Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
I “NON RICORDO” DEL CAVALIERE DAVANTI AI MAGISTRATI DI BARI… LE TRE TELEFONATE A LAVITOLA IN SUDAMERICA DURANTE LA VICENDA CASA DI MONTECARLO
Decine di «non so, non ricordo ». Le bugie sulla mediazioni con Finmeccanica. 
«Le bugie di vita» che racconta anche «agli elettori», come ammette lui stesso.
Il giallo di quelle tre telefonate con Lavitola in esilio in Sud America nel bel mezzo dello scandalo sulle case di Fini a Montecarlo.
E perfino le immancabili barzellette, raccontate al pm e messe a verbale.
È questa la sintesi delle due ore di interrogatorio che Silvio Berlusconi il 17 maggio scorso fa davanti al procuratore aggiunto di Bari, Pasquale Drago, nella speranza di convincerlo che fosse innocente.
Un tentativo al momento però non riuscito: Berlusconi sperava nell’archiviazione e invece va verso il processo con l’accusa di aver pagato Tarantini per mentire e sostenere davanti ai giudici che il Cavaliere non sapesse che quelle ragazze erano prostitute (chiuse le indagini i suoi tre avvocati, i parlamentari Niccolò Ghedini, Piero Longo e Francesco Paolo Sisto hanno depositato una memoria, nella speranza di evitare il giudizio).
Pm Drago: «Lei nega di aver saputo che Tarantini le abbia portato in casa delle escort?».
Indagato Berlusconi: «Nella maniera più assoluta (…) Si presentava queste ragazze come sue amicizie dovute al suo fascino».
Pm: «Ma lei, scusi, perchè ha stretto questa amicizia con questo signore?».
B.: «Devo dirle che era piacevole avere in mezzo a tante persone uno che si faceva sempre accompagnare da belle ragazze: dicevo al maggiordomo che le ragazze me le mettesse proprio di fronte per tirarmi su il morale (…) Io però non ho mai nemmeno una volta potuto dubitare che fossero persone che avessero una professione diversa da quella che si appalesavano, cioè modelle o aspiranti attrici (…) Voglio dire si presentavano molto bene».
Pm: «Sennò non si chiamano escort, si chiamano prostitute».
B.: «Si, certo. Per ridere un giorno un mio assistente mi ha fatto vedere sulla tavoletta quante escort ci sono a Roma. Se uno si mette lì in 20 minuti si porta 50 persone in casa, quindi non è che avevo bisogno di Tarantini per portarmi ogni tanto a cena, almeno lì si vedevano le foto e si sceglievano ».
LE BUGIE
Pm: «Non le è mai venuto il sospetto che in realtà Tarantini attraverso queste cene, questi rapporti volesse ottenere favori da un uomo potente?».
Berlusconi: «No, francamente no (…) Per quanto riguarda la Protezione Civile è successo che una volta gli passai il dottor Bertolaso e poi mi sembra di ricordare che ebbero ad incontrarsi (…) Io sono sicuro di non aver mai telefonato al dottor Guarguaglini per presentargli una azienda, mai».
Pm: «Il 5 febbraio del 2008 alle 17: 52 intercettiamo una telefonata in cui lei dice a Tarantini: «Invece ho fissato un appuntamento per martedì per quella cosa ». (…) Ecco in questa telefonata lei dice a Tarantini di aver fissato un appuntamento con Guarguaglini per quella cosa, non sappiamo quale».
B.: «Non ricordo niente di questo, posso immaginare che magari io abbia dato incarico a qualche mio collaboratore…».
Pm: «Il 10 dicembre del 2008 vi è una telefonata in cui dice a Gianpaolo Tarantini: “Ho visto Guarguaglini e poi ti riferisco”».
B.: «(…) Io non ho mai passato documentazioni. Se è stato Tarantini a dirlo è una millanteria, se sono stato io, è per fargli vedere che mi ero interessato un po’ di più di quanto invece non avevo fatto».
Pm: «È stata la bugia di un uomo politico che certe volte anche ai suoi elettori…».
B.: «Ammetto, ammetto, anche se agli elettori un po’ di meno… Sono bugie che io chiamo bugie di vita, però sono innocue »
IL GIALLO DELLE TELEFONATE CON LAVITOLA
Pm: «Lavitola presenta un tabulato della concessionaria telefonica argentina in cui risultano sul numero di Arcore tre telefonate partite dall’Argentina di cui la polizia di Napoli che stava intercettando non trova traccia. E Lavitola sostiene che in una di queste telefonate avrebbe chiesto al presidente Berlusconi che cosa doveva fare di quei 500 mila euro. Ricorda?»
B.: «Non c’è traccia dei contenuti? ».
Pm:«(…) No».
B.:«Io non ho memoria».
LA BARZELLETTA
B.: «Io faccio televisione, faccio cinema, faccio teatro, stavamo ridendo con l’avvocato… Sa su cento veline a cui era stata rivolta la domanda: “Andrete volentieri a cena del presidente Berlusconi?”, 76 avevano risposto subito. Lui mi disse: e le altre 24? “Erano già venute a cena prima”».
IL VALORE DEI SOLDI
Berlusconi spiega al pm che per lui quei 5mila euro al mese che dava a Tarantini non potessero essere il prezzo di una corruzione. Troppo pochi. «Mi hanno condannato a pagare 3 milioni e 200mila euro a mia moglie al mese, cioè 100mila euro al giorno. Cinquemila euro sono 20 minuti di pagamento, meno di 20 minuti a mia moglie».
Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
RISPUNTA L’INTERVISTA A SCARANTINO CHE NEL ’95 SVELO’ I DEPISTAGGI
Uno scoop soffocato, un’indagine contorta che si rivelerà poi un gigantesco depistaggio, un pentito che si pente di essersi pentito e una sua intervista cancellata per seppellire ogni prova.
Anche così hanno deviato l’inchiesta sull’uccisione del procuratore Paolo Borsellino. E per “legge” l’hanno incanalata su una falsa pista.
I misteri sulla strage di via D’Amelio non finiscono mai. E adesso si scopre che diciotto anni fa la magistratura aveva ordinato di far sparire una registrazione televisiva – con un provvedimento di sequestro – sulla prima ritrattazione del famigerato Vincenzo Scarantino, il finto collaboratore di giustizia che si era autoccusato del massacro offrendo un’ingannatrice ricostruzione del massacro e indicando come suoi complici sette innocenti.
Tutto su suggerimento di uomini di apparati dello Stato.
Dopo le sue confessioni, Vincenzo Scarantino aveva subito fatto marcia indietro affidando alle telecamere di Studio Aperto la sua verità .
La procura di Caltanissetta ha deciso nel 1995 che quella verità non poteva diventare pubblica e, subito dopo la messa in onda dell’intervista, ne ha imposto la distruzione dagli archivi e perfino dai server.
Quell’intervista non doveva più esistere. E così è stato, almeno ufficialmente.
Perchè qualcuno, probabilmente un tecnico disubbidiente, ne ha conservato una copia – invano cercata dai pm, che oggi indagano sulle indagini e che hanno smascherato il depistaggio della vecchia inchiesta – di cui Repubblica è entrata in possesso.
Basta ascoltare la voce di Scarantino per capire che lui aveva già detto tutto, tutto quello che si sarebbe scoperto quasi vent’anni dopo.
Ma nulla si doveva sapere allora, c’era solo una verità da far emergere: Vincenzo Scarantino colpevole.
I pm di Caltanissetta di oggi stanno ancora indagando su ciò che è accaduto – chi ha taroccato l’inchiesta fin dai primi passi, perchè – ma nei loro archivi non hanno trovato neanche il fascicolo originale del sequestro di quella video- cassetta. Scomparso anche quello.
Adesso vi raccontiamo nei dettagli questa vicenda, precisandovi che la video cassetta recuperata contiene solo una parte dell’intervista concessa da Scarantino.
È lunga quasi tre minuti. La versione integrale non esiste più. Ma in quei tre minuti trasmessi vent’anni fa e mai più riproposti il falso pentito dice tutto.
E tutto è cominciato il 26 luglio 1995, tre anni dopo la morte di Paolo Borsellino.
Il mafioso che si era autoaccusato della strage telefona alla redazione di Studio Aperto a Palermo. Per la prima volta ammette di essersi inventato ogni dettaglio sull’autobomba, di avere fatto nomi di uomini innocenti dopo le torture subite nel supercarcere di Pianosa.
Passano poche ore e, negli studi della redazione di Italia Uno, arriva la polizia e sequestra tutte le cassette con l’intervista di Scarantino.
Il provvedimento è firmato dalla procura di Caltanissetta. L’ordine è quello di cancellarla da tutti i computer, a Palermo e a Milano. Il falso pentito – subito dopo il servizio televisivo – viene raggiunto dai magistrati di Caltanissetta che lo convincono a ritrattare la ritrattazione. È la svolta dell’inchiesta sulla strage di via Mariano D’Amelio. La procura, il capo è Giovanni Tinebra, mette il sigillo sull’autenticità delle rivelazioni false di Scarantino.
Per più di quindici anni il “caso” viene dimenticato, fino a quando appare sulla scena un nuovo pentito – Gaspare Spatuzza – che smentisce Scarantino e racconta che ad organizzare la strage era stato lui e non l’altro.
Nell’autunno del 2010 la revisione del processo e la scarcerazione di sette imputati, ingiustamente condannati all’ergastolo.
Poi, qualche giorno fa, anche la registrazione dell’intervista a Scarantino è ricomparsa.
Ecco cosa diceva il 26 luglio del 1995 al giornalista Angelo Mangano: «Ho deciso di dire tutta la verità e di non collaborare più perchè ho detto tutte bugie. Io sono innocente…Non è vero niente, sono tutti articoli che ho letto sui giornali, e ho inventato tutte queste cose. Il giornalista gli chiede se gli uomini che lui ha accusato sono innocenti, Scarantino risponde: «Tutti, tutti, tutti…».
Poi, in una seconda parte dell’intervista – uno spezzone andato in onda il giorno dopo, il 27 luglio – il falso pentito comincia a parlare delle torture subite in carcere: ««A me a Pianosa mi fanno urinare sangue. A me facevano delle punture di penicillina, mi stavano facendo morire a Pianosa… ma voglio tornare in carcere… mi fanno morire in carcere, però morirò con la coscienza a posto».
Scarantino fa anche un nome nell’intervista (che però non è andato in onda) e lo rivela oggi Angelo Mangano: «Gli chiesi: “Chi le ha fatto urinare sangue? Mi rispose: il dottore La Barbera”».
Arnaldo La Barbera, il capo della squadra mobile di Palermo che l’attuale procura di Caltanissetta considera il principale responsabile della gigantesca montatura che è stata l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio.
I retroscena di quell’intervista ce li racconta Mangano: «Nacque in modo del tutto casuale. La mattina del 26 luglio 1995 si era avuta notizia da ambienti giudiziari di una ritrattazione di Scarantino, decisi dunque di andare a casa della madre, alla Guadagna. La signora mi fece sentire una registrazione in cui il figlio ritirava le accuse, una registrazione che si sentiva male. Diedi allora il mio numero alla signora, e neanche un’ora dopo fu Vincenzo Scarantino a chiamarmi».
Qualche mese prima si era già concluso il primo processo per la strage Borsellino, con la condanna del falso testimone a 18 anni e con l’ergastolo per i complici che aveva indicato.
Due giorni dopo l’intervista e il sequestro della cassetta, Scarantino decise di fare il pentito in un verbale firmato davanti al sostituto procuratore di Caltanissetta Carmelo Petralia. Poi le indagini proseguirono su una falsa pista.
E la procura di Caltanissetta aprì addirittura un’inchiesta «per accertare eventuali comportamenti illeciti per convincere Scarantino a ritrattare ».
Seguì una nota ufficiale dei pm per definire «grave il comportamento della madre di Scarantino e di quanti hanno strumentalizzato un comprensibile desiderio d’affetto per fini processuali».
Il «colpevole» era stato trovato, non ce ne dovevano essere altri. Quella era la verità sull’uccisione del procuratore Paolo Borsellino.
Ufficiale e falsa.
Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo
(da “la Repubblica“)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
INEVITABILE L’AUMENTO DELL’IVA…. “SO COSA FARE, MA SE SI VOTA E’ TUTTO INUTILE”
Sono ore drammatiche per il governo Letta. 
L’amara e onesta constatazione di aver infranto, seppur di poco, il limite del 3 per cento nel deficit 2013, a pochi mesi dall’uscita dalla procedura europea, e con l’incubo di ritornarci subito, ha creato nell’esecutivo un’atmosfera nella quale la delusione si mischia all’impotenza.
L’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento dal primo ottobre non appare più evitabile, e nemmeno rinviabile.
Il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni lo ha detto con chiarezza sia al premier Letta, sia al presidente della Repubblica.
Non accetterà altri compromessi. Ed è pronto a dimettersi.
La lettera non l’ha ancora scritta, ma è come se lo avesse già fatto. La tentazione di formalizzarla è cresciuta dopo aver letto le dichiarazioni di Epifani, a cui si sono aggiunte ieri quelle di Alfano, entrambi fermamente contrari al ritocco dell’Iva.
Quello che amareggia di più il titolare dell’Economia, poco avvezzo alle liturgie della politica, è il sentirsi dire in privato una cosa, specialmente dall’esponente pdl, e ascoltare poche ore dopo in pubblico l’esatto contrario.
Un po’ di gioco delle parti è comprensibile, ma qui siamo alle acrobazie più estreme. Il disagio è forte. La voglia di andarsene, altrettanto: «Ho una credibilità da difendere e non ho alcuna mira politica».
Il pensiero di Saccomanni è così riassumibile.
Dobbiamo trovare subito 1,6 miliardi per rientrare di corsa nei limiti del 3 per cento. Poi si dovrà concordare una tregua su Iva e Imu, rinviando la questione al 2014 con la legge di Stabilità che va presentata entro il 15 ottobre.
Se si agisce subito, è sperabile che l’effetto sui tassi d’interesse sia positivo e si possa finire l’anno con un dato consuntivo sul deficit ben inferiore al maledetto limite del 3 per cento, grazie ad alcune operazioni già allo studio, come una serie di privatizzazioni, e la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia oggi a bilancio degli istituti che ne detengono il capitale per cifre irrisorie.
Una volta aggiornate le quote di via Nazionale ne beneficerebbe anche l’Erario.
Solo così si potrebbe aprire una seria prospettiva per la riduzione delle tasse e rendere praticabile un sostegno alle imprese con l’alleggerimento del cosiddetto cuneo fiscale. Ma questo presuppone che non si vada a votare presto, altrimenti è tutto inutile.
E oltre alle sanzioni del mercato, avremmo anche le multe dell’Unione Europea.
Anche l’ipotesi di differire l’aumento dell’Iva a fine anno è poco praticabile.
Nemmeno se aumentassimo la benzina di 15 centesimi – è l’esempio che propone il ministro – riusciremmo a incassare l’equivalente.
Ma, si obietta, dopotutto si tratta di un miliardo.
Poca cosa rispetto a una spesa pubblica anormalmente dilatata, all’apparenza granitica, incomprimibile. Il coraggio di tagliare veramente non c’è.
Già , la spesa pubblica. Qui il ministro non si trattiene da un piccolo sfogo.
D’accordo, la colpa dello sforamento del limite del 3 per cento sarà tutta dell’instabilità politica, come ripete Letta un giorno sì e l’altro pure, ma se guardiamo bene a quello che è accaduto da maggio in poi ci accorgiamo che la cinghia non l’abbiamo proprio tirata del tutto. Anzi.
Saccomanni ricorda che negli ultimi mesi sono stati reperiti già ben 12 miliardi per far fronte alle varie misure. Necessarie, vitali per tentare di affrontare la crisi e sperare nella ripresa, per carità .
Ma con il conto dei vari incentivi, del rifinanziamento della cassa integrazione, per non parlare dello sblocco dei pagamenti arretrati della pubblica amministrazione che affluiscono alle imprese – finalmente in questi giorni, con effetti positivi sulla congiuntura – si sono esauriti i margini. Finiti.
La piccola eredità del governo Monti (che alla luce degli ultimi dati di finanza pubblica non ne esce proprio così male) non c’è più.
«Io non mi metto alla disperata ricerca di un miliardo se poi a febbraio si va a votare. Tutto inutile se una campagna elettorale è già iniziata».
La preoccupazione del ministro dell’Economia delle larghe intese, che il capogruppo alla Camera del Pdl Brunetta si ostina a considerare una sorta di tecnico prestato alla bisogna (con le reazioni personali che sono facilmente immaginabili) è quella che il clima politico non consenta più un discorso serio sulle finanze pubbliche, proprio nel momento in cui si cominciano a vedere i frutti dei sacrifici e il dividendo delle poche scelte rese possibili.
Un vero peccato, ma soprattutto una dimostrazione di completa irresponsabilità nazionale. Saccomanni è sconcertato dal dilagante populismo antieuropeo.
La retorica dei sacrifici chiesti dall’Europa senza mai dire che il rispetto degli impegni è scritto in leggi e decreti votati dal Parlamento e il pareggio di bilancio è addirittura una norma costituzionale.
Avanti così e ci siederemo al tavolo a Bruxelles con poche possibilità di strappare condizioni più favorevoli (non a caso l’allentamento del 3 per cento di cui si parla in questi giorni per i Paesi ad alta disoccupazione non riguarderebbe l’Italia, come se il problema non ci toccasse direttamente).
«Gli impegni vanno rispettati, altrimenti non ci sto».
Parlando a Cernobbio, al workshop Ambrosetti, all’inizio del mese, il ministro aveva ricordato le condizioni poste a Letta per accettare di lasciare la direzione generale della Banca d’Italia e trasferirsi in via Venti Settembre: il rigore nei conti.
Dunque, se i partiti vogliono riaprire irresponsabilmente i rubinetti della spesa lo facciano pure, ma non con la sua firma.
Anche le parti sociali hanno le loro responsabilità . A parole tutti d’accordo sulle riforme, poi c’è la fila al ministero per incentivi ed esenzioni.
Più serio – termina Saccomanni – il giovane re d’Olanda Willem-Alexander, che commentando il bilancio pubblico ha detto: lo stato sociale non è più sostenibile, occupatevene seriamente prima che sia troppo tardi.
E noi qui facciamo finta di non avere nè debiti nè scadenze…
f. de b.
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
SLOGAN A CARATTERI CUBITALI E POCA INTERAZIONE: PREVALE L’EFFETTO RETRO’
Il paradosso è tutto qui: il «Signore delle televisioni» si affida al Web per lanciare la nuova Forza Italia.
«È l’era di Internet», sentenziava l’altro ieri Silvio Berlusconi, inaugurando la sede romana del partito.
L’ordine era stato perentorio: «Serve una massiccia presenza sui social network. Attraverso questi strumenti dobbiamo comunicare i nostri ideali, le nostre idee».
Ecco spiegato perchè in rete la grancassa mediatica berlusconiana lavora a tutto spiano.
Da tre giorni è resuscitato il sito forzaitalia.it, mentre pdl.it cesserà presto di esistere.
«Scendi in campo anche tu, dai vita a un club Forza Italia», è l’appello che campeggia sui portali del centrodestra.
L’intento è quello di lanciare la volata alla campagna di tesseramento del nuovo partito.
Le adesioni apriranno a giorni. Il costo della tessera resta avvolto nel mistero: «Non così alto da scoraggiare i giovani e non così basso da innescare i “signori delle tessere”», spiega un deputato Pdl.
Ma la novità – rivelatrice della svolta 2.0 abbozzata dal Cavaliere – è che i gazebo virtuali anticiperanno quelli reali.
Il via libera è arrivato dallo stesso Berlusconi: il tesseramento sarà possibile da subito attraverso la rete, e solo in un secondo momento nelle sezioni sul territorio.
Forza Italia intanto ha aperto un account ufficiale su Twitter (65 mila followers, la maggior parti «trasmigrati» dalla pagina Pdl) e un profilo su Facebook.
I numeri non sono un granchè: 48 mila amici. Basti pensare che la pagina ufficiale di Cavaliere ne ha oltre mezzo milione. Berlusconi invece continua a tenersi alla larga dai cinguettii. C’è il profilo «Berlusconi2013», ma i tweet non sono riconducibili all’ex premier.
«Viene aggiornato da un gruppo di giovani simpatizzanti», spiega Antonio Palmieri, responsabile della comunicazione online del partito.
Chi sono questi ragazzi? «Preferiamo mantenere la loro identità segreta per proteggerli da ritorsioni e insulti», taglia corto il deputato.
Resta il fatto che sempre più spesso il Cavaliere interroga i suoi più stretti collaboratori, sorpresi a twittare o a navigare su Facebook.
Il sentimento è un misto di curiosità a stupore: «Stando chiusi in una stanza attraverso un telefonino o un iPad si riesce a vedere tutto di una persona».
Sul Web la neonata Forza Italia è già in campagna elettorale.
Nelle ultime ore i parlamentari si sono visti recapitare una mail con le «indicazioni operative». Deputati e senatori sono invitati a rilanciare il sito forzasilvio.it e ad arredare con il logo di Forza Italia i profili personali.
Il problema è che la comunicazione del Cavaliere sul Web è quella di fine Anni Novanta.
Slogan a caratteri cubitali, «banner» a tutto spiano e compito a casa per il militante diligente: «Fai conoscere la nuova pagina ufficiale dei Forza Italia».
Di interazione con gli utenti ben poca.
Il tentativo, nemmeno troppo velato, è quello di ottenere (gratis) una sorta di pubblicità diffusa sui social network.
I siti berlusconiani per ora restano la versione virtuale dei manifesti sei per tre che tappezzano le città .
Gabriele Martini
(da “La Stampa“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL LEADER IN MISSIONE DA CASALEGGIO: SUL TAVOLO LE STRATEGIE IN LOMBARDIA
Lo spunto, forse, è tutto in un messaggio (recente) di Beppe Grillo, un post in cui invita a scelte di
campo nette.
«Mai più moderati», scrive. «Supereremo i limiti», avverte.
Parole che fanno presagire scelte estreme. In Parlamento, ma non solo.
Decisioni che potrebbero rivelarsi ancor più sorprendenti nei fatti, anche a livello di strategie politiche.
L’orizzonte non si limita alla situazione contingente, ma va oltre, mirando dritto alle prossime consultazioni elettorali.
Da qualche giorno tra i militanti Cinque Stelle si sta discutendo sull’opportunità o meno di essere presenti alle Europee del 2014.
Il Movimento potrebbe non figurare sulle schede elettorali: uno shock, un sacrificio che molti attivisti sono pronti ad accettare per indicare il loro «no» secco all’Europa e alle regole – spesso criticate sul blog – che Bruxelles impone.
Il dubbio sulla partecipazione alle Europee si è insinuato tra le maglie dei pentastellati al punto da coinvolgere nel discorso i parlamentari.
Posizioni differenti, spesso contrastanti. Molti vedono nella possibilità di ottenere seggi nelle istituzioni europee la possibilità di amplificare la voce del Movimento, di portare le istanze fuori dai confini nazionali: «Impossibile non partecipare», il ritornello.
Tra gli incerti su una eventuale defezione alle urne c’è anche Vito Crimi.
Che argomenta così il suo punto di vista: «Pur essendoci un movimento transnazionale vicino ai Cinque Stelle e pur avendo gruppi ovunque, mi domando: a cosa serve il Parlamento europeo? Rischiamo forse di trovare un’altra scatola vuota?».
«Siamo sicuri che abbia un ruolo preponderante sulle scelte della politica europea o anche in quel caso le decisioni sono prese altrove come succede in Italia?», prosegue l’ex capogruppo al Senato.
Interrogativi che non rimangono isolati. «Noi abbiamo già dimostrato che non partecipiamo alle elezioni per avere i rimborsi elettorali: e ciò vale a maggior ragione anche in questo caso – spiega un altro parlamentare –. Oltretutto, con altre Politiche alle porte, potrebbe esserci un’emorragia di candidati».
Già , perchè tra Regionali (Basilicata e Abruzzo), Provinciali (Trento e Bolzano), altre amministrative e con lo spettro del voto anticipato in Italia, c’è un’altra incognita che pesa sui Cinque Stelle: la possibilità di trovarsi con un bacino di aspiranti eurodeputati alquanto ridotto, a meno di non aprire a criteri di selezione più ampi, che coinvolgano un numero crescente di persone.
Primo passo in questa direzione, ampliare la base di votanti «certificati» sul blog.
Un passo che appare comunque fondamentale per il Movimento, così come il giudizio di Grillo e Casaleggio sulla vicenda-Europee (le pratiche burocratiche sono state comunque avviate, ndr ). Intanto, ieri a Milano il leader del Movimento ha incontrato insieme allo stratega i consiglieri regionali lombardi pentastellati.
La capogruppo, Paola Macchi, ha commentato: «Penso sia molto importante avere un rapporto diretto con il territorio» e Grillo e Casaleggio «ci hanno detto che sul territorio, decide il territorio».
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
“E’ SOLO UN BATTUTISTA, ALLA LUNGA STANCA”
Lo osserva, lo compulsa, lo vede e lo rivede nelle sue performance in tv.
E naturalmente lo testa, in modo maniacale. Forse avrà commissionato più sondaggi lui su Renzi dello stesso Renzi.
E sebbene il sindaco di Firenze svetti nei report di ogni istituto di ricerca, Berlusconi è convinto che non vincerà : «L’ho studiato, è solo un battutista che alla lunga stanca».
Sarà perchè l’hanno preso per matto molte volte nel suo partito prima di doversi ricredere, sarà perchè alla fine il capo è sempre il capo, ma nel Pdl in molti iniziano a credere all’ultima profezia del Cavaliere, secondo cui per Renzi il destino si è ribaltato, e al contrario di un anno fa stavolta trionferà nel Pd ma perderà nel Paese.
Forse servirebbe Esopo per raccontare questa conversione di Berlusconi, che pure era rimasto colpito dal giovanotto, capace di sbaragliare nella sua città il potente apparato della «ditta» e conquistare la poltrona di palazzo Vecchio. In effetti un principio di infatuazione ci fu, lo riconosce il Cavaliere, ricostruendo la storia del famoso pranzo di Arcore con l’esponente democratico: «Lo volli incontrare perchè mi aveva incuriosito, e pensavo potesse essere una persona su cui investire. Scoprii invece che era solo un ambizioso».
O forse l’uva era posta troppo in alto, se è vero che – subito dopo la vittoria di Bersani alle primarie del Pd – il leader del centrodestra disse che «la porta per Matteo è sempre aperta»
Di certo la versione dell’appuntamento offerta da Berlusconi è diversa da quella che a suo tempo fornì Renzi, crocifisso per anni dai suoi stessi compagni di partito per il rendez vous riservato con «il nemico», che pure a maggio gli sbarrò la strada per palazzo Chigi, preferendogli Enrico Letta per le larghe intese.
E ora che il governo inizia a vacillare, e tutti si tengono pronti in vista eventualmente delle urne, l’ex premier è tornato ad applicarsi sul rottamatore che promette di asfaltare il centrodestra e intanto cerca di asfaltare i suoi rivali nel Pd.
Renzi è più di una minaccia, è un pericolo, il timore nelle file dei berlusconiani è che davvero riesca a sfondare nel loro territorio.
E chissà se Berlusconi dissimuli per nascondere la sua preoccupazione, visto che persino Signorini – potente direttore del mondadoriano Chi – si è invaghito del sindaco di Firenze.
In pubblico, cioè nelle riunioni riservate, il Cavaliere invita però alla calma, perchè – a suo dire – «per ogni voto che Renzi cercherà di prendere al centrodestra ne perderà due a sinistra». La sua tesi sarà il frutto dei sondaggi, magari confortati da una chiacchierata con D’Alema, comunque il capo del Pdl ritiene di essere nel giusto.
La sua analisi si fonda sul fiuto ma anche – così dice – sui numeri, parte dal presupposto che il potenziale candidato premier sia vissuto nella pubblica opinione come una personalità divisiva, «anche nel suo stesso campo», e che la campagna elettorale – quando sarà – lo costringerà a muoversi nel recinto retorico della sinistra, vincolato dalla base e dalle strutture che sono la cinghia di trasmissione del consenso democratico.
A quel punto – secondo Berlusconi – Renzi dovrà scegliere se indossare il giubbotto di Fonzie o la tuta di Cipputi.
La cosa curiosa è che ne parla e si comporta come dovesse essere ancora lui a sfidare l’avversario, un dettaglio che non è sfuggito ad alcuni dirigenti del Pdl, preoccupati che i falchi si trasformino in sirene e lo convincano di potersi ancora presentare all’appuntamento delle urne.
Non è dato sapere se davvero il Cavaliere coltivi questa idea, sicuramente non sottovaluta il competitore, tanto da avere portato avanti un piano in gran segreto, per porre un argine al tentativo di invasione del suo campo.
Così, oltre alle centinaia di pagine che fotografano Renzi e il suo rapporto con gli italiani, Berlusconi sta facendo testare una serie di personalità esterne alla politica, da lanciare quando verrà il momento delle urne, così da dimostrare che il centrodestra non è solo composto dall’apparato di partito, ed è capace di attrarre i famosi «uomini del fare».
Nel frattempo tiene Renzi nel mirino, e ripete che «è solo un battutista».
Chissà se in cuor suo teme di dover assaggiare l’uva e di scoprirne il sapore aspro della sconfitta. Per ora osserva le mosse del Pd, il modo scomposto con cui si approssima al congresso, e che – secondo i suoi amatissimi sondaggi – sta dando agli elettori l’impressione di un partito dove si litiga per spartirsi un bottino che si ritiene già dato per scontato, come se stessero già apparecchiando il pranzo per palazzo Chigi.
Dimentica le risse nel suo partito Berlusconi, che è stato costretto a parlare (anche) per non far sentire i piatti che si rompono nel retrobottega del Pdl.
Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
NELLA TERRA DI BERSANI I TESSERATI NON ARRIVANO A 300, IN DUBBIO IL CONGRESSO… TENSIONI TRA RENZIANI ED EX BERSANIANI
E’ l’incubo di ogni partito: avere più dirigenti che iscritti. 
E nonostante sia vincente da oltre un decennio, — quindici contando che il sindaco Paolo Dosi ha appena festeggiato solo un anno e mezzo di mandato e in provincia può contare su una trentina di primi cittadini su 48 — al Partito Democratico di Piacenza, quando si contano le tessere nel cassetto, tremano i polsi.
Tanto che potrebbe essere a rischio il Congresso, che era previsto proprio in autunno.
E non manca chi, in vista dell’atteso appuntamento, ironizza: “Sono più i dirigenti e gli eletti che non gli iscritti”, battuta che circola tra i corridoi della sede di viale Martiri della Resistenza.
Così, se fino a qualche tempo fa era quasi impossibile venire a conoscenza del numero esatto di chi ha una tessera del partito, ora il vento è cambiato: sono 270, tra capoluogo e sedi provinciali.
Pochi, pochissimi, secondo la segreteria regionale, che da Bologna ha paventato persino il rischio commissariamento.
Il dibattito, per non parlare di numeri, per ora si basa sui candidati.
Il giovane sindaco di Vernasca, Gianluigi Molinari, o l’altrettanto fresca segretaria di Gossolengo, Betty Rapetti, tra i più accreditati.
Oppure l’attiva consigliera comunale Giulia Piroli, o lo sportivo ex Capogruppo in Consiglio, Cristian Fiazza. Quel che non si dice è che il prossimo segretario del Pd piacentino, se riuscirà ad essere eletto, si troverà di fronte ad una situazione disastrosa.
Lo sa bene l’attuale segretario Vittorio Silva, che già prima dell’estate aveva rimesso il mandato.
Un po’ perchè era stato convinto dalle sirene che gli arrivavano dalla Provincia, retta dal centrodestra — e sempre in bilico sulla possibile soppressione — ma dove può contare su un posto fisso prestigioso e remunerativo.
Aveva creduto che la segreteria potesse costituire il viatico per incarichi di maggior prestigio. I fatti non gli hanno dato ragione.
L’aver scommesso su Pier Luigi Bersani, come appariva naturale vista la sua “piacentinità ”, non gli ha portato fortuna. Anche per questa ragione Silva ha già deciso di tornare al ruolo di dirigente di via Garibaldi e solo la Direzione provinciale, lo scorso 9 luglio, è riuscita a “congelarlo” almeno fino al Congresso “perchè il partito avrebbe rischiato di scoppiare”, si era lasciato scappare l’assessore comunale Silvio Bisotti durante la riunione.
Ora però la questione non è più rinviabile. Per le spinte dei renziani, o dei nuovi gruppi che si sono formati e che basano molto della loro spinta sulla trasparenza (Open Pd, per esempio), ma soprattutto perchè la segreteria regionale, dopo aver visionato il numero degli iscritti al Pd di ogni provincia, ha rilevato come a Piacenza — città e provincia — faticano ad arrivare a quota 300.
Naturalmente non esiste una norma dello statuto che imponga un numero minimo per celebrare il congresso, anche se appare evidente lo scollamento con il territorio.
Come ricordato, il Pd locale è vincente, forse uno dei pochi in Italia con questa continuità negli ultimi anni (a sola guida Pd) e alle ultime elezioni ha sfiorato il 30%.
Può contare sul sindaco del capoluogo da tre mandati consecutivi e moltissimi amministratori sparsi su tutto il territorio. Eppure, tra i vertici, si rincorre la domanda: come mai così pochi iscritti?
Il timore, sia a livello locale che regionale, è quello di eleggere un segretario debole (al Congresso votano i tesserati), dopo che si è usciti da una stagione, quella di Silva, che ha portato la sua figura ad indebolirsi strada facendo, tra faide interne (in particolare con l’ex sindaco Roberto Reggi, in rotta dopo aver sostenuto Matteo Renzi alle primarie ma non essere stato inserito nel listino bloccato per il Parlamento) e la “non vittoria” di Bersani alle ultime elezioni nazionali.
L’indirizzo dalla segreteria regionale è stato chiaro: gli iscritti devono aumentare.
E potrebbe essere semplice per un partito che a Piacenza è così forte e radicato. E invece è tornato a dividersi persino sui banchetti, con i dirigenti storici che hanno accusato i renziani di scarso impegno sul territorio.
La resa dei conti è attesa per lunedì 23 settembre, quando vis à vis i segretari comunali si ritroveranno per discutere di questo e molto altro e cercare di scongiurare di essere rimasti gli unici con in tasca una tessera del Pd.
Gian Marco Aimi
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
UN ALTRO VERTICE CON I BIG: DIVISO TRA LA ROTTURA E LA STABILITA’
Un lungo vertice giovedì sera con tutto lo stato maggiore del partito, uno più ristretto oggi a pranzo con segretario, coordinatori, capigruppo.
E alla fine delle riunioni, i partecipanti concordano sull’interpretazione delle intenzioni di Silvio Berlusconi: «Il governo non lo entusiasma, tutt’altro, ed è ancora molto arrabbiato per quello che gli hanno fatto in Giunta. Ma la decisione di staccare la spina non l’ha presa. Per ora».
Raccontano che il Cavaliere, partito ieri sera per Arcore e forse presente oggi al lancio a Milano della nuova Forza Italia (dove ci saranno sia la leader dei falchi Santanchè che quello delle colombe Alfano), abbia ascoltato le ragioni di tutti.
Di chi proprio non riesce ad accettare l’idea di rimanere al governo con una sinistra che oltre a volerlo «abbattere per via giudiziaria» propone solo «tasse su tasse senza riuscire a imprimere alcuna svolta all’economia» (su questa posizione continuano a stare Santanchè, Verdini, Capezzone, Bondi, ma negli ultimi giorni anche Ghedini, in parte Brunetta), e di chi invece ritiene un errore imperdonabile rendersi artefici di una rottura che gli italiani non capirebbero oggi (tutta l’ala governativa più i moderati come Letta, Schifani).
Alla fine, dicono, ha retto l’urto situandosi su una posizione mediana: si va avanti «combattendo le nostre battaglie, dalla giustizia alle tasse».
Poi si vedrà , anche perchè «il Pd ha più problemi di noi a sostenere l’esecutivo…».
Così si capiscono i toni alti di Brunetta, che annuncia la rottura se verrà alzata l’Iva, ma anche quelli più soft ma altrettanto decisi della Gelmini, secondo la quale «per evitare che l’economia abbia un colpo drammatico si tagli la spesa».
E si capisce come per tutti, di qualsiasi area, si navighi a vista.
Gaetano Quagliariello fissa il momento della verità «a gennaio, febbraio», confidando che «finchè le categorie produttive lo sosterranno, il governo non cadrà ».
Maurizio Gasparri è più tranchant: «Prima di gennaio viene il primo ottobre, e l’Iva… E poi il 4 ottobre, quando la Giunta vedrà una seduta pubblica, e il 15 ottobre, quando l’Aula voterà la decadenza: la strada è lastricata di ostacoli».
In questo clima, dopo l’accelerazione mediatica del lancio di Forza Italia è il momento di fermare i motori: decisioni sui gruppi e sulle gerarchie sembrano sospese, in attesa che Berlusconi decida quale strada imboccare.
Dicono che Alfano stia recuperando posizioni (sono piaciute al Cavaliere le ultime uscite televisive del segretario), e al momento non si toccano organigrammi.
Piuttosto, l’emergenza oggi è «raccogliere le firme per i referendum sulla giustizia» e tutti gli altri proposti dai Radicali, dice Luca D’Alessandro, e infatti Verdini sta stressando i coordinatori regionali perchè portino «risultati importanti» , sulla base dei quali verranno giudicati anche per il futuro.
Ma nel Pdl-FI lo scontro sotterraneo continua in tutte le forme.
Mercoledì prossimo si dovrebbe votare finalmente per il vicepresidente della Camera in quota Pdl, e ufficialmente la candidatura della Santanchè non è stata ritirata, nonostante sia difficilissimo, con l’aria che tira, che a scrutinio segreto venga eletta.
Anche per questo, e visto il suo impegno a tempo pieno nel partito, lo stesso Verdini starebbe convincendola al passo indietro, ma si discute su chi potrebbe sostituirla.
Se una candidatura di moderate come la Gelmini o la Carfagna passerebbe senza problemi ma verrebbe vista come un atto di guerra interno, quella della Prestigiacomo, a lei vicina (e piuttosto ostile ad Alfano), potrebbe andar bene alla Santanchè.
A meno che non si arrivi a un’ipotesi di mediazione sulla quale si sta ragionando, rappresentata da Simone Baldelli, grande esperienza d’Aula e sponsorizzato da Brunetta.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
RENZI: “AL GOVERNO DA SOLI”, CUPERLO: “ANCHE IL MIGLIORE NON PUO’ VINCERE DA SOLO”… SCONTRO SULLA NORMA CHE DISTINGUE SEGRETARIO E PREMIER
È caos nella giornata conclusiva dell’Assemblea nazionale del Pd.
È arrivato l’accordo per la data e le regole del prossimo Congresso ma è saltata la modifica dello statuto.
Nella fattispecie non si è trovata l’intesa sulla modifica dell’articolo 3, che voleva eliminare l’automatismo di ruoli tra il segretario del Pd e il candidato premier (in Assemblea c’e’ stato a riguardo il forte dissenso di Rosy Bindi).
L’intesa raggiunta a fatica in interminabili riunioni della commissione sulle regole non ha retto del tutto alla prova del voto finale dell’Assemblea.
Riassumendo: congresso nazionale e primarie per l’elezione del segretario aperte a iscritti e non iscritti si terranno l’8 dicembre; saranno preceduti dai congressi di Circolo e provinciali; entro la fine di marzo si terranno i congressi regionali.
I candidati alla segreteria dovranno infine ufficializzare la propria discesa in campo entro l’11 ottobre.
C’è accordo pure sulla norma che prevede che a sostenere i singoli candidati siano solo liste riferite al loro programma, in questo modo si cerca di arginare l’ulteriore frazionamento in correnti e di evitare che si formino gruppi di pressione che poi confluiscono sulle candidature.
Il tutto dovrebbe essere approvato definitivamente dalla riunione della Direzione del Pd che si terrà il 27 settembre.
Il primo match tra candidati svoltosi nell’Assemblea ha esaltato le particolarità di ognuno.
Gianni Cuperlo ha svolto un discorso che è apparso alla platea dei delegati il più “costruito” con molteplici riferimenti culturali alla tradizione della sinistra e alla necessità di profondo rinnovamento di quest’ultima.
Ha parlato di “destra” e di “sinistra”, di necessità di pensare il futuro e di distinguersi sui valori e sulle scelte dai propri avversari pur nel difficile compito di governare assieme al Pdl.
Quanto al Pd, Cuperlo ha ribadito di privilegiare la separazione di ruoli tra segretario e premier: «Da solo il migliore di tutti noi non ce la fa».
A chiudere ha usato una dotta citazione di Norberto Bobbio: solo discutendo sulla natura di se stessi, si avrà chiaro il nostro destino.
Matteo Renzi, forse un po’ spiazzato dal discorso di Cuperlo, ha usato la sua abilità oratoria per ricordare al competitor: «La crisi non e’ crisi solo del modello della destra. La crisi della politica interpella tutti noi. In questi vent’anni abbiamo governato anche noi, ci siamo stati anche noi. Se non siamo in grado di interpretare il cambiamento, è un nostro problema. Proprio questo è ciò che non ha funzionato in anni recenti nella politica del Pd».
Renzi ha poi rinunciato a presentare una propria piattaforma politica con ambizione programmatica. Ha preferito distinguersi bacchettando il governo e ricordando a Enrico Letta: «Se si e’ sforato il tetto del 3,1% del debito pubblico, o si ha il coraggio di dire che quei parametri vanno rimessi in discussione o si ha il coraggio di dire che l’Imu lo rimetteremo a posto. Non e’ giusto dare la colpa all’instabilita’ politica, sostenendo l’idea che sia sempre colpa di qualcun altro».
Arriva in conclusione la promessa che il suo Pd sarà «completamento diverso da quello attuale». Alla fine dell’intervento di Renzi c’è stato l’abbraccio con il rivale Cuperlo, interpretato come dichiarazione di lealtà nella sfida appena avviata per la conquista del vertice del partito.
Gli altri due candidati, Pippo Civati e Gianni Pittella, sono apparsi schiacciati in un ruolo marginale dalla forza di consenso che possono suscitare Cuperlo e Renzi.
Civati ha confermato di essere il più a sinistra tra gli sfidanti: ha ricordato le battaglie sui diritti e il rapporto con Sel di Nichi Vendola, ha chiesto rinnovamento al partito sia nelle sue forme organizzate, sia nei suoi gruppi dirigenti.
Ora Civati dovra’ trovare ulteriori argomenti di differenziazione più da Cuperlo che da Renzi, se vuole rosicchiare consensi nell’area dalemiana e bersaniania.
Pittella è quello che con più forza ha chiesto al Pd di collocarsi sul fronte dell’Internazionale socialista e del Partito del socialismo europeo, chiarendo cosi’ quali sono identita’ e collocazione internazionale del Pd.
Il vicepresidente del Parlamento europeo ha chiesto con forza di battersi senza indugi per allentare la pressione del Patto di stabilita’ a livello europeo che pesa come un macigno sugli atti del governo guidato da Letta.
Il Congresso del Pd ha quindi tagliato oggi il suo nastro d’avvio.
Da domani i quattro candidati se le daranno di santa ragione, pur confidando in regole condivise e di garanzia democratica per ognuno.
Renzi e’ il favorito, Cuperlo e’ l’outsider.
Il primo assicurerebbe al Pd l’approdo post-ideologico a una formazione inedita per base sociale e collocazione politica, il secondo manterrebbe il partito profondamente ancorato nella nuova sinistra che vuole contribuire a costruire.
(da “La Stampa”)
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