Febbraio 9th, 2012 Riccardo Fucile
“MONTI STA MODERNIZZANDO L’ECONOMIA, AVANTI COSI’ SU CRESCITA E DEFICIT”…. OGGI ALLA CASA BIANCA INCONTRO TRA OBAMA E MONTI
«L’Italia sta facendo passi impressionanti al fine di modernizzare la sua economia»: il presidente
americano Barack Obama parla in esclusiva con «La Stampa» a poche ore dall’odierno incontro con il premier Mario Monti nello Studio Ovale, esprimendo forte sostegno per le misure di risanamento adottate dal governo e delineando l’agenda dei rapporti con l’Europa.
Le parole di Obama testimoniano la convinzione che Monti sta guidando l’Italia verso i sacrifici necessari ed è un leader europeo con il quale discutere la comune ricetta di Usa-Ue per superare la crisi finanziaria.
A testimoniarlo è che Monti nell’intervista alla tv «Pbs» aveva auspicato martedì maggiori firewall finanziari per l’Eurozona «perchè mettendone di più grandi si riduce la possibilità di doverli usare» e Obama ora risponde «sono d’accordo», lasciando intendere la necessità di un maggior impegno della Germania.
Il presidente descrive America e Europa alleate per battere la crisi finanziaria, aiutare le svolte democratiche in Medio Oriente e Nord Africa, costruire la difesa missilistica Nato e sostenere la transizione afghana.
L’interesse americano per il risanamento italiano si deve alla convinzione che sia un passaggio cruciale per ridare stabilità all’Eurozona, scongiurando una nuova recessione negli Stati Uniti.
A conferma dell’attenzione nei confronti dell’ospite, Pennsylvania Avenue lo accoglie con un cerimoniale che prevede dopo l’incontro nello Studio Ovale che Monti parli alla stampa al Pebble Beach, davanti all’entrata della West Wing.
L’intervista che segue è un ulteriore gesto di attenzione nei confronti del nostro Paese perchè finora Obama non ne aveva mai concesse in occasione della visita di un premier italiano a Washington.
Partiamo dalla crisi dell’Eurozona. In più occasioni lei ha espresso la necessità di un’espansione dei «firewall finanziari per l’Europa». Ritiene che l’attuale cooperazione fra i governi di Germania, Francia e Italia vada nella direzione giusta?
«La situazione finanziaria in Europa sarà al centro dell’agenda con il primo ministro Monti nell’Ufficio Ovale. Come ho detto durante la crisi, credo che l’Europa abbia la capacità economica e finanziaria per superare questa sfida. Durante gli ultimi due anni, l’Europa ha compiuto un certo numero di passi difficili e cruciali per affrontare la crisi che cresceva. In Italia e in Europa i cittadini stanno compiendo sacrifici dolorosi.
Sotto la leadership del primo ministro Monti, l’Italia sta ora adottando passi impressionanti per modernizzare la sua economia, ridurre il proprio deficit attraverso una combinazione di misure su entrate e spese, riposizionando la nazione sul cammino verso la crescita.
Più in generale i governi europei si sono uniti nel riformare l’architettura dell’Unione europea. Una delle lezioni che gli Stati Uniti hanno appreso durante la nostra recente crisi finanziaria è stata l’importanza di dimostrare ai nostri cittadini, alle nostre imprese, e ai mercati finanziari che eravamo impegnati a fare ciò che serviva per risolverla.
Questo è il motivo perchè abbiamo chiesto con urgenza ai nostri partner europei di erigere abbastanza firewall finanziari per evitare che la crisi si diffondesse.
Sono d’accordo con quanto il primo ministro Monti ha detto: se l’Europa mette in atto firewall sufficientemente grandi si riduce la possibilità di doverli usare. Ciò che serve adesso è che tutti i governi europei dimostrino il loro impegno totale per il futuro dell’integrazione economica in Europa».
Perchè la soluzione della crisi del debito nell’Eurozona è così importante per gli Stati Uniti?
«È così importante perchè le nostre fortune economiche sono intrinsecamente legate e le relazioni con l’Europa sono una parte importante dei nostri sforzi per creare posti di lavoro e prosperità negli Stati Uniti.
L’Unione europea è il singolo più grande partner economico dell’America, e il commercio e gli investimenti fra noi sostengono milioni di posti di lavoro su entrambi i lati dell’Atlantico.
Le nostre banche e i nostri mercati finanziari sono profondamente connessi.
Quando l’Europa va bene questo è positivo per i posti di lavoro e le aziende in America.
Quando la crescita in Europa rallenta o i vostri mercati finanziari sono instabili, noi ne sentiamo le conseguenze, così come voi avete sentito l’impatto della crisi finanziaria americana quattro anni fa.
Più semplicemente, gli Stati Uniti hanno un enorme interesse nella crescita dell’Europa e nel successo dell’area dell’euro.
Questo è perchè mi sono consultato strettamente e ripetutamente con le mie controparti europee durante la crisi. Ho condiviso con loro le lezioni rilevanti della nostra crisi recente mentre erano impegnate a fronteggiare questa sfida.
Il mio incontro con il primo ministro Monti è l’ultimo passo di una cooperazione che continua.
Ho intenzione di riaffermare al primo ministro il messaggio che ho portato ai miei partner europei in precedenza, nel caso più recente a Cannes durante il summit del G20: gli Stati Uniti continueranno a fare la loro parte per sostenere gli amici europei nel loro impegno per risolvere la crisi.
Voglio solo aggiungere che si tratta di qualcosa che va oltre l’economia. Americani ed europei hanno un profondo legame di amicizia, forgiato in guerra e rafforzato in pace. Vogliamo davvero che l’Europa si riprenda e prosperi.
Inoltre, l’Italia è uno dei nostri più importanti alleati e operiamo assieme all’Europa in qualsiasi cosa che facciamo nel mondo. Quando l’Europa è forte, prospera e sicura noi assieme siamo più efficaci, e il mondo è più prospero e pacifico».
In maggio nella sua Chicago ospiterà il summit della Nato. Uno dei temi sarà la transizione in Afghanistan. Qual è il ruolo che l’Italia può avere nello scenario del dopo-guerra?
«L’Italia ha avuto un ruolo cruciale e centrale nella Forza di assistenza e sicurezza internazionale della Nato in Afghanistan, uomini e donne delle vostre forze armate hanno servito con coraggio e altruismo, così come hanno fatto i vostri diplomatici e esperti di sviluppo.
Assieme con i nostri partner afghani e la nostra coalizione di 50 nazioni, abbiamo compiuto progressi reali nel raggiungere gli obiettivi condivisi di sconfiggere Al Qaeda, spezzare l’avanzata dei taleban e addestrare le forze di sicurezza nazionali afghane affinchè l’Afghanistan possa assumere la guida della sua sicurezza.
Italiani coraggiosi hanno dato le loro vite per ottenere tali progressi e noi siamo grati del sostegno del popolo italiano a questa missione vitale.
Apprezziamo l’impegno dell’Italia a rispettare gli accordi raggiunti al summit di Lisbona del 2010 per sostenere un processo di transizione guidato dagli afghani che è iniziato lo scorso anno, che consentirà loro di avere la responsabilità della sicurezza entro la fine del 2014.
Aspetto di dare il benvenuto al primo ministro Monti e ai nostri colleghi capi di governo nella mia Chicago per il summit della Nato. Sarà un’opportunità per delineare la prossima fase della transizione in Afghanistan.
La partnership strategica di lungo termine che l’Italia recentemente ha firmato con l’Afghanistan è un’affermazione forte e benvenuta sull’estensione dell’impegno dell’Italia oltre il 2014, proprio come gli Stati Uniti stanno costruendo una partnership duratura con il popolo afghano.
Al tempo stesso, l’Italia e gli Stati Uniti si sono uniti al resto della comunità internazionale nell’offrire sostegno politico ad un processo di riconciliazione guidato dagli afghani che può contribuire a porre fine ad un’insurrezione che ha minacciato il popolo afghano e il resto del mondo per già troppo tempo.
Il summit di Chicago sarà anche un’opportunità per noi di consultarsi su altri temi dell’agenda Nato. La Nato è il pilastro dell’Alleanza transatlantica e della sicurezza europea.
Come l’intervento in Libia ha dimostrato, è anche un pilastro della sicurezza globale. Guardando in avanti, abbiamo bisogno di assicurarci che quando la prossima crisi inattesa si manifesterà , saremo pronti a rispondere.
Questo è il motivo per cui lo “Strategic Concept” della Nato sta preparando l’alleanza per le missioni e sfide del futuro.
Questo è il motivo del perchè i ministri della Difesa Nato recentemente hanno deciso di aggiornare le nostre capacità condivise di intelligence, sorveglianza e controllo. E questo spiega perchè quando ospiterò il summit in maggio, faremo passi importanti per assicurare che la Nato abbia le capacità necessarie per affrontare le sfide del nostro tempo, inclusi i progressi verso il sistema di difesa missilistica Nato».
La Primavera araba si svolge non lontano dalle coste italiane. Come possono i nostri Paesi essere d’aiuto ai nuovi governi arabi affinchè possano costruire società più stabili, libere e prospere?
«È stato un anno straordinario. In Medio Oriente e nel Nord Africa i cittadini si sono sollevati in nome della loro dignità e dei diritti universali. Le transizioni democratiche in Tunisia, Egitto e Libia sono in corso.
Assieme alla comunità internazionale abbiamo chiarito che l’orrenda violenza contro il popolo siriano deve finire e che Bashar Assad deve dimettersi così che una transizione democratica possa iniziare immediatamente.
Ognuna di queste nazioni affronterà esami politici e economici procedendo sulla strada della democrazia. Gli Stati Uniti e l’Europa condividono un profondo interesse nel successo di queste transizioni. Saranno i popoli della regione a determinare il loro futuro ma gli Stati Uniti e l’Europa possono e devono sostenerli in questo momento cruciale.
Per questo ho fatto del sostegno alle riforme politiche ed economiche nella regione una linea d’azione degli Stati Uniti. Continueremo a sostenere le riforme democratiche e puntiamo ad un pacchetto di riforme economiche e di partnership per aiutare queste nazioni ad affrontare le difficoltà economiche che sono anche alla base delle richieste di cambiamento.
Il sostegno internazionale può avvenire sotto molte forme, inclusi commercio e investimenti, assistenza tecnica per le elezioni, potenziamento della società civile e il sostegno fondamentale ai diritti universali. Grazie alla sua ricca esperienza storica in transizioni politiche, l’Europa ha un ruolo particolare da giocare.
L’Italia è stata una tenace promotrice dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto in queste nazioni e noi rendiamo omaggio a tali sforzi per sostenere transizioni che rispettino tali valori.
L’Italia ha inoltre dato contributi importanti al successo dei nostri sforzi per salvare vite e sostenere il popolo libico nel porre fine al regime di Gheddafi. Come ho detto in maggio, ci saranno pericoli che accompagneranno momenti promettenti ma sono sicuro che, con il vostro sostegno, vi saranno giorni migliori e di maggiore speranza per i popoli del Medio Oriente e del Nord Africa, che meritano gli stessi diritti e opportunità degli altri popoli del mondo».
Nel discorso che pronunciò a Berlino nel luglio del 2007 disse che “in questo nuovo secolo americani e europei dovranno fare entrambi di più, e non di meno”. Quali sono le nuove sfide comuni che abbiamo davanti?
«Viviamo in un’era nella quale i destini delle nazioni e dei popoli sono connessi come mai avvenuto prima. In un mondo dove le crisi finanziarie possono diffondersi rapidamente dobbiamo coordinare le nostre risposte, come abbiamo fatto al G-20, per assicurarci che la crescita globale sia bilanciata e sostenuta.
Le nuove minacce attraversano confini e oceani, dobbiamo smantellare i network terroristici e fermare la diffusione delle armi nucleari, affrontare i cambiamenti climatici, combattere la carestia e le malattie.
E poichè i cittadini rischiano le loro vite nelle strade del Medio Oriente e del Nord Africa, il mondo intero è in gioco nelle aspirazioni di una generazione impegnata a determinare il proprio destino.
Dobbiamo affrontare assieme queste minacce e sfide. Non c’è maniera migliore di farlo che attraverso la nostra alleanza con l’Europa, che è la più stretta e forte del mondo, radicata in storia e valori comuni.
Come ho detto spesso, la relazione dell’America con i nostri alleati e partner europei è il pilastro del nostro impegno nel mondo.
Lo abbiamo visto in Afghanistan, dove le nostre forze sono spalla a spalla. Lo abbiamo visto in Libia, dove la Nato ha fronteggiato la necessità assumendosi la responsabilità della protezione civile, dell’embargo di armi e della imposizione della no-fly zone.
L’Italia e le sue forze armate hanno avuto un ruolo vitale in queste missioni. La nostra partnership transatlantica è l’alleanza di maggiore successo e il più grande catalizzatore di azione globale. Sono determinato a fare in modo che resti tale».
Lei non ha antenati italiani ma, come ha detto intervenendo al gala della Fondazione italoamericana Niaf a Washington, è circondato da stretti consiglieri che ce l’hanno: da Leon Panetta a Janet Napolitano e il generale Raymond Odierno, dall’ex presidente della Camera Nancy Pelosi a Jim Messina e Alyssa Mastromonaco. Che cosa prova a lavorare circondato da tanti americani di origine italiana?
«Come presidente è un onore lavorare con così tanti colleghi e componenti dello staff con le radici in Italia. Sono gli ultimi di un lungo elenco di italiani-americani che hanno dato contributi durevoli alla prosperità e sicurezza dell’America, e sono orgoglioso di averne così tanti nel mio team.
Sono anche orgoglioso di lavorare assieme a così tanti leader politici italiani-americani di talento, come la mia amica Nancy Pelosi che ha fatto la Storia diventando la prima donna a presiedere la Camera dei Rappresentanti.
L’Italia può essere fiera del fatto che i suoi figli e le sue figlie continuano a dare contributi inestimabili al successo degli Stati Uniti e alla nostra partnership bilaterale. Ovviamente devo aggiungere che due persone come Danilo Gallinari e Marco Belinelli garantiscono un certo buon nome anche alla Nba».
Maurizio Molinari
(da “La Stampa“)
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Febbraio 9th, 2012 Riccardo Fucile
SOTTRATTO UN TERZO DEL CAPITALE, IMMINENTE L’INVIO DI AVVISI DI GARANZIA PER LA SCANDALOSA GESTIONE DEL PATRIMONIO DI ALLEANZA NAZIONALE
Preoccupati di finanziare l’attività politica del Pdl piuttosto che avviare a liquidazione di An, gli amministratori filo berlusconiani del partito che fu di Fini rischiano di pagare adesso le loro leggerezze nella gestione dei conti.
Ricche parcelle ad avvocati per “non meglio precisati motivi”, consulenze dalle finalità tutte da verificare, locazione di immobili a prezzi stracciati, attività di propaganda a beneficio del Pdl come se An ne fosse una corrente.
E i conti adesso non tornano per 26 milioni di euro.
C’è questo e tanto altro nelle 23 pagine della relazione degli ispettori del Tribunale di Roma dalle quali muovono le indagini della Polizia tributaria e l’inchiesta della Procura della Repubblica della Capitale.
E tanto basta per mettere altra benzina al fuoco tra pidiellini e finiani, anche perchè tutto parte dai sospetti e dalla denuncia degli uomini di Fli ai quali è stato in gran parte sottratta la gestione del tesoro da oltre 400 milioni di euro (immobili inclusi). Insomma, tra le due fazioni tornano a volare gli stracci.
La denuncia parte dal deputato Antonio Bonfiglio e da Rita Marino, storica segretaria di Fini e ex vicepresidente del Comitato di gestione di An e in queste settimane ha trovato riscontri nella relazione dei periti, il professore Simone Manfredi e l’avvocato Giuseppe Tepedino.
Il primo elemento a destare i sospetti dei periti è un prestito da 3,7 milioni di euro al Pdl, restituito dopo appena un mese: guarda caso dopo la denuncia dei finiani sulle presunte anomalie di gestione.
Era il 2010, Raisi e altri vicini a Fini lasciano il comitato di gestione, subito rimpiazzati da Matteoli, Alemanno, Gasparri e La Russa.
Molto ruota attorno alla discrepanza tra il patrimonio netto dell’associazione An certificato al marzo 2009 e quello registrato il 18 novembre 2011.
“La differenza tra i due valori – scrivono i periti – risulta essere negativa per circa 26 milioni di euro a conferma che nel lasso temporale l’associazione ha continuato ad essere gestita con criteri di “continuità ” e non di “liquidazione””.
Ma a destare dubbi è anche l’impossibilità di accertare tutti i movimenti: sono i “buchi neri” dei rendiconti.
Altro tassello, i pagamenti di parcelle e consulenze da migliaia di euro “per i quali non è stato possibile riscontrare causale ed effettivo pagamento”.
Nella relazione c’è anche il riferimento ad una richiesta di pagamento per 60 mila euro per prestazioni rese dal senatore ed avvocato Mugnai, oggi presidente della Fondazione, sebbene non risulti poi nella lista dei creditori.
Un capitolo della relazione riguarda le dismissioni di immobili “senza nessuna indicazione sulla valutazione” nè tantomeno sul “vantaggio economico per l’associazione”.
Nei bilanci non sarebbe stata registrata a norma di legge la donazione derivata dall’eredità della famiglia Colleoni per 365 mila euro, “cessione avvenuta circa un anno e mezzo prima”.
A quel cespite apparteneva la famosa casa di Montecarlo. E se la somma non risulta, spiega al telefono Mugnai, è perchè il conto “è ancora all’estero ma stiamo provvedendo a farlo rientrare”.
Quindi, i 3milioni 750 mila euro “prestati” al Pdl e subito restituiti. “Appare necessario chiarire – si legge – che di tale movimentazione non vi è traccia nel rendiconto chiuso al 31 dicembre 2010”.
È solo uno dei prestiti, altri ne emergono invece dal bilancio, tutti “concessi a fondo perduto”. Poca chiarezza viene denunciata inoltre sugli inventari dei beni mobili e immobili.
Chi li usa e per far cosa?
Raccontano sia stato assai “schietto” il chiarimento tra La Russa e Bocchino, andato in scena nel pomeriggio a margine del vertice Pdl-terzo polo sulla legge elettorale. “Anzichè liquidare e chiudere An, gli amministratori hanno speso ed è bene che si faccia chiarezza” dice il vicepresidente di Fli Bocchino.
“Non è un altro caso Lusi, ogni euro è tracciato” gli replica La Russa. Ma ormai è guerra aperta.
“Gravissimo se hanno finanziato il partito del miliardario Berlusconi” attacca Granata, col presidente della Fondazione, il senatore Mugnai che si difende: “Nessuna sparizione, bilancio chiaro e documentato”.
Storace vuole andare a fondo: “Se le cose stanno così, faranno la fine di Lusi”.
Carmelo Lo Papa e Francesco Viviano
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
A CATANIA LA NAZIONALE PARLAMENTARI PARTECIPA A UNA PARTITA PER RACCOGLIERE FONDI….VIAGGIO GRATIS, ALBERGO PAGATO DALLO SPONSOR E CONTO SALDATO DA UN DEPUTATO CATANESE…NEPPURE UN EURO VERSATO PER ACQUISTARE TRE CARROZZINE DA DONARE AI DISABILI
Doveva essere una partita per raccogliere dei fondi da devolvere in beneficenza, ma alla fine ad essere
beneficiati sono stati solo loro.
Sono i giocatori della nazionale parlamentari, la nazionale bipartisan degli onorevoli che annovera nella sua rosa deputati del Pdl fino al Pd, invitati lo scorso weekend a Catania per disputare un torneo di raccolta fondi da donare ad alcune associazioni benefiche.
Quindici gli onorevoli-giocatori, tra questi Mauro Paniz (Pdl), Michele Cappella (Pd), Giocchino Alfano (Pdl) e il catanese Giuseppe Beretta del Pd.
E la partita l’hanno certo disputata contro i politici locali e i magistrati catanesi. Peccato che a parte il biglietto aereo pagato a loro spese e del resto già rimborsato, il resto lo hanno dovuto pagare gli sponsor e un parlamentare catanese del Pd, Giuseppe Beretta, il quale ha saldato il conto del ristorante dove gli illustri giocatori hanno cenato.
Ma non è finita lì perchè a carità gli onorevoli si sono superati proprio al termine del triangolare, quando un funzionario municipale ha fatto il giro degli spogliatoi con l’intento di raccogliere ulteriore denaro ed acquistare tre carrozzine per disabili da donare all’associazione “Sorelle della carità ”.
Sia i magistrati sia i politici locali hanno devoluto qualcosa eccetto i parlamentari nazionali, e ancora una volta Beretta il quale ha donato 100 euro.
A chiarire la figuraccia dei parlamentari è lo stesso Beretta, che al telefono scherza sulla poca prodigalità dei colleghi:
“Anzitutto i soldi per l’albergo sono stati raccolti dagli sponsor per organizzare il torneo, anche perchè non credo che qualcuno sarebbe stato disposto a pagare per venirci a vedere”, dice.
Alla fine, quelli che materialmente hanno donato qualcosa sono proprio gli sponsor, mentre i parlamentari avrebbero “donato” la loro partecipazione.
Ma il biglietto aereo almeno l’avete pagato voi, è vero onorevole Beretta?
“I parlamentari nello svolgimento della loro attività viaggiano gratuitamente, tanto più se si recano in una città per gareggiare e raccogliere dei fondi”.
E a questa trasferta avrebbero partecipato pure i funzionari parlamentari, i quali naturalmente non hanno pagato biglietto, visto che per loro ci ha pensato la nazionale parlamentari, come spiega ancora Beretta.
Lui, Beretta, dice di aver pagato la cena per dovere d’ospitalità : “Era normale per me offrire una cena ai miei colleghi a Catania, la mia città . Erano ospiti…”.
Il costo della cena? “No, questo non lo dico”, risponde Beretta, che però difende i parlamentari accusati di tirchieria.
“Ai parlamentari – dice – non è stata fatta una richiesta esplicita. Sono sicuro che ci sia stata un’incomprensione”
Carmelo Caruso
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
PROTAGONISTA IL PRESIDENTE DEL CARROCCIO LEONARDO CARIONI, APERTO UN FASCICOLO PER PECULATO, SEQUESTRATI I SATELLITARI DELLE DUE AUDI A6
Lettere che viaggiano con l’auto blu, spostamenti per migliaia di chilometri, straordinari per gli autisti e registri che non si trovano.
A Como, a pochi mesi dalle elezioni che porteranno al rinnovo dell’amministrazione provinciale, è scoppiato l’auto-blu gate: uno scandalo chilometrico che vede il presidente leghista Leonardo Carioni nell’occhio del ciclone.
Da qualche settimana i riflettori della stampa locale e gli occhi della magistratura sono puntati su di lui e sull’uso che ha fatto delle auto a disposizione dell’ente (una per la giunta, una per il presidente), tanto che nei giorni scorsi la procura di Como ha anche aperto un fascicolo per peculato (al momento non ci sono indagati), mentre gli uomini della Guardia di finanza hanno provveduto al sequestro dei navigatori satellitari delle due Audi A6, oltre all’acquisizione dei tabulati relativi ai pagamenti del telepass effettuati dalla Provincia di Como.
I militari delle Fiamme gialle hanno anche sentito uno degli autisti in servizio presso l’ente, cercando di fare luce sugli spostamenti dell’auto presidenziale.
La macchina a disposizione di Carioni è infatti sprovvista dell’apposito libro macchina, sul quale ogni conducente dovrebbe annotare il giorno e le ore di utilizzo, le percorrenze effettuate (con indicazione delle esigenze di servizio che le hanno motivate) e i chilometri percorsi.
Un registro simile esiste per l’auto della Giunta ma non è mai stato compilato per quella del presidente.
La ricostruzione dei dati sull’uso dei due mezzi, pubblicati nei giorni scorsi dal quotidiano La Provincia di Como, non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni.
Il presidente Carioni, tra gennaio e novembre del 2011, ha percorso con le due Audi di rappresentanza un totale di 33 mila 898 chilometri.
In particolare il presidente ne ha percorsi 25 mila 590 con la sua (fermata a settembre per la malattia dell’autista) e 8.308 con quella in uso a tutta la giunta, che di chilometri ne ha percorsi complessivamente 28 mila 905.
Andando a ritroso il risultato non cambia: le due auto in quattro anni hanno percorso 239 mila chilometri in tutto, circa 30 mila all’anno ciascuna (160 mila quelli addebitabili al presidente).
Carioni (che oltre ad essere presidente della Provincia di Como dal 2002, è anche consigliere del Cda di Expo, consigliere di Pedemontana e presidente di Sviluppo sistema fiera) ha risposto alle domande del quotidiano comasco, cercando di spiegare come ha fatto a macinare i 34 mila chilometri che gli vengono attribuiti per il 2011: “Tutte le mattine il mio autista viene a prendermi a Turate, e sono 26 chilometri. All’ora di pranzo mi riporta a casa e fanno 52. Poi alle 3 mi riporta in Provincia e la sera mi riporta a casa, e fanno 104. Se andassi a casa a mangiare tutti i giorni sarebbero anche il doppio, visto che poi ci sono i viaggi di ritorno. Ma stiamo comunque sui 104 chilometri al giorno, per meno di 200 giorni siamo già a 24mila”.
E poi continua: “Quando ero malato l’autista è venuto spesso a casa mia a farmi firmare le carte”.
Ma le carte della Provincia non viaggiavano solo tra la sede dell’ente e la residenza del presidente.
Dalla lettura dell’unico registro disponibile (quello dell’auto della giunta), emerge come in quattro anni la seconda auto abbia percorso circa 8 mila chilometri per “servizi vari”, ovvero consegna di buste, documenti e plichi indirizzati ad altri enti.
Il presidente della provincia di Como parla di “accanimento”, ma sulla vicenda pesano anche altre evidenze, come i 13mila euro di straordinari liquidati ai due autisti delle due auto blu nei primi dieci mesi del 2011.
Stando alle informazioni divulgate dallo stesso ente, al primo autista (in malattia da settembre) sono stati liquidati 6510 euro di straordinari per il periodo gennaio — agosto.
Al secondo autista (che da settembre è l’unico in servizio), sono stati pagati 6199 euro di straordinari per il periodo che va da gennaio ad ottobre.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
NON SI NASCONDONO PIU’: COMUNICATO CONGIUNTO DEI DUE PARTITI…PREPARANO UN PORCELLUM MA SENZA LISTE BLOCCATE
Allo stesso tavolo, per un’ora. Nell’ufficio di Luciano Violante, ex presidente della Camera, a
Montecitorio.
A parlare di legge elettorale, mentre altrove litigano ferocemente sulla Rai.
Questione di priorità . Alle quindici e trenta la formazione del Partito democratico è già schierata e seduta: il senatore Luigi Zanda, il deputato Gianclaudio Bressa, lo stesso Violante, che non è più parlamentare ma responsabile per le riforme del Pd.
Per il Pdl di Silvio Berlusconi (e Angelino Alfano) arrivano Ignazio La Russa, Gaetano Quagliariello (che ha avuto una lunga serie di incontri riservati con Violante nelle scorse settimane) e il previtiano Donato Bruno.
Un’ora di inciucio o di ammuina, giusto per fare “un po’ di riscaldamento in attesa che i leader entrino in campo e decidano”, come riassume un autorevole ex ministro di centrosinistra?
All’uscita, è La Russa a smentire i sospetti di ammuina: “Non facciamo ammuina: o il governo Monti va avanti e allora noi abbiamo il dovere di fare le riforme, oppure il governo non va avanti e allora c’è l’impossibilità di farle”.
I sei stendono pure un comunicato congiunto, evento impensabile quando a Palazzo Chigi c’era ancora il Cavaliere.
Ma oggi c’è il governo tecnico e il clima è cambiato, per usare una delle formule più in voga. Pd e Pdl salvano il bipolarismo come principio generale, contro la frammentazione, e bocciano il criterio dei nominati del Porcellum, l’attuale legge elettorale. Mai più.
Poi la riduzione dei parlamentari, la riforma del bicameralismo.
Accordo fatto? Quando alle otto e mezzo di sera, Lilli Gruber su La7 fa questa domanda a Pier Luigi Bersani, il segretario inizia la risposta con un verbo eloquente, declinato al plurale: “Rallentiamo”. Quindi: “Se son rose fioriranno”.
Insomma la partita è ancora lunga e ieri è andato in scena il primo round.
Il Pdl si è presentato un po’ sorpreso e spiazzato dalla decisione di Berlusconi di incontrare Bossi l’altra sera.
Per il Pd, invece, a un certo punto si è sparsa la voce che lo stesso segretario Bersani si fosse aggiunto alla riunione.
Falsa, ma che dà il quadro di un partito diviso in cui nessuno si fida dell’altro. Figuriamoci poi dell’ex nemico berlusconiano, oggi avversario e alleato allo stesso tempo sotto l’ombrello capiente della maggioranza tecnica.
Il punto è capire soprattutto la distanza che separa la difesa a parole del bipolarismo, con una legge senza più nominati, dalla convizione che taglia trasversalemente quasi tutte le forze politiche: che alla fine prevarà un sistema metà spagnolo (uninominale ), metà tedesco (liste nelle circoscrizioni), senza premio di maggioranza e senza doppio turno, in cui le alleanze di governo si fanno direttamente nelle urne. Tradotto in tre parole: grande coalizione permanente.
Dice uno dei sei partecipanti alla riunione di ieri, versante democrat: “Al Pdl abbiamo fatto capire a muso duro che non vogliamo una legge fatta contro gli altri, ma con un consenso largo”.
Poi il bicchiere mezzo pieno: “Abbiamo preso atto che nessuno ha il coraggio di presentarsi agli elettori con questo Porcellum”.
Male che vada, quindi, nonostante l’elaborazione di modelli spagnoli, tedeschi e ungheresi, potrebbe uscire un Porcellum corretto con le preferenze.
Anche se il Pd ha già detto che al posto di queste ultime, le preferenze, sarebbe meglio avere i collegi uninominali. Il caos della discussione è appena all’inizio e durerà almeno due mesi, quando ci saranno le amministrative.
E ieri i sei si sono seduti con i dati dell’ultimo sondaggio riservato, che danno il Pdl ancora più in calo. Eccoli: Pdl al 21 per cento, Pd al 29, Lega al 10, Udc all’8, Idv al 7,5, Sel al 7, Fli al 5.
Ed è per questo che per il momento, al di là degli scenari futuri e le previsioni sul ritorno del proporzionale come vorrebbero i centristi del Terzo Polo, la chiave autentica della fase apertasi ieri la offre un altro autorevole esponente del Pd, a microfoni spenti: “Questi primi incontri serviranno a far gettare la maschera a chi vuole votare ancora con questa legge , con il Porcellum”.
Magari approfittando di un incidente del governo Monti sulla riforma del lavoro.
Tra i democrat l’indiziato numero uno è proprio Bersani.
Nessuno oserebbe dirlo apertamente, ma sono in tanti a pensarlo. E ieri al tavolo chi ha fatto melina sul Porcellum è stato La Russa: conservare questo sistema consentirebbe di salvare l’alleanza con la Lega, che vuole mantenere il sistema dei nominati.
Al contrario, sullo schema bipartisan Alfano-Lupi-Enrico Letta, è stato il vicecapogruppo del Pdl al Senato Quagliariello.
Si tratta di capire chi prevarrà nei due partiti. Senza dimenticare l’eterna ambiguità di Berlusconi che, per dirla con le parole di un suo fedelissimo, “sta puntando su tutti i tavoli, sia quello bipolarista, sia quello proporzianale”.
Ieri, nel Pdl si è registrata anche un ulteriore picco di tensione contro l’ex ministro Giulio Tremonti, dopo le rivelazione del Giornale di Sallusti: “Lettera dal Quirinale, fu il ministro a opporsi al decreto salva Italia. Così il governo fallì la missione sviluppo e il Cavaliere fu costretto a lasciare”.
Da questo gigantesco clima di dialogo, a tirarsi fuori è stato Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei valori: “Riteniamo pericolosi e oscuri per la democrazia questi incontri da sottoscala fatti non alla luce del sole”. La risposta di Bersani è stata: “Qui non ci sono sottoscala, qui se si vuol fare una una legge elettorale bisogna parlarsi e noi stiamo parlando. Non voglio fare inciuci con nessuno, ma fare una cosa che la gente capisca”.
La sensazione è che questo sia l’incipit di una telenovela destinata a durare parecchio tempo. Ieri la prima puntata, con la comparsa dei principali protagonisti.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
I PIANI PER AFFRONTARE LE MEVICATE CI SONO, MA SI SONO INCEPPATI MOLTI PUNTI…INFRASTRUTTURE OBSOLETE E SCARSI MEZZI A DISPOSIZIONE
L’Italia era pronta ad affrontare l’emergenza neve? Sulla carta, sì.
Dal momento in cui la Protezione civile ha emesso l’allerta meteo, la catena di comando doveva intervenire per prevenire il blocco delle infrastrutture vitali del paese (strade, autostrade, ferrovie, rete elettrica e servizi idrici) e mettere in moto la macchina dei soccorsi.
Ma i mille disagi sofferti dagli italiani in questi giorni documentano la grande disorganizzazione dell’apparato statale, delle Regioni e dei comuni, di cui il caos vissuto a Roma è stata solo la conseguenza più chiara e rumorosa.
Previsioni meteorologiche contraddittorie, piani antineve obsoleti, normative sulle calamità naturali lacunose.
E ancora, insufficienza di mezzi di soccorso, condutture dell’acqua che si spaccano con il ghiaccio, treni fermi per ore a causa di una porta gelata, ritardi nel chiudere le strade colpite dalla bufera.
Ecco cosa ha paralizzato l’Italia.
L’ALLERTA
Gli allarmi meteo diramati dalle Regioni non sono sempre chiari. L’allerta 2 (medio) dell’Emilia Romagna è diverso dallo stesso allerta lanciato in Liguria o Piemonte.
“Sono poi troppo generici – spiega Roberto Reggi, sindaco di Piacenza e responsabile Anci per la protezione civile – non è stato codificato il comportamento da tenere in caso di allerta uno, due o tre. Ognuno decide da sè. In base ai vari bollettini meteo, ci sono prefetture che si permettono di chiudere le scuole quando è il sindaco, e solo lui, a poterlo fare”.
Emilia Romagna e Piemonte, inoltre, hanno un centro meteo autonomo che spesso confligge con le previsioni nazionali
LA CAPITALE
A Roma non ha funzionato niente. A partire dal sindaco Alemanno che giovedì scorso non ha capito in tempo il fatto che i 35 mm di pioggia previsti dalla Protezione Civile per il giorno dopo potevano, in caso di termometro sotto lo zero, diventare 35 centimetri di neve.
Gli spargisale sono entrati in azione troppo in ritardo, quando ormai erano inutili. I mezzi spalaneve messi in campo erano troppo pochi e spesso sono rimasti inutilizzati perchè bloccati dal traffico.
Intasate le vie consolari di accesso alla città , gli automobilisti sono rimasti fermi per ore nella neve. Caos nella chiusura delle scuole: per eccesso di prudenza sono rimaste chiuse anche lunedì e ieri.
LE FERROVIE
Poche “scaldiglie” (impianti di riscaldamento degli scambi ferroviari), squadre di pulitori non sufficienti a coprire l’intera rete, porte dei convogli bloccate dal ghiaccio.
Il piano neve delle Rete Ferroviaria italiana in molte zone è naufragato su piccoli dettagli. Le scaldiglie, ad esempio.
Non ce ne sono abbastanza nel centro Nord, per cui non è stato garantito a pieno il servizio pendolari in Emilia e in Piemonte.
Non sono previste al Sud, ad esempio in Sicilia e in Basilicata. E con gli scambi congelati, i treni non passano. Così si spiegano i 66 Eurocity e Intercity a lunga percorrenza cancellati ieri.
C’è poi un problema di vegetazione: a Cassino 4 km di ferrovia sono stati bloccati perchè gli alberi si erano piegati sulle rotaie.
LE STRADE
Negli ultimi giorni dalle case cantoniere dell’Anas sono partiti 3000 uomini e 2500 mezzi per la pulizia di 25 mila km di strada. Ma gli interventi non sono sempre stati efficaci.
Sul Grande Raccordo Anulare di Roma, ad esempio, il sale sparso giovedì notte è stato sciolto dalla pioggia mattutina del venerdì, senza che venisse poi ripristinato.
Quel giorno, quando è cominciata la grande nevicata, i mezzi Anas non sono entrati in funzione perchè tir e auto senza catene, causa ghiaccio, si sono messi di traverso, bloccando il passaggio sulla corsia d’emergenza. In Abruzzo la chiusura della SS 690 è stata decisa in ritardo (alberi e tralicci finiti sulla carreggiata), decine di automobilisti sono rimasti bloccati.
LE AUTOSTRADE
Sulle autostrade è stato il caos, il coordinamento di Viabilità Italia del Viminale ha limitato i danni: chiusure temporanee, deviazioni, automobilisti fermi ai lati della carreggiata (ieri nevicava su oltre 1000 km di rete autostradale).
La prima misura adottata dai gestori è stato il filtraggio ai caselli dei tir di stazza superiore alle 7,5 tonnellate, una misura che ha facilitato l’ingresso in carreggiata dei mezzi spargisale e spalaneve.
L’effetto collaterale è stato l’intasamento delle strade provinciali con incolonnamenti di camion vicino agli svincoli. Sull’A24 Teramo-l’Aquila-Roma i cittadini accusano la Strada dei Parchi Spa di avere impiegato 28 ore per rimuovere la slavina di Carsoli, causandone la chiusura.
L’ELETTRICITA’
Il piano di emergenza della Rete elettrica, sulla carta, è inattaccabile.
Prevede la predisposizione di gruppi elettrogeni supplementari nel caso di interruzione delle linee e rinforzo delle risorse (tecnici e operai) sul campo.
Dovrebbe reggere anche di fronte a un’intensa nevicata. Non è andata così, e anche ieri l’Enel ha dichiarato che 12.680 forniture nel centro sud sono senza elettricità .
È successo che manicotti di ghiaccio si sono formati attorno alle linee, causandone la rottura. Non solo, sui cavi sono caduti anche alberi d’alto fusto.
Le squadre di intervento, con i mezzi leggeri a loro disposizione, non sono riuscite a raggiungere le aree di campagna invase dalla neve o con la viabilità intasata.
L’ACQUA
Ancora ieri c’erano quarantamila famiglie senza acqua a Genova, più di 22 mila utenze interrotte nel Lazio (luce e acqua), tubi che sono esplosi a Firenze.
La spiegazione si trova sottoterra, lungo i 500 mila km di condutture idriche italiane. 170 mila sono da rottamare perchè prodotti in ghisa grigia, un materiale che si spacca con il freddo.
Il sistema idrico si scopre così del tutto indifeso.
I gestori, oltre a potenziare le squadre di intervento (che però hanno problemi a raggiungere i paesi più sperduti) diramano agli utenti consigli “della nonna”: coprire i tubi esterni con panni di lana, polistirolo e giornali, sbrinare i contatori con dei normali phon per capelli.
GLI ENTI LOCALI
Perchè i governatori di diverse Regioni colpite dal maltempo non hanno chiesto lo stato di emergenza o l’hanno fatto con troppo ritardo?
Perchè con la nuova normativa, in vigore dallo scorso anno, sono gli stessi enti regionali a dover tirar fuori i soldi per gli interventi urgenti, aumentando tributi, addizionali, accise regionali sulla benzina.
Solo nel caso in cui le risorse non bastino, si può accedere al Fondo nazionale di Protezione Civile. Che però ammonta a zero.
Ci sono stati poi inspiegabili ritardi istituzionali. Ad esempio il Coordinamento della Protezione civile presso la Regione Abruzzo è stato convocato solo 72 ore dopo l’inizio dell’emergenza.
L’ESERCITO
È il prefetto, e solo lui, il soggetto che può chiedere l’intervento dell’Esercito in casi di emergenza.
Militari spalatori sono al lavoro nelle Marche, in Abruzzo, a Urbino, a Sora, nel basso Lazio.
Alcuni mezzi pesanti hanno però avuto difficoltà a raggiungere i paesi di montagna e le località più isolate.
C’è poi la questione del pagamento, che ha frenato gli interventi iniziali.
L’indennizzo richiesto era di 800 euro al giorno per ogni ruspa usata, 200 per i mini escavatori, 60 euro a soldato per vitto e alloggio, e a pagare dovevano essere le amministrazioni locali.
Il governo ieri ha stabilito invece che l’impiego dei militari non graverà sulle casse comunali.
LE DOTAZIONI
La mancanza di personale e di mezzi in aziende strategiche in queste occasioni di emergenza acuisce i problemi. La Cgil rivela che la Rete ferroviaria italiana, riferimento societario per Trenitalia, ha firmato un accordo per l’assunzione di 550 persone nell’area manutenzione.
Ad oggi sono entrati in Rfi solo in cento e sul fronte manutenzione (binari, scambi, linea aerea) Trenitalia ha accusato i guai maggiori.
A Roma venerdì scorso solo cinque volanti su quindici hanno potuto presidiare la città : dieci non avevano catene nè gomme termiche.
E il sindacato di polizia denuncia da tempo il contingentamento delle pattuglie della Polstrada sulle autostrade italiane.
FabioTonacci e Corrado Zunino
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
LA LOCAZIONE DELLA SEDE DI VIA MACAGGI DELLA SEGRETERIA PROV. DI AN ERA PAGATA DA AN NAZIONALE… QUANDO AN SI E SCIOLTA E’ DIVENTATA LA SEDE DEL PDL, CON UN NUOVO CONTRATTO DI AFFITTO: NON INTESTATO AL PDL NAZIONALE, MA STRANAMENTE ALLA FONDAZIONE AN
Lo scandalo della scomparsa del tesoro di An denunciato stamane dal “Fatto Quotidiano” e la relativa
inchiesta aperta dalla Procura di Roma presenta degli aspetti che lasciano allibiti (leggere l’articolo in home page).
All’atto dello scioglimento di An, in seguito allla nascita del nuovo soggetto politico Pdl, avrebbe infatti dovuto seguire la messa in liquidazione del patrimonio mobiliare e immmobiliare del partito stesso, sulla base della determinazione congressuale.
A tal fine avrebbero dovuto essere nominati uno o più liquidatori per decidere come procedere in tal senso.
Questo avrebbe dovuto essere il compito dell’apposita fondazione creata per gestire questa fase, così come avvenuto per altri partiti.
Il comitato di gestione della stessa nominò un comitato di garanti che avrebbe dovuto “controllare gli obiettivi strategici da perseguire per la conservazione, la tutela e lo sviluppo delle risorse”, fissando un paletto: “il divieto di confusione tra il patrimonio di An e quello del neonato Pdl”.
Questo valeva per gli immobili di proprietà (e invece risulta dalle indagini della Procura di Roma che ben 28 immobili sono stati concessi gratis alla organizzazione giovanile del Pdl) e valeva a maggior ragione per gli affitti che avevano gravato fino a quel momento su An.
Veniamo al dunque: l’affitto della sede genovese di An, sita in via Macaggi, era pagata, finchè An era un partito in vita, dalla direzione nazionale di An.
Se An si scioglie la cosa più logica sarebbe stata quella di disdire l’affitto e restituire le chiavi.
Salvo che, cosa che è avvenura, i dirigenti locali del partito di Berlsconi e quelli di An non decidessero di farne la sede del nascituro Pdl.
Cosa perfettamente legittima, ma a quel punto logica e legge impongono che l’affitto venga intestato al Pdl (nazionale o locale che sia).
E invece che è accaduto?
Che l’affitto è stato intestato proprio alla “Fondazione An” di cui si parla: con il risultato che l’affitto della sede del Pdl genovese finisce così per essere pagato dai contributi degli iscritti ad An, magari compresi quelli che non avrebbero mai voluto avere nulla a che fare con il Pdl.
In pratica il Pdl è ospite di una fondazione privata che ha ereditato i beni dell’ex An che a sua volta li aveva in buona parte ereditati dal Msi, molti dei quali iscritti, se fossero ancora in vita, al solo pensiero di finanziare i berluscones, inseguirebbero coi forconi i componenti del comitato di gestione della fondazione suddetta.
A questo punto una domanda sorge spontanea: a che titolo la fondazione ha preso in carico una locazione che non era di sua competenza?
Chi ha avallato una palese violazione delle norme indicate nello statuto della fondazione in direzione opposta alle determinazioni del congresso di scioglimento di An?
E il canone di locazione è stato effettivamente versato e in che misura?
Attendiamo risposte.
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
AMICO PER TRENT’ANNI E SUO EX ASSESSORE, UMBERTO CROPPI, UNO DEI POCHI “CERVELLI” DELLA DESTRA ITALIANA, SPIEGA LA FIGURACCIA DEL SINDACO DI ROMA TRAVOLTO DALL’EMERGENZA NEVE
Un parco studio nel centro di Roma. Due quadri, una scrivania, qualche libro.
La barba di Umberto Croppi, un bianco sporco, come la neve che ha sepolto forse definitivamente l’esperienza politica del sindaco Gianni Alemanno.
Croppi lo conosce da 30 anni: “E ancora gli voglio bene, ma la dissennata corsa di queste ore a farsi fotografare gli costerà cara. Gianni certamente non sarà rieletto e soprattutto, ogni istantanea di questa vicenda rimarrà nella storia. Perchè ogni frammento, in un effetto domino, corrisponde a un’ulteriore gaffe”.
Esempi
Alemanno con la pala in mano che sposta una pigna. Alemanno immortalato vicino ai sacchetti di sale da cucina. Alemanno mentre toglie neve da un marciapiede e la ributta in mezzo alla strada. Devastante. Inutile. Controproducente.
Quante responsabilità reali ha avuto nella disfatta?
Non molte. Roma non è attrezzata e molti altri, prima di lui, si erano trovati a mal partito con un fenomeno alieno alla città . Ha sbagliato altrove. Invece di reagire alle mancanze altrui nelle sedi competenti, è stato assalito da una furia iconoclasta. All’assalto, quando nessuno, almeno all’inizio, l’aveva accusato di nulla.
Perchè?
È difficile dirlo. L’Alemanno attuale è il manifesto di un disagio psicologico. Quando sabato mattina l’ho visto sventolare quei fogli bianchi con le previsioni mi è venuto un brivido. Ho capito subito che si trattava di un’interpretazione sbagliata. Di dati equivocati.
Un fatto grave?
Da un laureato in Ingegneria ambientale, responsabile dell’unica metropoli d’Italia, ci si aspetterebbe una cognizione maggiore. Incorrere nell’errore ed esporlo all’Italia e al mondo è uno scivolone incomprensibile.
Ci sono altri responsabili?
Certo. Tre o quattro assessorati, forse la Protezione civile e i vigili del fuoco. Ma il problema è altrove. Perchè Alemanno non ha chiesto spiegazioni ai suoi? Dove è finita la giunta di questa città ?
Poteva essere fatto di più?
Sicuramente sì, tutti sapevamo da 15 giorni che avrebbe nevicato. Se da un lato offro a Gianni la mia solidarietà , dall’altro non posso non vedere che in questa situazione appare, a essere bene-voli, del tutto smarrito.
Perchè?
Perchè è preoccupato soltanto della gestione della propria immagine. Uno slalom tra twitter e le tv, come se la nevicata lo ponesse di fronte a un referendum sulla sua capacità di governo.
Da cosa nasce l’urgenza?
Dai sondaggi del recente passato. Quando esondò il Tevere e Gianni si presentò in stivali sul greto, ebbe il picco massimo di popolarità . Ha deciso di riproporre l’esperi-mento, cadendo nel ridicolo. Nella drammatica caricatura. Nella saga di se stesso. È vero che all’epoca delle piene si percepì la sua presenza, ma è altrettanto innegabile che il Comune istituì un’unità di crisi attiva 24 ore su 24.
Questa volta?
Nessuna traccia. Un’anarchia desolante. Una città in balia di se stessa. Dopo una buona intuizione, la chiusura delle scuole, Gianni è sprofondato nelle contraddizioni. Aveva un vantaggio, non c’era neanche bisogno che lo sventolasse. Lo ha depauperato giocando d’attacco e innescando un meccanismo in cui una volta compreso di aver sbagliato, ha deciso di rilanciare senza sosta.
Come è stato possibile?
È stato mal consigliato. La sovraesposizione di Gianni è grottesca. Nell’ultimo anno lo si è visto con il casco sui cantieri, in bicicletta a inaugurare le piste, troppo. Dovrebbe rendersi conto che l’attenzione eccessiva lo danneggia.
Nella ricostruzione del sindaco, le responsabilità sono sempre degli altri.
Come nei tennisti italiani descritti da Nanni Moretti, per i quali la colpa della sconfitta risiede sempre altrove o nella metafora del cacciatore, per cui l’obiettivo mancato è addebitabile al cattivo funzionamento della cartuccia.
Dal suo blog ha lanciato messaggi allarmistici
Il blog è un boomerang. Si presenta come il simulacro della modernità 2. 0 e poi, in un amen, ti fa riprecipitare nella preistoria delle pale. Se sabato mattina, invece di dare addosso alla Protezione civile, Gianni fosse apparso per dire: “Ce la stiamo mettendo tutta, dateci una mano”, la percezione collettiva sarebbe stata diversa.
Invece
È parso dicesse: “Arrangiatevi”.
Lei lo conosce da sempre. È cambiato?
Non molto. Ha dedizione e ambizione, pregi e limiti. Il più grande? Chiude tutto all’interno di schemi rigidi. È molto ideologico.
La cacciò dalla giunta
Non covo alcuna revanche, ma in quell’istante, si è chiusa la sua esperienza politica. Invece di puntare alla qualità , ha pensato di cedere alle pressioni. Parentopoli e le assunzioni senza freni sono solo un riflesso di quel cedimento.
Ma lei gliel’ha detto?
Decine di volte. Cercava giustificazioni che erano soprattutto scuse da presentare a se stesso.
Litigaste anche sulla vicenda Colosseo-Della Valle?
Da assessore non sono mai stato contrario, ma estraneo alla vicenda. Mi sono mosso su binari paralleli. La camera di commercio mise a disposizione una cifra analoga a quella di Della Valle e io andai ad Abu Dhabi, riscontrando interesse per il restauro a cifre ben superiori a quelle poi erogate. Della Valle, onore al merito, si è preoccupato di reperire i fondi. Le modalità dai profili curiosi atte a trovare il denaro non mi riguardano. Comunque, anche in quell’occasione, Gianni sbagliò. Sul piano politico poteva fregiarsi dell’operazione, ma su quello delle procedura non c’entrava niente e avrebbe potuto, anzi avrebbe fatto meglio a stare zitto.
Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile
INDAGINE DELLA PROCURA: PRESTATI SENZA AVERNE TITOLO 3,7 MILIONI AL PDL, UN ALTRO MILIONE CONCESSO A FONDO PERSO. AFFITTO GRATUITO DI 28 IMMOBILI AI GIOVANI BERLUSCONES, PARCELLE ANOMALE PER DECINE DI MIGLIAIA DI EURO
Dalla Fondazione “Alleanza Nazionale”, nata in seguito allo scioglimento e alla confluenza del partito
nel Pdl datata marzo 2009, sono spariti 26 milioni di euro.
E allo stato, tra pezze d’appoggio mancanti, prestiti milionari al partito di Berlusconi e immobili dati in uso gratuito ai giovani del Pdl, non c’è certezza di dove siano finiti.
Il retropalco dei partiti sopravvissuti alla Seconda Repubblica è uno spettacolo quotidiano.
L’ultimo in ordine di tempo, dopo lo scandalo Lusi-Margherita, sventola i simboli di una delle grande aggregazioni del dopoguerra italiano.
La casa di Giorgio Almirante e di Gianfranco Fini.
Un patrimonio di difficile stima che tra liquidità e immobili non risultava inferiore ai 400 milioni. Una cifra troppo alta per non scatenare brame e appetiti regolarmente finiti in tribunale.
La storia parte da lontano.
Nei giorni di marzo del 2009, in cui dopo il congresso nazionale, An decise per il 2011 di trasformare il partito in: “Fondazione che ne assuma l’emblema e la denominazione.
Alla fondazione competono tutti i diritti propri di An e ad essa sono assegnate le risorse materiali (…) e segnatamente ogni bene mobile e immobile direttamente o indirettamente posseduto comprese le partecipazioni in società e tutti icrediti verso soggetti pubblici o privati”.
Si optò per un comitato di gestione che avrebbe operato secondo le indicazioni di un altro organo, il comitato dei garanti.
Vennero designati i nomi dei singoli individui deputati al controllo degli “obiettivi strategici, anche di periodo, da perseguire per la conservazione, la tutela e lo sviluppo delle risorse (…) l’impiego e la destinazione dei fondi”.
I comitati si insediarono il primo aprile del 2009 e in un amen, fu guerra tra gli ex colonnelli di An e i fedelissimi di Gianfranco Fini.
Una guerra sporca, senza esclusione di colpi, durata per mesi e persa dai secondi costretti ad assistere a un “golpe” nelle mura di casa.
Dal comitato di gestione, non a caso in piena bufera Montecarlo, venne estromesso Franco Pontone (espulso dal comitato dei garanti nel 2010) e al suo posto nominato il senatore Mugnai.
Da allora e fino ad oggi, complice la frattura tra Fini e Berlusconi, quello che era stato definito “il divieto di confusione del patrimonio di An con quello del Popolo della Libertà ” divenne un’autostrada senza caselli, controlli o pedaggi.
Con gestioni allegre, rappresaglie ad hoc (la vicenda del Secolo d’Italia), purghe staliniane e campo libero a transazioni impensabili. Immobili di An affidati in uso gratuito ai giovani del Pdl (28), prestiti bizzarri come quello del 12 luglio 2011, in cui il comitato di gestione della Fondazione di An concesse su richiesta degli onorevoli Crimi e Bianconi del Pdl, la cifra di 3.750.000 a titolo di prestito infruttifero al partito rivale.
Da aggiungere a un altro milione a fondo perduto per sostenere le elezioni regionali del Pdl e ad altri contributi di importo ancora incerto, a fronte “dell’impegno morale” di Bianconi di vigilare sul loro “puntuale utilizzo”.
E poi, ancora altro denaro, dalla casa madre dei neo “nemici”.
Forme di generosa erogazione “del tutto anomale” distribuite con fumose motivazioni definite “Iniziative promozionali in sede al Pdl”, senza rendiconti verificabili e con giustificazioni risibili ad accompagnare il salasso verso il feudo di B.: “Promuovere all’interno del partito la costituenda fondazione”.
In mezzo, vennero bloccate le iscrizioni degli ex An alla fondazione (300 euro di versamento) e rese surrettiziamente invalide quelle giunte dopo il 30 aprile 2010.
In una situazione simile, con l’uso disinvolto del denaro di un partito appannaggio di un altro (rivale e in costante battaglia) i finiani rimasti vicini al presidente della Camera e confluiti in Fli, hanno provato il contrattacco.
Prima ha tentato l’avvocato di Fini, Giuseppe Consolo.
Poi lo studio del deputato di Fli Antonio Buonfiglio si è messo al lavoro e ha presentato con l’omologo di cordata Enzo Raisi, un esposto al Tribunale di Roma a fine novembre.
Quattro pagine fitte di date e cifre utili a chiedere alla magistratura di procedere “alla nomina di uno o più commissari liquidatori e comunque all’adozione di ogni e più opportuno atto affinchè fossa data corretta e puntuale esecuzione alle determinazioni congressuali in ordine alla liquidazione e allo scioglimento formale di An”.
Liquidazione non avvenuta (comportandosi la fondazione, in compulsivo erogamento di fondi della comunità di An al Pdl, in regime di “continuità ” e in direzione del tutto opposta) e determinazioni originarie tradite.
Il tribunale si è mosso e ha prodotto una relazione sull’attivita di liquidazione: misteriosa e raggelante.
Analizzati i documenti delle parti, i periti del tribunale hanno evidenziato come non solo non si sia verificata alcuna liquidazione nè alcun passaggio formale sulla stessa, ma del denaro scomparso, non vi sia traccia.
Dentro il buco nero si trova di tutto.
Accensione di conti correnti intestati all’associazione senza riscontri per individuarli. Parcelle saldate per decine di migliaia di euro ad avvocati impegnati a difendere il Pdl.
Il famoso prestito da quasi 4 milioni erogato al partito di Berlusconi, poi restituito a distanza di qualche mese, senza che ci sia foglio di carta che nel rendiconto chiuso a ottobre del 2010 che lo ratificasse.
E poi altri milioni, sempre destinati al Pdl, a fondo perduto.
Una situazione incredibile che relega l’affaire Margherita alle piccole cose di valore non quantificabile e lascia sul terreno una differenza di valori, tra la Fondazione gestita dai colonnelli e quella immaginata da Fini & C., di 26 milioni in meno di due anni (2009-2011).
Una perdita di capitali e ideali di cui adesso qualcuno chiederà conto.
Alessandro Ferrucci e Malcom Pagani
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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