corretto, che alla Camera viga una regola e al Senato il suo contrario, secondo la Cassazione la competenza sulle incompatibilità  è del Parlamento.
«L’ex maggioranza ha festeggiato a suo modo l’avvento del figlio di Kim Jong-il», dice caustico Marco Follini. In giro, c’è ancora fame di potere assoluto.

(da “La Repubblica“)

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DOVE CERCARE I SOLDI: CORRUZIONE, CANCRO DA 60 MILIARDI L’ANNO, TERZA CAUSA DI DANNO ALL’ERARIO

Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

UN FENOMENO IN COSTANTE CRESCITA, ANNIDATO NELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI… IL GOVERNO ANNUNCIA UNA RIFORMA CONTRO LE NUOVE FORME DI REATO NEI RAPPORTI IMPRESE-STATO

È una voragine in cui sprofondano i conti pubblici.
Sessanta miliardi di euro che, in un Paese chiamato a stringere la cinghia, rappresentano il costo della corruzione.
Il fenomeno, hanno spiegato i giudici contabili, è in costante crescita “e si è insediato e annidato dentro le pubbliche amministrazioni”. Finendo per costituire la terza causa di danno all’erario.
L’ultimo allarme, fatto risuonare nel corso di un’audizione alla Camera dal presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, ha trovato pronta eco nelle tabelle di Transparency International, che vedono l’Italia scendere in due anni dal 63° al 69° posto dell’indice di percezione della corruzione.
Siamo in compagnia del Ghana e delle Isole Samoa e quartultimi in Europa davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria.
Non sono numeri vuoti: Transparency ha stimato che per ogni peggioramento in classifica si perde il 16 per cento degli investimenti dall’estero.
Al contrario, scalando qualche gradino, si attrarrebbero preziose risorse.
L’economia reale, insomma, risente oggi più che mai dell’effetto nefasto del malaffare.
Nelle capitali politiche del Continente, anche in questo campo, hanno puntato gli occhi sul nostro Paese: il Greco, l’organismo del consiglio d’Europa deputato alla prevenzione e al contrasto della corruzione, in un recente rapporto ha espresso preoccupazione per la mancanza di un programma nazionale coordinato e per l’indipendenza “solo parziale” delle strutture chiamate a fronteggiare il ritorno delle mazzette negli uffici pubblici.
D’altronde, l’istituzione di un’autorità  unica anti-corruzione sganciata dal potere politico è prevista anche da diverse convenzioni internazionali, dell’Ocse come dell’Uncac, un’organizzazione di Stati nata per combattere le infiltrazioni illecite nell’amministrazione.
Il tutto mentre la nuova legge contro la corruzione, varata dal governo Berlusconi nel marzo del 2010, dopo il sì del Senato attende ancora il via libera definitivo della Camera.
Il ministro della Giustizia Paola Severino ha annunciato una riforma 1 per sanzionare nuove figure giuridiche come la corruzione privata all’interno delle imprese.
Il crimine, per adesso, corre più veloce delle norme.
E’ una battaglia impari, quella contro la corruzione.
Basti pensare che, a fronte del costo plurimiliardario del fenomeno, la Corte dei conti nel 2010 è riuscita a recuperare nel complesso”solo” 293 milioni.
Di questi 32,19 milioni sono il risultato delle 47 sentenze emesse dalle quattro sezioni d’appello con le quali sono stati condannati per danni patrimoniali da reato contro la pubblica amministrazione 90 funzionari pubblici.
E bisogna aggiungere 4,73 milioni per danni all’immagine.
Le sezioni regionali della Corte invece hanno emesso 350 sentenze con condanne al pagamento di 252,68 milioni per danni patrimoniali e altri 3,57 per danni all’immagine della pubblica amministrazione.
Ma incombono le citazioni in giudizio da parte delle procure regionali della Corte: delle 227 depositate, 95 riguardano reati di truffa e falso, 50 peculato e 40 concussione e corruzione.
Nel Lazio il maggior numero di citazioni, poi Calabria, Sicilia e Campania.
Che la corruzione non sia soltanto un aspetto del malcostume italico è ormai un fatto assodato. In una visione più prosaica, ha invece un peso economico che incide, su ogni contribuente, per circa mille euro a testa.
E frena gli investimenti esteri. I sessanta miliardi di “buco” stimati dalla Corte dei conti rischiano di essere solo una buona approssimazione perchè, come spiega il presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino, i reati di corruzione sono caratterizzati da “una rilevante difficoltà  di emersione ed esiste una scarsa propensione alla denuncia, non solo perchè si tratta di comportamenti che spesso nascono da un accordo fra corruttore e corrotto ma anche perchè, nell’ambiente in cui sorgono, anche le persone estranee al fatto, ma partecipi all’organizzazione, non dimostrano disponibilità  a denunciare fenomeni di tal tipo”.
In una scala che va da 0 (molto corrotto) a 10 (per niente corrotto), l’Italia anche quest’anno ha una valutazione molto negativa: 3,9 punti.
La stessa dell’anno scorso, ma con un arretramento nella posizione in classifica poco edificante: Transparency international, organizzazione con sede a Berlino, ora colloca il nostro Paese al 69° posto.
E quart’ultima in Europa, davanti solo a Grecia, Romania e Bulgaria. Dato che ha portato la presidente della sezione italiana di Transparency, Maria Teresa Brassiolo, a lanciare un appello: “Fate il possibile per abbattere il livello di corruzione diminuendo i costi pubblici e quindi il debito”.
“Sono necessarie – afferma Walter Forresu, membro del board – misure strutturali che riducano in maniera drastica il costo della governance e della politica”.
Fra le proposte di Transparency Italia l’adozione di codici di condotta per i membri del parlamento e del governo.
Anche la magistratura ordinaria registra un aumento dei reati contro la pubblica amministrazione: in particolare i procedimenti per concussione, nei cinque anni fra il 2005 e il 2010, sono stati in costante aumento: da 114 a 144 quelli per cui hanno proceduto otto grandi uffici giudiziari (Milano, Torino, Venezia, Firenze, Roma, Bari, Napoli e Palermo).
Il dato, fornito dal governo italiano, è contenuto in un rapporto del Greco datato 14 giugno 2011.
L’organismo del consiglio europeo non ha mancato di far notare che “i procedimenti giudiziari falliti per la scadenza dei termini di prescrizione è ritenuta causa, almeno nella percezione del pubblico, di una parte inquietante della corruzione”.
Il governo Berlusconi, nei dati inviati a Strasburgo, si è vantato di una diminuzione del 3 per cento del numero delle prescrizioni, dal 2009 al 2010.
Il tema lo hanno posto, a più riprese, organizzazioni internazionali come l’Ocse e l’Uncac (nazioni unite contro la corruzione): l’esigenza, per i Paesi che lottano il malaffare, di costituire un’autorità  anti-corruzione “indipendente, stabile, efficace”. In Italia questa struttura non esiste, da quando – nel 2008 – il governo ha soppresso l’alto commissariato trasferendone le funzioni al dipartimento della funzione pubblica presso la presidenza del Consiglio.
Il Greco, organismo del consiglio d’Europa, nel denunciare una situazione italiana in chiaroscuro, ha additato in un rapporto datato 14 giugno 2011 la mancanza di un programma nazionale coordinato contro la corruzione e parlato di una “parziale indipendenza” delle unità  organizzative italianeSoppresso l’alto commissariato manca un’authority indipendente.
Un piano anti-corruzione nazionale che sarà  l’insieme di singoli programmi regionali, da presentare in Parlamento e periodicamente aggiornare.
E ancora: un osservatorio che fornisca alle istituzioni dati e statistiche ufficiali sul fenomeno. Quindi norme sulla ineleggibilità  alla Camera e al Senato di condannati in via definitiva. Il disegno di legge, varato il primo marzo 2010 dal governo Berlusconi, ha avuto a giugno l’ok del Senato ma attende di essere esaminato dalla Camera. In ogni caso, il ddl che giace a Montecitorio non è sufficiente, secondo il nuovo Guardasigilli Paola Severino: “Ci sono figure giuridiche nuove come la corruzione privata all’interno delle imprese, cioè una forma di corruzione – ha detto il ministro a Repubblica – che non riguarda pubblici ufficiali”.
La corruzione come parte di una zavorra economica più pesante, quella dei costi dell’illegalità .
È una particolarità  del caso-Italia.
Se è vero che, come denuncia il Gafi (gruppo d’azione finanziario internazionale contro il riciclaggio), “è stretto il rapporto fra corruzione e riciclaggio in Europa”, è vero pure che quest’ultima voce nel nostro Paese ha una rilevanza non secondaria: 150 miliardi, il 10 per cento del Pil.
“È la prima industria italiana”, segnala il procuratore antimafia Piero Grasso nel libro “Soldi sporchi” scritto con Enrico Bellavia.
E la corruzione, il fatturato delle mafie, il pizzo, l’evasione fiscale fanno crescere ancor di più il peso del malaffare sul debito pubblico.
“Un furto da 330 miliardi”, secondo Luciano Silvestri.
L’ultima cifra da raccontare: quella dello spread fra un Paese onesto e uno fuorilegge.

Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)

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I PALETTI DI BERLUSCONI E BERSANI: “NON TI FAREMO CADERE, MA DEVI CONSULTARCI SU TUTTO”

Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

MONTI: “HO BISOGNO DI TUTTI, MA SIATE PIU’ CHIARI”

Due ore a pranzo con Berlusconi e Gianni Letta. Altre due ore e mezza, la sera, con Pier Luigi Bersani.
Mario Monti, dopo gli sbandamenti sull’articolo 18 e le liberalizzazioni, dopo la polemica con il suo precedessore (che l’aveva definito «disperato»), prova a serrare i bulloni della maggioranza in vista della fase due, quella dedicata alla crescita e alla riforma del lavoro.
«Per andare avanti – chiarisce infatti il premier incontrando il Cavaliere – abbiamo bisogno di tutti, anche del Pdl. Soprattutto in questa situazione. Quindi mi dica chiaramente cosa pensa, siamo qui per questo».
E Berlusconi, abbandonando i propositi bellicosi, si mostra molto disponibile. Anzitutto smentisce di aver mai detto di voler «staccare la spina» al governo.
«Non è vero che ho minacciato la crisi, sono stati i giornali a distorcere le mie parole. Non voglio mettervi i bastoni fra le ruote in alcun modo. Anzi – ripete il leader del Pdl – noi riponiamo grande fiducia in voi e pensiamo che possiate andare avanti fino alla fine della legislatura».
Terminato l’incontro con Monti, alla quale partecipa anche Antonio Catricalà , il Cavaliere si trasferisce quindi in un locale dei Parioli per un brindisi con gli eurodeputati.
E ai suoi illustra il nuovo «metodo» suggerito al premier. «Troveremo il modo di discutere con il Governo i futuri provvedimenti in modo che gli stessi possano arrivare in Parlamento avendo avuto un nostro accordo precedente, così che l’itinerario parlamentare possa essere più agevole».
È l’idea di una “cabina di regia” per condizionare dall’esterno Monti.
«Credo sia importante che il governo – spiega infatti Berlusconi – possa approfondire i temi con i segretari dei partiti ma anche con i capigruppo ».
A sera, altro giro di spumante con i senatori e la posizione si fa quasi minacciosa: «Ci deve essere una consultazione preventiva prima dei provvedimenti altrimenti non ci staremo. Non prendiamo più niente a scatola chiusa».
E se la linea continuerà  a essere quella vista finora, Berlusconi evoca di nuovo le elezioni anticipate.
«Se i sondaggi ci dicessero che possiamo vincere anche da soli – e questo è possibile se il governo continuasse con questa imposizione fiscale e se la sinistra e i sindacati continueranno sulla linea dello scontro – in questo caso si potrebbe andare alle elezioni. Noi siamo gli arbitri di questa situazione».
Ma sembrano discorsi fatti più per galvanizzare truppe allo sbando che veri propositi di guerra.
Se Berlusconi pretende di essere «consultato» in via preventiva, la posizione di Bersani è opposta.
«Il regista ce l’abbiamo già , lasciamo stare la cabina», taglia corto il segretario del Pd dopo aver visto il Professore.
«Il Pd – spiega Bersani riassumendo il contenuto del faccia a faccia – intende confrontarsi con lealtà , ma intende rendere chiari quelle che sono le sue idee, con lealtà  e trasparenza».
Insomma, il discorso del segretario al capo del governo contiene il preannuncio di una maggiore libertà  di manovra per il futuro. «Leali ma liberi di criticare, anche perchè i nostri elettori si aspettano da noi un discorso di verità ».
A Monti Bersani ha anche posto un altolà  sull’articolo 18, suggerendo invece alcuni «driver» per aiutare la crescita senza spendere troppo: dall’ambiente all’efficienza energetica fino a un allentamento del patto di stabilità  interno per dar modo ai comuni di finanziare subito piccole opere pubbliche.
Su una cosa Berlusconi e Bersani si sono comunque trovati d’accordo e l’hanno detto che con parole simili a Monti: il governo lasci alle forze politiche il tema delle riforme.
Il Cavaliere pensa che sia «un gran bene» se «il sostegno delle forze che ora appoggiano il governo può essere utilizzato per le riforme istituzionali ».
E anche Bersani, nelle due ore spese a palazzo Chigi, invita il governo a lasciare ai partiti l’agenda delle riforme.
Pessimo segnale sarebbe infatti se la politica dovesse ricorrere ai tecnici anche per autoriformarsi.
Dopo le feste ci sarà  quindi un incontro dei segretari ABC (Alfano-Bersani-Casini) per iniziare la discussione nel merito.
Con i faccia a faccia a palazzo Chigi (giovedì sarà  la volta di Casini, venerdì di Alfano insieme ai capigruppo Pdl), Monti intende consolidare la sua maggioranza.
Un impegno necessario di fronte all’aggravarsi della crisi e al prezzo che dovrà  ancora pagare il paese.
«A Marzo – spiega il capogruppo Pdl a Bruxelles Mario Mauro – il Parlamento italiano dovrà  ratificare il nuovo accordo voluto da Merkel e Sarkozy. E l’articolo 4 obbliga l’Italia a ridurre ogni anno di un ventesimo il debito pubblico fino alla soglia del 60%. Questa follia ci impone di fare una manovra da 46 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. Qualcuno se n’è accorto?».

Francesco Bei
(da “La Repubblica“)

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LA LEGA SI SPACCA E PER ORA SALVA COSENTINO: RINVIATO IL VOTO

Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

SLITTA LA DECISIONE SULL’ARRESTO…”COSI’ IL CARROCCIO DIFENDE IL REFERENTE DEI CASALESI”

Ci lavoravano da 48 ore e ce l’hanno fatta.
Quelli del Pdl hanno fatto saltare il tavolo su Nicola Cosentino nella giunta per le autorizzazioni.
Con l’escamotage di presentare nuove carte, prodotte dal capogruppo Pdl Maurizio Paniz, «che in realtà  sono vecchissime» ribattono le Pd Ferranti e Samperi.
Si doveva votare ieri sull’arresto, visto che il 5 gennaio scadono i 30 giorni per rispondere alla richiesta dei magistrati di Napoli, ma sul filo, 11 voti contro 10, ha prevalso il rinvio.
Se ne riparla martedì 10.
Chiosa, a sera, l’autore di Gomorra Roberto Saviano: «Fa paura decidere sul suo arresto: se Cosentino decidesse di collaborare, molti pilastri del potere economico/politico rovinerebbero ».
Il lavorio del Pdl per lasciarlo libero è insistente. Anche lui si muove.
Si è fatto interrogare dal gip di Napoli e ora attende il risultato del tribunale del Riesame sull’ordine di custodia atteso per il 27 dicembre.
Decisione che tutto il Pdl aspetta, nella speranza di giocarselo in giunta, col risultato di svuotare la funzione del vaglio parlamentare.
Il rinvio scatena polemiche.
È «scandaloso » per l’Idv Federico Palomba. «Decisione a dir poco vergognosa, oltre che contraddittoria » per il finiano Nino Lo Presti.
La Pd Anna Finocchiaro definisce «irresponsabile» una Lega che «gioca su troppi tavoli». Ma i numeri comandano.
Quelli della destra prevalgono: 7 Pdl, due leghisti, Vincenzo D’Anna di Popolo e territorio e Mario Pepe, berlusconiano oggi nel gruppo misto.
Che lascia la giunta gongolando.
Perdono i 5 del Pd, i due di Fli, i due dell’Udc e Palomba dell’Idv.
Cade nel vuoto l’appello di Antonio Di Pietro a chiudere il caso Cosentino «entro l’anno» con un voto favorevole all’arresto «per fatti gravissimi».
Ma la Lega, spaccata, consente il rinvio. Che il Pdl non si assume nemmeno la responsabilità  di chiedere, mandando avanti D’Anna.
Il caso Cosentino lacera il Carroccio.
Da una parte l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni, che chiama Luca Rodolfo Paolini per farlo votare per l’arresto.
Gli spiega che il partito non può perdere la faccia, dopo che lui stesso ha esultato per la cattura di Zagaria.
Ma Paolini fa insistente professione di innocenza sul tuttora coordinatore del Pdl in Campania che, per i pm di Napoli, è «il referente del potente clan camorrista».
Ripete che nelle carte non c’è «granchè » per ottenere le manette.
Lo maltratta la Ferranti: «Se sei convinto che sia un perseguitato perchè non voti contro l’arresto? ».
Si sparge la notizia che Paolini voglia dimettersi dalla giunta e di forti frizioni con la Lega. Lui smentisce. Mentre è in seduta lo chiama pure Bossi.
I tormenti leghisti si snodano mentre, in aula, si vota per autorizzare il via libera alle intercettazioni che il gip di Palermo Piergiorgio Morosini ritiene fondamentali per motivare l’accusa di corruzione aggravata dalla mafiosità  per l’ex ministro dell’Agricoltura Saverio Romano.
Ci sono 60 assenti, ben 33 del Pdl.
Finisce male per Romano che minimizza («Mi aiuterà  a dimostrare la mia estraneità  ai fatti che mi si contestano»).

Liana Milella
(da “La Repubblica“)

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ORA CHE IL PREZZO E’ GIUSTO, IL RISTORANTE DEL SENATO SI SVUOTA E I CAMERIERI PERDONO IL POSTO

Dicembre 22nd, 2011 Riccardo Fucile

DOPO GLI AUMENTI E’ CAMBIATA ANCHE LA DIETA: DAI FILETTI AL RISOTTO ALL’INGLESE…FINITA L’ERA DEL QUASI GRATIS, I POLITICI MICRAGNOSI CAMBIANO LOCATION

Per loro non è in previsione alcun corso di perfezionamento presso la prestigiosa scuola culinaria del Gambero Rosso.
Quel seminario costato ai contribuenti 35 mila euro, che impegnò per settimane nel 2009 (erano altri tempi) i nove cuochi di palazzo Giustiniani, dove alloggia il presidente del Senato Renato Schifani e i palati sono evidentemente raffinatissimi, se lo potranno sognare.
In compenso, i camerieri del ristorante di palazzo Madama, sprofondato ormai in una crisi nera, avranno tutto il tempo per dedicarsi in libertà  agli hobby preferiti: da gennaio, per loro, c’è la cassa integrazione, se non addirittura la disoccupazione.
Almeno se è vero che ieri sono partite le prime nove lettere di licenziamento che hanno provocato una infuocata assemblea.
Sono queste le uniche vere vittime dell’aumento dei prezzi deciso dai questori dopo le polemiche seguite nei mesi scorsi alla pubblicazione del menù proletario di palazzo Madama.
Che recitava come segue.
Risotto con rombo e fiori di zucca: 3 euro e 34 centesimi.
Carpaccio di filetto con salsa al limone: 2 e 76.
Prosciutto e melone: 2 e 33.
Bistecca di manzo: 2 e 68.
Costi «lievissimi», per usare il termine impiegato in una recente consulenza dallo studio legale Ciampoli nella quale è descritta la sconcertante situazione, a carico dei senatori e dei loro ospiti.
Ma pesantissimi, al contrario, per i contribuenti. Sui quali gravava l’87% del prezzo di ogni singola pietanza: i commensali non pagavano che il 13,3 per cento.
Per i piatti più raffinati si poteva arrivare al 21,77 per cento.
Ecco quindi che il filetto di bue a 5 euro e 53 era quasi sempre esaurito.
E le lamelle di spigola con radicchio e mandorle, a 3 euro e 34, andavano via come l’acqua fresca.
I tavoli erano regolarmente tutti occupati, i camerieri in guanti bianchi andavano e venivano, lo scricchiolio del parquet e la soave musica delle posate d’argento che tintinnavano sulle stoviglie de luxe accompagnava dolcemente la predigestione.
Poi, un bel giorno, i clienti hanno cominciato a disertare la sala.
Arrivavano sulla porta, davano un’occhiata al menù sgranando gli occhi e poi giravano i tacchi.
E non perchè quel ristorante fosse ridotto ormai a una specie di trattoria «dove il pesce non è mai fresco e i cibi sono spesso precotti», come si lamentò l’ex sottosegretario Responsabile Riccardo Villari con la trasmissione di Radio 24 «La Zanzara»: auspicando quindi l’apertura a palazzo Madama di un restaurant tre stelle Michelin adeguato a una clientela più esigente.
La spiegazione sta nell’aumento dei prezzi.
Dal 13,3 per cento del costo per le pietanze «standard» si è passati con un balzo al 50 per cento.
E dal 21,77 per cento di quelle più «pregiate» improvvisamente al 75 o al 100 per cento, secondo i casi.
Leggere il nuovo listino e scoprirsi di colpo micragnosi, per gli habituè della mensa è stato tutt’uno.
Ma lasciamo parlare i consulenti della ditta appaltatrice Gemeazcusin, lo studio Campoli: «A seguito della decisione assunta dal collegio dei senatori questori, con la quale sono state sensibilmente incrementate le quote percentuali a carico degli utenti del servizio, si è verificata una eccezionale diminuzione dell’attività  del ristorante dei senatori, sia con riguardo all’affluenza, ridottasi di oltre il 50%, sia con riferimento ai quantitativi di pasti somministrati, ridottasi per il numero di pietanze, sia con riguardo alla tipologia di pasti di tipologia superiore e pregiata la cui incidenza è diventata marginale, mentre in precedenza la pressochè totalità  dei pasti serviti appartenevano a tali tipologie».
Se prima il ristorante era sempre pieno zeppo e commensali si abbuffavano di bistecche al sangue e filetti di orata in crosta di patate, dopo l’aumento è come se i rari clienti avessero deciso tutti contemporaneamente di mettersi a dieta.
Riso all’inglese, pasta in bianco, insalatina…
Non c’è forse la crisi?
Non incombe il taglio delle indennità  secondo una ancora non meglio definita «media europea»?
E la riduzione della diaria?
La minaccia di togliere dalla busta paga il contributo per il portaborse?
Il passaggio dei vitalizi al sistema contributivo?
Già . Come stupirsi poi se a qualcuno viene un travaso di bile…
L’onorevole del Pdl Mario Pepe, per esempio, schiuma letteralmente rabbia. «Ridurre deputati e senatori alla fame vuol dire rendere il parlamento schiavo dei poteri forti», si è sfogato con Monica Guerzoni del Corriere .
Peccato che mentre il ristorante del Senato si svuotava, e i suoi ricavi subivano un crollo del 70%, i locali nelle strade intorno a palazzo Madama registravano un formidabile incremento del giro d’affari.
Dopo il danno, quindi, anche la beffa. Beffa doppia.
Perchè lo stesso giorno nel quale una ventina di camerieri della ditta appaltatrice finiranno in cassa integrazione, faranno il loro ingresso in Senato sette nuovi dirigenti appena assunti.
Il cui costo compenserà  il risparmio ottenuto per il ristorante.
Lo compenserà  abbondantemente, sia ben chiaro.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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