Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
DA “SETTE”, L’ANTICIPAZIONE: VIAGGIO ALL’INTERNO DEL NON-PARTITO DEL COMICO GENOVESE… IL RACCONTO DI UN GIORNALISTA CHE SI E’ FINTO UN GRILLINO
Pubblichiamo un estratto dell’articolo di Mauro Suttora, in edicola su Sette con il
Corriere della Sera.
Maledetto neon. Quello nella sala sotterranea dell’albergo La Rotonda di Saronno (Varese), dove il 18 novembre partecipo alla conferenza regionale lombarda del Movimento 5 Stelle (M5S), è squallido quanto la luce bianca da obitorio che quarant’anni fa mi fece scappare dalla mia prima riunione politica, al ginnasio di Bergamo.
Sono un grillino. Qualche mese fa mi sono “registrato” nel portale di Beppe Grillo: un po’ per simpatia personale, un po’ per curiosità professionale.
È gratis, basta mandare la scansione di un documento.
E ora eccomi qua a fare la vita del militante semplice, anzi del “cittadino attivo” come si dice in grillese. (….)
Gli anti-politici.
L’8 settembre faccio un salto a una manifestazione in piazza XXV Aprile che ripete la richiesta del primo Vaffa-day, cinque anni fa: via i pregiudicati dal Parlamento.
Purtroppo c’è poca gente, e in più tanto nervosismo perchè è appena scoppiato il caso di Giovanni Favia, consigliere regionale M5S emiliano beccato in un fuorionda di Piazza pulita ad accusare Grillo e il suo consulente Gianroberto Casaleggio di ogni nefandezza.
Mi stupisco: avevo intervistato Favia pochi mesi prima, era la punta di diamante del movimento. I militanti sono assediati dai giornalisti che chiedono se è vero che nel M5S manca la democrazia interna, come denunciato da Favia. In quasi tutti i grillini c’è un fervore palingenetico: sono convinti di essere i primi a voler «fare politica in modo pulito». Io invece ne ho già visti tanti, con questo lodevole proposito. (…)
Gli incontri sono sempre molto operativi, “concreti”: bisogna organizzare i banchetti o i criteri per le liste elettorali, le “graticole” per selezionare i candidati o la lista dei “referenti” provinciali del gruppo regionale comunicazione, sottogruppo ufficio stampa.
Non si parla quasi mai di politica, in realtà .
Per quello ci sono i post quotidiani di Grillo sul suo portale nazionale.
Scritti a volte da lui (o chi per lui: alcune finezze lessicali come “mesmerismo mediatico”, nel famoso post sul punto G della Salsi del 31 ottobre, non gli appartengono) o appaltati ad altri: il polemista Massimo Fini, l’anarchico Ascanio Celestini, l’economista della “decrescita felice” Maurizio Pallante, l’esperto di servizi segreti Aldo Giannuli, il prof universitario di matematica torinese Beppe Scienza che vent’anni fa dava consigli ai risparmiatori sull’Europeo. (…)
La cosa che m’infastidisce di più nel M5S è la fede assoluta in internet.
«La Rete risolve ogni problema», tuona Grillo dai palchi dei comizi, ed è piacevole starlo ad ascoltare.
«Grazie alla Rete scopriremo gli arrivisti che cercano di fare carriera nel M5S», dicono sicuri i miei compagni di riunione.
Poi però basta che si candidi un qualsiasi Gianni Colombo a Milano, lo si googla per controllare e, panico: ce ne sono centinaia!
Come scoprirne i passati misfatti, le candidature in altri partiti?
Il povero Biolè è stato fatto fuori perchè aveva già fatto il consigliere comunale in una lista civica apartitica del suo paesino di 500 abitanti sulla montagna cuneese negli Anni 90, volontario ambientalista benemerito con vent’anni d’anticipo rispetto a molti grillini neofiti; ma oggi, a scoppio ritardato di due anni, è diventato un reprobo da espellere, con tanto di lettera degli avvocati Squassi e Montefusco di Milano per conto del signor Grillo Giuseppe, “proprietario unico del marchio 5 Stelle”. (…)
Dopo aver frequentato e votato per sessantottini, radicali, verdi, leghisti e dipietristi, mi affido abbastanza disperato a Grillo.
Perchè, nonostante tutte le critiche e quindi anche questo articolo, il M5S mi sembra l’unica cosa nuova nella vita pubblica italiana oggi.
Probabilmente sbaglio, e dopo la sesta illusione arriverà come sempre la delusione. In effetti, il neon delle riunioni è orrendo come 40 anni fa.
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LE ANOMALIE DELLE PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA… UNA BATTAGLIA CONSUMATA NON ALL’INTERNO DI UN PARTITO MA A UNA VASTA PLATEA…UNO SCONTRO APERTO NON DOPO UNA SCONFITTA, MA ALL’APPROSSIMARSI DI UNA VITTORIA
Si dice che nelle primarie si sono confrontate due concezioni diverse, e forse opposte, della sinistra. Verissimo.
Ma la novità principale non è questa. Nè in Italia, dove due idee diverse, e forse opposte, di sinistra – la prima, a grandi linee, socialdemocratica, la seconda, sempre a grandi linee, «democratica» – si confrontano con alterne sfortune (basta sfogliare gli annali dell’interminabile duello tra Massimo D’Alema e Walter Veltroni) da vent’anni e passa. Nè in Europa, dove le forze socialiste, socialdemocratiche e laburiste non sono affatto, e da un pezzo, quel Moloch operaista, statalista e spendaccione di cui si chiacchiera a sproposito da noi, ma sul nodo identitario si confrontano, e talvolta duramente si scontrano, senza per questo andare in pezzi: di questo già nei tardi anni Novanta ci aveva parlato, per fare l’esempio più classico, l’affermazione di Tony Blair, di questo, esaurito il blairismo, ha continuato a parlarci la vittoria per un pugno di voti di Ed Miliband sul fratello David, poco più di due anni fa, nella contesa per la guida del Labour Party.
A rendere originale il caso italiano, come si sarebbe detto una volta, sono soprattutto altri due fattori.
Il primo, e il più evidente, è che la battaglia non si è consumata in un congresso di partito (per la semplice ragione che da noi partiti propriamente detti non ce ne sono più, e il Pd non sfugge alla regola), ma ha avuto per platea elettorale tre milioni di persone.
Il secondo, su cui, a torto, si riflette meno, è che lo scontro non si è aperto, come vuole gran parte della tradizione della sinistra (non solo italiana) all’indomani di una sconfitta, o di una serie di sconfitte, ma alla vigilia di una vittoria elettorale unanimemente considerata assai probabile.
Anche perchè le elezioni politiche ormai incombono e un competitor, sull’altro, disastratissimo fronte, ancora non c’è: con tutti i rischi di vertigine da successo (Silvio Berlusconi 1994 docet) che un simile vuoto inesorabilmente comporta, visto che l’implosione della destra politica sembra sì inevitabile, ma i suoi elettori, per quanto intristiti e arrabbiati, sono vivi e vegeti.
Si è letto che le primarie sono state un concorso pubblico per l’incarico a candidato premier, svoltosi nella forma di una grande, e salutare, festa democratica.
Anche in questo caso, verissimo.
Ma forse, per i motivi sopra ricordati, sono state pure qualcosa di diverso e di meno facile da decifrare.
Una specie di simulazione di massa delle elezioni vere, resa più realistica dal fatto che, a torto o a ragione, agli occhi della grande maggioranza dell’opinione pubblica, non solo di sinistra, il clou della contesa per la futura premiership è, Mario Monti permettendo, tutto interno alla sinistra.
Questo aiuta a capire, tra l’altro, anche la quantità imbarazzante di endorsement piovuti dalla destra su Matteo Renzi, il più delle volte a modo loro sentiti e sinceri, specie quando a manifestarli non sono stati politici di professione: è il caso, di cui ha detto benissimo Massimo Mucchetti, del fior fiore dell’intellettualità liberista italiana, e della sua curiosa, ricorrente pretesa di chiedere alla sinistra di fare la destra.
Resi alle primarie, a chi le ha coraggiosamente volute e a chi le ha con fortissimo impegno combattute tutti i meriti democratici di questo mondo, resta per Pier Luigi Bersani, e seppure in diversa misura per Renzi, il problema delle secondarie, il problema di vincere cioè, quale che sia la legge elettorale, le elezioni politiche.
Mettendo in conto che a quel punto l’avversario oggi latitante probabilmente ci sarà , forse con le fattezze di Berlusconi, forse no.
Idee, programma, squadra (anzi, squadrone): tutto quello che il vincitore delle primarie promette di mettere in campo da oggi alle prossime settimane, sempre che si tratti di idee, di un programma e di una squadra convincenti, va benissimo. Ma non basta.
Nelle settimane scorse, battendo l’Italia con il suo camper, Renzi ha rilanciato, si intende a modo suo, la «vocazione maggioritaria» cara a Veltroni: l’idea cioè di una sinistra che, finalmente emancipata dai propri anziani e dal proprio passato, può farcela da sola. Bersani questa visione non l’ha mai condivisa, e non solo perchè con quel grumo di storia, valori e interessi che definiamo passato coltiva (come, si è visto, la maggioranza dell’elettorato attivo del Pd, di Sel e dei socialisti) un rapporto diciamo così più rispettoso. È convinto che la sinistra, qualsiasi sinistra, non è mai stata e ben difficilmente sarà maggioranza in questo Paese.
Non si traveste da moderato, ma sa che, per governare, non solo con le ragioni, gli interessi e, naturalmente, i voti dei moderati vanno fatti i conti, ma con una parte almeno del loro mondo bisognerà probabilmente allearsi.
Farlo dopo il voto sarebbe, forse, una soluzione realistica. Ma sarebbe anche una soluzione contraddittoria con la logica stessa delle primarie, e con la conclamata volontà di mettere anche stavolta gli italiani in condizione di sapere chi li governerà la sera stessa delle elezioni.
Fossimo in Bersani, un incontro formale al suo amico Pier Ferdinando Casini, per chiedergli amichevolmente che cosa vuol fare e con chi vuole stare da grande, cominceremmo a chiederlo già adesso.
Paolo Franchi
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
CLINI: PER LA PREVENZIONE 40 MILIARDI IN 15 ANNI, MA E’ SUBITO POLEMICA
Il clima mutante detta le nuove regole della sicurezza. 
In un paese divorato dalle frane e dagli smottamenti c’è un 10 per cento di territorio in condizioni di alto rischio idrogeologico.
All’interno di questa zona sono state individuate aree in cui abitare è diventato troppo pericoloso e quindi non si costruirà più.
Chi ha già una casa dovrà assicurarla perchè le probabilità di andare incontro a un disastro hanno raggiunto il livello d’allarme.
Sono le due principali novità contenute nella delibera Cipe annunciata ieri, a Doha, dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini.
Dopo un anno segnato da tempeste che si trasformano in bombe d’acqua e dalle flash flood, le alluvioni lampo, il provvedimento era nell’aria.
Ora, alla conferenza Onu sul clima in Qatar, sono arrivate le conferme scientifiche di un trend in forte accelerazione: l’aumento delle emissioni serra prodotte per l’85 per cento bruciando combustibili fossili sta provocando un aumento drammatico dei fenomeni meteo estremi.
«Dobbiamo ridurre le emissioni di anidride carbonica, ma ci vorrà tempo e intanto bisogna prepararsi ad affrontare le conseguenze dei mutamenti climatici già prodotti», spiega Clini. «Le piogge sono più intense e concentrate e in molte zone tendono a trasformarsi in alluvioni, dobbiamo attrezzarci per fronteggiare il nuovo rischio».
Il piano prevede un pacchetto di interventi in un’area grande 29.500 chilometri quadrati in cui vivono 6 milioni di persone sparse in 6.631 comuni (con 1.260.000 edifici tra cui 6 mila scuole e 531 ospedali). In questo 10 per cento d’Italia scatterà il piano sicurezza.
La manutenzione dei corsi d’acqua e le opere di difesa idraulica dei centri abitati diventeranno obbligatorie.
Si dovranno recuperare i terrazzamenti che proteggono i pendii dalle frane.
La cementificazione dovrà essere contenuta al massimo.
I boschi trattati con cura rafforzandoli con le piante autoctone (basta con i rimboschimenti fatti con pini e abeti d’importazione) e usando la biomassa disponibile a fini energetici.
Coste e lagune esposte all’innalzamento del mare dovranno essere protette.
Ogni quattro anni l’agenda della messa in sicurezza sarà revisionata in base a un rapporto scientifico di aggiornamento del rischio prodotto dal cambiamento climatico.
Il pacchetto di interventi costerà 40 miliardi in 15 anni (ora ne spendiamo 3,5 l’anno per i danni da eventi climatici estremi) e sarà finanziato in parte con il 40% dei proventi delle aste per i permessi di emissione di anidride carbonica e in parte con la tassazione sui carburanti che dovrà essere rimodulata a parità di prelievo fiscale.
Soddisfatto dalla delibera il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi («Bloccare le costruzioni in tutte le aree ad elevato rischio idrogeologico è una forma di prevenzione efficace e a costo zero, noi lo abbiamo già fatto»), mentre l’assicurazione obbligatoria, legata a un disegno che il governo presenterà entro marzo, divide. Coldiretti e Confedilizia si sono dichiarate contrarie.
Antonio Cianciullo
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 7th, 2012 Riccardo Fucile
LO AVEVA ACCENNATO BERSANI COME PROPOSTA PER SELEZIONARE I GRUPPI DIRIGENTI DEL SINDACATO, MA HA TOCCATO QUALCHE NERVO SCOPERTO
È stata solo una battuta ma nel sindacato qualche mal di pancia l’ha provocato.
In una delle interviste rilasciate il giorno dopo l’affermazione nel ballottaggio il vincitore Pier Luigi Bersani ha sostenuto la bontà del metodo delle primarie anche per quanto riguarda la selezione dei gruppi dirigenti del sindacato.
Bersani sicuramente lo aveva dimenticato ma questa parola d’ordine era già risuonata in casa Cgil nel 2009 creando qualche turbamento.
Un corsivo di un ex dirigente, Michele Magno, pubblicato sul Foglio aveva sostenuto le primarie «come antidoto contro lo strapotere delle burocrazie e delle nomenklature».
E poco dopo la minoranza della Cgil, che in quella circostanza si opponeva al segretario Guglielmo Epifani per sbarrare la strada alla staffetta con Susanna Camusso, aveva fatto sua la proposta di far votare almeno tutti gli iscritti con esplicite dichiarazioni di due dirigenti di peso come Gianni Rinaldini e Guglielmo Podda.
Anche oggi la parola «primarie» provoca qualche reazione nell’alta dirigenza Cgil e il motivo è semplice: si teme che un giorno o l’altro possa diventare il grido di battaglia della minoranza e in particolare di Maurizio Landini, leader della Fiom.
Oggi però Landini ha davanti a sè ben altre priorità (il contratto separato dei metalmeccanici, la legge sulla rappresentanza) e quindi il confronto sulle regole interne di governance è rimandato nel tempo.
Comunque Bersani ha capito di aver fatto una gaffe propagandando le virtù onni-salvifiche delle primarie e nelle successive sortite si è ben guardato dal riproporre l’idea.
Se infatti il segretario ha una preoccupazione è quella di dosare i rapporti con la Cgil che lo ha sostenuto con trasporto e dedizione nel derby con Matteo Renzi e che di conseguenza va in qualche maniera ricompensata.
Bersani in cuor suo avrebbe preferito che Camusso avesse firmato l’accordo sulla produttività , come si può tranquillamente evincere dalle dichiarazioni rilasciate a caldo da Stefano Fassina, ma non ha nessuna voglia di tornare anche su questo spinoso argomento.
Il messaggio che invece ha voluto mandare riguarda la concertazione.
Camusso è sempre feroce nelle dichiarazioni anti-Monti per valutazioni di merito sui suoi provvedimenti ma anche perchè non ha mai digerito la derubricazione del tradizionale schema di rapporti imprese-sindacato-governo.
Bersani l’ha rassicurata che «se dovesse toccare» a lui si tornerebbe all’antico e per la Cgil è musica visto che incasserebbe non solo il replay della concertazione ma anche il vantaggio di avere a Palazzo Chigi un «premier amico».
Prima però che tutto torni al suo posto ci sarà modo per entrare nel merito delle diverse concezioni del metodo concertativo.
In Cgil tutto sommato il tavolo a tre viene considerato come il presupposto di un intervento finanziario pubblico keynesianamente necessario per risolvere i problemi. Non è detto, invece, che Bersani e Fassina la pensino proprio allo stesso modo.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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