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ORA LA MANOVRA IRPEF E’ TUTTA DA RIFARE: PIU’ DETRAZIONI ALLE FAMIGLIE

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

MONTI ACCETTA L’INVITO DEI PARTITI: IL PDL NON VUOLE L’AUMENTO DELL’IVA, DIETROFRONT SULLE ALIQUOTE… IPOTESI SCONTO MAGGIORE PER FIGLI E REDDITI BASSI

Si va verso l’eliminazione dell’intero pacchetto Irpef dal disegno di legge di Stabilità  che oggi debutta alla Commissione Bilancio della Camera.
Il taglio delle due aliquote più basse (dal 23 al 22 fino a 15 mila euro e dal 27 al 26 tra 15 e 28 mila euro) è stato oggetto, in pochi giorni, di una sventagliata di critiche che hanno dimostrato come l’operazione, sommata all’aumento dell’Iva, penalizzi i redditi più bassi e non avvantaggi più di tanto i medi.
Senza contare che il doppio effetto di tetto e franchigia su detrazioni e deduzioni sembrerebbe vanificare ogni beneficio del taglio di aliquote.
“La manovra riduce le tasse e non le aumenta”, si è difeso ancora una volta ieri il ministro dell’Economia Grilli che con il taglio delle aliquote intendeva dare il segno numerico, anche all’estero, di una riduzione della pressione fiscale.
Tuttavia il titolare del Tesoro ha ripetuto di essere disponibile a “discutere” con il Parlamento, naturalmente a “saldi invariati”.
La strada che maggioranza sta imboccando è tuttavia diversa e, secondo indiscrezioni emerse ieri dopo il vertice Monti-Casini, il presidente del Consiglio non sarebbe contrario alla modifica del pacchetto Irpef.
Il responsabile economico dell’Udc Galletti, che ha partecipato all’incontro, parla di “eliminazione dell’intervento sulle aliquote Irpef”.
Fassina responsabile economico del Pd ha detto ieri che bisogna “cancellare l’intervento sull’Irpef”; mentre Brunetta del Pdl e relatore alla legge di Stabilità  ha definito l’intervento sull’Irpef uno “specchietto per le allodole”.
Naturalmente mancano ancora nove giorni alla presentazione degli emendamenti, cui sta lavorando il relatore Baretta, e la questione tasse potrebbe essere costantemente esposta a sorprese.
L’operazione che sembra prospettarsi al momento è quella di smontare la riduzione di aliquote e recuperare 4,2 miliardi.
Da questa cifra uscirebbero i 2,5 miliardi – dei quali sono a caccia governo e maggioranza – destinati ad eliminare le questioni sociali più “spinose”: tassazione Tfr, aumento Iva no profit, pensioni di guerra, tassazione imprese agricole, esodati, scuola. Circa un miliardo andrebbe a compensare le maggiori entrate previste dai tetti alle detrazioni che uscirebbero di scena portandosi dietro polemiche e malumori.
Sgombrato il campo dalla manovra sulle aliquote Irpef, dalle detrazioni e recuperate le risorse per “riparare” le norme meno accettabili sul piano sociale, resterebbero 1,6 miliardi.
Dove indirizzarli?
Per l’Udc, ma anche per il Pd (ieri Monti ha visto Enrico Letta), la destinazione dovrebbe essere quella dell’aumento delle detrazioni per figli e coniuge a carico, legate al reddito e in grado di compensare per stipendi più bassi l’impatto dell’aumento dell’Iva.
Non è escluso invece che il Pdl punti direttamente ad un ulteriore intervento di sterilizzazione dell’Iva.
La proposta di mediazione, sulla quale potrebbe convergere anche il governo, sarebbe quella di introdurre una nuova “clausola di salvaguardia” in base alla quale ci si impegni a trovare le risorse per scongiurare l’aumento dell’Iva previsto per luglio 2013 con un intervento selettivo sulle detrazioni fiscali e rimettendo in campo il piano Giavazzi per rivedere gli sconti fiscali alle imprese.
Le ipotesi restano tuttavia tutte aperte: e ieri Boccia (Pd) per salvare l’operazione Iva-Irpef ed eliminare il taglio alle detrazioni ha rilanciato l’ipotesi di una patrimoniale.

Roberto Petrini
(da “la Repubblica“)

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GLI STIPENDI DEGLI INSEGNANTI ITALIANI RISPETTO AI COLLEGHI INGLESI, TEDESCHI E AMERICANI: 4.000 EURO IN MENO A INIZIO CARRIERA

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LA DIFFERENZA DIVENTA DI 10.000 A FINE CARRIERA… UN DOCENTE DELLE SUPERIORI APPENA ENTRATO GUADAGNA 1.136 EURO AL MESE, MOLTO MENO DI UN MANOVALE

Quattromila euro in meno netti all’anno: questo sarebbe all’incirca il divario tra lo stipendio di inizio carriera di un insegnante italiano e quello medio dell’Ue.
A fine carriera poi, il divario arriva a 10 mila euro in meno all’anno, una cifra ragguardevole.
Nel dettaglio, e considerando soltanto gli insegnanti di scuola media superiore a inizio carriera (ma i colleghi delle medie hanno uguale contratto d’ingresso, salvo poi restare un poco più indietro nel corso della vita professionale), in Italia la busta paga iniziale prevede un lordo mensile di 1.747 euro e 75 centesimi (annuale di 20.973) che al netto sono 1.136 euro al mese con in più la tredicesima che divisa per i dodici mesi farebbe superare di poco lo stipendio netto di 1.200 euro.
In pratica, compresa la tredicesima, un professore che ha appena messo piede nella scuola prende 1.230 euro netti al mese.
Dopo 8 anni, lo stipendio lordo annuo del professore di liceo o di altro istituto superiore supera di pochi spiccioli i 24 mila euro (c’è poi sempre da aggiungere la tredicesima), dopo i 20 anni siamo a quota 29 mila 394 e a fine carriera, 35 anni, il traguardo è di 32.912 euro lordi all’anno, più tredicesima.
Gli insegnanti di scuola media superiore attualmente in Italia lavorano 18 ore settimanali (come i colleghi delle medie).

Mariolina Iossa
(da “il Corriere della Sera“)

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BERLUSCONI HA DECISO:: “IL PDL E’ FINITO, SI TORNA A FORZA ITALIA”, LISTE SEPARATE DAGLI EX AN

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

L’EX PREMIER CONVINTO CHE GLI ITALIANI VOTANO GRILLO PERCHE’ “NON HANNO UN’OFFERTA POLITICA CREDIBILE” E AGGIUNGE “SAREMO NOI A OFFRIRGLIELA”

Daniela Santanchè è su di giri, soddisfatta perchè la sua posizione di azzerare il Pdl è stata confermata in pieno da Silvio Berlusconi.
«Esco da una riunione con il presidente rafforzata nella mia convinzione che il Pdl è finito. Si torna a Forza Italia e allo spirito del ’94», spiega l’ex sottosegretaria dopo aver lasciato villa San Martino dove ieri ha incontrato l’ex premier.
Per Alfano la situazione si complica e di molto perchè evidentemente al Cavaliere i suoi progetti di rinnovamento non bastano.
E chi immaginava una soluzione di compromesso, con Berlusconi disponibile a tenere tutti insieme nello stesso partito, rimarrà  deluso.
Questo almeno a sentire la rottamatrice Santanchè, che non solo non è stata sconfessare dal capo, anzi è stata stimolata ad andare avanti.
In sostanza, nei piani di Berlusconi occorre spacchettare il Popolo della libertà  in diverse liste.
Ci sarà  Forza Italia, appunto, una componente della destra, cioè gli ex An che tornerebbero ad unirsi alla Destra di Storace, e poi altre liste civiche.
Tra queste una si dovrebbe chiamare «L’Italia che lavora» composta da imprenditori e artigiani.
Tutti insieme queste realtà  politiche e della società  civile dovranno stringere un patto elettorale e fronteggiare la sinistra di Bersani, Vendola e Nencini.
«Gli italiani vogliono votare Grillo – avrebbe detto Berlusconi – per disperazione, perchè non hanno più un’offerta politica credibile. Noi questa nuova offerta dobbiamo dargliela».
È l’idea del nuovo centrodestra italiano che già  altre volte il Cavaliere aveva proposto al vertice del Pdl ma finora è sempre stato rifiutato dagli ex An La Russa e Gasparri e anche dagli ex Forza Italia che non intendono archiviare il partito e l’esperienza della fusione dei vecchi partiti.
Lo stesso Alfano è contrario ma ora sarà  messo con le spalle al muro.
Oggi, con Berlusconi a Roma per incontrare il premier Monti, vedremo se sarà  convocato un vertice chiarificatore, se il Cavaliere dirà  quello che ieri sera ha detto alla Santanchè anche sul destino di Alfano e suo rapporti con l’Udc di Casini.
«Casini se ci vuole stare ci sta».
E Alfano? «Alfano sta con Berlusconi in Forza Italia», risponde l’ex sottosegretaria. Ma Berlusconi si candiderà  a premier alla testa di questa federazione? «Ancora questo non è stato deciso».
Tutto questo mentre sembrava ripartire il dialogo tra Casini e Alfano.
Un filo che si era interrotto quando il leader dell’Udc aveva stretto un’intesa con Bersani ma poi naufragata con la virata a sinistra verso Vendola.
A quel punto l’ex presidente della Camera ha rilanciato a Chianciano il progetto di unire i moderati rivolgendosi a tutti coloro che vogliono continuare sulla scia dell’agenda Monti.
In quel momento il Pdl era fuori da questa partita centrista e moderata a causa di un ritorno in pista di Berlusconi con il quale Casini non aveva e non ha alcuna intenzione di dialogare.
Da allora le cose sono cambiate ancora una volta: sono cambiate nel Pdl con il finto passo indietro del Cavaliere e le frizioni tra il fondatore del Popolo della libertà  e il segretario.
Berlusconi ora pensa di sbaraccare il Popolo della libertà  e le «cariatidi» della vecchia classe dirigente, per far rivivere Forza Italia.
E Alfano invece vuole rilanciare, rinnovare con nuovi coordinatori regionali e una nuova squadra composto anche di parlamentari finora in seconda fila e di bravi amministratori locali.
Ecco quindi che si è (era) riaccesa la scintilla tra Casini e Alfano che ieri hanno volato insieme in Sicilia dove però sostengono candidati diversi.
«Noi dialoghiamo bene con Alfano e se vince Crocetta lo facciamo ancora meglio. Non con Berlusconi».

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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I POZZI SENZA FONDO DELLA CORRUZIONE NELLE ASL E NELLE REGIONI

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

NEI NUMERI DELLA COMMISSIONE TUTTE LE CRITICITà€ DEL NOSTRO SISTEMA

La pagella europea è questa: “La corruzione è profondamente radicata in diverse aree della pubblica amministrazione, nella società  civile, così come nel settore privato. Il pagamento delle tangenti sembra pratica comune per ottenere licenze e permessi contratti pubblici, finanziamenti, per superare gli esami universitari, esercitare la professione medica, stringere accordi nel mondo calcistico, ecc. (…)
La corruzione in Italia è un fenomeno pervasivo e sistemico che influenza la società  nel suo complesso”.
Questo è scritto nel Rapporto di valutazione sull’Italia adottato nel 2011 dal Greco, il Gruppo di Stati contro la Corruzione istituito nel ’99 dal Consiglio d’Europa (l’Italia vi partecipa attivamente solo dal 2007) e fatto proprio dalla Commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione nella pubblica amministrazione, istituita dal ministro Filippo Patroni Griffi.
Il punto di partenza è dunque questo, e i 60 miliardi stimati dalla Corte dei Conti come danno netto che annualmente la corruzione produce in Italia.
Un dato generale dentro cui si nascondono dinamiche più complesse.
Vediamone alcune.
FRENO ALLE IMPRESE
Uno studio della Banca Mondiale, ripreso dal rapporto, ci informa che “le imprese costrette a fronteggiare una pubblica amministrazione corrotta e che devono pagare tangenti crescono in media quasi del 25% di meno di imprese che non fronteggiano tale problema”.
Le più colpite sono le più piccole, che in media crescono il 40% in meno.
Il punto è che, visto dalla parte dell’impresa, la tangente può diventare un costo calcolato a fronte di un beneficio più o meno evidente (e di una punizione sempre più irrilevante).
È però, con ogni evidenza, il settore pubblico lo snodo principale della corruzione, soprattutto quando c’è di mezzo una ingente mole di spesa pubblica e forme di controllo blande.
LA SANITà€
Le criticità  nella spesa sanitaria nazionale (112 miliardi di euro l’anno) è ricercata in due fattori di rischio: l’enorme mole dei finanziamenti e la discrezionalità  con cui questa spesa viene gestita da direttori generali delle Asl spesso di diretta emanazione politica e da istituzioni e da “decisioni amministrative, che si rinnovano frequentemente, perciò esposte ai tentativi di condizionamento illecito, che possono assumere varie forme: spese inutili, contratti conclusi senza gara, gare svolte in modo illegale, assunzioni e inquadramenti illegittimi, falsità  e irregolarità  nella prescrizione di farmaci e simili, inadempimenti e irregolarità  nell’esecuzione dei lavori e nella fornitura di beni”.
APPALTI PUBBLICI
Anche qui la torta è appetitosa: 106 miliardi di euro l’anno (il 31% per lavori, il 41% per servizi, il 28% per forniture, si specifica).
Questi soldi sono spesi da un numero impressionante di “stazioni appaltanti” (circa 30 mila) che contribuiscono a costituire 60 mila “centri di costo”.
Ancora una volta sotto l’occhio di chi conosce leggi e procedure vanno a finire le leggi speciali: quelle per le emergenza di Bertolasiana memoria e gli appalti secretati, propri di una certa parte della pubblica amministrazione (già  peraltro condannati da una lunga relazione della Corte dei Conti).
Ancora, poi, sul banco degli imputati finisce la “variante in corso d’opera”, che fa lievitare il costo dell’appalto a cifre fuori mercato.
Ciò è dovuto anche alla scarsa capacità  di controllo delle tante stazioni appaltanti.
Di più: “L’impresa corruttrice, informata dell’intenzione della stazione appaltante di cambiare o integrare il progetto originario, può arrivare a calibrare adeguatamente la propria offerta nella fase di aggiudicazione, coprendo i costi delle tangenti con i futuri guadagni supplementari”.
ENTI LOCALI
È l’altro punto dolente.
Qui, un passaggio interessante è quello sui segretari generali dei comuni: “Il principale aspetto critico nel ruolo attualmente assegnato ai segretari comunali è che attualmente essi sono soggetti ancora al sistema dello spoils system. Il Sindaco infatti, in caso di mancata conferma non ha alcun obbligo di motivazione di tale atto. Ciò ovviamente espone tali figure a subire le scelte dell’organo monocratico (sindaco) che potrebbe decidere di non confermare l’incarico anche in quei casi in cui il Segretario comunale abbia svolto con scrupolo il proprio ruolo, rilevando le illegittimità  degli atti amministrativi adottati dall’organo che ha il potere di confermarne la nomina”. Seguono le proposte e l’epitaffio del rapporto del Greco: “L’Italia non ha un programma anticorruzione coordinato. Nessuna metodologia è al momento in vigore per stimare l’efficienza delle misure anticorruzione specificamente indirizzate alla pubblica amministrazione”.

Eduardo Di Blasi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TERREMOTO, GLI SCIENZIATI USA CONTRO LA CONDANNA DEI COMPONENTI LA COMMISSIONE GRANDI RISCHI: “INTERVENGA NAPOLITANO”

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IL COMUNICATO DELLA UCS STATUNITENSE: “SENTENZA ASSURDA E PERICOLOSA”

Gli scienziati americani della Union of Concerned Scientists, una influente Ong statunitense, si schierano contro la sentenza di condanna dei sette membri della Grandi Rischi per il terremoto dell’Aquila.
Si tratta di una decisione «assurda e pericolosa», si legge nel comunicato emesso dall’associazione: «Il presidente Napolitano dovrebbe» intervenire.
INDIGNAZIONE
Secondo i professori americani condanne di questo genere rischiano di «scoraggiare scienziati e funzionari dal consigliare i loro governi o persino dal lavorare nel campo della sismologia o della valutazione del rischio sismico».
Indignato Tom Jordan, il responsabile del Centro terremoti per il sud della California e che aveva fatto parte di una commissione internazionale riunitasi dopo il sisma abruzzese del 2009. «Per me è incredibile – ha detto – che scienziati che stavano solo tentando di fare il loro lavoro siano stati condannati per omicidio colposo. Il sistema aveva delle falle ma il verdetto seppellisce qualsiasi tentativo di migliorare le cose».
L’ASSOCIAZIONE
Critica anche l’Associazione americana per l’avanzamento della Scienza (AAAS) per la quale anni di ricerche hanno dimostrato che «non c’è un metodo scientifico accettato per la previsione dei terremoti che possa essere usata in modo affidabile per avvertire i cittadini del disastro imminente».
Di qui il pericolo che le condanne «rallentino le ricerche e blocchino il libero scambio di idee necessario per il progresso scientifico».

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FINMECCANICA, ARRESTATO POZZESSERE CON L’ACCUSA DI CORRUZIONE INTERNAZIONALE SU FORNITURE ALL’ESTERO

Ottobre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

PERQUISITA LA SEDE DEGLI INDUSTRIALI DI NAPOLI… L’IPOTESI DI REATO IN CONCORSO CON VALTER LAVITOLA

Un nuovo arresto eccellente apre l’ennesimo   capitolo dell’affaire Finmeccanica.
Su richiesta dei pm napoletani Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock è stato eseguito un provvedimento di custodia in carcere per Pasquale Pozzessere, ex direttore commerciale della holding di Stato e ora impegnato per la stessa holding nel ruolo di senior advisor per i rapporti con la Russia.
Contemporaneamente è scattata una perquisizione anche a carico di Paolo Graziano, l’attuale presidente di Confindustria Napoli, ai piani alti di Palazzo Partanna, nella qualità  di amministratore delegato della società  Magnaghi.
L’accusa per Pozzessere: corruzione internazionale in concorso con Valter Lavitola, l’ex editore de L’Avanti nonchè super-consulente di Finmeccanica.
Le indagini condotte dalla Digos di Napoli e dai carabinieri del Noe di Roma   –   è sottolineato in una nota a firma del procuratore aggiunto di Napoli, Francesco Greco – “hanno riguardato le forniture effettuate da tre società  del gruppo Finmeccanica Agusta Westland, Telespazio e Selex, al governodi Panama nell’ambito degli accordi stipulati con lo Stato italiano”.
Il coinvolgimento di Pozzessere risale già  all’estate del 2011.
Poco dopo, scattano le sue dimissini come direttore commerciale.
Sono i giorni in cui esplode il “bubbone” Lavitola-Tarantini, e la Procura di Napoli   ipotizza il ricatto portato avanti dall’editore de L’Avanti! e dall’imprenditore barese ai danni dell’ex premier Silvio Berlusconi.
Affiora dall’inchiesta il sospetto di “affari opachi”, uno scenario di corruzione internazionale dietro le commesse di Finmeccanica, in particolare sull’asse Roma-Milano-Panama, dove Lavitola, grazie soprattutto ai rapporti personali con il presidente panamense Martinelli e in qualità  di consulente di Finmeccanica, diventa l’interfaccia di ogni fornitura che interessi l’Italia.
Emergono intercettazioni in cui il manager Pozzessere, al telefono con una delle consulenti di Finmeccanica, Debbie Castaneda, parla con disinvoltura di accordi, di quote. In una telefonata del 17 maggio, tra Pozzessere e Castaneda, si parla tra l’altro della conclusione “di un contratto del valore di 600 milioni per il quale sarebbe prevista una commissione pari al 5%, di cui l’1,5 destinato a Debbie Castaneda”.
E dal contenuto delle intercettazioni, rilevano gli inquirenti, si intuirebbe che l’uomo che sta concludendo l’affare avrebbe tagliato fuori la donna “la quale avrebbe così perso 6 milioni di euro”.
Sono conversazioni durante le quali gli interlocutori si lasciano andare anche a commenti poco teneri con l’allora governo Berlusconi.
Pozzessere decide di fare un passo indietro,     “pur confermando la propria totale estraneità  ai presunti fatti illeciti”.
La decisione del manager venne resa nota con una nota ufficiale di Finmeccanica, al fine di “tutelare la reputazione della società  in relazione all’esposizione mediatica alla quale il Gruppo e la sua persona sono stati esposti”.
Era 13 mesi fa.
Prima che il groviglio di presunte tangenti e corruzione internazionale spingesse Lavitola a costituirsi dopo la lunga latitanza all’estero; e prima che l’inchiesta colpisse addirittura il vertice di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, indagato nell’ambito di un altro filone, poi trasferito da Napoli a Busto Arstizio.
Per quanto riguarda Graziano, leader degli industriali partenopei, sarebbero emersi rapporti tra lui e i manager accusati di corruzione internazionale, relativamente, si legge nella nota della Procura, “ai rapporti posti in essere dalle società  Finmeccanica e Fincantieri con il governo del Brasile per la fornitura di alcune navi militari”, un pacchetto di fregate già  all’attenzione della Procura di Napoli.

Dario Del Porto e Conchita Sannino
(da “La Repubblica“)

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NOVE SU DIECI SFRATTATI NON HANNO I SOLDI PER PAGARE

Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile

NEL 2011 IN ITALIA SONO STATI ORDINATI 63.000 SFRATTI, DI CUI BEN 56.000 PER MOROSITA’…. 28.000 SONO STATI ESEGUITI DALLE FORZE DELL’ORDINE

Tecnicamente si chiama “morosità  incolpevole” ed è alla base della stragrande maggioranza degli sfratti.
Il rischio che diventi una vera bomba sociale.
Anche perchè sta crollando l’acquisto di immobili e crescendo sempre più la richiesta di affitti
Nel 2011 in Italia sono stati ordinati 63mila sfratti di cui ben 56mila per morosità .
Un dato impressionante se si pensa che oltre 28 mila di questi sono stati eseguiti dalle forze dell’ordine.
Una “bomba sociale”, come l’hanno definita i sindacati, che rischia di esplodere in un Paese già  percorso da molte tensioni. E quelle relative alla casa possono diventare molto pericolose.
Il maggior numero di richieste di sfratto si verifica in Lombardia (12.922), il 20,2% del dato nazionale (dati del Ministero degli Interni).
Seguono Lazio (7.625), Emilia Romagna (6.532) e Piemonte (6.208).
Lazio a parte, ai primi posti tutte Regioni del Nord, quindi.
E il dato preoccupa sempre di più perchè dal 2010 al 2011 l’intervento delle forze dell’ordine è cresciuto dell’11%.
Se pensiamo che il 90% degli sfratti avvengono per “morosità  incolpevole”, determinati cioè dal reddito insufficiente, significa che a fronteggiarsi nelle strade saranno sempre di più persone disperate contro polizia e carabinieri che eseguono ordini dati da istituzioni che non sanno come affrontare il problema.
“È in questo momento che il Governo deve urgentemente intervenire, – dice Guido Piran, Segretario Generale del Sicet, Sindacato Inquilini Casa e Territorio -. E deve farlo prima della fine della legislatura, perchè questa è una situazione che con la crisi economica e occupazionale si fa sempre più grave”.
Le proposte da parte dei sindacati di settore, uniti nella stessa richiesta, sono precise: “Serve una sospensione degli sfratti dopo il 31 dicembre -, continua Piran -. Poi è necessario ampliare l’offerta di edilizia residenziale pubblica. La strada è l’immediata disponibilità  per gli IACP (edilizia popolare) di 70 milioni di euro giacenti al Ministero delle Infrastrutture”.
Questi fondi sono messi a disposizione per emergenze abitative, in particolare volti al recupero di alloggi inagibili per i quali bastano interventi dal costo inferiore ai 30mila euro ciascuno.
“Utilizzando questi fondi si potrebbero recuperare 3000 alloggi in tutta Italia da assegnare agli sfrattati. A questi immobili si aggiungerebbe la possibilità  di poter usufruire delle detrazioni per le ristrutturazioni e l’efficientamento energetico. Questo per il pubblico. Sul versante degli affitti privati è necessario introdurre una fiscalità  di vantaggio per i contratti concordati agendo sulla cedolare, abbassando l’aliquota dal 19 al 10% e sull’Imu con percentuali ridotte sulle locazioni”. Anche l’evasione è particolarmente florida negli affitti: “I canoni devono essere pagati con mezzi tracciabili e l’inquilino deve avere delle detrazioni su una quota del canone come per i mutui”.
Milano ha una delle situazioni peggiori per quanto riguarda gli sfratti e nel giro di pochi anni i dati sono peggiorati di molto: 10.372 sfratti emanati su 16.783 sentenze definitive. Il 30% delle esecuzioni presentate all’Ufficiale Giudiziario in tutta Italia arrivano dalla Lombardia e sono 4.731 quelle eseguite con la presenza dell’Ufficiale Giudiziario stesso.
Ogni giorno, sono 25-30 le richieste di intervento delle forze dell’ordine, 4-5 le esecuzioni. “Nel 1983, nel capoluogo lombardo la percentuale dei morosi era il 10%”, spiega Stefano Chiappelli, segretario del Sunia, Sindacato Unitario Nazionale Inquilini e Assegnatari. “Una delle motivazioni di questo aumento di morosità  è sicuramente il caro affitti che ha segnato l’emigrazione di numerose famiglie verso città  limitrofe, Novara su tutte. A Milano persino nelle periferie non si paga meno di mille euro al mese. Le fasce più deboli della popolazione, soprattutto giovani e studenti, trovano una sistemazione nella periferia della periferia”
Poi ci sono i tagli al Fondo sostegno affitti lombardo (che quest’anno cambia nome in Fondo sostegno disagio acuto).
Per il 2012, la quota disponibile è di 12 milioni di euro. Nel 2011 il fondo contava su 40,8 milioni e addirittura per il 2013 non è previsto nessun contributo.
Solo due domande di sostegno economico su dieci verranno soddisfatte.
Tagli da parte dello Stato, ma anche dalla Regione e dai singoli Comuni. Il risultato: delle 65 mila domande di sostegno che mediamente si raccolgono ogni anno, ne saranno accolte solo 14 mila.
“Il problema non sono le   case che mancano ma i prezzi inaccessibili per la cittadinanza”, spiega Leo Spinelli del Sicet. Infatti sono 70mila gli alloggi sfitti a Milano e 4.500 gli occupanti abusivi sparsi in tutta la città .
“È inutile fantasticare su ceti medi che non esistono”, continua Spinelli.
“Se si guardano i redditi delle 23mila famiglie che hanno fatto domanda per una casa popolare, ci si rende conto che per loro è impossibile pagare anche un affitto di 500 euro al mese. Sono circa 16mila, infatti, le persone con un reddito Isee inferiore ai 7.500 euro. Questi non pagheranno mai, hanno bisogno di tutele”.
Otto famiglie su dieci fanno fatica ad arrivare a fine mese ma il costo della vita aumenta e con questo anche l’affitto.
Secondo l’Istat, dal 2002 ad oggi i salari medi annui sono diminuiti di 1500 euro pro capite, al contrario dei prezzi di mercato.
“Vogliamo che siano estese le tutele di chi ha difficoltà  a pagare un mutuo anche a chi fatica con l’affitto”, riprende Chiappelli. “A questo si aggiunge la riforma nazionale della legge 431, ritornando all’affitto legato al reddito. La Regione invece dovrebbe aumentare la quota per il sostegno agli affitti, usando ad esempio i 6 milioni di euro destinati all’abbattimento degli interessi sui mutui”.
L’affitto di abitazioni probabilmente modificherà  il mercato immobiliare.
La domanda di locazioni in affitto, come dimostrano i dati resi pubblici dal Sicet, cresce sempre di più: le transazioni relative all’acquisto della casa sono diminuite del 25% in pochi anni e i prestiti bancari del 50%, cioè si sono dimezzati.
Nello stesso tempo la richiesta di alloggi in affitto è aumentata del 20%. Un trend che lo Stato non può più ignorare.

(da “La Repubblica“)

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A ROMA DIECI SFRATTI AL GIORNO E GLI ALLOGGI POPOLARI SONO BLOCCATI

Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile

DATI VIMINALE: OGNI ANNO NELLA CAPITALE EMESSE 8.000 RICHIESTE DI ESECUZIONE… UN’EMERGENZA SOCIALE CHE STA PER ESPLODERE

La signora Virginia D’Ippoliti, 80 anni, abitante in via Giovanni Miani, sotto San Saba, ha cerchiato in rosso un giorno sul suo calendario appeso in cucina: 16 gennaio. Perchè tutti gli anni il 16 gennaio ha un appuntamento.
Con l’ufficiale giudiziario.
“Sono quattro anni che arriva puntuale, racconta la signora, siamo diventati quasi amici. Certo, io confesso che spero sempre di non vederlo più anche perchè se la prossima volta si presenta con la polizia non so proprio cosa potrei fare. Vivo qui da quando avevo 3 anni e ho sempre pagato puntuale oggi mi chiedono 1300 euro e io come faccio? Avevo pensato ad una casa di riposo comunale ma non ho abbastanza soldi per pagarmi la retta e quindi la speranza è che quel signore non si presenti o venga con l’ennesima proroga. I primi anni, ci sono stata male con il batticuore, oggi vivo alla giornata e spero di morire prima di quella data”.
Ogni giorno a Roma dieci famiglie vengono sfrattate.
Secondo i dati   diffusi dal Viminale (che riguardano il 2010), ogni anno nella capitale vengono emesse 8 mila richieste di esecuzioni di sfratto, 6710 diventano provvedimenti di cui 4638 per morosità  e 1446 per finita locazione.
Un triste primato nazionale che vede nella sola capitale 2500 sfratti eseguiti con l’ufficiale giudiziario e l’intervento della polizia, questo significa che ogni 250 famiglie che abitano sul territorio romano, una ha ricevuto una sentenza di sfratto ed è obbligata a lasciare la   casa in cui abita.
Duemilacinquecento famiglie che ogni anno perdono la casa e finiscono non si sa dove.
Che ci sia un disabile, un anziano, una condizione di estrema precarietà  non importa per la legge, si deve lasciare la casa e in questo momento, denunciano l’Unione inquilini e i sindacati di base tra cui As.ia (Associazione inquilini e assegnatari) Usb, essendo bloccato il bando per le case popolari, tagliato e quasi azzerato il fondo di contributo per gli affitti, non ci sono possibilità  da offrire agli sfrattati.
Quindi le alternative che si presentano a chi viene obbligato a lasciare la casa sono andare da amici, da parenti, in coabitazione, occupare o finire per strada.
Mario Colantonio, 83 anni è disabile al 100% e abita con la moglie a piazza Bologna, ha lo sfratto da 4 anni per finita locazione ed è rassegnato: “aspetto l’ufficiale giudiziario il 31 dicembre e non so che fine faremo se ci cacciano, qualcosa troveremo.
Una bomba sociale ad orologeria quella degli sfratti a Roma che sta per esplodere tanto che si è mobilitato anche il Sindaco Gianni Alemanno che dopo aver richiesto l’intervento del ministro Fornero, che non è arrivato, ha cercato di mobilitare anche il Parlamento.
Grazie al lavoro dei Sindacati Asia Usb, alle manifestazioni promosse in tutta Italia da sigle e realtà  diverse legate al diritto alla casa come Action, e alle ripetute richieste di aiuto che arrivano da migliaia di cittadini, martedì in Parlamento saranno presentate tre proposte di legge firmate dai tre partiti di maggioranza per fermare la dismissione degli immobili degli enti previdenziali, chiedere una moratoria degli sfratti e arginare l’aumento esponenziali dei canoni di affitto che negli ultimi anni sono passati anche al 300% in più.
“Se gli enti continuano con questa politica nei prossimi mesi a Roma avremo un disastro sociale   –   ha detto il Sindaco   Alemanno – questo spingerebbe altre 10 mila famiglie fuori di casa e visto l’ostruzionismo in consiglio comunale che non ci ha permesso di andare avanti nella costituzione di 35 mila case dedicate all’housing sociale che avevamo in programma, questo sarebbe un contraccolpo insostenibile per la città .” “La situazione è drammatica – spiega Angelo Fascetti, coordinatore nazionale Asia Unione Sindacale di Base che a giugno ha fatto insieme ad altri sostenitori, dieci giorni di sciopero della fame davanti alla prefettura per sensibilizzare le istituzioni su questo tema   –   la crisi degli ultimi tre anni ha aggravato molto la situazione, la dismissione degli immobili degli enti previdenziali che si sono privatizzati, come Enasarco, Enpam, Enpaia, Cassa dei ragionieri, tanto per citarne alcuni, (che a Roma hanno il 90% dei loro immobili) sta producendo un massacro, questi stanno triplicando gli affitti che in alcuni casi passano da 600 a 1800 euro e le famiglie non ce la fanno, anche il ceto medio ormai non ce la fa più e allora scatta lo sfratto per morosità  e poi si arriva allo sfratto esecutivo con ufficiale giudiziario e forza pubblica. Noi ogni giorno facciamo dei picchetti e cerchiamo di sostenere le famiglie che aspettano lo sgombero e denunciamo anche gli enti quando c’è da farlo. Ormai ci chiamano in tutta Roma e facciamo quindici, venti picchetti al giorno per aiutare le persone che altrimenti finirebbero per la strada.”
Oltretutto gli 80 mila alloggi popolari gestiti dal Comune di Roma sono bloccati perchè da tre anni il bando è sospeso come denuncia Fascetti “le case che si liberano che sono circa 1500 ogni anno non tornano ad essere gestite dal Comune ma finiscono nel mercato nero.”
“Quella italiana non è un’emergenza abitativa ma un problema strutturale della politica – aggiunge Massimo Pasquini dell’Unione Inquilini- abbiamo bisogno di edilizia popolare e invece qui stiamo dismettendo e gli inquilini non hanno gli stessi diritti dei proprietari quando invece in uno stato di diritto così dovrebbe essere. Gli errori macroscopici sono stati la liberalizzazione degli affitti e l’abbandono di politiche pubbliche per recuperare edifici da adibire ad edilizia popolare ed è su questi due temi che si deve intervenire.”

(da “La Repubblica”)

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MANNHEIMER: IL 68% DEGLI ITALIANI VUOLE LE PREFERENZE

Ottobre 22nd, 2012 Riccardo Fucile

L’85% DEI CITTAFINI SEGUE LA DISCUSSIONE SULLA RIFORMA ELETTORALE… PREVALE PERO’ LA SFIDUCIA: IL 62% PENSA CHE NON SE NE FARA’ NULLA

Negli ultimi giorni si parla un po’ meno del progetto di riforma elettorale in esame al Parlamento.
Malgrado sembri passato di attualità , il provvedimento è tuttora considerato dai cittadini una priorità  assoluta.
Lo afferma quasi metà  dell’elettorato (45%), con un’accentuazione tra i laureati, i meno giovani e gli elettori del centrosinistra.
Solo una parte minoritaria della popolazione, attorno al 20% (con un’accentuazione tra i giovanissimi), reputa la riforma elettorale un provvedimento non così importante o che sarebbe meglio prendere comunque dopo le prossime elezioni.
La diffusa consapevolezza dell’urgenza di dare una nuova normativa al voto ha portato, inaspettatamente, a un maggiore interesse degli elettori verso le proposte che sono state sviluppate al riguardo.
Ben un italiano su tre dichiara di avere seguito attentamente il dibattito e di conoscere bene di cosa si tratta.
In più, oltre il 50% della popolazione afferma di avere sentito parlare della questione, pur non avendo compreso bene tutti gli aspetti tecnici.
Nell’insieme, quasi l’85% degli italiani è al corrente della discussione in atto.
I più giovani e chi segue poco le vicende politiche sembrano saperne di meno.
Naturalmente, trattandosi di una tematica assai complessa, molti elementi che la compongono sfuggono ai più, malgrado l’attenzione dedicata. In generale, la questione che ha più colpito è quella delle preferenze.
Come è noto queste hanno comportato rilevanti fratture tra le forze politiche.
Alcuni hanno sostenuto l’importanza di reintrodurle, poichè esse permetterebbero ai cittadini di riappropriarsi della possibilità  di scegliere i candidati preferiti, oggi sottratta dal Porcellum (così è chiamato il sistema in atto) che affida di fatto alle segreterie dei partiti la scelta degli eletti.
Altri obiettano che in realtà  le preferenze possono essere uno strumento di manipolazione e compravendita dei voti, che lo sono state certamente in passato e che, per questo, un referendum approvato dalla netta maggioranza dei cittadini ha di fatto provveduto ad eliminarle dal nostro ordinamento.
Cosa ne pensano gli elettori?
Un sondaggio condotto in questi giorni mostra come venga considerata prevalente l’esigenza di riconquistare, dopo l’esperienza del Porcellum, la possibilità  di scegliere chi si elegge.
È di questo avviso poco meno del 70% degli italiani, con una accentuazione tra le età  (35-55 anni) e le professioni (lavoratori autonomi, impiegati) più centrali.
Non a caso, appare più affezionato alle preferenze chi rigetta il potere dei partiti e omette non solo di indicare la propria preferenza di voto, ma rifiuta anche di collocarsi nel tradizionale continuum sinistra-destra, sostenendo spesso che si tratta di categorie obsolete.
Vi è, d’altra parte, più di un italiano su cinque (22%) che rigetta l’introduzione delle preferenze: si tratta in particolare di ultrasessantacinquenni (che hanno una maggiore esperienza di voto), dei laureati e degli elettori dei partiti del centrosinistra.
C’è dunque una forte attenzione e un forte auspicio per la riforma elettorale.
Ma c’è al tempo stesso, come avviene ormai quasi sempre quando si parla di decisioni politiche, una estesa sfiducia che il mutamento dell’attuale sistema di voto vada davvero in porto.
Tanto che la maggioranza (62%) della popolazione ritiene che, alla fine, non se ne farà  nulla, che il Parlamento non riuscirà  ad approvare una nuova legge e che si finirà  con il votare con il sistema attuale.
Sono particolarmente pessimisti, come sempre, i più giovani (in particolare gli studenti), coloro che posseggono titoli di studio più elevati e gli elettori dei partiti di opposizione (Movimento 5 stelle e Lega). Insomma, ancora una volta, alle aspettative degli elettori si contrappone la convinzione che i partiti in Parlamento non riescano (o non vogliano) realizzarle.

Renato Mannheimer
(da “Il Corriere della Sera“)

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