Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
CHI SPERAVA NEL RINNOVAMENTO POLITICO SI RITROVA CON LA RIPROPOSIZIONE DI BERLUSCONI E DELLE BEGHE NEL PD…. E I GIOVANI SONO AMMESSI SOLO AL “SERVIZIO” DEI VARI PARTITI, MAI COME PROTAGONISTI
Qualche mese fa, con l’epilogo del governo Berlusconi e la rinuncia di maggioranza e
opposizione a nuove elezioni, tutti pensammo che un’epoca si stesse chiudendo. Pensavamo che quella scelta fosse il preludio di una grande fase di riorganizzazione e rinnovamento politico: nuova legge elettorale, nuovi leader, nuovi programmi, nuova fase politica.
Qualcuno parlava addirittura di una terza repubblica alle porte.
Ma finora non è stato così.
E basta vedere come i partiti hanno usato questi mesi e come si stanno muovendo oggi, per capire che non accadrà nemmeno nel tempo che ci resta da qui alla primavera 2013.
Berlusconi ha appena annunciato che si ricandiderà come leader del Pdl, mentre il partito democratico sta di nuovo temporeggiando sul tema primarie.
Alla vigilia dell’assemblea nazionale del Pd di venerdì in cui il tema è esploso in maniera più virulenta,
Franceschini aveva dichiarato che le modalità per identificare il candidato premier sono ancora da decidere e che, se proprio si dovessero fare le primarie, Bersani sarebbe «il» candidato del Pd (come se eventuali altri membri del Pd che decidessero di presentarsi alle primarie fossero i candidati di qualche altro partito).
Non importa se poi Berlusconi cambierà di nuovo idea o se il Pd farà davvero le primarie aperte dentro al partito: quello che colpisce di queste dichiarazioni è il tono e il messaggio che lanciano.
E’ il modo con cui questa classe dirigente, che ci accompagna da decenni e che ci ha portato sull’orlo del disastro economico e sociale, si ripresenta di fronte ai cittadini col piglio di chi è il padrone assoluto della vita politica del Paese, e che quindi si riserva il diritto di decidere se, quando e come un rinnovamento sarà concesso.
Una spocchia che denuncia non solo una visione della politica ma anche del rapporto intergenerazionale e dei processi di rinnovamento completamente distorta.
Una mentalità perfettamente sintetizzata dal segretario del Pd Pierluigi Bersani quando qualche mese fa, replicando a distanza al sindaco di Firenze Matteo Renzi, dichiarò che il partito era apertissimo ai giovani, purchè si mettessero «a servizio». Un’immagine terribile, che evoca i giovani come materiale ad uso e consumo dei dirigenti e delle logiche di partito. Berlusconi, che ama definirsi uomo di fatti più che di parole, non ha fatto dichiarazioni del genere ma ha semplicemente agito seguendo questa stessa logica quando ha indicato Alfano come suo successore, per poi buttarlo in un angolo pochi mesi dopo e riproporsi egli stesso in prima linea.
E non danno esempi migliori le alte dirigenze di partiti più piccoli come la Lega Nord o l’IdV.
Al di là delle ripercussioni che questa situazione politica ha sulla nostra immagine e credibilità internazionale, non va sottovalutato l’effetto che esso ha al nostro interno. Atteggiamenti e dichiarazioni di questo genere, infatti, non solo mortificano i cittadini e la loro voglia di cambiamento, ma anche tutte le migliaia di persone giovani e meno giovani che da anni si battono con passione all’interno dei partiti per un loro rinnovamento, per un ricambio di idee e di persone vero e profondo.
Fino a un paio di anni fa si diceva che la colpa era delle giovani leve, che non erano abbastanza critiche, indipendenti, che non avevano il coraggio di sfidare i propri leader, di discutere, di proporre, di lanciare messaggi chiari.
Ma negli ultimi anni di giovani indipendenti e determinati abbiamo cominciato a vederne, in entrambi gli schieramenti.
Le elezioni amministrative, per esempio, sono state occasioni in cui alcune di queste figure «rinnovatrici», più o meno giovani, hanno saputo mettersi in gioco ed affermarsi con successo.
Ciascuno di questi successi avrebbe dovuto lanciare un segnale chiarissimo ai vertici nazionali dei partiti. E invece niente.
Ma se nemmeno dissentire e proporre, se nemmeno costruirsi un profilo autonomo e di valore nelle amministrazioni locali o nelle professioni serve per legittimarsi nelle dinamiche partitiche, cosa devono fare i giovani e i rinnovatori di ogni età per poter cambiare davvero qualcosa?
E’ davvero difficile dare una risposta a questo interrogativo.
Ma di fronte alla situazione attuale sembrerebbe che l’unica alternativa per rompere l’arroganza di chi si crede ancora il padrone del pollaio, sia uscire dal recinto e provare a costruire qualcosa di nuovo con quello che il mondo fuori dai vecchi partiti ha da offrire: nuove esigenze, idee e risorse.
Un percorso difficile, che richiederà a questi rinnovatori di smettere i panni dei ribelli rompiscatole e di indossare quelli dei leader a tutto tondo, con i rischi e le responsabilità che cio’ comporta.
Un percorso che potrebbe anche non portare i risultati sperati, ma che almeno darà agli italiani quello che oggi non hanno: una scelta.
Irene Tinagli
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
“LA SIGNORA MINETTI E’ UNA SPLENDIDA PERSONA, INTELLIGENTE, PREPARATA, SERIA. SI E’ LAUREATA CON 110 E LODE, SI E’ PAGATA GLI STUDI LAVORANDO, E’ DI MADRELINGUA INGLESE”: QUANDO SILVIO LA PENSAVA COSI’
Riuscirà il sacrificio della capretta espiatoria da parte del capro espiatorio a raddrizzare le sorti del Super Capro Espiatorio?
Il gioco intorno alle responsabilità a scalare di Nicole Minetti, Angelino Alfano e Silvio Berlusconi è tutto dentro la tradizione.
Ma certo, per quanto la politica non sia «un gioco di signorine», ha qualcosa di indecente.
Più indecente, se possibile, delle notti di bunga bunga.
Il ricorso alla vittima sacrificale citato nel Levitico («Aronne poserà le mani sul capo del capro vivo, confesserà su di esso tutte le iniquità degli Israeliti, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati…») è stato usato mille volte come via d’uscita.
Lo scrisse anche Indro Montanelli: «Quello di buttar tutto addosso a un capro espiatorio è un metodo di risolvere i problemi molto italiano».
Qualcuno ha vissuto l’evento con dignitoso fatalismo, come il tesoriere dc Severino Citaristi, uomo perbene coinvolto nel meccanismo perverso dei finanziamenti illegali: «No, guardi, la colpa è solo mia, gli altri non mi hanno scaricato addosso nulla. Sono io che ho trasgredito la legge».
Altri hanno strillato rifiutando, a ragione o a torto, di prendersi tutte le colpe di errori o reati, casomai, collettivi.
Si pensi ai lamenti di Giovanni Leone, Achille Occhetto o Bettino Craxi che disegnava ad Hammamet vasi grondanti sangue tricolore e giù giù di decine di comprimari.
Da Maurizio Gasparri quando fu depennato come ministro («Sono stato un capro espiatorio. Mi sento come Isacco, che fu scelto. Ma poi intervenne Dio in persona per salvarlo») a Sandro Bondi («Non merito la mozione di sfiducia individuale. Sono un ministro sotto accusa per il crollo di un tetto in cemento armato costruito negli anni 50 ma nessuno si ricorda dei “no” che ho detto per fermare scempi e abusi»), da Alfonso Papa a Luigi Lusi che si auto-commisera sempre così: «Un capro espiatorio».
Poche volte come negli ultimi tempi, forse a causa della crescente personalizzazione della politica, c’è stato un abuso della scelta di scaricare tutto su chi più era o pareva indifendibile.
Basti ricordare il caso della Lega.
Dove per salvare il più possibile Umberto Bossi sono stati scaricati via via Renzo «Trota» obbligato a dimettersi dal Consiglio regionale, Rosi Mauro spinta a dimettersi da vicepresidente del Senato e poi espulsa, Francesco Belsito prima benedetto dal Senatur come «un buon amministratore che ha scelto bene come investire i soldi» poi maledetto come un appestato infiltrato nel Carroccio dalla ‘ndrangheta.
Il punto è che come c’è sempre più puro che ti epura, anche nel comparto dello scaricabarile esiste la categoria della vittima sacrificale a cascata.
Un esempio?
La scelta, mesi fa, di scaricare Marco Milanese, il collaboratore assai chiacchierato di Tremonti, al posto dell’allora ministro dell’Economia, a sua volta individuato dal Cavaliere e dai suoi fedelissimi come l’uomo da additare come il principale colpevole della mancata realizzazione del grande sogno berlusconiano.
Una citazione per tutte, la lettera di Bondi al Foglio: «Tremonti ha minato alla radice, fin dal primo momento, la capacità del governo di affrontare la crisi secondo una visione d’insieme…».
Ricordate l’aria che tirava nell’autunno scorso?
Da Fabrizio Cicchitto ad Altero Matteoli, da Margherita Boniver a Saverio Romano fino a Luca Barbareschi la destra intera era in trincea nel rifiutare che tutte le responsabilità e tutte le colpe e tutti i peccati della crisi fossero rovesciati sull’ex San Silvio da Arcore.
Un’immagine che Giuliano Ferrara fotografò così: «Berlusconi è in carica ma è l’ombra di se stesso. Nei suoi occhi e nel suo sorriso immortale si legge ormai la malinconia del capro espiatorio».
È perciò paradossale che a distanza di pochi mesi, dopo aver denunciato perfino in aula alla Camera il suo rifiuto di assumere quel ruolo così fastidioso, il Cavaliere abbia poi scelto di scaricare a sua volta il tracollo del partito sul capro espiatorio Angelino Alfano.
E ancora più surreale che questi abbia individuato in Nicole Minetti, che fu imposta nel listino di Roberto Formigoni, la sub-capra espiatoria da sacrificare di colpo, «entro due giorni», per dare una rinfrescata all’immagine e rilanciare il Pdl o quel che ne sarà l’erede.
È probabile che i sondaggi abbiano individuato nella disinibita deputata regionale lombarda, celeberrima per quei messaggini hot («più troie siamo più bene ci vorrà …») una zavorra fastidiosa per il decollo del nuovo aquilone berlusconiano.
Lo stesso Cavaliere però, ricorda un diluvio di messaggi online, nella famosa telefonata all’«Infedele» di Gad Lerner, urlò: «La signora Nicole Minetti è una splendida persona intelligente, preparata, seria. Si è laureata con il massimo dei voti, 110 e lode, si è pagata gli studi lavorando, è di madrelingua inglese e svolge un importante e apprezzato lavoro con tutti gli ospiti internazionali della regione». Insomma, una giovine statista dal luminoso avvenir.
Delle due l’una: o era tutto falso (comprese le definizioni sulle «cene eleganti») o era tutto vero.
E allora nell’uno come nell’altro caso scegliere oggi la Minetti come vittima sacrificale, per quanto l’insopportabile signorina se le sia tirate tutte, sembra una piccineria non proprio da gentiluomini…
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL PARERE DELL’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE E DOCENTE DI DIRITTO COSTITUZIONALE PRESSO L’UNIVERSITA’ DI MILANO
Valerio Onida, professore di Diritto costituzionale presso l’Università di Milano, è stato
presidente della Corte Costituzionale e attualmente presiede la Scuola superiore della magistratura.
Quindi si trova in una posizione privilegiata per dare un giudizio sull’iniziativa del Quirinale di sollevare conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura di Palermo.
Cosa ne pensa?
«Quella del Quirinale è un’iniziativa volta a fare chiarezza. E l’unica autorità che può chiarire è la Consulta: è solo la Corte a poter dire qual è la via corretta da seguire, in base alla legge, nel rapporto tra i due poteri. Il presidente Napolitano, nel decreto con cui viene sollevato il conflitto, non mostra alcun interesse diretto, ma sostiene che se lui tacesse si potrebbe precostituire un precedente suscettibile in futuro di incidere sulle prerogative del capo dello Stato».
Quali prerogative?
«La legge 219 dell’89 esplicitamente prevede che il presidente della Repubblica non possa essere sottoposto a intercettazione se non dopo essere stato sospeso dalle funzioni nel procedimento d’accusa previsto dall’articolo 90 della Costituzione, cioè per alto tradimento o attentato alla Costituzione».
Anche nelle indagini di Palermo siamo al solito problema delle cosiddette intercettazioni indirette…
«Il divieto previsto dalla legge per il capo dello Stato è assoluto. In ogni caso sarà la Corte a stabilire se tale divieto comporta anche la totale inutilizzabilità e l’obbligo di distruzione immediata delle conversazioni intercettate occasionalmente su altre utenze».
Non vede il pericolo che questo conflitto possa estendere le sue conseguenze ad altre cariche, ad esempio, il presidente del Consiglio?
«No, non credo proprio, perchè la disciplina per i componenti del governo è completamente diversa da quella per il capo dello Stato. Per loro, se indagati per reati ministeriali, non c’è divieto di intercettazione, ma una procedura autorizzativa della Camera di appartenenza o del Senato, se non parlamentare».
Ci sono precedenti nei quali il Quirinale ha sollevato un conflitto?
«Questa è la terza volta. Il primo caso è del 1981. Anche se allora il Quirinale agì insieme agli altri organi costituzionali contro la Corte dei Conti che voleva estendere la sua giurisdizione anche ai bilanci dei vertici dello Stato. Il secondo conflitto fu sollevato dall’allora presidente Ciampi. La Corte, allora, affermò che in materia di concessione della grazia, il ministro della Giustizia non può denegare la sua controfirma all’atto di clemenza presidenziale».
M. Antonietta Calabrò
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
O CI SI TROVA DI FRONTE AL REATO DI ALTO TRADIMENTO E ALLORA LA DENUNCIA ANDAVA PASSATA AI PRESIDENTI DI CAMERA E SENATO O IN ASSENZA DI REATO LE INTERCETTAZIONI ANDAVANO SUBITO DISTRUTTE
Un conflitto di attribuzioni non è una guerra nucleare.
Serve a delimitare il perimetro dei poteri dello Stato, a restituire chiarezza sulle loro competenze.
E la democrazia non deve aver paura dei conflitti: meglio portarli allo scoperto, che nascondere la polvere sotto i tappeti.
Sono semmai le dittature a governare distribuendo sedativi.
Eppure c’è un che d’eccezionale nel contenzioso aperto da Napolitano contro la Procura di Palermo.
Perchè esiste un solo precedente, quello innescato da Ciampi nel 2005 circa il potere di grazia.
Perchè stavolta il capo dello Stato – a differenza del suo predecessore – rischia d’incassare il verdetto della Consulta mentre è ancora in carica, sicchè sta mettendo in gioco tutto il suo prestigio.
Perchè infine il conflitto investe il ruolo stesso della presidenza della Repubblica, la sua posizione costituzionale.
Domanda: ma è possibile intercettare il presidente?
La risposta è iscritta nella legge n. 219 del 1989: sì, ma a tre condizioni.
Quando nei suoi confronti il Parlamento apra l’impeachment per alto tradimento o per attentato alla Costituzione; quando in seguito a tale procedura la Consulta ne disponga la sospensione dall’ufficio; quando intervenga un’autorizzazione espressa dal Comitato parlamentare per i giudizi d’accusa.
Quindi non è vero che il presidente sia «inviolabile», come il re durante lo Statuto albertino.
Però nessuna misura giudiziaria può disporsi finchè lui rimane in carica, e senza che lo decida il Parlamento.
Dinanzi a questo quadro normativo la Procura di Palermo ha scavato a sua volta una triplice trincea.
Primo: nessuna intercettazione diretta sull’utenza di Napolitano, semmai un ascolto casuale mentre veniva intercettato l’ex ministro Mancino.
Secondo: le conversazioni telefoniche del presidente sono comunque penalmente irrilevanti.
Terzo: i nastri registrati non sono mai stati distrutti perchè possono servire nei confronti di Mancino, e perchè in ogni caso la loro distruzione passa attraverso l’udienza stralcio regolata dal codice di rito.
Deciderà , com’è giusto, la Consulta.
Ma usando il coltello della logica, è difficile accettare che sia un giudice a esprimersi sulla rilevanza stessa dell’intercettazione.
Perchè delle due l’una: o quest’ultima rivela che il presidente ha commesso gli unici due reati dei quali è responsabile, per esempio vendendo segreti di Stato a una potenza straniera; e allora la Procura di Palermo avrebbe dovuto sporgere denuncia ai presidenti delle Camere, cui spetta ogni valutazione.
Oppure no, ma allora i nastri vanno subito distrutti, senza farli ascoltare alle parti processuali.
Come avviene, peraltro, per ogni cittadino, se intercettato mentre parla con il proprio difensore (articoli 103 e 271 del codice di procedura penale).
E come stabilì il Senato nel marzo 1997, quando Scalfaro venne a sua volta intercettato.
In quell’occasione anche Leopoldo Elia, costituzionalista insigne, dichiarò illegittime le intercettazioni telefoniche del capo dello Stato, sia dirette che indirette.
Perchè ne va dell’istituzione, non della persona.
Le persone passano, le istituzioni restano.
Michele Ainis
(docente di diritto pubblico univ. di Roma)
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 17th, 2012 Riccardo Fucile
NAPOLITANO, IL GIORNO DEL CONTRATTACCO DOPO L’INUTILE DENUNCIA DI SOSPETTI E INSINUAZIONI
Un mese. Un mese durante il quale lassù al Quirinale hanno sperato che la situazione si
sbloccasse, tornasse nei confini di quanto previsto dalla Costituzione e le intercettazioni con la voce del capo dello Stato venissero distrutte.
Un mese, in verità , durante il quale molto altro andava accadendo, tra spread in salita, Europa senza rotta e governo in crescente affanno.
Invece, nulla. Anzi, qualcosa di perfino più inquietante del nulla.
Nuove informazioni e dettagli sorprendenti, infatti, andavano emergendo giorno dopo giorno, rendendo la vicenda ancor più fosca.
Si apprendeva, per esempio, che le intercettazioni non solo non erano state distrutte, ma si intendeva «mantenerle agli atti del procedimento» per darne una valutazione; che le telefonate del presidente Nicola Mancino erano state passate al capo dello Stato attraverso il centralino del Quirinale e che – quindi – chi era in ascolto e in registrazione non poteva non sapere chi stava per esser intercettato; e perfino che – come annotato dal procuratore Ingroia su “l’Unità ” – le registrazioni dei colloqui del Presidente potrebbero anche essere più di due (come fino a ieri ipotizzato) «non essendo esatte neppure le notizie sul numero delle stesse».
A quel punto, nelle stanze del Quirinale l’interrogativo diventava chiaro: perchè? Cioè: perchè, se la Costituzione e una legge ad hoc varata nel 1989 stabiliscono che «le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorchè indirette e occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono essere quindi in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte, e di esse il pm deve immediatamente chiedere la distruzione», ecco, se questo è quel che è previsto dalla legge, perchè quelle intercettazioni restavano lì, a galleggiare, utilizzabili per qualunque fine?
Il 21 giugno, a L’Aquila, dopo settimane di attesa – durante le quali aveva potuto registrare l’iniziale e incomprensibile sottovalutazione di quel che andava accadendo – Giorgio Napolitano ruppe la consegna del silenzio che si era dato e rispose a quell’interrogativo: è in atto, disse, «una campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori».
Il capo dello Stato fu applaudito, ricevette attestazioni di stima e solidarietà , ma l’offensiva non si fermò. Dovette infatti annotare molti silenzi, le repliche di Di Pietro («Nemmeno Napolitano è al di sopra della legge») e dei magistrati di Palermo, che ripetevano di star agendo nel rispetto delle norme e della Costituzione.
«Il Presidente – spiega oggi uno dei più stretti collaboratori del capo dello Stato – non poteva certo entrare nelle polemiche in atto o nel vivo dello scontro, anche se in alcuni momenti la tentazione è stata forte…».
Non restava, dunque, che la via dritta e costituzionalmente garantita del conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale: e da ieri l’Avvocato dello Stato ha appunto l’incarico di battere quella via.
Il meccanismo, dunque, è avviato: ma non garantisce tempi rapidi, la distruzione delle intercettazioni e – soprattutto – non risolve in alcun modo il pericolo di nuove e magari ancor più insidiose fughe di notizie.
Chi è stato vicino a Napolitano in queste settimane ne racconta l’irritazione e il turbamento crescenti: da una parte l’impegno a sostegno del governo Monti e del Paese in una fase di difficoltà acutissima, dall’altra la necessità di fronteggiare una campagna fatta di «interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta perfino con versioni manipolate».
E accanto a essa – anzi, oggettivamente parte della campagna stessa, secondo il Quirinale – gli attacchi obliqui di Antonio di Pietro e dei suoi uomini e le ironie grevi e talvolta volgari di Beppe Grillo e del suo blog…
Ora, raccontano, tutto è cambiato.
Lo stato d’animo del presidente è improntato alla assoluta determinazione. «Bisogna venire a capo di quanto accaduto, e riportare ogni cosa nell’alveo della legalità », ha confidato.
E non solo in difesa di se stesso: ma per evitare di trasmettere al suo successore «qualsiasi incrinatura delle facoltà che la Costituzione gli attribuisce».
Tra queste facoltà , c’è quella di poter sempre e liberamente parlare senza essere intercettato: anche se qualcuno, evidentemente, se ne è dimenticato…
Federico Geremicca
(da “La Repubblica“)
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
FINCHE’ NON SI CAMBIA L’ART 90 DELLA COSTITUZIONE E SI TOLGONO LE NORME A TUTELA DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA, PIACCIA O MENO A SECONDA DELLE SIMPATIE VERSO I PROTAGONISTI, NAPOLITANO HA RAGIONE
In Italia è «assolutamente» vietato intercettare le conversazioni alle quali partecipa il Presidente della Repubblica.
Lo stabilisce l’articolo 90 della Costituzione e l’articolo 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219.
Nel caso si venisse in qualunque modo in possesso di intercettazioni in cui uno degli interlocutori è il capo dello Stato le conversazioni «non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione».
È a questo principio che fa riferimento Giorgio Napolitano nell’affidare all’Avvocatura dello Stato l’incarico di promuovere il cosiddetto «conflitto di attribuzione» nei confronti della Procura di Palermo che indaga sulla presunta trattativa tra apparati dello Stato e i capi della mafia per mettere fine alla stagione delle stragi del 92/93.
A dirimere il conflitto viene ora chiamata la Corte costituzionale.
INTERCETTAZIONI SU ALTRA UTENZA
Nel decreto pubblicato sul sito del Quirinale si fa esplicito riferimento proprio a quella normativa che impedisce di intercettare le conversazioni del capo dello Stato.
E questo perchè proprio durante le indagini della Procura di Palermo «sono state captate conversazioni del presidente della Repubblica nel corso di intercettazioni telefoniche effettuate su utenza di altra persona». Conversazioni che, fa rilevare il Quirinale, la stessa Procura di Palermo ha ritenuto «irrilevanti» e delle quali dunque non si prevede «alcuna utilizzazione investigativa o processuale ma esclusivamente la distruzione da effettuare con l’osservanza delle formalità di legge».
AUTORIZZAZIONE DEL GIUDICE
Ma allora perchè Napolitano solleva il conflitto di attribuzione?
Una risposta in qualche modo si può trovare sempre nel comunicato del Quirinale dove si fa riferimento all’intervento il 9 luglio scorso sul quotidiano La Repubblica del procuratore di Palermo Francesco Messineo.
In quella circostanza il capo della Procura siciliana disse che pur essendo quelle intercettazioni irrilevanti «alla successiva distruzione della conversazione legittimamente ascoltata e registrata si procede esclusivamente previa valutazione della irrilevanza della conversazione stessa ai fini del procedimento e con la autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, sentite le parti».
Ed è proprio questo il punto chiave della controversia che il Quirinale ritiene lesivo delle prerogative del Capo dello Stato.
Cioè il fatto di mettere le intercettazioni a disposizioni delle parti e poi del Gip. Con la sottintesa preoccupazione che in questo modo finiscano facilmente anche sui giornali.
Le prerogative del capo dello Stato, secondo il decreto presidenziale, sarebbero quindi state già state lese dai pm di Palermo con la valutazione dell’irrilevanza delle intercettazioni e la loro permanenza agli atti dell’inchiesta; sarebbero ulteriormente lese da una camera di consiglio per deciderne in contraddittorio la distruzione.
Le intercettazioni cui partecipa il presidente della Repubblica quindi, anche se indirette, ”non possono essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte”: è quanto si legge nel decreto con cui il Capo dello Stato ha promosso il conflitto di attribuzione, citando l’art. 90 della Costiturzione e la legge 5 giugno 1989, n. 219.
Nel decreto è scritto che “a norma dell’articolo 90 della Costituzione e dell’articolo 7 della legge 5 giugno 1989, n. 219 salvi i casi di alto tradimento o attentato alla Costituzione e secondo il regime previsto dalle norme che disciplinano il procedimento di accusa – le intercettazioni di conversazioni cui partecipa il Presidente della Repubblica, ancorchè indirette od occasionali, sono da considerarsi assolutamente vietate e non possono quindi essere in alcun modo valutate, utilizzate e trascritte e di esse il pubblico ministero deve immediatamente chiedere al giudice la distruzione”.
LE TELEFONATE DI MANCINO
Ma cosa concretamente hanno ascoltato i magistrati indagando sulla trattativa Stato-mafia? Difficile dirlo.
I Pm di Palermo anche dopo il comunicato del Quirinale hanno tenuto a ribadire l’irrilevanza delle conversazione registrate.
In ogni caso tutto lascia pensare che il tema sia in qualche modo legato alle insistenti telefonate, queste ampiamente finite sui giornali, con le quali l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino, indagato per falsa testimonianza proprio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, sollecitava un intervento presso i magistrati di Palermo del consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio.
In particolare alcune tra queste intercettazioni hanno acceso il dibattito sui giornali in queste ultime settimane.
Come per esempio quella del 5 aprile quando D’Ambrosio dice a Mancino: «Il presidente condivide la sua preoccupa… cioè, diventa una cosa… inopportuna…».
E l’ex ministro replica: «Questi si dovrebbero muovere al più presto».
Commento del ns. direttore
Non facciamoci condizionare dalla presunta e probabile trattativa Stato-mafia che è all’origine della giusta e doverosa inchiesta dei magistrati palermitani. Se si trattasse di quella, è evidente che staremmo come sempre dalla parte di Paolo Borsellino che probabilmente ha pagato con la vita la sua opposizione a qualsiasi accordo con la mafia stragista di quegli anni cupi.
E sulla trattativa l’indagine deve andare avanti e arrivare a scoprire le complicità politiche.
Ma qua si tratta di altro: o cambi completamente l’art 90 della Costituzione e le prerogative del presidente della Repubblica o ha ragione Napolitano, non ci piove.
Quelle intercettazioni andavano subito distrutte “senza essere valutate, utilizzate e trascritte”.
Questo dice la legge attuale, giusta o sbagliata che sia.
C’è chi difende, in nome della legalità , i magistrati di Palermo.
Ma la legalità la rappresentano tutte le istituzioni, non solo la magistratura.
E anche quest’ultima può sbagliare in buona fede.
La legalità vera prevale quando si interpreta correttamente la norma vigente, non perchè Ingroia ci può essere più simpatico di Napolitano.
Semmai qualcuno piuttosto pensi a cambiare le norme in vigore, se ne vale la pena.
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
DIVISI SU QUASI TUTTO, COME AI TEMPI DEL GOVERNO PRODI, UNA COALIZIONE CON VENTI PARTITI E PARTITINI
Quando il 10 febbraio 2005 una piccola ed eterogenea folla di leader sorridenti presentò
alla stampa e agli italiani la nuova alleanza politica detta Unione, nessuno poteva immaginare che appena pochi mesi dopo quel patto elettorale avrebbe stravinto le amministrative (conquistando 12 regioni su 14) per poi imporsi d’un soffio anche nelle elezioni politiche dell’aprile 2006.
Fu una sorpresa.
Ma una sorpresa ancor più grande fu il naufragio cui andò incontro il governo di Romano Prodi, costretto alle dimissioni dopo appena due anni a causa dell’altissimo tasso di litigiosità di quella alleanza.
Quel patto elettorale e di governo risultò così fallimentare che il «non rifaremo l’Unione» è diventato, da allora, quasi un imperativo per i leader ed i partiti dell’attuale centrosinistra.
Le estenuanti polemiche del biennio 2006-08 e l’impegno a non «rifare l’Unione» sono inevitabilmente tornati in mente l’altro pomeriggio di fronte alla confusione, ai toni aspri ed alle spaccature che hanno segnato la fine dell’Assemblea nazionale del Pd, naufragata tra ordini del giorno presentati e non votati e pesanti scambi di accuse reciproche.
Ragione della inattesa bagarre, per altro, è stato proprio un tema – il riconoscimento e la tutela delle coppie gay – che fece da detonatore (assieme a una moltitudine di altre questioni: dalle missioni militari all’estero fino alla politica economica) alla devastante crisi del governo-Prodi.
Segnalare questo dèjà vu, forse non è inutile, visto che i partiti si preparano alla lunga volata che porterà alle elezioni, discutono delle alleanze possibili e cercano nuova credibilità di fronte a cittadini delusi come mai dalla politica.
E non è inutile, in particolare, segnarlo allo schieramento che – a torto o a ragione – proprio dal giorno dell’ingloriosa fine del governo-Prodi si porta dietro la contestazione (quando non l’accusa) di essere poco credibile come alleanza di governo.
Infatti, che molte questioni (a partire dal giudizio su Monti) dividano nettamente i possibili, futuri alleati di governo – diciamo da Vendola a Casini – è sotto gli occhi di tutti: mentre meno scontato era ipotizzare che perfino all’interno del Pd, maggior partito e perno della coalizione, su alcuni problemi si è quasi fermi a quattro anni fa…
Quello della disomogeneità delle posizioni rischia di diventare la vera palla al piede di quel patto tra progressisti e moderati al quale Pier Luigi Bersani lavora ormai da tempo.
Per altro, non è difficile immaginare che – secondo uno schema noto e consolidato – sarà anche su questo che Berlusconi insisterà per cercare di coronare il suo tentativo di rivincita: sono divisi su tutto – ripeterà all’infinito – da Monti ai gay, dalle tasse alle missioni all’estero, come volete che possano governare?
E’ un argomento insidioso: non foss’altro che perchè rivelatosi reale già in passato.
A maggior ragione, dunque, ha destato una gran sorpresa il finale-bagarre dell’ultima assemblea pd.
Possibile che si sia ancora più o meno fermi a quattro anni fa?
E come è pensabile colmare quel gap (vero o presunto) di credibilità mettendo in scena divisioni tanto aspre e così poco rassicuranti per i cittadini?
C’è ancora un po’ di tempo, naturalmente, per porre rimedio ad una situazione che rischia di esser oltremodo penalizzante in una campagna elettorale che si può fin da ora immaginare come la più aspra e difficile degli ultimi decenni.
Un po’ di tempo: non tantissimo.
Pena il ritorno del fantasma dell’Unione: un pericolo che gli stessi leader del centrosinistra considerano mortale…
Federico Geremicca
(da “La Stampa”)
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
MA LA VERA CONQUISTA E’ POTERLO DIRE
Le donne più intelligenti degli uomini?
Se dovessimo ragionare in termini di “guerra tra i sessi”, lo studio sul QI realizzato da James Flynn darebbe ragione a chi, da tempo, si batte per il riconoscimento della superiorità femminile.
Le donne sono da sempre le migliori. Solo che per secoli non hanno avuto la possibilità di mostrarlo. Scienza docet.
Peccato che la scienza abbia spesso preteso l’esatto contrario.
E che ancora nel 2005, una ricerca della Manchester University mostrasse che il QI maschile fosse in media più alto di 5 punti di quello femminile.
Peccato soprattutto che, ancora oggi, si strumentalizzi la scienza per mostrare la presunta superiorità di un sesso sull’altro, invece di cercare di capire in che modo si possa eventualmente sviluppare l’intelligenza di un essere umano, poco importa se uomo o donna.
Perchè ormai sono tanti i ricercatori che lo riconoscono: l’intelligenza non è qualcosa di statico.
Il QI umano evolve, cresce o diminuisce a seconda degli stimoli dall’esterno o, per dirla in termini filosofici, a seconda del “riconoscimento” che ci viene dato fin dalla più tenera età .
Certo, anche per l’intelligenza, come per le caratteristiche fisiche, esiste una base genetica.
Ma è sempre e solo all’interno di un contesto socio-culturale che il QI aumenta o si atrofizza.
Come poteva una donna nel passato mostrare le proprie capacità , consolidarle e svilupparle quando non poteva far altro che accettare di essere un “angelo del focolare”?
Oggi, la condizione femminile è notevolmente cambiata.
E anche se resta ancora molto da fare, sono sempre più numerose le donne che occupano posizioni di rilievo e di responsabilità .
Esattamente come gli uomini.
Perchè allora affidarsi alla scienza per rivendicare una superiorità di cui, in fondo, non si ha alcun bisogno?
Quando usciremo dalla “guerra dei sessi” per cooperare tutti insieme, donne e uomini, alla costruzione di una “società decente”, come scrive il filosofo israeliano Margalit, in cui nessuno si senta umiliato?
Michela Marzano
(da “La Stampa”)
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
E ORA IL CAVALIERE E’ COSTRETTO A INSEGUIRE LE NOVITA’ DELLA POLITICA.. SOLO IL 13% LO RITIENE UN PERSONAGGIO POSITIVO PER L’ITALIA…CERCHERA’ UNA SINTESI TRA MONTI E GRILLO, MA I PARTNER EUROPEI TEMONO LA SUA RICOMPARSA
Citazione ironica, perchè Berlusconi non se n’è mai andato. 
Abbandonare così: non gli è possibile. Non solo perchè è “costretto” a difendersi.
Dai magistrati, i nemici di sempre. E di fronte alle minacce contro i suoi interessi media-televisivi.
Non se ne poteva andare così, soprattutto perchè non gli è possibile immaginare la politica italiana – oltre che il centrodestra – altrimenti. Senza di lui.
D’altronde, è difficile per tutti concepire l’ultimo scorcio della nostra storia. Senza di lui.
Basta scorrere i dati del sondaggio di Demos- Coop per “la Repubblica delle Idee”. Tra gli avvenimenti che hanno segnato positivamente l’Italia, negli ultimi trent’anni, il 55% degli intervistati indica “la fine del governo Berlusconi”.
Il 25% “la discesa in campo del Cavaliere”.
Secondo il 33% degli italiani, si tratta degli avvenimenti che – nel bene e nel male – hanno cambiato maggiormente la storia del Paese.
In particolare, la (prima) discesa in campo. Berlusconi ha contribuito a scrivere la biografia della Nazione degli ultimi trent’anni, più di Tangentopoli, dell’immigrazione, della Padania.
In misura minore, solamente, della crisi economica e dell’Euro. Certo, si tratta di opinioni espresse “oggi”.
E, com’è noto, il presente orienta il nostro sguardo sul passato.
Tuttavia nell’autobiografia collettiva del Paese Berlusconi occupa uno spazio importante. Basti considerare le classifiche dei personaggi che hanno cambiato l’Italia negli ultimi trent’anni. Realizzate in base alle opinioni espresse dagli italiani liberamente, senza liste di nomi preconfezionate.
Nel bene come nel male, al primo posto c’è lui.
Con misure ben diverse, certo.
Il 13% degli intervistati indica Berlusconi come uno dei due personaggi che hanno caratterizzato positivamente la nostra storia recente. (Un punto in più rispetto al Presidente Napolitano).
Mentre sono molto più numerosi quanti lo considerano l’uomo che ha cambiato “in peggio” il Paese. Oltre una persona su due. Per la precisione: il 54%.
Mentre Monti, Prodi, Di Pietro, Bossi, perfino Craxi – unico sopravvissuto della Prima Repubblica, nella memoria – sono al di sotto del 10%.
Berlusconi. Al tempo stesso, il più amato e il più odiato. Della Seconda Repubblica. Al punto da dilatarla nel tempo. Oltre la caduta del muro di Berlino. D’altronde, Berlusconi l’ha rimpiazzato con un nuovo muro. Il muro di Arcore. Tenendo vivo l’Anticomunismo senza il Comunismo.
Oggi Berlusconi conta di risorgere di nuovo. Come dopo la sconfitta del 1996. Come nel 2006, quando tutti lo davano per finito, per primi i suoi alleati. E lui trasformò una sconfitta sicura in un quasi-pareggio.
Cioè, viste le previsioni, in un grande successo.
Conquistato, di larga misura, due anni dopo.
Come nelle precedenti resurrezioni, Berlusconi sottolinea la svolta cambiando il nome.
Da Forza Italia alla Casa delle Libertà . E ancora, al Popolo delle Libertà . Domani si vedrà . Non Forza Italia. Significherebbe un “ritorno alle origini”. Mentre Berlusconi intende annunciare un “ritorno al futuro”.
E poi, FI decreterebbe la fine senza appello di AN. Potrebbe sollevare ulteriori risentimenti, nel centrodestra.
Berlusconi sceglierà un nome nuovo, che evochi il “suo” passato ma anche il cambiamento. Utilizzerà , come sempre, le tecniche del marketing – sondaggi, ricerche di mercato – per testare il marchio più efficiente. Lo slogan più efficace.
Ma alla fine deciderà lui. Come sempre. Anche per quel che riguarda la squadra. Sceglierà persone fedeli e “significative”. Che “significhino” la nuova svolta. La fine del Cavaliere Gaudente.
Per questo la Minetti se ne deve andare. Subito.
Per spezzare l’anello di congiunzione con le Olgettine, i Bunga Bunga, Ruby, Noemi, le Feste di Arcore e Villa Certosa. Una stagione finita.
Berlusconi cercherà di scrivere una nuova “Storia Italiana”.
Coerente con il sentimento del tempo. Sospeso fra paure economiche e insofferenza politica. Nonostante sia un’impresa impensabile, anche per lui, assumere un profilo misurato.
Da “peccatore pentito”. Berlusconi: cercherà la sintesi del Grillo-Montismo.
Tendenze di successo di questa fase. La domanda di competenza e di democrazia diretta. Il Tecnico e il Blogger Predicatore.
Berlusconi proverà a mixarli, a intercettarne il segno. (Una novità che altri soggetti, e non lui, annuncino le novità . E che lui sia costretto a inseguire.)
Una missione complicata. Conquistare la credibilità dei mercati, il rispetto dei leader internazionali. Per primi, quelli europei.
Che ne temono il ritorno più di molti italiani. E ancora, andare oltre la sua professionalità . Oggi retrò.
Perchè lui è il leader della democrazia mediale. Non digitale. Lui: sa controllare la televisione. La Rete è estranea alla sua cultura.
Perchè perfino a Grillo risulta difficile governarla verticalmente. Personalizzarla. E poi è troppo diretta.
Ve lo immaginate il Cavaliere comunicare in Rete e dunque “senza rete” con chiunque? Senza “mediazioni”? Ci proverà , Berlusconi, a risorgere di nuovo.
Intanto, ha esibito un sondaggio. Come nel 2006, quando si affidò all’agenzia americana PSB. Serve a dire che è ancora competitivo. E tanto più gli altri lo inseguiranno, con altri sondaggi di segno opposto, tanto più la profezia demoscopica rischia di avverarsi.
Perchè la stessa “smentita” del dato con altri dati appare una conferma (lo osservato Nando Pagnoncelli). E poi Berlusconi conta sui tradizionali alleati.
La memoria corta degli italiani. La loro indulgenza. (Chi è senza peccato…) La vocazione del centrosinistra a farsi del male. (Ci sta provando il PD, proprio in questi giorni.)
Dopo il 1996 e il 2006, d’altronde, non sono stati i leader e gli uomini del centrosinistra a metter fuori gioco Prodi?
Berlusconi ritorna perchè non ha e non può avere eredi. Senza di lui questo centrodestra rischia la dissoluzione. Spolpato da altri soggetti. Più o meno nuovi. Comunque ostili al Cavaliere. Liste ispirate da Monti e da Montezemolo. Perfino da Grillo.
Berlusconi ritorna per auto- difesa. Ma soprattutto perchè non riesce a uscire di scena. Perchè la scena, senza di lui, gli pare impossibile. Perchè immagina il futuro come il passato. Berlusconi, insomma, è prigioniero del proprio passato. Che però è passato.
Il berlusconismo è una storia chiusa, su cui la crisi degli ultimi anni ha posto la parola fine.
Le dimissioni della Minetti, le strategie di marketing creativo, la nostalgia diffusa in molti ambienti, perfino nel centrosinistra: non basteranno a riaprirla.
Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica“)
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