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“CAFFEINA” E CAMOMILLE: IL LIBERISTA FARLASCA DIFENDE MARCHIONNE, DALLA PLATEA NON APPREZZANO E PIOVONO FISCHI

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

A VITERBO, NEL CORSO DELLA RASSEGNA “CAFFEINA CULTURA” DIBATTITO SU POLITICA SOCIALE E LIBERALE… FINI FAREBBE BENE A DISTRIBUIRE MENO CAFFEINA E PIU’ CAMOMILLE A CERTI SUOI DIRIGENTI CHE TIRANO LA COPERTA DA TUTTE LE PARTI E FINISCONO PER SCOPRIRE IL MATERASSO

Il lavoro, la Fiat di Marchionne e la Fiom di Maurizio Landini, la sentenza Pomigliano e il ricorso del Lingotto al centro del dibattito organizzato dal Fatto quotidiano a Viterbo nell’ambito della rassegna Caffeina Cultura.
Politica sociale versus politica liberale. Diritti versus libertà  imprenditoriale.
Ospiti i giornalisti del Fatto Quotidiano Enrico Fierro, Stefano Feltri, quindi Piercamillo Falasca vicepresidente di Libertiamo.it, la fondazione legata a Futuro e libertà  e Antonio Di Luca, operaio e sindacalista Fiom.
La sentenza su Pomigliano ha stabilito un’effettiva politica discriminatoria e anti-sindacale da parte dell’azienda di Marchionne che ha contestato duramente il verdetto dei giudici, liquidando il caso come “folklore locale”.
Il dibattito ha fotografato la conflittualità  che l’argomento lavoro genera nel paese.
Non è mancato neppure lo scontro generazionale tra i lavoratori anziani del pubblico e i giovanissimi relatori sul palco.
Ad animare la piazza sono state sopratutto le affermazioni di Piercamillo Falasca, liberale puro e difensore del mercato concorrenziale.
Il suo intervento è stato accompagnato dal brusio della gente, dai fischi e dalle contestazioni.
“E’ nel libro paga di Marchionne” afferma una signora.
“Dobbiamo accettare un disarmo ideologico, la lotta tra Fiom e Fiat è negativa per il Paese” afferma Falasca sul palco.
“Ha ragione Marchionne a lasciare il paese? Con la burocrazia che ci ritroviamo, la pressione fiscale alta, una normativa intricata e una tale conflittualità  tra imprenditori e sindacati nessuna azienda vorrebbe investire in Italia”
Diciamo che il numero degli imprenditori stranieri disposti ad investire in Italia è direttamente proporzionale a quello di elettori italiani disposti a votare Fli dopo aver ascoltato le tesi ultraliberiste di Farlasca.
Libero lui di esporre le sue tesi, ma Fli era nato su un altro progetto.
Forse Fini farebbe bene a distribuire meno caffeina e più camomille a certi esponenti di Fli che tirano la coperta da troppe parti con il risultato finale di scoprire i materassi.

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BOSSI CHI MOLLA E’ IL GRIDO DI BATTAGLIA

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

LA CENA SEGRETA DEL SENATUR CON I FEDELISSIMI: “NESSUN PASSO INDIETRO, MARONI SE NE ACCORGERA'”

“Una Lega bis sarebbe solo uno specchietto per le allodole”. Umberto Bossi ne è sempre stato convinto.
Lo disse al congresso straordinario del 1994, quando decise di far cadere il primo governo Berlusconi, lo ha ripetuto domenica a quanti lo invitavano a dar vita a una scissione.
I fedelissimi di sempre. Giuseppe Leoni, Roberto Castelli, Leonardo Carioni, Marco Desiderati.
Due congressi, quello del 1994 e quello di domenica, celebrati a parti invertite.
Nel primo fu Maroni a rischiare l’esilio. “A Roberto ho scaldato il latte tutte le mattine, ma è il nostro braccio debole e va amputato”, annunciò il Senatùr.
E all’allora ministro dell’Interno e vicepresidente del consiglio dei ministri (per appena otto mesi) non rimase che lasciare il Palatrussardi tra i fischi e gli insulti dei militanti, prendere un aereo e volare alle Maldive.
Altra sorte è toccata domenica a Bossi. Celebrato comunque come padre fondatore, con ancora molti militanti dalla sua parte, il Capo ha tentato di modificare il nuovo statuto del partito così da vedersi garantito un maggior potere, ma non c’è stato nulla da fare.
Non del tutto estromesso ma sicuramente arginato, commissariato, reso inoffensivo perchè privo di qualsiasi autonomia decisionale.
Ma nessuno però lo ha fischiato e nessuno può cacciarlo anche se in molti sperano che Maroni riesca ad arginarlo tanto da spingerlo al definitivo pensionamento.
Ma chi conosce davvero Bossi sa che l’idea è utopica.
Maroni lo sa bene. E infatti teme ciò che è facile prevedere: il Capo continuerà  a fare il Capo. Rilascerà  dichiarazioni e interviste su qualsiasi argomento, frequenterà  con assiduità  via Bellerio, lo studio che da venti anni utilizza e l’appartamento ricavato per lui nel quartier generale, dopo la malattia che lo ha colpito nel 2004.
Insomma Bossi sarà  un pungolo insistente, una spina ingombrante nel fianco dell’ex titolare del Viminale. Una scheggia impazzita per la Lega di Maroni.
Perchè il Senatùr ha la certezza, alimentata dai seguaci di stretta osservanza bossiana, che il popolo leghista non è “quello lì di Internet, di facebook”.
Lo ha detto lui a cena domenica sera.
A tavola con pochi intimi, appena sei, tra cui Castelli e Carioni. Gli amici di sempre. A mezzanotte aveva già  dimenticato le lacrime versate ad Assago e ritrovato la forza. Da madre naturale di quel bambino che è la Lega affidata usando la parabola di Re Salomone a Maroni. “Ma solo temporaneamente, se ne accorgerà ”.
Ieri Bossi ha trascorso la giornata a Gemonio, dove in serata l’hanno raggiunto gli amici fidatissimi. Tra cui il solito Carioni.
Lo ha chiamato verso le sette. “Vieni qui”. E come sempre l’ex presidente della provincia di Como, uno dei recordman di voti del Carroccio (eletto nel 2002 con il 60% delle preferenze), è salito in macchina ed è corso a casa del Capo.
Perchè è certo che Bossi non molla.
Neanche nel giorno per lui più difficile, domenica, ha ceduto di un passo.
Dal palco ha ricordato a Maroni che la Lega è la sua creatura e che l’affidamento è solo temporaneo.
Le truppe del Carroccio che vedono solo in Bossi il leader sono ancora numerose.
“Se fosse stato concesso il voto segreto, come avevo chiesto, la mia non sarebbe rimasta una posizione isolata” ha detto ieri la parlamentare padovana Paola Goisis che da delegata al congresso ha votato contro Maroni segretario.
Flavio Tremolada, assessore-sceriffo del Carroccio a Lesmo lo ha fatto mettere a verbale il suo voto contrario. “Ora vediamo come lavora, poi valuteremo”.
Tremolada è il braccio destro di Marco Desiderati, bossiano eletto al congresso nella segreteria lombarda con 24 preferenze dopo Paolo Grimoldi (31) e Andrea Mascetti (26).
Venerdì ci sarà  la prima riunione del consiglio federale e Bossi parteciperà .
Già  giovedì sarà  nel suo ufficio di via Bellerio. Non prima perchè oggi e domani, salvo imprevisti, sarà  a Roma.
“Adesso dobbiamo pensare all’unità  del partito”, garantisce Giuseppe Leoni, cofondatore col Senatùr della Lega nonchè sua spalla fedele.
Che al “nemico” Maroni invia un suggerimento “quasi paterno”, dice.
“Se io fossi al suo posto userei Bossi, Umberto è un genio e conosce benissimo il partito e la realtà  politica, quindi io se lo avessi a portata di mano come l’avrà  Maroni, lo coinvolgerei in tutto. Mi farei aiutare, suggerire; sceglierei con lui la strada migliore da percorrere e poi la presenterei, in accordo con Bossi, come mia”.
Ma per adesso, garantisce, “non c’è alcuna ipotesi di scissione nè di fare un altro partito, figuriamoci: la Lega è Bossi e Bossi è la Lega”.
I vecchi slogan saranno difficili da dimenticare.
E così il consiglio che Leoni invia al neosegretario appare più una minaccia. Soprattutto quel “se lo avessi a portata di mano come l’avrà    Maroni”.
Questo è il timore più grande di Bobo.
Il più facilmente prevedibile, del resto.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TERREMOTO, GOVERNO LATITANTE, SINDACI SENZA UN EURO: “COSTRETTI A CHIEDERE SOLDI ALLE BANCHE”

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

DOPO 44 GIORNI SONO ARRIVATE SOLO CARTE DA FIRMARE: “I LAVORATORI VANNO PAGATI, LE FATTURE ANCHE”… MILIONI DI EURO TRA SOLIDARIETA’ E FONDO DELLA PROTEZIONE CIVILE BLOCCATI DALLA BUROCRAZIA

Finora ci sono solo fatture su fatture da saldare. E richieste di prestiti con i relativi interessi.
Di soldi liquidi, a 44 giorni dalla prima scossa, i sindaci dei tanti paesi emiliani messi in ginocchio dal terremoto, ne hanno visti ben pochi.
Per toccare con mano le donazioni private infatti bisognerà  aspettare mesi.
Almeno due solo per quanto riguarda gli oltre 12 milioni di euro raccolti attraverso i messaggi sms solidali.
Così come sarà  necessario attendere ancora delle settimane per poter attingere ai 50 milioni del Fondo nazionale della protezione civile. Intanto però i fornitori battono cassa e così come i dipendenti comunali, che da più di un mese lavorano senza sosta, sabato e domenica compresi.
Così ai comuni non resta altra soluzione che rivolgersi alle banche.
“I lavoratori vanno pagati — mette in chiaro il sindaco di Novi di Modena, Luisa Turci -. E senza entrate sono obbligata a chiedere anticipazioni di cassa. Certo, non sono a costo zero. Ma è l’unico modo per ottenere liquidità  immediata”.
Per ora, infatti, i paesi colpiti dal sisma hanno potuto usufruire solo delle donazioni spontanee versate sui singoli conti correnti, aperti ad hoc dalle amministrazioni comunali all’indomani del terremoto del 20 maggio.
Come spiega Rudi Accorsi, amministratore del piccolo comune modenese di San Possidonio: “Fino a oggi abbiamo ricevuto solo i 52 mila euro versati sul nostro conto. Ma ne servirebbero molti altri per rimettere in piedi la città ”. Per riavviare l’economia, ripristinare il tessuto abitativo e recuperare il patrimonio artistico “non bastano i 140 mila euro donati alla nostra città  — aggiunge il sindaco di San Felice sul Panaro, Alberto Silvestri — servono risposte dal governo. Le spese sono enormi, ci sono tutti gli interventi di messa in sicurezza, di puntellatura, di sgombero macerie. La lista è infinita”.
Insomma, ritornare alla normalità  ha un costo che i comuni da soli non riescono a sostenere.
Entro una settimana, fanno sapere dalla Protezione civile, la Regione dovrebbe ricevere la prima tranche, pari a 10 milioni, del Fondo nazionale del dipartimento, messo a disposizione subito dopo il primo terremoto.
Briciole se si considera che solo il comune di Finale Emilia ha già  investito circa 3,3 milioni di euro per i progetti di ricostruzione.
“E ancora non sappiamo se ci verranno rimborsati completamente o solo in parte — sottolinea il sindaco Fernando Ferioli — Per pagare stiamo accumulando debiti”. Cavezzo, tra pasti, servizi igienici, interventi strutturali agli edifici e messa in sicurezza del centro storico ha già  sborsato oltre 500 mila euro.
Cifra simile a quella spesa da San Possidonio e da San Felice sul Panaro.
E mentre le fatture da saldare si moltiplicano, i soldi raccolti dalla macchina della solidarietà  rischiano di rimanere intrappolati in un labirinto burocratico che diluisce i tempi di mesi.
Prima di tradurre le migliaia di sms solidali in moneta sonante, per esempio, passeranno almeno 60 giorni.
Il tempo necessario alle compagnie telefoniche per le verifiche sulla solvibilità  degli abbonati.
In altre parole, i gestori dovranno controllare le bollette dei clienti che hanno partecipato alla raccolta, assicurandosi, tra le altre cose, che i messaggi non siano stati inviati da telefoni aziendali.
Solo una volta terminata questa operazione, gli operatori potranno trasferire la somma al Fondo per la protezione civile. Che a sua volta, facendo da intermediario, la farà  arrivare alle regioni colpite dal sisma, ossia Emilia Romagna, Lombardia e Veneto.
Queste ultime non gestiranno solo le donazioni arrivate tramite il cellulare, ma l’intera somma raccolta dai diversi enti e associazioni. In assenza di una legge che obblighi a dichiarare preventivamente la destinazione specifica delle offerte, spetterà  infatti ai presidenti delle tre regioni l’ultima parola sull’utilizzo di questi soldi.

Annalisa Dall’Oca e Giulia Zaccariello
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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CONTRORDINE PADAGNI: “CON FORMIGONI AVANTI FINO AL 2015”

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

MARCIA INDIETRO DEL CARROCCIO RISPETTO ALLA LINEA DURA LANCIATA DA MARONI AL CONGRESSO… SALVAGUARDARE LE POTRONE PRIMO OBIETTIVO DELLA LEGA, ECCO IL VENTO DEL CAMBIAMENTO

Contrordine, camicie verdi. Roberto Formigoni per ora non si tocca, al massimo si corregge. Ma fino a quando non si sa.
Il Governatore della Lombardia tira i remi sulla sua barca: «Abbiamo preso un impegno con gli elettori, andiamo avanti così fino al 2015».
Il fine intellettuale Matteo Salvini, neosegretario lombardo della Lega, mica si sbilancia sul calendario: «Non ho la sfera di cristallo… Gli abbiamo chiesto di occuparsi di più dei problemi della Lombardia. Al primo posto delle priorità  c’è la riduzione dei ticket sanitari…».
Il diktat leghista a Roberto Formigoni – domenica al congresso di Assago Roberto Maroni lo aveva messo tra i punti principali insieme al benservito da dare a l più presto Mario Monti – dura meno di niente.
Per ora l’alleanza tiene, anche se il Celeste e i Padani sembrano due naufraghi aggrappati l’uno all’altro su una zattera, quella di Palazzo Lombardia.
Azzoppato dalle inchieste che adesso hanno pure lui nel mirino, Roberto Formigoni ha un po’ di ossigeno per andare avanti.
Sempre che la magistratura non ci metta nuovamente di suo, come ammette Matteo Salvini: «E’ una variabile, ma non sappiamo…».
La Lega evita lo strappo che la lascerebbe senza rappresentanza politica in Lombardia, col rischio di perdere pure il treno alla prossima tornata elettorale, sulla carta per il 2015.
Matteo Salvini fa due conti ma giura che è troppo presto: «Ci piacerebbe che fosse un leghista il successore di Formigoni. Ma per adesso non si può parlare nè di alleanze nè di quando si andrà  a votare…».
E allora si va avanti. Praticamente alla giornata, che non sembra una cosa da niente visto quel che bolle in Lombardia.
L’Expo 2015 di Milano è alle porte. Roberto Fomigoni ne è pur sempre il commissario anche se la Lega che non ha mai particolarmente amato la kermesse mondiale, sarebbe pure soddisfatta se il Governatore facesse un passo indietro per occuparsi più di Lombardia. Ma visto che per ora l’alleanza tiene c’è chi brinda.
Mario Mantovani coordinatore regionale del Pdl giura che va bene così: «Formigoni avanti fino al 2015 con la Lega».
E allora si va avanti, con la Lega che mette sul tavolo le sue richieste
Roberto Formigoni prende nota e annuisce: «E’ stato un lavoro molto positivo. Abbiamo la volontà  comune di rafforzare la nostra azione di governo. Capisco che la sinistra digrigni i denti di fronte al rinsaldarsi esplicito del rapporto tra Pdl e Lega».
Matteo Salvini assicura che si naviga a vista: “Formigoni ci ha detto diversi sì. Ma non bastano più i sì sulla carta. Con Formigoni siamo amici ma da buoni amici vogliamo che si concretizzi di più”.
In attesa meglio tenersi strette le poltrone.

Fabio Poletti
(da “La Stampa“)

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SPANDING REVIEW, ANCORA NON C’E’ INTESA: TAGLI A GIUSTIZIA, SANITA’ E PUBBLICO IMPIEGO

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

CHIUSURA DI 280 UFFICI, TRA TRIBUNALI, PROCURE E SEZIONI DISTACCATE… TAGLI NON LINEARI NELLA SANITA’ PER 8,5 MILIARDI IN TRE ANNI… DIECIMILA ESUBERI TRA GLI STATALI, POSSIBILE BLOCCO DEL TFR MA NON DELLA TREDICESIMA… SINDACATI SUL PIEDI DI GUERRA

Lunga riunione a Palazzo Chigi sul tema della spending review. L’incontro, a cui ha partecipato anche il premier Mario Monti, ha affrontato l’entità  dei tagli valutando l’opzione tra un decreto pesante da 7-8 miliardi (ma la cifra potrebbe arrivare a 10) e un provvedimento più leggero, da 5 miliardi, rinviando il resto del pacchetto all’autunno.
Quest’ultima sembra essere l’ipotesi più probabile al momento.
Le misure: la giustizia.
Intanto, dalla bozza messa a punto dai tecnici del ministero della Giustizia per il decreto di attuazione della delega sulla revisione della geografia giudiziaria, emergerebbe la volontà  dell’esecutivo di procedere a un sostanzioso taglio nel sistema.
Si tratta dell’effetto della revisione delle circoscrizioni giudiziarie, che porterebbe alla chiusura di oltre 280 uffici giudiziari, tra tribunali, procure, e sezioni distaccate. In particolare, cancellazioni o accorpamenti che riguarderebbero tutte le 220 sezioni distaccate e tra i 32 (ipotesi più probabile) e i 36 tribunali e altrettanti uffici requirenti.
Ma su questi numeri ancora non c’è intesa tra governo e maggioranza.
Il progetto fa seguito al taglio dei 674 uffici dei giudici di pace, già  deciso a gennaio dal Consiglio dei ministri.
Il Guardasigilli Paola Severino ne ha discusso in un incontro con i responsabili Giustizia dei partiti della maggioranza e sembrava che il provvedimento dovesse finire già  nel pomeriggio all’esame del Consiglio dei ministri, ma un accordo non si è raggiunto e alla fine si è deciso per uno slittamento alla riunione in cui il governo si occuperà  della spending review.
Il timore è che i tagli non superino l’esame del Parlamento.
Le misure: la sanità .
Dopo giorni di incontri, colloqui e trattative, il governo avrebbe trovato la quadra anche sull’ingente contributo che la sanità  pubblica dovrà  dare alla spending review.
Un risparmio, secondo quanto si apprende, che alla fine dovrebbe aggirarsi attorno agli 8,5 miliardi di euro in tre anni: un miliardo quest’anno, circa 3 miliardi nel 2013 e oltre quattro miliardi nel 2014.
Il ministro della Salute Renato Balduzzi, sempre a quanto si apprende, presenterà  già  nell’incontro interministeriale di stasera un cospicuo dossier sui punti su cui intervenire per raggiungere l’obiettivo, evitando tagli lineari.
Il piano prevederebbe la chiusura di alcuni enti, la riduzione del tetto della spesa farmaceutica e della spesa per beni e servizi, meno sprechi nel consumo di farmaci con la possibilità  per le farmacie ospedaliere di preparare dosi “personalizzate” per i pazienti.
Risparmi insospettabili anche dai farmaci a cui scade il brevetto (250 milioni di euro l’anno), e persino dall’utilizzo “off label”, ossia fuori dalla prescrizione prevista in Italia, dei farmaci innovativi: è di oggi lo studio uscito sulla Voce.info, secondo cui utilizzando uno specifico farmaco biologico (bevacizumab), autorizzato in Italia per il tumore al colon, contro la maculopatia porterebbe a 200 milioni di euro l’anno di risparmio rispetto alla terapia standard.
La partita sanità  potrebbe essere chiusa stasera, per presentare un documento organico alle parti sociali nell’incontro di domani.
Le misure: gli statali.
Sul fronte degli statali, confermato un piano di esuberi per almeno diecimila unità , con un accompagnamento verso la pensione in deroga alla riforma Fornero.
Deroga che però, come contropartita, potrebbe comportare il blocco del Tfr fino al compimento dell’età  pensionabile, così da compensare i costi dell’anticipo della pensione.
Esclusa invece la possibilità  di un taglio della tredicesima.
Il decreto è atteso dopo gli incontri con parti sociali ed enti locali, rinviati a domani.
Riunioni che potrebbero influire sulle scelte del governo, vista la forte preoccupazione dei sindacati per le nuove pesanti misure, in particolare quelle sugli statali.
Le reazioni. I dipendenti del pubblico impiego, avverte la segretaria della Cgil Susanna Camusso in un’intervista al Mattino, “hanno già  compiuto sacrifici con il blocco per tre anni dei contratti” e “con strette ulteriori la crisi si avviterà  su se stessa”.
“Cosa diversa – precisa Camusso – è incidere su un miliardo e mezzo di consulenze e società  costituite dalle amministrazioni spesso per garantire solo posti di potere ad alcuni”.
La Cgil mette in guardia in particolare dalla possibilità  di tagli al settore della sanità  in quanto, ricorda, “i tagli lineari già  adottati ammonteranno nel prossimo triennio a 17 miliardi, con quasi tre miliardi di nuovi ticket”.
“Se si fanno tagli con criterio va bene e noi lo sosterremo – spiega il segretario della Cisl Raffaele Bonanni – Altrimenti, se si faranno tagli tanto per farli, si faranno solo più guai. A quel punto, faremo iniziative   in tutta Italia e in tutte le città . Vedremo cosa faranno e poi ci regoleremo di conseguenza. Faremo quello che serve, se occorrerà  uno sciopero generale lo faremo ma ci sono mille modi per protestare. Al governo chiederemo un piano chiaro frutto di una ristrutturazione pensata e discussa con parti sociali e Parlamento, non vogliamo una cosa che rischia di essere come quella degli esodati – conclude Bonanni – Quello che è stato fatto con gli esodati rappresenta ciò che non deve essere fatto”.
Mette dei paletti ben precisi anche Luigi Angeletti.
Se fossero confermate le indiscrezioni sulle misure sul pubblico impiego, dice il segretario della Uil intervenendo al Giornale Radio Rai, i sindacati “reagiranno”. “Non possiamo accettare – sottolinea Angeletti – una soluzione sulla parola d’ordine per cui bisogna ridurre la spesa pubblica, che sicuramente è una parola d’ordine popolare e per certi versi condivisibile, in cui gli unici a pagare sarebbero i più deboli, mentre la quantità  di denaro che viene sprecata o viene spesa in maniera non efficiente nella pubblica amministrazione è enorme e non dipende di certo dagli impiegati: la pubblica amministrazione non è mica una cooperativa”.
Il leader della Uil, come Bonanni, non esclude quindi la possibilità  di forme di lotta dura per far valere le ragioni del sindacato. “Temo che il proseguimento di questa politica economica del governo – dice – ci costringerà  a fare uno sciopero che a quel punto sarà  uno sciopero politico, non solo per protestare ma per dire in maniera netta ‘basta’, ovvero che bisogna cambiare la politica economica di questo governo”.
Al termine della riunione il ministro della Cooperazione Andrea Riccardi non ha voluto precisare se il provvedimento sarà  varato dal Consiglio dei ministri in programma venerdì prossimo.
Il governo, si è limitato a dire Riccardi, si aspetta molto dall’incontro con le parti sociali di domani sulla spending review “perchè la linea seguita è giusta e corretta e spero sia sempre più condivisa. Spiegare, ascoltare è il grande segreto”.

(da “La Repubblica”)

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BERSANI TALLONATO DA RENZI E DI PIETRO

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

I DEMOCRATICI E L’IPOTESI DI PRIMARIE DI COALIZIONE… NEL PDL LO VUOLE IL 74%

Si parla sempre più di consultazioni primarie.
Esse costituiscono comunque un evento molto richiesto dalla popolazione: la netta maggioranza le vede con favore, ritenendole un importante momento di partecipazione e di democrazia.
Tanto che la gran parte degli italiani dichiara che si recherebbe a votare.
Può sorprendere il fatto che la massima diffusione dell’intenzione a partecipare si trovi nell’elettorato del Pdl.
Qui quasi tre elettori su quattro si dichiarano pronti («sicuramente» o «probabilmente») a votare alle primarie di partito.
Segno forse dell’ampiezza e dell’importanza del dibattito in corso nella formazione di Alfano e Berlusconi.
Appaiono particolarmente sensibili al tema – e intenzionati a partecipare – gli elettori più giovani (tra gli under 24 la quota supera addirittura il 90%, prova della particolare sensibilità  di questa generazione verso gli ambiti di partecipazione), i laureati e i residenti nel Nordest.
Non molto dissimile risulta l’intenzione a recarsi a votare per le primarie tra gli elettori del Pd, che raggiunge il 70%.
In questo caso, tuttavia, appaiono relativamente più sensibili i meno giovani, oltre i 55 anni, (la generazione «storica» del partito) e gli operai.
Come si sa, è anche in discussione la possibilità  di permettere la partecipazione alle primarie non solo agli elettori del Pd, ma al complesso dei votanti o simpatizzanti per tutte (o alcune) forze del centrosinistra, indicendo le cosiddette «primarie di coalizione».
Anche in questo caso, la partecipazione sembrerebbe coinvolgere la netta maggioranza (più di due terzi) degli aventi diritto (abbiamo considerato tutti i votanti per i partiti del centrosinistra, nessuno escluso).
L’insieme di questi dati fa ritenere che l’afflusso (per ora potenziale) alle urne delle primarie potrebbe essere elevato.
Ma con quali risultati? Fare previsioni oggi è arduo.
Se non altro perchè la consultazione sarebbe preceduta da una combattuta campagna elettorale, che potrebbe formare o modificare l’orientamento di molti elettori.
Al momento sembrerebbero prevalere, in entrambe le competizioni, i leader attuali: Alfano e Bersani.
Con percentuali di consenso relativamente simili, entrambe poco sotto al 50% dei voti. Tuttavia, c’è una differenza significativa.
Nel caso del Pdl, ad Alfano si contrappone una pluralità  di competitor, nessuno dei quali riesce a minare il predominio del segretario (abbiamo escluso Berlusconi, anche se alcuni intervistati dicono che lo vorrebbero votare comunque).
Nel Pd, viceversa, pur senza intaccare la vittoria di Bersani, Renzi concentra su di sè più di un quinto dei voti, arrivando a costituire una minaccia consistente.
Nel caso di una competizione allargata a tutto il centrosinistra, il risultato appare meno scontato.
Bersani giungerebbe comunque primo, ma viene «tallonato», a pochi punti di distanza, da Di Pietro e, ancora una volta, da Renzi. L’esiguità  della differenza di voti rende dunque, nel caso di primarie della coalizione del centrosinistra, il possibile esito aperto.
Insomma, le primarie rappresentano un desiderio assai diffuso in tutto l’elettorato, di centrodestra e di centrosinistra.
Con risultati che sembrano oggi privilegiare lo status quo costituito dagli attuali segretari di partito.
Ma con possibili evoluzioni difficilmente stimabili in questo momento.

Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)

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RECORD DI DISOCCUPAZIONE TRA I GIOVANI: NON HA LAVORO IL 36,2% TRA I 15 E I 24 ANNI

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

IL TASSO GLOBALE SI ATTESTA AL 10,2%

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni), ovvero l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, a maggio è al 36,2%.
Lo rileva l’Istat (dati provvisori). È il tasso più alto sia dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004) che da quelle trimestrali (IV trimestre 1992).
Complessivamente, la disoccupazione è ancora ai massimi in Italia nel mese di maggio. Secondo la stima provvisoria dell’Istat, il tasso di disoccupazione si attesta, a maggio, al 10,1%, in calo di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile (era al 10,2%) e in aumento di 1,9 punti su base annua.
Il numero dei disoccupati, pari a 2.584mila, è diminuito dello 0,7% rispetto ad aprile (-18mila unità ). Tale diminuzione interessa sia gli uomini che le donne. Su base annua, invece, si registra una crescita del 26% pari a 534mila unità .
Il tasso di occupazione maschile, pari al 67,2%, aumenta di 0,1 punti percentuali rispetto ad aprile e diminuisce di 0,3 punti su base annua.
Quello femminile, pari al 47,2%, aumenta di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,8 punti rispetto a dodici mesi prima.
La diminuzione congiunturale della disoccupazione interessa sia la componente maschile sia quella femminile; gli uomini disoccupati diminuiscono dello 0,8% rispetto al mese precedente, le donne dello 0,6%.
In termini tendenziali aumenta sia la disoccupazione maschile (28,2%) sia quella femminile (23,6%).
Il tasso di disoccupazione maschile diminuisce di 0,1 punti percentuali nell’ultimo mese portandosi al 9,3%; anche quello femminile segna una variazione negativa di 0,1 punti e si attesta all’11,2%.
Rispetto all’anno precedente il tasso di disoccupazione maschile sale di 1,9 punti percentuali e quello femminile di 1,8 punti.
L’inattività  diminuisce dello 0,2% in confronto al mese precedente coinvolgendo sia la componente maschile (-0,1%) sia quella femminile (-0,2%).
Rispetto a dodici mesi prima gli inattivi diminuiscono del 4,0%: in particolare la componente maschile si riduce del 4,4% e quella femminile del 3,8%.

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COMUNE DI ALESSANDRIA: BUCO DA 100 MILIONI DI EURO, INDAGATO L’EX SINDACO

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

TANTE ANOMALIE DELLA PRECEDENTE GIUNTA PDL – LEGA… GRAVI LE CONSEGUENZE SUI CITTADINI: AUMENTERANNO IMU, TARIFFE PER I SERVIZI, ACQUA, RIFIUTI, TRASPORTI, MENSE E ASILI

Il Comune di Alessandria è in dissesto finanziario. Fallito.
Troppi debiti, circa cento milioni di euro, e nessuna soluzione per risanare il bilancio invertendo la tendenza.
Sono le conseguenze della gestione della precedente giunta comunale targata Pdl e Lega, retta dall’ex sindaco Piercarlo Fabbio, indagato con l’ex assessore al Bilancio Luciano Vandone e l’ex ragioniere capo Carlo Alberto Ravazzano per falso in bilancio, truffa e abuso d’ufficio.
Da Roma arriveranno dei commissari per risanare le finanze e permettere alla nuova giunta di Rita Rossa (Pd, eletta da poco più di un mese) di continuare ad amministrare.
Prima però il Consiglio comunale deve approvare la situazione di dissesto, altrimenti il Comune sarà  sciolto.
La decisione è stata presa il 12 giugno (ma comunicata solo giovedì) dalla “sezione regionale di controllo” della Corte dei Conti (guidata dal presidente Enrica Laterza), che verifica i bilanci degli enti pubblici.
I primi dubbi sul Comune di Alessandria sono emersi dagli accertamenti sul bilancio preventivo del 2011 e sul rendiconto del 2010. Il 29 novembre 2011 la Corte accertava l’esistenza di molte irregolarità  finanziarie da correggere entro la fine dell’anno.
Il consiglio comunale ha cercato di adeguarsi, ma in modo insufficiente: il 17 febbraio 2012 la sezione di controllo ha certificato l’inadempimento del Comune per dichiararne il fallimento dopo molti incontri con gli ex e i nuovi amministratori.
Tante sono le anomalie.
Innanzitutto c’è l’aumento di spesa pari al 40 per cento nel periodo tra il 2010 e il 2011, seguito dagli “errori” nel conto delle entrate.
I magistrati si sono accorti che le spese nel 2008, 2009 e 2010 erano più basse semplicemente perchè le spese sostenute per i servizi erano state messe fuori bilancio, creando nuovi debiti nascosti.
Nelle 66 pagine inviate dalla Corte dei Conti al Comune si elencano tutte le stranezze di cinque anni di governo Fabbio.
Si fa cenno alla cartolarizzazione (vendita di immobili del patrimonio comunale) gestita da due società  partecipate, la Svial srl e la Valorial srl, una cessione andata male, con edifici venduti a prezzi inferiori.
C’è poi lo scarso impegno nel recuperare l’evasione dei tributi, il “costante regime di anticipazione alla tesoreria” (prestiti dalla Banca d’Italia) e l’eccessivo ricorso ai proventi derivati dai permessi di costruire per fare cassa.
Tre voci di disavanzo sono negative per un totale di circa 80 milioni di euro.
Va aggiunto il debito fuori bilancio di quasi 27 milioni di euro, i prestiti avuti dalla tesoreria per 20 milioni e i debiti verso le partecipate per più di 52 milioni di euro, a cui si sommano “briciole” di qualche milione. In totale un buco di quasi duecento milioni di euro, avvenuto sforando per due anni il patto di stabilità .
Per questa violazione ci sarà  il blocco delle assunzioni e dei mutui, ma per i cittadini le conseguenze saranno gravi: l’Imu salirà  e così le tariffe per i servizi, acqua, rifiuti, trasporti, mense, asili.
A fine maggio il sostituto procuratore contabile Corrado Croci aveva chiuso l’indagine e mandato agli indagati (il sindaco, la giunta, i consiglieri di maggioranza e il ragioniere Ravazzano) “l’invito a dedurre”, l’avviso sull’entità  del danno provocato da risarcire.
L’accusa è di aver nascosto un debito di circa 10 milioni di euro nel rendiconto 2010, mascherato tagliando “una serie di impegni di spesa regolarmente assunti”, per rientrare nel patto di stabilità . Il 16 luglio invece al Tribunale di Alessandria il gup deciderà  se rinviare a giudizio Fabbio, Vandone e Ravazzano.
Dopo i cinque anni da primo cittadino Fabbio è arrivato al ballottaggio delle comunali, dove ha ottenuto il 32 per cento dei voti, pari a 9.594 preferenze.
Pur di rimanere in sella in campagna elettorale aveva ipotizzato un’alleanza con il Movimento 5 Stelle, un’idea subito accantonata dai grillini.
Ora, messo alle strette, contrattacca e accusa il successore Rossa: “Avevamo adottato provvedimenti che avrebbero consentito di rientrare di 50 milioni, ma la nuova giunta li ha annullati. Il dissesto è certo una iattura per la città  ma c’è chi, in meno di un mese, ha fatto di tutto per favorirlo”.

Andrea Giambartolomei

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IL PAESE DELLE DONNE CHE FANNO PAURA ALLE COSCHE

Luglio 3rd, 2012 Riccardo Fucile

MONASTERACE, DOPO IL SINDASCO NEL MIRINO UNA CONSIGLIERA

La lotta alla criminalità  organizzata in Calabria cammina sempre più spesso sulle gambe delle donne.
Amministratrici in prima linea, le prime a pagare sulla propria pelle la violenza e le prove di forza messe in atto da mani criminali.
E’ accaduto, ad esempio, a Clelia Raspa, una signora che nella vita fa il medico all’Asp di Locri ed è anche capogruppo di maggioranza al Comune di Monasterace, piccolo paesino sulla statale ionica in provincia di Reggio Calabria.
Schierata, Clelia Raspa, a fianco di un’altra amministratrice donna, il sindaco Maria Carmela Lanzetta, che si era dimessa a marzo, proprio a seguito di una serie di intimidazioni, per poi decidere di rimanere in carica.
All’alba di sabato, la parte posteriore dell’Alfa Romeo Mito del capogruppo non c’era più, risucchiata dalle fiamme appiccate da qualcuno che è arrivato a pochi metri dall’abitazione della donna, ha appiccato il fuoco e se ne è andato indisturbato.
E così torna la paura nel paese in cui si sono precipitati qualche mese fa, subito dopo le dimissioni del sindaco Lanzetta, il ministro dell’Interno Cancellieri e il segretario nazionale del Pd Bersani.
Anche sull’onda di questa catena di solidarietà  e di vicinanza istituzionale, a marzo, la Lanzetta ha deciso di ritornare in sella al Comune.
E da allora, suo malgrado, è diventata un simbolo dell’impegno civile in terre di illegalità .
Le hanno distrutto la farmacia di famiglia e la sua auto è stata tempestata di proiettili e ieri ha trascorso tutta la giornata accanto all’amica e sostenitrice politica.
Nessun dubbio sul fatto che il destinatario finale dell’intimidazione fatta al capogruppo sia il sindaco: «E’ un regalo che hanno fatto a me — dice la Lanzetta — domani (oggi per chi legge, ndr) è una giornata speciale per il paese, perchè ospitiamo Salvatore Settis (storico calabrese e direttore della Scuola Normale di Pisa) per la prestazione nazionale dei quaderni della Normale, dedicati per la prima volta agli scavi archeologici di Monasterace. Mi hanno voluto fare male un’altra volta — confessa lei che oggi vive sotto scorta — ma io provo ad andare avanti, finchè posso, finchè ce la faccio».
E’ difficile?
«Sì certo che è difficile — risponde il sindaco — abbiamo avviato una serie di progetti con il ministero dell’Interno ma è il giorno dopo giorno che tempra e richiede tanto impegno. Le stanno provando tutte per convincermi a mollare».
In prima linea, le più esposte ma non sole in una quotidiana azione di resistenza alla criminalità  organizzata.
Non solo il caso Monasterace racconta di una Calabria di donne e amministratici che per muoversi nel solco della legalità  e del buon esempio, convivono con auto bruciate, lettere intimidatorie, messaggi di morte.
Da Monasterace a Rosarno, nel cuore della piana di Gioia Tauro — sempre in provincia di Reggio Calabria – dove comandano i Pesce e i Bellocco, e qui nel 2010 è scoppiata la rivolta degli immigrati costretti a vivere in capannoni distrutti.
Proprio nel 2010, qualche mese dopo gli scontri, è stata eletta Elisabetta Tripodi a capo di un’amministrazione di centrosinistra, che con il Comune si è costituita in tutti i processi di mafia e riceve continuamente lettere di minaccia.
A Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, un’altra storia di donne coraggio, con Carolina Girasole, biologa e sindaco dal 2008.
Qui dove comandano gli Arena, le hanno provate un po’ tutte per convincerla a lasciare il municipio.
Auto incendiate, portoni degli uffici sfondati, luoghi privati ripetutamente violati. Carolina resta al suo posto e insieme ad Elisabetta, Maria Carmela e altre ostinate e orgogliose amministratrici gira la Calabria e non solo, parlando di resistenza alle inciviltà , di buon esempio nell’agire pubblico, di determinazione e passione.

Giulia Veltri
(da “La Stampa“)

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