Destra di Popolo.net

SOLDI AI PARTITI E SIGNIFICATO DELLE PAROLE: ABOLIRE VUOL DIRE ABOLIRE, NON RIMODULARE

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

CON LA NUOVA LEGGE NON SI ABOLIRA’ UN BEL NULLA, LA POLITICA ABBIA L’ONESTA’ DI DIRE LA VERITA’

Sul finanziamento pubblico dei partiti si possono avere le idee più diverse.
Oggi, come vent’anni fa, è molto popolare l’idea che debba essere abolito integralmente.
Ma anche l’idea opposta, e cioè che qualche forma di finanziamento pubblico debba esserci, è tutt’altro che priva di buone ragioni.
Qui vorrei non entrare nel merito della questione, perchè tanto ognuno resta della propria idea.
E quale sia la mia opinione personale è del tutto irrilevante.
Quello che però vorrei dire con forza è che, come cittadino, ho trovato offensiva — per non dire beffarda — l’impostazione del disegno di legge appena proposto dal governo. Provo a spiegare perchè.
Il primo articolo del disegno di legge recita «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti». Nella lingua italiana la parola «abolito», in assenza di ulteriori qualificazioni, significa soppresso, tolto, eliminato, azzerato.
Inoltre, per il cittadino italiano medio, la parola «finanziamento pubblico dei partiti» designa l’insieme di risorse pubbliche che affluiscono ai partiti: rimborsi elettorali, finanziamento dei gruppi politici a livello centrale e locale, agevolazioni fiscali e tariffarie, contributi alla stampa di partito.
Dunque, il cittadino pensa: i partiti non avranno più soldi pubblici, e se vorranno essere finanziati i soldi dovranno chiederceli direttamente.
Leggendo il Disegno di legge, invece, si scopre che le cose non stanno così. Nel 2013 non cambia nulla.
Nel 2014, se il Disegno di legge sarà  approvato entro quest’anno, i rimborsi elettorali attuali cominceranno ad essere limati un po’, e spariranno del tutto solo nel 2017 (nel 2018 se il Disegno di legge dovesse essere approvato solo nel 2014).
In compenso, fin dal 2014 scatteranno agevolazioni fiscali alle donazioni private, nonchè finanziamenti ai partiti attraverso un meccanismo di «destinazione volontaria del 2 per mille dell’imposta sul reddito».
Non solo: lo Stato assicurerà  alle forze politiche la disponibilità  di locali e spazi televisivi.
Non è necessario entrare nei dettagli del disegno di legge per rendersi conto di almeno quattro cose.
Primo.
Il disegno di legge non tocca nè il finanziamento dei gruppi parlamentari, nè il finanziamento dei gruppi dei Consigli regionali, due voci molto consistenti del finanziamento pubblico ai partiti.
Secondo.
Lo Stato continuerà  a sostenere dei costi per il finanziamento dei partiti, sia in forma diretta, sia in forma indiretta (le detrazioni fiscali, l’uso di immobili, gli spazi televisivi hanno un costo).
Terzo.
Nel triennio transitorio (2014-2016), nulla assicura che la decurtazione dei rimborsi elettorali non venga compensata, o addirittura più che compensata, dal meccanismo del 2 per mille.
Quarto.
Anche a regime (dal 2017 o dal 2018), nulla esclude che il finanziamento possa essere uguale o superiore a quello previsto dalla legislazione attuale, dovuta al governo Monti (l’articolo 4, anzichè fissare un tetto preciso all’uso del 2 per mille, dice che la spesa non potrà  superare «XXX», una cifra indeterminata che potrebbe persino essere maggior di quella attuale).
Ecco perchè dicevo all’inizio che ho trovato offensivo l’articolo 1 che recita «E’ abolito il finanziamento pubblico dei partiti».
No. Questo disegno di legge prova a ridisegnare una parte del finanziamento pubblico dei partiti secondo nuovi principi (proprio come aveva auspicato Bersani in campagna elettorale), ma non lo abolisce affatto.
Berlusconi e Renzi, a parole paladini dell’abolizione totale, devono farsene una ragione.
Può anche darsi che alla fine i partiti costino al contribuente un po’ di meno di oggi, ma nulla fa pensare che costeranno molto di meno o che costeranno nulla.
Perciò, una sola preghiera.
Cari politici, che quando ci aumentate le tasse vi rifugiate codardamente dietro il verbo «rimodulare», ora che state effettivamente rimodulando il finanziamento dei partiti abbiate almeno il coraggio di non usare il verbo «abolire».
Perchè abolire vuol dire abolire, abolire, abolire (direbbe Gertrude Stein), e se voi dite «abolire» quando non state abolendo affatto, noi ci sentiamo presi in giro.
Insomma, se proprio non riuscite ad avere rispetto per noi, abbiatene almeno per la lingua italiana.

Luca Ricolfi
(da “La Stampa“)

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IMMOBILI, DEBITI E LITI PER I SOLDI: I PESANTI BILANCI DELLA POLITICA

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

TRA CIFRE ASTRONOMICHE, FIDEIUSSIONI PERSONALI E INDEBITAMENTI: GLI ENORMI PATRIMONI DEI PARTITI SCOMPARSI

L’aveva scritto, il commissario di Forza Italia Sandro Bondi, che sarebbe stato il disastro. Messo bene in chiaro, nell’ultimo bilancio.
Il taglio dei contributi elettorali avrebbe avuto effetti pesantissimi sui conti di quel partito ormai defunto, che già  non erano brillantissimi, anche per via dei 55 milioni di debiti bancari in bilancio a fine 2011: con la certezza di vederli crescere ancora, a causa della rinuncia all’ultima tranche dei rimborsi elettorali imposta con la legge del luglio dello scorso anno.
Un passaggio che il tesoriere del Popolo della Libertà  Rocco Crimi non aveva esitato a definire «traumatico», confessando che quei soldi il suo partito li aveva già  spesi, dopo aver ceduto alle banche crediti verso lo Stato per almeno 20 milioni che però non avrebbe più potuto riscuotere. Soprattutto considerando i costi delle campagne elettorali, che nel 2011, anche se ridotti di 11 milioni rispetto al 2010, non erano comunque scesi sotto i 14 milioni e mezzo.
E le spese per mantenere 92 sedi: 4 milioni 340 mila euro soltanto per quelle di via dell’Umiltà  e di palazzo Grazioli, a Roma, dov’è la residenza privata di Silvio Berlusconi.
Nonchè 117 coordinatori e 84 dipendenti, dei quali 34 assunti a tempo indeterminato, in un solo colpo, da Forza Italia.
Un conto astronomico, che i 32 milioni l’anno di «rimborsi» elettorali coprivano per neppure due terzi.
Nè la precaria situazione finanziaria impietosiva gli eletti del partito.
Tenuti a dare ciascuno un contributo, il 34 per cento dei parlamentari risultava in ritardo con i pagamenti, il 21 per cento non aveva mai, ma proprio mai, messo mano al portafoglio.
Totale degli arretrati, compresi i consiglieri regionali: 4 milioni 646 mila euro.
Bondi e Crimi non potevano sapere che Silvio Berlusconi avrebbe ben presto affiancato Beppe Grillo nell’invocare l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti.
Proprio lui, il capo del movimento politico che fra tutti, dall’inizio del secolo, aveva ingoiato la maggiore quantità  di denaro pubblico. Senza riuscire a saziarsi.
Così da dover colmare il fabbisogno di Forza Italia con i debiti, garantiti da una fideiussione personale del Cavaliere per ben 174 milioni.
Ma non tutti hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilità .
Anche perchè di denari statali ne arrivavano in tale quantità  da non riuscire nemmeno a spenderli tutti. Dal 1974 a oggi il finanziamento pubblico ha fatto piovere nelle casse dei partiti, sotto varie forme, non meno di 10 miliardi di euro attuali.
Tanti soldi non potevano che drogare il sistema, da destra a sinistra: provocando casi di pericolosa assuefazione con progressivo e inesorabile distacco dalla realtà .
La Margherita, partito estinto quattro anni prima, aveva ancora a fine 2011 sei dipendenti e 19,8 milioni liquidi in banca più 371.743 euro investiti in una gestione patrimoniale Ras.
Il tutto, dopo che 22 milioni erano già  spariti nella vicenda che ha coinvolto l’ex tesoriere Luigi Lusi.
Basterebbero questi numeri a spiegare perchè nel 2007, quando è venuto alla luce il Partito democratico, i suoi genitori abbiano scelto il regime della separazione dei beni.
Ma per chi non fosse ancora convinto del peso determinante che hanno avuto i quattrini nel contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata fra Ds e Margherita, valga la storia della sede centrale del partito, in via delle Fratte a Roma.
L’immobile è di proprietà  della Fondazione collegio Nazareno, che l’ha affittato per 652.933 euro l’anno alla Margherita, da cui il Pd lo subaffitta pagando però 1.292.339 euro.
I soldi, tanto, sono dei contribuenti. Non basta.
Il Pd ha pure dovuto versare al partito morto, che l’ha fondato, una cauzione di 207 mila euro oltre a prestare una fideiussione di 414 mila euro con la Banca popolare di Milano.
Per la serie: fidarsi è bene, non fidarsi è pure meglio.
I Democratici di sinistra, del resto, hanno ugualmente accettato di buon grado l’idea di non fare cassa comune.
Ma gli eredi del Partito comunista possedevano qualcosa in più dei “rimborsi” elettorali: 2.399 immobili, gran parte dei quali sono sedi del Pd ma ci sono pure uffici e locali commerciali, la cui proprietà  è stata blindata dal tesoriere del partito Ugo Sposetti in oltre 50 fondazioni costituite dalle federazioni locali.
A differenza della Margherita, priva di esposizione bancaria, i Ds avevano poi debiti per 150 milioni, dei quali 101 risalenti alla vecchia gestione del quotidiano l’Unità  che il partito aveva deciso di accollarsi. Ma con un paracadute già  pronto, rappresentato dalla garanzia dello Stato prontamente introdotta con un’apposita leggina.
Che basti questo a giustificare un contratto di matrimonio con clausola di divorzio incorporata, non si può dire.
Viene soprattutto da domandarsi se la storia del Pd sarebbe stata la stessa nel caso in cui fosse andata in porto una comunione dei beni che nessuno voleva. È certo però che lo schema si è ripetuto, identico, a destra.
Dove c’era, anche lì, un partito con un bel patrimonio: tenuto accuratamente, fra le polemiche e le carte bollate, ben lontano dagli sposi dell’epoca, Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi.
Si tratta degli immobili di Alleanza nazionale, ereditati dal Movimento sociale italiano, frutto il larga misura, al pari delle proprietà  dei Ds, di donazioni e lasciti di militanti e simpatizzanti nel corso degli anni.
Il famoso appartamento di Montecarlo venduto per 300 mila euro e nel quale si è scoperto che alloggiava il fratello della compagna di Fini, per esempio. Ma anche la prestigiosa sede di Roma, in via della Scrofa.
Il partito è finito in liquidazione pieno zeppo di soldi dei rimborsi elettorali.
Nel 2010, pur essendo già  deceduto da ben tre anni aveva in cassa disponibilità  liquide, tenetevi forte, per 74 milioni 644.996 euro. Somma che un anno dopo si era ridotta a 11 milioni 876.217 euro.
Nel frattempo il 14 dicembre 2011 tutto il patrimonio di An, costituito dalle tre società  immobiliari Nuova Mancini, Italimmobili e Venezia estuario, dagli stabili romani di via Paisiello e via Fratelli Bandiera, più arredi e automezzi vari è finito in una Fondazione.
I proprietari? Presidente è l’ex senatore di An Franco Mugnai, e nel comitato esecutivo insieme all’amministratore Donato Lamorte compaiono colonnelli del vecchio partito quali Maurizio Gasparri, Gianni Alemanno, Altero Matteoli e Ignazio La Russa, ora a capo di Fratelli d’Italia. Valore dei beni trasferiti: 61 milioni.
Valore di libro, ovviamente. Il che significa che va moltiplicato per svariate volte.
Trecento milioni? Quattrocento? Cinquecento? Comunque un’enormità . Blindata.
Inevitabile che su questa vicenda volassero gli stracci fra le gerarchie presenti e passate del fu Movimento sociale.
Ma se c’è qualcosa su cui i nostri politici riescono a litigare con maggiore impegno rispetto alle ben più importanti questioni di linea politica, sono proprio i denari.
Dopo la puntata di Report di Milena Gabanelli che ha raccontato il turbinio di proprietà  immobiliari intorno ad Antonio Di Pietro, l’Italia dei Valori ha rischiato di andare in pezzi. Risultato è che in parlamento adesso non c’è nemmeno un dipietrista.
E di rimborsi elettorali, che comunque dovrebbero cessare del tutto fra quattro anni, neanche l’ombra. Non resta che tirare la cinghia, dopo anni di vacche grasse che hanno lasciato il segno. Alla fine del 2012 l’Italia dei Valori poteva pur sempre contare su un patrimonio netto di 16,6 milioni: 4,4 milioni in banca e 8 milioni investiti in prodotti finanziari fra cui i 7,3 alla Eurizon capital, società  di gestione del risparmio del gruppo Intesa San Paolo. Rendono il 3,56 per cento netto.
Di sicuro non come certi investimenti fatti dal precedente tesoriere della Lega Francesco Belsito, che aveva spedito quattrini in Tanzania o a Cipro e acquistava diamanti e lingotti d’oro. Bei tempi, ma irripetibili. Perchè adesso è vietato per legge.
Ai partiti è concesso investire unicamente in titoli di Stato dei Paesi dell’Unione europea.
E i fondi al Carroccio non mancano proprio.
Al 31 dicembre 2011 aveva 12,8 milioni in banca e ben 20,3 milioni investiti in titoli, pronti contro termine e certificati di deposito.
Per non parlare del patrimonio immobiliare, iscritto a bilancio per 8,3 milioni, e dei sette milioni e mezzo di partecipazioni azionarie.
Ma nessuna voce poteva sorprendere più del valore degli automezzi di un partito che contava un anno fa 72 dipendenti: un milione 241.307 euro.
Con quei soldi, Beppe Grillo avrebbe finanziato sei campagne elettorali come quella che ha portato il Movimento 5 Stelle oltre il 25 per cento…

Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)

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BERLUSCONI: “SE LA CONSULTA MI BOCCIA SALTA TUTTO”

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

LA CORTE COSTITUZIONALE SI RIUNISCE IL 19 PER IL CASO MEDIASET… NUOVA STRUTTURA IN VISTA PER IL PDL

Succede che il 19 la Corte Costituzionale si pronuncerà  sul legittimo impedimento negato a Berlusconi nel processo sui diritti tv Mediaset.
Se la Consulta a sua volta boccerà  l’esistenza dei presupposti — è il suo ragionamento — allora quello sarà  il segnale che si scivolerà  facilmente verso una conferma di condanna in Cassazione entro l’anno (con interdizione).
A quel punto, «la situazione può complicarsi e far saltare tutto», dicono i più agguerriti.
«Non accadrà  nulla, lavoriamo al governo e portiamo risultati» filtra dalla segreteria Alfano.
Ma pochi giorni dopo, lunedì 24 giugno, incomberà  anche la sentenza Ruby.
Un uno-due che rischia di far scattare nervi ed equilibri. La situazione dunque potrebbe precipitare
In quel caso, meglio farsi trovare pronti.
I tre “falchi” hanno portato infatti al capo un progetto per rilanciare un partito leggero, molto stile Usa, da far viaggiare con pochi soldi (dopo l’azzeramento dei finanziamenti sarà  inevitabile) e con risorse da reperire anche con tesseramenti vip a tre zeri e col crowfunding, raccolta di microdonazioni sul web, oltre che con le solite cene.
E ancora, un’ala del partito più giovane e movimentista che sia pronta a seguire il leader in tutte le sue battaglie, anche quelle personali, lasciando ad Alfano e altri dirigenti il partito «di governo».
Tutte idee che il capo metterà  in ordine per illustrarle ai dirigenti Pdl che saranno convocati a Palazzo Grazioli tra domani e mercoledì.
Sotto il segno dei falchi? Certo è che la presenza dei tre a Porto Rotondo ha mandato in fibrillazione tutta l’area “governativa”.
E sicuramente Alfano non nasconde la sua irritazione.
Di rimettere in discussione il doppio incarico del segretario e vicepremier, però, Berlusconi non ha voluto sentir parlare.
Ma la polemica interna tra falchi e colombe ormai divampa.
«Ognuno fa quello che vuole, ma questi incontri separati difficilmente portano esiti chiari, occorre discutere tutti insieme » attacca Maurizio Gasparri, che come altri non ha preso bene la missione sarda.
«Polemiche stucchevoli», ribatte la Santanchè appena sbarcata a Milano in serata: «Vorrei che tutto il partito prendesse coscienza che tra 15 giorni una sentenza potrebbe togliere dalla scena politica il nostro leader Berlusconi. Mi piacerebbe che da oggi ad allora tutti insieme ci preoccupassimo solo di questo perchè una sentenza che non ripristinasse giustizia sarebbe inaccettabile».
Il Cavaliere non pensa ad altro ed è bene che tutti facciano altrettanto, è il messaggio.
Berlusconi, prima di volare ad Arcore per incontrare in serata Allegri, ha ripetuto ai tre ospiti che il governo Letta va avanti «ma deve far valere le nostre priorità », dall’Imu all’Iva.
Il fatto che alla Certosa abbiano rimesso mano alla macchina organizzativa tuttavia è un campanello, nel mondo berlusconiano preludio di elezioni non lontane.
L’aria è elettrica, in attesa del vertice a Grazioli dopo una settimana di eclissi del capo.
Per arginare lo strapotere di Verdini, rimasto coordinatore unico, torna in scena l’ex coordinatore dimissionario Sandro Bondi, pronto a riappropriarsi del ruolo.
Il fedelissimo di sempre giovedì mattina, a freddo, ha ammonito i falchi interni con una nota: «In questo momento, chi non comprende che il Pdl ha il dovere di garantire il successo del governo Letta, lo fa sulla base di personalismi e smanie di potere».
Posizionamento al fianco del segretario Alfano e dell’esecutivo che ha prodotto i suoi effetti.
Da un paio di giorni, i capigruppo Brunetta e Schifani, oltre a Ravetto e altri parlamentari invocano in coro un suo ritorno al vecchio ruolo (oggi dovrebbe farlo lo stesso Alfano). L’obiettivo del segretario e dei suoi è rilanciare appunto Bondi ai vertici di via dell’Umiltà , facendone una sorta di contrappeso al potere solitario e straripante di Verdini.
«In questo momento, c’è bisogno di coesione e unità , agirò con libertà  nell’interesse del presidente Berlusconi », si limita a dichiarare lui pronto a reindossare i vecchi panni. Lotte di potere interne ormai senza fine, in un Pdl lacerato in correnti stile Dc.
Il capo li lascia sfogare, ha la testa altrove, soprattutto pensa già  ad altro, anche ad un altro partito.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica”)

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SOCIETA’ PUBBLICHE: PARTE LA CORSA PER 200 POLTRONE

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

PALAZZO CHIGI: SUL TAVOLO DEL GOVERNO LA PARTITA DELLE NOMINE… A GIUGNO RAFFICA DI RINNOVI NEI CONSIGLI DELLE SOCIETA’

Il capo della polizia è stato fatto. Restano da fare, il presidente del Copasir e quello della Vigilanza Rai.
Con Grillo che ammonisce: «O ci verrà  affidata la presidenza o ne trarremo le conseguenze». Ma al di là  della scontro dialettico, nella sostanza, e soprattutto nel “sottobosco” delle istituzioni, e dei palazzi romani, trattative e spartizioni sono già  avviate.
E così se per la Bicamerale sulla Tv il Pdl schiererà  tutti i big di partito, e il Pd – si racconta – le seconde file, nel dare e nell’avere di queste ore, il mese di giugno è da sempre la cornice ideale per i riti celebrativi sul rinnovo dei vertici delle aziende pubbliche.
Sul tavolo decine di consigli di amministrazione, poltrone più o meno rilevanti con tanti nomi e pretendenti da indicare: più o meno 200.
E nel Paese in cui si contano migliaia di municipalizzate, decine di agenzie nazionali, 68 consorzi, 32 istituti di ogni genere e tipo, una ventina di Autorità , Fondazioni a non finire e Agenzie governative la partita è sempre caldissima.
Soprattutto, se in ballo ci sono i pezzi più pregiati delle società  di Stato, il cosiddetto motore finanziario pubblico, (racchiuso in parte nella Cassa depositi e prestiti), come la Sace (10 membri tra cda e collegio sindacale), il Fondo italiano di investimento (un presidente, 10 consiglieri, un ad e un collegio sindacale con un presidente due sindaci effettivi e due supplenti) la Sogin (5 esponenti in cda), o le controllate del Tesoro: Sicot, Mefop e soprattutto Finmeccanica e Ferrovie dello Stato.
Solo per quest’ultima, oltre alla capofila, ci sono in scadenza altre tre controllate: della decina di società  che «governa» (in totale poco meno di un centinaio di amministratori) RFI (Presidente uscente Dario Lo Bosco, amministratore delegato Michele Mario Elia), Fercredit (Presidente Clemente Carta, ad Luigi Lenci) e Italfer (Presidente Maria Rita Lorenzetti, ad Renato Casale).
Per ogni Spa, tante poltrone: un amministratore delegato, tre membri del consiglio, un presidente del collegio sindacale, due sindaci effettivi, altri due supplementi, per un totale di 24 posti. E discorso più o meno analogo per Finmeccanica.
E così se per il vertice delle Ferrovie di Stato, almeno per ciò che concerne l’amministratore delegato Mauro Moretti (oltre 800 mila euro l’anno lordi di stipendio), si va verso una decisa riconferma (anche se di Moretti si era fatto il nome per Finmeccanica), per Finmeccanica (falcidiata dalle inchieste con l’ex ad Orsi sotto accusa, e uno stipendio di oltre un milione e mezzo per circa 2 anni di lavoro) — la cui assemblea degli azionisti è stata rinviata — il Tesoro ha chiesto tempo.
Sul tavolo del ministro Saccomanni due opzioni: l’azzeramento dell’intero consiglio di amministrazione o la nomina del solo presidente e del consigliere mancante.
E qui le ipotesi per la poltrona di rappresentanza non mancano di certo: dall’ex ambasciatore Castellaneta (oggi alla Sace) all’ex sottosegretario alla presidenza con delega ai servizi segreti, Gianni De Gennaro fino all’ex ministro degli Esteri Franco Frattini.
Certo, ipotesi e scenari ma che nel mosaico del governo di larghe intese, paradossalmente, trovano più resistenze rispetto alle consuetudini codificate negli anni dal manuale Cencelli.
Insomma, «ora la quadra — racconta un parlamentare che fa da navicella tra governo e partiti — appare più complicata da trovare. Tutti rivendicano titoli per chiedere tutto». E non a caso, infatti, si convocano e poi saltano le assemblee degli azionisti.
Così per Finmeccanica, così per la Sace amministrata da Alessandro Castellano (fonte presidenza del Consiglio: oltre un milione di euro dichiarato nel 2011) che da anni comunque porta utili nelle casse dello Stato (dal 2004 ad oggi oltre 3 miliardi e mezzo di euro).
Fin qui la partita società  delle «condivise» tra Tesoro e Cdp. Ma nella lista ci sono anche altri pezzi pregiati: si parte con Invitalia (altri nuovi consiglieri, altre nove poltrone da piazzare), presieduta da Giancarlo Innocenzi, berlusconiano doc, già  sottosegretario alle Comunicazioni ed ex membro nell’Autorità  garante delle Comunicazioni; e si prosegue con la Mefop (sviluppo fondi pensione), la Sicot (società  di supporto e consulenza del Tesoro) per un totale di altre venti poltrone e, si arriva alla Sogin (Società  che si occupa di smaltimento delle scorie nucleari: un presidente, un ad, un collegio sindacale e un organo di vigilanza. In totale altri 12 membri).
Una vera manna, insomma, per lobbies, politica e potentati finanziari.
Al punto che il parlamentare del Pd, il prodiano Sandro Gozi, con un’interrogazione al presidente del Consiglio, proprio nei giorni scorsi, chiede di fermare le lancette delle nomine per riscrivere criteri e procedure per designare i vertici delle società  pubbliche, ma anche tutti quegli Enti riconducibili a vario titolo ai ministeri. Tutto questo anche in vista del rinnovo di tre grandi società  dell’Enel (Enel Distribuzione, Enel Trade, Enel Produzione, con tre ad, tre presidenti e cda composti da 5 membri ciascuno) e della tornata prossima (primavera 2014) che riguarderà  le governance di tre significative aziende italiane, Eni, Enel e Poste Italiane.
Nel frattempo, ad appuntare il rendiconto delle poltrone ci pensa il Servizio di controllo parlamentare: altri 12 ruoli chiave da assegnare nel mese in corso, oltre a quelli già  individuati di ragioniere generale dello Stato (Daniele Franco), dell’Istituto superiore di sanità  (Fabrizio Oleari) e di tre componenti dell’Isfol: Paola Profeta, Andrea Ranieri e Renato Pirola.

Paolo Festuccia

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“IO STO A GEZI”: A FIANCO DI GREENPEACE E DEL POPOLO TURCO

Giugno 3rd, 2013 Riccardo Fucile

FATE GIRARE IN RETE IL DRAMMATICO APPELLO DEL RESPONSABILE DELL’ORGANIZZAZIONE ECOLOGISTA A ISTANBUL… LIBERTA’ PER IL POPOLO TURCO

Il nostro ufficio a Istanbul è stato assediato. È nel cuore di Taksim, dove la brutale repressione della polizia ha cercato di far cessare proteste pacifiche contro la progettata distruzione del piccolo, storico, parco cittadino di Gezi, vicino a Piazza Taksim.
Le proteste sono cresciute fino a coinvolgere decine di migliaia di persone, con un sostegno che arriva da tutto il mondo.
Nel momento in cui scrivo c’è una relativa calma dopo la tempesta, a Taksim, la polizia si è ritirata da Gezi e i gas lascrimogeni si stanno disperdendo.
Ma il Primo Ministro Erdogan continua a voler portare avanti testardamente il progetto per distruggere il parco. Non ascolta le proteste pacifiche dei dimostranti ma ammette che la Polizia potrebbe aver ecceduto.
Insomma, non è ancora finita.
Nelle ultime 24 ore, la polizia ha lanciato lacrimogeni sul tetto e nell’ingresso dell’edificio che ospita il nostro ufficio. Non siamo una minaccia, siamo non violenti e stiamo offrendo assistenza medica ai feriti che ne avessero bisogno, che siano pacifici dimostranti o poliziotti con le loro pesanti armature.
Ci sono persone che da tutta la Turchia stanno arrivando a Taksim e altre che si stanno radunando nelle città  del Paese, e in tutto il mondo, per esprimere solidarietà  e dire “Io sto a Gezi” e “vi stiamo guardando e siamo sconvolti da questa brutalità ”.
Non è più questione di un pugno di alberi in un piccolo parco cittadino, o del progetto di sostituire il parco con un centro commerciale, anche se — fate attenzione — la fondamentale necessità  delle persone di spazi naturali contro la marcia inesorabile dei centri commerciali rimane un fattore importante.
La brutale repressione governativa che ha permesso a poliziotti corazzati di scatenare, in una nebbia di gas lacrimogeni, una tempesta di proiettili di plastica contro pacifici dimostranti ci porta alla mente le immagini della gente a Piazza Tahrir, al Cairo, o di Occupy Wall Street. Paradossalmente, forse, li ha anche incoraggiati, resi più determinati e ha drammaticamente evidenziato che questa è ormai una lotta per la qualità  della democrazia turca.
È una lotta per il diritto a protestare pacificamente, per il diritto ad affermare che la natura e le persone vengono prima degli affari di una elite potente e della loro insaziabile fame di profitti.
La nebbia di guerra, i lacrimogeni che esalano sopra Taksim, celano molte altre questioni, che riguardano la costante erosione delle libertà  civili e della protezione dell’ambiente del Governo del Primo Ministro Erdogan.
La libertà  di parola e il diritto a riunirsi pacificamente sono principi sacri, senza i quali la democrazia non può prevalere.
Questi principi devono essere rispettati dalle autorità  turche.
La violenza contro i dimostranti deve finire!
Gli aggiornamenti che mi arrivano dai colleghi del nostro ufficio a Istanbul mi preoccupano e mi inorgogliscono.
Il nostro staff, i volontari e i sostenitori stanno solidarizzando con chi chiede la protezione del parco.
E solidarizzano con chi chiede la fine della brutalità  dei poliziotti, e di ogni violenza.
Il nostro ufficio è a solo un chilometro dalla piazza Taksim, in Istikal Caddesi, la strada principale di Istanbul.
I dimostranti sono scappati lungo Istikal e i poliziotti hanno fronteggiato i dimostranti sotto il nostro ufficio, con lacrimogeni e cannoni ad acqua. In alcuni momenti l’accesso all’ufficio era impossibile, l’aria acre.
Il nostro ufficio è stato aperto per tutta la notte e resterà  aperto fino a quando ce ne sarà  bisogno.
Stiamo accogliendo dimostranti feriti ed esausti.
Offriamo riparo dalla tempesta e soccorso a chi ne ha bisogno. Molti dottori e medici ci hanno raggiunto per dare assistenza ai feriti. L’atmosfera è tesa ma i nostri attivisti sono determinati e fermi nella loro scelta.
Sono, invece, allarmato dall’incapacità  dei media in Turchia di coprire correttamente ciò che sta accadendo — per anni sono stati oggetto di oppressione e censura governativa.
Ma con i social media, da cittadino a cittadino, peer to peer, le informazioni stanno circolando, le notizie si sentono e si vedono.
Le autorità  sono sotto osservazione e la loro condotta viene   condannata.
Foto, video e tweet stanno inondando la rete. Centinaia di uffici e attività  commerciali hanno aperto i loro wifi all’accesso pubblico, ridicolizzando la pretesa di poter controllare le notizie.
Questo, infatti, ha aggirato il tentativo di impedire alla gente di riferire quel che aveva visto, bloccando le reti della telefonia cellulare.
Il nostro team in Turchia ci aggiorna costantemente su Facebook e Twitter.
Noi speriamo che il nostro staff, i volontari e i sostenitori, siano al sicuro ma allo stesso tempo condividiamo e sosteniamo i rischi che stanno correndo! In momenti come questi noi ci stringiamo ai nostri valori di pace e nonviolenza e ci affidiamo al nostro dovere di portare testimonianza e di entrare in azione.
Al Primo Ministro Erdogan chiedo di fermare la violenza, di far cessare la brutalità  e di cessare la censura sui media per permettere un dibattito pieno su questi argomenti. Il mondo sta guardando.
Abbiamo udito il Primo Ministro chiedere, giustamente, pace in altre aree del Medio Oriente. Adesso, deve fare lo stesso a casa sua.
Ci appelliamo a lui affinchè non si ripetano i lanci di lacrimogeni e le violenze degli ultimi giorni, gli chiediamo che si ripongano manganelli e pallottole di plastica. La violenza non serve a nessuno.
I nostri pensieri, i nostri sentimenti e la nostra solidarietà  vanno alla gente di Istanbul e al popolo della Turchia.
Per favore, ciascuno presti attenzione: cercate notizie su quel che sta accadendo e unite la vostra voce a chi chiede di fermare   le violenze, proteggere il parco di Gezi e difendere il diritto a protestare pacificamente.

Kumi Naidoo
Direttore esecutivo di Greenpeace International.
greenpeace.org

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