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IL PIL PEGGIORA E SFORA IL 3%: CERCASI 1,6 MILIARDI

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

MA CON IMU, IVA E CIG NE SERVIREBBERO 6

Ancora irrisolto il rebus fiscale: ecco perchè bloccare entrambe le tasse è una missione impossibile
Non è facile mettere in piedi in tre mesi una spending review in grado di compensare i costi aggiuntivi
Non c’è molto tempo per risolvere il rebus dei conti pubblici. Dopo mesi di galleggiamento, segnati dalle pressioni del Pdl che ha posto ossessivamente la questione delle tasse e il Pd che non ha potuto far altro che preoccuparsi della cassa integrazione, degli esodati, della scuola e dei precari, ora i nodi vengono al pettine.
Il Documento di economia e finanza che il consiglio dei ministri esaminerà  oggi (il primo del governo Letta dopo quello lasciato in eredità  il 10 aprile del 2013 da Monti-Grilli) certificherà  che siamo al 3 per cento del deficit-Pil e forse un po’ più in là , uno 0,1 per cento pari a 1,6 miliardi: contro il 2,9 per cento stimato fino ad oggi.
Certo è che molte delle coperture dei provvedimenti presi negli ultimi mesi ballano, che servono 4-5 miliardi per le misure promesse a fine agosto per Imu e Iva e che la correzione, sebbene fatta con «aggiustamenti» di bilancio, come assicura il Tesoro, e non con una vera e propria manovra, ci sarà .
Senza contare che la recessione continua a «mordere» in Italia come non mai: secondo le anticipazioni le stime del Pil di quest’anno verranno riviste al ribasso all’1,7 per cento contro una contrazione stimata nell’aprile scorso dell’1,3 per cento.
La situazione è tale che bisogna fare delle scelte. La prima partita è quella dell’Imu: l’intervento fatto a fine agosto, costato 2,3 miliardi, si è limitato ad eliminare la prima rata sulla prima casa, dunque il 50 per cento della tassa.
Per il resto c’è solo un impegno politico: togliere entro il 16 dicembre la parte restante.
Anche perchè nel frattempo i Comuni hanno aumentato le aliquote e il conto potrà  essere più salato: secondo un conteggio della Uil servizio politiche territoriali su 2.500 municipi che hanno modificato la tassa, un terzo ha messo in atto rincari.
L’ancoraggio del gettito dell’Imu, sicuro, piaceva all’Europa che da sempre chiede di trasferire il peso dai redditi ai patrimoni e alle cose.
E non c’è da meravigliarsi che Olli Rehn abbia alzato repentinamente i toni.
Del resto alcune aperture di credito da Bruxelles negli ultimi mesi sono già  arrivate: è stato possibile pagare uno 0,5 per cento di Pil di crediti alle aziende da parte della pubblica amministrazione caricandolo sul deficit e portandolo all’attuale 2,9 per cento. Una operazione che ha avuto l’ok dell’Europa.
Così come l’incidenza negativa della congiuntura sui conti è stata considerata senza troppi problemi: il nostro «output gap», cioè quanto perde il Pil per colpa della recessione, è molto ampio e consente di avere un consistente sconto sul pareggio di bilancio strutturale, cioè al netto della crisi economica.
Ma se l’Italia mostra leggerezza su coperture, spese e stabilità  politica, Bruxelles alza la barriera e pretende un rispetto rigoroso del 3 per cento nominale, ovvero di una soglia che non tiene conto della congiuntura ma si limita alla ragionieristica del bilancio.
E’ molto probabile dunque che la partita debba essere tutta rigiocata.
Non è facile infatti in tre mesi mettere in atto una spending review sostanziosa per trovare i 6 miliardi necessari (tra Imu, Iva, Cig, missioni e correzione del deficit), e le misure per 10,5 miliari proposte da Brunetta del Pdl sembrano a molti osservatori di carattere contabile e una tantum.
Dunque la partita dovrà  ripartire dal duello tra Imu e Iva: colpire i proprietari o colpire i consumatori?
Per uscire dal dilemma si potrebbe trovare un compromesso sul quale si starebbe lavorando nelle ultime ore: chiedere ai proprietari delle case di maggior pregio di entrare nella schiera di chi deve pagare (risparmiando almeno un paio di miliardi).
Dall’altra parte lasciar scattare l’aumento dell’Iva ma sterilizzandolo riducendo alcune le aliquote di alcuni prodotti di largo consumo (come il gas da riscaldamento oggi al 21 per cento) portandole al 10 come l’energia.
Al tempo stesso si potrebbero rialzare altre aliquote oggi al 4 per cento, come le concessioni televisive o molti altri sconti attualmente non giustificati.
Un’ultima manovra disperata per attraversare un passaggio assai stretto.

Roberto Petrini
(da “La Repubblica“)

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LE SALME DEI POLITICI E L’UOMO FRANCESCO

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

DA UN PARTE UN VECCHIO CAPACE DI CRITICARE I PROPRI DIFETTI E APRIRE NUOVE STRADE ALLA CHIESA, DALL’ALTRA UN VECCHIO GONFIO DI REATI, INCAPACE DI ASSUMERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA’

Per l’italiano che guarda la tv è una ferita nel petto.
Di là  una Mummia egolatrica, che con voce impostata proclama di avere sempre avuto ragione, schiuma di rabbia verso gli avversari, mente a ogni respiro, alza la mano ancora umida di cosce velate da paramenti religiosi e invoca la “tradizione cristiana”.
Di qua un Uomo che guarda negli occhi i suoi simili senza inganno, che si rivolge ai lontani, che ha il desiderio di piegarsi sulle ferite degli uomini e delle donne affaticati e ammaccati dalle crisi materiali ed esistenziali.
Di qua un vecchio capace di criticare se stesso e i propri difetti e contemporaneamente di aprire nuove strade alla Chiesa.
Di là  un vecchio gonfio di reati, incapace di assumersi le proprie responsabilità , drogato dalla ripetizione di antiche promesse mai mantenute.
Guardiamo le immagini.
La tonaca bianca con le vecchie scarpe nere e il volto solcato da rughe parlano ai giovani molto più del doppiopetto irrigidito che fa da basamento a un viso stirato dalla cosmesi.
Chi ascolta sa subito da dove viene la speranza e da dove la noia.
Sono giorni amari per gli italiani.
Plasticamente le due B. di questa storia — il Papa e l’ex premier — riflettono l’impotenza in cui è precipitato il Paese.
Un consesso di anziani cardinali, il conclave di marzo, ha avuto la lungimiranza e il coraggio di aprire la prospettiva di una svolta epocale.
Da noi un Parlamento di impotenti maestri di intrighi si è accartocciato nella rimasticatura del vecchio.
Il Tevere è diventato molto, molto largo.
Oltre il fiume, l’intervista di Francesco porta impetuosamente un vento nuovo alla Chiesa universale.
Sulla riva nostra, le reti unificate hanno trasmesso il disco rotto di Berlusconi.
Questo ci tocca.
E il nuovo che avanza si sbaciucchia con Signorini e Briatore.

Marco Politi

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SCORTE PER POLITICI, SINDACALISTI, AMBASCIATORI: SONO OLTRE 200 LE PERSONALITA’ TUTELATE, CON CENTINAIA DI UOMINI ADDETTI ALLA LORO SICUREZZA

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

C’E’ ANCOR CIRIACO DE MITA NELLA LISTA DEI POLITICI SOTTO SCORTA CHE “IL TEMPO” HA STILATO… E ANCHE GENTE DEL MONDO DELLO SPETTACOLO

Daniela Santanchè, Renata Polverini, l’ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, la non più ministra del Lavoro, Elsa Fornero, l’ex Pm Antonio Ingroia, Gianfranco Fini. C’è anche Ciriaco de Mita nella lista dei politici sotto scorta che il Tempo ha stilato.
Magistrati, ambasciatori, politici, gente del mondo dello spettacolo.
Si legge sul Tempo: “Sono oltre duecento gli intoccabili difesi ogni giorno da centiaia di angeli custodi di carabinieri, polizia, guardia di finanza, politzia penitenziaria e corpo forestale dello Stato. L’elenco degli scortati nella Capitale è aggiornato ai primi di settembre. Sfora di parecchio i 200 servizi quotidiani, tra scorte e tutele.
I big rientrano nel livello 1 (tre auto più una di staffetta) mentre a scendere, il livello 2 prevede un paio di macchine blindate.
Il terzo obbliga a un’auto blindata, mentre il quarto prevede un poliziotto di tutela.
I sindacati delle forze di polizia si domandano con sarcasmo se sia una vera esigenza schierare questo esercito di guardaspalle, oppure se si tratta di fare un favore a questo o quel politicoche non vuole rinunciare ad un prezioso status simbol.
Un privilegio mantenuto nonostante le mille promesse di tagli.

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SONDAGGIO DEMOPOLIS: E’ ANCORA PAREGGIO CENTROSINISTRA 35,2% CENTRODESTRA 35% M5S 19%, CENTRO 7%

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

ASTENSIONISMO BOOM: 16 MILIONI DI ITALIANI NON ANDREBBERO A VOTARE

Se si tornasse oggi alle urne, con una affluenza in ulteriore calo al 66 per cento, centrosinistra e centrofestra rimarrebbero sotto gli 11 milioni di voti, posizionandosi intorno al 35%, con uno scarto tra le due principali coalizioni inferiore ai 100 mila voti.
Il Movimento 5 Stelle otterrebbe il 19%, l’area dei centristi il 7 per cento.
Il Pd con i suoi alleati conquisterebbe 10 milioni e 560 mila voti, il centrodestra pochi di meno (10 milioni e 500 mila).
E’ quanto emerge dal Barometro Politico di settembre dell’Istituto Demopolis che conferma l’incertezza del quadro politico ed il consenso altalenante ai due principali partiti del Paese.
Il Pd (27,5 per cento) superebbe oggi di mezzo punto percentuale il Pdl (27 per cento), la cui forza elettorale appare molto legata ai destini di Silvio Berlusconi.
Il Movimento 5 Stelle, in ripresa rispetto al mese di luglio, ma ancora lontano dal risultato delle Politiche, si attesta al 19 per cento.
Al 5 per centoSEL di Vendola, al 3,9 per cento la Lega.
I dati di Demopolis confermano la crisi di consensi per Scelta Civica (3,7 per cento), mentre qualche segno positivo lo registra l’Udc che risale al 2,8 per cento; sotto il 2% le altre liste.
Non trascurabile, infine, il dato degli astensionisti: circa 16 milioni di elettori, oggi, sceglierebbero di non recarsi alle urne.
«Si tratta di dati molto liquidi e provvisori», spiega il direttore dell’Istituto Demopolis, Pietro Vento, «destinati a modificarsi profondamente in uno scenario politico che dovrà  presto misurarsi con almeno tre grandi incognite: la legge elettorale con cui ci si recherebbe effettivamente al voto; l’ipotesi di un Centrodestra, per la prima volta da vent’anni, senza Berlusconi candidato premier; il sindaco di Firenze Matteo Renzi alla guida del Pd e della coalizione di Centrosinistra”.

(da “L’Espresso“)

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CONTI PUBBLICI, ANCHE LETTA È IN CAMPAGNA ELETTORALE

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

PRONTO ALLA GUERRA COL PDL: NON UN EURO PER L’IVA… TUTTO ANDRà€ AL TAGLIO DELLE TASSE PER I DIPENDENTI COME VUOLE IL PREMIER

“Non faremo la fine del governo Monti”, dice un sottosegretario Pd.
Il professore della Bocconi si congedò un anno fa con una legge di Stabilità  (la Finanziaria) prodotto di un’esperienza ormai conclusa, svuotata e riscritta dal Parlamento sotto lo sguardo rassegnato dei ministri.
Enrico Letta non vuole seguire la stessa traccia, anche se ci sono tutte le premesse per lo stesso finale, cioè un’approvazione con i voti del Pdl che però si stacca subito dopo uscendo dalla maggioranza e rinnegando i risultati ottenuti.
Letta lo dice a modo suo, con sforzo pop: “Il governo non è un punching ball”.
Poi un criptico riferimento a un dimenticato personaggio di Carosello: “Non ho scritto Joe Condor in testa. Giocheremo all’attacco”.
Traduzione: il Pdl può scordarsi che il governo faccia come con l’Imu, cioè faccia di tutto per dare l’illusione che Silvio Berlusconi abbia rispettato le sue promesse elettorali.
Nelle conversazioni ufficiose i membri del governo in quota Pd sono bellicosi: “Non ci faremo dettare più la linea, se il Pdl esce dalla maggioranza prima del voto di fiducia sulla legge di Stabilità  è pure meglio”, dicono.
Analoghe dichiarazioni d’intenti circolavano al Tesoro — soprattutto dalle parti di Pier Paolo Baretta, Pd — all’indomani della sentenza di condanna per Berlusconi.
Poi, grazie anche al Quirinale che voleva la prosecuzione del governo, Letta e Angelino Alfano hanno annunciato l’abolizione dell’Imu sulla prima casa (anche se i soldi sono ancora da trovare, mancano almeno 2,4 miliardi di euro).
La differenza è che adesso si fa sul serio, ora comincia la sessione di bilancio che probabilmente sarà  la prima e ultima per questo esecutivo.
E il Pd ha lo stesso obiettivo dei berlusconiani: usare la legge di Stabilità  come traino verso le elezioni.
Il Pdl, tramite Renato Brunetta, vuole ottenere il rinvio dell’aumento dell’Iva dal 21 al 22 per cento previsto per ottobre e confermare l’abolizione dell’Imu sulla prima casa.
Letta ha deciso che questa legge di Stabilità  dovrà  essere ricordata per un drastico intervento sul cuneo fiscale.
Che, tradotto in italiano, significa un aumento in busta paga per i lavoratori dipendenti grazie a un taglio delle tasse oggi pagate (e trattenute dal datore di lavoro).
“Il miliardo per rinviare l’aumento Iva? I soldi Letta non li troverà  mai perchè gli servono per il cuneo fiscale”, dice un membro del governo vicino al premier.
Gli altri segnali all’elettorato del Pd sono evidenti: dal decreto sulla scuola presentato dal ministro (Pd) Maria Chiara Carrozza al piano “destinazione Italia” annunciato ieri per attrarre investimenti stranieri, che vuole essere un segnale al mondo delle imprese e alla finanza.
Letta si è anche detto a favore delle richieste congiunte di Confindustria e sindacati, nonostante il ministro del Tesoro Fabrizio Saccomanni abbia fatto notare che sono costose.
Ma le campagne elettorali, come le rivoluzioni, non sono pranzi di gala.
Per ora Letta si limita a evocare la minaccia delle sue dimissioni (ma è dal primo giorno che dice “non governo a ogni costo”) e a Berlusconi dice che “In Italia siamo in uno Stato di diritto, non ci sono persecuzioni, in Italia rispettiamo l’autonomia della giustizia”.
Ma la partita vera comincia stasera, con il Consiglio dei ministri che approverà  la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, cioè il quadro di conti pubblici su cui si imposta la legge di Stabilità .
Dopo giorni di simulazioni, revisioni, alchimie contabili più o meno lecite, il risultato è questo: una stima (generosa) del Pil 2013 a -1,7 per cento e un deficit “a legislazione vigente” superiore di poco al tetto massimo, 3,1 per cento.
Quello vero sarebbe 3,4 ma i tecnici del Tesoro sanno come addomesticare i numeri. Per tornare sotto il 3 per cento, come abbiamo promesso alla Commissione europea, nel documento sarà  indicata la necessità  di un intervento.
Ma non chiamatela manovra, per carità .
Nessun decreto d’emergenza, tutto finisce nella legge di Stabilità  da definire entro il 15 ottobre, in tempo per mandarla a Bruxelles.
E se a Berlusconi non piace, pazienza. Letta (e il Quirinale) potranno trovare facilmente un po’ di parlamentari responsabili disposti a votarla per evitare l’esercizio provvisorio.
Magari con la garanzia che un minuto dopo la fiducia Letta lascerà .

Stefano Feltri

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NEL PD CONTO ALLA ROVESCIA PER LA FINE DELL’ESECUTIVO

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

“GOVERNIAMO CON UN DELINQUENTE? LO SAPEVAMO”, DICONO I DEMOCRAT, MA ALZANO IL TIRO SULL’ECONOMIA… DELRIO: “BASTA FARCI DETTARE L’AGENDA DAL PDL”

“Barbara Berlusconi si chiede come facciamo a governare con suo padre, se pensiamo che sia un delinquente? Il Pdl non è solo Berlusconi, ci sono una serie di provvedimenti che vanno votati e siamo in una situazione di emergenza nazionale”. Stefano Fassina, viceministro dell’Economia.
“Che era un delinquente, già  lo sapevamo”, ripetono Democratici di vario ordine e grado, mentre Berlusconi inaugura la nuova sede di Forza Italia, dopo l’ennesimo video messaggio ad alto contenuto “eversivo” (definizione dello stesso segretario, Epifani).
La Bindi ha detto che dopo gli insulti è difficile rimanere al governo insieme.
I colleghi di partito non la seguono su questa strada, ma si attrezzano al logoramento dell’esecutivo da un’altra prospettiva.
I Democratici sono in piena campagna elettorale, che dall’altroieri sera si è spostata sui provvedimenti economici.
E poi al momento sono troppo impegnati in un conclave perenne per tirare fuori le regole di un congresso, che Renzi vuole immediatamente (per poi partire da una posizione di forza all’attacco del governo) e la vecchia guardia del partito vorrebbe non fare mai.
“Certo, se il governo cade subito si faranno le primarie per la premiership, non il congresso”, dice ancora Fassina.
Non c’ accordo e non c’è una data per il congresso nonostante l’Assemblea che dovrebbe approvarle sia fissata per oggi pomeriggio e domani.
Ieri mentre in Aula si votava l’omofobia il segretario era nella sua stanza a Montecitorio a limare la relazione per oggi. Le due questioni si incrociano e producono corti circuiti dagli esiti imprevedibili.
Al Nazareno sono in pochi a scommettere su una lunga durata del governo. L’orizzonte viene indicato dopo la legge di stabilità  o poco più in là .
Ma soprattutto, il Pd di governo e non solo ha dato un avvertimento al premier: sui provvedimenti economici non c’è nessuna intenzione di cedere ai ricatti del Pdl.
A questo punto l’azione dell’esecutivo dev’essere improntata a principi più di sinistra. Per dirla con Graziano Delrio (ministro renziano): “Non esiste che loro ci dettano l’agenda e noi la prendiamo”.
Sulla necessità  di non aumentare l’Iva è andato all’attacco Fassina, e ieri alcuni renziani (Luca Lotti in testa) si sono affrettati a diramare un comunicato per chiedere di scongiurarne il rincaro sulle prestazioni sociali.
Enrico Letta sta in mezzo. Tra un Pdl che da ora in poi alzerà  sempre di più i toni e un Pd che ha tutte le intenzioni di rispondere colpo su colpo.
Nessuno si può permettere di farlo cadere, per ora, ma la campagna elettorale è entrata nel vivo.
E infatti ieri il premier ha voluto avvertire: “Il governo non è un punchball”. Messaggio destinato — ci tengono a precisare da Palazzo Chigi — non solo al Pdl, ma anche al Pd. Letta per ora non fa gesti di rottura, ma se il logoramento diventa ingestibile, ribadisce che la sua permanenza alla guida del governo non è obbligatoria.
Intanto , con una lettera aperta a Europa e Unità  fa sapere che “per la prima volta da quando il nostro partito è nato” non partecipa all’Assemblea.
“Non parteggerò per nessuno dei candidati in campo e m’impegno sin d’ora a relazionarmi col segretario eletto, chiunque sia, con rispetto e unità  d’intenti. Mi auguro che la nettezza di questa scelta metta fine a gossip e a retroscena più o meno maliziosi”.
La partecipazione gli era stata richiesta, lui non ci sta a farsi tirare iun mezzo.
Eppure voci insistenti parlavano di un possibile terzo uomo che i lettiani, su indicazione del premier, avrebbero proposto per tentare di fermare la marcia di Matteo Renzi.
Lo stesso Renzi che D’Alema sosteneva sarebbe stato il suo candidato naturale perchè il capo del Governo non potrebbe permettersi di stare con il perdente.
Ma è certo che i rapporti tra i due ora sono pessimi. E mentre la commissione è riunita in notturna arriva una grana inaspettata: un documento di Civati, Barca, Puppato, Bettini e Casson nel quale si rimprovera alla segreteria uno scarso impegno sul tesseramento.

Wanda Marra

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SICILIA, IL PDL NON ACCANTONA 300.000 EURO E I DIPENDENTI DEL GRUPPO IN REGIONE RESTANO SENZA TFR

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

I DODICI IMPIEGATI IN CARICO AL GRUPPO FANNO UN DECRETO INGIUNTIVO AI PARLAMENTARI

Quasi trecentomila euro scomparsi.
Sono i soldi del trattamento di fine rapporto che sarebbero dovuti arrivare nelle tasche di dodici dipendenti del gruppo parlamentare del Pdl all’Assemblea Regionale Siciliana.
E invece alla scadenza della scorsa legislatura quei soldi non si sono visti.
E per la verità  i dodici dipendenti del loro Tfr non hanno avuto notizie neanche dopo, quando nel dicembre del 2012 si è aperta la nuova legislatura, con l’insediamento del nuovo gruppo parlamentare del Pdl, che per l’occasione ha cambiato nome: da Popolo della Libertà  a Pdl per il Ppe.
Solo un cambio di sigla perchè comunque quei soldi ai dipendenti del gruppo parlamentare toccano di diritto.
È l’Assemblea Regionale Siciliana che finanzia i gruppi parlamentari ogni anno: nell’ultima legislatura, dal 2008 al 2012, sono costati ai contribuenti quasi sessanta milioni di euro, come appurato dai militari della guardia di finanza che da alcuni mesi stanno cercando di fare luce sull’utilizzo che i partiti fanno dei fondi parlamentari.
Dei sessanta milioni sborsati dall’Ars, tredici milioni e mezzo sono finiti sul conto del Pdl. Denaro utilizzato soprattutto per pagare ogni mese lo stipendio ai dipendenti, mentre una parte doveva appunto essere accantonata per il successivo pagamento dei Tfr.
E invece di quel tesoretto di trecentomila euro non si hanno notizie.
Per questo i dipendenti del gruppo parlamentare si sono rivolti ad un legale: l’avvocato Vito Patanella, lo stesso che in passato aveva messo in mora i vertici di Palazzo dei Normanni per 24 milioni di euro.
Questa volta i decreti ingiuntivi ammontano soltanto a 230 mila euro: denaro già  versato dall’Ars al gruppo parlamentare del Pdl per pagare i Tfr ai dipendenti. Che però, come detto, è svanito nel nulla.
Per recuperare il loro Tfr, i dipendenti hanno quindi fatto pervenire un decreto ingiuntivo ai parlamentari del Pdl che siedono o sedevano sui banchi di Sala d’Ercole.
Decreto subito bloccato dall’opposizione dello studio legale Greco, che difende gli interessi dei deputati pidiellini.
I dipendenti del gruppo parlamentare in pratica, non avendo trovato un euro nel fondo dedicato al loro Tfr, hanno provato ad attaccare i beni personali di deputati di spicco come l’ex presidente dell’Ars Francesco Cascio o l’ex assessore regionale e oggi senatore Francesco Scoma, recentemente condannati dalla Corte dei Conti, insieme ad altri 15 colleghi, a risarcire con circa 700mila euro a testa la Regione per lo scandalo delle assunzioni al servizio d’emergenza del 118.
Nella lista dei parlamentari “insolventi” nei confronti dei dipendenti anche l’attuale capogruppo del Pdl all’Ars Nino D’Asero, che cerca di minimizzare la questione: “Ci sono tanti problemi perchè crearne degli altri?” esordisce il deputato pidiellino. “Abbiamo affidato il problema burocratico ai legali — continua — e spero si risolva tutto per il meglio e in tempi brevi”.
Ma quel buco da trecentomila euro, soldi già  erogati dall’Ars al Pdl, com’è stato creato?
Che fine ha fatto quel denaro? D’Asero non ne ha idea.
“Onestamente non so che dirle, dato che non ero io il responsabile, non essendo il capogruppo”.
Nell’ultima legislatura infatti il capogruppo del Pdl era Innocenzo Leontini, che alle ultime elezioni non è riuscito a confermare il suo seggio da deputato.
Leontini, anche lui destinatario del decreto ingiuntivo promosso dai dipendenti, ha una sua personale spiegazione su come si sia creato quel buco da trecentomila euro nei conti del Pdl. “Tutta colpa della spaccatura — spiega — quando Gianfranco Miccichè creò il Pdl Sicilia, e poi Grande Sud, si portò soltanto due dipendenti del gruppo parlamentare. Tutti gli altri rimasero a noi che però avevamo meno deputati di prima, e quindi anche l’Ars ci erogava fondi in meno. Dovevamo pagare quegli stipendi e quindi non siamo riusciti a mantenere il fondo per il Tfr” spiega .
E in effetti il gruppo parlamentare del Pdl aveva fatto già  notizia in passato, quando, con soltanto 15 parlamentari, pagava lo stipendio a ben 23 dipendenti.
Alcuni, raccontano fonti interne al partito, negli uffici del gruppo parlamentare non si sarebbero mai visti.
Ed è per questo che i dodici dipendenti lasciati senza Tfr oggi sono imbufaliti.
“Quei soldi ci spettano di diritto, dato che l’Ars li aveva già  erogati al gruppo” dicono, dopo che proprio nelle ultime ore hanno visto i deputati far saltare i lavori della commissione sulla spending review per evitare il taglio degli stipendi.
Solo quelli loro, però, che ammontano a tredicimila euro lordi al mese: gli stipendi di dipendenti e funzionari, infatti, sono già  stati tagliati da mesi come prevede il decreto Monti.
Per risolvere la questione e pagare i trecentomila euro di Tfr ai dipendenti, i parlamentari del Pdl stanno pensando di chiedere un mutuo all’Ars.
Palazzo dei Normanni si vedrà  dunque chiedere un prestito dal Pdl per pagare spese che dovevano essere già  coperte dai tredici milioni e mezzo erogati nell’ultima legislatura: una condizione che difficilmente una banca sarebbe mai disposta a sottoscrivere.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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GIUNTA, IL 4 OTTOBRE NUOVA PUNTATA SULLA DECADENZA DI BERLUSCONI

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

DURO COMUNICATO DEL CSM: “RISPETTARE LE SENTENZE”

Nove righe durissime. Dedicate a Silvio Berlusconi, senza mai nominarlo.
Il Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura risponde con veemenza alle accuse lanciate due giorni fa dal Cavaliere con l’ormai celebre videomessaggio.
E sono parole che non lasciano spazio a interpretazioni: «I giudici non meritano l’addebito di intenti persecutori o di complotti. E l’esito di qualsiasi processo è una sentenza che va accettata ed applicata».
La nota è firmata dai vertici del Csm.
La sottoscrivono il vicepresidente Michele Vietti, il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce e il procuratore generale della Suprema Corte Gianfranco Ciani.
Insieme esprimono «amarezza e sconcerto per l’ennesima ripetizione di giudizi sprezzanti e di attacchi infondati che colpiscono in modo indiscriminato la magistratura italiana»
Palazzo dei Marescialli si spinge ancora oltre.
E lancia l’allarme: senza il rispetto delle sentenze «verrebbero meno le regole dello Stato di diritto e il presupposto della ordinata convivenza civile».
I magistrati, ricorda il Csm, «svolgono quotidianamente il proprio lavoro con impegno e imparzialità »
Mentre gli affondi del leader del Pdl incontrano l’energica reazione dell’organo di autogoverno dei giudici, Luciano Violante torna a bacchettare le toghe.
«Le correnti della magistratura — rileva da luogo in cui si dibatteva su questioni teoriche, negli anni Settanta, sono diventate luoghi in cui si costruiscono le carriere». Ma non basta.
Per Violante «tutti i consiglieri togati del Csm sono esponenti di correnti» e anche tra i consulenti «ciascuna corrente porta i suoi uomini e donne».
Così, denuncia, «viene meno il principio di neutralità ».
La Giunta per le immunità , intanto, procede spedita verso il via libera alla decadenza di Berlusconi.
Ieri è stata recapitata al Cavaliere la procedura di “contestazione” dell’elezione a senatore, primo passo verso l’espulsione dal Parlamento.
La seduta pubblica chiamata a discutere della decadenza è stata fissata per il prossimo 4 ottobre, con qualche giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia ipotizzata.
E il motivo va rintracciato nella definizione della location più adatta all’evento.
È toccato al Presidente del Senato Piero Grasso e al Presidente della Giunta Dario Stefà no fare il punto nel corso di un incontro che si è svolto ieri a Palazzo Madama.
L’aula di Sant’Ivo alla Sapienza, infatti, non è giudicata adeguata. Manca il circuito chiuso richiesto dalla procedura e per questo si è stabilito che ad ospitare l’ultimo atto in Giunta debba essere la sala Koch.
Cresce intanto l’attesa per l’appuntamento, tanto che al Senato sono già  pervenute cinquecento richieste di accredito dai media di tutto il mondo.
Una volta ultimata la seduta pubblica, sarà  la camera di consiglio della Giunta a sancire la decadenza.
Sul calendario è già  segnata in rosso la data delll’8 e 9 ottobre.

(da “La Repubblica”)

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GRAZIA SEMPRE PIU’ LONTANA, IRRITAZIONE AL COLLE

Settembre 20th, 2013 Riccardo Fucile

IL RIFIUTO DELLE SENTENZE: ALLARME PER GLI ATTACCHI DI BERLUSCONI ALLE TOGHE… OGGI DISCORSO DI NAPOLITANO

La risposta è attesa per stamattina quando Giorgio Napolitano, prendendo la parola alla Luiss di Roma per ricordare il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, dirà  come la pensa sull’ultima sortita di Berlusconi contro i magistrati che lo hanno condannato.
Che sul Colle non è piaciuta affatto.
E che neanche la nuova uscita del Cavaliere in versione buonista sul governo sembra poter “sanare”.
Perchè l’ex premier in quel videomessaggio, con toni che hanno superato il livello di guardia, ha scelto di fare il bis nella sua sfida alla «istituzione magistratura» non accettandone le sentenze definitive che lo riguardano.
Così, alla guerra contro la condanna per la frode fiscale ha sommato l’attacco alla Cassazione anche sul Lodo Mondadori.
Un doppio disconoscimento delle decisioni dei giudici, non rispettandone le sentenze, incitando anzi gli italiani alla ribellione agitando il fantasma di una «democrazia dimezzata ».
Un quadro che, nelle valutazioni del Colle, è esattamente l’opposto di quel che Napolitano gli aveva chiesto come condizione per poter, eventualmente, prendere in considerazione una domanda di grazia o di commutazione della pena. Richiesta che Berlusconi, osservano al Quirinale, dimostra evidentemente di non aver alcuna intenzione di avanzare, lanciandosi dopo un lungo silenzio nell’ennesimo attacco a testa bassa ai giudici.
E Napolitano nessuna intenzione di concedere, restando fermissimo il suo no al “motu proprio”. La strada della clemenza del Colle imbocca così un vicolo cieco.
Per volontà  e scelta dello stesso ex premier, a questo punto, con l’atteggiamento di guerra alla magistratura.
A dispetto di ambasciatori e colombe che invece continuano a bussare alla porta del Colle. Dove, a conferma del clima gelido, girano impressioni del tipo Berlusconi col quel videomessaggio «ci ha tolto un problema… ».
Solo una battuta, che però sembra riassumere bene l’atmosfera pesante, e l’impossibilità  per il Quirinale di tenere aperto ancora quello spiraglio del “perdono” visto che il Cavaliere ostinatamente non cambia rotta.
Nell’aula magna della Luiss arriveranno stamane le valutazioni ufficiali del capo dello Stato, che ieri pomeriggio ha lavorato a lungo alla stesura del suo intervento.
L’appuntamento del resto per il presidente della Repubblica conta molto anche sul piano personale.
Un convegno (presente tra gli altri anche l’ex ministro Severino) in memoria del suo consigliere per la giustizia Loris D’Ambrosio morto d’infarto nel luglio scorso, finito per le sue telefonate con Mancino nel mirino dei pm di Palermo nella trattativa fra mafia e Stato.
Intercettazioni estese anche allo stesso capo dello Stato che, dopo il conflitto di attribuzione con la procura di Palermo davanti alla Consulta, ne chiese e ottenne la distruzione.

Umberto Rosso
(da “La Repubblica“)

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