Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile
ANCHE BIZZARRE TRANSAZIONI, INVENTARI INCOMPLETI, CREDITORI INSODDISFATTI NEL CAOS DELLA GESTIONE DEL PATRIMONIO DELLA FONDAZIONE AN
Ieri c’erano gli spalloni. Oggi le transazioni bancarie. Tra la Svizzera degli anni ’70 e l’Italia dei nostri giorni, passa la storia minima della politica contemporanea.
I quasi quattro milioni di euro che la Fondazione An prestò al Pdl il 23 marzo del 2010 tornarono quasi sei mesi dopo dall’estero.
Aveva il Pdl un conto corrente oltrefrontiera in Svizzera, Liechtenstein o Montecarlo?
Sulla vicenda dei 26 milioni di euro scomparsi in due anni (2009-11) dalle casse dell’associazione Alleanza Nazionale irrompe un’ombra straniera.
Uno strano bonifico datato sei agosto 2010.
Tremilionisettecentocinquantamila euro restituiti dal Pdl alla “Fondazione Alleanza Nazionale” a neanche sei mesi dal prestito della stessa cifra.
Un altro mese di attesa per veder accreditata la cifra a inizio settembre.
Un’operazione opaca che sulla ricevuta della Bnl appare come “bonifico estero” e come giustificazione ha una dicitura simile: “A seguito bonifico dall’estero” che fa pensare a una presunta triangolazione bancaria tra un’istituto europeo, il forziere italiano del Pdl (Il Montepaschi di Siena) e quello dell’ex An (la Bnl).
Il ritardo di trenta giorni tra l’ordine originario e l’accredito del pagamento dipendeva dalle difficoltà incontrate (la cifra era rilevante) nell’aggiramento della legge denominata curiosamente “Pds” sulla trasparenza bancaria del marzo dello stesso anno?
O ancora, l’ordinante era un non residente in Italia che aveva utilizzato una piattaforma estera con un “conto euro non residenti”?
Domande che si susseguono, mentre dopo le reciproche denunce, lo stato di un’associazione nata sulle ceneri dell’ultimo congresso di An della primavera 2009 in cui il partito confluì nel Pdl, si sposta dal profilo civile a quello penale.
Non solo a Roma, ma in tutta Italia.
Non finirà qui anche se dietro i proclami, tra duellanti (finiani e filoberlusconiani) si cerca un accordo, forse tardivo, che non lasci entrambe le fazioni a mani vuote.
Nel frattempo dall’immenso incartamento sull’ultimo biennio della fondazione emergono pagine ambigue.
L’inventario dei beni, ad esempio.
Sessant’anni di tormentata storia repubblicana fatta di sezioni, palazzi e donazioni per ottenerne in tutto due, datate marzo 2009 e novembre 2011, che definire scarne è generoso. Due fogli non firmati nè siglati da alcun legale rappresentante o soggetto legittimato in cui i beni dell’ex Msi constano in tre quote di società immobiliari, 4 unità abitative, un terreno a Monterotondo, due autovetture, una ventina di computer e qualche frigorifero.
Insipienza, mancata catalogazione o sparizione?
E poi ancora, più in là dei soldi spesi in parcelle degli avvocati, stornati per spese a favore delle regionali del Pdl o per accontentare gli ex elementi della Federazione romana che erano arrivati a pignorare un appartamento di proprietà del sindaco di Roma Gianni Alemanno, una lista di creditori insoddisfatti.
Personale dipendente che negli anni matura Tfr non saldati.
Nel marzo 2009 sono in 43, per un totale di quasi 800.000 euro.
Due anni più tardi, nel novembre 2011 gli “insoddisfatti” sono diventati 23 e tra i loro nomi, a dimostrazione che le famiglie discutono, ma non si abbandonano mai, nomi che rimandano al passato. Abbatangelo Ione, figlia di Massimo, ad esempio.
Un padre dal curriculum non comune.
Sua figlia lavora con il partito che nel 2009 le deve 10.255 euro. Due anni dopo Ione ha quasi estinto il debito. Deve ottenerne poco meno di duemila.
Altra debitrice dell’associazione è Rachele Mussolini, nipote di Benito, 36 anni, figlia di Romano, quartogenito del capo di un Fascismo che non dimentica mai le sue radici.
C’è anche spazio per il rispetto della parola data da Almirante ai familiari di Francesco Cecchin, martire della destra, ucciso barbaramente nel ’79 a 17 anni.
Sua sorella Maria Carla lavora per An. Nel 2009 le devono 34 mila euro.
Due anni dopo, nulla.
La Fondazione finanziava anche le cellule in vitro dei giovani pidiellini.
Si legge infatti in una nota presentata in sede civile e allegata alla denuncia dell’avvocato e parlamentare Antonio Buonfiglio e della segretaria di Gianfranco Fini, Rita Marino, che “il 29 giugno 2009, il comitato dei garanti volle destinare imprecisati finanziamenti ad organizzazioni giovanili del Pdl (…) e al contempo, espresse una disponibilità di massima alla luce dei preventivi di spesa che sarebbero stati presentati con riferimento ad Atreju”.
Una festa nazionale che ogni anno, tra uno scherzo e l’altro di Giorgia Meloni, a estate quasi tramontata, raggruppa giovani di destra e stato maggiore del Pdl.
Tra denari mancanti e risse tra ex fratelli, non è più tempo di bottiglie stappate
Alessandro Ferrucci, Malcom Pagani e Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile
LO STATO RIMANE CREDITORE DI UNA SCATOLA GIA’ SVUOTATA… L’AUTORE DELLA NORMA SULLA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI NE HA DI COSE DA CHIARIRE
Il 4 febbraio scorso il Fatto Quotidiano pubblica l’articolo dal titolo “Pini evasore a sua insaputa”
in cui, tra l’altro, ricostruisce la storia della Nikenny Corporation srl — di cui l’onorevole leghista Pini, autore dell’emendamento sulla responsabilità civile dei magistrati, è socio di maggioranza e procuratore institore — debitrice allo Stato di circa 2 milioni di euro per imposte accertate. L’onorevole leghista Gianluca Pini ci invia una richiesta di rettifica in cui senza entrare nel merito dei fatti, accusa noi e i magistrati di utilizzare “metodi mafiosi” per “sputtanarlo politicamente”.
Lettera che abbiamo pubblicato sul sito e che non rettifica nulla, ma ci diffama.
Invece Pini scrive il contrario su Facebook e Twitter: “Naturalmente al Fatto sono troppo democratici e non han pubblicato la mia risposta. E il direttore si nega al telefono. Che coraggio eh?”, suscitando i commenti di “barbari sognanti” (i seguaci di Roberto Maroni) del tipo: “È un giornale con cui non vale la pena neanche di pulirsi il c… forse i giornalisti che ci lavorano ci si possono pulire la bocca… infami non forniti di materia umana persevera e vediamo se è rimasto loro anche un solo spigolo che non sia ostruito dal fango”.
L’onorevole Pini continua a ripetere che lui è parte lesa, che è stato truffato. Ne prendiamo atto, ma questa è la storia.
L’onorevole Pini è socio di maggioranza relativa al 40 % con carica di procuratore institore (dal 29 maggio 2002 al primo dicembre 2010) della società Nikenny Corporation srl (che passa dal commercio di apparecchiature elettromeccaniche all’importazione di caffè al ginseng dalla Malesia) costituita il 19 aprile 2002.
Amministratrice unica è Alessia Ferrari socia al 30 %; altri due soci con il 15 % ciascuno sono il leghista Avio Bellagamba e Maurizio Parma del consiglio provinciale della Lega Nord di Piacenza.
Nel 2004 la Guardia di Finanza scopre che “al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, la società ha utilizzato fatture per operazioni inesistenti per l’anno 2004 per complessivi euro 1. 419. 044 (fatture emesse dalla Tech Line srl) e nell’anno 2003 per fatture emesse dalla Full Service srl per euro 627, 00 e ha emesso fatture alla Full Service per euro 217. 243, 61”.
A risponderne penalmente è l’amministratore unico, Alessia Ferrari, il processo in corso cadrà in prescrizione.
A questo punto Pini, già deputato della Lega Nord — quella che tuona contro “Roma ladrona” per intenderci — cosa fa?
Escogita un piano per salvare la propria attività dall’aggressione dello Stato creditore.
Il 28 dicembre 2010, mentre la Nikenny Corporation è ancora attiva, costituisce la Gold Choice Europe srl, sempre per l’importazione di caffè: Pini è l’amministratore e il socio di maggioranza, mentre il socio di minoranza è Paola Ragazzini anche lei leghista e sua compagna, tecnico di laboratorio alla Usl di Ravenna in aspettativa per ragioni familiari fino al prossimo 31 agosto.
All’insaputa dell’amministratrice unica Ferrari, Pini vi trasferisce l’attività della Nikenny Corporation srl trasformando di fatto la società debitrice allo Stato per quasi 2 milioni di euro in una scatola vuota.
Prova del trasferimento dell’attività è il contratto di esclusiva con lo stesso fornitore di caffè malese della Nikenny Corporation.
Non sappiamo come l’avrà presa Alessia Ferrari, quando ha scoperto di essere diventata amministratore unico di una “scatola vuota”; probabilmente maluccio visto che il 14 febbraio 2011 viene destituita dall’assemblea dei soci (ricordiamo che Pini ha il 40 %) e sostituita da Elvio Bagnara, anche lui leghista nonchè magazziniere della Nikenny Corporation srl.
La società viene quindi messa in liquidazione. Indovinate chi viene nominato liquidatore?
L’amministratore-magazziniere Elvio Bagnara che somiglia tanto alla classica “testa di legno”.
Un’operazione perfetta per non onorare il debito milionario.
Sempre che il creditore, cioè lo Stato, per riprendersi ciò che gli spetta, non mandi la Guardia di Finanza, o l’Ufficio delle Entrate a bussare alla porta della Gold Choise Europe srl, società al 90 % di Pini dove è stata trasferita l’attività della società debitrice per quasi 2 milioni di euro (che in questi tempi di crisi non farebbero male alle casse pubbliche).
Fin qui i fatti tutti documentati.
Se l’onorevole Pini volesse risponderci su questi fatti, saremmo ben lieti di ospitare una sua replica.
Riassumiamo gli interrogativi per agevolarlo.
1) Se, come afferma, è parte lesa in quanto non aveva alcun potere nella Nikenny Corporation e non curava i rapporti con i fornitori, come ha fatto a svuotare in un baleno la società debitrice allo Stato per circa 2 milioni di euro trasferendo, all’insaputa dell’amministratrice, l’intera attività alla nuova società ?
2) Come mai era lui, e non l’amministratrice Ferrari, a firmare il contratto di esclusiva con il fornitore malese di caffè, esclusiva passata alla sua Gold Choice Europe srl?
3) A quale titolo, allora, utilizzava la carta di credito intestata alla società che pagava mensilmente estratti conto di 1. 000 o 1. 600 euro?
4) A quale titolo ha fatto acquistare dalla società per circa 90 mila euro una Bmw X 6 con cui andava e va ancora in giro (non sappiamo se ora l’auto sia intestata alla nuova società ), non pagando, tra l’altro, multe per 4. 300 euro? 5) A quale titolo usava il cellulare intestato alla società che pagava bollette di 2 mila euro a volta?
6) A quale titolo faceva intestare dal ristorante Don Abbondio di Forlì le fatture dei suoi pranzi e delle sue cene alla società di cui, come sostiene, era solo socio di capitale?
In sintesi: se l’onorevole non aveva alcun potere nella Nikenny Corporation, come mai quanto meno fino all’ 11 luglio del 2011, giorno in cui è stata messa in liquidazione, ha goduto di tutti questi fringe benefits, sui quali, tra l’altro, si dovrebbero anche pagare le relative tasse?
Infine, l’onorevole nella lettera al Fatto scrive: “Dalla data della mia prima elezione non ho più svolto il ruolo di procuratore o amministratore di alcuna ditta e quello al quale si fa riferimento nel pezzo è stato rimesso nel 2009”. Ma le date non tornano: come forse l’onorevole Pini saprà , l’onorevole Pini è stato eletto deputato nell’aprile del 2006 e si è dimesso da procuratore institore della Nikenny Corporation srl il primo dicembre del 2010, esattamente 27 giorni prima della costituzione della Gold Choice Europe srl. L’on. Pini parla mai con l’on. Pini?
(da”Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile
LA MACCHINA PUBBLICA, LA FINANZA E GLI ACCCERTAMENTI: IL SETTORE SANITARIO RIMANE IN TESTA ALLA CLASSIFICA DI SPRECHI E RUBERIE
In tre anni hanno provocato un «buco» nel bilancio dello Stato pari a 6 miliardi e 250 milioni di euro, quasi un terzo della manovra da 20 miliardi già varata dal governo di Mario Monti per il 2012.
Sono i dipendenti pubblici accusati di danno erariale, dopo essere finiti sotto inchiesta per reati che vanno dalla corruzione alla truffa, dall’omissione in atti d’ufficio all’abuso.
Ma anche per semplici «negligenze» nello svolgimento delle proprie mansioni. Funzionari e impiegati che sfruttano il lavoro dei propri colleghi e nella maggior parte dei casi riescono ad arricchirsi.
Complessivamente, 14.327 persone che tra il 2009 e il 2011 sono state «segnalate» dalla Guardia di Finanza alla Corte dei Conti e per molte di loro è scattata anche la denuncia penale.
Si tratta di una minoranza, ma capace di mandare in crisi il bilancio.
Soltanto nell’ultimo anno sono state 883 le «ispezioni» effettuate dai finanzieri, 4.148 le «segnalazioni» per una «perdita» quantificata in un miliardo e 841 milioni di euro.
Il settore della spesa sanitaria rimane in cima alla lista degli sprechi e delle ruberie, ma molti altri sono i campi dove la «cattiva gestione» si mescola all’illecito.
Uno è certamente quello delle case popolari, amministrate spesso con l’obiettivo di favorire parenti, amici e potenti.
E poi c’è il mercato delle consulenze, con amministrazioni locali che addirittura sostituiscono i dipendenti con «esperti» ingaggiati all’esterno e pagati con parcelle da capogiro.
E proprio sull’attività di controllo nel settore della spesa pubblica che – al pari dell’evasione fiscale – si concentrerà l’attenzione investigativa della Finanza anche nel 2012 come ha ribadito nella sua direttiva il comandante generale Nino Di Paolo, proprio alla luce dei risultati ottenuti.
A Catania il direttore dell’Ente Case Popolari aveva assegnato un negozio a suo figlio – che non ne aveva diritto – e non si è preoccupato di allegare neanche la richiesta, tantomeno di riscuotere il canone.
Del resto sono moltissimi gli alloggi che aveva concesso a parenti e amici e alla fine ha provocato un danno di 42 milioni di euro.
Grave è anche il «buco» causato da 21 tra amministratori comunali e responsabili di un altro Istituto case popolari che hanno consentito a numerosi inquilini di prendere possesso degli immobili, ma non hanno mai stipulato con loro un contratto di locazione e alla fine non hanno potuto pretendere neanche un euro.
C’è anche il caso di un ente con 83 milioni di affitti non riscossi e lì per cercare, inutilmente, di recuperarli è stata autorizzata una consulenza legale che ha provocato un ulteriore esborso di tre milioni di euro.
Altri problemi sono stati riscontrati dai finanzieri al momento di censire gli appartamenti lasciati vuoti. In un caso si è scoperto che c’erano 50 alloggi popolari pronti da anni e mai utilizzati: il mancato introito verificato è stato di due milioni di euro, da sommare alle spese di ristrutturazione per renderli nuovamente abitabili dopo anni di abbandono.
Numerose indagini sono state avviate pure sulla «cartolarizzazione» degli stabili perchè al momento della cessione è stato determinato un prezzo molto inferiore al valore di mercato. Fatti i conti, l’ammanco complessivo per il 2010 e il 2011 è stato di 170 milioni di euro con 70 persone denunciate alla Corte dei Conti e 34 alla magistratura ordinaria.
I casi più frequenti di «danno» sono quelli dei medici che lavorano per il Servizio sanitario nazionale e senza autorizzazione svolgono anche attività privata.
Negli ultimi due anni, denunciano i finanzieri, «le verifiche per le prestazioni mediche “intramoenia” hanno consentito di scoprire un danno pari a 172 milioni di euro e di deferire ai giudici contabili 190 dipendenti, mentre nei confronti di 71 è scattata anche la denuncia penale». Il record di quest’anno spetta a un primario che ha svolto oltre 3.500 visite presso il proprio studio privato senza naturalmente dichiarare i relativi ricavi.
Alcuni suoi colleghi di una Asl che percepivano le indennità di esclusiva, uscivano per andare a visitare i pazienti, ma per giustificare le assenze presentavano falsi contratti per attestare che andavano a insegnare.
Il «sistema» è stato sfruttato in maniera costante in Calabria: i finanzieri hanno denunciato alla Corte dei Conti 115 medici e 25 impiegati della Asp di Catanzaro contestando loro un danno complessivo di 12 milioni di euro. Il meccanismo di illecito riguarda la «Alpi», vale a dire l’attività libero professionale intramuraria.
Chi l’accetta può svolgere lavori esterni soltanto in casi particolari e con il «visto» del dirigente. E invece si è scoperto che nessuno effettuava i controlli e questo ha consentito al personale ora finito sotto inchiesta di lavorare fuori e di svolgere l’attività privata addirittura all’interno di una clinica che non aveva le autorizzazioni per alcune prestazioni che invece venivano effettuate. Altrettanto grave è il caso di tre medici che dichiaravano sul foglio presenza di essere al lavoro, mentre facevano visite nei propri studi privati dall’altra parte della città o addirittura in un’altra provincia.
La «segnalazione» delle Fiamme Gialle ai giudici contabili riguarda incassi «in nero» per 200 mila euro, ma è stata presentata anche una denuncia penale per truffa.
Stesso reato è stato contestato ad alcuni specialisti che utilizzavano Tac e risonanze magnetiche delle strutture pubbliche per i propri pazienti privati.
Truffa, falso e concussione sono gli illeciti addebitati ad alcuni dottori che lavoravano in una struttura ispettiva sull’igiene e la sicurezza negli ambienti di lavoro e avevano accettato consulenze da quelle stesse aziende che dovevano tenere sotto controllo.
Onorario concordato: mezzo milione di euro, oltre a docenze e corsi di formazioni pagati a parte.
Al momento appare inspiegabile il comportamento del direttore sanitario di un ospedale che, come viene sottolineato nella relazione della Guardia di Finanza «ha autorizzato personale sanitario dipendente all’esercizio dell’attività libero professionale intramuraria ambulatoriale presso strutture private non accreditate, pur avendo a disposizione spazi realizzati ad hoc utilizzando un finanziamento pubblico di quasi 700 mila euro».
Il caso più eclatante è certamente quello di un Comune che – nonostante potesse contare su un ufficio legale interno – aveva affidato incarichi esterni per un’attività che, come hanno riscontrato le Fiamme Gialle, era «seriale, superflua e svolta soltanto formalmente».
Questo non ha comunque impedito un esborso di ben 21 milioni di euro.
Nel dossier si evidenzia come quello dei lavori affidati a personale non dipendente sia ormai un vero e proprio «sistema» che consente agli alti funzionari di gratificare amici e parenti con un danno per il bilancio da centinaia di milioni di euro e soprattutto a discapito di quegli «esperti» interni che potrebbero svolgere perfettamente le stesse mansioni.
Fiorenza Sarzanini –
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NICOLA CRISTALDI, PRIMO CITTADINO DI MAZARA DEL VALLO, OLTRE AI SOLDI PER IL SUO INCRICO PERCEPISCVE ANCHE QUELLI DI EX PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA E DI EX DEPUTATO…”VUOI CHE GOVERNI E LO FACCIA BENE? E ALLORA PAGA”
Un vero professionista se è bravo si deve far pagare. “Faccio politica che avevo trent’anni. Sono
efficiente, creativo, disponibile all’ascolto, prudente quando serve ma testardo e controcorrente quando è necessario. Penso al bene comune ventiquattro ore al giorno e non bado alla popolarità . Non rubo, non sono sleale, non mi faccio corrompere. Io produco opere, e le accompagno con le parole, con il sentimento. Non sono un mediocre. E la mia fatica va ripagata. Di professionisti capaci non ne vedo in giro. Le apparirò presuntuoso, invece sono soltanto consapevole della mia forza, delle mie capacità “.
Nicola Cristaldi è sindaco di Mazara del Vallo. Ha appena ritoccato del 30 per cento la sua indennità di sindaco.
“L’ho restituita al suo antico ma modesto splendore. Lo sforamento del patto di stabilità aveva provocato una decurtazione del compenso. Il raggiungimento dei parametri vitali mi ha permesso di rivederlo integro, per quanto piccino”.
Sono 4817 euro al mese, non proprio uno stipendio da fame.
“Ancora troppo pochi, ancora niente per quello che faccio, per il lavoro che produco, per i sacrifici e lo stress di una vita di corsa”.
Missino di fede, Cristaldi ha soggiornato in tutti i palazzi del potere. Consigliere comunale della sua città , poi deputato regionale, presidente dell’Assemblea siciliana.
“Grande stagione, grandissime soddisfazioni e tanto lavoro, tante emozioni”. Le emozioni valgono un altro bonus
Lei prende ulteriori 3500 euro come vitalizio regionale. “Molti di più dovrei averne. Sono stato presidente dell’Assemblea, ho versato i miei contributi. Ah dimenticavo di dirle che sono stato anche sindaco di Calatafimi. Dieci anni”.
Pochi contributi. “Tanti contributi. Con la Regione sarò sempre in credito. Faccio una proposta: restituisco il vitalizio a patto che mi vengano stornati i soldi destinati alla previdenza. Ci guadagnerei parecchio”.
Cristaldi ha varie passioni.
Ai baffi aggiunge quella per Federico II. Alla storia dei normanni coniuga poi l’amore per le moto. Possiede una Guzzi 125 Scrambler, una 850 Le Mans, una 750 Nevada. Poi le auto d’epoca: una Mercedes del 1959, una Triumph del 1969.
“Mi piace vivere. Il mio conto in banca è sistematicamente in rosso. E la cosa mi provoca felicità , energia”.
Guadagna molto, ma spende molto. “Guadagno molto?”. I suoi ex colleghi parlamentari si sono incamminati verso una vita di castità e di privazioni.
“Perchè sono degli ignavi, degli incapaci, dei populisti. Non hanno ambizione, non hanno personalità , non hanno competenze. Sono dei nulla. E i nulla si rifugiano nell’ombra. Io invece non devo temere alcunchè. Sono bravo di mio, come le ho detto”.
A dicembre se l’è filata da Montecitorio per agguantare il secondo vitalizio, quello da deputato: altri 5839 euro mensili.
“Agguantare? Sono andato via perchè una sentenza della Corte costituzionale lo imponeva. Dovevo optare ed ho optato per il municipio di Mazara. Il secondo vitalizio è mio e me lo tengo ben stretto”.
Indennità , più vitalizio regionale, più vitalizio nazionale. “Troppo pochi soldi, ancora troppo pochi. Tu vuoi che governi e lo faccia bene? E allora paga”.
Antonello Caporale
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
COMPARE UN ALTRO IMMOBILE DA DUE MILIONI DI EURO SEMPRE DELL’IMMOBILIARE PARADISO
Dopo via di Monserrato e la tenuta seicentesca di Genzano, nell’affare Lusi balla ora un terzo immobile.
Una seconda villa ai Castelli del valore di circa 2 milioni di euro di cui risulta proprietaria la “Immobiliare Paradiso”, la società cui l’ex tesoriere della Margherita aveva già intestato la proprietà della principesca residenza di Genzano e che controllava direttamente attraverso la “TTT “, la srl utilizzata per drenare i 13 milioni e 600 mila euro dalle casse del partito.
La “scoperta” della Procura di Roma e del Nucleo di polizia Tributaria è delle ultime ventiquattr’ore.
Frutto dell’approfondimento dell’analisi dei conti bancari della “TTT srl”, la cassaforte che custodisce i segreti dell’ex tesoriere.
Dove per segreti, si devono intendere tanto le proprietà che Lusi aveva deciso di occultare, quanto, verosimilmente, i finanziamenti che riteneva di dover dissimulare.
Per quanto ne riferiscono qualificate fonti investigative, il lavoro di accertamento su questa terza proprietà non è ancora concluso.
La Finanza sta infatti verificando con esattezza se le provviste utilizzate per l’acquisto di questo secondo immobile ai Castelli provengano per intero, o solo in parte, dal “nero” che Lusi aveva convogliato sulla sua “TTT srl.”.
“Diciamo – spiega un investigatore – che il periodo e le modalità finanziarie di acquisto della villa ci fanno ragionevolmente ritenere in questa fase che l’immobile
possa essere messo in carico all’appropriazione indebita su cui stiamo procedendo”.
E’ un fatto che ogni giorno di indagine che passa allontana il fondo di questa storia. A conferma di una “verità parziale” nella repentina confessione di Lusi.
Che, peraltro, verrà ulteriormente messa alla prova di qui in avanti dall’esame incrociato tra le voci dei rendiconti finanziari del partito nel quinquennio 2007-2011 e la movimentazione dei due conti correnti Bnl su cui sono complessivamente transitati in quel periodo oltre 120 milioni di euro.
Documentazione bancaria, quest’ultima, che ieri, come ha confermato in una conferenza stampa Francesco Rutelli, è stata consegnata alla Procura con un’ennesima richiesta pubblica di “privacy sulla vita politica e le scelte del partito”.
Detto altrimenti, con una raccomandazione al “segreto” sull’identità di chi, nel tempo, ha percepito fondi dalla Margherita per finanziare la propria attività politica (“Una pretesa inquietante – hanno chiosato i senatori del Pd Francesco Ferrante e Roberto Della Seta – che sembra qualificare come inconfessabili i criteri e le modalità di utilizzo di soldi che la Margherita, come ogni altro partito vivo o defunto, ha ricevuto dallo Stato e dunque dai contribuenti”).
Del resto, che la vicenda sia destinata a camminare, giudiziariamente, come politicamente, lo dimostra la foga polemica e allusiva con cui lo stesso Rutelli ha chiesto ieri pubblicamente conto dei motivi per cui “non ci si interroghi oltre che sui bilanci della Margherita anche sul perchè non vengano dismesse le disponibilità immobiliari dei Ds”, altro partito “defunto”.
Nonchè delle ragioni per cui “si dimentichi”, in casa Pd, che “Lusi è un autorevole senatore che ha stipulato il favorevole contratto di affitto del Pd per la sua sede nazionale al Nazareno”.
“Noi – ha aggiunto l’ex segretario politico della Margherita – andremo comunque fino in fondo. Ci batteremo in sede giudiziaria per avere indietro i soldi fino all’ultimo euro (al momento, la trattativa con Lusi per la restituzione parziale di 5 milioni non sembra destinata a definirsi in tempi brevi ndr.). E la magistratura accerterà se Lusi ha avuto dei complici. Ma ci batteremo anche perchè un caso Lusi non accada mai più. Ho infatti personalmente discusso con il Presidente del Consiglio Monti, con il ministro Giarda, e con i Presidenti di Camera e Senato di un emendamento che presenterò al decreto legge sulle liberalizzazioni che modifica la disciplina del controllo sui bilanci dei partiti e su cui spero di avere un parere positivo dell’esecutivo e trovare l’appoggio di tutti”.
Si tratta di una nuova norma che prevede la verifica dei rendiconti finanziari da parte di società di certificazione indipendenti iscritte all’albo speciale dei revisori, nonchè di un collegio ufficiale e non rinnovabile di 5 revisori dei conti (due dei quali individuati tra i presidenti di sezione della Corte dei Conti e uno tra i dirigenti di prima fascia del Ministero dell’Economia) scelti in ogni legislatura dai Presidenti delle Camere.
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’UNIVERSITA’, DOPO MOGLIE E FIGLIA, ANCHE IL FIGLIO DEL RETTORE
«Parentopoli? Ma perchè non parlate di “Ignorantopoli”? Questo è il vero problema dell’università
italiana. Voi giornalisti fate solo folklore!», sibilò il rettore della Sapienza Luigi Frati al nostro Nino Luca.
Ma la Procura non è d’accordo: papà , mamma, figlia e figlio docenti nella stessa facoltà sono troppi, come coincidenze.
E sull’arrivo dell’ultimo Frati a Medicina ha aperto un fascicolo. Tanto più che «Parentopoli» e «Ignorantopoli», dicono le classifiche internazionali, possono coincidere.
Il rettore di quello che sul Web si vanta di essere il più grande ateneo italiano (nel senso di più affollato: 143 mila studenti, pari all’intera popolazione di Salerno o quelle di due capoluoghi come L’Aquila e Potenza insieme) era da tempo nel mirino di chi denuncia certi vizi del nostro sistema universitario.
Senese, un passato da sindacalista, uomo dalla capacità funambolica di fluttuare tra destra e sinistra, preside per un’eternità di Medicina dal lontano 1990 in cui Gava era ministro degli Interni e Chiesa si occupava amorevolmente dei vecchi ospiti del Pio Albergo Trivulzio e «altro», quello che i suoi studenti più perfidi hanno soprannominato «BaronFrati», è da sempre un uomo tutto casa e facoltà .
Al punto che non solo nella «sua» Medicina si sono via via accasate la moglie Luciana Rita Angeletti in Frati (laureata in Lettere: storia della Medicina) e la figlia Paola (laureata in Giurisprudenza: Medicina Legale) ma perfino il brindisi per le nozze della ragazza fu fatto lì.
Indimenticabile il biglietto: «Il prof. Luigi Frati e il prof. Mario Piccoli, in occasione del matrimonio dei loro figli Paola Frati con Andrea Marziale e Federico Piccoli con Barbara Mafera, saranno lieti di festeggiarli con voi il giorno 25 maggio alle ore 13.00 presso l’aula Grande di Patologia Generale».
Arrivò una perfida e deliziosa «sposina» delle Iene , quella volta, a guastare un po’ la giornata. Ma fu comunque un trionfo.
Quasi pari, diciamo, alla passerella offerta dal nostro, anni dopo, a Muammar Gheddafi, salutato come uno statista e invitato nell’aula magna, sul palcoscenico più prestigioso, perchè tenesse agli studenti una «lectio magistralis» su un tema davvero adatto al tiranno: la democrazia.
Tema svolto tra risate sbigottite («demos è una parola araba che vuol dire popolo come “crazi” che vuol dire sedia: democrazia è il popolo che si siede sulle sedie!») mentre lui, il rettore, si lasciava andare in lodi per le prosperose amazzoni di scorta: «Le abbiamo apprezzate molto! Purtroppo c’è qui mia moglie…».
Adorato da chi ama il suo senso del potere e il linguaggio ruspante (resta immortale un video dove spiega agli studenti: «Nun date retta ai professori perchè i professori si fanno i cazzi loro. I professori fanno i cazzi loro, lasciateli perdere!»), il giorno in cui si insediò come rettore liquidò le polemiche sul nepotismo così: «È stato fuori luogo tirare in ballo mia moglie, la professoressa Angeletti, perchè lei è quella che è, io sono quello che sono. Non è lei che è “la moglie di”, sono io che sono “il marito di”».
Il guaio è che oltre a essere «il marito di» Luciana Rita e «il padre di» Paola, è anche «il padre di» Giacomo.
Che per fatalità è lui pure entrato nella facoltà di Medicina di papà : ricercatore a 28 anni, professore associato a 31.
Come vinse il concorso lo rivelò una strepitosa puntata di Report : discusse «una prova orale sui trapianti cardiaci» davanti a una commissione composta da due professori di igiene e tre odontoiatri. E nessun cardiochirurgo.
«Ma lei si farebbe operare da uno che è stato giudicato da una commissione di Odontostomatologi?», chiese Sabrina Giannini, l’inviata della trasmissione di Milena Gabanelli a uno dei commissari, Vito Antonio Malagnino.
Farfugliò: «Io… Non parliamo di cuore o di fegato, però…». «Secondo lei tre dentisti e due specialisti d’igiene potevano adeguatamente…». «Forse no però questo non è un problema mio…».
Vinta la selezione, il giovane professore viene più avanti chiamato come associato a Latina, dependance del Policlinico universitario di cui è rettore papà .
Giusto un attimo prima, coincidenza, dell’entrata in vigore della riforma Gelmini contro il nepotismo. Quella che vieta di assumere come docenti nella stessa università i parenti dei rettori, dei direttori generali e dei membri del consiglio di amministrazione.
Ma queste, compreso un ricorso al Tar, erano solo le prime puntate della «Dinasty» fratiana. Il meglio, come hanno ricostruito Federica Angeli e Fabio Tonacci sulla cronaca romana di Repubblica , sarebbe arrivato nelle puntate successive.
Occhio alle date: il 28 gennaio 2011 il rettore Luigi Frati sceglie come commissario straordinario del Policlinico Antonio Capparelli.
Qualche settimana dopo, il 22 marzo, lo nomina direttore generale.
Passa meno di un mese e il 19 aprile Capparelli, togliendo un po’ di posti letto a un altro reparto a costo di scatenare le ire di quanti si sentono «impoveriti», firma una delibera creando «l’Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» nell’ambito del dipartimento Cuore e grossi vasi e chiama da Latina, per ricoprire un ruolo paragonabile a quello di primario, Giacomo Frati.
Cioè il rampollo dell’uomo che lo aveva appena promosso.
Ora, a pensar male si fa peccato e, in attesa del responso dell’inchiesta giudiziaria, noi vogliamo immaginare che la famiglia Frati sia composta di quattro geni: un genio lui, un genio la moglie, un genio la figlia, un genio il figlio.
Ma la moglie di Cesare, si sa (vale anche per la figlia di Elsa Fornero, si capisce) deve essere al di sopra anche di ogni sospetto.
Che giudizi possono farsi, gli stranieri, davanti a coincidenze come queste?
Sarà un caso se la reputazione dei nostri atenei nelle classifiche mondiali è così bassa? Dice l’ultimo Academic Ranking of World Universities elaborato dall’Institute of Higher Education della Jiao Tong University di Shanghai che, sulla base di sei parametri, la Sapienza si colloca nel gruppone tra il 100° il 150° posto.
La Scuola Normale di Pisa, però, rielaborando i sei parametri utilizzati (numero di studenti vincitori di Premi Nobel e Medaglie Fields; numero di Premi Nobel in Fisica, Chimica, Medicina ed Economia e di medaglie Fields presenti nello staff; numero delle ricerche altamente citate di docenti, ricercatori, studenti; numero di articoli pubblicati su Nature e Science nel quinquennio precedente la classifica; numero di articoli indicizzati nel Science Citation Index e nel Social Science Citation Index; rapporto tra allievi/docenti/ricercatori e il punteggio complessivo relativo ai precedenti parametri) è arrivata a conclusioni diverse.
Se il calcolo viene fatto tenendo conto della dimensione di ogni università , sul pro capite, tutto cambia.
E se la piccola ed elitaria Scuola Normale si inerpica al 10° posto dopo rivali inarrivabili come Harvard, Stanford, Mit di Boston o Berkeley, ecco che le altre italiane seguono a distanza: 113 ª Milano Bicocca, 247 ª la Statale milanese, 248 ª Padova, 266 ª Pisa e giù giù fino a ritrovare la Sapienza.
Che stracarica di studenti ma anche al centro di perplessità come quelle segnalate, è addirittura al 430° posto.
E torniamo alla domanda di Frati: qual è il problema, «Parentopoli», «Ignorantopoli» o forse forse tutte e due?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
AVEVANO INIZIATO I “PIRATI” A RINUNCIARE AI BENEFIT DI RAPPRESENTANZA, ORA ANCHE I PARTITI TRADIZIONALI SONO COSTRETTI AD ADEGUARSI, ANCHE SE SI TRATTA DI UNA DECISIONE SPONTANEA
Niente più posto gratis per seguire dalla tribuna d’onore le partite della Bundesliga o per godersi da vicino i virtuosismi dei Berliner Philharmoniker: i deputati regionali della città -Stato di Berlino hanno deciso di non accettare più i biglietti per entrare gratuitamente allo Stato Olimpico o alla Philharmonie, almeno fin quando non saranno trovate regole più trasparenti in materia.
Nessuno li ha obbligati a farlo, ma, coi tempi che corrono in Germania, meglio non correre rischi e non dare l’impressione di appartenere a una casta: in fondo la maggioranza dei tedeschi spedirebbe a casa oggi stesso il presidente federale Christian Wulff per via della lunga serie di privilegi che ha ottenuto in passato.
E così basta un semplice parere del centro studi del parlamento regionale della città -Stato di Berlino per sospendere una prassi ultradecennale.
Da trent’anni la Philharmonie mette a disposizione dei deputati otto biglietti gratis del valore compreso tra 30 e 90 euro per assistere a ogni concerto.
Fanno circa 800 tagliandi gratuiti all’anno, per un valore di 40.000 euro, un’offerta che i parlamentari non si lasciano scappare: in media il 60% dei biglietti loro riservati vengono ritirati alla cassa.
Per le partite in casa, invece, l’Hertha BSC (la principale squadra di calcio della capitale tedesca), riserva ai deputati 22 biglietti per accomodarsi nell’esclusiva “Olympia Lounge”, l’area deluxe della tribuna principale dello stadio Olimpico.
Un regalo da quasi 70.000 euro l’anno: un simile posto costa circa 180 euro a partita. Il trattamento di favore si spiega ufficialmente, in entrambi i casi, con gli “obblighi di rappresentanza” dei parlamentari.
La consuetudine non è illegale, ma appare dubbia, hanno stabilito gli esperti del centro studi del parlamento regionale, provocando un insolito consenso tra i partiti.
Dopo aver consultato online la propria base, i “Pirati” hanno deciso di fare a meno dei biglietti gratis, trascinandosi dietro anche i gruppi parlamentari di Spd, Cdu, Verdi e Linke.
«Se tra i nostri obblighi di rappresentanza dovesse rientrare anche la partecipazione alle partite dell’Hertha o ai concerti della Philharmonie, allora vorrà dire che pagheremo i biglietti di tasca nostra», ha comunicato il “Pirata” Martin Delius.
È impossibile spiegare ai berlinesi «perchè vengano regalati ai deputati biglietti gratis e posti Vip».
Il perchè, in realtà , è presto detto: i biglietti dovrebbero agevolare il lavoro di networking dei delegati allo sport e alla cultura dei singoli gruppi.
Il calcolo: il parlamentare che va allo stadio o alla Philharmonie in rappresentanza del suo Land può allacciare o riallacciare rapporti utili.
Perchè non possa farlo pagando di tasca propria resta un mistero.
O forse no: l’Hertha gioca in uno stadio che è di proprietà del Land di Berlino ed è concesso alla squadra in affitto, mentre la Philharmonie riceve ogni anno dalla città -Stato un contributo pubblico di 14,1 milioni di euro.
In realtà i confini “dell’obbligo di rappresentanza” appaiono labili: ogni gruppo decide autonomamente come meglio distribuire i biglietti tra i suoi deputati.
A dar retta ad alcune voci che girano nell’Abgeordnetenhaus, il parlamento della città -Stato, a volte qualche tagliando gratis finisce ad amici o parenti. In fondo non sono nominali.
A far vacillare il sistema è stata una richiesta dell’Union Berlin, la squadra che si contende con l’Hertha i favori della tifoseria calcistica della capitale.
Proprio come l’Hertha, anche l’Union voleva regalare biglietti gratis ai deputati, ma è stata bloccata dal parere negativo del centro studi del parlamento locale: non può, in quanto è un’associazione senza scopi di lucro e beneficia di agevolazioni fiscali, per cui i biglietti gratis si configurerebbero come un’illecita donazione.
Ora i deputati aspettano un nuovo pronunciamento del centro studi per decidere come comportarsi in futuro.
È nel loro stesso interesse far chiarezza — riassume una portavoce della Linke — affinchè non si dica che vanno allo stadio o alla Philharmonie solo per divertirsi.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
APERTA UNA PROCEDURA FORMALE CONTRO L’ITALIA: NEL MIRINO L’ENNESIMO RINVIO DI SEI MESI DEL PAGAMENTO DELLE SANZIONI, INSERITO NEL DECRETO MILLEPROROGHE SU PRESSIONE DELLA LEGA
La Commissione europea ha aperto nei confronti dell’Italia una procedura di indagine formale sugli
aiuti di stato, invitandola a fornire informazioni in relazione alla proroga di 6 mesi al 30 giugno 2011, del pagamento della rata delle multe sul latte in scadenza al 31 dicembre 2010.
La proroga viene considerata dalla Commissione come un aiuto di Stato incompatibile con i trattati europei.
L’Italia ha un mese per rispondere a Bruxelles, presentando “le proprie osservazioni” e fornire chiarimenti.
La proroga al 30 giugno 2011 del pagamento delle multe per gli allevatori che avevano superato i limiti di produzione imposti a livello comunitario era stata inserita nel decreto Milleproroghe approvato il 25 febbraio 2011 durante una seduta infuocata e preceduto da un voto di fiducia.
Poco dopo l’approvazione, a fine febbraio la Commissione europea aveva inviato al governo italiano una lettera in cui si chiedevano chiarimenti sul rinvio.
Lo slittamento del pagamento delle rate sulle quote latte era stato molto criticato da Confagricoltura.
“Uno schiaffo ai produttori onesti” lo definì l’associazione, che denunciò la “blindatura della fiducia” per far passare con il Milleproroghe un provvedimento “iniquo”.
Nell’ottobre del 2010, l’organismo Ue aveva scritto all’Italia per avere chiarimenti anche sulla prima proroga, che aveva fatto slittare i pagamenti al 31 dicembre 2010. La risposta di Roma arrivò in ritardo, il 3 febbraio 2011, con dieci documenti di spiegazione “molto lunghi”.
“E’ chiaro che se questi provvedimenti risultassero essere contrari alla legislazione europea – avvertì all’epoca un portavoce del commissario Ue all’agricoltura – , prenderemo le misure necessarie”.
Ovvero, l’apertura della procedura d’indagine, puntualmente scattata un anno dopo.
Dato che era tutto previsto e prevedibile e la illecita misura fu presa su diktat della Lega, notoriamente difensore dei ladroni delle quote latte, attendiamo che la multa milionaria che arriverà da Bruxelles sia recapitata in via Bellerio, con relativo eventuale pignoramento dei fondi tanzaniani.
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Febbraio 10th, 2012 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE USA CHIEDE A PALAZZO CHIGI DI AIUTARLO A DECIFRARE LE MOSSE DELLA MERKEL….”IL LAVORO CHE STATE FACENDO AIUTERA’ ANCHE LA RIPRESA AMERICANA”
“Mario, il lavoro che stai facendo in Italia è eccezionale. Mi è piaciuta la tua partenza a razzo. Hai tutto il mio sostegno”, dice il presidente degli Stati Uniti a Barack Obama.
“Dalla partita che si gioca a Roma dipende il destino di tutta l’eurozona, e quindi anche la ripresa americana. Per due volte la crescita è ripartita qui negli Stati Uniti, all’inizio del 2010 e all’inizio del 2011, per poi frenare sotto gli shock della crisi europea. Stavolta ho più fiducia”.
Barack Obama incontra per la prima volta Mario Monti, lo riceve nella cornice più solenne della Casa Bianca in una giornata difficile, con il caso greco che torna a fare paura.
Il presidente americano mette subito il premier italiano a suo agio, lo elogia per “l’alto livello di fiducia del tuo governo”, sia nell’opinione pubblica che nelle cancellerie internazionali e sui mercati. Obama vuole “scoprire” a fondo un partner che gli è indispensabile, lo interroga sul “contratto per la crescita” che Monti propone per l’Europa.
“Com’è possibile – gli chiede il presidente americano – generare crescita sotto la pressione di politiche di bilancio così restrittive?”.
È contento, e lo dice, che si sia ricostituito dopo una pausa lunghissima un triangolo tra Berlino Parigi e Roma.
Sollecita Monti a “dare un contributo forte al prossimo G8, che ospiterò a maggio nella mia Chicago”. Gli confida che ha bisogno del suo aiuto per convincere la Germania a fare di più, a sostegno della ripresa.
C’è solo un accenno alle “circostanze eccezionali” in cui Monti è arrivato a Palazzo Chigi; è nello stile di Obama, un’allusione delicata all’uscita di scena di Silvio Berlusconi con cui l’Amministrazione democratica ebbe un rapporto a dir poco diffidente.
Con Monti il cambiamento di tono è immediato. Finalmente il dialogo è tra simili.
Molto simili davvero: dopo pochi minuti Obama sente di aver di fronte un uomo che ha il suo stesso approccio, la cortesia e la sobrietà dei modi insieme con la passione per l’analisi, l’approfondimento.
Due professori: proprio così.
Quante volte in America – soprattutto dalla destra populista – questo presidente cresciuto a Harvard è stato accusato di essere “èlitario, professorale, troppo intellettuale, didattico”.
Ora si trova di fronte un professore di mestiere, specializzatosi nell’altra super-università americana, Yale.
Uno è giurista per formazione, l’altro economista. Ma Obama subisce una vera attrazione anche per l’analisi economica, affinata dopo anni di discussioni con personaggi della statura di Warren Buffett, Paul Volcker, Larry Summers.
Perciò si sente a suo agio davanti a colui che la stampa americana battezzò “SuperMario” (ai tempi in cui era commissario europeo) e che ora entra alla Casa Bianca col biglietto da visita della copertina di Time: “L’uomo che può salvare l’Europa?”.
Obama ha capito anche un’altra cosa, preparando questo summit con il segretario al Tesoro Tim Geithner e il banchiere centrale Ben Bernanke: questo SuperMario che ha davanti a Washington legittima l’azione di un altro SuperMario, il presidente della Bce Draghi, la cui azione di “pompaggio di liquidità ” ha tamponato la sfiducia dei mercati.
Monti diventa decisivo nella strategia europea di Obama.
Il leader americano si strappa da altri impegni più importanti sulla scena domestica, in una giornata densissima: ha appena annunciato una storico “patteggiamento” delle banche colpevoli per i mutui subprime, 26 miliardi di indennizzi che andranno alle famiglie indebitate.
Una notizia tale da sconvolgere l’agenda della giornata, ma Obama non rinuncia a un solo minuto del suo colloquio con Monti. Comincia a chiamarlo Mario: in inglese dove non esiste differenza fra il tu e il lei, è il segnale di passaggio a un tono diretto, confidenziale.
Obama sottopone Monti a un interrogatorio serrato, vuole conoscere nel dettaglio “le misure che stai varando per ricostruire la fiducia dei mercati e rilanciare la crescita attraverso riforme strutturali”.
Gli preme tanto più di fronte alla nuova emergenza in Grecia, che Monti continui a sostenere “il rafforzamento del fondo salva-Stati, la muraglia di fuoco a difesa dell’euro”.
Il presidente Usa vuole essere rassicurato che l’Italia si salverà da sola e quindi non sarà necessario un intervento del Fondo monetario internazionale in aiuto a Roma: questione scabrosa, perchè la destra repubblicana denuncerebbe qualsiasi salvataggio che costi un solo dollaro al contribuente americano (gli Usa sono il primo azionista del Fmi).
Soprattutto sta a cuore a Obama “sviluppare tra noi delle sinergie per promuovere la crescita”. È questa la parte più impegnativa del colloquio: “Le tue riforme strutturali – chiede Obama – possono generare una ripresa? Andrà in questa direzione l’intera eurozona?”.
Al premier italiano, lui ricorda che “anche il Fmi, ormai perfino le agenzie di rating, dicono che senza crescita diventa impossibile ridurre durevolmente il deficit e il debito degli Stati”.
Obama si aspetta che Monti lo aiuti a “decifrare” quell’enigma che per lui resta Angela Merkel. Ascolta con attenzione – e inquietudine – quando il premier italiano fuga ogni illusione sulla possibilità di “convertire la Germania a politiche keynesiane di rilancio basate su iniezioni di spesa pubblica”.
Il presidente americano forse si lascia convincere solo a metà , dall’argomentazione di Monti secondo cui “bisogna convincere la Merkel a essere più coerente con il modello tedesco, cioè a sviluppare fino in fondo l’economia sociale di mercato, aprendo di più alle liberalizzazioni”.
Era ben diversa, in partenza, la “dottrina Obama” lanciata al G20 di Pittsburgh nel settembre 2009: i paesi con forti surplus commerciali e risparmio abbondante come Germania e Cina dovevano rilanciare la spesa di consumo e diventare locomotive.
Ma Obama capisce che il “germanico Monti” può aiutarlo a individuare qualche apertura nella corazza tedesca, proprio quello che non è mai riuscito a fare Nicolas Sarkozy.
Da questo momento il ghiaccio è rotto davvero. Ci si può parlare al telefono tra Washington e Roma.
Succederà spesso d’ora in avanti. Monti è stato cooptato in un nuovo incarico informale, sarà un partner sempre più ascoltato, una sorta di “consigliere esterno del presidente” per impostare il G8 di Chicago a maggio, il vertice più importante per l’economia globale prima dell’elezione presidenziale di novembre.
Federico Rampini
(da “La Repubblica“)
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