Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
“I SOLDI PROMESSI SE LI E’ TENUTI LAVITOLA”….”GRATITUDINE DI BERLUSCONI? NE FACCIO A MENO”
Da un lato Silvio Berlusconi è un uomo che “distrugge” chi gli sta accanto, dall’altro, l’ex premier non
ha nulla da temere sulle eventuali rivelazioni di Gianpi Tarantini, che lo vede ancora come un “padre” e un “amico”.
È la versione di Nicla Devenuto, 35 anni, moglie di Tarantini.
L’abbiamo incontrata di fronte al portone di casa, un distinto palazzo nel cuore dei Parioli, per capire se anche Tarantini, come ventilato — salvo fare marcia indietro — da Valter Lavitola, ha intenzione di presentare memoriali o rivelare qualcosa sull’ex premier
“Lavitola è quello che è… è un brutto personaggio, anzi, neanche brutto, è un personaggio molto ambiguo, ho avuto a che farci…”
Dagli atti d’indagine pareva che foste amanti…
No, le assicuro che non rientrava nel mio target di persone da frequentare. Ci ha portato dei guai tremendi.
Le dichiarazioni di Lavitola nei giorni scorsi sembravano un segnale a Berlusconi. O no?
Saranno fatti suoi.
Negli ambienti politici si vocifera: se parlano Lavitola e Tarantini, per Berlusconi, sono guai. L’ex premier deve temere che Gianpi dica qualcosa di inedito?
Ma che è matto? E poi mica Gianpi, con Berlusconi, aveva lo stesso rapporto di Lavitola. L’ha conosciuto, si sono frequentati un inverno, insomma per un po’ e poi ha perso tutta la sua vita… E poi Gianpi non ci ha mai fatto affari insieme.
Ma voleva farli. Con la Protezione civile e Finmeccanica.
Conosci un amico che può darti una mano…E poi non gliel’ha data…Per Gianpi era un padre. Era il presidente del consiglio.
Per Gianpi è ancora un amico?
Lui l’ha sempre visto come un amico.
Tra Lavitola e Gianpi chi ci ha rimesso di più?
Beh, anche Lavitola ha i suoi guai.
Ora come vivete?
Io lavoro come avvocato, in uno studio legale civile e societario, mio marito fa il ‘mammo’. Fino a quattro anni fa avevamo una vita normale.
E da Berlusconi non v’aspettate alcuna gratitudine?
Della gratitudine di Berlusconi ne avrei sempre fatto volentieri a meno. Se tornassi indietro, a mio marito, consiglierei di comportarsi diversamente.
Quanto paga d’affitto per questa casa?
È di una mia amica. Non paghiamo nulla. Stiamo anche andando via… Deve venire ad abitarci lei…
Ora vivete solo con il suo stipendio da avvocato
Un avvocato può guadagnare mille euro oppure ventimila.
Berlusconi vi aveva promesso 500mila euro: ricevuti?
Neanche un centesimo. Niente. Intanto io sono finita in carcere, tre giorni e tre notti a Poggioreale, poi il tribunale del riesame ha deciso che non me lo meritavo. E nel frattempo voi giornalisti mi avete distrutto. Mi sono laureata a 23 anni con 110 e lode, a 25 anni ero già avvocato, ho sempre lavorato, sono cresciuta in una famiglia per bene. Non meritavo tutto questo.
Quei soldi doveva darveli Lavitola… In cambio Gianpi doveva mentire dinanzi ai magistrati per tutelare Berlusconi
Gianpi, quello che doveva dire ai magistrati, l’aveva già detto un bel po’ di anni prima. E poi quei soldi non sono mai arrivati. E le dirò di più: chi li vuole!
Erano il prezzo delle menzogne ai pm.
No. Erano un aiuto per mettere su un’azienda… Poi, le modalità , sono state quelle di Lavitola…
Che non ve li ha dati
Se li è tenuti lui. Può tenerseli e spenderli tutti in medicine.
Gianpi non ha più nulla da dire, quindi, ai magistrati?
Non ha più nulla da dire.
Berlusconi non s’è fatto più sentire? Nessuna notizia recente?
Non lo so e non mi interessa. Più gli stiamo lontano e meglio è. Anche se involontariamente, Berlusconi distrugge le persone che gli sono vicine.
Sta dicendo che vi ha abbandonato?
Ma guardi come sta messo! Ha più guai Berlusconi di Gianpi, vuole che stia pensando a noi? E poi: tutto quello che poteva succedere è successo, ci sono andata di mezzo pure io…
Per colpa di chi?
Superficialità nostra, che non abbiamo valutato bene chi avevamo davanti, ma è dura dover spiegare ai nostri figli quello che è successo. La serenità dei figli è lo specchio di una famiglia. Gianpi ha pagato in maniera sproporzionata: ha perso tutto, non ha più niente, non ha un soldo, non ha un lavoro, non ha le sue aziende… Mio marito l’hanno massacrato tutti. Definito come un pappone…
Ci dica un pregio di Gianpi e lo scriviamo.
È un padre meraviglioso ed è una persona generosa.
Però le donne a casa di Berlusconi le portava.
Ma Berlusconi non aveva bisogno di Gianpi! Quando frequentava le olgettine, Gianpi dov’era? Lui andava a cena, Berlusconi gli diceva porta qualche amica… Ha fatto i suoi errori, ma non è che facesse il pappone di mestiere, lui faceva l’imprenditore…
Antonio Massari
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PRESENTA I NUMERI (UN PO’ ABBELLITI) PER LA LEGGE DI STABILITà€
Ieri mattina il governo ha presentato la cosiddetta nota di aggiornamento al documento di economia e finanza 2013 (Def), cioè i numeri su cui da oggi verrà impostata la legge di Stabilità che definisce il bilancio dello Stato dei prossimi tre anni.
E i fatti sono questi: al momento l’Italia non rispetta il vincolo europeodeldeficital3percento del Pil (dopo mille ricalcoli la cifra indicata è 3,1), non ha mantenuto l’impegno preso dal governo Berlusconi nell’estate 2011 di raggiungere il pareggio di bilancio strutturale quest’anno (il deficit strutturale, cioè depurato dalle spese dovute solo alla recessione, è 0,7 invece che 0 o 0,5 come previsto).
Terzo problema: l’Italia rischia di essere fuori da ogni parametro anche nel 2014, visto che l’apparente equilibrio nei conti si regge su un’ipotesi di ripresa troppo ottimistica, con un Pil che il prossimo anno dovrebbe impennarsi dell’1 per cento.
Lo ammette anche il ministro Saccomanni: “È una stima leggermente superiore a quella stimata dai principali previsori internazionali”. La Commissione europea, per esempio, per l’anno prossimo indica +0,7, e potrebbe presto rivederla al ribasso.
Questo è il quadro della finanza pubblica “a legislazione vigente”, cioè lo stato dell’arte.
Poi ci sono gli obiettivi da raggiungere, quello che Letta vuole ottenere con la legge di Stabilità : un deficit al 3 per cento nel 2013 e al 2,5 nel 2014, già comprensivo di spese che di solito si nascondono fino all’ultimo tipo missioni militari e cassa integrazione in deroga.
“Il 15 ottobre presenteremo la legge di Stabilità che sarà il cuore dell’attività di governo e che scriviamo noi, senza costrizioni, ma dentro gli impegni presi. Sarà questo il documento su cui vogliamo essere giudicati”, dice il premier.
E da Bruxelles arriva subito l’incoraggiamento del portavoce del commissario europeo Olli Rehn, il guardiano della soglia del 3 per cento.
I sorrisi di Letta e Saccomanni, da soli in conferenza stampa, sono un po’ tirati.
Dietro le dichiarazioni di ottimismo, tradotte in numeri ad alto rischio, c’è la consapevolezza della valanga di problemi in arrivo.
Il primo ottobre scatta l’aumento dell’aliquota Iva dal 21 al 22 per cento, che vale un miliardo nel 2013 e forse la fiducia del Pdl all’esecutivo.
All’improvviso Letta non se la sente più di darlo per certo e dice solo: “Ne parleremo nei prossimi giorni”. Tanta prudenza si capisce meglio poche ore dopo quando il segretario del Pd Guglielmo Epifani ribalta la linea del partito e dall’assemblea dei democratici dice: “Chiedo al governo che non scatti l’aumento dell’Iva”.
Forse per non lasciare la bandiera della lotta contro l’Iva al Pdl, forse perchè vuole davvero sfidare Berlusconi suggerendo a Letta la soluzione proposta da Stefano Fassina (prendere soldi dall’Imu, per bloccare l’imposta sui consumi).
Ma il miliardo dell’Iva è solo il primo dossier.
Poi ci sono i 2,4 della seconda rata Imu prima casa 2013.
Il presidente dell’Anci Piero Fassino avverte: i soldi devono cominciare ad arrivare da Roma ai sindaci entro domenica o “molti Comuni al 30 settembre non saranno in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti”.
Allarme forse un po’ eccessivo ma efficace, Letta promette che arriveranno lunedì.
Peccato che il governo non abbia mai trovato una copertura finanziaria all’abolizione della seconda rata Imu e anche i soldi per la prima sono molto virtuali (a cominciare dai proventi del condono cui le società di gioco d’azzardo non vogliono aderire).
Letta e Saccomanni hanno rifatto molte volte i calcoli in questi giorni per racimolare qualche miliardo dalla spesa per interessi, scommettendo sul calo dello spread.
Questa ennesima professione di ottimismo si è tradotta in un taglio di qualche decimale: il costo del debito peserà sul 2014 per il 5,4 per cento del Pil e nel 2015 per il 5,3 (le stime precedenti erano 5,6 e 5,8).
Ma è lo stesso Letta a ricordare che “l’instabilità politica” è costosa e rischia di far salire il costo del debito.
La Banca d’Italia è subito corsa in aiuto del suo ex direttore generale Saccomanni, comunicando l’avvio di un comitato di esperti per “una valutazione delle quote di partecipazione al proprio capitale”.
Lo scopo è questo: con un tratto di penna si alza il valore delle azioni della Banca d’Italia, oggi in mano alle banche vigilate ma anche a Inail e Inps.
Gli istituti di credito ottengono un beneficio perchè i loro bilanci risultano più solidi, ma pagano una tassa sulla plusvalenza, almeno un miliardo.
Anche questo non basterà . Soprattutto se Letta vuole davvero — come annunciato — tagliare le tasse in busta paga ai lavoratori dipendenti per almeno 4 miliardi.
La partita è appena cominciata ma sarà breve: tutta la legge di Stabilità deve essere pronta il 15 ottobre per spedirla a Bruxelles.
Quando è salito al Colle a presentare il Def a Giorgio Napolitano Letta ha ripetuto: “Non mi farò logorare”. Pensando al Pdl. Ma anche al Pd.
Stefano Feltri
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
I CONTI DEL TESORO: SERVONO ALMENO 3,4 MILIARDI PER COPRIRE GLI IMPEGNI
Non si rischia solo l’aumento dell’Iva. 
I numeretti del Documento di Economia e Finanza approvato ieri dal governo rendono ben chiaro quello che il presidente del Consiglio, Enrico Letta, ed il suo ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, cercano di far capire da qualche settimana alla maggioranza: per il 2013 i soldi sono finiti.
La ricerca continua e non si dispera di poter, magari, rinviare il rincaro della tassa per ancora qualche settimana.
Ma l’operazione è estremamente difficile a due mesi dalla chiusura dell’esercizio. E con l’Iva balla anche la seconda rata dell’Imu sulla casa d’abitazione.
A oggi, dicono i numeri del Def, non ci sono fondi con cui coprire l’eventuale mancato gettito dell’aumento dell’Iva (un miliardo da qui a fine anno), e la cancellazione della seconda rata Imu (2,4 miliardi).
Ci sono solo i soldi, poco più di 300 milioni recuperati tagliando ogni spesa non indispensabile, per finanziare da qui alla fine dell’anno le missioni di pace e l’intervento umanitario in Siria.
Il decreto arriverà la prossima settimana ma all’orizzonte, dicono al Tesoro, per il momento non c’è altro.
Contando sul pieno appoggio della Commissione Ue, che è tornata a farsi sentire anche ieri, il governo proverà a tener duro, difendendo il limite del deficit del 3% e, se possibile, cercando di dare un segnale anche sulla riduzione del debito pubblico, con alcune dismissioni entro fine anno.
Per il 2013 «ogni intervento aggiuntivo sull’economia – ribadiscono al Tesoro – dovrà essere finanziato».
Un principio che vale anche per l’anno prossimo
Nel 2014 il rapporto tra il deficit e il pil scenderebbe naturalmente al 2,3% del pil, senza necessità di manovre correttive, ma bisognerà rifinanziare la cassa integrazione in deroga e le missioni di pace del 2014.
Poco più di 3 miliardi di euro, che spingeranno il deficit al 2,5%, fissato come obiettivo «programmatico».
Ne consegue che anche i soldi per la riduzione del cuneo fiscale, per la riforma delle imposte sulla casa ed eventualmente per il riordino dell’Iva dovranno essere trovati.
Nella Legge di Stabilità che il governo presenterà a metà ottobre saranno delineati alcuni interventi per creare un margine di cinque-sei miliardi di euro, la dimensione minima che dovrebbe avere lo sgravio sul cuneo fiscale del 2014.
Le risorse arriveranno da alcuni tagli alla spesa pubblica, dalla revisione delle agevolazioni e degli sconti fiscali (dove si possono recuperare subito un paio di miliardi) e da uno spostamento della pressione fiscale verso le imposte indirette.
Se il Parlamento vorrà fare di più trovando altre risorse, libero di farlo. E lo stesso vale per la riforma dell’Imu, che dovrà essere “compensativa”, cioè garantire lo stesso gettito, ed eventualmente per la revisione dell’Iva.
Una volta varato, il programma antideficit potrà beneficiare nel 2014 della blindatura data dall’obbligo del pareggio in Costituzione, che difenderà ogni scostamento dall’obiettivo di spesa con correzioni automatiche e la destinazione alla riduzione del disavanzo di un eventuale extra-gettito.
E portare in dote, se il tetto di deficit del 3% sarà mantenuto, 6 miliardi l’anno in più da spendere, già dall’anno prossimo. Il «bonus» del risanamento, 6 miliardi che Letta e Saccomanni mettono sul piatto chiedendo l’appoggio della maggioranza alla manovra.
Spuntarla non sarà facile. Ieri anche il segretario del Pd ha chiesto lo stop all’aumento dell’Iva preteso dal Pdl.
Ma in fin dei conti, dicono al Tesoro, è più facile dire «no» a tutti che a uno solo.
Mario Sensini
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
BRUNETTA RINGHIA: “SE AUMENTA LA TASSA SUI CONSUMI, ADDIO ESECUTIVO”… IL PREMIER: “BASTA AUT AUT, SE ESAGERANO CHIEDERà’ UNA NUOVA FIDUCIA”
Guerriglia continua, ormai estenuante, che non porta da nessuna parte, ma che logora Enrico Letta quotidianamente.
Il premier, ieri, aveva appena finito di dire che si farà di tutto per mantenere fede all’impegno di tenere al 3% il deficit, nonostante gli scossoni che gli arrivano dalla sua stessa maggioranza, che Daniela Santanchè lo ha fulminato a distanza: “La stabilità , non è un valore assoluto, lo è solo nei regimi dittatoriali”.
Al premier è toccato ancora una volta alzare gli scudi sostenendo la necessità di “andare avanti, senza condizionamenti”, ma le tensioni, ormai a livelli di calore da fonderia, rischiano di far saltare il banco a breve, perchè Letta — è opinione della collega di partito Marina Sereni — “non ha alcuna intenzione di farsi logorare, adesso reagirà ”.
Forte anche dell’appoggio incontrastato del Quirinale, certo, ma anche di un’altra convinzione: che un governo stabile serva al Paese e che non ci si possa piegare in alcun modo alle manovre elettorali di Berlusconi e di Forza Italia.
Il partito dei falchi, nel centrodestra, regna sovrano incontrastato.
Soprattutto dopo che è trapelata l’indiscrezione secondo cui Berlusconi avrebbe intenzione di lasciare a Denis Verdini tutte le deleghe che ora sono nelle mani di Alfano, ormai ex segretario del Pdl che fu.
Parte integrante della mission organizzativa sarà invece nelle mani di Daniela Santanchè, bocciata come possibile nuovo vicepresidente della Camera al posto di Maurizio Lupi (si parla di una nomina per Stefania Prestigiacomo) che, quindi, sarà la “donna immagine” del nuovo partito.
Insomma, Letta ormai deve fare i conti con due distinti partiti che sorreggono il suo governo, l’ex Pdl delle “colombe” Lupi e Quagliariello e i mastini di Silvio, decisi a piegare Letta ai loro desiderata per solleticare la parte più dura e pura del loro bacino elettorale.
Di qui nascono le nuove, forti, fibrillazioni nella maggioranza che impattano sullo stato dell’economia, rischiando di mettere a repentaglio i segni, seppur deboli, di ripresa . All’orizzonte, poi, una serie di “appuntamenti con il destino”, come li ha soprannominati, tra il serio e il faceto, il viceministro Stefano Fassina, che certo non promettono nulla di buono.
Lo scoglio è senz’altro l’aumento dell’Iva su cui ieri Brunetta ha usato la solita, brutale, chiarezza: “Se Saccomanni aumenta l’Iva, il governo non c’è più”.
Minaccia ormai quotidiana a cui, stavolta, Letta ha risposto con fermezza: “Non accetterò l’aut aut, risponderò colpo su colpo. Non mi basta il congelamento della crisi come pensa Berlusconi. Abbiamo bisogno di andare avanti senza condizionamenti”.
Sì, però poi quello che sta per arrivare sul suo tavolo è da cuori forti.
L’Iva, certo, poi la legge di Stabilità . E nel mezzo, il voto del Senato per certificare la decadenza di Berlusconi da senatore (un altro momento hard, anche se il Cavaliere dovesse dimettersi prima) e lo scontro, pesante, sulla legge sul finanziamento pubblico ai partiti, arenato alla Camera da veti incrociati, ma sul quale Letta è stato perentorio ben due volte: “Se non passa, faccio un decreto”.
Un’alzata di testa intollerabile per i falchi forzisti, che in commissione Affari costituzionali di Montecitorio stanno tessendo la tela per ottenere denaro fresco dalle tasche pubbliche anche per la neonata Forza Italia grazie a emendamenti ad hoc che il Pd sta tentando di stoppare, lavorando però di suo a perdere il meno possibile per tenere in piedi il suo costosissimo apparato al Nazareno; un decreto sarebbe devastante per “l’inciucio” in atto.
Difficile, comunque, che il premier riesca a portare a casa vittoriosamente tutto.
C’è, invece, il rischio contrario, che le fibrillazioni (e i ricatti) diventino talmente forti da rendere ingestibile la prosecuzione del mandato.
“Ma prima di mettere alla prova il Paese con una crisi al buio — avrebbe detto Letta ad alcuni collaboratori — preferisco mettere loro alla prova”.
Come? Chiedendo a Napolitano, che lo ha ricevuto anche ieri e a cui ha detto “non mi farò logorare”, di tornare davanti alle Camere per ottenere una nuova fiducia, in modo da rendere “chiare” le responsabilità di tutti.
Quelle degli altri, non le sue.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 21st, 2013 Riccardo Fucile
IL BOSS HA TESTIMONIATO ALL’ANTIMAFIA A GENOVA: “PENTITO ASSOLUTAMENTE CREDIBILE”… BELSITO E BALOCCHI IN RAPPORTO CON IL CLAN DI STEFANO
È un pentito a delineare ciò che fino a questo momento era stato solo accennato, mormorato,
suggerito: Francesco Belsito, genovese, ex tesoriere della Lega Nord arrestato per la gestione spericolata di soldi pubblici, «riciclava i soldi della ‘ndrangheta».
Non solo. «Il suo predecessore (il riferimento è a Maurizio Balocchi, chiavarese e deceduto, ndr), oltre a favorire il riciclaggio ne deteneva anche le armi».
Non è un sentito dire e nemmeno una boutade.
Seduto di fronte agli investigatori coordinati dal sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Genova Giovanni Arena – è il 21 agosto scorso – c’è un testimone di primissimo livello.
Si chiama Francesco Oliverio, ha 43 anni, ed è un collaboratore di giustizia con un cursus honorum criminale di tutto rispetto.
È stato capo del locale (l’emanazione dell’organizzazione sul territorio) di Barbaro Spinello (Crotone), clan che comanda «sei ‘ndrine e un distaccamento a Rho, in provincia di Milano».
Per chi indaga è «assolutamente credibile» Oliverio, di cui è stata testata in più di un’occasione l’«affidabilità » (e nella trascrizione sono rimarcati più volte i riscontri fra sue dichiarazioni e accertamenti successivi).
Ecco perchè le sue parole sono così importanti.
Fa nomi e riferimenti precisi sul potere ‘ndranghetista in Liguria, apre scenari inediti e preoccupanti.
Come ad esempio il fatto che dalla Spezia a Ventimiglia non esistono solo quattro locali, come emerso finora nelle indagini (si era sempre parlato di Genova, Ventimiglia, Sarzana e Lavagna), ma almeno «dieci o quindici».
Il collaboratore riempie verbali per giorni.
Si va dal traffico di droga gestito dalle famiglie di Genova, Ventimiglia (Palamara) e Bordighera (Pellegrino-De Marte), agli intrecci con la Francia e Mentone; dalla copertura dei latitanti alla deferenza di cui godeva il boss di Ventimiglia Antonio Palamara nel carcere delle Vallette (dove l’organizzazione riusciva a trasmettere ordini grazie «alla compiacenza di alcuni agenti della penitenziaria»).
Soprattutto, per la prima volta viene affrontato in maniera molto diretta e circostanziata un tasto delicatissimo e ancora poco chiaro: il rapporto fra la cosca De Stefano e quelli che erano i vertici del Carroccio.
«Parlando con un compare di Reggio (di cui viene fatto il nome durante l’interrogatorio, ndr) – spiega il pentito – venni a sapere che i De Stefano operavano tranquillamente in Liguria riciclando soldi e facendo investimenti».
Di più: «Nel discorso, quale contatto, il compare aveva accennato all’ex tesoriere della lega Belsito, nonchè al precedente tesoriere dello stesso partito da tempo deceduto, il quale oltre a favorirli nel riciclaggio gli custodiva anche le armi».
Marco Grasso e Matteo Indice
(da “il Secolo XIX“)
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
NEL 2012 SONO AVVENUTI 108 INCIDENTI FERROVIARI GRAVI, IL TASSO PIU’ ALTO DAL 2008… IL 39% E’ CAUSATO DALLA CATTIVA MANUTENZIONE DI BINARI E CONVOGLI
Trecento milioni di euro. Servono per finanziare parte dell’Imu cancellata per il 2013. E verranno sottratti al “finanziamento concesso al Gestore dell’infrastruttura ferroviaria nazionale a copertura degli investimenti relativi alla rete tradizionale, compresi quelli per manutenzione straordinaria” previsti nella Finanziaria 2006. Tradotto: per realizzare la promessa su cui Silvio Berlusconi ha imperniato la sua campagna elettorale, sancire il trionfo del Pdl nella coalizione e restare in piedi, il governo taglia sulla sicurezza delle ferrovie.
Eppure solo 5 mesi fa l’Agenzia nazionale per la sicurezza ferroviaria aveva lanciato l’allarme: presentando la relazione su “L’Andamento della sicurezza delle ferrovie per l’anno 2012” (leggi il documento) il direttore Alberto Chiovelli aveva avvertito: “Il dato preoccupante è la carenza manutentiva“.
Non è un caso che l’80% dei deragliamenti avvenuti nel 2012 sia dovuto a “problematiche nella manutenzione dell’infrastruttura”.
Una carenza che pesa anche nel confronto con l’Europa.
Secondo la European Railway Agency, l’Italia è in tutte le classifiche fanalino di coda dei Paesi avanzati: peggio di noi fanno solo gli Stati dell’Europa dell’Est.
Roma, 26 aprile 2012. Quando ormai il treno è a soli 50 metri dalla stazione, la quarta e la quinta carrozza di un Frecciarossa proveniente da Milano e in entrata a Termini a velocità ridotta escono dai binari: il convoglio si inclina e va a toccare un altro Frecciarossa proveniente da Napoli che sta entrando in stazione.
Il bilancio: 10 feriti, terrore tra i passeggeri, nell’aria la sensazione della tragedia sfiorata.
Nel 2012, si legge nella relazione pubblicata ad aprile, si sono verificati 5 deragliamenti (contro i 4 del 2011 e i 3 del 2010): “In 4 casi (tra cui quello di Roma, ndr) — recita il documento a pagina 20 — sono state rilevate problematiche legate alla manutenzione dell’infrastruttura”, la cui gestione compete a Rete Ferroviaria Italia (Trenitalia gestisce i convogli e le attività di trasporto e fa parte con la prima della holding Ferrovie dello Stato).
Il concetto delle carenze manutentive permea l’intero report.
“Nel corso degli anni — continua il rapporto — l’Agenzia ha rilevato numerose problematiche relative alla gestione della manutenzione dell’infrastruttura”.
I numeri parlano chiaro. Nel 2012 sono avvenuti in Italia 108 incidenti “gravi”: lo stesso numero del 2011, il più alto dal 2008.
Il 39% di questi è stato causato da “difetti nell’esecuzione della manutenzione e alle problematiche connesse ai contesti manutentivi” dei binari o dei convogli.
Le magagne saltano fuori non appena si va a controllare: nel 2012 l’Agenzia di sicurezza ha eseguito 1.800 ispezioni (per un totale di circa 10mila singoli controlli), rilevando l’11% di “non conformità ” sull’infrastruttura.
Emblematico il caso delle gallerie. Gli ispettori dell’Ansf ne hanno visitate 24: in tutte mancava l’analisi del rischio, in 21 non c’era nemmeno il Piano Generale d’Emergenza; 3 strutture non avevano vie di fuga, in 8 mancavano parzialmente; in 15 casi l’illuminazione d’emergenza era “del tutto assente”; in 16 trafori non c’era traccia di segnaletica d’emergenza, in 18 non erano stati montati gli allarmi sonori.
Una situazione allarmante, aggravata dal fatto che si trattava di controlli a campione.
E che fa sì che in Europa l’Italia sia il fanalino di coda dei paesi avanzati in tema di sicurezza.
Lo dice l’Intermediate report on the development of railway safety in the European Union 2013, pubblicato il 15 maggio scorso dalla European Railway Agency, l’Agenzia ferroviaria europea.
Nella classifica degli incidenti per milione di treno/km nel periodo 2009-2011, le ferrovie italiane figurano dietro quelle di tutti gli Stati economicamente più avanzati e si trovano davanti solo alle realtà più arretrate dell’Europa dell’Est come Ungheria, Bulgaria e Lituania.
Con il Regno Unito, l’Olanda e l’Irlanda in vetta alla classifica nel ruolo dei tre paesi più sicuri.
Una fotografia che si ripete pressochè identica in tema di vittime contate tra i passeggeri nel periodo 2006-2011 e di rischio cui sono sottoposti i viaggiatori (periodo 2004-2009).
Una situazione solo parzialmente migliorata dal 2° posto dietro alla Gran Bretagna in tema di sicurezza dei passaggi a livello.
Il limbo in cui è imprigionata l’Italia è fotografato anche dall’Heath and Safety Regulation Report 2013 (leggi il documento) stilato dall’Office of Rail Regulation. Secondo i dati dell’authority britannica che vigila sulla sicurezza delle ferrovie, lo scenario è ancora peggiore: l’Italia è di nuovo ultima tra i paesi avanzati per il numero di vittime per treno/km nel periodo 2007-2011 (la classifica somma le vittime sui passeggeri e i morti sul lavoro), a quota 31.3 e ben oltre la soglia dei 23.9 che rappresenta la media europea. Danimarca (2.6), Regno Unito (2.6) e Olanda (2.7), i tre paesi in cui si muore di meno sui binari, sono lontani anni luce.
Soprattutto perchè continuano ad investire sul miglioramento e la sicurezza delle loro infrastrutture.
A gennaio Network Rail, gigante ferroviario che possiede e gestisce la maggior parte della rete ferroviaria di Inghilterra, Scozia e Galles (oltre 32mila km di binari e 40mila tra ponti e tunnel) ha annunciato un mega-piano di investimenti di 32,7 miliardi di sterline (38,7 miliardi di euro) da realizzare tra il 2014 e il 2019: da noi gli investimenti previsti per la rete dal piano industriale 2011-2015 si fermano a 20 miliardi.
Tra gli obiettivi annunciati da NR: 800 nuove cabine di manovra nei 14 centri operativi più importanti, 225 milioni di passeggeri in più all’anno, il 92,5% di puntualità dei convogli.
Non solo: Network Rail punta a ridurre i finanziamenti che riceve dallo Stato fino a 2,6/2,9 miliardi di sterline dai 4,5 miliardi del 2009 e i 7 del 2004.
Altre latitudini: da noi avviene l’esatto contrario.
Un esempio: lo stanziamento previsto nel 2013 per la realizzazione del secondo lotto della linea ferroviaria Genova-Milano, scriveva il 15 marzo il quotidiano Mf/MilanoFinanza, sarà dimezzato da 1,1 miliardi a circa 600 milioni di euro: “La scelta è dovuta al fatto che c’è bisogno di finanziare i lavori di manutenzione della rete ferroviaria nazionale, ma i soldi non ci sono”.
Marco Quarantelli
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
IN SEI ANNI BIGLIETTI CRESCIUTI DEL 41% CONTRO LA MEDIA UE DEL 28,4%… MA RESTIAMO FINALINO DI CODA TRA I PAESI SVILUPPATI…. IL BILANCIO DELLE FS CONTINUA A POMPARE IL 66% DELLE ENTRATE DALO STATO
Costi pubblici elevati, biglietti sempre più costosi, performance mediocri quando non addirittura scarse. 
Altro che liberalizzazioni e aumento di concorrenza: quello italiano è un mercato ferroviario in cui rimane difficile entrare, le ferrovie del Paese ristagnano a centro-classifica nei ranking di efficienza e costano molto alla collettività , perchè i contribuenti pagano due volte per tenerle in vita.
Che potrebbero diventare tre se Ferrovie dello Stato, leader assoluto del mercato controllata completamente dal ministero dell’Economia alla faccia delle liberalizzazioni, deciderà di aprire ai piccoli risparmiatori le sue prossime emissioni di bond, come ventilato dall’amministratore delegato Mauro Moretti.
Nel frattempo i prezzi dei biglietti lievitano più che nel resto dell’Ue, mentre i servizi non migliorano.
Anzi, specie nel trasporto ferroviario locale (22mila chilometri di binari, contro i 1.300 dell’Alta Velocità ) peggiorano di anno in anno.
I biglietti dei treni italiani sono tra i più economici dell’Ue, ma costano sempre di più. Secondo uno studio della Cgia di Mestre basato su dati Eurostat e Ubs, in Italia la liberalizzazione del settore non ha portato a vantaggi per i passeggeri.
L’Italia è il paese in cui i biglietti hanno subìto gli aumenti maggiori: +41,3% tra il 2005 e il 2011, contro una media Ue del 28,4% e una dei paesi dell’Euro del 22,6 per cento.
In Italia, rileva il centro studi, un biglietto di seconda classe per una tratta di 200 chilometri costa in media 25 euro.
All’altro capo della classifica c’è la Svezia, lo Stato che ha liberalizzato di più secondo il Rail Liberalization Index 2011 di Ibm: a Stoccolma i prezzi sono aumentati solo del 5,1% e per un viaggio di 200 chilometri si spendono 18 euro.
Nel frattempo sono tornati ad aumentare i finanziamenti pubblici a Fs, la holding di cui fanno parte Trenitalia (che gestisce convogli e trasporti) e Rete Ferroviaria italiana, cui competono rete e infrastrutture: andando a scorrere i bilanci si legge che dai 3,313 miliardi erogati dallo Stato a Fs nel 2010 si è passati ai 4.145 del 2011 e ai 5,372 del 2012.
Un paradosso tutto italiano, quello dei finanziamenti pubblici garantiti a Fs.
Nell’ultimo bilancio si legge che nel 2012 i ricavi operativi hanno toccato quota 8,228 miliardi: di questi, solo 2,847 miliardi (diminuiti tra l’altro dai 2,951 del 2011) arrivano dalla vendita dei biglietti.
Gli altri 5,4 miliardi sono “interventi e trasferimenti di risorse pubbliche”, la maggior parte destinate a Rfi per la gestione di rete e infrastrutture.
Ma i soldi non bastano mai perchè lo Stato, o meglio le Regioni con cui Fs stipula i contratti di servizio, pagano in ritardo: nel 2012 la holding vantava un credito di 2 miliardi nei confronti delle amministrazioni pubbliche.
Dato che i fornitori vogliono essere pagati, Fs deve trovare il modo di procurarsi altre risorse: dopo la prima emissione obbligazionaria da 500 milioni di euro dello scorso luglio, recentemente Moretti è tornato a parlare di bond.
“Abbiamo pensato di fare qualcosa entro la fine dell’anno”, ha detto l’ad all’ultima kermesse di Cernobbio — “Dovrebbe essere nell’ordine di 500 milioni di euro e stiamo pensando se presentarla (venderla, ndr) o meno al pubblico retail, dei piccoli risparmiatori”. E così gli italiani rischiano di contribuire una terza volta al bilancio di Fs.
Intanto l’efficienza, nella migliore delle ipotesi, ristagna.
Nel 2012 Boston Consulting Group, tra i leader mondiali nella consulenza strategica di business, ha pubblicato uno studio che misura la performance delle ferrovie dei paesi dell’Ue in base a 3 variabili: intensità d’uso (numero di passeggeri e quantità di merci), qualità del servizio (puntualità , tariffe e percentuale di tratte ad alta velocità ) e sicurezza (numero di incidenti e vittime). In testa alla classifica dell’European Railway Performance Index 2012 ci sono Svizzera, Francia, Germania, Svezia e Austria.
L’Italia? Molto più in basso, in 12a posizione, fanalino di coda dei paesi più avanzati (la stessa posizione che occupa nella classifica sulla sicurezza stilata dall’European Railway Agency).
Secondo il report, la performance è legata al livello di finanziamenti erogati dallo Stato: i primi 4 paesi in classifica sono anche quelli che utilizzano al meglio i fondi pubblici, perchè “raggiungono un’elevata efficienza ad un costo pro-capite più basso rispetto agli altri Stati”.
Interessante anche il confronto del prezzo dei biglietti con il resto dell’Ue.
Il sito specializzato Seat61.com, pluripremiato tra i portali di viaggio e gestito dal blogger del Guardian Mark Smith, ha confrontato i costi di Regno Unito, Germania, Francia e Italia su una distanza di circa 250 chilometri.
Il più interessante è il modello britannico.
E’ opinione diffusa che i treni inglesi costino più che altrove, ma oltremanica funziona così: prima si prenota il biglietto e meno lo si paga, e molto dipende dagli orari perchè nelle ore di punta si spende meno.
Una modulazione dei prezzi che permette alle compagnie di ottimizzare i guadagni: acquistandolo in stazione per il giorno stesso, un biglietto da Londra a Sheffield (265 km) costa 123 euro contro i 43 che si spendono in Italia per andare da Roma a Firenze (260 km).
Ma se si prenota con un mese d’anticipo, il prezzo crolla a 14,8 euro. In Italia ne servono 29. Dal confronto emerge che da noi i biglietti costano di meno, ma gli altri tre paesi vengono tutti molto prima della Penisola nella classifica dell’efficienza: come a dire, la qualità dei servizi si paga.
Altre latitudini, purtroppo.
In Italia la qualità del servizio precipita, secondo Pendolaria 2012, report di Legambiente sullo stato dei servizi offerti ai 2,9 milioni di pendolari italiani.
Ne viene fuori il ritratto di un Paese a due marce: da un lato l’Alta Velocità , che garantisce buoni standard di qualità ; dall’altro il trasporto locale: nel 2012 “sono molte le Regioni che hanno deciso di tagliare i servizi (corse e treni) e di aumentare il costo di biglietti ed abbonamenti”.
Qualche esempio: in Campania i tagli “hanno toccato il 90% dei treni sulla Napoli-Avellino e il 40% sulla Circumvesuviana”.
Sono stati del 15% in Puglia e del 10% in Abruzzo, Calabria, Campania e Liguria“.
Nel frattempo “il prezzo del biglietto è aumentato negli ultimi 2 anni”: +20% in Abruzzo e Toscana, + 15% nel Lazio, +10% in Liguria.
“Aumenti che si vanno a sommare a quelli del 2011 in Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Piemonte, Veneto e in Lombardia dove le tariffe erano salite del 23,4 per cento. Considerando l’insieme delle Regioni l’aumento medio è stato del 10%”.
L’Europa dei paesi avanzati resta molto lontana. Per capire le differenze basta fare un confronto.
Nello European Railway Performance Index 2012 il Regno Unito si trova in 7a posizione, nel gruppo dei paesi di seconda fascia di cui anche l’Italia fa parte. Ma tra i treni di Roma e quelli di Londra c’è un abisso.
Dati del Parlamento inglese alla mano (la nota Public Spending and investments on the railways, pubblicata l’8 marzo 2013), dal biennio 2006/2007 sono diminuiti progressivamente sia i finanziamenti governativi che il totale degli stanziamenti pubblici ai gestori delle ferrovie.
I prezzi dei biglietti sono aumentati, ma la qualità del servizio è rimasta alta: i treni inglesi sono i più sicuri del continente secondo l’Intermediate report on the development of railway safety in the European Union 2013, pubblicato a maggio dall’Era.
Oggi i bilanci degli operatori britannici sono costituiti per il 58% dalla vendita dei biglietti e il 32% dai finanziamenti statali. In Italia avviene l’esatto contrario: 34% dai biglietti, 66% dallo Stato.
Marco Quarantelli
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA YALE UNIVERSITY: “LA PASSIONE E’ COSI’ FORTE CHE IMPEDISCE DI PENSARE IN MANIERA CHIARA”…LA NOSTRA APPARTENENZA CI FA IGNORARE LE PROVE PIU’ EVIDENTI
La passione politica è così forte e congenita negli esseri umani, che impedisce alla gente di pensare in maniera chiara.
Diventiamo persino incapaci di fare semplici operazioni aritmetiche, se il loro risultato contraddice le nostre convinzioni.
Questa triste sentenza sui nostri meccanismi intellettivi viene da uno studio condotto alla Yale University dal professore Dan Kahan.
Il titolo è complicato: “Motivated Numeracy and Enlightened Self-Government”. La traduzione, per i profani, è che la politica sabota anche le nostre abilità basilari con i numeri.
Tra gli altri esperimenti realizzati da Kahan, ce n’è uno particolarmente indicativo. Alcuni soggetti dello studio hanno ricevuto l’ordine di interpretare una semplice tavola numerica, che diceva se le creme per la pelle provocano prurito o no. L’argomento non era particolarmente carico di significati politici, e tutti sono riusciti a fare i calcoli giusti. Altri soggetti sono stati messi davanti alla stessa identica tavola, con gli stessi identici numeri, ma stavolta l’interpretazione avrebbe portato a stabilire se vietare il porto di armi nascoste diminuisce il tasso di criminalità .
La risposta sul piano aritmetico era molto facile da trovare, ma il risultato aveva un alto valore politico, perchè avrebbe preso una posizione scientifica definitiva sul lacerante dibattito riguardo la vendita di pistole e fucili negli Usa.
Ebbene molti soggetti dello studio, nel secondo test, non sono riusciti a risolvere calcoli elementari.
Appena si accorgevano che il risultato stava andando contro le loro convinzioni politiche, iniziavano inconsciamente a sbagliare le operazioni per non arrivare alla conclusione che non volevano.
Più erano bravi in matematica, e più baravano, a conferma del fatto che si rendevano conto dell’evidenza dimostrata dai numeri, ma la ignoravano per scelta.
Il risultato di Kahan conferma quello che anche altri studiosi, come Brendan Nyhan di Dartmouth, hanno dimostrato.
La passione politica è un fatto congenito, che sabota il funzionamento dei nostri cervelli.
La conoscenza, le informazioni corrette, non hanno quasi alcun peso sulle nostre convinzioni.
Una volta scelta la nostra verità preferita, le restiamo dogmaticamente attaccati, a scapito di qualunque cosa.
Inutile ripeterci che Saddam non aveva le armi di distruzione di massa, o che Kennedy era riuscito a far approvare le leggi sui diritti civili: se ci siamo convinti del contrario, non lasceremo che la verità riesca a sviarci.
Paolo Mastrolilli
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Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile
AUSPICA UN ACCORDO TRA I GRUPPI PER CONSENTIRE UNA DEROGA AL REGOLAMENTO
«Sì al voto palese in aula ». Come si decise per Previti nel 2007, anche se lui si presentava dimissionario. Lo
dice Dario Stefà no, il presidente della giunta per le elezioni del Senato, a poche ore dalla auto-nomina a relatore sull’affaire Berlusconi. Che esprime «massimo rispetto per le decisioni della magistratura», visto che «siamo in uno Stato di diritto»
Che succede con lei, uomo di Sel, come relatore? Una svolta a sinistra? Vendola al potere? Una nuova minaccia per Berlusconi?
«Magari fosse così semplice. Una cosa è la battaglia politica, che mi vede impegnato tutti i giorni in Senato, in piena sintonia col partito e il nostro elettorato, altro è un compito istituzionale, che deve restare scevro da condizionamenti politici».
Perchè si è auto scelto?
«Ci ho riflettuto a lungo, pur avendo ricevuto molteplici sollecitazioni. È consuetudine che il presidente riferisca direttamente sul caso, per cui mi sono convinto che la soluzione più istituzionale fosse quella di assumere questo ruolo. Sarà più facile riuscire a mantenere sereno il confronto, ma pure sottrarlo a eventuali dinamiche di governo».
In giunta c’è una maggioranza “diversa”, Pd-M5S-Sel-Sc. Il governoregge?
“Dovrebbe dirlo chi lo sostiene. Sotto il profilo costituzionale, non c’è alcun nesso tra la procedura in giunta e i meccanismi fiduciari dell’esecutivo. Per dirla fuori dalle formule: se pure il governo dovesse cadere domattina, la procedura della giunta — per legge — non si arresterebbe».
La giunta lavora ma tutti pensano al voto segreto in aula. Lei che ci dice? Berlusconi compra o non compra?
«Guardi, a costo di sembrarle ingenuo, continuo a credere alla solidità di una convinzione che ogni senatore dovrebbe maturare in coscienza e non per appartenenza partitica. Se così è, non credo cambi molto tra voto segreto o palese».
Favorevole a cancellare il voto segreto?
«Sono in ballo esigenze diverse: da sempre il voto riguardante iparlamentari avviene a scrutinio segreto, ma è pur vero che l’attuale contesto storico chiede la massima trasparenza nelle decisioni. Sarei soddisfatto se, come avvenne nella seduta della Camera del 31 luglio 2007 per Previti, vi fosse un accordo unanime fra i gruppi per consentire in deroga il voto palese».
Prima Mediaset, poi Mondadori. Nelle carte dei giudici Berlusconi è sempre il dominus delle sue imprese, quindi anche dell’illegalità . Lei che idea si è fatto?
«Ho letto gli atti con molta at-tenzione. Per mia cultura, poichè siamo in uno Stato di diritto, va espresso massimo rispetto per le decisioni della magistratura. Sempre».
Il video. Che effetto le ha fatto mentre la giunta doveva decidere? Un colpo basso? Un’interferenza? Il grido del naufrago? O solo un film già visto?
«Non ho mai votato Berlusconi, sono un parlamentare eletto nelle liste di Sel: le mie valutazioni sono alquanto scontate. Parallelamente però, da presidente della giunta, devo dire di non essermi sentito coinvolto, anche perchè il video non fa alcun riferimento al nostro lavoro».
La gente si chiede: è possibile che per far decadere dal Senato uno che per legge non ha diritto di starci si perdano tre mesi?
«So bene cosa pensano i cittadini, ogni giorno ricevo centinaia di email. E so anche bene che il 9 settembre ci si aspettava la decisione della giunta. Ma occorre essere realistici: il relatore Augello ha presentato 71 pagine di relazione, meritevoli di approfondimenti. A soli 9 giorni da quella data, la giunta ha votato. Rispettando quell’”immediatamente” della legge Severino. Non era affatto scontato».
Berlusconi si è difeso nel processo con il fior fiore degli avvocati. Che senso ha, adesso, che venga a difendersi pure in giunta? Da cosa? Dai magistrati o da voi?
«Il senso è tutto nella legge, che certo oggi non invento io. Il contraddittorio è un principio sacro, senza che ciò significhi che gli interessati debbano sfuggire alla fermezza del collegio».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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