Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SPREAD E VOTO ANTICIPATO: “NO ALL’ESERCIZIO PROVVISORIO”… NON SI VOTA SENZA RIFORMA ELETTORALE
«Aspettiamo di vedere se alle parole seguiranno i fatti, nessuno può essere così
irresponsabile da portare l’Italia all’esercizio provvisorio».
Mario Monti, il giorno dopo la bordata di Berlusconi, si muove circospetto maneggiando una materia per lui incognita: la propaganda del Cavaliere.
La situazione resta molto seria e lo testimonia il vertice convocato ieri sera dal premier a palazzo Chigi, alla presenza del ministro dell’Economia Vittorio Grilli, del sottosegretario Antonio Catricalà e del ministro Enzo Moavero.
Una riunione ufficialmente dedicata a preparare il bilaterale di oggi a Madrid con Mariano Rajoy, ma che inevitabilmente gira molto sulla clamorosa offensiva di Berlusconi. Monti, a parte la stizza personale per gli attacchi ricevuti nella conferenza stampa di villa Gernetto, non è tranquillo.
Tutta la stampa internazionale ha dato ampio (e critico) risalto alle ultime dichiarazioni di Berlusconi contro il governo, contro la Germania, contro la Merkel, contro il rigore.
I segnali che il premier ha ricevuto da Oltreoceano e dai grandi investitori fanno temere il peggio alla riapertura dei mercati di questa mattina.
Lo spread potrebbe di nuovo schizzare verso l’alto, trascinato dall’incertezza per le sorti della legge di Stabilità e per un finale di legislatura con il governo in balia di una maggioranza ancora condizionata dal Cavaliere.
E tuttavia nessuno a palazzo Chigi crede davvero che Berlusconi possa far saltare il tavolo.
«È una tigre di carta», è la valutazione che consegna un ministro senza peli sulla lingua.
Preoccupa piuttosto il “Vietnam” parlamentare a cui potrebbero essere sottoposti fin da domani i provvedimenti del governo.
A rischio è la manovra di bilancio, che ha appena iniziato il suo cammino in commissione e che dovrebbe essere approvata in via definitiva intorno al quindici dicembre, ma anche il decreto Sviluppo del ministro Passera.
Un «logorio» a cui il presidente del Consiglio non intende sottostare, a costo di mettere la fiducia su un maxiemendamento che contenga limitate modifiche alla legge di Stabilità .
A quel punto il Pdl dovrebbe prendere una decisione chiara: seguire la deriva di Berlusconi o prenderne le distanze mantenendo in piedi il governo dei tecnici?
Anche Giorgio Napolitano ha fatto salire il livello di allarme dopo la sparata del Cavaliere.
Ieri Monti e Napolitano hanno avuto su questo argomento uno scambio di vedute al termine del funerale di Stato dell’alpino caduto in Afghanistan.
Entrambi sono convinti che la rotta del governo non debba cambiare, soprattutto non davanti a mere prese di posizione, «in aperta contraddizione con quanto affermato dallo stesso Berlusconi solo pochi giorni fa».
Al Quirinale la situazione viene seguita con la dovuta attenzione. E tuttavia senza che questo significhi ipotizzare un’anticipazione dello scioglimento delle Camere.
Per Napolitano infatti la bussola resta sempre la stessa, non si può tornare a votare con questa legge elettorale. Il capo dello Stato non si rassegna al Porcellum: il Parlamento ha ancora di fronte almeno tre mesi pieni di lavoro e non vanno sprecati.
Se Monti ormai è determinato a “vedere le carte” di Berlusconi per scoprire se la faccia feroce del Cavaliere nasconda soltanto un bluff, è chiaro che ogni parola in uscita dal Pdl viene in queste ore attentamente valutata.
Il partito è infatti apertamente spaccato tra montiani e berlusconiani.
Una colomba come Franco Frattini, per dire, oggi volerà a Madrid sullo stesso aereo del presidente del Consiglio per partecipare a un convegno dell’Arel organizzato da Enrico Letta.
E anche il silenzio gelido di Angelino Alfano sull’ultima giravolta del Capo è significativo.
La frattura fra i falchi e i moderati potrebbe presto venire alla luce quando, come ha preannunciato Berlusconi, sarà convocato un ufficio di presidenza o una direzione per stabilire se ritirare o meno il sostegno al governo.
«La metà dei parlamentari del Pdl – prevede una fonte di governo – non ha alcuna intenzione di buttare tutto all’aria, se Berlusconi volesse davvero strappare ormai non lo seguirebbero».
Sarebbe scissione, con la formazione di un gruppo di parlamentari ex Pdl schierati con il premier e pronti ad accordarsi con la Lista per l’Italia di Casini e Fini.
Giampaolo Dozzo, capogruppo della Lega, ieri ci scherzava su: «Sarà Berlusconi a staccare la spina al governo Monti o saranno Alfano e company a staccarla a lui?».
Certo, a quel punto per il premier si porrebbe il problema di un mutamento profondo della natura della sua maggioranza, dall’attuale grande coalizione a un centrosinistra di fatto.
E tuttavia, al momento, per gli uomini più vicini a Monti si tratta soltanto di scenari ipotetici.
Se Berlusconi è soltanto «una tigre di carta» allora conviene attendere una presa di posizione ufficiale del Pdl.
Francesco Bei
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
NEL CAPOLUOGO QUESTO EXIT POLL DAREBBE IL M5S AL 25%, A FRONTE DI UN CROLLO AL 10% SIA DEL PDL CHE DEL PD
Il Movimento Cinque stelle in testa con oltre il 25% dei voti: sono i sorprendenti
risultati che arrivano dai primi exit poll sulle elezioni regionali in Sicilia, relativi alla sola Palermo.
I numeri, ancora tutti da riscontrare con lo spoglio che inizierà tra poche ore, stamattina alle 8, dopo la chiusura dei seggi avvenuta alle 22, sono stati diffusi da “Palermoreport.it” e sono stati riportati in diretta dalla tv locale Trm.
Il candidato del movimento ispirato da Beppe Grillo Giancarlo Cancelleri avrebbe il 27,46% dei consensi, un risultato — se confermato — oltre ogni attesa.
Sempre a Palermo, Pdl e Pd sarebbero tracollati intorno al 10%.
Nello Musumeci, candidato del partito berlusconiano, sarebbe al 23,25% contando anche i voti della sua lista personale e di Cantiere popolare. Rosario Crocetta arriverebbe al 21,4 sommando al voto per i democratici quelli di Udc e Api.
Sempre secondo gli exit poll di Palermoreport, Gianfranco Miccichè (Grande Sud, Partito dei siciliani e Nuovo polo) a Palermo e provincia avrebbe ottenuto il 14,24% delle preferenze, precedendo Giovanna Marano, candidata di Sel e Idv, ferma al 9,76%.
Tutti sotto l’1% gli altri candidati.
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SECONDO “IL GIORNALE” LA STRATEGIA DEL CAVALIERE PREVEDEREBBE ELECTION DAY (CON LE REGIONALI DI LAZIO E LOMBARDIA) A INIZIO 2013, NIENTE FIDUCIA AL GOVERNO SUL DDL STABILITA’ E MARTELLAMENTO A TAPPETO SULLE TV
Niente primarie Pdl, bastone tra le ruote al ddl Stabilità del governo Monti, voto a gennaio (magari un election day con le urne in Lombardia e Lazio).
E magari una lista composta da candidati senza alcuna esperienza parlamentare e con un obiettivo ben preciso: riformare la giustizia.
Ciò che il Cavaliere non ha detto (o non ha voluto dire) ieri a Villa Gernetto, lo si può leggere a pagina tre de il Giornale, che ricostruisce il dietro le quinte della conferenza stampa. In un articolo di retroscena firmato da Adalberto Signore, infatti, l’house organ di famiglia riporta le vere intenzioni dell’ex premier.
“Berlusconi è una furia come non si vedeva da tempo” si legge.
E, incassata la condanna a quattro anni per evasione fiscale, non ha nessuna intenzione di guardare i suoi mentre tengono ancora in vita l’esecutivo tecnico.
“Affonda sul Quirinale, prende le distanze da Monti e fa sapere che non esclude di togliere la fiducia al governo” e passa al contrattacco.
Non solo annunciando il suo ritorno in tv (da Porta a Porta di Vespa ai tg), ma anche in campagna elettorale con un ruolo da protagonista assoluto.
Difficile, del resto, immaginare un Berlusconi padre buono del partito dopo il programma in cinque punti snocciolato durante i 50 minuti del comizio di ieri. “Fate le primarie, io mi occupo di fare campagna elettorale” è il ragionamento del premier secondo il quotidiano.
Una mossa tutt’altro che istintiva.
E che confligge terribilmente con la linea tenuta dal segretario Angelino Alfano (in via dell’Umiltà c’è anche chi ha parlato della tentazione dell’ex Guardasigilli di mollare tutto) e dalle ‘colombe’ del Popolo della Libertà .
Tutto può essere, quindi, tanto che il Giornale vede nei messaggi in diretta tv un interlocutore diverso dal governo dei professori e da chi nel Pdl la pensa diversamente dal Cavaliere.
Per il quotidiano di Alessandro Sallusti, infatti, quello dell’ex presidente del Consiglio è un messaggio subliminale diretto a Giorgio Napolitano.
Il ragionamento de il Giornale (o di chi lo ha imbeccato) è semplice: fallito ‘a causa dei giudici’ il tentativo di ‘pacificazione’ dopo le dimissioni del novembre scorso e l’avvento dei tecnici — e ormai rassegnato ad un altra condanna (gennaio?) per il caso Ruby — il Cavaliere ha deciso di fare a modo suo. Come al solito.
Addio toni bassi e mano tesa agli alleati della strana coalizione, campagna stampa aggressiva contro Monti e il Colle, strategia old style con il Cav all’arrembaggio contro toghe rosse e comunisti.
E un programma contro tasse, giudici e intercettazioni telefoniche diretto alla pancia del suo elettorato.
Come prima e più di prima, quindi.
E forse con un nuovo soggetto politico ‘interno’ al Pdl.
“Un Berlusconi che per ora ‘congela’ la strada della lista autonoma, ma che ieri di fatto ha lanciato un nuovo partito con un programma lontano anni luce da quello del Pdl” scrive il Giornale.
Se la conferenza di Villa Gernetto non è stata un nuovo predellino poco ci manca.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
MOLTI ESPONENTI SI SONO RITROVATI SPIAZZATI E QUALCUNO SBOTTA: “IN QUESTO MODO NON VINCEREMO MAI”
Sorpresi. Spiazzati. Persino impauriti. 
Lo “sfogo” di Berlusconi, come lo ha chiamato, con grande indulgenza, Osvaldo Napoli, ha lasciato le file pidielline sconcertate e confuse. Indulgenza, a dire il vero, che è durata poco.
Lo stesso Napoli, in una intervista a Libero, si è lasciato andare ad una analisi ben più critica: “Berlusconi si è fatto del male con le sue parole” perchè “dopo quello che ha detto i moderati non verranno più con noi e così non vinceremo mai più le elezioni. Berlusconi – ha aggiunto Napoli — ha già stretto l’accordo con la Lega, con quello che ha detto l’area moderata ce la sogniamo”, ha “ammazzato le primarie e Alfano”, spiega ancora il deputato del Pdl. La stragrande maggioranza del Pdl la pensa come me, “l’ottanta per cento del partito sta con Alfano” e Berlusconi rappresenta “la minoranza del partito”.
La frase, “resto il presidente del mio movimento” con la quale il Cavaliere ha voluto riprendersi la centralità del Pdl annunciando “una cosa che non aveva mai fatto — racconta un suo fedelissimo — cioè l’intenzione di lanciare una battaglia politica fatta di punti come manifesto elettorale”, ha lasciato a dir poco perplessi.
Perchè Berlusconi è sembrato parlare al Pdl come a un soggetto terzo, qualcosa di “altro da sè”; in un’ora di monologo, non ha mai pronunciato la parola.
“Fino a oggi — ecco la spiegazione di chi gli sta accanto — Berlusconi ha sempre gestito; prima le aziende, poi il partito, quindi il governo. Una battaglia politica non l’ha mai fatta, ora invece lo annuncia: siamo davanti a una novità assoluta, di cui ignoriamo le conseguenze”.
Che, certamente, ci saranno a breve.
A partire dal governo.
“Il timore di molti — prosegue il fedelissimo — è che ci possa chiedere di non votare la fiducia a Monti sul decreto Stabilità ; i filo montiani se ne andrebbero, sarebbe scissione”.
C’è una cosa, però, che tutti hanno capito.
Che il Cavaliere si è ripreso il partito, depotenziando totalmente la portata del rinnovamento delle primarie; anche se si celebreranno, resteranno un puro esercizio politico di propaganda. Berlusconi continuerà a essere il perno ineludibile del Pdl, anche se serpeggia la convinzione che altro bolla in pentola.
Come una lista Berlusconi (Il Foglio parla di una lista Berlusconi-Sallusti). Daniela Santanchè ha dato un assaggio: “Alfano valuti di dimettersi da segretario del Pdl visto che la sua linea politica è stata sconfessata dal presidente e fondatore del partito”.
Forse la possibile sconfitta delle elezioni in Sicilia farà il resto, ma di fatto Alfano ora è un’anatra zoppa, per quanto il partito si stringa intorno a lui.
E’ ancora Osvaldo Napoli a dare il senso delle tensioni: “Ma chi è la signora Santanchè per chiedere le dimissioni di Alfano a meno di dodici ore dall’apertura delle urne in Sicilia? Dove e da chi è stata eletta? La signora Santanchè è stata una traditrice della prima ora del Pdl, dove è entrata e uscita come dalla porta girevole di un albergo”.
Le fiamme nel Pdl, dunque, volano già alte.
Ma è soprattutto la sconfessione di Monti a preoccupare.
È un elemento che “rende più complicata la riunificazione dei moderati”, dice la Bertolini, una questione “che ora deve essere prioritaria, invece di mettere in discussione la sopravvivenza dell’esecutivo”, ha aggiunto Cicchitto.
Pezzi di partito, insomma, già si scollano.
Ancora più chiaro l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini: “Sfiduciare Monti? Ora il presidente è coinvolto da sentimenti forti molto negativi, ma sono sicuro che non potrà ignorare i due eventuali effetti devastanti di una decisione di questo genere: si vanificherebbe agli occhi del Paese e della comunità internazionale il gesto di responsabilità che Berlusconi ha fatto lasciando palazzo Chigi e di cui ha rivendicato il significato. E poi Berlusconi sa bene che non è questo il bene dell’Italia”.
Intervistato dal Mattino, Frattini aggiunge: “Sulle primarie finora la riflessione di Alfano ha rappresentato la sintesi giusta, nel dialogo con gli altri moderati come nei rilievi mossi al governo, Bersani ha dimostrato molta più durezza nei confronti dell’agenda Monti — prosegue l’esponente del Pdl- per il resto vedo espressioni che sono destinate a restare minoritarie. E non vedo rischi di scissione: le regole della democrazia sono queste: si vota poi si porta avanti uniti la battaglia. L’obiettivo resta quello di favorire la ‘casa dei moderati’: in questo senso proseguono i nostri sforzi di dialogo con Montezemolo, con Casini e con quanti si riconoscono nel popolarismo europeo”.
Maretta alta anche in casa degli ex An.
Andrea Augello è salito sulle barricate: “Esprimo il mio dissenso più radicale, per le prossime elezioni primarie c’è bisogno di una proposta che tolga dal campo del futuro del centrodestra l’idea che si possa, su questione di grande rilevo come le alleanze, le grandi scelte di politica economica e di coesione europea, oscillare come pendoli, condannandosi all’isolamento; i nostri elettori non capiscono più nulla”.
Non solo loro. Gianni Alemanno, concretamente, ha tirato un sospiro di sollievo sul fatto che non sono state “annullate le primarie”.
Mentre Maurizio Gasparri spiega: “Si aspettavano tutti che Berlusconi dicesse che casomai ridiscendeva in campo come candidato premier”.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 175.000 UNITA’… CLINI: “NON SE NE PARLA”
La legge porta la firma di Francesco Nitto Palma, senatore Pdl, ex-Guardasigilli.
E’ già calendarizzata: martedì prossimo in commissione, mercoledì in aula a Palazzo Madama. Cosa dice questa legge?
Vuole riaprire il condono edilizio del 2003.
«Soltanto per le case abusive della Campania», precisa l’autore del ddl, spiegando che proprio quell’anno il condono edilizio fu negato ai campani da una legge regionale, poi bocciata dalla Corte Costituzionale.
Ma il Governo mette un veto, irrevocabile.
Il perchè lo spiega Corrado Clini, ministro dell’Ambiente: «Non si può riaprire il condono edilizio in Campania con una legge nazionale. L’ho già detto a Nitto Palma: una legge fatta così riapre i termini per tutti». E in Senato esplode la polemica.
In prima linea i senatori del Pd, gli Ecodem Francesco Ferrante e Roberto Della Seta: «Usano il pretesto di voler impedire l’abbattimento di migliaia di abitazioni abusive disposte dalla magistratura in Campania per aprire un nuovo, generalizzato condono». Protestano anche il Wwf ed il Fai (Fondo Ambiente Italiano).
Non è la prima volta che il Pdl cerca una strada legislativa per riaprire il condono edilizio in Campania.
L’ultima volta diciannove senatori avevano tentato un blitz, in agosto, cercando di infilare questo provvedimento all’interno del decreto per il terremoto dell’Emilia.
Dice Nitto Palma: «La nostra è soltanto una ricerca di giustizia per i cittadini della Campania che sono stati discriminati, all’epoca. La mia legge dice di condonare, ove possibile, i manufatti che non era stato possibile condonare nel 2003». Ma la linea del Governo non ammette repliche.
«Una legge nazionale mai», ribadisce il ministro Clini. E aggiunge: «La sentenza della Corte Costituzionale può essere rispettata con altro tipo di provvedimento. Anche amministrativi. L’ho detto a Nitto Palma, ma lui non ha mai voluto sentirmi».
Proprio secondo le cifre date dal senatore Nitto Palma in Campania ci sarebbero circa 175 mila abitazioni abusive. Ma, proprio in Campania, le richieste per il condono edilizio del 2003 furono appena 2 mila. Come si fa a ritrovare quelle 2 mila case in mezzo al mucchio? E come si va ad evitare che, soltanto in Campania senza andare in tutto il territorio nazionale, la sanatoria del 2003 diventi la sanatoria per una seconda «città fantasma»?
Il senatore Francesco Nitto Palma è deciso: «Ci sono i rilievi fotografici per stabilirlo. E lì dove non si riesce ad accertare con esattezza la veridicità dell’abuso, il condono non si concede». Ma la replica immediata del senatore Ferrante (Pd) «Questa legge è semplicemente una vera follia. Consentirebbe una nuova immensa colata di cemento, illegale».
In Campania oggi in base alle sentenze definitive della magistratura ci sono circa 60-70 mila abitazioni che devono essere abbattute. In Senato la battaglia su questo ddl Nitto palma si annuncia aspra.
La Lega avrebbe già annunciato di voler votare insieme con il Pd e l’Idv, ovvero contro. Ma a Palazzo Madama i margini per le operazioni matematiche sono sempre risicati e il bacino del centro non si è ancora espresso con chiarezza sul punto.
Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
INDAGINE IAL-CISL: SPAZIO ALLE ASPIRAZIONI, MA ANCHE REALISMO… PER TROVARE LAVORO IL 78% DICHIARA CHE SERVE CONOSCERE LE PERSONA CHE CONTANO, IL 53% CONFIDA NEL DESTINO… LE ABILITA’ PERSONALI ALL’ULTIMO POSTO
Per il 78% dei giovani italiani il “passepartout” per entrare nel mondo del lavoro è
conoscere persone che contano.
Il 53% confida nelle dinamiche impreviste del destino e nella fortuna.
Mentre le variabili curriculari e le abilità personali sono riconosciute da poco meno della metà degli intervistati: serve preparazione (49%), motivazione e spirito di iniziativa (48%).
Anche la rilevanza dell’impegno nel lavoro (32%) è surclassata dall’appartenenza familiare (35%) e dalle funzionalità di un appoggio politico (41%).
Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca sulle nuove generazioni in Italia, promossa dallo Ial Nazionale — Innovazione Apprendimento Lavoro, in sinergia con la Cisl, e realizzata dall’Istituto Demòpolis, presentata a Roma.
Secondo l’indagine i giovani-adulti rivelano un piglio cinico singolare: nel segmento dei 18-34 anni, tutte le variabili personali o clientelari segnano un incremento degno di nota.
I ricercatori parlano di una “Weltanschauung del viandante” che emerge con prepotenza.
Nella certezza di poter nutrire aspirazioni, ma con parsimonia, il 71% degli intervistati dichiara che oggi è preferibile fare qualsiasi lavoro, purchè remunerato.
“Liberato da variabili spurie e da dimensioni esogene – dalla fortuna alle appartenenze -, il vademecum dei giovani per il successo occupazionale risulta cristallino e convincente — si legge nel rapporto -. Per i due terzi degli intervistati servono buona dialettica e un’ampia dose di disponibilità e flessibilità .
Ma anche competenze specialistiche (65%) ed esperienze pregresse (57%). Il 56% segnala anche l’opportunità di dotarsi di motivazione e spirito di iniziativa, mentre circa un terzo del campione cita la ‘buona cultura generale’, dote che le nuove generazioni dimostrano di sottovalutare”.
“Il profilo dell’universo giovanile italiano, che emerge dall’indagine — aggiungono i ricercatori -sembra in parte ripercorrere la suggestione di Umberto Galimberti, racchiusa nell’etica del viandante. L’andare avanti dei giovani, malgrado le asperità del contesto allontanino o neghino spesso una meta, segna l’esordio di una novità prospettica, con incidenze sociali e culturali che annunciano il futuro”.
(da “Redattore Sociale“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA LOTTA AGLI SPRECHI: CI SAREBBERO 24.000 ESUBERI DI PERSONALE
Inefficienze, sprechi, clientelismo.
C’è un po’ di tutto in questa cifra incredibile: 24.396.
Secondo l’ufficio studi della Confartigianato questo numero rappresenta l’eccesso di personale delle nostre Regioni.
Ma ciò che fa davvero impressione ancor più del numero in sè è il rapporto fra i dipendenti inutili e quelli utili.
Su tre persone impiegate nelle amministrazioni regionali ce n’è una di troppo.
Anzichè le attuali 78.679, ne sarebbero quindi sufficienti 54.283. Con un risparmio enorme: due miliardi, 468 milioni e 300 mila euro l’anno.
Cifra che equivale al 28 per cento dell’addizionare regionale dell’Irpef.
Tagliando il personale in eccesso nelle Regioni, insomma, ogni cittadino italiano potrebbe risparmiare 41 euro l’anno di tasse, ma con differenze enormi: dagli 8 euro del Veneto agli 82 della Basilicata, fino ai 705 (settecentocinque) della Valle D’Aosta
Come hanno fatto questo conto?
Le Regioni sono state per prima cosa suddivise in raggruppamenti omogenei per dimensione e categoria.
All’interno dei quali si sono poi individuati i relativi benchmark: la Sardegna per le Regioni a statuto speciale grandi, la provincia di Bolzano per quelle piccole, la Lombardia per le Regioni ordinarie grandi e la Liguria per quelle piccole.
Il calcolo è venuto di conseguenza: con risultati in qualche caso sorprendente.
Il Molise, per esempio. Secondo la Confartigianato per assimilarsi al modello più virtuoso delle piccole Regioni ordinarie dovrebbe perdere oltre i tre quarti del personale attualmente in servizio: 680 dipendenti su 902.
E poi la Campania, dove ben 4.746 impiegati su 7.501 risultano di troppo.
Ma lo studio non risparmia neppure alcuni degli enti considerati più virtuosi, come l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto, che potrebbero fare a meno rispettivamente del 31,9, del 34,4 e del 20,7 per cento del personale.
In queste sole tre Regioni, seguendo il criterio adottato dall’ufficio studi dell’organizzazione degli artigiani, ci sarebbero circa 2.500 esuberi.
Per non parlare di situazioni come quella dell’Umbria, dove risulterebbe in eccesso addirittura il 54,8 per cento del personale: dieci punti più rispetto alla Calabria.
E la Sicilia, nella quale il numero astronomico dei dipendenti è sempre stato assunto a paradigma dello spreco?
Per la Confartigianato ha il 35,4 per cento di esuberi teorici: 6.780 persone.
Lo studio ricorda che la Regione siciliana spende per retribuire il proprio personale una cifra di poco inferiore all’esborso di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario.
Si tratta (dati 2011) di un miliardo 853 milioni contro 2 miliardi 92 milioni.
Una cifra enorme, pur considerando che è comprensiva della spesa per le pensioni degli ex dipendenti, in questo caso a carico dell’amministrazione regionale.
E non c’è dubbio che il caso siciliano indichi come il problema sia particolarmente grave al Sud. Non a caso la stessa Corte dei conti, in un recentissimo rapporto, cita come significativa anche la situazione della Campania ” che fa registrare, nel 2008 una consistenza più che doppia rispetto alla Regione Lombardia, dato che persiste nel 2010 nonostante la riscontrata flessione del 7,73 per cento”.
Lo studio della Confartigianato rimarca che la Regione Campania, con il 59 per cento degli abitanti della Lombardia, ha il 126 per cento dei suoi dipendenti.
Ma la Corte dei conti sottolinea anche gli esempi “rappresentati dalle altre Regioni del Sud (Puglia, Calabria, Basilicata), le quali presentano una consistenza di personale sproporzionata alla dimensioni territoriali e alla popolazione in età lavorativa degli stessi enti”.
C’è poi la questione dei dirigenti, che in alcune Regioni sono decisamente più numerosi.
E qui non parliamo soltanto del Sud. In Valle D’Aosta ce ne sono 143.
Mentre le Province autonome di Bolzano e Trento ne hanno rispettivamente 403 e 256, contro i 251 della Lombardia.
Vero è che in questa Regione il numero dei dipendenti è tale da dare luogo a un rapporto fra dirigenti e non dirigenti particolarmente elevato.
In Lombardia c’è un ufficiale ogni 12,2 soldati semplici.
Ma è pur vero che ci sono Regioni dove questo rapporto è ancora più basso: in Molise c’è un dirigente ogni 10,7 impiegati.
E lo studio non dispone del dato siciliano, che per memoria risulta ancora più piccolo, dato che i dirigenti sono circa 2.000 a fronte di un numero di “non dirigenti” che nel 2011 si aggirava intorno ai 17 mila.
Con queste differenze è chiaro che il costo procapite sia fortemente squilibrato.
Nel Molise si tocca il massimo per le Regioni ordinarie, con 178 euro per far fronte alle retribuzioni del personale regionale a carico di ogni cittadino, contro una media di 45 euro e un minimo, riscontrato sempre in Lombardia, di 23 euro.
In Sicilia gli stipendi dei dipendenti regionali per 346 euro su ciascun abitante dell’isola: più del doppio rispetto ai 162 euro della Sardegna.
Un discorso simile, spiega l’ufficio studio della Confartigianato, si potrebbe fare anche con le burocrazie comunali.
Per cui ci sono, eccome, disparità territoriali non trascurabili. Anche se il risparmio che si potrebbe ottenere dagli oltre 8 mila Comuni è decisamente inferiore a quello calcolato per le Regioni: un miliardo 451 milioni contro quasi due miliardi e mezzo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere dela Sera“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’F35 SALE DA 80 A 127 MILIONI DI DOLLARI… A FRONTE DI POCHE DECINE DI ASSUNZIONI
I capannoni costruiti dalla Maltauro di Vicenza e ancora freschi di intonaco si intravvedono
appena oltre le recinzioni off limits.
Sì perchè l’ultimo stabilimento dell’Alenia, realizzato per assemblare il cacciabombardiere F-35, detto anche Jsf (Joint Strike Fighter), progettato dall’americana Lockheed Martin, si trova all’interno di un aeroporto militare.
Siamo a Cameri, provincia di Novara, sito storico (fondato nel 1909) dell’aviazione tricolore.
Oggi ospita il Reparto Manutenzione Velivoli che fa assistenza ai Panavia Tornado e agli Eurofighter Typhoon.
L’eco delle polemiche sollevate sul costo dei 90 aerei che l’Italia si è impegnata ad acquistare, qui arriva attutito.
Le rare persone che entrano o escono veloci in auto non si fermano neppure per dire “buongiorno”.
Off limits, zona militare, appunto.
Già , le polemiche.
In una intervista al portale specializzato “analisidifesa.it”, il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa, ha ammesso candidamente che il costo dei cacciabombardieri F-35 per Aeronautica e Marina italiane sarà ben più alto dei circa 80 milioni di dollari per ciascun esemplare dei primi tre apparecchi, comunicati a suo tempo al Parlamento.
«Il dato si è rivelato irrealistico – ha spiegato il generale – poichè si riferiva a una pianificazione ormai superata dalle vicende del programma e verteva sul solo aereo nudo».
I primi F-35 avranno un costo previsto attualmente in 127,3 milioni di dollari (99 milioni di euro) a esemplare per la versione A e di 137,1 milioni di dollari (106,7 milioni di euro) per la versione B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) che verranno acquisiti dal 2015.
Una volta usciti dalle catene di montaggio di Cameri, all’inizio del 2015, i primi 3 caccia “stealth” Lockheed Martin F-35A Ctol a decollo convenzionale per l’Italia (60 quelli previsti), saranno inviati presso il centro di addestramento negli Stati Uniti per iniziare la formazione dei piloti e degli specialisti.
Nel 2016 saranno seguiti dai primi 2 di un successivo gruppo di 3 esemplari.
Il primo F-35A si schiererà sulla base di Amendola dell’Aeronautica militare nel marzo 2016, mentre il primo F-35B Stovl a decollo corto e atterraggio verticale (30 fra Marina e Aeronautica), il cui contratto d’acquisto è previsto nel 2015, comincerà a operare dalla base di Grottaglie a partire dalla seconda metà del 2018.
Questo, dopo il taglio di 41 esemplari deciso a febbraio dal governo, è il nuovo programma di acquisto degli Jsf, secondo quanto illustrato dal generale Debertolis.
Il quale non ha negato le criticità emerse in America sul fronte industriale del programma Jsf: il costo è aumentato a una media di ben 40 milioni di dollari al giorno in 11 anni, preoccupando non poco il Pentagono. Anche perchè, vista la crisi economica mondiale, già alcuni Paesi hanno deciso di tirarsi indietro.
In Italia, invece, pur con un programma ridotto rispetto all’originale (approvato via via dai governi Prodi, Berlusconi, D’Alema, Prodi e di nuovo Berlusconi), l’esecutivo Monti, che vede alla Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, uno dei principali sostenitori del progetto, ha deciso di proseguire.
L’Italia dovrebbe alla fine spendere qualcosa come 16,9 miliardi di dollari e, secondo, Debertolis, ne avrebbe un ritorno industriale del 77%, pari a circa 13 miliardi.
Oltre all’assemblaggio dei propri aerei e di quelli di qualche altro Paese europeo, l’Italia avrebbe assegnata la costruzione di un migliaio di ali. Sinora il nostro Paese ha speso per il programma fra i 2 e i 2,5 miliardi di euro e ha avuto ritorni industriali per 631 milioni di dollari.
Sullo stabilimento di Cameri, che si trova nel collegio elettorale del presidente della Regione Piemonte Roberto Cota, ha messo grande enfasi la Lega, tanto da farne oggetto di visite entusiastiche dell’allora ministro Umberto Bossi.
La fabbrica, denominata “Faco” (Final assembly and check out) è costata allo Stato 800 milioni di euro.
Qualche anno fa fu messa in giro la voce che il programma F-35 avrebbe portato alla creazione in Italia di 10 mila posti di lavoro. In realtà si è rivelata una bufala.
Oggi a Cameri, come confermano fonti sindacali e aziendali, lavora solo un centinaio di persone, per lo più “in missione” dall’Alenia di Caselle: solo alcune decine sono nuovi assunti.
«In pratica il personale occupato sulle linee di Cameri non sarà a “somma”, ma a “sottrazione” di quello di Caselle – spiega Gianni Alioti, responsabile esteri della Fim Cisl nazionale – Alla fine il numero di persone impiegate nella “Faco”, fossero anche i 1.816 su tre turni di cui ha parlato il ministero della Difesa nel 2010, o i più realistici 600 lavoratori che risultano a noi sindacati, saranno solo in parte nuovi posti di lavoro».
Ma non è solo una questione di costi fuori controllo e di occupazione fantasma. «Il programma dei cacciabombardieri F-35 è industrialmente un errore – sostiene Lino Lamendola che segue il settore per la Fiom piemontese -. Come Paese siamo passati dal partecipare a programmi proprietari in consorzio con altri partner europei al ruolo di fornitori di aziende Usa. Non abbiamo nessun ruolo nello sviluppo della tecnologia, siamo fuori dall’ingegneria e dalla progettazione. Una condizione di subalternità letale per l’industria nazionale. Una scelta di politica suicida».
Il paradosso è che non ci sono certezze neppure di rientrare dagli 800 milioni investiti dal governo per la “Faco”.
«Non c’è nulla di garantito – ha rivelato il segretario generale della Difesa -. Dagli Americani abbiamo un contratto effettivo per 100 ali e una dichiarazione di intenti per 800». Come cantava Giorgio Gaber, «anche per oggi non si vola».
(da “La Stampa“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
OMESSI CONTROLLI SUL CICLO RIFIUTI: STANGATA DA 56 MILIONI DI EURO
La Commissione Ue ha deciso di chiedere che la Corte europea di giustizia multi l’Italia perchè non ha rispettato le sentenze che chiedono la bonifica di centinaia di discariche illegali di rifiuti.
La multa sarà di 56 milioni di euro, oltre a 256.000 euro da pagare per ogni giorno successivo alla sentenza fino al momento in cui verrà materialmente effettuato il versamento.
La Commissione Ue spiega in una nota che, «nonostante una precedente sentenza della Corte di giustizia al riguardo nell’aprile 2007, i problemi sussistono ancora in quasi tutte le regioni italiane e le misure in vigore non sono sufficienti per risolvere il problema a lungo termine.
Su raccomandazione del Commissario per l’Ambiente, Janez Potocnik, la Commissione ha pertanto deciso di deferire l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea e di imporre un’ammenda forfettaria di 56 milioni di euro (28089,60 euro per giorno tra le 2 sentenze della Corte) e un’ammenda giornaliera di 256819,20 euro per ogni giorno successivo alla seconda sentenza fino al giorno della regolarizzazione dell’infrazione».
La procedura di infrazione si riferisce a 255 discariche – 16 delle quali contenenti rifiuti pericolosi – che devono ancora essere bonificate.
Nonostante gli impegni assunti dalle autorità italiane nel 2007, sottolinea Bruxelles, solo 31 discariche problematiche saranno bonificate entro la fine del 2012.
Un calendario completo per l’ultimazione dei lavori è stato programmato unicamente per 132 discariche su 255.
Inoltre, la Commissione non dispone di informazioni da cui risulti che l’Italia abbia istituito un sistema di controllo adeguato per evitare l’apertura di nuove discariche illegali.
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