Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
PER GLI ISPETTORI DELL’AGENZIA DELLE ENTRATE L’AZIENDA FARMACEUTICA AVREBBE SPOSTATO I PROFITTI NELLE CASSE DI UNA CONSOCIATA NEL PARADISO FISCALE DI MADEIRA….E INTANTO 570 LAVORATORI SONO A RISCHIO LICENZIAMENTO
Ricordate i dipendenti della Sigma Tau che hanno fermato il pullman della Roma calcio facendo scendere Francesco Totti?
La ricerca di visibilità alla vertenza, dopo che l’azienda ha aperto la procedura di cassa integrazione per 569 dipendenti, era il frutto della rabbia e della disperazione di chi ha sempre contestato che i conti fossero in rosso e che l’azienda non potesse rilanciarsi seriamente.
A confortare quella radiografia provvede ora il “Processo verbale di constatazione” che l’Agenzia delle Entrate ha redatto nella sede della società farmaceutica, la seconda per importanza in Italia, il 30 luglio 2010, oggetto della trasmissione Presadiretta di Riccardo Iacona.
Un documento poderoso, 117 pagine, e nel quale gli ispettori del fisco contestano alla Sigma Tau una procedura di evasione fiscale non solo particolarmente sofisticata, per quanto comunemente diffusa, ma tale da pregiudicare i bilanci del gruppo e giustificare, così, la cassa integrazione.
La procedura sospetta si chiama “Transfer pricing” e consiste in un trasferimento illecito di valore da una società del gruppo a una consorella estera che pagherà le tasse al posto della prima.
Ma se la consorella estera è collocata in un paradiso fiscale il guadagno è notevole.
Sigma Tau è il secondo operatore farmaceutico in Italia e ha consociate in Francia, Svizzera, Olanda, Portogallo, Spagna, Germania, Regno Unito, India, Stati Uniti e Sudan.
Insomma è un colosso che oltre a produrre direttamente i farmaci li commercializza in Italia e all’estero.
Ma è proprio sugli affari realizzati con le consociate che si sono concentrati i riflettori degli ispettori fiscali.
La consociata portoghese, Defiante, ha infatti sede nell’isola di Madeira, territorio portoghese anche se situato 900 chilometri più a sud nell’Oceano Atlantico, noto paradiso fiscale.
Si tratta di una società che si occupa prevalentemente di acquistare licenze e brevetti per poi rivenderli.
Per la Defiante, la Sigma Tau ha svolto anche l’attività di produzione e rivendita di prodotti (il Bentelan o il Betnesol per esempio) assumendosi costi e rischi che sarebbero dovuti essere adeguatamente compensati.
Gli ispettori si sono chiesti se “le determinazioni dei prezzi di trasferimento siano conformi alla normativa in materia di transfer pricing” stabilite dalla legge.
La risposta è stata negativa perchè secondo i verbalizzanti “la Sigma Tau avrebbe erroneamente quantificato (…) i componenti di reddito derivante dalle transazioni intercorse con diverse società appartenenti al medesimo Gruppo”.
Facendo un confronto con società comparabili si scopre, ad esempio, che mentre il livello medio di profittabilità dell’attività in questione è del 6,6 per cento, la Sigma Tau nel 2007 subisce una perdita del 16, 1 per cento.
“I prezzi di vendita applicati alla Defiante non permetterebbero di far fronte ai rilevanti costi di produzione” in contro tendenza rispetto ai risultati ottenuti con le altre consociate.
Facendo i raffronti con società analoghe e comparabili gli ispettori hanno quantificato in 11,55 milioni di euro i minori ricavi che la Sigma Tau ha contabilizzato in Italia evadendoli al fisco.
I minori ricavi del 2007 sono già la metà delle denunciate da Sigma Tau nel 2010 pari a 20 milioni di euro.
Defiante, inoltre, come mostrano gli approfondimenti fatti da Presadiretta moltiplica tra il 2000 e il 2010 il suo patrimonio netto portandolo da 31 a 310 milioni di euro.
Nello stesso periodo il patrimonio dell’azienda italiana, passa da 123 a 34 milioni di euro.
Solo che a Madeira, sede della Defiante, praticamente non si pagano le tasse e solo recentemente sono state introdotte aliquote dell’ 1, 2 e 3 per cento.
L’Iva, invece, è al 13 per cento, la più bassa d’Europa.
In Italia, invece, Sigma Tau ha avviato una ristrutturazione pesante con la cassa integrazione e il ridimensionamento del centro di ricerca.
“Che ne dice il governo e il ministro Passera?”, chiede Riccardo Iacona.
Il caso vuole che Passera sia tirato in ballo in più aspetti.
Non solo perchè come ministro è incaricato di gestire le crisi aziendali, ma anche per il suo passato da banchiere.
È stata la “sua” Banca Intesa, infatti a finanziare, con 300 milioni di euro, l’acquisto delle attività statunitensi legate alle malattie rare della Enzon, acquisto che ai lavoratori è sembrato l’avvio di uno spostamento all’estero (negato decisamente dall’azienda).
Banca Intesa possiede poi il 5 per cento di Sigma Tau Finanziaria Spa.
Infine, il teatro di questa probabile “furbata” è il paradiso fiscale di Madeira lo stesso da cui (ne hanno scritto Mario Gerevini sul Corriere della Sera e Vittorio Malagutti sul Fatto Quotidiano) la famiglia Passera ha fatto rientrare una consistente liquidità , superiore a 10 milioni, parcheggiata in attesa di impieghi più redditizi.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL “CORRIERE MERCATILE – LA STAMPA” RIPRENDE LA TESI DI “LIGURIA FUTURISTA” CIRCA GLI SCOPI DELL’UDC LOCALE NELL’ALLEANZA CON LA LISTA CIVICA DI MUSSO
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Sempre sul “Corriere Mercatile” l’analista politico Paolo De Totero nell’articolo “Doria vs Musso: vincono le lobby che guardano oltre la politica” ha commentato:
Abbastanza controversa, per ritornare alla benedizione di Casini a Musso, la lettura sulla questione che l’Udc abbia lasciato da parte il proprio simbolo, accontentandosi di investire su propri rappresentanti all’interno di “Oltremare”, la lista civica di Enrico Musso.
Gli irriducibili di Liguria Futurista, costola scissionista del Fli, sospettano che nell’operazione che ha azzerato i simboli di Udc e Fli ci sia la capacità strategica e di calcolo di Rosario Monteleone.
Il segretario regionale Udc ne approfitterebbe per piazzare in consiglio comunale un numero ben maggiore di suoi fidati rappresentanti.
E c’è ancora chi intende insinuare che sia Musso che Doria siano in definitiva soltanto la punta evidente e per bene di un iceberg che ama la profondità e in cui si cementano ben altri interessi, da sempre trasversali ai partiti.
Gli stessi interessi che politici di lunga data ed esperienza faticano meno a mettere a fuoco rispetto a chi, al momento, intende brandire l’unica arma di ribadirsi estraneo ai vecchi giochi di potere.
Un portatore sano, appunto, a cui non sarebbe tuttavia concesso di fare la figura dello sciocco.
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LEGA NEL CAOS: TOSI “DIMESSO” DAL “CERCHIO MAGICO” PER PRESUNTO ASSENTEISMO… IL SENATUR CAMBIA NUMERO DI TELEFONINO E FA IL DEMOCRATICO: “CHIAMATEMI DIRETTAMENTE”, MA POI RISPONDONO LE SEGRETARIE
Flavio Tosi non è più vicepresidente del parlamento della Padania. 
Secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Adnkronos, il sindaco di Verona sarebbe stato sostituito, nella carica che ricopriva assieme a Federico Bricolo e Roberto Castelli, da Gianpaolo Dozzo, da poco nominato capogruppo del Carroccio alla Camera.
La scelta di sostituire Tosi, presa all’unanimità , sarebbe legata all’assenteismo del primo cittadino, mai presente finora alle quattro convocazioni ( ma lui ribatte di esserci stato in due) dell’ufficio di presidenza del parlamento della Padania riaperto dopo il cambio di governo e l’approdo a Palazzo Chigi di Mario Monti.
L’avvicendamento rischia di creare un nuovo caso per il partito, attraversato da forti polemiche e liti interne. Il Carroccio è ormai di fatto spaccato in due.
Da una parte il cosiddetto Cerchio Magico e dall’altra i Barbari Sognanti, i militanti che sostengono Roberto Maroni come successore e leader della nuova Lega.
Lo scontro negli ultimi mesi ha raggiunto lo stesso Capo, contestato anche alla manifestazione di Milano a fine gennaio perchè non ha voluto lasciare la parola dal palco all’ex titolare del Viminale.
In questa spaccatura, dunque, si inserisce anche il braccio di ferro in corso tra Flavio Tosi e i vertici del partito, quel Giancarlo Gobbo, segretario federale Veneto, che ha bocciato senza mezzi termini la volontà espressa dal sindaco scaligero di presentarsi con una propria lista alle prossime amministrative.
Gobbo è un leghista di stretta osservanza bossiana, Tosi, invece, è considerato un maroniano e soprattutto è uno dei sindaci, insieme ad Attilio Fontana, che hanno fortemente criticato il sostegno del governo Berlusconi da parte dei vertici del partito e, in particolare, i tagli agli enti locali.
Secondo quanto riporta l’Adnkronos le assenze di Tosi dalle riunioni del parlamento della Padania non sarebbero state casuali, alla luce delle ultime dichiarazioni in cui il primo cittadino veronese ha sottolineato di essere molto nazionalista, di non credere nella secessione e di reputare il programma della Padania solo un concetto filosofico e senza concretezza. Inoltre, il sindaco uscente, ha recentemente espresso la volontà di presentarsi alle prossime amministrative con una lista civica e i vertici glielo hanno vietato. Ma la questione è ancora aperta, tanto che lui ha minacciato di poter rinunciare a candidarsi di nuovo.
Ma contemporaneamente ieri è scoppiato un secondo caso, derivante dal fatto che Umberto Bossi ha un nuovo telefonino.
Nel proteiforme mondo leghista la cosa ha suscitato parecchio subbuglio. Oltre che una robusta – meglio: robustissima – dose di dietrologia.
È accaduto che dalla tarda mattinata di ieri un gran numero di senatori e deputati padani, ma anche esponenti di spicco del Carroccio di territorio abbiano ricevuto un sms totalmente inaspettato.
Anzi. Gli sms sono (almeno) due, il che non ha contribuito a placare gli interrogativi.
La versione numero uno è, in sostanza, la seguente: «Da questo momento, contattatemi direttamente al mio nuovo numero di cellulare».
A seguire, un recapito telefonico e, soprattutto, quella firma: Umberto Bossi.
La seconda versione è un po’ più freddina e impersonale. Qualcosa come «Il nuovo numero del segretario federale Umberto Bossi è…».
In molti padani, la prima reazione è stata di incredulità : «Dà i, prova a chiamare, tanto è uno scherzo…». «Se è uno scherzo, perchè non provi tu?». «Se poi fosse vero, non saprei che cosa dire…».
Alla fine, tuttavia, qualcuno ci ha provato davvero a chiamare il «Capo».
E, secondo quanto riferiscono gli audaci, a rispondere all’altro capo della cornetta ieri erano le due fedelissime segretarie di Bossi in via Bellerio, il quartier generale della Lega. Doriana e Daniela hanno confermato ai cauti interlocutori che sì: il messaggio è autentico.
E sì: per parlare con il «Capo» d’ora in avanti il numero è quello.
Occorre precisare che con il passare delle ore e della crescita della curiosità è circolata anche una spiegazione ufficiosa.
Il telefonino a cui fino al giorno prima ci si rivolgeva per tentare di parlare con Bossi era ancora quello di proprietà del ministero alle Riforme (o meglio, della presidenza del Consiglio), che poi l’ha rivoluto indietro.
E dunque, occorreva cambiare.
Anche se la portabilità del numero è consentita ai ministri così come ai comuni cittadini.
Fatto sta che, al di là delle spiegazioni fatte filtrare, erano in molti i leghisti che almanaccavano sull’inedito sms.
Significativa, tuttavia, la spiegazione corrente prima della versione para ufficiale: «Bossi – spiega un deputato – si è reso conto di aver perso quello che è sempre stato uno dei suoi punti di forza, l’accessibilità da parte del movimento. E ha dunque deciso di limitare i filtri che negli ultimi anni – almeno dal 2009 – si sono frapposti tra lui e il suo popolo».
Una spiegazione evidentemente condizionata dall’opinione degli avversari del cosiddetto «cerchio magico», che si basa su una vulgata che nei suoi termini generali suona più o meno così: «Bossi non ha più il polso del movimento in quanto circondato da individui che filtrano le persone e le informazioni a cui il “Capo” ha accesso».
Ecco allora la farsa del nuovo numero che si può democraticamente comporre a dimostrazione che è ancora in libera uscita.
Anche se si fa la pennichella pomeridiana in via Bellerio rispondono pur sempre le segretarie.
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CORTI CONDANNA I DIECI CONCESSIONARI: 845 MILIONI LA CIFRA A CARICO DELLA EX ATLANTIS WORLD GESTITA DA CORALLO E RAPPRESENTATA DALL’EX AN E ATTUALE DEPUTATO BERLUSCONIANO LABOCCETTA… LE PRESSIONI SUGLI ORGANI DI CONTROLLO
Alla fine la legge vale per tutti anche per i re delle Slot machines e i loro distratti controllori. Dopo una battaglia legale durata quasi 5 anni, ieri a sorpresa la Corte dei Conti ha condannato i dieci concessionari del gioco a pagare penali per 2,5 miliardi per i loro disservizi del periodo 2004-2006.
Sono stati condannati anche i manager pubblici che avrebbero dovuto
controllare: il direttore dell’Aams l’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato dell’epoca, Giorgio Tino, ora vicepresidente di Equitalia Gerit, e il direttore del settore giochi Antonio Tagliaferri, che è rimasto al suo posto a fianco del direttore dell’AAMS attuale Raffaele Ferrara, appena confermato da Mario Monti.
La penale più alta, pari a 845 milioni, è quella che dovrà pagare Bplus, la ex Atlantis World Group of Companies, società originaria delle Antille olandesi gestita dal catanese Francesco Corallo, vicino all’ex area An.
Titolare di tre casino a Saint Maarten, sin dal momento del suo sbarco in Italia nel 2004 la Atlantis – Bplus sovrasta gli altri operatori con una quota del mercato che sfiora il 30 per cento e primeggia anche nella “multa” richiesta.
Anche i concorrenti non possono certo festeggiare: la Corte ha chiesto 120 milioni agli spagnoli di Cirsa Italia, 245 milioni per la società Sisal Slot, 100 milioni per Lottomatica, 150 milioni per Gmatica, 115 milioni per il gruppo Codere, 200 milioni per HBG, 235 milioni per Gamenet, 255 milioni per Cogetech, 210 milioni per Snai.
Tra i dirigenti Aams sanzionati spicca con i suoi 4,8 milioni di euro l’ex direttore Giorgio Tino ma la multa più delicata è quella di 2,6 milioni per Antonio Tagliaferri, il Direttore dei Giochi di Aams che si occupa della gara in corso che dovrebbe assegnare per altri 9 anni le concessioni agli stessi operatori sanzionati, con lui.
La sentenza sarà certamente impugnata e i 2,5 miliardi di euro saranno versati solo all’esito dell’eventuale rigetto dell’apppello ma si tratta di una grande soddisfazione per il procuratore Marco Smiroldo e per il Gat della Guardia di Finanza che in totale isolamento hanno portato avanti l’indagine.
Tutto inizia nel 2004 quando il Governo Berlusconi decide di legalizzare il settore dei vecchi videopoker.
Le slot machines da bar dovrebbero essere messe in rete con il cervellone della società informatica pubblica Sogei in modo da controllare minuto per minuto quello che accade.
Il controllo della rete viene assegnato ai dieci concessionari privati selezionati dai Monopoli, gli stessi sanzionati ieri dalla Corte.
La convenzione stabiliva che per ogni ora di mancato collegamento di ogni slot il concessionario dovesse pagare una penale di 50 euro.
Per mesi, talvolta per anni, però i concessionari non hanno collegato le slot.
L’Aams scrive lettere nelle quali minaccia per esempio Atlantis di sanzioni dure, fino alla revoca della concessione, ma poi non attua le sue minacce.
Le intercettazioni telefoniche disposte in un’altra indagine dal pm Henry John Woodcock nel 2005 svelano le pressioni esercitate sull’Aams da Francesco Cosimi Proietti, deputato di An, su richiesta di Amedeo Laboccetta, allora in An e ora deputato del Pdl ma in quel momento procuratore di Atlantis in Italia.
Atlantis finanzia con 50mila euro la sua campagna elettorale del 2008 e paga negli anni alcune centinaia di migliaia di euro alla società di comunicazione della famiglia del deputato An, Francesco Cosimi Proietti.
Alla fine Aams non revoca nulla nè ad Atlantis nè alle altre società inadempienti.
I concessionari dal 2004 a 2006 non versano le tasse dovute sull’incasso reale delle slot ma su base forfetaria, come prevede la legge quando le slot sono scollegate per causa di forza maggiore.
Il sostituto procuratore della Corte dei Conti Marco Smiroldo, affida nel 2007 al Gat della Guardia di Finanza coordinato dal colonnello Umberto Rapetto il compito di verificare per quanto tempo erano state scollegate le macchinette.
I risultati sono sconvolgenti.
Sommando le ore di mancato collegamento e moltiplicandole per la multa oraria, i finanzieri arrivano a contestare più di 90 miliardi di euro.
Per anni la politica fa finta di nulla.
Il direttore Tagliaferri resta al suo posto. Le concessioni sono prorogate nonostante gli inadempimenti e Aams assegna agli stessi operatori (più altri tre) il compito di impiantare le nuove slot più redditizie, le Vlt.
Ieri la Corte non ha accolto la richiesta principale del Pm Marco Smiroldo (oltre 90 miliardi di euro), ma la subordinata, con una condanna a 2,5 miliardi per i dieci concessionari, pari all’80 per cento dell’aggio percepito dai concessionari nel periodo da settembre 2004 a gennaio 2007.
Sembra un pareggio, nella realtà è una sconfitta pesantissima.
Per le società ma soprattutto per l’Aams e anche per Mario Monti che ha appena confermato i suoi vertici.
Marco Lillo e Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX GOVERNATORE DEL VENETO ENTRA A GAMBA TESA NELLA VICENDA DELLE TESSERE FALSE CHE HA PORTATO AL COMMISSARIAMENTO DEL PARTITO A MODENA
“Basta con la commedia, le tessere sono tutte finte”. 
Lo dice Giancarlo Galan (Pdl), ex governatore del Veneto ed ex ministro della Cultura in una intervista a La Stampa.
Galan, che del Pdl è un esponente di primo piano, dice senza giri di parole quello che in realtà emerge dai numeri: le tessere sono state usate dagli aspiranti coordinatori regionali per arrivare con numeri al congresso.
Solo così si spiegano gli aumenti di iscritti in percentuali che arrivano al 150 per cento senza nemmeno una capillare campagna di tesseramento che avrebbe potuto, almeno in parte, giustificare i numeri.
Così Galan insiste: “Sono tutte tessere fasulle. Io non ho mai conosciuto un elettore che fosse anche iscritto, chissà perchè. Allora diciamoci la verità : gestire le tessere serve per gestire il potere a tutti i livelli. Arriva uno con cento tessere, tratta e porta a casa un posto nella municipalizzata. E’ un sistema perverso”.
Secondo Galan, “bisognerebbe fare i comitati elettorali, come negli Stati Uniti. Noi siamo tutti impegnati a parlare agli iscritti quando dovremmo parlare a 60 milioni di italiani”.
E su Alfano, l’ex governatore e ministro dice: “Che poteva fare? Non è facilissimo per lui. Penso ancora che sia il meglio che abbiamo per età , per la pulizia della sua storia. Non è lui, è il sistema che non va. Ci ha portato a selezionare una classe dirigente che si inventa i tesserati e magari per questo viene premiata”.
Parole di incoraggiamento ad Alfano, certo, ma anche un monito che non può passare inosservato.
Anche perchè Galan è uno dei fedelissimi di Berlusconi, quelli della prima ora, anche se ha creato non pochi problemi in quel di Arcore quando si è messo in aperta polemica con il suo successore, Luca Zaia, targato Lega Nord, una volta volato a Roma per fare il ministro dell’Agricoltura prima e quello dei Beni culturali successivamente.
“Il Pdl è il partito del popolo, non dei mafiosi e sul tesseramento non c’è stato alcun caos”, vanno ripetendo in via dell’Umiltà .
Il clima, però, nel partito resta elettrico.
Si rischia un grave danno d’immagine in vista delle amministrative e questo preoccupa Silvio Berlusconi.
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
PIRATI INFORMATICI HANNO ATTACCATO IL SITO DELL’AVVOCATO BELLUNESE COLPEVOLE, INSIEME A SCILIPOTI, DI AVER CHIESTO E OTTENUTO DALLA MAGISTRATURA LA CHIUSURA DEL PORTALE DEDICATO ALLA STRAGE DEL VAJONT
La vendetta di Anonymous non si fa attendere e colpisce il sito di Maurizio Paniz, oscurandolo e sostituendone la home page con l’ormai famosa maschera e un messaggio al deputato del Pdl colpevole di aver fatto chiudere il portale dedicato alla strage del Vajont.
Anonymous ha colpito ancora.
I pirati informatici hanno attaccato il sito di Maurizio Paniz, avvocato e deputato del Pdl che insieme a Domenico Scilipoti ha chiesto e ottenuto dalla magistratura la chiusura del portale dedicato alla strage del Vajont.
“Il giudice delle indagini preliminari di Belluno, Aldo Giancotti, ha ordinato la chiusura dell’intero portale dedicato alla strage del Vajont, costata la vita nel 1963 a 1910 persone”, ricorda AnonymousItaly in un comunicato.
Il sito, si spiega, “è ‘colpevole’ di aver scritto: ‘E se la mafia è una montagna di me… Scilipoti e Paniz sarebbero guide alpine!”.
Se l’italiano non è un’opinione, l’uso del plurale in detta frase non si rifà alle persone ma a ciò che rappresentano, quindi come prima osservazione viene da chiedersi se non sia giusto che chi giudica lo scritto non sia tenuto alla conoscenza della lingua dello scrivente”.
Inoltre, si legge ancora, “c’è da considerare il diritto degli ‘scilipoti e paniz’ sopra al diritto di migliaia di utenti che avevano come riferimento il portale oscurato; fra i documenti destinati a scomparire almeno per un periodo dalla rete, molte fotografie, interviste, e rappresentazioni teatrali come quella tenuta a febbraio dai ragazzi di uno dei paesi della comunità ancora sconvolta dal ricordo del disastro”.
Per Anonymous, che pochi giorni fa ha messo fuori uso anche il sito della Cia, “interessante è notare come la magistratura italiana abbia fatto il suo esordio censorio in rete con un portale del genere, andando a ledere il diritto primario all’informazione, come se si volesse costituire un precedente: il giudice decide cosa si puo’ scrivere e cosa si può sapere, ledendo gravemente i diritti all`informazione dei cittadini italiani che potrebbero vedere scomparire dal mondo della rete interi quotidiani, blog, portali informativi, in virtù di una o più frasi ritenute lesive dei diritti di un singolo cittadino”.
Dunque, “per queste ragioni non perdiamo l’occasione di tacere e agiamo!!!. Wikileaks dice “Informations want to be free”.
E voi cari avvocati? Oltre ai soldi e alla reputazione, un po’ di sana libertà non ve la volete godere?
A quanto pare no, quindi abbiamo deciso di farvi inc… un bel po’ iniziando un lungo processo di attacchi, che comincia proprio con http://www.mauriziopaniz.it/”, si chiude il messaggio.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NEL PIENO DEL CROLLO ECONOMICO-FINANZIARIO, GLI STIPENDI DELLE GRANDI AZIENDE EUROPEE HANNO SUBITO RIALZI DEL 20% IN SVIZZERA, DEL 22% IN GERMANIA, DEL 34% IN FRANCIA… MA I SALARI IN ITALIA SONO FERMI AL 22° POSTO, APPENA DAVANTI ALLA GRECIA
Per i patron delle grandi aziende europee, e per i loro stipendi, la crisi nel 2010 era già finita,
con buona pace dello spettro della recessione che aleggiava sull’Europa e dell’allarme di Ocse e Fmi sulla disoccupazione.
Mentre in Italia Napolitano già evocava i “sacrifici necessari” e Confindustria battagliava con i sindacati sul “rigore necessario alla crescita” che diventerà un anno dopo il mantra del presidente Monti, gli amministratori delegati delle 367 principali società quotate in Borsa del Vecchio continente hanno guadagnato, in media, 3,928 milioni di euro ciascuno.
Tutto compreso: salario fisso, bonus e premi di risultato, compensi in azioni e stock options, e benefici di varia natura.
Senza calcolare gli accordi previdenziali complementari, impossibili da quantificare con precisione a causa della scarsa trasparenza dei resoconti societari sull’argomento.
Basta, dunque, con le rinunce ai bonus e gli stipendi simbolicamente ridotti all’osso: ad appena due anni dall’inizio della crisi, i grandi capi delle aziende europee sono tornati a guadagnare quanto prima, se non di più, nonostante l’economia fosse sull’orlo di un nuovo baratro.
Nel 2010, mentre il Pil dell’area Ocse (i 34 Paesi occidentali ad economia più sviluppata) cresceva del 2,8%, e quello dell’eurozona appena dell’1,7%, i loro compensi si involavano del 20% in Svizzera, del 22% in Germania e addirittura del 34% in Francia.
Dove, nello stesso anno, i lavoratori a salario minimo garantito si sono dovuti accontentare di un aumento per adeguamento all’inflazione dell’1,7%.
La palma dei più pagati se la sono però assicurata i chief executive officer britannici, che secondo i calcoli del network Ecgs (che raggruppa una serie di società di consulenza e ricerca indipendenti, tra cui l’italiana Frontis governance) hanno totalizzato una retribuzione media pro-capite di 6,08 milioni di euro, beneficiando di un cambio favorevole alla sterlina ma soprattutto di un’impennata di bonus e stock options, le cosiddette componenti variabili.
Congelate durante la crisi per placare le ire di azionisti e risparmiatori, nonchè dei governi costretti a ricapitalizzare banche e assicurazioni sull’orlo del fallimento, nel 2010 sono tornate a fare la parte del leone negli stipendi dei top manager d’Oltremanica, fruttando a ciascuno oltre 5 milioni di euro.
Appena sotto gli inglesi, sul secondo gradino del podio, si sono accomodati gli amministratori delegati nostrani, con un compenso medio da 5,48 milioni.
Composto da 2,11 milioni di euro di retribuzione variabile tra denaro e azioni e 1,8 milioni di benefit vari (vantaggi in natura, gettoni di presenza e altre forme di compenso legate a elementi straordinari, come il completamento di operazioni finanziarie), da aggiungere a un principesco stipendio fisso: quasi 1 milione e 700 mila euro l’anno, il più elevato d’Europa.
Eppure, nelle classifiche Ocse del 2010 sul livello dei salari l’Italia era ben più in giù del primo posto: ventiduesima su 31, appena davanti alla Grecia, con una retribuzione media netta per un single senza figli a carico di 25.155 dollari, quasi 5.000 in meno della media della zona euro.
L’exploit dei patron italici è però ancora più stupefacente se si esamina un’altra classifica, quella delle retribuzioni individuali del 2010.
Qui due nostri concittadini, nomi più che noti dell’alta finanza tricolore, hanno infatti conquistato prima e seconda piazza, infliggendo agli inseguitori un distacco di tutto rispetto.
Medaglia d’oro per Alessandro Profumo, che grazie alla buonuscita da 38 milioni versatagli da Unicredit ha visto la sua retribuzione sfondare il tetto dei 40 milioni di euro.
Eppure, per l’istituto di piazza Cordusio il 2010 non era stato un buon anno: i ricavi erano calati, soprattutto nel trading, gli utili avevano fatto uno scivolone verso il basso di oltre il 22% e la filiale di risparmio gestito Pioneer, esperta in derivati, era stata messa in vendita.
Gli azionisti si erano quindi dovuti accontentare di un dividendo da 3 centesimi, con la promessa, formulata dal successore di Profumo, Federico Ghizzoni, di un 2011 più fruttuoso. Promessa non mantenuta, dato che l’anno scorso il gruppo è stato travolto dalla crisi del debito nella zona euro, ha azzerato i dividendi e annunciato il taglio di oltre 5.000 dipendenti.
Il secondo posto se l’è aggiudicato invece Sergio Marchionne, numero uno del gruppo Fiat, con 22,97 milioni di euro di retribuzione annuale 2010.
Stavolta, a pesare non sono bonus o buonuscita, ma il salario fisso, più che generoso: 3,473 milioni di euro, oltre 98 volte lo stipendio annuale medio di uno degli oltre 135mila dipendenti del gruppo torinese.
Incassato senza battere ciglio, mentre a Mirafiori si susseguivano i periodi di cassa integrazione: 420 operai della costruzione stampi e 900 delle presse tra marzo e aprile, 2.500 addetti delle linee di Idea, Musa e Punto tra maggio e giugno, di nuovo 800 delle presse a ottobre, e così via.
La top ten torna poi a parlare italiano qualche passo più in giù, al 5° posto, dove siede il bresciano Vittorio Colao, Ceo della britannica Vodafone, con un compenso da 18,126 milioni di euro.
All’ottavo posto, invece, un altro banchiere, stavolta spagnolo: Alfredo Saenz Abad, del Banco Santander, che nell’esercizio 2010 ha intascato 12,61 milioni di euro, con un salario fisso che batte tutti gli altri con oltre 3,7 milioni.
Cifra considerevole, che lo avrà certo aiutato a consolarsi per i guai con la giustizia che lo hanno travolto a inizio 2011: accusato di aver consentito la presentazione di una denuncia fasulla contro dei clienti, ai tempi in cui era il numero uno di Banesto, è stato condannato dal tribunale supremo di Madrid a tre mesi con la condizionale, più un’ammenda e l’interdizione dalla professione.
Pena successivamente ‘indultata’ e convertita in sanzione pecuniaria dal governo Zapatero, tra l’indignazione generale di stampa e opinione pubblica iberica.
Ma come arrivano i top manager a mettere insieme compensi tanto elevati anche in periodo di crisi?
Tutta colpa, spiegano gli esperti di Ecgs, dalla mancanza di controllo degli azionisti sui criteri con cui vengono calcolate le retribuzioni.
Nella maggior parte dei Paesi europei, infatti, le aziende quotate non sono obbligate a farli ratificare dall’assemblea generale, ma sono solo tenuti a renderli pubblici nel proprio rapporto annuale.
Se così non fosse, la situazione sarebbe forse diversa: quando è stato permesso loro di votare, infatti, gli azionisti si sono generalmente espressi contro i sistemi di calcolo dei compensi proposti dai cda, soprattutto quando si trattava di buonuscite per consiglieri a fine mandato e piani di attribuzione gratuita di azioni ai primi dirigenti.
Elena Fiorentino
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Febbraio 19th, 2012 Riccardo Fucile
ENTRO 15 GIORNI I TRE PARTITI DECIDERANNO IN MATERIA DI POTERI DEL PREMIER, RIFORMA DELLA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE, BICAMERALISMO E FIDUCIA COSTRUTTIVA
Mini-taglio del 20 per cento, circa 200 seggi in meno, anzichè l`annunciato dimezzamento del numero dei parlamentari.
Nuovi poteri del premier, una sola Camera per approvare le leggi, sfiducia costruttiva ossia il governo va a casa solo se si trova una nuova maggioranza.
Sono queste le basi dell`intesa raggiunta nel vertice tra Alfano, Bersani e Casini con gli esperti dei rispettivi partiti.
Entro 15 giorni si deve arrivare alla scrittura di un testo unico da parte di Pdl, Pd e Terzo polo.
Sarà una legge costituzionale che comincerà il suo cammino al Senato e ha bisogno di quattro votazioni per arrivare in porto.
Fini e Schifani dicono: «Ce la possiamo fare».
E la cancellazione del Porcellum?
La discussione sulla legge elettorale viene rinviata a dopo le amministrative.
La tornata elettorale darà qualche risposta più precisa sulle alleanze che tengono e quelle che invece vanno in frantumi.
Le posizioni quindi restano per il momento congelate. Alfano invoca ancora l`indicazione del premier. ll Pd non si fida e teme che le riforme istituzionali possano nascondere una trappola: non fare nulla contro il Parlamento dei nominati.
Però ci sono passi avanti anche in questa direzione. Passi che spiazzano Idv e Sel per esempio. ll Terzo polo non si è fatto sorprendere da un sistema tedesco con correzioni maggioritarie che favorisce i primi due partiti ma aiuta anche Casini e il suo partito, che si sentono in crescita, a mantenere un ruolo cruciale.
Passi avanti anche sulla revisione del Porcellum in favore di un sistema tedesco con correzione maggioritaria
Alfano, Bersani e Casini, ma anche gli altri partiti sono d`accordo, hanno deciso che gli inquilini di Montecitorio debbano scendere a 500 a partire dalla prossima legislatura.
Taglio anche per i senatori: da 315 dovrebbero diventare 250.
Se si trovasse anche l`intesa su un modello elettorale ispano-tedesco, alla Camera 464 deputati sarebbero eletti con un sistema misto uninominale-proporzionale e uno sbarramento del4- 5%.
Altri 14 seggi andrebbero ai partiti minori come” diritto di tribuna”, mentre 12 resterebbero per l`estero.
Circa 10 seggi poi verrebbero trasformati in un piccolo premio di maggioranza..
Anche il Senato userebbe la stessa ripartizione.
La riforma del bicameralismo perfetto prevede il passaggio ad un “bicameralismo funzionale”. In pratica ogni due mesi le capigruppo di Camera e Senato stilano un calendario delle proposte da discutere nelle rispettive aule e poi affidano i provvedimenti a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Una volta approvato la legge in un ramo del Parlamento l`altro ramo ha 15 giorni di tempo per “richiamarla” ed esaminarla a sua volta.
Dopo 30 giorni la deve comunque licenziare, mal`ultima parola spetta al ramo che lo ha approvato.
Solo questa camera può approvarlo definitivamente.
Un meccanismo che sicuramente non piacerà alla Lega e a chi ha sempre puntato sul Senato come Camera delle Regioni, espressione delle realtà regionali e locali.
Il progetto di riforme costituzionali su cui è stata trovata l`intesa dalla maggioranza di governo prevede l`introduzione del meccanismo della sfiducia costruttiva.
Un meccanismo, per esempio, in vigore nel sistema costituzionale tedesco.
In parole povere il governo nasce da un voto di fiducia del Parlamento riunito in seduta comune e muore con un voto di sfiducia del Parlamento riunito in seduta comune.
Questo vuol dire che al momento del voto deve esistere una nuova maggioranza parlamentare che sostituisce o rafforza la precedente.
Un`ipotesi che mette in discussione il”credo” del govemo e del premier eletto con la sua maggioranza, un modello senza alternative che in caso di crisi prevede, in linea teorica, solo il ritorno alle urne.
Uno degli aspetti meno appariscenti, ma fondamentale della discussione sulle riforme e la legge elettorale è quello della revisione dei regolamenti parlamentari.
L`obiettivo che si vuole raggiungere è di dare al governo delle corsie preferenziali per i progetti che debbono realizzare il suo programma.
Corsie che devono assicurare all`esecutivo tempi certi per l’approvazione dei provvedimenti. Questo dovrebbe portare alla razionalizzazione del ricorso ai decreti legge.
La modifica dei regolamenti potrebbe incidere anche sui meccanismi di formazione dei gruppi parlamentari, impedendo la frammentazione e il passaggio da un gruppo all`altro.
Cambia anche il potere del premier.
Oltre all`indicazione dei ministri, che vengono poi nominati dal capo dello Stato, il presidente del Consiglio, ed è questa la novità , avrà anche il potere di revoca.
Per dire, con questa riforma Berlusconi avrebbe potuto dare il benservito al ministro dell`Econormia Tremonti.
Al nuovo governo la fiducia verrà votata la prima volta da Camera e Senato riuniti in seduta comune.
Nella bozza è prevista la modifica dell`articolo 117 della Costituzione che regola le competenze di Stato e Regioni. La maggioranza vuole dare più poteri allo Stato ed evitare conflitti davanti alla Consulta sulle infrastrutture, dalle strade ai porti.
La discussione sulla legge elettorale è stata rinviata a dopo le amministrative.
Con qualche sospetto del Partito democratico che teme sempre l`affetto nutrito dal Pdl per il Porcellum.
In realtà un`intesa di massima è già stata raggiunta.
Prevede un sistema in cui i 150 per cento dei parlamentari viene eletto con i collegi uninominali e il restante 50 con il proporzionale.
E un sistema che si avvicina molto al modello tedesco ma che grazie a collegi piccoli e soglia di sbarramento alta favorisce i partiti maggiori.
Il Terzo polo non la teme perchè sente di essere in crescita.
Si dovrà discutere se garantire alle forze minori un diritto di tribuna.
Silvio Buzzanca e Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 18th, 2012 Riccardo Fucile
IL CENTRODESTRA GENOVESE COMINCIA A INTERROGARSI SULLA DENUNCIA DI “LIGURIA FUTURISTA” CIRCA LA MANCANZA DEI SIMBOLI DI UDC E FLI NELL’APPOGGIO AL CANDIDATO ENRICO MUSSO…
L’esperimento Musso-Terzo Polo, oltre ad aver disorientato del tutto il Popolo della
Libertà genovese, riesce a fornire diverse chiavi di lettura da parte dei protagonisti della politica cittadina nell’area moderata.
Tutti quelli che, dopo la vittoria di Marco Doria alle primarie del centrosinistra, avevano pensato alla possibilità di ricompattare tutte le forze politiche alternative alla sinistra intorno ad un unico volto.
Una grande alleanza alla quale aveva risposto «no, grazie» per primo Enrico Musso definendola un’ammucchiata e sulla quale ha chiuso ogni ragionamento anche l’Udc con la scelta di confluire nella lista civica messa in cantiere dalla Fondazione Oltremare.
Scelta che non tutte le anime del Terzo Polo hanno condiviso: l’Api di Rutelli non ha ancora ufficializzato il suo appoggio al senatore liberale, mentre l’associazione Liguria Futurista, corrente di Futuro e Libertà , legge dietro a questo accordo un clamoroso «trappolone» per Fli e per lo stesso Musso.
La teoria dei futuristi si basa sui dati delle scorse amministrative e cerca di dimostrare che il Terzo Polo avrebbe un valore aggiunto che non supererà il 5 per cento e al quale potrebbe aggiungersi un 12 per cento raccolto dagli elettori duri e puri dell’ex esponente Pdl.
E qui Monteleone potrebbe organizzare il proprio «trappolone»: «Il segretario ligure Udc punterà secco su due candidati e riuscirà a farli eleggere sfruttando la lista civica, mentre se si fosse presentato da solo ne avrebbe raccolto solo uno – è la ricostruzione di Liguria Futurista.
Non solo: “Alla base Udc locale che vedeva meglio un’alleanza con Doria, il segretario regionale Monteleone potrà dire di usare pure il voto disgiunto per il sindaco, indicando il candidato della sinistra».
Conseguenza dell’argomentazione è che “chi si è adoperato per la lista civica di Musso rischia di non entrare nella sala rossa di palazzo Tursi a tutto vantaggio degli ultimi arrivati dell’Udc”
Senza contare che, in caso di vittoria di Doria, in un secondo momento «gli eletti Udc potrebbero poi riposizionarsi con la sinistra».
Federico Casabella
(da “Il Giornale”)
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