Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
E’ UNO DEI PIU’ GLORIOSI TEATRI D’OPERA DEL MONDO: VARIA DALLA LIRICA ALLA CONCERTISTICA, DALLA DANZA AL FESTIVAL DI VERDI…LA DENUNCIA DELL’ORCHESTRA
Il 14 aprile scorso era stata indetta, dall’allora Presidente della Fondazione Teatro Regio
(il Commissario del Comune di Parma Mario Ciclosi) e dal Sovrintendente Mauro Meli, la conferenza stampa di presentazione del Festival Verdi 2012 con l’impiego, come da 12 anni a questa parte, dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma per i due titoli verdiani in programma, la Battaglia di Legnano e Otello.
Fino al 24 luglio scorso il sito del Teatro Regio vedeva la nostra compagine in cartellone e l’Orchestra del Regio di fatto ingaggiata nel Festival Verdi, che dal 2007 si svolge dal 1° al 28 ottobre.
Ma poi è cambiato qualcosa e in un clic hanno spento (o meglio stanno tentando di spegnere) la nostra Orchestra.
La conferenza del 28 luglio doveva solo comunicare la variazione di uno dei 2 titoli nel FV, non più Otello, ma Rigoletto.
Invece…nonostante una convenzione che regola i rapporti tra Fondazione e Orchestra rinnovata fino al 31 dicembre 2015, il nuovo Presidente della Fondazione Teatro Regio, nonchè Sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha comunicato in conferenza stampa il 28 luglio la sostituzione dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma con la Filarmonica Arturo Toscanini,
Senza alcun preavviso e motivazione.
Tra l’altro l’Orchestra del Regio attende ancora circa 543.000,00 euro di corrispettivi del 2012.
Ha di fatto permesso l’apertura del Teatro Regio per tutto il 2012, lavorando senza percepire alcun compenso, a differenza delle altre maestranze del Teatro, tutte regolarmente retribuite. L’Orchestra del Teatro Regio di Parma srl non ha percepito neppure un euro per tutta l’attività svolta in Teatro (stagione lirica e concertistica) nel 2012.
I musicisti non vengono pagati da più di 6 mesi per il lavoro svolto.
La lingua italiana talvolta è strana. Il Sindaco Pizzarotti non potendo liquidare l’Orchestre, la liquida…togliendole il lavoro.
Peccato che l’allora candidato sindaco Federico Pizzarotti, in campagna elettorale, aveva detto il 17 aprile, in un incontro pubblico sulla cultura: “Bisogna incrementare l’attività dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma…”
L’Orchestra del Teatro Regio di Parma non è semplicemente un insieme di musicisti, è una realtà musicale con una sua identità artistica costruita in 12 anni di onorata carriera riconosciuta a livello internazionale.
Niente al mondo ha più forza di un gruppo di persone che sa di aver subito una grande ingiustizia. Dal 28 luglio scorso, più di 50 professori d’orchestra e le loro famiglie stanno vivendo una situazione drammatica.
Per far sentire ancora più forte la sua voce, l’Orchestra del Teatro Regio di Parma ha bisogno dell’ ’appoggio e della solidarietà di tutti.
L’Orchestra del Teatro regio di Parma
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
L’APPOGGIO DEL SINDACO DI VERONA ERA STATO ESSENZIALE PER CONQUISTARE I VOTI CONGRESSUALI VENETI…. MATTEO SALVINI AMBISCE AL PIRELLONE E LA VOTINO TAGLIA TESTE
E’ il nuovo che avanza? Forse proprio nuovo no.
Ma di sicuro si tratta di una assoluta novità per la Lega, fatta trasparire da una battura di Roberto Maroni durante la festa del partito a Brescia, ma già maturata negli uffici romani del partito: a correre come candidato premier per il Carroccio alle elezioni potrebbe essere “un giovane” non più poi così giovane.
Ovvero? Flavio Tosi.
Il sindaco di Verona e maroniano di ferro è il volto “pulito” (oddio, con una condanna sulle spalle… n.d.r.) e vincente che il segretario vorrebbe spendere per delle elezioni politiche.
Dove la Lega, qualora si tornasse alle urne con il Porcellum calderoliano, ha già fatto i conti di non avere grandi chance di riportare a Roma lo stesso numero di parlamentari di adesso.
Però la carta Tosi potrebbe evitare che non si arrivi — come è invece timore — a restare sotto lo sbarramento del 4%.
Il sindaco di Verona, d’altra parte, ha già dato ampia prova di riuscire ad aggregare intorno a sè anche gli elettori di non stretta osservanza leghista e a raccogliere voti al di fuori del granitico bacino elettorale del Carroccio.
Ma, soprattutto, Tosi è ciò che ci vuole per dare anche l’idea che il nuovo, vero corso della Lega è cominciato.
Il sindaco di Verona, dunque. Un uomo, secondo Gianluca Pini, senatore e segretario della Lega Nord Romagna, capace anche di aggregare su di sè l’ala lombarda del Carroccio che, comunque, si riscatterebbe con Matteo Salvini, l’altro “giovane” che Roberto Maroni pensa di candidare al Pirellone per la successione a Formigoni.
Uno scenario che, a quanto sembra, avrebbe messo d’accordo un po’ tutti a via Bellerio, anche se fino ad oggi nessuna decisione definitiva è stata presa.
”Maroni — sosteneva ieri proprio Pini in un’intervista — sta già facendo molto per far riemergere il partito dalla crisi di credibilità ” e l’idea generale è che non abbia più grande velleità “di ruoli politici nazionali”.
“Ma d’altra parte — ha aggiunto oggi – se dovesse spuntare uno come Matteo Renzi vincitore delle primarie del centrosinistra, la cose migliore sarebbe proprio quella di contrapporgli uno come Flavio. E lo indichiamo come candidato premier, poi ce la giochiamo”.
“Anche perchè — sono sempre parole di Pini — dietro uno come Tosi si intravede uno spessore politico che dietro Renzi, lo dico con franchezza, non riesco a vedere; insomma, è un po’ un’incognita politica. Noi lo abbiamo spesso invitato Renzi alle festa della Lega per confrontarsi con Tosi e lui non c’è mai venuto…”.
Tosi, allora.
Ancora una volta, dunque, Roberto Maroni che giocherà la partita elettorale in seconda fila, ma da regista principale, spingendo verso la consacrazione nazionale quelli che sono ritenuti, un po’ da tutti, i cavalli davvero vincenti del nuovo corso.
C’è chi sostiene, in ambienti parlamentari, che questa scelta di Maroni, di “benedire” i suoi due delfini migliori per “immolarsi” sull’altare della ricostruzione del partito, soprattutto in ambito locale, sia comunque una scelta anche tattica per non bruciarsi davanti ad elezioni (sia quelle regionali lombarde che sia quelle politiche nazionali) dove la Lega rischia ancora il “bagno di sangue”.
Per altri, invece, si tratta di una genuina scelta di sacrificio, anche se è indubbio che la strategia politica del Carroccio rimarrà saldamente nelle sue mani.
Insomma, la Lega guarda avanti, studia nuove strategie, punta sul rinnovamento d’immagine. Tranne che sulla comunicazione.
Dove i passi avanti, invece, non si vedono affatto. Anzi, se ne vedono parecchi indietro.
Il 14 agosto, infatti, è caduta l’ultima testa di una lunga serie di epurazioni dei portavoce messa in atto dalla “porta silenzi” Isabella Votino, l’ex addetta stampa di Maroni e soprannominata “badante” per la sua ossessiva presenza accanto al leader.
Votino è stata nominata a capo della comunicazione leghista a Roma e come primi suoi atti ha azzerato i contratti di collaborazione co.co.co dei collaboratori parlamentari dei deputati e senatori di osservanza bossiana.
Ad agosto, si diceva, è stata licenziata Alessia Quiriconi, storica addetta stampa di Marco Reguzzoni, l’ex capogruppo leghista, subito dopo l’allontanamento di Giulia Macchi, vice di Nicoletta Maggi, addetta stampa di Bossi e fino a qualche mese fa responsabile della comunicazione della Lega nei palazzi parlamentari.
Poi è arrivata la Votino. E dopo la Macchi e la Quiriconi, adesso sono nel mirino proprio la Maggi ma anche Federico De Cesare, arrivato a Roma con Cota ma poi lasciato all’ufficio stampa senza un referente politico diretto.
Unico nome che al momento non sembra essere traballante è quello di Carlo Garzia, portavoce del capogruppo Dozzo, ma nulla è certo.
Quello che, invece, viene dato per certo è che la Votino, soprattutto con la nuova legislatura alle porte, voglia costruirsi a Roma un ufficio comunicazione del Carroccio composto da persone di sua stretta osservanza.
Appena caduto il governo Berlusconi, d’altra parte, la Votino ha ottenuto da Maroni di assumere nel gruppo la sua segretaria al Viminale, Daniela Properzi, oltre all’ex sottosegretaria Sonia Viale.
Da ultimo, sarebbe in arrivo, sempre dal Viminale, un altro suo ex collaboratore mentre si stanno facendo i conti su i possibili sostituti, ma la Votino vuole avere l’ultima parola nonostante le pressioni di Davide Caparini, che ha un ruolo proprio nella comunicazione del partito, di portare a Roma alcuni dei suoi “pupilli” bresciani.
Soprattutto “pupille”.
Una Lega, dunque, che guarda al futuro e che spazza via tutto quello che fa parte di un percorso passato a cominciare dalla comunicazione.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
DALLA POLITICA ALLA SETTIMANA MILANESE DELLA MODA: DOMENICA SFILA IN COSTUME DA BAGNO… SOLO PER VILE DENARO? NO, “RITENGO DOVEROSO SOSTENERE LE REALTA’ DEL MIO PAESE”: CHE SI RIFERISSE ALLE TETTE?
Tranquilli, non dovete attendere la prossima estate per vedere le sue forme trabordare
dai costumi da bagno in spiagge esotiche.
Ci sarà un’occasione fuori stagione.
Nicole Minetti, il consigliere regionale del Pdl in Lombardia sotto processo per il caso Ruby, sfilerà sulla passerella di Blue Fashion Beach insieme con altre 19 modelle per presentare la nuova collezione primavera-estate 2013 firmata Parah New Generation, azienda di costumi da bagno e intimo.
“In occasione della settimana della moda – commenta la Minetti – ho deciso di accettare l’invito del presidente Gregori Piazzalunga”.
“La moda è una realtà importante nel panorama dell’economia italiana, che ritengo doveroso sostenere – ha aggiunto – In particolar modo aziende come Parah, una grande dinastia della moda italiana, che da oltre sessant’anni basa il proprio successo sulla creatività e l’innovazione”.
Insomma, doveva dimettersi da consigliera regionale del Pdl, ma Nicole non lascia, anzi raddoppia la sua presenza.
Non lo fa certo solo per monetizzare , ma per aiutare il Paese a uscire dalla crisi, ovvio.
In fondo meglio che indossi un costume da bagno per rivitalizzare l’Italia che quello da monaca da lap dance per stimolare le fantasie di pochi intimi.
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
CI SI ACCAPIGLIA SULLE REGOLE PER SCEGLIERE IL CANDIDATO, INTANTO SI NEGOZIA SULLA LEGGE ELETTORALE CHE èOTREBBE RENDERE TUTTO VANO
L’ultimo paradosso della politica domestica riguarda le primarie: quelle già annunciate (del Pd) e quelle altre (del Pdl) che potrebbero tenersi, casomai Berlusconi decidesse di non tornare in pista.
In entrambi i casi, il rischio incombente è quello di una grande finzione, di una ipocrita messinscena.
Perchè le primarie verranno indette per chiedere al popolo di sinistra (e di destra) che si pronuncino sul candidato premier; laddove è quasi certo che la scelta di chi guiderà il governo alla fine non rispetterà le indicazioni della gente, ma ricadrà sui partiti e sui rispettivi leader.
Questo accadrà non per malafede di Alfano, di Bersani o di Casini, ma per effetto della legge elettorale che si va discutendo in Senato nella noia e nella distrazione generali.
Tra tutte le ipotesi di riforma sul tappeto, nemmeno una al momento garantisce che la sera delle elezioni il mondo sappia da chi verrà governata l’Italia.
L’obiettivo del centrodestra è, in questo momento, esattamente quello di impedire che ciò accada.
Per dimezzare la probabile vittoria delle sinistre, il Pdl punta su un sistema proporzionale nemmeno troppo mascherato, con tanto di preferenze come nella Prima Repubblica.
Se passa, ritorniamo alle vecchie pratiche dei governi di coalizione.
Ma non è che le attuali proposte del Pd lascino prevedere un esito molto diverso: il premio del 15 per cento, così come lo gradisce Bersani, garantirebbe una maggioranza in Parlamento solo nel caso in cui la coalizione vincente superasse il 35 per cento dei suffragi popolari.
Questione di semplice aritmetica.
La circostanza è possibile, però alla luce dei sondaggi non sembra così scontata.
Pd e Sel in questo momento viaggiano 3-4 punti sotto la soglia necessaria, per garantirsi il premio dovrebbero bussare da Di Pietro, oppure da Casini…
Più facile che vi provvedano, eventualmente, dopo il voto.
Ma allora, fa notare Arturo Parisi, ex ministro del governo Prodi e referendario intransigente, che senso ha accapigliarsi sulle regole delle primarie, su chi deve prendervi parte, su chi può votare, se nel contempo si negozia su una legge elettorale destinata a renderle vane?
È una domanda che in molti, ai vertici del Pd, si stanno ponendo.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
APPENA IL 10% DI CHI STUDIA HA UN REDDITO AUTONOMO, IN GERMANIA SONO IL 50%… E IL LAVORO E’ SLEGATO DAL LIVELLO DI ISTRUZIONE
Fondamentale per la crescita dell’economia è «il capitale umano», come dicono quelli che
vogliono fare bella figura.
L’americano Gary Becker, dimostrandolo con i suoi studi, ci ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 1992.
Ma il concetto è comprensibile a chiunque: più è alto il livello di istruzione e formazione dei lavoratori più ciò andrà a vantaggio del sistema produttivo, a patto di utilizzarlo.
Bene, da noi il capitale umano non è nè elevato nè ben impiegato.
Una costante nella storia d’Italia, che spiega non poco della perdita di competitività del 20% negli ultimi dieci anni rispetto alle altre economie dell’area euro.
Lo sottolinea il Rapporto sul mercato del lavoro che verrà presentato oggi al Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto da Antonio Marzano.
Nel testo, messo a punto dal centro studi Ref diretto da Carlo Dell’Aringa, una lunga parte è dedicata a spiegare il problema, con particolare riferimento ai giovani.
Due i dati da cui partire.
Primo: in Italia solo il 10% dei giovani (20-24 anni) associa allo studio una qualche esperienza lavorativa, contro livelli superiori al 60% in Danimarca e vicini al 50% in Germania e Regno Unito e al 25% in Francia.
Perfino in Spagna sono oltre il 20%.
Secondo: a segnalare il drammatico scollamento tra mercato del lavoro e sistema scolastico ci sono 5,2 milioni di lavoratori nella fascia tra 15 e 64 anni, cioè uno su quattro, «che risultano sottoinquadrati» nel lavoro rispetto al loro livello d’istruzione.
Tra i giovani, sono uno su tre.
Insomma: il capitale umano è sia sottoutilizzato, basti pensare alla disoccupazione giovanile (il 20,2% nella fascia 18-29 anni nel 2011), sia male utilizzato, tanto che da un lato molti posti di lavoro vengono coperti dagli stranieri e dall’altro «centinaia di nostri giovani affollano le università del mondo anglosassone».
Chi studia non lavora
«La questione giovani è un tema estremamente delicato», esordisce il rapporto del Cnel, perchè qui la crisi economica ha colpito duramente, causando un forte aumento del tasso di disoccupazione in tutti i Paesi europei.
In Italia però, «persiste una cultura – unica in Europa – che ancora separa nettamente il momento formativo da quello lavorativo.
Solamente il 10% dei ragazzi coniuga il percorso di studi ad una qualche esperienza lavorativa» e ciò, ovviamente, «contribuisce a rendere la transizione scuola lavoro più lunga e difficile».
Troppo tempo per trovare un lavoro
Nei Paesi che invece hanno «da sempre sostenuto un mix di istruzione e lavoro (si pensi ad esempio ai Paesi scandinavi oppure a Germania, Austria e Svizzera) si sono registrati livelli di disoccupazione giovanile più bassi e la transizione scuola-lavoro tende ad avere tempi più brevi».
Mediamente in Italia per trovare il primo impiego ci si mette più di due anni, 25,5 mesi per la precisione. In Germania ne bastano 18.
In Danimarca 14,6, nel Regno Unito 19,4. Solo in Spagna stanno peggio di noi, con un’attesa media di quasi tre anni (34,6 mesi).
Stesso trend anche se si calcola il tempo medio prima di trovare un lavoro a tempo indeterminato. In Italia ci vogliono quasi quattro anni (44,8 mesi). In Danimarca solo 21,3 mesi, ma lì non c’è l’articolo 18 (ora attenuato dopo la riforma Fornero) e le aziende possono licenziare facilmente. In Germania per un lavoro stabile si attendono in media 33,8 mesi, nel Regno Unito tre anni.
«I giovani che hanno appena completato gli studi – osservano i ricercatori – se restano per un periodo lungo in condizione di inattività , tendono a registrare un deterioramento del loro capitale umano».
Inoltre, «la ricerca di un posto può portare alcuni ad accettare lavori per i quali sono richiesti requisiti inferiori rispetto al percorso scolastico seguito: è il fenomeno dell’ over education ».
Un lavoratore su quattro fuori posto
Ora, è difficile in astratto sostenere che in Italia vi sia un problema di sovraistruzione, visto che nelle classifiche internazionali il nostro Paese si segnala per i bassi livelli di laureati e diplomati. Ma se si guarda a quelle che sono le richieste del nostro sistema produttivo, le cose cambiano. Sottolinea il rapporto Cnel che «per circa un quarto degli occupati tra i 15 e i 64 anni (5,2 milioni di persone) si registra, nel 2011, una mancata corrispondenza tra il titolo di studio conseguito e la professione esercitata».
Un fenomeno che riguarda meno i lavoratori anziani e più quelli giovani, che sono più istruiti. «Il 35,2% degli occupati con meno di 35 anni è impiegato in lavori che richiedono una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, mentre tale percentuale scende al 12,6% per gli occupati dai 55 anni in su».
Il fenomeno assume inoltre «la maggiore intensità tra le giovani laureate, che in quasi metà dei casi risultano sottoinquadrate».
E tra i diplomati: dei 5,2 milioni di occupati male utilizzati, quasi tre quarti possiedono il diploma e il resto la laurea.
Infine, nel Mezzogiorno il rischio di sottoinquadramento è maggiore per chi ha un diploma rispetto al Nord industriale mentre per i laureati del Sud il pericolo non è solo quello di non trovare un lavoro adeguato, ma di non trovarlo affatto.
In questo quadro non stupisce una certa ripresa dell’emigrazione, in particolare intellettuale, il cosiddetto brain drain .
«Siamo sempre più un’economia che perde lavoratori qualificati ed attrae dall’estero lavoratori con qualifiche basse, esattamente il contrario di quanto stanno facendo i nostri maggiori concorrenti».
La fuga dei cervelli
Il sistema delle piccole imprese, che domina l’economia italiana, «non riesce a creare sufficiente numero di posti di lavoro qualificati, per cui, da un lato ci si trova a importare manodopera non qualificata dall’estero mentre, dall’altro, si assiste da tempo a una fuga di cervelli».
Tra il 1992 e il 2000 c’erano circa 100 mila italiani che sceglievano ogni anno di emigrare all’estero mentre nel decennio successivo «la media è di circa 200 mila, e i numeri reali sono sicuramente superiori perchè molti non segnalano lo spostamento di residenza, almeno in una prima fase».
Tanti hanno meno di 40 anni «e la maggior parte di loro sono laureati».
A peggiorare la situazione c’è poi la «mancata corrispondenza tra le competenze richieste dal sistema imprenditoriale e gli indirizzi di studio seguiti da chi si presenta sul mercato del lavoro». Un « mismatch molto diffuso nel nostro Paese», di cui fanno le spese in particolare «i laureati dei gruppi geo-biologico, letterario, giuridico e psicologico», che aspettano anni prima di trovare un lavoro, cosa che per esempio non accade ai medici e agli ingegneri.
Il trampolino è rotto
Chi trova lavoro, qualunque titolo di studio abbia in tasca, lo trova di norma a tempo determinato. È normale all’inizio.
Quello che non è normale è non riuscire a passare a un lavoro stabile.
L’analisi, dice il rapporto, «evidenzia come l’occupazione a termine abbia ridimensionato il suo ruolo di trampolino o comunque passaggio per entrare nell’occupazione permanente e abbia invece creato un segmento a sè stante di occupati».
Se prima della crisi quasi il 29% degli occupati a termine diventava permanente l’anno successivo, «ora questo vale per il 23% dei temporanei» mentre coloro che finiscono disoccupati sono saliti dal 16 al 19%.
I Neet
Chiudono il cerchio i Neet ( Not in employment, education or training ), «i ragazzi che non hanno un’occupazione e al tempo stesso non sono a scuola o in formazione».
Nella fascia di età fra 15 e 29 anni in Italia sono il 24% rispetto a una media europea del 15,6%. In Germania l’11%, in Francia e Regno Unito il 14,6%.
Nel nostro Paese parliamo di oltre 2 milioni di giovani.
Di questi il 36,4% hanno perso un lavoro o non lo trovano, ma il resto sono «inattivi» o «scoraggiati».
Il fenomeno dei Neet è particolarmente preoccupante, conclude il Cnel, nella fascia tra i 25 e i 30 anni, cioè tra i «giovani-adulti».
Qui quelli che non studiano e non lavorano sono in Italia il 28,8%. Capitale umano inerte.
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile
LA MOLTIPLICAZIONE DEI CANDIDATI PREOCCUPA LA BASE DEL PD CHE IN RETE SI INTERROGA SULL’EFFETTO NEGATIVO DI QUESTO PASSAGGIO
Timori, critiche, accuse.
Per molti elettori democratici “quattro candidati del partito sono davvero troppi”.
Tra mancanza di responsabilità e scarsa lungimiranza. “Vi rendete conto che il centrodestra non aspetta altro che le vostre zuffe?”
Di questo passo, avremo “un nuovo candidato ogni ventiquattro ore”.
E per avere l’elenco completo sarà più semplice “consultare le Pagine Bianche”.
Le primarie del centrosinistra per la scelta del candidato premier diventano un caso tra elettori e militanti del Pd.
Che, al di là della stima per ognuno dei “contendenti”, affidano alla rete riflessioni critiche e giudizi al vetriolo.
E timori neanche tanto nascosti. Perchè quattro democratici in corsa “forse sono davvero troppi”.
Il rischio è spaccare il partito a pochi mesi da elezioni che tutti considerano decisive non solo per le sorti del Pd ma anche per quelle del Paese.
Bersani, Renzi, Puppato e Civati . Già ribattezzati i “quattro cavalieri per l’apocalisse del Pd”.
In tanti avevano sollevato dubbi già con la presentazione delle candidature di Matteo Renzi e di Laura Puppato.
La domanda era condivisa: “Ma lo statuto del Pd non dice in modo chiaro che l’unico candidato premier è il segretario del Partito?”.
E l’eventuale modifica alle norme era stata letta come una “distorsione ad personam delle regole che tutti abbiamo accettato e sottoscritto”.
Ma è con la discesa in campo di Pippo Civati che la questione è esplosa.
L’hashtag #primarie diventa in pochi minuti uno dei più utilizzati si Twitter.
Tra i tanti commenti, si legge: “Non ho niente contro Pippo, anzi. Rappresenta una delle risorse migliori che abbiamo a disposizione. Ma ormai è chiaro che la questione sta sfuggendo di mano”.
Resa dei conti, un suicidio collettivo, la dimostrazione che siamo “davvero solo una somma di correnti in lotta tra loro”.
E il tema non è affrontato solo dei militanti. Il “fastidio” è avvertito anche da numerosi parlamentari democratici. Come Roberto Giacchetti.
Che scrive: “Di questo passo alle primari i candidati del Pd saranno più dei votanti”. Situazione letta in modo simile anche da Pina Picierno: “Non ci sarà l’albo degli elettori ma di questo passo saremo costretti a pubblicare quello dei candidati”.
Poi gli elettori.
Tra chi chiede un passo indietro collettivo per confluire su un solo nome e chi, addirittura, afferma di non “voler partecipare a questo scontro che mette in questione solo la nostra unità “.
Poi l’ironia.
C’è chi propone: “Ma allora candidiamoci tutti”. Ancora: “Ma sì, a questo punto mi candido anche io. Tanto mi sembra che i metodi di selezione siano molto larghi: basta avere un blog e riuscire a fare qualche intervista”.
Poi: “Che bello, ho intenzione di preparare un album di figurine con tutti i candidati. E le scambio con gli altri elettori il giorno delle primarie”.
Poi gli attacchi: “Ma non vedete che pessima figura ci facciamo? È chiaro che tutte le candidature sono per avere rendite di posizione, per poter dire qualcosa sui prossimi parlamentari che dovrete nominare. Perchè invece di aprire una guerra fratricida non vi impegnate tutti per cambiare finalmente la legge elettorale?”.
Non manca chi prova a spostare il discorso al di là dei “recinti democratici”.
Invitando tutti a portare l’attenzione su quanto il centrodestra possa guadagnare, in termini di immagine e di consenso, da una lotta tutta interna al Pd che rischia di andare avanti per mesi.
“Bravi, proprio bravi. Non vi rendete conto che Berlusconi e il Pdl non aspettano altro? Imposteranno tutta la campagna elettorale su quanto noi siamo divisi e incapaci di stringerci intorno a un solo candidato e di come la coalizione che uscirà fuori sarà fatta di infinite posizioni e scarsa incisività . Peggio dell’Unione di Prodi”.
Infine: “Per mesi ci avete detto che bisognava pensare alla sobrietà , al rigore, a dare il senso di responsabilità . E alla prima occasione, quella più importante, siete pronti ad azzuffarvi come scolaretti”.
Caos democratico.
E alle primarie, mancano ancora due mesi.
Carmine Saviano
(da “la Repubblica“)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
LA GOVERNATRICE STA VALUTANDO DI LASCIARE DOPO LO SCANDALO FONDI DEL PARTITO… PRESUNTO INCONTRO CON IL MINISTRO CANCELLIERI PER VALUTARE LA DATA DELLE ELEZIONI ANTICIPATE… IN SERATA VA DA BERLUSCONI
Polverini si dimette, anzi no. 
La Regione Lazio vive l’ennesima giornata di passione dopo lo scandalo dei fondi Pdl.
In mattinata circola la notizia di un imminente passo indietro della governatrice.
Si parla di una conferenza stampa per annunciare la decisioni.
Poi il ditrofront: «Tutto falso, non lascia», dicono fonti del partito.
Per ora l’unica notizia confermata è che in serata la Polverini è attesa a Palazzo Grazioli per un vertice con Silvio Berlusconi.
L’indiscrezione delle dimissioni era stata confermata dall’agenzia Agi.
Ma gli assessori della Giunta smentiscono e negano di essere stati informati dalla Presidente dell’intenzione di lasciare l’incarico.
«Non ho ricevuto nessuna telefonata dalla Presidente, anzi ho chiamato i miei colleghi e tutti me lo hanno smentito», spiega l’assessore trasporti Francesco Lollobrigida.
La smentita arriva anche dai colleghi Teodoro Buontempo, assessore alla casa, e Luca Malcotti, assessore ai lavori pubblici.
Nega anche l’assessore all’urbanistica Luciano Ciocchetti: «non mi risulta proprio, non l’ho sentita».
L’aut aut della Polverini è arrivato dopo lo scandalo dei fondi Pdl.
«Sto chiedendo un appuntamento al ministro Cancellieri per capire, nel caso in cui si proceda in questo disastro, quali siano i tempi e le condizioni per andare al voto», aveva spiegato in mattinata la presidente della Regione Lazio.
«Mi auguro – era stato l’ultimatum della Polverini – che i consiglieri la smettano con questo atteggiamento che sta diventando ridicolo per tutti. O questa storia finisce oggi o finisce comunque, perchè la faccio finire io. Sono stanca, molto stanca».
Polverini ricorda: «Ho posto come condizione al Consiglio regionale di rientrare nei parametri economici delle altre regioni. Ciò che dipendeva da me e dall’azione della mia giunta è stato messo in campo e ho deciso che queste risorse andranno per l’edilizia sanitaria, visto che abbiamo un sistema sanitario in difficoltà , e le altre risorse per il sociale e per il lavoro».
L’opposizione chiede dimissioni immediate.
Il vicepresidente dei senatori del Pd, Luigi Zanda, attacca: «Debbo insistere sulla necessità , istituzionale oltre che politica, che la presidente Polverini con le sue immediate dimissioni renda possibile il rinnovo del Consiglio regionale del Lazio».
(da “La Stampa“)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
IL TRAMONTO DELLA DESTRA ROMANA TRA FAME DI GOVERNO E VOLGARI RUBERIE
La mirabile di sintesi è di uno che ci è cresciuto in mezzo: «Sono passati dal me ne frego d’opposizione al me ne frego di tutto. Anzi, me frego tutto».
Potrebbe essere finita qui la storia della destra romana arrivata a conquistare il Campidoglio (con Gianni Alemanno nell’aprile del 2008) e la Regione (con Renata Polverini nel marzo del 2010) dopo un’esistenza ai margini, non soltanto politica ma esistenziali.
Un’occasione irripetibile rottamata da sè in una gestione non indimenticabile della cosa pubblica e nello spettacolare e impadellato saccheggio dei denari regionali.
Lo chiamavano sistema laziale, poichè il sindaco e la governatrice provengono dai ranghi missini, e c’era qualcosa di particolarmente evocativo e di particolarmente affascinante nella rivincita dei fuoriusciti dalle catacombe, grazie anche a Silvio Berlusconi allora benedicente da Palazzo Chigi.
Ma se davvero era un sistema, e i dubbi abbondano, era un sistema basato su una persona: Andrea Augello.
Cinquantuno anni, prodotto del Movimento sociale, senatore del Pdl, gran galantuomo, gran conoscitore della capitale e della politica, Augello è stato l’organizzatore della campagna elettorale sia di Alemanno sia della Polverini.
Oggi ci va giù con la schiettezza di chi è amareggiato: «Il sindaco non ha dato segnali di discontinuità reale».
E sui camerati di merende: «E’ andato tutto ben al di là di quello che potevamo temere, conoscendo i personaggi. È un capitolo che conclude l’illusione di riprendere in mano la situazione con strumenti ordinari. Ne servono di straordinari, bisogna sospendere il presepe di cariche nel partito, formare una squadra stretta come in campagna elettorale, cercare di giocarsi la partita nel poco tempo che rimane, se basterà ».
Non basterà , e lo sa anche Augello sebbene non lo dica.
Negli occhi dei cittadini romani e laziali si riflette una classe dirigente crassa, sventata, volatile, famelica, inesperta.
«Quelli di sinistra – dicono oggi i ragazzi della destra irriducibile di Colle Oppio – sono stati abituati sin da ragazzi a gestire qualcosa, e per cui quando rubano lo fanno con stile, con contegno, e non radono al suolo come abbiamo fatto noi».
La semina era cominciata a inizio anni Novanta in una convivenza anche aspre fra destra sociale e destra protagonista, due anime di pretesa durezza e purezza, e fiorita nel più classico e produttivo associazionismo, nelle periferie, all’università .
Poi è arrivata la vendemmia, e s’è alzato il gomito.
Questo popolo emarginato, e quindi pervaso di rabbia e senso d’inferiorità , ha dato sfogo a un bulimia monumentale, ha trasformato le occasioni conviviali – cioè la sede dell’affare e della congiura, da Giulio Cesare fino a La Russa-Gasparri-Matteoli che si vedevano dal Caccolaro per tramare contro Gianfranco Fini – in una crapula liberatoria.
«Sembriamo quelli che uscivano dai campi di concentramento, digiuni da così tanto che s’abbuffavano fino a morire d’indigestione», dice un anonimo ex An.
E non è stato nemmeno uno show sfavillante, tutta roba minore, foto su Parioli Poket, ristoranti del viterbese.
Non gli pareva vero – spifferano in comune – di ricevere telefonate di amici degli amici che caldeggiavano Andrea Carandini («E’ un piacere sapere che soffre»), uno da cui erano sempre stati snobbati.
Un orizzonte semplicemente contenuto fra il senso di rivincita e lo champagne tracannato dalla scarpetta.
«No! Mi rifiuto! Quelli non sono di destra! Col cavolo! Sono solo ladri! Sapete quanto ci soffro?». L’ex governatore del Lazio, Francesco Storace, ora leader della Destra, se la cava così, fingendo di dimenticare che Franco Fiorito era stato un suo uomo.
Storace rivendica la bontà (controversa) della sua presidenza, e della Polverini dice che è «un bravissimo governatore e l’altro giorno si è dimostrata tosta. Abbiamo tagliato venti milioni di spese in poche ore».
È convinto sia un segnale importante.
Su Alemanno il giudizio è sanguinoso: «In quattro anni non si ricorda una sola sua opera degna di menzione».
Forse perchè il sistema Lazio non è mai cominciato.
E intanto la destra romana sta finendo.
Mattia Feltri
(da “La Stampa“)
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
GASPARRI: “IGNAZIO VUOLE USCIRE, IO SONO PER DARE BATTAGLIA DALL’INTERNO, MA PER AMICIZIA LO SEGUIREI”… CONTATTI CON STORACE PER RIDARE VITA ALLA BECERODESTRA DI CUI SONO SPECIALISTI.. PER LA SERIE “GLI SCAPPATI DA CASA”
Il Pdl è nella tempesta. 
Anche lo scandalo del Lazio, quell'”abisso di perdita di moralità , di credibilità , d’immagine” (parole di Renata Polverini, la presidente della giunta, data ormai vicino all’Udc)) contribuisce a scuoterlo dalle fondamenta e rischia di dare il colpo finale a un partito lacerato da una guerra di tutti contro tutti.
Stasera alle sette si terrà un vertice a Palazzo Grazioli tra Silvio Berlusconi e gli ex An Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri e Giorgia Meloni.
Sul tavolo l’ipotesi di uscire dal Pdl e dar vita a un movimento di destra autonomo. Contatti in corso anche con Francesco Storace per una reunion di ex An.
Edmondo Cirielli questa mattina è andato a trovare Gasparri per chiedere lumi e il capogruppo dei senatori del Pdl ha risposto alzando le spalle: “Ignazio vuole uscire, io invece sono per dare battaglia da dentro. Tuttavia per me l’amicizia conta più della politica e se Ignazio decide io lo seguo”.
Francesco Bei
(da “la Repubblica”)
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