Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
STUDIO CONFARTIGIANATO: PRESSIONE TRIBUTARIA AL 68,3%… ALLO STATO 1,7 MILIONI DI EURO AL MINUTO DI TASSE
«Semplificare»: non c’è politico o governante che non abbia pronunciato almeno una volta
questa parola.
L’ex ministro leghista Roberto Calderoli, per rafforzare il concetto, si fece immortalare nel cortile di una caserma dei pompieri mentre dava fuoco con un lanciafiamme a 375 mila leggi inutili.
Nemmeno troppo tempo fa: il 24 marzo del 2010.
Poi è toccato al governo Mario Monti, per bocca del ministro Corrado Passera, lanciare un «urlo di dolore» per le complicazioni della burocrazia, invocando «semplificazioni» al più presto (8 novembre 2012).
E ora è la volta del ministro del Lavoro, Enrico Giovannini, annunciare che l’esecutivo di Enrico Letta «sta lavorando a un’operazione di semplificazione molto forte che dovrebbe vedere la luce a brevissimo» (4 giugno 2013).
Auguri. Perchè da quando è cominciata la precedente legislatura, nella primavera del 2008, sono state varate qualcosa come 288 norme fiscali che hanno avuto come conseguenza quella di complicare la vita alle imprese.
E’ un numero pari al 58,7 per cento di tutte le disposizioni di natura tributaria (491) introdotte attraverso 29 differenti provvedimenti.
Oltre quattro volte superiore a quello delle 67 «semplificazioni» fatte nello stesso periodo: ogni norma approvata per snellire la burocrazia ne ha quindi portate con sè 4,3 capaci di riversare altra sabbia negli ingranaggi.
E forse non è un caso, sottolinea l’ultimo rapporto della Confartigianato che contiene questo dato scioccante, che «la pressione burocratica abbia lo stesso ritmo di crescita della pressione fiscale».
Ha raggiunto il 44,6 per cento, livello mai visto dal 1990, anno d’inizio della serie storica .
Con un picco negli ultimi tre mesi 2012, durante i quali per ogni minuto che trascorreva il Fisco incassava un milione 731.416 euro.
L’ufficio studi della Confartigianato ricorda che tra il 2005 e il 2013, secondo le stime Ue, le entrate fiscali sono salite del 21,2 per cento, pari a 132,1 miliardi: cifra esattamente corrispondente all’aumento nominale del Pil, diminuito però in termini reali.
Per ogni euro di crescita apparente, dunque, l’Erario ha intascato un euro in più: è l’eredità di quello che nel rapporto viene definito «il ventennio perduto», iniziato nel 1993 e proseguito con 12 differenti governi.
Senza che nemmeno gli esecutivi tecnici siano riusciti a invertire la rotta
Negli ultimi 600 giorni, 530 dei quali governati da Monti, il numero delle imprese è calato dell’uno per cento, il Pil è diminuito del 3,4 per cento, il credito al sistema produttivo ha subito una flessione di 65 miliardi, il debito pubblico è aumentato di 122 miliardi, la pressione fiscale è cresciuta dell’ 1,8 per cento, la disoccupazione giovanile si è ingigantita dell’ 8,5 per cento.
Il numero delle persone senza lavoro è lievitato di 728 mila unità .
La pressione fiscale sulle imprese risulta ben più elevata di quella per le famiglie: è arrivata al 68,3 per cento.
Misura che vale il primato europeo e la quindicesima piazza mondiale.
In Francia, dove pure non scherzano, il total tax rate sulle imprese è del 65,7 per cento.
Ma in Germania scende al 46,8 per cento, per calare ancora in Spagna al 38,7 e planare nel Regno Unito al 35,5 per cento.
«In Italia sembra si faccia apposta per penalizzare il patrimonio produttivo. Non possiamo sempre cercare scuse o alibi. Chi governa deve assumersi le proprie responsabilità . Ci vuole meno fisco, meno burocrazia, più credito, servizi pubblici efficienti. Se muoiono le imprese, muore il Paese», dice Giorgio Merletti.
Ma se l’Italia, a sentire il presidente della Confartigianato, è un Paese fiscalmente e burocraticamente ostile all’impresa, non lo è certo meno rispetto al lavoro.
Lo dicono chiaramente le tasse.
Le imposte sul lavoro sono pari mediamente al 42,3 per cento, sono 4,6 punti al di sopra della media dell’Eurozona.
Ancora. Il rapporto sottolinea come a una crescita del 4,5 per cento registrata in Italia a partire dal 1995, ha fatto riscontro un calo europeo di un punto.
Risultato è un ulteriore ampliamento della forbice per il cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, salito qui al 47,6 per cento per un dipendente a medio reddito senza figli, contro il 35,6 per cento della media Ocse.
Non bastasse, dobbiamo fare i conti anche con un curioso controsenso: l’aumento inarrestabile delle tariffe dei servizi pubblici locali per famiglie e imprese, cominciato proprio dalla seconda metà degli anni Novanta, in coincidenza con l’avvio delle liberalizzazioni.
Fatto sta che dal 1997 al 2012 si è assistito a una crescita del 66,4 per cento, 26,7 punti in più dell’inflazione.
La tassa sui rifiuti, per esempio, recentemente inasprita con l’introduzione della Tares alla fine del 2011 con il decreto «salva Italia»: negli ultimi dodici anni le imposte sulla spazzatura hanno mostrato una progressione del 76,3 per cento.
Su alcune categorie di imprese, poi, l’impatto della Tares è pesantissimo, con aumenti dell’imposta sui rifiuti che arrivano fino al 301,1 per cento
E di nuovo è avvilente il paragone con la Germania, dove dalla fine del 2007 all’inizio di quest’anno quella tassa è calata mediamente dello 0,2 per cento, mentre in Italia saliva del 22,9 per cento.
Ma si capisce il perchè confrontando l’andamento della spesa pubblica nei due Paesi.
Mentre in Germania, considerando il periodo che va dal 2001 al 2011, diminuiva di 1,7 punti di Prodotto interno lordo, qui al contrario cresceva di 4 punti
Se la spesa pubblica italiana avesse seguito l’andamento tedesco, avremmo potuto risparmiare in un decennio 93,9 miliardi, quasi 9,4 l’anno.
Perchè non ci siamo riusciti?
Si dice che la nostra spesa pubblica sia in larga misura «incomprimibile». Sarà .
Resta però «incomprensibile» il fatto che nelle venti Regioni, le cui uscite incidono per oltre un quarto sul totale, ci siano livelli tanto differenti.
Ecco allora che allineando semplicemente i livelli di spesa per le retribuzioni dei dipendenti e le forniture a quelli degli enti più virtuosi si potrebbero ottenere risparmi rilevantissimi.
L’ufficio studi della Confartigianato li cifra in 20 miliardi 193 milioni.
Ovvero, l’intero gettito previsto lo scorso anno per l’Imu dal governo Monti.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
SI PUNTA SULLE SEMPLIFICAZIONI, PRIORITA’ AL LAVORO
Alzare l’Iva, ma di mezzo punto anzichè uno.
E nel frattempo riordinare l’imposta, configurando in modo diverso i panieri, così che alcuni beni di largo consumo sfuggano al mini-rincaro estivo.
È solo una delle ipotesi, considerata con favore dai tecnici del Tesoro, purchè sia a
parità di gettito.
Perchè nessuno a Palazzo Chigi nasconde ormai che impedire l’aumento dell’Iva dal primo luglio è arduo.
Troppi dossier sul tavolo, scarse le risorse. E quelle poche, da irrobustire con innesti europei, tutte dirottate sul lavoro che non c’è.
Ecco perchè anche la soluzione in vista per l’Imu è la «rimodulazione» non la cancellazione, come spiegava qualche giorno fa il ministro dell’Economia Saccomanni.
Ovvero, esentare la maggior parte dei proprietari di prime case, ma far pagare i più benestanti.
Nella settimana che si apre oggi, gli occhi sono tuttavia puntati sul quadrangolare di venerdì a Roma tra i ministri di economia e lavoro di Italia, Francia, Germania e Spagna, per fare un primo punto sulla vera emergenza, l’occupazione dei giovani, in vista del Consiglio europeo del 27-28 giugno.
Il ministro Giovannini si è impegnato a presentare entro quella data il pacchetto italiano, forte anche dell’efficacia che i bonus giovani e donne dell’era Monti-Fornero hanno nel frattempo registrato.
Oggi saranno presentati i dati Inps definitivi (232 milioni stanziati per sconti di 12 mila euro a chi assumeva a tempo indeterminato under 30 o donne).
A quanto pare, questi incentivi “stanno funzionando”.
Tra oggi e domani poi, anche il ministro per la Coesione territoriale Trigilia diffonderà il monitoraggio sui fondi europei e regionali, rivelando quanti denari non spesi si possono rimettere in pista, riconvertendoli (con l’assenso di Bruxelles) alla causa del lavoro.
Cifre chiave per capire come giocare la partita dei 650 mila giovani italiani disposti a lavorare, ma senza occasioni.
L’ha ricordato ieri anche il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani (Cei): «Il lavoro vecchio o nuovo che sia è sicuramente la priorità per l’intero Paese » perchè «brucia nella carne della gente».
Nel Consiglio dei ministri di metà settimana potrebbe poi arrivare il pacchetto semplificazioni (è il ddl Patroni Griffi della scorsa legislatura: dichiarazione inizio attività , Durc, etc), condito da qualche novità per disboscare inutili complicazioni che vessano le imprese.
E forse inserito nella cornice più ampia di un “decreto crescita” (a costo zero), con annesse liberalizzazioni dell’era Passera da implementare come Rc auto (contratto base, contrassegno digitale, plurimandato) ed energia (si punta ad abbassare la bolletta del gas del 6-7% da qui a fine anno).
Sullo sfondo, il passaggio più difficile di questo mese di giugno: l’Iva.
Quattro le ipotesi, tutte ancora possibili.
Primo, lasciarla andare il primo luglio dal 21 al 22% (che il governo vorrebbe evitare). Secondo, farla salire solo della metà (con revisione del paniere, a favore delle aliquote del 4 e del 10%).
Terzo, sterilizzarla fino ad ottobre (costo un miliardo).
Quarto, fino a gennaio (due miliardi).
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
“EPIFANI FISSI LA DATA DEL CONGRESSO”…. “STAVOLTA NON MI FACCIO FREGARE, PRIMA LE REGOLE”
«Epifani fissi la data del congresso». Niente scherzi però: «Stavolta non mi faccio fregare, prima
le regole ».
Intervistato nel giorno di chiusura della “Repubblica delle Idee” dal vicedirettore Massimo Giannini e da Claudio Tito, in un salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio stracolmo, il sindaco di Firenze Matteo Renzi parla della sua ormai vicina candidatura alla guida del Pd.
Parla del governo Letta.
E di cosa è e dovrebbe essere oggi la sinistra.
Sindaco Renzi, se il governo dura lei può rischiare di perdere il treno per Palazzo Chigi. Che intende fare?
«Perdo il treno? No, perchè io faccio il sindaco un mestiere bellissimo che non cambierei mai, se non per cambiare l’Italia. Oggi si è riaperta la partita e la chiave è il Pd: caro Epifani, devi fissare la data del congresso. Leggo che forse si fa a febbraio, forse si cambiano le regole. Non scherziamo. Per statuto entro il 7 novembre devono esserci assemblea e segretario nuovo. Ci sono due date: il 3 novembre oppure il 27 ottobre. Epifani decida: noi ci teniamo liberi e poi vediamo. Stavolta non mi faccio fregare, prima si fanno le regole e poi dico se mi candido».
Lei dice prima le regole.
«Sì, pare che vogliono mettere Nico Stumpo a decidere le regole. Spero sia una battuta, sarebbe come mettere Dracula presidente dell’Avis. Le regole le abbiamo fatte l’altra volta».
Ma se le regole fossero condivisibili, lei si candiderebbe?
«La discussione è su che partito vogliamo. Se il Pd concepisce se stesso come strumento burocratico a servizio di una classe dirigente, che è quella che già c’è, o se invece riesce a risvegliare la speranza per gli italiani».
Non lo può fare un segretario di transizione?
«Il segretario fissi la data, le regole e io poi dico cosa faccio. Io ho fatto una battaglia con le primarie per smuovere le acque, stavolta però non faccio battaglia in solitario, io contro tutti. Non voglio questo adesso: se nel Pd monta la richiesta di cambiare davvero l’Italia allora ci rifletteremo».
Resta l’impressione di un dualismo tra lei e “loro”, che il Pd sia per lei una sorta di taxi. È così ?
«Un pezzo di Pd aveva chiesto che nella rosa dei nomi da portare a Napolitano ci fosse anche il mio nome. Poi è andata in altro modo, è arrivato il veto di Berlusconi e in quel momento ho sentito un Pd meno ostile di prima. Se è ancora ostile lo vedremo al congresso. Ma ora il Pd già sta cambiando: i sindaci che vincono in Veneto e anche in Lombardia…».
E a Roma?
«Ho fatto campagna per Marino. Il punto è capire se il Pd vuole essere un partito di correnti o dei nativi democratici. Vorrei discutere di cos’è oggi la sinistra, senza che ci si scandalizzi del pranzo con Briatore o del giubbotto di pelle».
Lei ha ascoltato Letta qui a Firenze, cosa non le è piaciuto?
«Sono amico personale di Letta e lo stimo molto. Enrico è proprio bravo. Poi, poveretto, deve governare con Brunetta e Schifani, io non sarei bravo come lui, io non ne sarei capace. Mi convince moltissimo quando parla diEuropa: il semestre di presidenza italiana è una grande occasione per la nuova Europa. È meno convincente sul modello di riforma dello Stato. Ha spiegato perchè fare la commissione dei 40 per superare il bicameralismo perfetto ma vedo il rischio di una commissionite. C’è bisogno di fare una commissione per fare legge elettorale? ».
Lei e Letta avete due prospettive divergenti, lei ha bisogno di tornare presto al voto, Letta di durare. Come si conciliano?
«Non è che c’è bisogno di andare a votare. Ma questo governo dove tutti stanno insieme non aiuta il bipolarismo. Anche Letta dice che non è il governo per cui aveva lavorato. È necessario riformare le regole del gioco. E se il governo fa le cose, va avanti. Se no va a casa».
Quanto tempo serve per fare le cose?
«Non si deve pensare al tempo e poi metterci dentro le cose. C’era bisogno di fare una commissione per riformare la burocrazia? Continuiamo con le Province o semplifichiamo? Il governo deve dare una prospettiva sullecose da fare. Se Letta cambia il Paese io sto con Letta. Non ho un’ambizione che passa sopra l’ambizione di cambiare le cose».
Letta dice che Berlusconi non detta l’agenda, è d’accordo? E il governo sta vivacchiando?
«Se il Pd si mette in moto, dà energia e stimoli, il governo non vivacchia. Sull’Imu è evidente che ha vinto Berlusconi. In campagna elettorale tutti nel Pd erano contrari. Ma se sei in un governo di larghe intese devi fare contento anche l’altro. Il Pd però rilanci su qualcosa di nostro. Leggo invece che Epifani chiede a Berlusconi due anni di vita per il governo. Ma il Pd non deve chiedere 2 anni per piacere a Berlusconi. Letta è la persona più indicata, il Pd gli dia una mano».
Il Pd è a trazione democristiana? Cambierebbe nome al Pd?
«Nel modo più assoluto non cambierei nome. Per me il Pd è quello dei Kennedy e di Clinton. Quando al Pd a trazione democristiana, toglierei la parola “trazione” perchè vedo il rischio di un immobilismo democristiano».
Che significa per lei essere di sinistra? Con quali valori?
«I valori sono quelli tradizionali. Il punto è come li persegui. L’eguaglianza, in un mondo sempre più diseguale, è un grande principio. L’egualitarismo ha però a volte messo fuori il merito. Mentre invece l’eguaglianza deve essere il punto di partenza, non il punto d’arrivo. Una parte del sindacato in Italia è più orientata ad ascoltare privilegio dei pochi che le esigenze di tutti. È una parte del sindacato che deve essere cambiata».
Ma la sinistra non può stare con i lavoratori dell’Ilva e andare a cena con David Serra o a pranzo da Briatore? Cosa poteva mai suggerirle uno come Briatore?
«Qui si gioca uno dei temi di fondo per capire se la sinistra vincerà le elezioni. La sinistra deve esserci a Taranto, ma cosa ha fatto in tutti questi anni? La sinistra è quella che va a dire ai lavoratori del Sulcis siamo con voi o che vi daremo futuro ma il carbone di Mussolini non ha più senso? La finanza? Se non si vendono i prodotti finanziari non si pagano gli stipendi pubblici. La finanza di per sè non è nè buona nè cattiva».
Però quella era cattiva, era la finanza delle società off-shore.
«Bisogna conoscerlo Davide Serra (il finanziere che organizzò la cena milanese per Renzi, ndr), con i soldi della finanza ha creato un orfanatrofio in Tanzania. Sono stato dipinto come un golden-boy della finanza, io che sono uno scout cattolico di Rignano. C’è una certa sinistra che pensa che non si deve andare a pranzo con Briatore o ad Arcore. Ma ci si deve immischiare nella politica, come dice Papa Francesco, basta essere coerenti con i propri valori. Con la logica del nemico, il nemico ci hasempre fregato».
Lei dice di voler mandare Berlusconi in pensione e non in galera. Ma Berlusconi impersona anche un colossale conflitto d’interessi, non ritiene di essere su questo più incisivo?
«Volete chiedere conto a me perchè in 20 anni quelli di prima non l’hanno fatta? Vogliamo dire il 99% dei magistrati sono persone per bene ma quel 99 è sconfessato dagli atteggiamenti alla Ingroia che va in Guatemala, torna, si candida e prende lo zero virgola, poi va ad Aosta e si mette in ferie. È uno degli spot a favore di Berlusconi. La vera domanda è come è stato possibile, di fronte al fallimento di Berlusconi, che la sinistra non sia riuscita a vincere».
Se lei fosse in Senato voterebbe l’ineleggibilità di Berlusconi?
«No, perchè dovevamo farlo subito. Non è che dopo 19 anni che ti batte ti inventi il giochino per tenerlo fuori dal parlamento. Noi vinceremo quando vinceremo le elezioni, non quando squalificheremo gli altri».
Berlusconi senatore a vita?
«No, sarebbe incomprensibile. Il senatore a vita è quello che rende il Paese più unito».
Massimo Vanni
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Giugno 10th, 2013 Riccardo Fucile
INTERVISTA AL DIRETTORE DI IPR MARKETING SUL CROLLO DELL’AFFLUENZA ALLE URNE
Antonio Noto, direttore di Ipr Marketing, come valuta il crollo dell’affluenza al voto registrata in tutta Italia?
«Questa flessione rispetto al primo turno c’è sempre, non è legata a momento storico. Il dato della domenica sera delle amministrative del 2011 — dove si votava in molte grandi città era del 24,6%, quindi simile alla percentuale attuale. E al primo turno era del 32,69%, quindi anche questo in linea con il dato di due settimane fa. Sostanzialmente la flessione al ballottaggio è fisiologica, ci sono solo due candidati e non si votano i consiglieri comunali. Di solito si perde circa il 7% la domenica dei ballottaggi e 10-15% il lunedì. Dunque i dati sono in linea ».
Non la preoccupa la scarsa affluenza in una grande città come Roma?
«Il problema di Roma non è dovuto al ballottaggio visto che al momento ha un punto in più rispetto alla media nazionale. Il dato anomalo nella Capitale è stata la disaffezione registrata al primo turno, quando l’affluenza è crollata del 20% a fronte di una media nazionale del 10%».
I dati italiani paragonati a quelli dei grandi paesi europei cosa dicono?
«In Europa si vota meno che in Italia, alle urne ci vanno tra 40 e il 50% degli aventi diritto. Diciamo che con le comunali ci stiamo avvicinando alla media continentale mentre alle politiche restiamo sopra perchè a febbraio alle urne si è recato circa il 75% degli italiani».
Dunque da noi il problema sono le elezioni locali.
«Sì, i dati ci dicono che amministratori e sindaci stanno perdendo peso per via della crisi. Non avendo soldi non possono fare opere e migliorare i servizi, il che comporta che dopo la stagione dei grandi sindaci degli anni Novanta ora i primi cittadini perdono importanza nella percezione degli elettori. Se ci fosse stata totale disaffezione avremmo avuto lo stesso dato alle politiche. I cittadini invece pensano che ad avere i soldi e lapossibilità di incidere sulla loro vita ormai sia solo il governo».
La tendenza delle amministrative con il perdurare della crisi può arrivare anche alle politiche?
«Questo lo pensavamo prima, ma poi a febbraio ha votato solo il 3-4% in meno rispetto al 2008 e dunque la percezione degli italiani è che il governo possa ancora incidere sulla vita di tutti i giorni. Anche adesso nei sondaggi registriamo molta indecisione, ma l’astensione resta intorno al 25%. Dunque l’Italia resta il Paese in Europa dove si vota di più. È difficile trovare nazioni in cui vota più del75% degli aventi diritto».
Nei paesi mediterranei colpiti dalla crisi il trend è come il nostro?
«Nel Nord Europa si vota meno, nel Sud si vota di più. In Norvegia, Finlandia e Olanda si vota di meno, ma ancor peggio va negli Usa. Dove si pensa ci sia più democrazia spesso si vota di meno. E poi certo, dove c’è più crisi probabilmente c’è l’idea che la politica possa fare qualcosa per risolverla. Ma vale per politiche, non per le amministrative. L’anomalia del voto locale era nostra, era da noi che l’affluenza era maggiore, ora ci stiamo allineando agli altri paesi europei. Oltretutto le amministrative hanno una curva ciclica: ricordo che nel ’93 in piena Tangentopoli e nel bel mezzo della stagione dei grandi sindaci l’affluenza era in calo, mentre alle politiche votarono più dell’80% degli italiani».
Alberto D’Argenio
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