Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
Il “MANIFESTO PER IL BENE COMUNE DELLA NAZIONE”: IN DIFESA DELLA VITA E DELLA FAMIGLIA
«Manifesto per il bene comune della Nazione». È questo il titolo del documento
«neoconservatore» proposto da Gaetano Quagliariello e Maurizio Sacconi della Fondazione Magna Carta, Maurizio Gasparri di Italia protagonista, Roberto Formigoni di Rete Italia, Mariastella Gelmini di Liberamente e Gianni Alemanno della Nuova Italia.
L’obiettivo dei sei promotori è quello di sostenere con quest’iniziativa i temi tradizionali come la difesa della vita, della famiglia e della comunità .
Contribuendo, si legge nella presentazione, «alla rielaborazione delle idee liberali e comunitarie per declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale. Solo dai conservatori delle cose buone, infatti, può venire un’autentica spinta al cambiamento e alla modernizzazione».
Ma il testo è anche un’occasione per suscitare il dibattito in vista del convegno, tra credenti e non credenti, che ogni anno la Fondazione Magna Carta organizza a Norcia, e che, in questa ottava edizione, sarà intitolato «A Cesare e a Dio».
Questo manifesto di intenti si propone di contribuire alla rielaborazione delle idee liberali e comunitarie, per declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale.
Solo dai conservatori delle cose buone, infatti, può venire un’autentica spinta al cambiamento e alla modernizzazione. Il presente documento è aperto all’adesione e al contributo di tutte le altre associazioni e fondazioni dell’area di centrodestra.
Le sfide della società post-moderna
Le grandi trasformazioni del nostro tempo richiedono una capacità di governo che sappia coniugare competenza e visione, sostenute da principi morali e da una coerente intelaiatura intellettuale.
Per vincere la sfida, la rappresentanza politica dei “liberi e forti” costruttori di benessere per sè e per gli altri, dovrà rivelarsi attrezzata non solo per l’assunzione di decisioni efficaci ma anche per l’affermazione di una cultura di riferimento.
A fronte di una compressione della dimensione assistenzialistica dello Stato, sono infatti i valori e la conseguente visione della persona e della società a mobilitare quest’ultima verso obiettivi di crescita.
Si tratta di risvegliare nel corpo vivo della nazione quel principio di verità e di responsabilità che deriva dalla tradizione dei padri, rifiutando quel pensiero debole in nome del quale la sinistra, nel tentativo di tenere insieme ciò che insieme non può stare, relativizza la dimensione dell’uomo e coltiva la pretesa giacobina di poter tutto risolvere nello Stato.
E’ nel riferimento alla tradizione che credenti e non credenti possono rintracciare una verità condivisa sulla quale fondare il laico esercizio delle funzioni pubbliche.
La grave crisi che ha investito l’Occidente origina proprio da una perdita di senso che ha causato il declino demografico, la riduzione della capacità innovativa delle giovani generazioni e l’illusione di poterla sostituire con la finanza virtuale e con la perpetuazione di sistemi di protezione sociale ormai insostenibili.
E se questa è la genesi della crisi, è evidente che la risposta ad essa non può essere meramente tecnocratica. L’esperienza ci insegna che il sistema capitalistico ha funzionato quando ha fondato il perseguimento del benessere dei più — e potenzialmente di tutti – su quella base etica che considera la persona fine ultimo e misura di ogni azione umana.
E la persona nella nostra tradizione non è un’entità isolata, portatrice di desideri privati che si fanno illimitatamente diritti pubblici.
Al contrario, la persona è naturalmente portata alle relazioni con le altre persone e in esse trova il senso della vita: dalla famiglia alle infinite forme comunitarie – inclusa l’impresa, spesso di origine familiare – ove condivide interessi e valori con gli altri.
Una antropologia positiva in luogo dell’homo homini lupus.
A fronte di una tendenza nichilistica al declino, è la promozione della centralità della persona e del valore della vita dal concepimento alla morte naturale il presupposto per lo sviluppo della società , per la sua vitalità economica e demografica, che si nutre della difesa della famiglia naturale, del principio di sussidiarietà , della libertà delle scelte educative.
L’Occidente, l’Europa, l’Italia e la sfida della sovranità
Una nuova fase dello sviluppo richiede anche una sua equa distribuzione in un quadro di stabilità geopolitica e finanziaria.
L’Occidente ha ancora molto da offrire al mondo se ritrova le proprie radici e le afferma nel dialogo con le altre culture.
Al binomio identità – incontro si devono ispirare gli stessi processi di integrazione indotti dai flussi migratori.
Da questa concezione, oltre che da una nozione identitaria dell’Italia e dell’Europa, deriva una idea di cittadinanza ben diversa da quell’attribuzione meccanica e burocratica di diritti che tanti guai ha provocato nei Paesi che hanno ceduto all’abbaglio del multiculturalismo.
Ne discende, piuttosto, una idea della cittadinanza quale risultato di un libero e motivato percorso di ingresso nella comunità nazionale della quale, fermi restando i diritti fondamentali di ogni persona in quanto tale, si conoscano e riconoscano gli elementi fondativi.
Le degenerazioni fondamentaliste e il terrorismo richiedono risposte ferme sotto il profilo culturale e sul piano della sicurezza.
Ma la sconfitta di questi fenomeni si realizza anche rinnovando in termini di trasparenza e responsabilità quegli assetti capitalistici che si sono rivelati fonte di instabilità e di incertezza per le persone.
Il rischio e’ componente necessaria del capitalismo ma diventa azzardo nella opacità e nella irresponsabilità .
L’integrazione europea può essere fonte di stabilità e di crescita solo se fondata sulle culture da cui originano le comunità nazionali e conseguita attraverso un percorso nel quale il nostro legittimo interesse nazionale possa trovare rappresentazione.
La cessione di sovranità nazionale all’Unione nelle materie della moneta, della spada e della feluca si deve accompagnare non solo con la concreta adozione di strumenti comuni di sicurezza ma soprattutto con una visione geopolitica condivisa delle relazioni strategiche con l’Europa dell’Est, con il bacino mediterraneo e con la dimensione transatlantica che impediscano al continente di circoscrivere la propria traiettoria di sviluppo verso il Baltico.
La politica energetica è componente essenziale di questa visione, così come l’Unione ha il compito di semplificare la propria regolazione interna e di negoziare regole eque del commercio globale in modo da salvaguardare le proprie imprese dalla ingiusta competizione con attività sregolate.
L’Italia, infine, può e deve recuperare sovranità abbattendo il suo debito attraverso la valorizzazione finanziaria del suo patrimonio pubblico mobiliare e immobiliare.
Ne deriverebbe una minore dipendenza dall’esterno per le ridotte esigenze di collocamento dei titoli di Stato e l’avvio di un significativo contenimento della pressione fiscale.
La crisi e la sfida dell’economia sociale di mercato
I valori della tradizione proiettano verso l’idea di una economia sociale di mercato fatta di meno Stato più società , più efficienza pubblica meno tasse, meno diritto pubblico più diritto privato, meno leggi più contratti, meno giustizia pubblica e più disponibilità alle soluzioni stragiudiziali.
Nè le ragioni di rigore indotte dall’emergenza possono in alcun caso condurre alla desertificazione della diffusa vitalità locale.
Più che con interventi generalizzati, la conservazione dei fattori di dinamismo e il superamento delle inefficienze si conciliano applicando criteri di responsabilità .
Il federalismo fiscale, in particolare, sostituisce con parametri equi di buon governo il riferimento alla spesa storica, e introducendo il principio di responsabilità consente di addebitare il fallimento politico agli amministratori incapaci.
Lo stesso sistema di protezione sociale può risultare più efficace ed efficiente se privilegia le dimensioni comunitarie, meno onerose e più inclusive rispetto alla dimensione statuale in quanto fondate sulle relazioni fra le persone.
Lo dimostrano già le buone pratiche sussidiarie in materia di integrazione socio-sanitaria (con le quali si evitano i ricoveri ospedalieri inappropriati), di lotta alla povertà , di pluralismo educativo. La sconfitta di ogni solitudine non si realizza attraverso le fredde burocrazie ma si compie attraverso il cuore degli uomini e il calore delle comunità .
Anche l’impresa, che in Italia è spesso di origine familiare, può valorizzare ulteriormente il suo carattere comunitario attraverso accordi aziendali prevalenti sugli stessi contratti nazionali, con i quali imprenditori e lavoratori concordano gli obiettivi, distribuiscono in proporzione i risultati, adattano la regolazione dei rapporti di lavoro dall’assunzione al licenziamento, organizzano forme di protezione sociale rivolte alla tutela del valore reale del salario, ai servizi di cura dei minori, allo studio dei figli, alla salute dei nuclei familiari, alla previdenza complementare, al sostegno assicurativo della non autosufficienza.
Quanto alla ricerca del lavoro, essa dovrebbe essere supportata mediante servizi non solo dalle funzioni pubbliche o dalle attività private ma dalle stesse parti sociali, in modo da conferire a ciascun territorio quella valenza comunitaria che non abbandona nessuno nelle transizioni difficili della vita. Il diritto di ciascuno alla occupabilità si realizza integrando scuola e lavoro, rivalutando lo studio della matematica ed il lavoro manuale, collegando università ed imprese.
La sfida delle istituzioni
Nessuna reale innovazione potrà tuttavia compiersi in assenza di un quadro istituzionale efficiente e di una organizzazione dello Stato che assicuri una legittimazione adeguata alla sfida della sovranità che la crisi ci ha posto di fronte.
In questo quadro, l’elezione diretta del Presidente della Repubblica rappresenta l’unica innovazione in grado di garantire unità della nazione, oggettivazione del fattore carismatico, autorevolezza nelle sedi delle decisioni sovranazionali, autonomia e responsabilità dei territori, e un viatico per la faticosa conciliazione della questione settentrionale con quella meridionale.
Ma prima ancora, vi è una riforma decisiva per il superamento della fragilità politico-istituzionale del nostro Paese: la riforma della giustizia e del suo rapporto con la politica, in assenza della quale nessun governo sarà mai pienamente legittimato a operare per il bene del Paese.
Ne sono contenuto necessario una effettiva operatività dei principi costituzionali del giusto processo; una più compiuta responsabilizzazione del magistrato rispetto all’applicazione di norme e procedure spesso disattese; una autentica parità fra le parti, presupposto della terzietà del giudizio; un recupero della centralità del processo quale luogo di formazione della prova nel contraddittorio fra le parti; una forte promozione della mediazione, della conciliazione e dell’arbitrato nella giustizia civile e del lavoro; una maggiore deterrenza nei confronti delle liti temerarie.
La stabilità istituzionale e la certezza dei rapporti giuridici sono un bene primario per ogni società impegnata a crescere nel nuovo contesto competitivo.
La giustizia giusta, efficiente e imparziale è peraltro componente necessaria dell’impegno istituzionale contro il crimine, caposaldo per la sicurezza delle comunità .
Si riconducono infatti alle forze liberali e popolari di governo le discipline e le pratiche più efficaci per il contrasto della criminalità organizzata, mentre in altre coalizioni sono emerse propensioni al cedimento e al compromesso direttamente proporzionali all’uso della giustizia come strumento di lotta politica.
Conclusione
L’Italia è insomma a un bivio. Può ancora avere un grande futuro se lo costruisce con il cuore antico della sua tradizione e con la modernità di un progetto fondato sulla efficienza di una dimensione pubblica essenziale e, soprattutto, sulla vitalità della sua società .
(da “il Corriere della Sera “)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
NEL PDL SI AGITANO EX AN E NEOCON…. IL CAPOGRUPPO CHIEDE “DI ROMPERE GLI ORMEGGI”, PER LA SANTANCHE’ “IL DADO E’ TRATTO”… TUTTI PENSANO A “UNA COSA NUOVA CHE NASCA DAL BASSO”
Che siano centripete o centrifughe ci sono più forze che stanno premendo sul Pdl; i fedelissimi che scalpitano, gli ex An che puntano alla riorganizzazione, quelli che si definiscono “neoconservatori” che scrivono il manifesto della Nazione.
E infine quelli e quelle che sperano che il Caimano torni in pista o sul predellino pronto ad azzerare tutto per fondare un nuovo partito. Intanto quello vecchio, già Forza Italia, si sta dissolvendo ai piedi di un Capo che, nell’impasse, va in vacanza in Russia per festeggiare il compleanno del suo amico Vladimir Putin.
E così mentre Silvio Berlusconi temporeggia il suo partito si frantuma.
Il fedelissimo Cicchitto: “I voti non li prende solo lui”.
Il capogruppo Pdl alla Camera scalpita, vede che gli altri, pur nel confronto come il Pd si organizzano e scendono in campo come Vendola, mentre la sua formazione non fa nulla.
”Il Pdl si deve autorinnovare, non essere bombardato” spiega alla Stampa.
Certo “sono necessari un nome nuovo e nuovi volti, ma poi bisogna prendere i voti” e “i voti oggi per il Pdl e il centrodestra sono la somma di ciò che porta Berlusconi, ma anche il frutto del lavoro sul territorio di deputati, senatori, consiglieri regionali e comunali e dei giovani del movimento giovanile”.
Insomma, se mister B. pensa che da solo vale il 9% come detto in una delle ultimissime riunioni, anche altri sono in grado di portare gli elettori del centrodestra alle urne.
Lo scandalo dei fondi nel Lazio, con l’arresto del capogruppo alla Pisana Franco Fiorito, “ha complicato le cose, ma non si può buttare tutto dalla finestra per eliminare Fiorito”.
Nel partito argomenta Cicchitto “esistono giovani bravissimi compressi da anziani prepotenti ma anche personalità mature che hanno un loro prestigio e sono in grado di dare contributi positivi”.
Ma “il punto vero è riprendere l’iniziativa sul piano politico e definire la leadership: la mancanza di questi elementi ci pesa moltissimo: se avessimo Berlusconi in pista, o Alfano scelto con le primarie, la nostra situazione sarebbe migliore. Invece siamo spettatori delle primarie del Pd e dei tatticismi di Casini, fermi in una situazione contemplativa. O Berlusconi rompe gli ormeggi o Alfano si cimenta insieme agli altri, giovani o anziani, che siano, nelle primarie”.
Il Cavaliere, insomma, deve decidere se scendere in campo o meno: “Sono mesi che aspettiamo Godot” e “non si può rimanere ad aspettare fino a cinque giorni prima delle elezioni”.
Non importa se sarà Berlusconi o Alfano “a guidarci alle elezioni.Però dobbiamo decidere subito”.
Il tempo passa e le elezioni saranno in primavera.
Comunque, non ho nessuna posizione pregiudiziale sul cambio del nome, si chiami Centrodestra d’Italia o in qualsiasi altro modo. Ma tutto deve essere accompagnato da regole. Basta con le logiche verticistiche e la cooptazione. Nel partito facciamo votare gli iscritti”.
Alemanno, Gasparri e gli ex An.
Ci sono poi quelli che stavano con Fini, nella ex Alleanza Nazionale, e a scissione definita tra il presidente della Camera e l’ex presidente del Consiglio, hanno scelto di stare dalla parte del secondo.
Il sindaco di Roma però ha già fatto sapere di pensare che sia inopportuno presentarsi almeno a Roma sotto l’egida del Pdl e Maurizio Gasparri chiede “più decisioni che riunioni. Alfano ne ha proposte di concrete a Berlusconi. Le attuino”.
Oggi al coro si unisce Marcello De Angelis, ex An, deputato Pdl e direttore del Secolo, che in alcune interviste, dà quasi un aut aut al Cavaliere.
”Berlusconi pensa sempre di incarnare il valore aggiunto.
Benissimo, faccia la sua lista che prenderà magari il 10, 25%.
Ma anche noi possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo — dichiara al Messaggero — raccogliendo, che so, il 10-15% dei voti. Saremo la bad company del centrodestra? Bene ma spesso le bad company nelle mani giuste danno risultati insperati”.
E poi “ho letto che Berlusconi se ne vuole andare dal Pdl — ragiona con Repubblica — a me, a noi, il Pdl non fa affatto schifo, se a lui non interessa più ce lo lasciasse”.
Per De Angelis “può anche convenire a tutti fare due partiti, da una parte lui con chi vuole e dall’altra noi “non solo gli ex An” ma “tutti quelli che vogliono che la macchina vada avanti”. Come diceva Mao Tse Tung: marciare divisi per colpire uniti”.
Santanchè: “Il dado è tratto”.
Per l’ex sottosegretario Daniela Santanchè, invece, Berlusconi non è incerto o stanco, ma ha già deciso tutto.
“Ormai il dado è tratto e Berlusconi ha deciso — sostiene la deputata fuoriuscita dalla La Destra — ritiene conclusa l’esperienza del Pdl perchè non riesce a cambiarlo”.
Quindi l’idea, pare, sia quella di “darsi da fare per costruire una cosa nuova”. Una “entità che dovrebbe nascere dal basso, dalla società , dovrò rifiutare il finanziamento pubblico e affidarsi alle donazioni dei privati attraverso meccanismi di trasparenza”.
E in questa ottica lo stesso Cavaliere sarebbe pronto a guidare di nuovo il centrodestra. Insomma deciso a ricandidarsi con un nuovo simbolo e nome nuovo.
I neoconservatori del manifesto per la Nazione.
C’è poi l’iniziativa che accomuna molte anime sotto un unico ombrello di valori.
Ecco quindi il “manifesto per il bene comune della Nazione”, titolo del documento “neoconservatore” proposto da Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario dei senatori Pdl, dall’ex ministro Maurizio Sacconi della Fondazione Magna Carta, da Gasparri di Italia protagonista, dal presidente della Lombardia Roberto Formigoni di Rete Italia, dall’ex ministro Mariastella Gelmini di Liberamente e Alemanno della Nuova Italia.
Con l’obiettivo di sostenere i temi tradizionali “come la difesa della vita, della famiglia e della comunità ”.
Contribuendo, si legge nel documento, “alla rielaborazione delle idee liberali e comunitarie per declinare alla luce delle sfide del presente e del futuro i valori della nostra tradizione nazionale. Solo dai conservatori delle cose buone, infatti, può venire un’autentica spinta al cambiamento e alla modernizzazione”.
Ma nel frattempo tutto sembrare restare uguale in un immobile limbo.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
NEL VOLUMETTO DI 50 PAGINE DECANTAVA VIZI E VIRTU’ DELL’EX CONSIGLIERE REGIONALE DELLA LEGA…CONDANNATO A 1.000 EURO DI MULTA E 5.000 EURO DI RISARCIMENTO
Mille euro di multa, 5000 di risarcimento e l’obbligo di rifondere 2500 euro di spese
legali. Tanto dovrà pagare Michel Abatangelo, il blogger italo francese che nel 2009 aveva pubblicato “il diario segreto del Trota” un volumetto di 50 pagine scaricabile in pdf e diffuso a puntate sul suo blog “100 cose così” nel quale decantava vizi e virtù dell’ex consigliere regionale lombardo.
La sentenza è stata pronunciata dal giudice monocratico di Varese Anna Giorgetti, a fronte di una richiesta da parte del Pm Monica Crespi di 30 mila euro di risarcimento e 7 mesi di reclusione.
Le motivazioni della sentenza ancora non si conoscono.
Il giudice ha infatti dato lettura del dispositivo di condanna, ma il deposito avverrà solo tra qualche giorno.
Nel frattempo Gianmarco Beraldo, l’avvocato difensore di Abatangelo, che in aula aveva invocato il diritto di satira, ha già annunciato di voler ricorrere contro questa decisione, come si legge nel commento del legale postato sul blog del condannato: “Abbatangelo ha solo esercitato il suo diritto di critica”, inoltre: “non si può certo imputare ad Abatangelo se Renzo Bossi sia oggetto da tempo di ironie”.
Secondo la difesa, infine: “la satira è sempre contro il potere e non può essere elegante”.
Anche il blogger non ha tardato a postare la sua opinione sulla sentenza di condanna, senza perdere la caustica ironia che contraddistingue i suoi scritti: “Perchè ho come l’impressione che si tratti di una tirata d’orecchi?! Sarei curioso di leggere la sentenza, diffamazione… una barzelletta padana senz’altro!”.
E poi conclude: “La scrittura satirica non è uno sport, cioè, non chiede eleganza e rispetto delle leggi, chiede soltanto la forza di una sopraffazione. E a questo punto tutti i mezzi sono buoni”.
In tutto questo il “Diario segreto del Trota” oggetto della condanna è ancora disponibile in rete si tratta di una serie di novelle satiriche che prendevano di mira il figlio del Senatur, dallo stesso battezzato “Trota”, che evidentemente si è sentito leso nella reputazione e nella dignità .
Questo anche se lo stesso autore aveva palesato lo spirito del suo scritto fin dal principio: “Una letteratura satirica, iconoclasta, dissacrante, disincantata e surreale con episodi gustosissimi a due passi dalla realtà e talvolta più veri della Realtà stessa quando ispirano l’oggetto stesso della satira Renzo Bossi. Ebbe a dire una volta Pablo Picasso: Per dire la verità talvolta ci si deve servire della menzogna”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 7th, 2012 Riccardo Fucile
MIRACOLOSAMENTE ILLESO MONTEZEMOLO: ERA ANDATO A COMPRARE 50 CRAVATTE PER MOSTRARSI PIU’ CENTRISTA… RUTELLI PENSA ALLA SCISSIONE: IL SUO PANCREAS RESTERA’ NEL PD…SPAVENTOSA NOTA SPESE DI FINI: DA SALO’ AL CENTRO C’E’ ANDATO IN TAXI
“In un’immaginaria linea retta che va da A a B, lunga anche migliaia di chilometri, il centro rappresenta un solo punto equidistante dagli estremi”.
Fa eccezione, come rileva la prestigiosa rivista Science, il centro della politica italiana, che comprende alcune decine di migliaia di esponenti politici.
Una costatazione che ha aperto un poderoso dibattito scientifico nella comunità internazionale, con tanto di sanguinose polemiche tra studiosi, guru della geometria, e studiosi di fama mondiale.
“Ribadisco che il centro può essere uno solo — dice Peter Nowmitz, decano dei docenti di geometria ad Harvard — quindi è semplice: uno tra Casini, Fini, Montezemolo mente”.
Vero, rispondono da Oxford, ma essere al centro di uno schieramento non ha valenze qualitative: si può essere al centro anche con un frullato di banana al posto del cervello”.
“E questo — scrive la prestigiosa pubblicazione Politics Analysys — include anche Francesco Rutelli”.
Altra cosa, puntualizzano i ricercatori della Shanghai University è dichiarare di essere al centro, ma essere pronti a spostarsi dove più conviene.
E’ il caso di Corrado Passera, come si legge in un lungo studio dell’istituto di studi matematici di Bogotà , significativamente intitolato “Centristas y paraculos, el caso italiano”.
In ogni modo, la teoria di un centro variabile con molti punti che si spostano al centro, anche urtandosi e rompendosi i coglioni a vicenda è appassionante. Fini, per esempio, spostandosi da destra al centro, ha urtato Casini, che ha travolto Montezemolo, spostando l’asse del centrismo verso la componente cattolica del Pd, che a sua volta è franata su Giovanardi che stava dormendo in Transatlantico.
Risultato: due contusi.
Verso il centro, ma da sinistra, si muove invece Matteo Renzi, che tenta di coprire tutta la linea: a sinistra a parole, a destra per proposta politica e al centro come ex boy-scout.
Secondo molti analisti, invece, il centro del centro sarebbe un ipotetico Monti-bis sostenuto dai vari centristi più o meno perfettamente centrati, il cui motto sarebbe “se stiamo molto al centro prima che ci prendano a legnate passerà del tempo”.
Alessandro Robecchi
(da “Il Misfatto“)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
“BASTA ARRIVARE SECONDI: E’ UN GIOCO A PARATA DI CULO”… “HO CONTATTI CON IMPRENDITORI IMPORTANTI, SE I TERMOVALORIZZATORI SONO UTILI NON MI PONGO IL PROBLEMA SE TU CI GUADAGNI”…
La vittoria di Raffaele Lombardo nel 2008? 
“C’era tutto un quadro che il signor Lombardo aveva garantito e dopo due mesi l’ha fatto saltare”.
Parole di Gianfranco Miccichè, ripreso da Gregorio Valvo, collaboratore di Grande Sud, che con il telefonino lo ha filmato di nascosto quest’estate.
È questo il famoso videotape che Rosario Crocetta, avversario di Miccichè nella corsa a Palazzo d’Orleans, aveva annunciato di possedere.
“E’ la prova che Miccichè vuole fare i termovalorizzatori” aveva tuonato l’ex sindaco di Gela, promettendo di mostrare il filmato dello scandalo.
Miccichè però lo ha anticipato. E con una mossa da scacchista, ha fatto convocare i giornalisti per mostrare lui stesso quel videotape che lo avrebbe dovuto incastrare.
Solo che alla proiezione del video dello scandalo, il protagonista assoluto, ovvero lo stesso Miccichè, ha preferito non farsi vedere.
Quella andata in onda al cinema Tiffany è una scena surreale.
I cronisti (tra cui si erano mimetizzati anche due membri dello staff di Crocetta), non potendo incontrare e intervistare Miccichè, si sono dovuti accontentare di vederlo proiettato in bianco e nero sul maxi schermo, mentre nel video rubato, arringa l’ex assessore all’agricoltura Titti Bufardeci (che non compare, ma di cui si sente la voce) nella sua casa di Cefalù.
Un cortometraggio di dieci minuti fatto di battute al vetriolo, analisi politica e retroscena inediti.
Un filmato rubato che nei mesi scorsi era stato pubblicato per poche ore da un blog di Siracusa. Lo staff di Miccichè se n’era accorto e lo aveva fatto rimuovere.
Poi però quel filmato era finito a Crocetta.
E prima che l’eurodeputato del Pd lo proiettasse domattina al Politeama, durante l’inaugurazione della sua campagna elettorale, il leader di Grande Sud ha deciso di fare outing.
“Se i miei avversari hanno deciso di iniziare una campagna fatta di falsi scoop e proclami sensazionalistici denigratori facciano pure” ha detto Miccichè nella nota, diffusa dal suo partito ai giornali.
In quel videotape, l’ex ministro fa effettivamente cenno ai termovalorizzatori. Ma parla anche di Cosa Nostra.
Il passaggio caldo è tutto contenuto nel racconto di un duplice incontro che l’ex ministro avrebbe avuto quest’estate con il senatore del Pdl Pino Firrarello e con il leader del Cantiere Popolare Saverio Romano.
Sullo sfondo stanno per iniziare a delinearsi le alleanze per le elezioni regionali.
“L’altro giorno venne Firrarello a parlare con me — racconta Miccichè nel video a Bufardeci – perchè io lo conosco Firrarello, e lo so che aveva bisogno di parlarne a solo e il signor Romano pure! Abbiamo messo sul tavolo, non abbiamo parlato di politica, per essere molto chiari. Gli ho detto: guardate io sarò impegnato nel funzionamento della macchina organizzativa. L’unica cosa che vi metto per iscritto è che non entra la mafia in questa macchina organizzativa. Mai si potrà dire che non si fanno i termovalorizzatori perchè c’è la mafia. Si fanno solo se non c’è la mafia. Poi per quanto mi riguarda faccio quello che volete, lo scriviamo prima: l’ho detto a lui e l’ho detto a Romano. Poi se sono utili non mi creo problema se tu ci guadagni e l’altro pure”.
Un passaggio delicato, che ha immediatamente scatenato la replica di Romano che ha invitato Miccichè “a smentire quanto ha riferito nei miei riguardi perche’ non ho mai incontrato Micciche’ insieme a Firrarello ne’ tantomeno ho mai parlato con lui di termovalorizzatori, sulla cui utilita’ mi sono sempre espresso, pubblicamente”.
Ma oltre al retroscena del presunto incontro con Romano e Firrarello (che oggi appoggiano la candidatura di Nello Musumeci) in quel video c’è anche dell’altro.
L’ex luogotenente di Silvio Berlusconi in Sicilia spiega ai suoi interlocutori i segreti della sua oratoria. “Io quando lavoravo in Fininvest ho fatto tre corsi importantissimi di vendita. Il corso si chiamava Keiser. Ti dicevano tutte le cose che serve dire per potere vendere. Se tu assisterai ad un mio comizio tu ti accorgerai che io oggi vado al naturale. Ma io ogni 12 minuti faccio una battuta. Perchè so che l’attenzione cala”.
Quindi racconta delle sue relazioni con l’ex presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo.
“Io devo fare passare il meccanismo — spiega – che sono le mie relazioni. Io ho tutta una serie di relazioni, che non ha nessuno. Perchè io ho Montezemolo che mi chiama e mi fa gli scherzi telefonici: pronto La Repubblica, ma lei è amico di Dell’Utri? E io gli dico: guardi io per ora con voi non parlo. No, dice lui, ci deve rispondere. Ed era lui che materialmente mi rompe la minchia”.
Poi. tra una risata e qualche altro aneddoto colorito, Miccichè inizia a parlare sul serio della sua corsa a palazzo d’Orleans.
“Ho un fratello che è il capo di Banca Intesa, che non lo posso sottovalutare. Non lo posso dire in campagna elettorale ma lo devo fare passare. Non è che lui piglia i soldi di Banca Intesa e mi li da: ma mi organizza un tavolo con i quattro principali imprenditori d’Europa. Il signor Crocetta non lo so chi si può mettere attorno”.
Quindi l’oggetto del discorso viene spostato sul fronte tutto interno al centro destra.
“Cascio? Lo faccio perdere, gli vado contro, è una questione di storie personali”.
Il video, infatti, è stato girato quest’estate, quando all’orizzonte sembrava delinearsi la candidatura del presidente dell’Ars Francesco Cascio.
“Se io mi candido ho subito mezzo Pdl con me, alla fine se la tagliano” spiega Miccichè ai suoi interlocutori.
Poi parla della mancata candidatura a presidente di quattro anni fa. “Ricordatevi — dice – che io non sono stato presidente, non perchè ho offeso Cuffaro: minchiate! Perchè non sarebbe intervenuto Calderoli per avere Lombardo presidente. Non sarebbe intervenuto Matteoli. Non gliene fotteva niente di Cuffaro. Ma perchè c’era tutto un quadro che il signor Lombardo aveva garantito e dopo due mesi l’ha fatto saltare. Il problema è tutto quello”. Quindi il leader di Grande Sud confida ai suoi sodali anche gli obiettivi che si è prefissato per le elezioni. “Il nostro competitor non c’è. Dobbiamo battere Cascio e arrivare secondi. Siccome maggioranza non ne può avere nessuno dobbiamo proporci come soluzione per avere la maggioranza”.
“E’ un gioco al massacro?” chiede uno degli interlocutori fuori campo.
“Non al massacro — spiega Miccichè — è un gioco a salvezza. E’ gioco a parata di culo”.
Più o meno come la mossa del video rubato, mostrato prima che lo facessero gli avversari.
Sicilia Live
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
“BASTA ARRIVARE SECONDI: E’ UN GIOCO A PARATA DI CULO”… “HO CONTATTI CON IMPRENDITORI IMPORTANTI, SE I TERMOVALORIZZATORI SONO UTILI NON MI PONGO IL PROBLEMA SE TU CI GUADAGNI”
Renzi ha fatto la sua parte, Bersani pure.
E grazie ad entrambi, malgrado i toni accesi degli ultimi giorni, il Pd ha evitato una rottura che avrebbe fatto male non solo a se stesso, ma anche al Paese e alla politica.
Onore al merito dei due sfidanti, allora.
Ma l’eroe della giornata è uno dei rottamandi per eccellenza, il canuto Franco Marini. Che malgrado la sua orribile e disgustosa senescenza ha avuto il coraggio di dire dal palco cosa pensa dell’assenza del sindaco di Firenze all’assemblea del partito che di fatto gli consente, cambiando lo statuto, di partecipare alla contesa.
“Una cosa inaccettabile, e qui mi fermo perchè sono troppo vecchio per criticare i giovani”.
Il sindaco di Firenze, da lontano, farà certamente spallucce.
Del resto sono parole di un vecchio arnese del sindacato e della politica.
Uno troppo poco pop per il raffinato conformismo dell’estetica renziana .
Uno che tanto anche lui finirà presto ai giardinetti a badare ai nipotini.
Eppure Renzi — che pure è intelligente — sottovaluta un particolare. Nel suo format a metà strada tra Blair e una session di Mtv tutto si può fare.
Portare frigoriferi vintage sul palco, indossare camicie bianche sapientemente stazzonate, sostituire il logo Apple a quello del partito.
Ma l’eleganza no.
Quella non la puoi rottamare.
Soprattutto quando non ce l’hai.
Marco Bracconi
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACCUSA ERA DI TRUFFA E FALSO
Maria Grazia Laganà è stata condannata a due anni di reclusione, pena sospesa, dal
Tribunale di Locri per truffa, falso ed abuso.
La Laganà , vedova di Franco Fortugno, il vice presidente del Consiglio regionale calabrese ucciso 1 a Locri il 16 ottobre 2005, era imputata in qualità di ex vice direttore sanitario dell’Azienda sanitaria di Locri per una presunta truffa compiuta nell’estate 2005 ai danni dell’ente per forniture di materiale.
Il tribunale ha poi condannato, a un anno e quattro mesi per falso e abuso, Pasquale Rappoccio, ex titolare della Medinex, la ditta fornitrice di materiale sanitario che avrebbe beneficiato degli appalti illeciti e l’ex dirigente dell’Asl di Locri, Maurizio Marchese.
Assolti, invece, altri due ex dirigenti dell’Asl di Locri, Albina Micheletti e Nunzio Papa.
Il pm Giuseppe Adornato, nella sua requisitoria, aveva chiesto la condanna di Maria Grazia Laganà a tre anni, quella di Marchese e Rappoccio a due anni e l’assoluzione di Papa e Micheletti.
“Le accuse che mi sono state rivolte non sono vere”. aveva detto la deputata, facendo dichiarazioni spontanee ai giudici del Tribunale di Locri.
Ha sostenuto, in particolare, che non sono vere le accuse mosse nei suoi confronti dall’ex dirigente sanitaria dell’ospedale di Locri, Albina Micheletti, che ha riferito in aula di essere stata chiamata, nell’estate del 2005, dalla Laganà alla presenza di Fortugno, per parlarle di una fornitura per il pronto soccorso. La teste aveva anche detto che una volta constatata la quantità del materiale aveva fatto denuncia.
“Non sono vere – ha detto stamani la Laganà – le accuse della Micheletti. Non l’ho costretta a fare quell’ordinativo. Io e mio marito non abbiamo mai avuto rapporti con lei nè sul piano personale nè su quello professionale. E non abbiamo avuto rapporti neanche con Pasquale Rappoccio che tra l’altro è di una parte politica distante dalla mia”.
Rappoccio è l’ex titolare della Medinex, la ditta fornitrice di materiale sanitario che avrebbe beneficiato degli appalti illeciti, ed è anche lui imputato nel processo.
La deputata del Pd ha quindi parlato del marito per dire che “ha sempre pagato per gli alberghi nei quali alloggiava in occasione di convegni o di manifestazioni e come primario del pronto soccorso era una persona costante e seria sul lavoro. Come medico e come politico è stato anche autore di una serie di denunce sulla gestione della Asl di Locri che poi sono finite nel nulla”.
La parlamentare, dopo le dichiarazioni spontanee ha lasciato l’aula per impegni personali e professionali.
L’inchiesta che ha portato al processo fu avviata nel 2006 dopo la relazione del prefetto Basilone, nominato commissario all’Asl di Locri in seguito allo scioglimento dell’Azienda disposto all’indomani dell’omicidio di Fortugno.
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
L’ORDINE DESTINATO A SODDISFARE I “BISOGNI” DEL COMANDANTE DELLA SQUADRA NAVALE ITALIA, L’AMMIRAGLIO DE GIORGI
“Ogni mattina, in particolar modo quando il Signor Cinc è in base Navale a Taranto, l’ufficiale in Comando di ispezione dovrà accertarsi della effettiva presenza in quadrato Ufficiali di una idonea bottiglia di spumante/champagne tenuta in fresco in riposto Ufficiali, nonchè biscotti al burro e mandorle da tostare al momento a cura del cuoco di servizio addetto al Quadrato Ufficiali/quadrati Unificati”.
Potrebbe sembrare un documento ripescato dagli archivi storici del Regno delle due Sicilie, se non fosse per la data che porta in calce: l’8 settembre 2012.
Ossia mentre l’Italia tira la cinghia, è schifata per gli sprechi della politica, la disoccupazione ha superato il 10 per cento e chi un lavoro ce l’ha paga il 44 per cento di tasse, c’è chi usa le nostre imposte per pasteggiare con vini francesi e tartine.
Per capire di chi stiamo parlando bisogna innanzitutto tradurre dal burocratese militare la sigla Cinc.
Si tratta del Comandante in capo della Squadra navale italiana, l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi.
Ossia il comandante delle navi militari del nostro Paese. Ammiraglio che lavora nella sede di Santa Rosa, sulla Cassia a Roma.
Ma che spesso prende il suo bell’elicottero e fa visita alle imbarcazioni della squadriglia, dislocate nei vari porti italiani.
A Taranto è ormeggiata la portaerei Cavour, che assieme alla Garibaldi rappresenta il fiore all’occhiello della Marina.
Subito dopo arrivano gli incrociatori: la Francesco Mimbelli è la nave da guerra che ci interessa.
Nel settembre scorso il comandante in seconda ha diramato la “Comunicazione di servizio permanente numero 17”, che alla voce “argomento” recita: “Organizzazione di bordo per la visita del signor Comandante in capo della squadra navale”.
Il documento entra subito nel merito: “L’Unità dovrà essere in ogni momento in grado di gestire eventuali visite del Sig. Comandante. Pertanto la presente è tesa a strutturare una organizzazione tale da permettere di accogliere adeguatamente l’Autorità in argomento” .
Poi si passa all’inchino a suon di champagne, fresco ovviamente, e biscottini al burro e mandorle.
Per non lasciare nulla al caso viene spiegata per filo e per segno come si deve organizzare l’evento, un altro paragrafo da Marina “borbonica”: “Il capo reparto logistico, avvalendosi del Capo Gamella (ossia del sottufficiale che comanda la Mensa, gamella significa gavetta, ndr) dovrà accertarsi che sia prontamente reperibile dal personale addetto al quadro Ufficiali il materiale di consumo sopra indicato”.
Non sia mai che si resti senza. Quando il comandante sale a bordo scatta la chiamata. A quel punto “il personale addetto dovrà essere in tenuta di rappresentanza pronto a servire mandorle tostate e spumante/champagne” . Ma non è tutto: “La cucina dovrà approntarsi, nel caso in cui il Sig. Cinc sia in Base Navale, a preparare bruschette e pizzette calde da servire in Quadro Ufficiali”.
A fine settembre il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, Luigi Binelli Mantelli, aveva sottolineato “la necessità di mantenere l’operatività delle forze armate pur in un periodo di ristrettezze economiche. C’è un livello al di sotto del quale non si può scendere, in materia di risorse, tagli e spending review”. Qualche idea su dove poter risparmiare c’è.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 6th, 2012 Riccardo Fucile
IN POCHI ANNI LE BANCHE HANNO PESCATO OLTRE CINQUE MILIARDI DI EURO TRA EVASIONE FISCALE E FINANZIAMENTI DI STATO
Dagli al Fiorito. Tutti addosso al politico ciccione che s’è fatto i comodi suoi con i soldi
pubblici.
Bersaglio facile, er Batman, e non solo per la corporatura a dir poco massiccia.
La lista della spesa è lì, sotto gli occhi di tutti. Case, auto, oggetti di lusso, segno tangibile delle ruberie che hanno portato in carcere l’ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio.
I soldi delle banche, invece, si perdono nell’alto dei cieli della finanza.
Difficile vedere. Difficile capire. Ma il conto finale è ben più pesante.
Un conto miliardario a carico della casse dello Stato e quindi dei cittadini.
Questione di tasse. E di marchingegni contabili studiati da professionisti specializzati in quella che con soave eufemismo viene definito “ottimizzazione fiscale”.
Se prendiamo i tre maggiori istituti nazionali, Intesa, Unicredit e Monte dei Paschi, si scopre che negli ultimi tre anni l’Agenzia delle Entrate ha contestato qualcosa come 2 miliardi di euro tra imposte non pagate, sanzioni e interessi.
Una montagna di denaro, che in tempi di spending review avrebbe fatto davvero comodo.
Se poi paragoniamo questa somma alle ruberie contestate nello scandalo della Regione Lazio, perfino il corpulento Fiorito diventa un topolino.
Può anche capitare che le banche, a causa di una gestione alquanto discutibile, finiscano in cattive acque, tra perdite, debiti e prestiti a vanvera.
Niente paura: arriva il pronto soccorso di Stato.
Una bella iniezione di denaro fresco giusto in tempo per evitare guai ammonta a 1,7 miliardi.
Come dire che per rispettare i parametri fissati dall’ente di controllo, bisogna fare il pieno di capitali freschi al più presto.
Solo che il Monte in questi anni ha già chiesto denaro più volte ai suoi azionisti, l’ultima nel 2011.
E così, nell’impossibilità di trovare nuovi volonterosi sostenitori, saranno le casse pubbliche a farsi carico del salvataggio.
Verrà rinnovato il prestito di 1,9 miliardi già concesso nel 2009 (i cosiddetti Tremonti bond) a cui si aggiungerà un’altra tranche di obbligazioni da oltre 1,4 miliardi. Il totale, appunto supera i 3,3 miliardi.
E per effetto del regolamento di questi prestiti lo Stato nei prossimi mesi potrebbe rilevare una partecipazione vicina al 4 per cento nel capitale della banca.
Non c’erano alternative. I soldi, maledetti e subito, erano indispensabili per evitare guai peggiori.
I conti del 2011 si sono chiusi con perdite per 4,6 miliardi di euro, dovute in gran parte alle svalutazioni miliardarie di attività , a cominciare dalla Banca Antonveneta, comprate a prezzi d’affezione negli anni del boom della finanza. Insomma, acquisti incauti. A cui vanno aggiunti investimenti colossali, oltre 27 miliardi, in titoli di stato italiani. Non proprio il massimo, con l’aria che tira.
Adesso tocca al governo tappare i buchi.
Chi ha guidato la banca negli anni in cui è stato messa in atto questa strategia suicida si gode invece un nuovo incarico di prestigio. Giuseppe Mussari, presidente del Monte da aprile 2006 fino alla primavera scorsa, tre mesi fa è stato riconfermato alla guida dell’Abi, l’Associazione bancaria italiana, in pratica la Confindustria del credito. Domanda: chi ha preso il posto di Mussari sulla poltrona di presidente dell’istituto toscano?
La primavera scorsa si è insediato al vertice Alessandro Profumo con il mandato preciso di rilanciare la banca, tagliando, tra l’altro, migliaia di posti di lavoro.
A giugno Profumo è stato rinviato a giudizio per dichiarazione fraudolenta dei redditi. Una storia che risale agli anni in cui il banchiere guidava Unicredit, lasciato nel settembre del 2010.
Una storia di imposte evase per circa 245 milioni grazie a una complicata operazione col nome in gergo di Brontos.
Questa l’accusa della Procura di Milano, che ha chiesto e ottenuto il processo anche per altri 19 manager di Unicredit.
In pratica, secondo i magistrati, i vertici dell’istituto avrebbero camuffato gli utili in dividendi riuscendo così a spuntare un’imposizione più leggera. E questa è soltanto la parte penale di un’indagine ben più ampia sulle acrobazie della banca milanese ai tempi della gestione Profumo.
Secondo l’Agenzia delle Entrate, Unicredit avrebbe versato quasi 450 milioni di tasse in meno rispetto a quelle dovute, di cui poco più della metà legate alla cosiddetta operazione Brontos.
Alla fine, con l’obiettivo dichiarato di non restare a lungo sulla graticola delle indagini e senza ammettere alcuna responsabilità , la banca ora guidata dall’amministratore delegato Federico Ghizzoni, ha versato al fisco circa 190 milioni.
Una scelta analoga a quella compiuta dagli altri grandi istituti finiti nel mirino degli ispettori tributari.
Il Monte ha sborsato 260 milioni.
Intesa invece ha chiuso le sue pendenze con una transazione per 270 milioni. Sul piano amministrativo l’inchiesta si è così chiusa.
Resta da chiarire la posizione dell’ex numero uno Corrado Passera. Il banchiere ora ministro è indagato dalla procura di Biella per alcune operazioni fiscali sospette varate da una controllata di Intesa con sede nella cittadina piemontese.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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