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“LA VERITA’ NON SI DICE”. L’ORDINE DI BERTOLASO DOPO IL TERREMOTO DELL’AQUILA

Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile

SPUNTANO NUOVE INTERCETTAZIONI TRA BERTOLASO E BOSCHI: “NON TI PREOCCUPARE, SIAMO COLLABORATIVI”

“L’unico precedente a questa sentenza è Galileo”. Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini torna sul processo dell’Aquila, in cui 7 membri della Commissione Grandi Rischi sono stati condannati a 6 anni per omicidio colposo plurimo.
“Se il motivo è che non hanno fatto una previsione esatta del terremoto, questo è assurdo. Spero che l’appello ribalti tutto, chiederò agli scienziati di ritirare le dimissioni”.
Al ministro replica il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli: “Agli imputati è stata contestata l’errata analisi dei rischi, che ha comportato un’informazione non corretta”.
E che le riunioni della Commissione Grandi Rischi, in quel marzo 2009 in cui L’Aquila era investita da uno sfibrante sciame sismico, fossero “un’operazione mediatica” non è suggerito solo dalle famigerate parole dette da Guido Bertolaso una settimana prima della grande scossa del 6 aprile.
Anche dopo il sisma, infatti, l’allora direttore della Protezione Civile continuò a chiedere alla Commissione dichiarazioni che avessero lo scopo precipuo di tranquillizzare la popolazione.
“Mi hanno chiesto: ma ci saranno nuove scosse?” dice in una telefonata del 9 aprile al sismologo Enzo Boschi.
Proprio quel giorno la Commissione si sarebbe riunita nella sede dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia a Roma.
Prima dell’incontro Bertolaso spiega al suo interlocutore: “La riunione di oggi è finalizzata a questo, quindi è vero che la verità  non la si dice”.
E ancora: “Alla fine fate il vostro comunicato stampa con le solite cose che si possono dire su questo argomento delle possibili repliche e non si parla della vera ragione della riunione. Va bene?”
Quali siano le vere ragioni della riunione e l’innominabile verità  non è chiaro. Neanche Boschi sembra capirlo.
Ma in quei giorni c’era molta preoccupazione sulla tenuta della diga di Campotosto in caso di una nuova forte scossa. “Quando avete finito mi chiami e mi dici quello che vi siete detti. Eh?” prosegue Bertolaso, il cui telefono era stato messo sotto controllo precedentemente dalla procura di Firenze nell’ambito dell’inchiesta G8.
Per queste frasi l’ex capo della Protezione Civile è attualmente indagato all’Aquila, nel secondo capitolo del processo per il sisma.
Boschi il 9 aprile, per nulla scandalizzato dal tono del suo interlocutore, risponde ossequioso: “Non ti preoccupare, sai che il nostro è un atteggiamento estremamente collaborativo. Facciamo un comunicato stampa che prima sottoponiamo alla tua attenzione”.
Già  prima del sisma del 6 aprile, d’altronde, Bertolaso si era dato da fare per tranquillizzare una popolazione con i nervi a fior di pelle per via dei mesi di piccole scosse e degli annunci di Giampaolo Giuliani, secondo cui un forte terremoto avrebbe colpito Sulmona. Bertolaso il 30 marzo aveva chiesto ai “luminari del terremoto” di riunirsi il giorno dopo all’Aquila per “zittire subito qualsiasi imbecille”, per “tranquillizzare la gente” e per dire che “cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà  mai la scossa quella che fa male. Capito?”.
I “luminari” capiscono.
E si adeguano, sia prima che dopo il terremoto.

Giuseppe Caporale e Elena Dusi
(da “La Repubblica“)

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IL MARITO DELLA FINOCCHIARO RINVIATO A GIUDIZIO PER TRUFFA E ABUSO SU UN APPALTO DI 1,7 MILIONI

Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile

RIGUARDA L’INFORMATIZZAZIONE DEL PTA DI GIARRE CHE VENNE ASSEGNATO SENZA GARA PUBBLICA… IL MARITO DELLA SENATRICE PD AVREBBE FATTO PRESSIONI SUI DIRIGENTI DELL’ASP

Quattro rinvii a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla procedura amministrativa che aveva portato, a Catania, all’affidamento senza gara dell’appalto per l’informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre, assegnato alla Solsamb srl, società  guidata da Melchiorre Fidelbo, marito della senatrice del Pd Anna Finocchiaro.
Tra loro lo stesso Fidelbo, il manager dell’Asp etnea Antonio Scavone, l’ex direttore amministrativo dell’Azienda sanitaria provinciale di Catania Giuseppe Calaciura, e il direttore amministrativo dell’Asp Giovanni Puglisi. Non luogo a procedere per la responsabile del procedimento, Elisabetta Caponetto.
I quattro devono rispondere di abuso d’ufficio e di truffa su un appalto da 1,7 milioni di euro per l’informatizzazione del sistema ospedaliero affidato senza gara d’appalto alla società  di Melchiorre Fidelbo.
Il Gip ha accolto la richiesta del pubblico ministero Alessandro La Rosa, che aveva chiesto il rinvio a giudizio per Fidelbo e gli altri quattro indagati: Giuseppe Calaciura, attuale direttore del Parco dell’Etna, all’epoca dei fatti direttore amministrativo dell’Asp di Catania; Giovanni Puglisi, direttore amministrativo ed Elisabetta Caponetto, responsabile del procedimento. Quest’ultima è stata prosciolta.
A loro si è aggiunto all’inizio dell’estate, su richiesta dello stesso Gip Rizza che ne ha chiesto l’iscrizione nel registro degli indagati, anche Antonio Scavone, ex manager dell’Asp di Catania. Per tutti, i reati contestati sono abuso d’ufficio e truffa aggravata.
Oggi il pubblico ministero ha ripercorso le tappe che hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio.
Un appalto da 1,7 milioni di euro per l’informatizzazione del Presidio territoriale giarrese assegnato dall’Asp di Catania alla società  Solsamb, di proprietà  di Fidelbo, senza nessuna gara d’appalto e quindi non considerando il divieto di affidare incarichi esterni senza bando di evidenza pubblica.
Secondo l’accusa Fidelbo avrebbe fatto pressioni sui dirigenti dell’Asp.
Un ruolo importante, in tal senso, avrebbe assunto sull’asse Catania-Palermo anche Scavone, che avrebbe favorito con alcune delibere l’affidamento dell’appalto alla Solsamb.
“Non esiste nè la truffa, nè l’abuso d’ufficio   –   ha sostenuto Carmelo Galati, legale di Scavone   –   perchè l’impostazione accusatoria manca dei presupposti di legge. Quale sarebbe la norma violata? Non c’è stato un rapporto diretto tra l’azienda e la Regione, ma tra lo Stato e la Regione”.
La sentenza del giudice Rizza, lo stesso che a giugno ha chiesto al pm l’imputazione per Scalone e l’aggravamento del capo di accusa, è attesa a breve.

Salvo Catalano
(da “La Repubblica“)

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MONTI BIS E PARTITO AD ALFANO: IL PROGETTO DI BERLUSCONI

Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile

L’ACCELERAZIONE PER TUTELARE IL CENTRODESTRA ALLA VIGILIA DEL VOTO IN SICILIA… MESSAGGIO A MONTI: “DEVI ESSERE TU LA GUIDA DEI MODERATI”

Per non mettere all’incanto la sua storia, Berlusconi doveva passar la mano tenendo la mano ai suoi eredi.
Non era facile per un uomo che negli ultimi venti anni ha scritto la storia del Paese e del Palazzo.
Ma dopo un lungo e tormentato pensamento, mentre intorno a sè vedeva aggirarsi schiere di pretendenti che lo adulavano per accaparrarsi brandelli del suo patrimonio politico, Berlusconi ha scelto.
È a Monti che ha deciso di affidare il lascito più importante, è sul Professore che punta il Cavaliere, «perchè io non rinuncio all’idea di vederti a capo di uno schieramento dei moderati», gli aveva ripetuto l’altra sera a Palazzo Chigi, tra i contorcimenti di chi cercava un appiglio a cui aggrappare certezze che non aveva: «Insisto. E non ti chiedo di rispondermi subito, ma a questa idea non rinuncio».
In questo gesto c’era un’analogia con il ’94, quando Berlusconi – prima di scendere in campo – si recò da Martinazzoli per invitarlo a «unire i moderati» e impedire la vittoria della sinistra.
Ma rispetto ad allora il Cavaliere ha offerto la successione a Monti nel campo che nel frattempo aveva conquistato, non in quello dei tecnici.
Raccontano che il premier abbia compreso e invece di lasciar cadere il discorso abbia voluto rispondergli.
A suo modo, però, spiegando che l’Italia ha bisogno di un programma di «riforme radicali in senso liberale», prospettando un progetto che per realizzarsi necessita di un «vasto appoggio», facendo insomma capire al Cavaliere che una sua nuova discesa in campo avrebbe ostacolato l’aggregazione delle forze necessarie al disegno.
I dubbi avevano accompagnato Berlusconi per tutta la nottata e anche la mattina dopo, fino all’appuntamento con Alfano che non era più rinviabile.
In quel colloquio interminabile non c’erano solo in gioco le scelte politiche ma anche «il legame di affetto e di lealtà » che per il segretario del Pdl sovrintende ogni altro aspetto nel rapporto con il Cavaliere.
Una decisione era tuttavia necessaria prima del voto in Sicilia, per mettere il partito al riparo dai rischi di implosione in caso di sconfitta.
Ed è vero che Alfano era pronto a dire no all’idea di spacchettare il Pdl, che lì sarebbe rimasto, che lo avrebbe annunciato nelle prossime ore.
E l’ha detto, convinto di non aver altra strada, confortato anche da un suggerimento che indirettamente gli era giunto dal cardinal Ruini: «È sempre un errore sciogliere un partito».
L’intento di Alfano non era quello di sfidare Berlusconi, semmai di esortarlo a guidare il rinnovamento.
Il pericolo che la riunione finisse con un nulla di fatto, era pari a quello che il segretario del partito annunciasse le primarie dello «strappo».
Ed è stato allora che Berlusconi ha definitivamente deciso a chi affidare l’altra parte dell’asse ereditario, e ha ragione il centrista Lusetti quando sostiene che «così come nel ’94, la decisione del Cavaliere di non candidarsi cambia radicalmente lo scenario politico».
Lo cambia nel Pdl, perchè è Berlusconi a intestarsi le primarie a cui parteciperanno persone a lui vicine. Perchè è la successione democratica all’interno di un partito carismatico, che non passa per un parricidio nè per un infanticidio.
Il Pdl, o come si chiamerà  in futuro, sarà  un pezzo del nuovo centrodestra.
E già  l’impianto delle primarie dovrà  essere nuovo, sicuramente diverso da quello del Pd.
Ecco cosa voleva dire Berlusconi parlando di consultazioni «aperte»: niente vincoli, niente regole capestro, perchè il vero obiettivo è «riavviare il rapporto con gli elettori, non asfissiare il confronto tra i competitori».
Non c’è dubbio che la citazione di Alfano nella nota in cui annuncia la sua decisione di non ricandidarsi a Palazzo Chigi, sia un modo per riconoscere il ruolo al segretario del partito.
Ma la corsa del 16 dicembre sarà  libera e senza preclusioni nè vantaggi iniziali per nessuno. Così come d’ora in poi finirà  la corsa a inseguimento del Pdl verso le altre forze politiche che fanno parte del campo moderato.
Il partito resta compatto e tutti tirano un sospiro di sollievo, a partire da Schifani che era andato in tv per evidenziare «l’avvitamento» del Pdl e attendeva al pari degli altri quel segnale positivo che è arrivato.
Ora il voto in Sicilia fa meno paura: una sconfitta non cambierà  l’agenda del Pdl, un successo gli darà  maggiore slancio.
Ad Alfano, in attesa del voto delle primarie, toccherà  iniziare il «reset». Dopo, se riuscisse a vincere, non potrà  restare a gestire con il bilancino gli equilibri di partito, ma dovrà  assumere il ruolo di interlocutore dell’establishment, acconciarsi alle trattative per la sfida elettorale, uscendo dal perimetro in cui si è trovato confinato.
Perchè Berlusconi vuole vincere, «io voglio vincere» ha detto al segretario del partito. Ed è evidente che la sua mossa ha spiazzato tutti, a partire da Casini.
Così com’è evidente che il segnale era rivolto ad altri interlocutori, a partire da Montezemolo.
Ma è su Monti che Berlusconi confida per veder risarcita la sua scelta.
Il Professore è «la continuità », Monti è il rappresentante di quella parte di Paese che «non ha mai voluto partecipare alla caccia alle streghe», di quel pezzo di poteri forti che non lo ha «demonizzato».
E siccome il Cavaliere non vuole veder disperso il patrimonio politico costruito in diciotto anni, a lui si affida dinnanzi «al pericolo serio», che nel ’94 erano i Progressisti e oggi ai suoi occhi sono i Democratici.
Il resto è tutto in costruzione, è un cantiere che nemmeno è stato aperto.
Sulla legge elettorale, per esempio, si vedrà  se Berlusconi continuerà  a puntare i piedi per tenersi il Porcellum o aprirà  seriamente alla trattativa per un nuovo sistema. Ma è chiaro che, facendo un passo indietro, il Cavaliere ha in realtà  fatto un passo avanti nel campo moderato.
Come nel gioco degli scacchi, non si è posto su una casella ma la controlla da un’altra posizione.
In fondo era una mossa obbligata, così l’avvertiva, specie dopo che Veltroni e soprattutto D’Alema avevano annunciato di non ricandidarsi per un seggio in Parlamento.
Una scelta che l’aveva colpito e che è stata tra i motivi della sua decisione.
Le ore convulse e interminabili che hanno sancito il passaggio di consegne sono state vissute con diversi stati d’animo nel Pdl.
In molti sono stati presi alla sprovvista, soprattutto quanti speravano che Berlusconi rilanciasse e facesse saltare il partito.
Ma il colloquio con Alfano dimostra quale sia il legame tra i due, e testimonia al tempo stesso la crudezza della politica, con le sue ferree regole: «Presidente, è l’ora, dobbiamo scegliere».
E il «presidente» ha scelto.

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera”)

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TUTTI IN PRESSING SU BERLUSCONI. “LASCIA O SALTANO LE AZIENDE”

Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile

LA FAMIGLIA E CONFALONIERI, IL PDL AL 15% E LE BEGHE INTERNE: LA GIORNATA DELLA DECISIONE DI LASCIARE…. RESSA DI CANDIDATI SUCCESSORI

“Vedremo se qualcuno riuscirà  a fare meglio di me, io me lo auguro sinceramente”. Amareggiato, forse già  pentito per quel passo indietro a cui lo hanno costretto senza che ne fosse fino in fondo convinto, ieri sera Berlusconi si è chiuso dentro palazzo Grazioli rendendosi irreperibile a chiunque.
Una lunga lista di esponenti Pdl (molte inconsolabili deputate) ha provato a salire al primo piano ma è stata respinta da segretari e segretarie sull’orlo di una crisi di nervi: “Ma non capite il momento? Rendetevi conto del momento!”. Insomma, un lutto più che un “passo indietro compiuto per ragioni d’amore”.
Fino a domenica infatti il Cavaliere era determinato a resistere, a sparigliare il gioco con una divisione in più liste del suo campo, lasciando Alfano a presidiare la “bad company” del Pdl insieme agli ex An.
Ma nelle ultime quarantotto ore tutto è precipitato.
A fare da detonatore è stato l’approssimarsi delle elezioni siciliane, con il rischio concreto di una disintegrazione del Pdl a causa della sconfitta di Musumeci.
Alfano non avrebbe retto l’ennesima dèbà¢cle e ieri ha trovato il coraggio di affrontare il fondatore in una riunione lunghissima (cinque ore) a via del Plebiscito: “Io non ci sto più a questo stillicidio, devi dire una parola chiara adesso”.
Lunedì sarebbe stato troppo tardi per qualsiasi annuncio, il passo indietro sarebbe sembrato la “fuga di Pescara”.
E, in fondo, già  due sere fa, incontrando Monti, il Cavaliere era stato vago: “Molto probabilmente non mi ricandiderò”.
Ma a pesare davvero è stato il pressing incalzante della famiglia, dell’azienda e dei collaboratori di una vita. Fedele Confalonieri ed Ennio Doris soprattutto, preoccupati perchè “ormai ci può venire solo un danno se resti in prima linea come un bersaglio”.
E poi Gianni Letta e Giuliano Ferrara.
C’è molto dello stile del direttore del Foglio nella prosa con cui Berlusconi dà  l’addio alla politica. Che sia stato o meno Ferrara il ghost writer, di certo il Cavaliere ha compiuto quello “strappo” che l’Elefantino si augurava sabato nell’intervista a Repubblica.
L’ex premier considera anche la sua posizione giudiziaria, teme che un nuovo impegno diretto possa dare benzina non solo al processo Ruby ma anche al filone Finmeccanica che s’avanza da Napoli e al processo per i diritti tv.
Da ultimo i sondaggi impietosi di Alessandra Ghisleri, che fotografano una situazione disastrosa. È vero che il Pdl starebbe tra il 15 e il 17 per cento.
Ma la somma delle eventuali liste nate dallo spacchettamento che aveva in mente Berlusconi – dalle “amazzoni” all’Italia che lavora – avrebbe dato un risultato ancora più basso. E l’Istituto Piepoli quota la fiducia in Berlusconi all’11 per cento, contro il 14 di Alfano.
E tuttavia se il segretario del Pdl ieri si è preso la sua rivincita, l’eredità  del Cavaliere rischia di trasformarsi per Angelino in un frutto avvelenato. Liberato dal Capo indiscusso per quasi vent’anni, il partito carismatico, ubriacato dall’entusiasmo della novità , ondeggia infatti paurosamente.
Come se fosse saltato un tappo.
E le primarie tanto attese rischiano di trasformarsi in un tana libera tutti.
Un forzista della prima ora come Roberto Tortoli ieri gelava così i pidiellini in festa: “Siete contenti perchè se ne va? Non capite che adesso sarà  una guerra di tutti contro tutti?”.
Le avvisaglie ci sono tutte, anche perchè diffusa è la consapevolezza che ormai non c’è più nulla da perdere, per molti si tratta comunque dell’ultimo giro.
Roberto Formigoni, bruciato in Lombardia, medita il gran passo. Giancarlo Galan lo ha già  annunciato, Alessandro Cattaneo dei “formattatori” si prepara. E così Gianni Alemanno, il sindaco di Roma in fuga dallo squagliamento del Pdl nel Lazio e ormai proiettato verso una lista civica.
Anche Daniela Santanchè ci sarà , in una posizione di attacco frontale ad Alfano e a tutta la vecchia guardia, “che deve essere rottamata dal primo all’ultimo”.
Guido Crosetto e Giorgia Meloni non hanno ancora deciso. Sono tentati dal correre ma potrebbero anche accordarsi con il segretario.
“Guido parliamoci – ha proposto ieri la Meloni a Crosetto in Transatlantico – e soprattutto evitiamo di farci male”.
Meloni potrebbe anche essere candidata in ticket con Alfano in rappresentanza degli ex An. In un mondo abituato a rispondere a un solo grande capo trovarsene improvvisamente dieci piccoli è stato un brusco risveglio.

Francesco Bei
(da “la Repubblica”)

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