Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
STUDIO DELLA CGIA DI MESTRE: I DATI SUI LAVORATORI ATIPICI CONFERMANO UN’ALTA CONCENTRAZIONE NEL PUBBLICO IMPIEGO E AL SUD E CANCELLANO UN LUOGO COMUNE: SOLO IL 15% SONO LAUREATI… IL RECORD IN CALABRIA E SARDEGNA
Sono oltre tre milioni e campano con poco più di 800 euro al mese. 
E’ l’esercito dei lavoratori precari d’Italia secondo un’analisi fatta dal centro studi della Cgia di Mestre.
La ricerca smentisce anche un luogo comune molto diffuso sul precariato e che “identifica il precario in un giovane con un elevato livello di studio”.
A impressionare, però, sono ancora una volta i numeri: i lavoratori con contratti a termine sono 3.315.580, guadagnano 836 euro netti al mese, che è la media tra i 927 euro dei maschi e i 759 euro per le donne.
Laureati e non.
Per quanto riguarda il titolo di studio, solo il 15% è laureato, quasi uno su due (per l’esattezza il 46% del totale) ha un diploma di scuola media superiore, mentre il restante 39% circa ha concluso il percorso scolastico con il conseguimento della licenza media.
Dove lavorano.
La più alta concentrazione di lavoratori precari italiani è nel pubblico impiego. Infatti, nella scuola e nella sanità ne troviamo 514.814, nei servizi pubblici e in quelli sociali 477.299.
Se si contano anche i 119mila circa che sono occupati direttamente nella pubblica amministrazione (stato, regioni, enti locali, etc.), il 34% del totale dei precari italiani è alle dipendenze del pubblico (praticamente uno su tre).
Pianeta precarietà .
Gli altri settori che registrano una forte presenza di questi lavoratori atipici sono il commercio (436.842), i servizi alle imprese (414.672) e gli alberghi e i ristoranti (337.379).
Se si guarda alla distribuzione geografica, infine, è il sud l’area dove il ricorso al lavoratore precario è maggiore.
Oltre 1.108.000 lavorano nel Mezzogiorno (pari al 35,18% del totale), dove le realtà più coinvolte, prendendo come riferimento l’incidenza percentuale sul totale degli occupati a livello regionale, sono la Calabria (21,2%), la Sardegna (20,4%), la Sicilia (19,9%) e la Puglia (19,8%).
Sono questi i problemi reali su cui la politica oggi dovrebbe interrogarsi, altro che riforme costituzionali.
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
UNA INDAGINE DEMOSKOPEA SUI LETTORI DEL BLOG DEL FONDATORE DEL M5S ANALIZZA IL PROFILO DEGLI UTENTI DI BEPPEGRILLO.IT
I visitatori di Beppegrillo.it? Sono prevalentemente maschi, adulti e residenti al nord.
A dirlo è un’indagine di Demoskopea e comScore che hanno analizzato il profilo socio demografico e alcuni atteggiamenti su internet dei visitatori del blog del leader del Movimento Cinque Stelle a maggio 2012 attraverso la piattaforma MyMetrix di comScore.
LA CRESCITA DEI CLICK
I visitatori di beppegrillo.it – oltre a registrare una significativa crescita negli ultimi mesi – si caratterizzano per essere prevalentemente maschi (67% di uomini contro una media nazionale della popolazione on-line del 53%) e “maturi” (la fascia d’età superiore ai 45 anni incide per il 44% contro il 33% della media nazionale della popolazione on line).
Interessante è la crescita del segmento maschile over 55, triplicato negli ultimi 12 mesi e che incide sul totale dei visitatori per il 13,5% (dato molto più alto di quello della media nazionale della popolazione on line attestato al 7,7%).
In termini di distribuzione geografica la maggiore presenza si ha nelle regioni del Nord con il 54,7% (contro il 49,1% della media nazionale della popolazione on-line) a discapito di una minore concentrazione nelle regioni meridionali 21,8% (contro il 26,6% della media nazionale della popolazione on line).
WEB E POLITICA
Ad essere analizzato è anche l’indice di affinità con il lettori dei principali siti italiani.
In testa, tra i lettori di beppegrillo.it è ilfattoquotidiano.it (930) seguito da ilgiornale.it (672), Repubblica.it (314) e del Corriere.it (288).
La ricerca è interessante in quanto i risultati potrebbero essere indicativi anche del profilo degli elettori del Movimento Cinque Stelle.
Ma non solo, come documentato da un’inchiesta del Corriere della Sera basata su una ricerca della società di analisi Between, la diffusione di Internet e dei social network è uno dei motori che spingono la macchina di Beppe Grillo e del Movimento 5 Stelle.
Fra la penetrazione del digitale e la crescita del nuovo partito (o antipartito) la corrispondenza appare stretta.
Come dire, insomma, che web e politica vanno ormai davvero a braccetto.
Marta Serafini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
LE PRESSIONI DEL TESORIERE PER FAR OTTENERE UN POSTO DA DIRIGENTE ALL’UOMO DEL SENATUR…L’ASSUNZIONE CONCORDATA MENTRE SI PARLAVA DI CIG
«Sbattiamocene i coglioni e pensiamo a noi». Questo frammento di una conversazione
telefonica fra l’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito e l’ex capo della sicurezza di Umberto Bossi, Maurizio Barcella, dice tutto a proposito della considerazione che certa politica ha delle aziende di Stato.
Perchè questo colloquio imbarazzante nella forma e nei contenuti, che potrete ascoltare stasera alle 21.30 durante la prima puntata de Il Lecito , programma di inchieste del giornalista del Sole 24 Ore Claudio Gatti trasmesso da La7 , riguarda proprio una impresa di Stato: la Fincantieri, leader mondiale delle navi da crociera controllata dal Tesoro italiano.
Dice Belsito a Barcella: «Mauri, ho parlato adesso con Scarrone… Lui mi ha detto guarda, mi ha dato un consiglio: è meglio che venite giù all’una perchè poi loro devono pubblicizzare la cassa integrazione, non possono far passare il contratto da dirigente che devono fare casino con il governo. Quindi sbattiamocene i coglioni e pensiamo a noi».
«Scarrone» è Sandro Scarrone, capo del personale della Fincantieri il quale, secondo la ricostruzione di Gatti, ha in evidenza sul tavolo una pratica fortemente caldeggiata dall’ex tesoriere leghista.
Ovvero, l’assunzione come dirigente della grande industria navale del fido Barcella, che Bossi ha portato a Roma come suo capo di gabinetto al ministero delle Riforme, nonostante un curriculum non proprio ortodosso per quel ruolo.
Una pratica talmente importante da essere chiusa, a quanto lascia intendere quello scambio verbale, proprio mentre ci si sta apprestando ad annunciare la cassa integrazione.
Che cosa c’entra Belsito in tutto questo?
Il tesoriere del Carroccio è consigliere di amministrazione della Fincantieri, in quota Lega. Lo è stato una prima volta nel 2003.
Ma ora è tornato con una prospettiva folgorante: quella di essere nominato vicepresidente. E ancora non sa che alla morte di Maurizio Balocchi, che lo ha preceduto nell’incarico di partito, ne erediterà anche la poltrona governativa: sottosegretario alla Semplificazione.
Caso unico, nella storia repubblicana, di un membro del governo che è anche contemporaneamente amministratore di un’azienda pubblica. Lo è per sette mesi, prima di dimettersi nel luglio 2011.
Poi perderà anche la poltrona da sottosegretario con la caduta del governo Berlusconi, e in seguito allo scandalo della gestione dei rimborsi elettorali della Lega verrà espulso dal partito insieme a Rosi Mauro.
Ma torniamo indietro di un paio d’anni. Belsito sponsorizza quindi Barcella, all’epoca capo di gabinetto di Bossi, per un posto da dirigente della Fincantieri.
E la cosa, conclude Gatti, va in porto.
Lo proverebbe un altro breve colloquio telefonico che Il Lecito manderà in onda. Parlando con Belsito, l’amministratore delegato della Fincantieri Giuseppe Bono gli preannuncia una telefonata proprio a Rosi Mauro, capo del sindacato padano, vicepresidente del Senato e allora potentissima esponente del cerchio magico bossiano, per informare anche lei «che ho fatto la lettera di assunzione per Barcella e per quell’altro… come si chiama?», «Dalmir Ovieni», lo aiuta Belsito.
Ovieni Dalmirino, come ha raccontato sul Corriere Luigi Ferrarella, è stato fondatore della società consortile «Il Quartiere» promossa dal sindacato padano e presieduta da Rosi Mauro, nonchè consigliere di una società di costruzioni di cui la stessa vicepresidente del Senato nel 1994 era amministratrice.
Dimostrazione ulteriore che curriculum e competenze, in questa operazione, non sembrano affatto prioritari.
Belsito ne parla al telefono addirittura con la moglie di Bossi Manuela Marrone, riferendole il commento di Scarrone: «…Il direttore mi ha detto: Franci, già che siamo in confidenza, guarda che noi a un diplomato di scuola professionale non l’abbiamo mai fatto firmare un contratto del genere. È la prima volta nella storia della Fincantieri…».
L’ex insegnante Manuela Bossi inorridisce: «Scuola professionale? Non ha neanche un diploma? Francesco…».
E Belsito: «No. Questo qui cosa ha mai fatto nella vita? Tutto gli hanno messo per iscritto. Tutto! Persino la casa! Non è mai uscito un contratto così da quell’azienda, mai!».
Interpellata in merito, la Fincantieri ha risposto che nè il nome di Barcella nè tantomeno quello di Ovieni, hanno mai avuto un riscontro negli organici aziendali. Meglio così. Dunque era soltanto una sceneggiata? Chissà .
Ma quelle innocenti telefonate confermano pur sempre che la politica e le imprese pubbliche sono ancora la stessa cosa.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
“MARONI ALLA REGIONE? FACCIA IL SEGRETARIO, NON E’ FACILE, FORMIGONI RESTERA’ FINO AL 2013″… “GLI EPURATI DELLA LEGA? FORSE TROPPI”
“Formigoni per ora resta lì, ha dimostrato di non essere legato a Roma. Poi si vedrà : se dovrà pagare pagherà , ma noi non lo facciamo cadere. Non ancora”.
Avrà pure perso la guida della Lega Nord, ma Umberto Bossi conserva piglio e modi da Capo.
L’incognita vera è quale potere effettivo abbia, quanto le sue parole possano effettivamente influenzare la linea del nuovo Carroccio guidato da Roberto Maroni. Poco, stando al nuovo statuto.
Ma per lui “questo è secondario: “io e Roberto decideremo tutto insieme, sono il presidente e siamo uguali”.
Il resto della frase la indica col dito: “Umberto Bossi la Lega sei tu”.
La scritta è su uno striscione, esposto davanti alla sede di via Bellerio quando il Senatur si dimise da segretario, e domenica sera srotolato alla festa del Carroccio in un paesino della Bassa bresciana, Castelcovato.
La sua prima uscita pubblica dopo il congresso che lo ha messo ai margini del movimento , la prima occasione utile per intervistarlo.
Un comizio di venti minuti davanti a un centinaio di leghisti, poi la cena con alcuni militanti e gli esponenti locali del partito.
Rosi Mauro non è più la sua ombra e non c’è neanche il fido Roberto Calderoli, “si vede che sta male”, sussurra Bossi mentre firma autografi su magliette bianche con scritte verdi che i militanti in coda gli mettono davanti.
Presidente…
Sono ancora il Capo.
Mi diceva di Formigoni.
Resta lì fino alle politiche, credo primavera 2013 e accorperemo le regionali.
E candiderete Maroni alla presidenza della Lombardia.
Lui ora è segretario e ha molte cose da fare, anche se ha venti persone con lui e io l’aiuto, ma il governatore si fa a tempo pieno.
Salvini ha chiesto a Formigoni di lasciare l’incarico in Expo anche per questo, per concentrarsi solo sulla Regione.
Ce ne sono tante di persone valide che si possono candidare, ancora è presto per parlarne, ma ognuno deve fare il suo lavoro.
Lei fa il presidente, quindi da statuto può solo decidere sui ricorsi degli espulsi, o sbaglio?
Ora devo capire bene, con Daniele (Molgora, ndr) stiamo già lavorando per vedere caso per caso quelli che sono stati cacciati, se era giusto o se sono stati vittime di qualche errore. So che molti hanno da ridire, anche qui stasera mi hanno avvicinato una decina lamentandosi. Gli ho detto di scrivermi che sistemo tutto io.
Se Francesco Belsito e Rosi Mauro dovessero far ricorso, lei che farà ?
Tutto il casino l’avete montato voi giornalisti e la magistratura, ma poi quello lì non è stato arrestato. Lusi è finito in carcere e il nostro amministratore no. Significa che è stata una montatura, a Roma noi non appoggiamo questo governo e qualcun altro ha voluto colpirci così, perchè armi oneste non ne avevano, continuiamo a far paura.
Qualcun altro? A chi si riferisce? Al Viminale fino a novembre guidato da Maroni?
Potevano informarci, eravamo al governo, questo qui (Belsito, ndr) ci rubava i soldi e nessuno ci ha detto niente. A Roma ti si avvicinano per sussurrarti “oh succede questo”, “guarda che coso lì tra poco lo beccano” e a noi nessuno ci ha detto niente? Puzza. Ma ormai è andata così, ora dobbiamo pensare a lavorare e recuperare la nostra gente. Io non appoggio nessuno di quelli che litigano… che vogliono litigare.
Chi sono? Leoni? Quelli che facevano parte del cosiddetto cerchio magico?
Fesserie, dobbiamo pensare a impegnarci. Noi le cose le facciamo, la Lega per me è un figlio, ho fatto quello che dovevo perchè altrimenti altri fermavano il nostro progetto. La Lega oggi non siamo nè io nè Maroni, ma è quello che riusciremo a fare per la nostra gente.
Se cancellate Pontida e la cerimonia dell’ampolla con l’acqua del Po, perderete altri consensi?
È una cazzata dei giornali, non si può cancellare Pontida, è impossibile. Come il Va’ pensiero, sono cose sacre, intoccabili per ogni leghista.
Il partito è al minimo storico.
Questo governo qui riduce il Paese allo zero e la Padania paga ancora e sempre di più, abbiamo sbagliato a lasciare.
Non pensa che uno dei motivi per cui Maroni è diventato segretario, oltre alla gestione Belsito, ai soldi del partito ai suoi figli, sia proprio il suo aver appoggiato acriticamente Berlusconi?
Berlusconi ci ha dato molto.
Soldi per la sede e il simbolo?
Sono cazzate, cazzate di voi giornalisti. Abbiamo fatto il federalismo fiscale prima di tutto. Poi Tremonti e Napolitano l’hanno fatto slittare, ma ci sarebbe già . E la risposta alla Ue, la lettera l’abbiamo scritta io e Berlusconi a casa sua a Roma. Noi l’Imu non l’avremo mai messa e avremo fatto meglio. Ormai sarà la storia a fare i conti.
A proposito di Imu: Maroni l’ha pagata, e lei?
Ma boh, questa era una ratina, ma se devo dico di non far pagare le tasse, altro che Imu.
Quanto tempo è che non vi sentite con Berlusconi?
Mi ha chiamato per lo scandalo lì: sono stato massacrato dai tribunali, io e la mia famiglia. Lui è sensibile.
Berlusconi ha detto che non si ritira ed è pronto a candidarsi di nuovo. Dobbiamo aspettarci il ritorno dell’asse Arcore-Gemonio
Eh eh… sarebbe un buon segnale, ma è ancora troppo presto e dipende se cambiano la legge elettorale o no. A noi il Porcellum andrebbe ancora bene, parlare di alleanze è prematuro. Ho visto che qualcuno pensa al Pd, altri parlano con Alfano. Dobbiamo metterci d’accordo.
Lei è presidente, da Statuto non può decidere le alleanze da solo.
Mai deciso da solo, ne parleremo. Io sono qui da sempre, abbiamo cambiato la storia, mi ascoltano, mi ascoltano. Poi decideremo insieme, ma conosco bene tutti, amici e nemici.
Nel 1994 quando fece cadere il governo Berlusconi il nemico era Maroni, tanto che al congresso straordinario di Milano quell’anno gli disse: “Il coraggio non lo vendono al supermercato”.
Volevo cacciarlo, viene da sinistra, polemizzava. Ma è stato bravo.
A quanto pare ha anche trovato il coraggio: l’ha sfidata ed è diventato segretario riorganizzando totalmente il partito.
Non è solo, ci sono io. E non è facile, tanto che ha distribuito incarichi a tutti. Tenere insieme la Lega è difficilissimo, di coraggio ne serve tanto. Veneti, lombardi poi i piemontesi e giù ormai siamo arrivati in Umbria.
Di tutto quello che è successo, cosa le dispiace di più?
Non essermi candidato, non essere più segretario.
Ricandiderebbe suo figlio Renzo?
Erano tutti d’accordo e hanno aiutato tutti a farlo vincere. Gli ho dato quattro ceffoni, si metterà a posto perchè alla fine non ci sarà nulla. Ma è stato difficile.
Cosa?
Tutto. Quando il Papa ha detto messa a Milano io sono andato. Mi ha visto Bagnasco ed è venuto a salutarmi. “Come va?” mi chiede e io rispondo “male”, lui insiste gentile “e la famiglia?” e io “peggio”. M’ha quasi fatto piangere. Ora è passata, ripartiamo. Mai mula’…”
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
RESA OPERATIVA L’INTESA RAGGIUNTA DAI CAPI DI GOVERNO… LA BCE SARA’ L’AGENTE DEL FONDO SALVA-STATI PER L’ACQUISTO DEI TITOLI DI STATO… SODDISFAZIONE DELLA DELEGAZIONE ITALIANA
La zona dell’euro avrà un meccanismo per fermare la febbre degli spread ed aiutare i paesi
virtuosi che ne faranno richiesta a tenere sotto controllo il differenziale dei rendimenti.
Mentre le banche spagnole avranno da fine mese 30 miliardi di aiuti e Madrid un anno di tempo in più per riportare il deficit sotto il 3%.
Nella prima riunione, dopo la decisione del Vertice di fine giugno, l’Eurogruppo ha riaffermato “il proprio forte impegno a fare tutto ciò che è necessario per assicurare la stabilità finanziaria della zona euro, in particolare attraverso un uso flessibile ed efficiente del fondo Efsf-Esm”.
E come primo passo concreto in questa direzione il fondo salva stati e la Bce hanno firmato “un accordo tecnico” che prevede che l’istituto di Francoforte sia l’agente dell’Efsf-Esm per l’acquisto dei bond sul mercato secondario, in funzione anti spread.
“L’accordo va nella direzione auspicata dall’Italia”, avevano riferito fonti italiane, poco dopo che il premier Monti aveva lasciato in anticipo la riunione senza fare dichiarazioni.
“Non c’è nessun retroscena. Il confronto sul meccanismo antispread si è già svolto ed è andato bene”, avevano aggiunto le fonti.
Il risultato di stanotte premia la linea italiana tenuta con coerenza al vertice e difesa di fronte alle dichiarazioni oscillanti giunte da alcuni paesi nordici, che sembravano rimettere in discussione l’accordo. In vista dell’Eurogruppo, chiamato ad implementare le decisioni del Vertice, Monti ha incontrato due giorni fa in Provenza il ministro francese Pierre Moscovici, rafforzando l’asse con la Francia.
Mentre ieri si è intrattenuto prima con il commissario Ue agli affari monetari Olli Rehn e poi con il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker.
Nonostante le resistenze della Finlandia, le “reticenze” dell’Olanda e i dubbi della Germania, l’eurozona si muove con decisione verso misure a breve per stabilizzare i mercati, oltre che verso la creazione in tempo medio lunghi di un’unione bancaria e fiscale.
“La Bce potrà intervenire sui mercati secondari a nome e per conto dell’Efsf”, ha spiegato l’Ad del fondo, il tedesco Klaus Regling. Ciò significa che il bilancio della Bce non verrà intaccato e i rischi e benefici saranno in conto del fondo. “Di mercato primario non si è parlato, ma è una possibilità che esiste, già prevista sia dall’Efsf che dall’Esm”, ha precisato Regling.
Ed anche la Spagna, l’altro sorvegliato speciale finito nel mirino dei falchi del Nord Europa, con il ministro olandese Jan Kees De Jager che aveva detto che “va risolto radicalmente il problema di Spagna e Italia”, ha ottenuto ciò che voleva.
Il presidente dell’Eurogruppo Jean Claude Juncker ( il suo mandato è stato prorogato di altri due anni ma dovrebbe lasciare a fine 2012 secondo un accordo politico) ha annunciato che Madrid avrà 30 miliardi per ricapitalizzare le banche “entro la fine del mese” e che alla Spagna è stato concesso un anno in più per riportare il suo deficit sotto il 3%.
(da “La Repubblica“)
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Luglio 10th, 2012 Riccardo Fucile
LA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA HA RISPOSTO ALLE DOMANDE DEI LETTORI DI “REPUBBLICA” SPIEGANDO LE RAGIONI E IL CONTENUTO DELLA PROPOSTA PER VIETARE L’ACCESSO AL PARLAMENTO A CHI HA SUBITO UNA CONDANNA AD ALMENO TRE ANNI
Una legge per liberare il Parlamento dai condannati in via definitiva a una pena di almeno tre anni.
Operazione pulizia che renderebbe gli stessi incandidabili per qualsiasi incarico di governo. E vieterebbe loro anche l’ingresso al Parlamento europeo, impedirebbe di sedere nelle assemblee e nelle giunte di Regioni, Province (quelle superstiti), Comuni.
La proposta l’ha scritta in cinque articoli e l’ha depositata a Montecitorio la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno. Deputato Fli e avvocato dalle cause roboanti.
Che su Repubblica Tv viene intervistata da Liana Milella con l’aiuto dei lettori del sito, i moltissimi che da mezzogiorno in poi affollano la casella di posta videoforum@repubblica.it.
L’appuntamento è per le 17.30 e l’onorevole si presenta in redazione con 45 minuti di anticipo.
Scarpe comode e tailleur grigio, legge i messaggi, gli incoraggiamenti e le critiche.
“Perchè solo ora?”, è una domanda frequente. “Non l’aveva già detto Grillo?”. “Finalmente. L’iniziativa è lodevole, ma sembra assurdo che non sia già così”. Si accendono le telecamere e Bongiorno comincia a rispondere.
I lettori sottolineano come in Italia occorra troppo tempo per arrivare al terzo grado di giudizio e come spesso intervenga la prescrizione.
C’è chi chiede l’esclusione da liste elettorali e cariche pubbliche già dopo la prima sentenza.
“Ciascun gruppo politico può organizzarsi con un proprio codice etico e scegliere un filtro più severo per le candidature. Il presidente Fini per esempio ha posto il limite già con il rinvio a giudizio. Ma se si deve introdurre una legge che non sia in contrasto con l’articolo 27 della Costituzione – con il quale si sancisce la presunzione di innocenza – si deve necessariamente attendere una sentenza definitiva per escludere i condannati. Anche perchè bisogna ricordare che spesso in secondo grado i verdetti vengono ribaltati. E sulla prescrizione: tecnicamente non si può equiparare ad una sentenza di condanna”.
Pene non inferiori a tre anni, questo il tetto che lei immagina. Ma a quali reati pensa?
“In questa proposta di legge ho scelto di inserire ovviamente i reati gravi come la concussione e la corruzione e quelli di stampo mafioso. Ma c’è pure il falso in bilancio, che rientra nel genere di crimini dei colletti bianchi puniti – anche solo in astratto – con una pena di almeno tre anni”.
Il signor Mauro Boni chiede perchè abbia escluso i grandi evasori.
“Sono inseriti reati fiscali e tributari”.
Quali cariche sarebbero precluse ad un condannato in via definitiva?
“Sono stata piuttosto severa. I condannati non potrebbero entrare nè alla Camera nè al Senato. Niente Parlamento europeo, nessun incarico di governo, no ad enti locali. La stessa sorte spetterebbe a chi è soggetto ad una misura di prevenzione”.
Quanto durerebbe l’interdizione dalle cariche pubbliche?
“Il doppio della pena irrogata. Sei anni se si è condannati a tre, dieci se la sentenza definitiva è di cinque. E così via”.
Il signor Enrico Pietrobon, e con lui molti altri, si domanda perchè il Parlamento non abbia già prodotto una legge del genere. Come mai la sua proposta arriva solo in questa legislatura, ormai agli sgoccioli?
“Penso sia questo il momento ideale, la scelta di tempo non è casuale. Pd e Pdl sono forze di una stessa maggioranza che sostiene il governo, siamo in un periodo di tregua politica, forse il percorso della legge può essere più spedito rispetto a quanto non sarebbe accaduto nell’epoca di Berlusconi”.
Grillo aveva fatto una proposta simile in passato. Anche Di Pietro.
“Onestamente non conosco la proposta di Grillo. E Di Pietro si è espresso a favore della mia, legata appunto ad una congiuntura positiva che spero possa portare ad un accordo tra le forze politiche. Fino a quando è stato al governo Berlusconi, la mia Commissione si è occupata solo di leggi pro-premier”.
Il Pdl era un nemico così forte? E può esserlo ancora?
“Io facevo parte del Pdl, la scissione tra Berlsconi e Fini c’è stata proprio sulla giustizia. Per anni il Parlamento è stato occupato dalla discussione di leggi che non servivano alla collettività , come quella sulle intercettazioni. Vedremo”.
Il ddl anti-corruzione approvato faticosamente alla Camera e ora acquattato al Senato contiene un articolo sull’incandidabilità che rimanda ad una legge delega del governo. Questa sua proposta è uno sgambetto all’esecutivo? Pensa che il ministro Severino non si sia battuta abbastanza?
“Fli si è astenuta sulla norma che prevede la delega al governo, ci è sembrato inaccettabile dire ai cittadini ‘servono leggi più severe per tutti ma che per i politici si vedrà ‘. Con la mia iniziativa non ho voluto fare uno sgambetto al governo ma dare una spinta. Anche se la materia è delicata”.
Nessuno ha però risposto, in questi giorni. Lei ha anticipato la sua proposta a Repubblica sabato scorso. E da allora non si sono sentite voci, nè dal governo, nè dalle forze politiche. A parte Di Pietro.
“Mi permetto di interpretare questo segno come un silenzio dovuto al week end. Voglio pensare che nei prossimi giorni possano esprimersi i ministri Patroni Griffi e Severino. Perchè sollecitino le forze politiche a trovare un compromesso”.
Altro silenzio pesante, quello del Pd.
“Spero si arrivi ad un punto di mediazione molto presto. La mia non è una proposta folle, potrebbero approvare la legge tutti i parlamentari responsabili”.
Ma c’è il tempo di approvare questa legge prima che finisca la legislatura?
“Abbiamo poco tempo a disposizione ma io ci credo e credo nell’urgenza di questo provvedimento. E’ un’occasione per tutti noi parlamentari. Fli sarà un martello”.
Esiste un nesso con la legge elettorale ed il nodo delle preferenze?
“Anche le liste bloccate potrebbero essere più pulite, una volta stabiliti i paletti delle candidature. Spero che i gruppi parlamentari presto se ne occupino e che poi ne chiedano la calendarizzazione in Aula”.
(da “La Repubblica“)
Commento del ns. direttore
La proposta di Giulia Bongiorno sulle liste senza condannati, oltre ad essere ampiamente condivisibile. ha trovato vasta eco sui media e molti consensi trasversali, quelli che più contano in una politica spesso “bloccata” e divisa in schieramenti preconcetti.
Da questo “piccolo spazio” (che poi nei fatti e nei rilievi internazionali è più seguito dei siti di quasi tutti i parlamentari di centrodestra) avevamo, poche settimane fa, lanciato una proposta.
Che non a caso viene da noi che già criticavamo il Pdl un anno prima dell’uscita di Fini (quando ancora gli attuali deputati di Fli votavano tutte le leggi proposte da Pdl e Lega), da noi che attaccavamo aspramente la politica del Carroccio (mentre altri ci andavano a pranzo, non solo a sorseggiare quel caffè che mai “avremmo più bevuto con Bossi”), da noi che sottolineavamo la violazione delle leggi internazionali nella pratica infame dei “respingimenti” dei profughi in mare, senza verifica di chi avesse diritto all’asilo politico, mentre altri la votavano, salvo poi oggi subire condanne dagli organismi internazionali.
E potremmo fare tanti altri esempi della nostra “preveggenza” rispetto a quanto poi si sarebbe verificato.
Dopo le elezioni di maggio avevamo consigliato ai vertici di Fli un atto di coraggio: l’azzeramento della propria classe dirigente che non si è dimostrata all’altezza nel gestire il partito in questi due anni, salvo rare eccezioni (più locali che centrali).
La nostra proposta era così sintetizzabile: ritorno alle tesi di Bastia Umbra, passo indietro di Fini che avrebbe dovuto assumere il ruolo di “padre nobile” di Fli e carta disponibile per ruoli istituzionali, via Bocchino dal ruolo di vice, nomina di un portavoce unico nella persona di Giulia Bongiorno.
Perchè Giulia ben incarna le tesi di Bastia, rappresenta un modello di donna capace di aggregare senza confini ed è un esempio di meritocrazia, di sacrifici, di applicazione, di “carro armato” travolgente.
Sostanza quindi dietro un’immagine che avrebbe aperto a Fli l’elettorato femminile, avrebbe modernizzato la politica, attraverso le sue battaglie sulla legalità e la sua “lotta tosta” alle degenerazioni berlusconiane.
Una proposta che aveva trovato molti consensi nella base di Fli, ma ovviamente non nei vertici: con il risultato che oggi Fli sta per scendere sotto il 2% e in pratica è in via di scioglimento come un ente inutile, con tanti naufraghi che cercano di raggiungere le scialuppe di salvataggio.
Certo, Fini parla di un nuovo progetto, di un grande contenitore capace di aggregare centristi di varia provenienza: rispettiamo questa sua ricerca di riposizionamento, ma non si guida il futuro senza avere un partito strutturato alle spalle.
Persino i grillini lo hanno compreso dopo Parma.
E non si conquista un ruolo se si parte da un fallimento.
Aver perso 3 elettori su 4 in meno di due anni avrà un motivo.
Qualcuno avrebbe dovuto prendere esempio da Monti per la capacità di “tagliare” teste.
Non l’ha fatto o non ha potuto farlo, poco cambia.
Ma non si può sperare di lanciare un “partito nuovo” solo con le terze file di An, quando già le prime e le seconde erano composte da arruffoni e incapaci.
O forse in fondo a nessuno è mai importato davvero qualcosa di Fli.
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Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile
STORIA DI QUESTA LEGISLATURA ATTRAVERSO I TREDICI INTERVENTI SULLE FINANZE…. SE LE MISURE SI INFRANGONO CONTRO LA FORZA DELLE CORPORAZIONI
Si scrive spending review, si legge manovra strappalacrime. 
La terza del governo Monti, la tredicesima dall’avvio della legislatura.
Un continuo stress per gli italiani; una chiamata alle armi per le lobby. Ne abbiamo in circolo delle più diverse specie: pubbliche o private, laiche o religiose, occulte o palesi, politiche o sindacali, professionali o industriali, e poi le banche, il terziario, le assicurazioni.
Anche in quest’ultimo frangente hanno immediatamente posto un veto, dai farmacisti agli avvocati.
Minacciano scioperi e serrate, ma la battaglia verrà decisa in Parlamento, quando il decreto del governo dovrà essere approvato. Perchè è lì, nel valzer degli emendamenti scritti in ostrogoto, che si consumano favori a spese dello Stato, o che s’innescano precipitose retromarce per risparmiare questa o quella corporazione.
E allora ripercorriamone la storia, magari può servirci a indovinare il futuro.
Gli interventi e le polemiche
I primi tre interventi della legislatura cadono nel secondo semestre del 2008, assieme al battesimo del governo Berlusconi.
Nell’ordine: il decreto legge anticrisi, convertito dalle Camere il 5 agosto (96 articoli, 707 commi); la Finanziaria, che arriva puntuale (sia pure in formato light) insieme con il panettone; un secondo decreto anticrisi, approvato il 28 novembre dal Consiglio dei ministri.
Come al solito, molte pie intenzioni: per esempio la social card (400 euro) e un piano casa per i meno abbienti; la «Robin Hood tax», che accresce il prelievo fiscale per le imprese del settore petrolifero; un tetto al 4% per i mutui a tasso variabile.
Molte polemiche: dalla Confindustria che giudica del tutto inadeguato il pacchetto di stimolo per l’economia, fino alle varie associazioni dei consumatori, anch’esse insoddisfatte.
Retromarce, come quella innescata dal neoministro dell’Università Mariastella Gelmini, che esordisce sussurrando l’ipotesi di togliere il valore legale della laurea; ma il sussurro dura un attimo, giacchè l’Adepp (l’associazione che riunisce le casse di previdenza professionale) alza subito un veto.
Guerre fra categorie: la più cruenta divampa in estate fra notai e commercialisti, circa il passaggio di quote nelle srl attraverso una scrittura privata, siglata dalle parti con la firma digitale, e quindi senza timbro notarile.
Sicchè il Consiglio nazionale del notariato sferra il contrattacco con una pubblicità che elenca le insidie della firma digitale, mentre l’ordine dei commercialisti risponde con un comunicato che esalta le virtù della semplificazione.
La Banca del Mezzogiorno
Ma ogni manovra è pur sempre una tavola imbandita, dove ciascuno trova di che sfamarsi.
Così il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, riesce a imporre la Banca del Mezzogiorno, alimentandola con 5 milioni di fondi statali.
Dispensa mance e spiccioli: fra l’altro 2 milioni per l’apicoltura, benchè non molto tempo prima questa voce di spesa fosse stata presa ad esempio proprio da Tremonti per indicare sprechi di risorse.
E tace quando il presidente del Consiglio (2 dicembre 2008) arriva a prospettare l’Iva al 50% per Sky, tv concorrente delle tv di Berlusconi.
Alla fine ne verrà deciso il raddoppio (dal 10% al 20%) sulle pay-tv, decisione che rispecchia il nuovo clima istituzionale del Paese: perchè adesso non sono più le lobby a condizionare dall’esterno l’azione dei governi, sono i governi che includono le lobby al proprio interno.
È il caso di Mediaset, lobby di lotta e di governo.
Punto e a capo, scocca il 2009.
Quando le manovre sono due: quella estiva, con l’ennesimo decreto anticrisi; e poi la Finanziaria di dicembre.
Il primo intervento vale 5 miliardi e mezzo; stringe un po’ i conti pubblici, benchè Tremonti s’affretti a dichiarare che la situazione sia sotto controllo (invece non lo è affatto, come dimostreranno le vicende successive); e ovviamente è corredato dal solito pacchetto di rinunce (l’annunciato giro di vite sulle banche) e di rinvii (la class action).
Ma la sua perla più preziosa è lo scudo fiscale-ter: per favorire il rientro dei capitali italiani illegalmente detenuti all’estero, paghi il 5% e scatta l’assoluzione di Stato.
Una misura premia-furbi, come immediatamente scrisse l’Avvenire, quotidiano non certo ostile all’esecutivo in carica.
Una promessa tradita, dal momento che in campagna elettorale (31 marzo 2008) Berlusconi si era impegnato a non riaprire la stagione dei condoni.
Un calcolo sbagliato: il governo aveva stimato il rimpatrio di 300 miliardi, l’anno dopo se ne conteranno solo 80. E in conclusione una ferita al principio di legalità , come se in passato non ne fossero state inflitte già abbastanza
Quanto alla Finanziaria, esce dal forno con due soli articoli, farciti però da 247 commi.
Innesca una querelle fra il governo e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, dopo la scelta di blindarla ponendo la questione di fiducia.
Riattizza le polemiche sullo scudo fiscale, che tuttavia Tremonti difende a spada tratta, definendolo «la più grande manovra finanziaria mai fatta da un Paese negli ultimi anni».
E naturalmente dispensa pacchi dono, ben infiocchettati sotto l’albero di Natale. 400 milioni per l’autotrasporto. 50 milioni alle emittenti radiotelevisive locali. 130 milioni alle scuole cattoliche, pardon, private. 120 milioni per le assicurazioni degli agricoltori, più altri 100 per il loro fondo di solidarietà . Infine 181 milioni d’interventi a pioggia.
Soldi per il Belice, quarant’anni dopo il terremoto; per gli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia; per le associazioni dei combattenti; per l’Unione italiana ciechi; per le vittime del terrorismo; per il Policlinico San Matteo di Pavia; per l’Istituto mediterraneo di ematologie; e via via, la lista ha più grani di un rosario.
La legge di stabilità
Ma è l’ultima Finanziaria vecchio stile: il 16 dicembre 2009 il Senato esprime un sì definitivo alla riforma della contabilità pubblica, sostituendo questo strumento normativo con la legge di stabilità .
E il nuovo stile? Tal quale il vecchio. La manovra approvata nel dicembre 2010 stanzia 100 milioni per l’editoria, 25 milioni per le università private, e al contempo rimpolpa le dotazioni delle Forze armate o del Servizio sanitario nazionale, magari a costo di prosciugare il Cinque per mille.
Tuttavia è soltanto un dessert, un digestivo, perchè il vero pasto si era già consumato in estate. Il decreto legge n. 78 del 31 maggio 2010, convertito il 30 luglio dalle Camere, aveva propinato infatti una cura da cavallo all’economia italiana, per difenderla dalla crisi dell’euro: 24,9 miliardi il saldo complessivo.
A danno, soprattutto, dei dipendenti pubblici, che si videro congelare lo stipendio per 3 anni; mentre sui dirigenti scattava una decurtazione del 10%.
Ma la manovra estiva, come tutte le manovre dei nostri governi, distingue tra figli e figliastri: ci sono i sommersi e ci sono i salvati. D’altronde è in tali frangenti che si misura la forza di ogni corporazione, durante le intemperie, quando occorre mettersi al sicuro.
Chi sono i salvati? Intanto le banche: il decreto governativo introduceva nuove tasse, il Parlamento le ha poi eliminate.
C’era inoltre l’idea di istituire un’authority di controllo sulle fondazioni bancarie: caduta pure questa. In secondo luogo le assicurazioni, sulle quali incombeva una vera e propria purga, e che invece se la cavano con un maggior peso fiscale di 230 milioni.
In terzo luogo i partiti: inizialmente il rimborso per le loro spese elettorali avrebbe dovuto subire un taglio del 50%, poi del 20%, infine si è fermato al 10%.
Idem per le retribuzioni di ministri e sottosegretari, un dimagrimento più simbolico che sostanziale. In quarto luogo le Province: dovevano saltarne una decina, tutto rinviato al nuovo codice delle autonomie. In quinto luogo i magistrati, usciti vittoriosi da un lungo braccio di ferro col governo, durante il quale l’Anm aveva minacciato scioperi e sfracelli.
La pace giudiziaria viene siglata all’ombra di un comma alquanto misterioso, sbucato fuori all’improvviso in Parlamento: «Nei confronti del personale di magistratura e dell’Avvocatura dello Stato, per il triennio 2013, 2014 e 2015 si applica l’adeguamento computato sulla base del triennio 2007, 2008, 2009». In pratica i magistrati scampano il blocco degli stipendi. Evviva.
Altro giro di boa, ed eccoci al 2011.
Quando le manovre orchestrate per far quadrare i conti diventano addirittura 4: tre targate Berlusconi, l’ultima (a dicembre) con la firma in calce di Monti.
Il primo colpo esplode a luglio; ma è un colpo a salve, nonostante le buone intenzioni.
Quali? In primo luogo una stretta fiscale per le società che gestiscono i pedaggi autostradali, abbassando all’1% il limite alla deducibilità degli ammortamenti sugli investimenti delle concessionarie.
«Un disincentivo», denuncia l’amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci; «una cazzata», aggiunge soave il presidente dell’Aiscat, Fabrizio Palenzona. Detto fatto: provvedimento ritirato.
Così come rientra in quattro e quattr’otto il proposito d’abolire gli ordini professionali, attraverso l’art. 39-bis della manovra.
Apriti cielo: il presidente del Consiglio nazionale forense, Guido Alpa, esprime immediatamente il proprio sdegno; il presidente del Collegio nazionale dei periti agrari, Andrea Bottaro, denuncia l’attacco alle professioni; il presidente della Federazione degli ordini dei farmacisti italiani, Andrea Mandelli, punta l’indice contro la liberalizzazione selvaggia; il presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, Claudio Siciliotti, definisce sconcertante il metodo seguito dal governo.
E infine tutti questi presidenti armano la mano di 22 senatori-avvocati, che scrivono una lettera di fuoco al presidente del Senato-avvocato Renato Schifani, con il sostegno esplicito del ministro-avvocato Ignazio La Russa: amen, tutto rinviato alle calende greche.
Il contributo di solidarietà
Il mese dopo parte il secondo colpo, la manovra d’agosto.
Quella che stabilisce un contributo di solidarietà per i redditi più alti, subito bollato come «inaccettabile e iniquo» da Confindustria e Federmanager.
Risultato? Il contributo resta, ma solo per i dipendenti pubblici (5% sopra i 90 mila euro, 10% oltre i 150 mila euro).
Sicchè i lavoratori privati la fanno franca, a dispetto del principio costituzionale d’eguaglianza. Ma non può esserci eguaglianza nel Paese delle corporazioni, e proprio quest’ultima manovra lo dimostra nel modo più eloquente.
Perchè i parlamentari liberi professionisti riescono a dimezzare il taglio dell’indennità (da 2.700 a 1.500 euro mensili).
I gestori degli stabilimenti balneari mancano per un soffio il blitz che avrebbe allungato fino a 90 anni la durata delle loro concessioni. I tassisti ottengono d’essere esentati rispetto alla pur timida liberalizzazione dell’accesso a talune attività economiche.
Infine la Chiesa cattolica respinge con successo gli emendamenti sull’Ici per le proprie attività commerciali. D’altronde in Italia le chiese sono tante, ciascuna col suo santo in Paradiso.
Ma nessun santo salva il governo Berlusconi, ormai giunto all’ultima curva del circuito: il 12 novembre le Camere approvano la legge di stabilità , lo stesso giorno il presidente del Consiglio si dimette.
Nasce perciò il governo Monti, e qui passiamo dalla storia alla cronaca.
Perchè è ancora fresco il ricordo del fuoco di sbarramento alzato dalle lobby contro il decreto «salva Italia» (4 dicembre 2011), e successivamente contro il decreto «cresci Italia» (24 gennaio 2012, salutato in Parlamento da 2.299 emendamenti).
Sicchè la vendita al supermercato dei farmaci di fascia C va a farsi benedire; i tassisti scansano le liberalizzazioni; i commercianti le rinviano in nome della competenza regionale; i petrolieri mantengono il vincolo di fornitura in esclusiva sui carburanti (a eccezione dei benzinai proprietari della pompa: ma sono il 2% appena del totale).
Mentre le banche, nello stesso giorno in cui entra in vigore la legge che azzera le commissioni bancarie (25 marzo 2012), ne ottengono il ripristino con un decreto legge, anche perchè nel frattempo i vertici dell’Abi si erano dimessi in blocco.
Insomma, una legge effimera come una farfalla; ma dopotutto in Italia le manovre dei governi sono sempre instabili e precarie.
L’unico dato permanente è la forza plumbea delle corporazioni.
Michele Ainis
(da “La Repubblica”)
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Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile
ALCUNI FILMATI DURANO POCHI SECONDI, ALTRI DIVERSI MINUTI: RACCONTANO UNO SPACCATO DI QUASI 40 ANNI DI EVOLUZIONE SOCIALE E TECNOLOGICA
“Una svolta storica sia a livello tecnologico che culturale”: esordisce così Pier Rodrigo Cipriani Foresio, presidente dell’Istituto Luce-Cinecittà , accogliendo su Youtube il nuovo canale frutto di una preziosa partnership con Google.
In questa prima fase sono stati messi a disposizione quasi 30mila video, alcuni di pochi secondi, altri di diversi minuti che permettono di raccontare una spaccato dell’Italia fatto di quasi 40 anni di evoluzione sociale e tecnologica: 9452 balli, 7700 gambe, 33813 sfilate, 20451 sport, 15096 saluti.
Sono solo una parte degli strabilianti numeri messi in campo dall’Istituto Luce nel filmato di presentazione con oltre 400 ore di Cinegiornali Luce dal 1927 al 1945 e quasi 350 ore per i 14mila titoli della “Settimana Incom” dal 1946 al 1964.
“Grazie a questo accordo contribuiremo attraverso la nostra piattaforma mondiale a preservare la cultura e la storia locale, in questo caso italiana — ha sottolineato Carlo d’Asaro Biondo, presidente per l’area Seemea (Sud e Est Europa, Medio Oriente e Africa) di Google, durante la presentazione dell’iniziativa — Arte, cinema, sport, costume, politica, insomma la vita dei nostri genitori e nonni è resa disponibile in rete alle generazioni future, rispettando il diritto d’autore. Una memoria e un passato che non possiamo permetterci di perdere nel tempo e che come Google siamo orgogliosi di contribuire a tutelare”.
Tutti i video sono stati protetti grazie alla tecnologia Content ID, che permette così rilevare ogni utilizzo e re-utilizzo di un determinato filmato: non una forma di censura o di controllo ma un sistema che permetterà di generare ricavi grazie ai banner che appariranno sulla pagina.
“Poter generare dei ricavi attraverso la pubblicità e senza nessun costo per noi, credo che questo sia un bell’esempio di cultura sostenibile e accessibile a tutti. Le persone, soprattutto i giovani, cercano contenuti su Internet — ha continuato il presidente Cipriani — Bisogna trovare le formule giuste per adempiere alla nostra missione istituzionale: promuovere la storia e il cinema italiano. L’istituzione deve essere un aggregatore di energie e un facilitatore all’innovazione”.
Quello che l’Istituto Luce-Cinecittà intende in modo particolare sottolineare è che non è stato creato uno spazio virtuale in cui semplicemente caricare dei filmati, ma è stato aperto un vero e proprio canale di Youtube con una precisa selezione delle parole chiave per una ricerca accurata ed una attenta suddivisione in categorie tematiche.
Si passa da “Arte, scienza e letteratura del ‘900” alle “Dive del cinema e della passerella” e “La dolce vita”, senza dimenticare “La seconda Guerra mondiale”, i “Protagonisti del XX secolo” e la “Polvere d’archivio”, che lasciano spazio alla sezione “Istituto Luce Cinecittà presenta”: un luogo in cui far confluire il presente e il futuro di questo grande archivio del passato.
Un valore storico così imponente che ha persino spinto la Commissione Italiana Unesco alla nomina dei Cinegiornali Luce per il registro della Memoria del Mondo.
Sarebbe curioso poter assistere ad un’edizione straordinaria del Cinegiornale Luce, alla notizia del lancio su internet del più grande archivio storico italiano: “La memoria del virile popolo italico approda nell’etere grazie ad un marchingegno tecnologico di superba fattura, così da essere ad imperituro esempio delle giovani leve
Elio Cogno
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 9th, 2012 Riccardo Fucile
CON LA SENTENZA DELLA CASSAZIONE DEL 5 LUGLIO GLI AGENTI DELLA POLIZIA FRANCESE NON POTRANNO PIU’ ARRESTARE UNO STRANIERO A CAUSA DELLA SUA SITUAZIONE IRREGOLARE
Molto forte è la portata di questo provvedimento, anche da un punto di vista morale e
filosofico.
Quello che impone, infatti, è un cambiamento radicale della visione del clandestino. Se con il decreto legge in vigore dal 2 maggio del 1938 chi viveva sprovvisto di documenti legali era un delinquente, oggi questi non è più da considerarsi tale.
Non per questo motivo almeno.
“Questo dovrebbe cambiare anche il modo in cui l’opinione pubblica percepisce i migranti privi di documenti”, dichiara Patrice Spinosi, avvocato che è tra i fautori della lunga battaglia legale che ha portato a questo provvedimento.
Secondo il Groupe d’information et de soutien des immigrès (Gisti) finora erano, in media, almeno 60mila gli stranieri che venivano arrestati ogni anno per mancanza di documenti regolari.
Se poi queste persone non riuscivano a dimostrare di avere dei dcumenti in regola, subivano una sanzione amministrativa, ovvero un “obbligo di lasciare il territorio francese”.
Ora, dicono gli avvocati, le autorità di polizia non potranno più disporre misure del genere.
Con il nuovo provvedimento, inoltre, uno straniero che viene arrestato perchè sospettato di un qualsiasi altro reato, potrà essere tenuto in custodia cautelare per quattro ore al massimo, cioè solo il tempo necessario per compiere le dovute verifiche.
Se la persona in questione non possiede il permesso di soggiorno, questo non significherà necessariamente che sarà rimandato nel suo paese d’origine.
Il ministro dell’Interno, Manuel Valls, ha comunque annunciato la necessità di adottare una legge (di cui si discuterà probabilmente il prossimo settembre) che “dia base giuridica” al provvedimento in questione.
argomento: Immigrazione | Commenta »