Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
MONITOR E SCANNER PIU’ CARI DELLE OFFERTE ON LINE…. UNA STAMPANTE COSTA 145 EURO DI MENO….IPAD DA 1.759 EURO, STAMPANTI DA 390 EURO
Chissà chi è il fortunato possessore dell’iPad più caro di Roma, venduto al prezzo record di 1759,20 euro lo scorso 30 maggio al Consiglio regionale del Lazio, travolto dallo scandalo Fiorito che ha portato alle dimissioni del presidente Renata Polverini. Un prezzo stratosferico, pari a più del doppio rispetto al valore di listino.
E devono avere caratteristiche sconosciute ai comuni mortali anche i monitor da 19 pollici in uso nelle stanze di via della Pisana: pagati 210 euro (modello Asus led), contro il prezzo medio di circa 80 euro che è possibile trovare con una semplice ricerca su Google.
L’inventario dei beni acquistati nel 2011 nel consiglio regionale del Lazio appare come la vetrina degli sprechi e dei prezzi gonfiati.
La lista — quasi un centinaio di pagine — è allegata al conto consuntivo dell’esercizio finanziario 2011 e porta il timbro e la firma (non leggibile) della segreteria generale e della presidenza del consiglio della regione Lazio.
Due uffici che hanno in mano la gestione dei conti del palazzo della Pisana, responsabili della gestione dei ricchissimi budget utilizzati dai consiglieri regionali.
All’interno dell’inventario — aggiornato al 24 aprile 2012 — ci sono tavoli, sedie, lampade, cassettiere e materiale informatico.
Ci sono 32 “quadri d’autore”, senza nessuna indicazione del nome dell’artista, pagati poco più di 900 euro l’uno.
Ci sono divani a due posti in ecopelle costati 1.160 euro l’uno, cinque frigobar, televisori Lcd e una ventina di “distruggi documenti”.
Ma sul materiale informatico è possibile verificare con una certa precisione i prezzi. Oltre all’iPad acquistato ad un prezzo record (la voce riportata nell’inventario parla di un “computer portatile apple IPAD”) il consiglio regionale del Lazio ha acquistato lo scorso anno un ampio stock di stampanti, quasi tutte di marca “Oki “.
Anche in questo caso i prezzi sembrano decisamente più alti rispetto alle medie di mercato: il modello “Oki B431DN” — una stampante laser monocromatica — è stata pagata, secondo quanto riportato sull’inventario, 390 euro.
Per verificare il prezzo basta scrivere alla stessa società fornitrice del consiglio regionale del Lazio per ottenere uno megasconto in sole due ore: “Le confermiamo un extrabid sulla quantità , offrendole 30 stampanti modello Oki B431DN al prezzo di 245,39 euro l’una”.
Circa 145 euro in meno per ogni pezzo.
Prezzi altissimi anche per gli scanner, acquistati dal consiglio regionale del Lazio nel luglio del 2011: il modello “Hp scanjet 1000” è stato pagato 324 euro, mentre su un qualsiasi negozio online costa oggi circa 200 euro.
Un modello leggermente superiore è stato pagato 475 euro — una decina i pezzi acquistati — mentre il costo medio oggi si aggira attorno ai 270-300 euro.
Andrea Palladino
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
“SALLUSTI HA RIFIUTATO UN ACCORDO CHE PREVEDEVA DI DARE 20.000 EURO IN BENEFICIENZA”
«Questo tirare la corda… mettere le persone con le spalle al muro. Perchè non hanno
sollevato il caso un anno fa? Questa è la mia maliziosa intrepretazione: è molto più semplice montare un casino 5 giorni prima della sentenza della Cassazione con frasi del tipo: “Sto andando in galera… a giorni mi arrestano…” e poi tirare in ballo il presidente della Repubblica…, il sindacato giornalisti… che accettare un accordo. È stomachevole. S’indignano per il bambino morto? E allora potevano dare 20mila euro a Save the children. Bastava solo questo… ».
Giuseppe Cocilovo, 59 anni, palermitano, ex giudice tutelare ora giudice di sorveglianza a Torino, si sfoga al telefono dopo la sentenza della Cassazione che conferma la condanna a Sallusti.
LA NOTIZIA
Con voce da doppiatore e con una leggera inflessione torinese spiega la vicenda della sua querela all’ex direttore di Libero.
«Sono contento che finalmente è stato accertato che si trattava di una notizia deliberatamente diffamatoria. Tutto questo non ha nulla a che fare con la libertà di stampa e con il diritto d’informare. Anzi al contrario. In sei anni Libero o un suo direttore non ha mai pubblicato una smentita dicendo: guardate che il giudice che ha “obbligato” una ragazzina ad abortire contro la sua volontà è una notizia falsa. Questo era doveroso deontologicamente, non chiedevo una lettera di scuse a me ma ai lettori di Libero. Questo avrebbe indirettamente tutelato anche la mia immagine».
Ma le conseguenze per Sallusti sono piuttosto pesanti.
«Non sono io che ho fatto la sentenza, che ha scritto la condanna. Sono valutazioni tecniche dei giudici. A me non interessano neanche. Io volevo solo che fosse ristabilita la verità dei fatti. Bastava un niente…».
Quindi si sarebbe accontentato di una lettera di scuse…
«Io sono un illustre sconosciuto quindi bastava che fosse ristabilita la verità dei fatti per la mia dignità professionale. Di fronte ai miei figli, ai miei amici, ai miei colleghi… Ora non confondiamo la libertà di stampa con la libertà di diffamare una persona. E per motivi di polemica politica, polemica contro i magistrati oppure contro la linea abortista, quella è un’altra questione».
Ma Sallusti non ha scritto quell’articolo.
«E allora? Scusi, lei ha visto Libero di quel famoso giorno? Riportava la notizia in prima pagina, sull’intera seconda e sull’intera terza pagina. Lei pensa che il direttore responsabile non ne sapesse nulla? Di un trafiletto magari. Ma dell’intera seconda e terza pagina, loro che ne contano in totale dodici o tredici, no! Mi scusi, non poteva non sapere…».
Si tratta di un omesso controllo…
«Non mi faccia ridere… È una scelta editoriale. Abbia pazienza. E in quel pezzo mi si augurava la pena di morte».
Ma in quell’articolo il suo nome non è mai apparso…
«Ma il mio nome era già stato pubblicato da altri ed era stato fatto in tv. Ero facilmente individuabile. Per questo ho ricevuto telefonate minatorie di gente convinta che io abbia obbligato qualcuno ad abortire…»
Dal punto di vista umano…
«Ma no guardi, a parte il fatto che Sallusti non finirà mai in prigione… Su questo sono disposto a fare una scommessa. Non è questo il punto. Per lui, come per qualsiasi altra persona che conosca il carcere, dal punto di vista umano mi dispiace. Ma cosa c’entra questo discorso? Ha voluto fare una battaglia per arrivare fino in fondo, e non ho capito neanche perchè, in nome di quale principio?»
Sallusti nel suo editoriale prima della sentenza ha scritto che lei gli ha chiesto altri soldi dopo averne già pagati 30mila euro.
«Non è vero. Anche questo è diffamatorio. I miei legali sono stati contattati il giorno prima che iniziasse la campagna di stampa su Il Giornale (editoriale di Feltri, seconda e terza pagina anche lì…). A quel punto i miei legali hanno posto questa condizione: 20mila euro da devolvere in beneficienza per l’associazione Save the Children».
E i 30mila euro che le hanno già dato?
«Quello è il risarcimento stabilito dalla Corte per il mio danno morale e d’immagine. E questo mi hanno liquidato. Poi volevano la remissione della querela e io ho chiesto 20 mila euro. Non per me ma per beneficienza».
E non hanno accettato?
«…Per farne una questione politica. Nell’editoriale Sallusti dice “…il signore, che sarei io, voleva altri soldi oltre ai 30mila euro già ottenuti” e poi continua “…c’è un’aggravante: a essere disposto a trarne un beneficio personale è un magistrato”. Allora le chiedo? Questo editoriale è diffamatorio o no?».
Ci dobbiamo aspettare un’altra querela anche su questo articolo?
«Ma no, risponda alla domanda! Ho chiesto altri soldi per beneficio personale? E allora lei perchè nel suo giornale, per ristabilire un minimo di verità , non lo scrive comparando il mio comunicato e l’editoriale di Sallusti?».
E se l’articolo per il quale Sallusti è stato condannato fosse stato scritto da Renato Farina la infastidirebbe di più? (Non c’era ancora stata la confessione del deputato Pdl, ndr)
«Se l’avesse scritto Renato Farina sarebbe un’aggravante: che un direttore non controlli un articolo, in prima, tutta seconda e terza pagina, e soprattutto qualora l’autore fosse un giornalista che è radiato dall’ordine dei giornalisti…».
Era già stato radiato?
«Sì, sì, non solo e il dottor Sallusti era già stato sospeso per due mesi dall’Ordine per averlo fatto scrivere anche in un’altra occasione… beh, allora Sallusti aveva ancor più il dovere di controllare. Ma vuole sapere cosa mi ha amareggiato in questa vicenda? L’atteggiamento della stampa: compatto e biecamente corporativo. Mi fa veramente tremare i polsi che non ci sia una cronaca che racconta i fatti ma una cronaca che monta un fatto inesistente, eppure già accertato. Il vostro Ordine non ha preso provvedimenti nei confronti di un giornalista che fa scrivere un pezzo firmato con uno pseudonimo e del quale non ha mai comunicato il nome. Insomma ce n’è prima di parlare di libertà di stampa…».
Andrebbe riformato anche l’istituto della rettifica…
«Ma le sue opinioni personali valgono quanto le mie. Ho visto l’atteggiamento di Valentini, di Mentana… Non c’è un giornalista che abbia detto “ma qui cosa è successo?”».
Non è del tutto vero. Michele Serra e Massimo Fini l’hanno difesa…
«Andrò a vedere… Non capisco come nel mio caso si pretenda l’impunità : “Io non ho fatto niente, …io non sono responsabile di niente”. E si apre alla deriva populista e del “cappio al collo”. Quando si pretende che non ci sia sanzione… ma quale libertà di stampa? È il rifiuto di ricostruire i fatti».
La presidenza della Repubblica segue la vicenda.
«A me non importa nulla che gli si dia la Grazia a Sallusti. Ma stiamo scherzando? Che Sallusti vada in galera non-me-ne-fre-ga-nulla! Nel senso che non è che sono contento se ci va… Pensi che io adesso faccio il giudice di sorveglianza. Mi occupo solo di detenuti in estinzione di pena. Passo le mie giornate in carcere. Il carcere è il posto più brutto del mondo, nel quale io non auguro ad alcuno di finire».
Invece l’atteggiamento della giustizia non è corporativo? Avete un altissimo tasso di vittoria nelle querele…
«Dunque, il risarcimento non è milionario. La vicenda è stata definita in ben sei anni, un tempo lungo pur senza bisogno di fare indagini. Che dire? I reati li accertano i magistrati. E come dire “un medico da chi si fa guardare”? Da un altro medico. Chi dovrebbe decidere l’esistenza di un reato nei confronti di un magistrato, il salumiere? Ma il problema è di civiltà : io rispetto ai giornali sono una cacca di mosca. Chiaro? Ho avuto la sensazione di essere don Chichiotte contro il potere della stampa. Di essere da solo… Ora chiamate tutti: è contento della sentenza? Ci manca solo che mi chiediate se perdono Sallusti»
Perdona Sallusti? (E finalmente ride…)
«Guardi, mi rammarica solo aver speso 3 euro 60 per comprare per tre giorni Il Giornale in attesa che ristabilisse i fatti. A questo punto che mi rifondessero 3 euro e 60»
Nino Luca
(da “Il Corriere dela Sera”)
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Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX MINISTRO DELL’ECONOMIA RINGRAZIA, MA NON TORNA SUI SUOI PASSI… E AL PDL MANCA UNA FACCIA CREDIBILE PER LE ELEZIONI
Il momento più forte è stato quando Silvio Berlusconi, davanti ad Angelino Alfano, La Russa, Gasparri, Verdini e Cicchitto, ha alzato il telefono e ha detto: “Giulio, siamo tutti qui! Se torni ti accogliamo a braccia aperte!”.
Dall’altro lato del filo c’era Giulio Tremonti.
Che sulle prime ha infilato come risposta una battuta delle sue: “Dipende da quante braccia avete…”.
Poi ci ha ripensato ed è tornato il Tremonti di sempre: “Ma come ti viene in mente anche solo di chiedermelo?”.
Il Cavaliere, a quel punto le ha provate tutte, davanti agli sguardi sempre più sgomenti dei suoi che proprio non sapevano dove guardare.
Quindi, la risposta scontata: “No, anche Giulio ha detto di no…”.
“E meno male”, ha commentato sarcastico Denis Verdini.
Perchè, va bene che il Pdl è allo sbando e che Berlusconi sta cercando disperatamente una faccia “credibile e sana” da poter spendere come bandiera per le prossime elezioni (aveva pensato alla Polverini, finchè le foto con i “maiali” l’hanno inesorabilmente bruciata), ma arrivare fino a richiamare alle armi Tremonti nessuno proprio se lo aspettava.
Tanto che uno come il solido Guido Crosetto è andato su tutte le furie: “Richiamare Tremonti? Berlusconi deve essere preda della sindrome di Stoccolma. Ma come si fa anche solo a pensare di richiamare uno che pagava, in contanti, una parte dell’affitto di casa, da ministro dell’Economia e delle Finanze in carica, una cosa grave quasi quanto usare soldi della Regione per ostriche e champagne; nel momento in cui Alfano ha mandato via Batman non capisco perchè avremmo dovuto subito imbarcare, se pur in coalizione, Superman…”.
Un vertice difficile, dunque, quello di ieri all’ora di pranzo a Palazzo Grazioli.
Il “Laziogate” ha affastellato ulteriori macerie e al momento tiene solo banco l’idea di Alfano di azzerare tutto il partito per dare vita a quello che ha voluto chiamare, con sprezzo del ridicolo, “il rinascimento azzurro”.
Che, però, non si sa bene cosa sia.
E pare non convincere neppure gli altri coordinatori che ora puntano a tenere la barra dritta sulla legge elettorale: “Vogliamo le preferenze e il premio di maggioranza alla coalizione”, ha detto Maurizio Gasparri, ma anche lì è chiaro che il Porcellum verrà difeso con le unghie e con i denti.
Perchè se è vero, come d’altra parte sostiene pure il sindaco di Roma, Alemanno, che si andrà a votare il 7 e l’8 aprile non solo per le politiche e per le regionali (forse anche la Lombardia) ma anche per il Comune di Roma, allora il Porcellum eliminerà un sacco di guai almeno sul fronte di Camera e Senato.
Per il resto si vedrà .
Quel che però non si capisce — e neppure i suoi riescono a decriptare con chiarezza — è che cosa voglia davvero Berlusconi.
Sembra che stia coltivando l’idea di un grande gesto di rottura, ma il tentennamento continuo tra un’endorsement a Mario Monti e lo studio accurato della figura mediatica di Beppe Grillo, stanno spazientendo anche i più affezionati.
Però, nella notte tra lunedì e martedì, riuniti alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha dato l’impressione di voler spacchettare sul serio il Pdl in più di un soggetto da federare sotto una comune insegna: un partito della destra per gli ex di An, uno dei democristiani, uno dei socialisti, uno dei liberali, ma negli occhi di deputati e senatori si intravvede lo spettro del disastro definitivo incombente, di cui l’election day romano potrebbe diventare la catarsi assoluta.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
AVREBBE PRESO LA RESIDENZA IN SICILIA CINQUE GIORNI DOPO IL TERMINE ULTIMO PER L’ISCRIZIONE ALLE LISTE ELETTORALI, FISSATO IN 45 GIORNI PRIMA DELLE ELEZIONI… DAL MINISTERO DELL’INTERNO GIUNGONO LE PRIME CONFERME…FAVA: “E’ UN GOLPE BIANCO, NON MI FERMERANNO”
“In relazione ad alcune notizie relative ai requisiti della candidatura di Claudio Fava
in occasione delle elezioni regionali in Sicilia, il Viminale precisa che ‘il ministro Annamaria Cancellieri ha fatto riferimento non ai termini di presentazione delle liste, ma al requisito della residenza per l’iscrizione nelle liste elettorali'”.
La nota, invece di dissolverle, addensa le nubi sulla candidatura alla presidenza della Regione di Claudio Fava.
Una corsa che sembra potersi interrompere nella maniera più amara.
A causa di un ritardo di appena cinque giorni nel cambio di residenza dell’europarlamentare, residente, secondo quanto trapela da alcune indiscrezioni, a Roma fino al 18 settembre scorso. Peccato che la legge elettorale siciliana preveda che un candidato alle elezioni regionali debba avere acquisito la residenza in un comune dell’isola al più tardi 45 giorni prima della data della consultazioni.
Il termine scadeva dunque il 13 settembre.
Cinque giorni prima che Fava prendesse appunto la residenza in Sicilia.
Cinque giorni. Che rischiano di far saltare in aria la candidatura sostenuta da Sel e Italia dei Valori.
Ma il candidato replica: “Vogliono fermarmi con un cavillo burocratico. Si tratterebbe di un golpe politico”.
Ma il comunicato del Viminale, nella sua formulazione, sembra davvero mettere una pietra sopra a questa candidatura.
Specie se si “combina” con le dichiarazioni rilasciate alle agenzie stamattina dal ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, quando si erano appunto diffuse le prime indiscrezioni sul possibile “vizio” alla base della candidatura di Fava:
“Temo – ha detto il ministro – siano indiscrezioni fondate, il problema è che non sarebbero stati rispettati i tempi per la consegna della lista. Stiamo verificando”.
Se così fosse, aggiungeva Cancellieri, “sarebbe un’irregolarità difficilmente sanabile perchè i termini elettorali sono molto rigorosi”.
Una dichiarazione che, alla luce della precisazione di questa sera giunta dal ministero, davvero sembra appunto lasciare pochi margini a Fava.
Che però non si dà per vinto: “Se pensano di poterci escludere dalla competizione elettorale per un eventuale cavillo burocratico, – ha detto – si deve sapere che aspetti formali, di discutibile fondatezza, non bloccheranno il progetto di cambiamento della Sicilia che stiamo portando avanti. Se ciò dovesse malauguratamente accadere, – ha aggiunto Fava – lo potremmo considerare alla sorta di un misero golpe politico. Noi siamo in campo con determinazione e ancora maggiore forza. Le informazioni di cui disponiamo sull’andamento della campagna elettorale – ha concluso – ci dicono che siamo nelle condizioni di farcela”.
( da “Sicilia Live“)
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Settembre 27th, 2012 Riccardo Fucile
TRA INDENNITA’, RIMBORSI E DIARIA SI ARRIVA A 12.000 EURO AL MESE… POI IN SOCCORSO ARRIVA ANCHE UN GETTONE EXTRA
L’ha diffusa ieri alla stampa Cateno De Luca, deputato regionale, attualmente sotto processo per abuso d’ufficio e falso, candidato alla presidenze dell’Ars. Lui si definisce “una piccola azienda vivente”.
Con quei soldi paga un’Audi A4 con autista personale, segreteria sparse in mezza Sicilia, cene e convegni con buffet almeno due volte a settimana.
E, ancora, portaborse, addetto stampa e consulenti.
«Come tutte le imprese ogni mese faccio un rendiconto, a differenza di qualche mio collega che si mette i soldi direttamente in tasca», dice Cateno De Luca.
Un’impresa, quella del deputato-partito De Luca, che ha come entrata il ricco stipendio garantito da Palazzo dei Normanni: un assegno che tra indennità , diarie varie, rimborsi spese, un bonus di 4 mila euro per i portaborse, arriva a una cifra totale di 14.598 euro.
Senza considerare che, in caso d’incarichi aggiuntivi, come ad esempio presidente di commissione, a questa cifra occorre sommare altri tre mila euro.
«La mia busta paga prevede un’indennità parlamentare di 10.705 euro, alla quale occorre aggiungere 3.500 euro di rimborsi spese e diaria, e altri 1.331 euro per l’indennità di trasporto su gomma, che mi spetta in quanto vivo fuori da Palermo. Infine ci sono 345 euro per spese telefoniche».
L’Ars versa ai gruppi altri 4 mila euro a deputato che vengono poi girati ai singoli onorevoli per le spese di portaborse e segreterie: «Fino all’anno scorso questi soldi nemmeno dovevo rendicontarli, adesso per almeno 2 mila euro devo portare qualche pezza d’appoggio, mostrando regolari contratti. Io ho sempre messo in regola tutti i miei collaboratori, pochi lo fanno in questo Parlamento».
A ogni deputato spettano poi 10 mila euro all’anno, circa 800 euro al mese, per rimborsi di viaggi.
Il totale fa 14.598 euro netti al mese, cifra che De Luca raggiunge anche perchè non deve versare un euro ad alcun partito, se non il suo.
«Anche se io questa cifra non la guadagno, visto che ho acceso un mutuo con il Banco di Sicilia utilizzando una convenzione messa a disposizione dell’Ars».
Convenzione che garantisce il prestito praticamente a interessi zero, a fronte di quelli pagati dai comuni mortali alle prese con l’acquisto della prima casa.
Ma come spende tutti questi soldi un deputato?
«La prima spesa che affronto – dice De Luca – è quella dell’auto. La mia provincia, quella di Messina, è composta da 109 comuni e ogni giorno ho appuntamenti in diversi posti. i miei elettori. Ho quindi un autista, che pago 1.300 euro al mese, e vado in giro con una Audi A4 che ho affittato dall’Audicentrum di Palermo, per un costo di 1.200 euro ».
Poi ci sono le spese di segreteria: «Ho tre segretarie che pago con regolare contratto e che si occupano delle mie sedi elettorali a Santa Teresa Riva, Messina e a Palermo in corso Pisani. Fra contratti ai collaboratori e utenze, cioè luce e telefono, spendo altri 2.500 euro al mese. Ho anche un addetto stampa con contratto part time che mi costa 600 euro al mese, e mi avvalgo sempre di consulenti per la mia attività parlamentare: ho un assistente legale e, in base ai vari argomenti in discussione in aula, alcuni consulenti specifici. Per loro spendo 2 mila euro al mese, ma durante il voto a Sala d’Ercole della Finanziaria sono arrivato a spendere anche 10 mila euro: non a caso poi ho presentato cinquemila emendamenti, tutti molto dettagliati».
«Ogni settimana organizzo in giro per la mia provincia almeno due appuntamenti con gli elettori, di solito il venerdì e il sabato. In genere invito a cena in pizzerie che conosco da tempo una ventina di persone, pagando circa 20 euro a testa per una pizza e una birra. Se invece organizzo un convegno o un seminario, allora pago il buffet con rosticceria e bibite. In genere faccio un appuntamento al mese in ognuno dei collegi provinciali del Messinese. Per questi appuntamenti elettorali spendo 3 mila euro al mese, e penso che un deputato debba sempre farli per tenere davvero i rapporti con il territorio».
(da www.marsala.it)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA CORTE: “CONDANNA NON PER OPINIONE MA PER PUBBLICAZIONE DI NOTIZIA PALESEMENTE FALSA”… L’ESPERTO DELLA MACCHINA DEL FANGO NON POTRA’ SCRIVERE “LE MIE PRIGIONI”
La quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha condannato in via definitiva
Alessandro Sallusti a 14 mesi di carcere.
Il tribunale ha inoltre condannato il direttore de Il Giornale alla rifusione delle spese processuali, a risarcire la parte civile e a pagare 4.500 euro di spese per il giudizio innanzi alla Suprema Corte.
E’ stato così confermato il verdetto emesso dalla Corte d’Appello di Milano il 17 giugno 2011. Ci sarà , invece, un nuovo processo per il cronista Andrea Monticone, imputato insieme a Sallusti.
A questo punto Sallusti dovrebbe andare in carcere.
E’ stato lo stesso direttore del Giornale a comunicare che non chiederà al tribunale di sorveglianza l’applicazione di misure alternative: “Domani farò il titolo più semplice della mia vita: vado in galera”.
Sallusti ha anche deciso di presentare le proprie dimissioni all’editore del Giornale.
Lo ha comunicato lo stesso direttore ai suoi collaboratori.
Riunendo la redazione per annunciarlo, il direttore del Giornale ha aggiunto di non essere intenzionato a chiedere l’assegnazione ai servizi sociali “perchè ai servizi sociali ci vanno gli spacciatori” e ha ironizzato: “Non ho bisogno di essere rieducato”.
La procura di Milano ha in ogni caso immediatamente rilevato che la sentenza sarà sospesa: il procuratore di Milano Bruti Liberati ha infatti detto che in assenza di cumuli di pena o recidiva non scatterà la pena detentiva.
LA REQUISITORIA DEL PM
Nella sua requisitoria di questa mattina, il Pg Gioacchino Izzo aveva sostenuto che non ci fossero dubbi sulla colpevolezza di Sallusti nella diffamazione nei confronti del magistrato Giuseppe Cocilovo, ma che fosse necessario “rivalutare la mancata concessione delle circostanze attenuanti”.
Per questo il procuratore della Cassazione aveva chiesto l’annullamento con rinvio della condanna a 14 mesi di reclusione per Sallusti solo “limitatamente all’aspetto delle attenuanti”.
Sussiste — aveva detto Izzo — la “piena responsabilità di Sallusti per quanto riguarda l’elemento soggettivo e oggettivo del reato”.
Tuttavia — ha aggiunto il pg — il ‘no’ alle attenuanti “non si può liquidare solo con riferimento ai precedenti dell’imputato perchè ci troviamo di fronte a una notizia data il giorno precedente da La Stampa, mentre l’articolo attribuito a Sallusti è del 18 febbraio 2007 e per tutta quella giornata si sono susseguiti dispacci dell’Agenzia Ansa che solo a tarda sera identificavano in Cocilovo il giudice tutelare che si è occupato della vicenda dell’aborto della minore”.
Secondo Izzo manca la valutazione della “intensità del dolo” a causa di un quadro di notizie, sulla vicenda, che stentava a delinearsi con chiarezza.
Izzo aveva rilevato anche che “l’attribuibilità a Sallusti dello pseudonimo di Dreyfuss non fosse in discussione”.
Per quanto riguarda la condanna al cronista di Libero, Andrea Monticoni, che aveva scritto un articolo sulla vicenda, il pg aveva chiesto l’annullamento con rinvio — come in effetti è accaduto — “perchè si tratta di un articolo che si limita a raccontare la vicenda ospedaliera e familiare della minorenne implicata in questa vicenda”.
LA NOTA DELLA SUPREMA CORTE
Intanto, la Corte di Cassazione ha diramato una nota per spiegare la propria decisione.
La Cassazione, si legge, ritiene “opportuno precisare” aspetti del caso Sallusti “non esattamente evidenziati dalla stampa nei giorni scorsi”.
Per prima cosa la falsità della notizia contenuta nell’articolo anonimo attribuito a Sallusti. ”Emerge, dalle sentenze dei giudici di merito, che:
a) la notizia pubblicata dal quotidiano diretto dal dott. Sallusti — scrive la Cassazione — era ‘falsa’ (la giovane non era stata affatto costretta ad abortire, risalendo ciò ad una sua autonoma decisione, e l’intervento del giudice si era reso necessario solo perchè, presente il consenso della mamma, mancava il consenso del padre della ragazza, la quale non aveva buoni rapporti con il genitore e non aveva inteso comunicare a quest’ultimo la decisione presa)”.
Inoltre la Cassazione sottolinea, al punto b) “la non corrispondenza al vero della notizia (pubblicata da La Stampa il 17 febbraio 2007) era già stata accertata e dichiarata lo stesso giorno 17 febbraio 2007 (il giorno prima della pubblicazione degli articoli incriminati sul quotidiano Libero) da quattro dispacci dell’Agenzia ANSA (in successione sempre più precisa, alle ore 15.30, alle ore 19.56, alle 20.25 e alle 20.50) e da quanto trasmesso dal Tg3 regionale e dal Radiogiornale (tant’è che il 18 febbraio 2007 tutti i principali quotidiani, tranne Libero, ricostruivano la vicenda nei suoi esatti termini)”.
Al punto c) la nota della Cassazione sottolinea “la non identificabilità dello pseudonimo ‘Dreyfus’ e, quindi, la diretta riferibilità del medesimo al direttore del quotidiano”.
L’articolo incriminato era intitolato ‘Il dramma di una tredicenne. Il giudice ordina l’aborto’.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA CALABRIA DI SCOPELLITI, IL MOLISE DI IORIO, LA SARDEGNA DI CAPPELLACCI: LE GESTA DEGLI ELETTI CHE I CITTADINI NON RIMPIANGERANNO
Basterebbe lo stato di famiglia per indispettirsi.
Michele Iorio, è un medico molisano. La sorella Rosa è direttrice del distretto sanitario di Isernia, Nicola, il fratellone, è primario nel reparto di fisiopatologia, Sergio Tartaglione, marito di Rosetta, è primario di psichiatria, il cugino Vincenzo era direttore sanitario e la di lui moglie vice direttrice.
Purtroppo non è finita: Iorio è stato eletto e poi confermato e poi ancora rieletto governatore del Molise.
È stato senatore anche e non è detto che non si ricandidi.
La piccola Corea del Nord italiana ha pompato soldi come nessun’altra.
Ha costruito sul terremoto di San Giuliano di Puglia, paesino di meno di duemila abitanti, un grattacielo di spese e di necessità che ha toccato e superato la rispettabile quota di un miliardo di euro lasciando a terra cumuli di coscienze.
I soldi hanno perforato i molisani trasformandoli in clientes. I soldi sono serviti a fare debiti e a produrre lo sviluppo inverso della logica e della ragione: case senza gente che le abiti, strade senza auto che le percorra, malati senza ospedali. Applausi.
Si è vero, il Tar ha sciolto il Consiglio regionale ma nell’attesa del Consiglio di Stato tutto procede come nei migliori giorni.
Distante da Roma ma vicina al suo cuore pulsante, l’umanità politica che trova fortuna nelle Regioni ha la possibilità di gestire un bilancio complessivo di circa 180 miliardi di euro annui.
Con ampia facoltà di scelta, totale autonomia e vastissima capacità di produrre clienti da quel denaro. Cioè voti. E tessere.
BUCO NERO CALABRO
Non si spiegherebbe altrimenti l’ascesa di Giuseppe Scopelliti, noto deejay reggino, cestista di belle speranze, giovanotto della destra ultrà .
Ha fondato sulla città che possiede da più di un decennio, Reggio Calabria, le sue fortune elettorali.
Realizzando, e tra poco vedremo come, un “modello” che ha traghettato il suo corpo in Regione.
Ora è governatore, ed è potente. E ha tantissime segretarie. E anche il fotografo personale. Bellissimo così.
Il Popolo della libertà lo accarezza e se lo conserva come un bambino prodigio. Meglio di lui a far voti non c’è nessuno. Infatti, ieri era qui a Roma, al vertice nazionale del partito.
Un luogo utile per perorare forse la causa che più gli sta a cuore: non far sciogliere per mafia il Comune di Reggio Calabria a lui devoto.
La città , alla quale Scopelliti ha regalato favolosi notti bianche con le bellezze della scuderia di Lele Mora, è sul punto di cadere sotto i colpi dei verbali degli ispettori del ministero dell’Interno.
Troppo crimine nei paraggi del municipio, e parecchie mani sporche a succhiare denaro pubblico. Reggio da modello si trasforma nel buco nero della democrazia, con le finanze ridotte a brandelli: 170 milioni di euro di debiti accertati.
Chi paga? Soprattutto: chi parla? Roma ha un cuore d’oro e cieca resta.
STAZZA LIGURE
Ma quanti onorevoli Er Batman sono sparsi per l’Italia…
A Genova, solo per stazza, è equiparabile all’ormai noto Francone Fiorito il presidente del Consiglio regionale ligure Rosario Monteleone.
Un bel pezzo di democristiano, vitale e disposto ad aiutare chi chiede aiuto. Larga clientela, molto consenso.
Ottimo il simbolo che lo vede protagonista politico: Udc.
Di qualche tempo fa un’indagine giudiziaria dalla quale spunta, incredibilmente, il suo nome. Due boss della ‘ndrangheta al telefono parlano di voti e di persone. Lui ferma tutti: “Sono indebitamente tirato in ballo”.
Innocente era e resta.
Come sempre. Come tutti.
NAPOLI PIANGE
“Cesaro Luigi, nato a Sant’Antimo, di professione avvocato non praticante, risulta di cattiva condotta morale e civile …in pubblico gode di scarsa stima e considerazione (informativa dei carabinieri n. 0258456/1 del 27 ottobre 1991).
Luigi Cesaro oggi è un attivo deputato al Parlamento italiano e con tutti gli onori è stato acclamato anche presidente della Provincia di Napoli.
Due poltrone per lui, il tempo è signore.
POVERI SARDI
Dove sono i padroni d’Italia e come sono fatti?
Ugo Cappellacci, il figlio dell’ex commercialista di Berlusconi, regge la Sardegna, dove soffia il vento.
Indagato per l’affare eolico con illustri protagonisti giudiziari, un chiarimento forse da dare ancora per una vecchia storia di bancaroitta fraudolenta e nulla più. Sardinia felix.
ONORATA SICILIA
Apriamo e subito chiudiamo la parentesi di Raffaele Lombardo, che le amarezze seguite all’innumerevole sequela di scandali siciliani, e torti e sprechi grandi e piccoli, gli hanno fatto venire voglia di ritirarsi a vita privata.
“Farò l’agricoltore”, ha promesso. Infatti è lì che coltiva.
Forse, ma per pura passione, suo figlio svilupperà le grandi capacità oratorie del babbo e terrà teso il filo della speranza: Lombardo in Sicilia è immortale. Le premesse sono buone, e l’urna è vicina.
Non vediamo mai come anche dal male si riesca a cavare del bene, e dalla carta di identità un ufficio e una segretaria.
GUAI DA ROMA A TORINO
Nemmeno sappiamo, per esempio, che il sindaco di Roma ha delegato agli affari calabresi un suo consigliere comunale, l’avvocato (calabrese) Domenico Naccari. Siamo giunti così alla delega etnica, e Gianni Alemanno è quel signore che l’altro giorno si è prodotto in un ultimatum per la bonifica morale della Regione Lazio.
Povera Polverini e, forse, povero Roberto Cota, il governatore del Piemonte, autonomista nello spirito e caritatevole d’animo.
Era del cerchio magico e pensava da governatore che fosse suo compito reggere il posacenere a Umberto Bossi, il leader fumante.
Smagliante figura di uomo di Stato, ritratto nella prefettura di Torino a calcolare il raggio di caduta della cenere del senatùr. Il sigaro è finito e anche Roberto sembra andato in fumo.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
ALEMANNO VUOLE UNA SOLA GIORNATA DI CONSULTAZIONI PER PARLAMENTO, REGIONE E COMUNE… IL CAVALIERE TEME UNA CAPORETTO: PENSA PIUTTOSTO A FRAMMENTARE IL PDL IN PIU’ PARTITI RIUNITI POI IN UNA COALIZIONE
C’è uno spettro che sta terrorizzando da tre giorni il Cavaliere e i suoi fedelissimi: si
chiama “grande election day romano”.
Che, cioè, il prossimo 7 e 8 aprile 2013 si possano trasformare nell’apocalisse elettorale del centrodestra, una valanga di risultati negativi su tre fronti politici chiave capace di dare il colpo di grazia al centrodestra e decretando un suo definitivo ridimensionamento anche dallo scacchiere politico nazionale.
I sondaggi al 20% sono solo un’illusione, perchè il peggio deve ancora arrivare.
Lo spetto non riguarda solo l’apertura delle urne per le politiche e delle Regionali del Lazio causa show down della Polverini.
Si aprirà anche il fronte Campidoglio.
Il mandato della giunta di Gianni Alemanno, ex An e a capo di una corrente influente in quel che resta del Pdl, scade a maggio 2013.
E il sindaco sta pensando (ieri ha parlato di “ipotesi allo studio”) di sciogliere anticipatamente il consiglio comunale per far votare i romani in un’unica tornata elettorale anzichè richiamarli due volte alle urne nel giro di due mesi.
Questione anche di ottimizzazione della spesa, certo, ma soprattutto un modo per prendere in contropiede il Pd che, a quel punto, dovrà puntare su più cavalli di razza per giocare la partita su tutti e tre i fronti e non sembra, almeno al momento, che sia in grado di spendere tre facce nuove per tre posti chiave nel nuovo assetto politico del Paese che passa per Roma.
In ballo c’è Palazzo Chigi, la Pisana, il Campidoglio e forse anche il Pirellone.
E con il grande “election day”, il centrodestra sa di perdere, ma di mettere anche in forte difficoltà gli avversari.
A palazzo Grazioli, dunque, si studiano le strategie delle prossime elezioni su più fronti, mentre il segretario del Pdl, Angelino Alfano, si sforza ogni giorno di tenere compatto il partito anche a costo di sfiorare il ridicolo con l’utilizzazione di slogan come “Rinascimento Azzurro” per far credere all’esterno che il disfacimento sia solo un’impressione.
Peccato che traspaia l’esatto contrario.
Se anche il centrodestra ha ancora un mercato,non sembra però più in grado di avere un prodotto da offrire.
A destra, insomma, non si coltiva più nemmeno la speranza di un’affermazione elettorale che possa capovolgere un destino che appare segnato. E l’unico modo per non perire del tutto è di rendere comunque meno agevole la vittoria degli avversari.
Le strategie sono in corso, dunque, anche se il clima interno al Pdl non aiuta.
Gli ex An, d’altra parte, sono già con tutti e due i piedi fuori dalla porta di via dell’Umilità , anche se Maurizio Gasparri, il capogruppo al Senato più vicino al Cavaliere, minimizza le battute di Berlusconi (“Gli ex An devono uscire dal Pdl”) parlando di “favole”.
“Gli ex An in un altro partito? Non serve adesso parlare di questo, dobbiamo fare la legge elettorale, al piu’ presto, poi dobbiamo dare un’immagine seria, dobbiamo fare quel partito degli onesti di cui parlava Alfano. Dobbiamo parlare di contenuti e di scelte, ci vogliono comportamenti e decisioni seri, servono fatti ed esempi: anche Berlusconi credo che sia il piu’ interessato ad una scelta di questa natura”.
Forse si. Ma di certo il Pdl è morto e Berlusconi “si è scocciato”, dicono i suoi. “Avrebbe dovuto ritirarsi già molto tempo fa — ammette un fedelissimo come Vittorio Feltri — non ha più voglia, cerca qualcuno che rappresenti il centrodestra al posto suo ma non lo trova. Noi abbiamo Alfano, che è simpatico. Ma dove cazzo vai con Alfano?”.
La frase rende perfettamente il clima sfilacciato, a dir poco incerto e un po’ crepuscolare che si respira nel Palazzo, ma non solo dalle parti del Cavaliere.
Come in tutti i momenti dissolutivi, nella storia come nella recente cronaca politica, da Mani pulite in poi, anche questa volta stanno saltando i vincoli d’appartenenza, i rapporti anche più antichi e sedimentati, coperture e complicità , e all’interno dei partiti s’avanzano gruppi, bande, padroncini in lotta tra loro: come nel Lazio, prima che Renata Polverini decidesse di dimettersi, così anche in Lombardia dove il potere “celeste” di Roberto Formigoni vacilla e fa gola ai leghisti alleati e amici di un tempo. Nel Pdl, nel quartier generale bombardato, la distanza umana e antropologica tra una parte degli ex di An e il gruppo degli ex di Forza Italia appare ormai incolmabile.
E infatti si parla di separazione consensuale, checchè ne dica Gasparri, per confondere le acque.
Ma cosa sta cercando davvero Berlusconi?
A sentire i suoi, sembra che stia coltivando l’idea di un grande gesto di rottura, ma il tentennamento continuo tra un’endorsement a Mario Monti e lo studio accurato della figura mediatica di Beppe Grillo, stanno spazientendo anche i più affezionati dei suoi. Anche se nella notte tra lunedì e martedì, riuniti alcuni fedelissimi ad Arcore, il Cavaliere ha dato l’impressione di voler spacchettare sul serio il Pdl in più di un soggetto da federare sotto una comune insegna: un partito della destra per gli ex di An, uno dei democristiani, uno dei socialisti, uno dei liberali…
“Cambiare nome, cambiare classe dirigente, tutti a casa”, ha svelato Daniela Santanchè che sembra la persona in grado di decriptare meglio le sensazioni berlusconiane, ma intanto negli occhi di deputati e senatori (anche non si stretta osservanza arcoriana) si intravvede lo spettro del disastro definitivo incombente, di cui l’election day romano potrebbe diventare la catarsi assoluta.
La partita del tentativo di salvezza passa attraverso la legge elettorale che, a questo punto, tutti vogliono che resti il Porcellum, seppur corretto con le preferenze.
Ma incombe l’approvazione rapida del traffico delle influenze e della corruzione tra privati, il pacchetto anticorruzione cui il Pdl ormai sa di doversi piegare.
Anche Berlusconi deve rendersi conto che il mondo in cui lui ha vissuto e comandato, quello degli ultimi vent’anni, è finito.
“Lui non può continuare a promettere l’abolizione dell’Imu come nulla fosse…”, s’arrabbia un deputato di rango pidiellino nel cortile di Montecitorio.
“Avrebbe dovuto tuonare contro l’Europa, e avrebbe raccolto consensi, invece è rimasto a metà del guado. Nè montiano nè antimontiano, nè europeista nè antieuropeista. Avrebbe dovuto scegliere: se stai con Monti stacci fino in fondo”. Invece, è ancora caos.
E l’Apocalisse elettorale si avvicina sempre più.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile
IN MOLTI ASPETTANO, ALTRI NON SI PRONUNCIANO… UNA SFIDA SENZA REGOLE, MA IL SINDACO DI FIRENZE HA DETTO TROPPO POCO
Da quando Matteo Renzi ha portato la sfida al cuore dello Stato, cioè a Roma, cioè da due giorni, le primarie sono definitivamente iniziate.
La partita contro Bersani è ormai iniziata.
Ma anche quella a Nichi Vendola, che ancora non ha sciolta la riserva.
La battaglia però sta arrivando al suo culmine e queste primarie sono diventate subito una sfida omerica, fatta di colpi bassi, di menzogne, di omissis, di cose non dette nel centrosinistra o — peggio — non dette ai suoi elettori. Il duello inizia male: cioè senza regole date, senza tempi certi.
Si candida Stefano Boeri, ma poi traccheggia e viaggia verso Laura Puppato, che si candida davvero.
Ma poi si candida anche Pippo Civati, ma poi Civati ancora non ha deciso se si candida lui o se sostiene la Puppato: nei giorni pari si candida, in quelli dispari no, e la storia rischia di non avere più un senso proprio come nel profetico epigramma di Vasco Rossi che Pierluigi Bersani si scelse come epigrafe.
Chi correrà o meno, dipenderà anche dal fatto se ci sarà il doppio turno o meno.
La giunta di Giuliano Pisapia rischia di avere tre assessori candidati: oltre a Bruno Tabacci e Stefano Boeri anche Cristina Tajani (poi stoppata dal buonsenso).
Bersani ha detto che lui il doppio turno lo vuole.
Cosa cambia? Che la sua legittimazione sarebbe più forte, in caso di vittoria con il 50%, me anche con un eventuale ballottaggio (se prendesse meno).
Ma così facendo si apre il rischio-sette-nani, con tutti i colonnelli e le giovani glorie del Pd che vedono spazio per una battaglia di visibilità , e già sognano di mercanteggiare qualche poltroncina o qualche seggio.
Molti sono stupiti del silenzio di Vendola.
Ebbene, questo silenzio ha due ragioni: una che si può dire e una che non viene detta. La prima è che Vendola non vuole fare la figurina di copertura nel mezzo del regolamento di conti in casa del Pd. In queste ore è alleato di Bersani, e prima di scendere in campo aspetta di vedere se il segretario del Pd potrebbe essere danneggiato o meno dalla sua candidatura.
Così bastano pochi giorni di incertezza perchè si possano intravedere praterie a sinistra: non ultima l’ipotesi clamorosa, che circolava a Torino, alle festa della Fiom, di vedere in campo un candidato del sindacato di Maurizio Landini (lui per ora dice di no a tutti e pare irremovibile, ma non mancano altre ipotesi, vagliate in segretezza in queste ore).
Così Vendola dovrebbe candidarsi per occupare uno spazio e “coprire le spalle”al leader del Pd.
Ma se ha detto che scioglie il riserbo il 30 settembre c’è un altro motivo. Il governatore della Puglia è in attesa di capire come finisce l’inchiesta che riguarda la sua giunta.
Così, in questo momento, l’outsider Renzi guadagna terreno perchè di fatto è l’unico che si è bruciato tutti i ponti dietro le spalle, l’unico che rompe, l’unico che non accetterà sostegni, l’unico immune dal ricatto dei sette nani.
Ha già dimostrato un grande coraggio, con una scelta senza ritorno.
Se vince vince tutto, ma se perde perde Firenze (la città dove, paradossalmente, in queste ore è più impopolare).
Certo, avrà crediti per lanciare un’Opa sul Pd. Ma adesso appare un corridore senza rete.
Resta però un problema: su quali contenuti vuole vincere?
Il vero problema di comunicazione che Giorgio Gori deve affrontare è: Sotto la rottamazione niente.
Spella D’Alema, sbeffeggia la Bindi, schiaffeggia Veltroni (presentando il suo libro) e quello gli nega il sostegno.
Però, se togli questo messaggio, e la sua rifrittura del grillismo e dell’anticastismo, se togli la martellante campagna di “conquista ”degli elettori del Pdl, cosa rimane?
Renzi in queste ore (e magari il varco- direbbe Montale —fra poco si richiude) si torva in uno di quei momenti magici in cui tutto è possibile.
Se andrà oltre le sue colonne d’Ercole, se metterà dei contenuti, se darà una sistematizzazione agli slogan scomposti con cui si è fatto largo ma”), se sarà attenuare la sua cultura dei diritti civili (che è ancora da dibattito intorno al falò dell’Agesci) potrebbe persino raccogliere i voti di un pezzo di elettori progressisti affascinati dall’idea della “rottura ”.
In fondo sono gli stessi che sono andati curiosi ai suoi comizi a San Miniato e a Livorno, nel cuore della Toscano rossa.
“Si è portato dietro i pullman”, diceva un franceschiniano come Piero Martino a Reggio Emilia.
Ma perchè gli altri non riescono nemmeno a a farli partire, questi benedetti pullman?
Luca Telese
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »