Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
ZIO FAVORITO PER IL BAR DELL’OSPEDALE: “IL MINISTRO NON DEVE RIFERIRE IN AULA”, ALLA CAMERA SI COMPATTANO TUTTI
Nunzia De Girolamo non andrà in aula a riferire sulle intercettazioni pubblicate dal Fatto Quotidiano,
secondo le quali favorì un suo zio nell’ottenere l’affitto di un bar all’interno di un ospedale.
I cinquestelle avevano chiesto ufficialmente un’informativa del ministro. Ma la conferenza dei capigruppo ha detto di no: la presidente, Laura Boldrini si è riservata di decidere e, sentiti tutti i capigruppo, ha chiesto ai grillini di trovare un’altra forma per chiarire i fatti: un’interpellanza, un’interrogazione, un question time.
Nessuno ha obiettato, nessuno ha insistito per avere il ministro dell’Agricoltura in aula.
Dalla Camera spiegano che si è ritenuto che la forma più adeguata per far luce sui fatti fosse appunto un’altra: un’interrogazione, un’interpellanza, un question time.
E che la Boldrini in realtà non ha fatto altro che interpretare il parere di tutti i capigruppo.
Ma perchè in giornate in cui scoppiano casi e casi nella maggioranza, in cui sembra davvero che la tensione sia altissima e il governo appare preso di mira costantemente dal fuoco amico, un caso come quello De Girolamo viene ignorato anche istituzionalmente?
Per Palazzo Chigi quello sul titolare dell’Agricoltura è “un non caso”.
Il Pd di Renzi ufficialmente non prende nessuna posizione e si riserva di esaminare i fatti.
D’altra parte, nella complicata partita con Enrico Letta il segretario non ha alcun interesse ad aprire il fuoco su un altro ministro, visto che vuole evitare di trovarsi coinvolto nell’azione di governo con un rimpasto.
Quakche sporadica voce nella minoranza del partito si sente.
Khalid Chaouki, balzato agli onori della cronaca per aver vissuto qualche giorno prima di Natale nel Cie di Lampedusa, esprime qualche “dubbio” su tutta la questione.
Danilo Leva, l’ex responsabile Giustizia, definisce “opportuna” la presenza in Aula del ministro per riferire. Matteo Orfini, di fronte alla possibilità di una sfiducia, dichiara: “Non si votano le mozioni altrui, in caso sarebbe meglio un atto di responsabilità del ministro”.
Tiepida Forza Italia, che si preoccupa di non esprimere una posizione. Il capogruppo Brunetta rimanda il tutto alle future eventuali sedi istituzionali. Laura Ravetto e Deborah Bergamini mettono agli atti un “non rispondo”.
Rimane lo sfogo di Michaela Biancofiore, ex sottosegretaria, la prima dimissionata dal premier: “Sono sicura che Nunzia non è colpevole di nulla. E per me che sono stata sua amica è difficile parlare, dopo la delusione che mi ha dato lasciando Forza Italia. Ma il modo in cui si esprime nelle intercettazioni ci dice che non ha imparato nulla degli insegnamenti di Berlusconi. Certo sarebbe il caso che venisse in Parlamento per lavarsi dall’onta sul suo nome”.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
E’ GIALLO ANCHE SUL “MARCHIO” ALLEANZA NAZIONALE: PER L’USO DEL SIMBOLO MANCA IL VIA LIBERA DEL MINISTERO… IL MOVIMENTO PER ALLEANZA NAZIONALE ANNUNCIA ALTRI RICORSI
Il cda della Fondazione Alleanza Nazionale ha ratificato ieri la delibera che concede l’utilizzo del simbolo di An a Fratelli d’Italia.
Da questo momento il partito di Ignazio La Russa e Giorgia Meloni sarebbe quindi libero di usare il simbolo come meglio crede.
Potrebbe riprodurlo in piccolo all’interno del logo di Fratelli d’Italia, usarne solo una parte (la scritta Alleanza Nazionale al posto di Centrodestra Nazionale?) o, per assurdo, non utilizzarlo in nessun modo.
Al termine di un Consiglio di amministrazione che non ha riavvicinato le posizioni tra i duellanti restano però alcune incognite.
E la prima riguarda la reale possibilità della Fondazione di assegnare un simbolo sulla cui proprietà non si è mai fatta completamente chiarezza.
A rafforzare le tesi di chi – come il Movimento per Alleanza Nazionale – nega alla Fondazione la titolarità del logo arriva un documento svelato dal Tempo ma consultabile da chiunque al sito del Ministero per lo Sviluppo Economico. Si tratta della pratica che certifica la richiesta, da parte della Fondazione, dell’utilizzo del marchio di Alleanza Nazionale. Una richiesta – si legge alla pagina http://www.uibm.gov.it/uibm/dati/stampa_elenco_info.aspx?load=info_stampMain&id=2209298&table=TradeMark – che è stata avanzata solo il 19 novembre del 2013 e che, stando al documento aggiornato al 6 gennaio 2014, è ancora allo stato «in lavorazione».
In attesa del via libera, quindi, la Fondazione non avrebbe nessun diritto a usare il marchio della defunta Alleanza Nazionale.
Ed è probabile che chi ha avversato fin dall’inizio il percorso scelto dai vari Alemanno, La Russa e Meloni, approfitti anche di questa circostanza per chiedere l’invalidazione della delibera.
In termini legali la faccenda è complessa, dato che la legge fa distinzione tra simbolo (il logo in sè), marchio (che copre lo sfruttamento «commerciale») e contrassegno elettorale. A vedersela saranno gli avvocati.
Per il momento, resta la decisione ratificata ieri dal cda.
Un’approvazione tutt’altro che unanime.
A dare il via libera all’assegnazione del simbolo a Fratelli d’Italia sono stati infatti otto consiglieri su quindici. Oltre ai promotori della mozione che ha prevalso all’assemblea – Meloni, La Russa e Alemanno – a dare parere positivo sono stati Antonino Caruso, Roberto Petri, Maurizio Leo, Francesco Biava e – via telefono – Pierfrancesco Gamba. Donato Lamorte ed Egidio Digilio si sono astenuti, così come, per dovere di neutralità , il presidente della Fondazione Franco Mugnai. Non hanno partecipato al voto, invece, gli apertamente contrari Maurizio Gasparri, Altero Matteoli, Giuseppe Valentino e Marco Martinelli.
Gasparri e Matteoli hanno anche fatto mettere a verbale la nota congiunta che affidarono alle agenzie già il 14 dicembre, subito dopo la contestatissima assemblea dell’hotel Ergife.
Nota nella quale si denunciava una «evidente violazione di regole statutarie» e si paventavano iniziative legali contro la votazione che aveva visto soli 290 «sì» sugli oltre seicento aventi diritto al voto e gli oltre mille iscritti alla Fondazione
Chi è già passata dalle parole ai fatti è Adriana Poli Bortone, tra gli animatori del Movimento per Alleanza Nazionale, che lo scorso 23 dicembre ha presentato una diffida extragiudiziaria contro le deliberazioni dell’assemblea.
Per ora i fautori della mozione vincitrice non se ne curano: Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Gianni Alemanno esprimono «grande soddisfazione per questa decisiva tappa di crescita del processo di larga unificazione dell’area politica e culturale che An voleva rappresentare sin dalla sua nascita a Fiuggi nel 1995»
Meno pubblicizzato è l’avvicinamento di Italo Bocchino, che sarebbe pronto a recitare un ruolo da protagonista.
Un entusiasmo che, però, non sembra al momento contagiare gli elettori. Il sondaggio Ipsos svelato martedì da Ballarò ha attribuito a Fdi-An solo l’1,9%, esattamente lo stesso risultato ottenuto alle Politiche 2013.
Il presunto valore aggiunto del simbolo con la Fiamma sembra ridimensionato da litigi e spaccature.
(da “il Tempo”)
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Gennaio 10th, 2014 Riccardo Fucile
I COLLABORATORI MANDANO I CONTI IN TILT… E L’EX VENTURINO SVELA CHE I CINQUESTELLE NE HANNO RADDOPPIATO IL NUMERO
Il caso più eclatante è quello del movimento 5Stelle. Qui, con le nuove regole della spending review
all’Ars, i collaboratori esterni sono passati da 12 a 26.
I nuovi, alcuni con contratti part time, sono soprattutto avvocati o laureati in Giurisprudenza. Già , perchè se fin dall’inizio della legislatura i parlamentari grillini avevano assunto dodici collaboratori esterni con contratti subordinati, pagandoli con i 2.400 euro mensili (a deputato) destinati secondo le vecchie regole al funzionamento del gruppo parlamentare, adesso con i soldi per i portaborse (altri 3.180 euro al mese per deputato, garantiti sino alla fine della legislatura) hanno allargato il cerchio.
Una decisione nell’aria da qualche mese.
Presa insieme con la base a Enna nell’autunno scorso, poco prima della mozione di sfiducia al presidente della Regione.
“Allora – dice il capogruppo Giancarlo Cancelleri – abbiamo chiesto ai nostri sostenitori di poter utilizzare i fondi dei portaborse per rafforzare l’ufficio legislativo e il lavoro nelle commissioni e per rispondere alle continue sollecitazioni che riceviamo dai cittadini”.
Sondaggio esteso ai meetup anche via Internet e con esito positivo.
E seguito dalla ricerca del personale tra gli attivisti e i sostenitori del movimento. “All’indirizzo del gruppo – dice ancora Cancelleri – sono arrivati una trentina di curriculum tra cui abbiamo scelto quelli che ci sembravano i migliori”.
Fatto sta che adesso, a sentire i malevoli, nelle stanze dei grillini all’Ars sono più i collaboratori che le sedie.
Rafforzato l’ufficio stampa con l’ingresso di Maria Chiara Graziano, ma anche l’area legislativa con una decina di avvocati o laureati in Giurisprudenza provenienti da tutta la Sicilia.
Tra questi, Loriana Muncibì, classe 1982, di Gela e per anni avvocato a Piacenza, assunta direttamente dal capogruppo Cancelleri.
Mentre è rientrata al gruppo 5Stelle Samantha Busalacchi, attivista storica del Movimento, prima assunta nell’ufficio di presidenza con Antonio Venturino e che torna a occuparsi della segreteria.
Proprio con Venturino ieri, in aula, si è consumato un botta e risposta dai toni aspri.
A iniziare è stato il vice presidente dell’Ars che l’anno scorso ha lasciato in polemica il movimento di Grillo.
“Anche i grillini hanno speso soldi per i portaborse – ha detto Venturino durante la discussione sul bilancio interno dell’Assemblea – Loro utilizzano 3.180 euro a deputato, di questo però non parlano mai…”.
Immediata la replica del capogruppo di M5S Cancelleri: “Aveva promesso ai cittadini di restituire parte della sua indennità . Finchè non lo farà non siamo disposti a prendere lezioni da lui”.
E oggi Venturino ha rincarato la dose: i portaborse che “i grillini si sono affrettati ad assumere e contrattualizzare entro il 31 dicembre 2013 sono ben 26 tra vecchi e nuovi. Mi viene naturale chiedere con quali soldi vengano pagati, se con il bilancio che ieri hanno populisticamente criticato davanti alle telecamere o con soldi che arrivano da altri bilanci? Quando si fa le verginelle della politica, occorre intanto avere la coscienza pulita e mi pare evidente che non sia così dato che al loro seguito ci sono più portaborse che deputati”.
I contratti dei nuovi assunti? Cocopro da 1.400 euro netti al mese. Una cosa è certa: la legge sul controllo della spesa del Parlamento votata qualche settimana fa all’Ars e che garantisce i contratti in corso al 31 dicembre, ha aperto la corsa alle nuove assunzioni un po’ in tutti i gruppi parlamentari: dall’Udc all’Mpa, dal Pdl al Pd ad Articolo 4.
E questo nonostante il Parlamento siciliano sia l’unico in Italia che può contare su 85 collaboratori interni fissi.
Assunzioni – c’è chi parla di almeno una cinquantina – fatte direttamente dai singoli parlamentari anche con forme di contratto che limitano al massimo il peso contributivo, simili a quelli delle colf – come ha ammesso Alice Anselmo dell’Udc che vi ha fatto personalmente ricorso – e contro cui si sono espressi sia il presidente della Regione Rosario Crocetta che quello dell’Assemblea Giovanni Ardizzone.
Fatto sta che proprio perchè i rapporti di lavoro dipendono direttamente dai singoli deputati, il numero dei contratti resta ancora avvolto dal mistero.
Nell’Mpa raccontano di deputati al telefono con i consulenti per chiudere i nuovi contratti (almeno tre sono emersi finora) fino al 30 dicembre.
Uno solo quello siglato per la Lista Musumeci. “Un contratto a prestazione per il nostro addetto stampa Alberto Samonà “, dice Nello Musumeci.
Il numero totale dei neo-assunti si conoscerà , comunque, solo a fine mese, quando verranno presentati i rendiconti per il rimborso delle spese.
Una verità , ammessa in aula dallo stesso presidente dell’Ars rispondendo, guarda caso, alle contestazioni dei grillini che criticavano lo stanziamento di due milioni in più nel bilancio dell’Ars rispetto a quello previsto dal governo regionale: “La certezza sui costi precisi – ha detto Ardizzone – si avrà quando, a fine mese, i gruppi parlamentari presenteranno i rendiconti per i portaborse. Anche il suo”.
“È davvero così – aggiunge il capogruppo del Pd, Baldo Gucciardi – non escludo che possano esserci state nuove assunzioni anche tra i deputati del nostro gruppo, anche se la maggior parte degli assistenti è stata contrattualizzata a inizio legislatura, senza contare che con noi ci sono una ventina di stabilizzati “.
Gioia Sgarlata
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
GLI AVVOCATI DEL LEGHISTA TENTERANNO DI SOSPENDERE IL GIUDIZIO IN ATTESA DELLA PRONUNCIA DEL CONSIGLIO DI STATO
È iniziata ieri – ma la sentenza non arriverà prima di oggi – l’udienza al Tar che deve decidere il destino della legislatura regionale guidata in Piemonte da Roberto Cota.
Alla prima sezione del Tribunale amministrativo regionale, guidata dal presidente Lanfranco Balucani, spetta l’esame del ricorso presentato dai legali dell’ex presidente Mercedes Bresso per chiedere l’annullamento di 15.765 voti ottenuti dalla lista Pensionati per Cota in provincia di Torino.
Il ricorso chiede di prendere atto della sentenza della Cassazione che ha condannato Michele Giovine, leader piemontese del partito, a 2 anni e 8 mesi per aver falsificato l’autentificazione delle firme.
Dopo 4 anni di processi e carte bollate la Corte ha condannato Giovine per l’autentica delle firme. Il Tar deciderà se la sentenza penale ha valore a livello amministrativo, annullando le elezioni del 2010.
“Andremo a votare —dice la Bresso — con un election day a maggio. I piemontesi non vogliono più il governo Cota”.
Oggi il Tar metterà un punto a questa querelle, ma anche nel caso venissero annullate le elezioni, facendo di fatto decadere l’attuale giunta, Cota potrebbe richiedere una sospensione e fare ricorso al Consiglio di Stato.
Intanto la Corte dei Conti ha chiesto a 55, su 60, consiglieri regionali di risarcire decine di migliaia di euro di spese illegittime
Cosimo Caridi
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PROTESTA DEGLI OPERAI DISPERATI DOPO LE PRIME LETTERE DI LICENZIAMENTO PER L’INDOTTO: “ALTRO CHE CONQUISTA DEGLI USA, MARCHIONNE CI CACCIA A CALCI IN CULO”
Sono operai disperati, traditi e soli. 
Con loro davanti ai cancelli della fabbrica non c’è nessuno. Deputati regionali, senatori e parlamentari di Roma, quelli che a ogni elezione, puntualmente, bussano alle porte delle loro case per chiedere voti, quelli che nei salottini delle tv sicule, la bocca a culo di gallina e lo sguardo perso nel vuoto, discettano di Mediterraneo e sviluppo, non si vedono.
La Fiat chiude, arrivano le prime lettere di licenziamento, a Termini Imerese esplode la rabbia.
“Qui ci giochiamo tutto, migliaia di famiglie rischiano di perdere anche quei quattro soldi della cassa integrazione, la miseria bussa alle case della gente e non si vedono prospettive”.
Roberto Mastrosimone, operaio e segretario della Fiom ha convinto gli altri sindacati e i suoi compagni a fare un presidio davanti ai cancelli. La gente è stanca, sfiduciata, arrabbiata, impaurita.
“Dopo quattro anni di tavoli interministeriali non abbiamo un imprenditore che voglia investire a Termini, a giugno scade la cassa integrazione in deroga, ma se ad aprile non c’è una soluzione la Fiat può licenziarci tutti. E allora bisogna lottare, anche occupare la fabbrica se serve, e chi non ci sta non scassi la minchia e lo dica”, urla al microfono.
Una voce che si perde nel mare della crisi italiana
Nella testa degli operai, delle loro famiglie, di chi in Fiat era entrato da poco e oggi è giovane, e di quelli che sono invecchiati dentro la fabbrica, frullano gli interrogativi: quanto contiamo, chi è disposto a investire qui, in questo nucleo industriale in riva al mare?
Finora i quattro imprenditori proposti dalla short-list compilata da Invitalia, la società governativa per “attrarre investimenti”, si sono rivelati un’enorme bufala.
Due di loro sono finiti in manette, un terzo è fallito, Dr Motors di Massimo Di Risio, l’imprenditore molisano assemblatore di fuoristrada made in China, non si è più visto. L’unico dato certo sono le 170 lettere di licenziamento arrivate agli operai di due ditte dell’indotto, ma è solo il preludio di una tempesta che rischia di travolgere Termini e la Sicilia.
La chiusura della fabbrica si è già mangiata lo 0,46% del Pil siciliano, qualcosa come 825 milioni tra produzioni Fiat e indotto, con 3500 posti di lavoro a rischio.
Il resto dell’agglomerato industriale di Termini Imerese è un cimitero.
Ferma la produzione il capannone che trasformava agrumi (63 posti), il cantiere navale (18 licenziati, 98 in mobilità ), sbarrano la porta i supermercati (una ventina di lavoratori a casa), fallisce l’illusione della piccolo Hollywood della Trinacria, la fiction di Agrodolce, che aveva promesso miracoli e posti di lavoro è finita con 200 tecnici e 60 tra attori e comparse a spasso.
“Colpi durissimi per la città ”. Salvatore Burrafato, Totò, è il sindaco di Termini Imerese, è davanti alla fabbrica anche lui, unico politico lasciato solo di fronte alla disperazione.
Lo contestano. “È una diga che non riusciamo più a tenere — ci dice — non so più che risposte dare alla gente che viene da me per chiedere aiuto. Abbiamo tagliato tutto, le spese superflue del Comune (anche il suo stipendio, abbassato a 532 euro al mese, ¼ di quanto previsto dalla legge per una città di 27 mila abitanti, ndr), le consulenze, ma non basta, è poco. Quando centinaia di famiglie non avranno più alcun sostegno economico succederà di tutto”.
In città aumentano le sale scommesse, i “Compro oro” promettono buoni affari, i negozi chiudono.
È il Sud che esplode, “La Fiat ci ha traditi”, dice con amarezza il sindaco.
Ed è vero. Tutto qui per anni è stato organizzato in funzione della Grande Fabbrica, anche il destino delle generazioni future.
Questo hanno voluto le classi politiche degli anni Settanta e Ottanta del secolo passato, quelli che i posti di lavoro li vendevano in cambio di voti, con gli intellettuali, i mille paglietta da panchina, persi a discettare sulle grandezze di Imera e sulla malvagia Cartagine.
La realtà è l’operaio di 57 anni che ci parla con le lacrime agli occhi.
“Quando sono entrato qui avevo 23 anni, ho lavorato sempre in catena di montaggio, ho cresciuto i figli e ringrazio il signor Agnelli, ma oggi, dopo una vita, il signor Marchionne mi caccia a calci in culo. Sono troppo vecchio per lavorare e troppo giovane per una pensione di merda”.
“Io ne ho 40 di anni — ci racconta un altro — da dieci lavoro qui, voglio darmi da fare, volevo fare un corso specializzato per computer, ma devo andare a Trapani…”. Centinaia di chilometri per imparare un nuovo mestiere nella Regione dello scandalo della formazione professionale, dei corsi per barman ed estetista, delle mogli dei boss politici finite in manette perchè lucravano sui soldi pubblici.
Cinque ministri (Scajola, Berlusconi, Romani, Passera, Zanonato) hanno messo le mani sul cadavere della Fiat di Termini: soluzioni zero.
Ma la beffa più grande sono i finanziamenti. “Per far ripartire lo stabilimento — ci spiega Roberto Mastro-simone — sono pronti 450 milioni, 300 per l’accordo di programma per la reindustrializzazione, 150 per la riqualificazione infrastrutturale. Soldi che fanno gola, ma solo a gente che vuole speculare”.
Gli operai si sentono sconfitti. “Siamo soli, chi se ne fotte di quattro morti di fame come noi. Sono tutti ad applaudire Marchionne che conquista l’America. Eppure la vedi la fabbrica, è pulita, in ordine, spendono centinaia di migliaia di euro per la manutenzione degli impianti. Se domani ci fanno entrare al lavoro possiamo ricominciare”.
Enrico Fierro
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAVALIERE: “RINNOVAMENTO PER STARE AL PASSO CON IL PD”
L’ultimo via libera è arrivato durante il pranzo romano di ieri con Fedele Confalonieri, suo mentore, prima che in città rientrasse Silvio Berlusconi dopo la lunga pausa festiva. L’azienda non pone alcun veto, anzi: un suo uomo, direttore del Tg4 e di Studio Aperto, sarà paracadutato sulla poltrona più alta di Forza Italia, giusto al fianco del leader, alla guida di un partito che più che in fibrillazione è sull’orlo di una crisi interna
È attesa a ore la nomina di Giovanni Toti alla poltrona di coordinatore organizzativo.
Era nell’aria, ma l’accelerazione delle ultime 48 ore, partita con la presenza a sorpresa del direttore al vertice forzista di martedì sulla riforma elettorale a Montecitorio, ha spiazzato tutti i dirigenti.
«Non facciamo certo salti di gioia» confessa uno dei più vicini a Verdini.
«Toti sarà semplicemente un frontman, ma non sarà certo lui a gestire» prova a rassicurare un ex ministro.
Il clima, però, in una squadra già lacerata, è pessimo.
Il Transatlantico nel pomeriggio era tutto un pullulare di capannelli forzisti in fermento. La carica è l’unica prevista dallo Statuto e consentirà dunque al Cavaliere di evitare modifiche e la convocazione di organismi.
«Se riunisci l’assemblea, quella modifica non passerà mai» lo avevano avvertito per tempo in tanti sul piede di guerra.
Berlusconi ha optato come sempre per la prova di forza. «Dobbiamo rinnovare, dobbiamo tenere il passo di Renzi e del Pd, non possiamo lasciare che gli elettori ci percepiscano come qualcosa di vecchio» ha spiegato ieri sera a Palazzo Grazioli ai suoi invitati.
Di fronte a lui, oltre ai capigruppo Paolo Romani e Renato Brunetta, proprio quel Denis Verdini sul quale la carica organizzativa sembrava tagliata su misura.
E invece mastica amaro, il fedelissimo.
Proprio nel momento più delicato, in cui il senatore toscano sta gestendo da plenipotenziario la partita della riforma elettorale col Pd.
Ma tant’è, «Berlusconi ha deciso, vuole fare subito e non c’è nulla che ormai possa distoglierlo» spiega chi ha gli ha parlato fino a poche ore fa.
Nominerà gli ultimi sei coordinatori regionali a giorni, poi il comitato di presidenza dei 36, per presentare tutto l’establishment del nuovo formato in occasione della celebrazione del ventennale della discesa in campo del 26 gennaio.
Appuntamento che tuttavia proprio Toti si è incaricato di organizzare e che i ras forzisti hanno ora una voglia matta di disertare.
A modo loro, facendo venir meno l’afflusso delle consuete migliaia di truppe cammellate. Ragione per cui la kermesse che sta tanto a cuore al leader nelle ultime ore sarebbe tornata in forse.
«Vedrete, da oggi saremo tutti “totiani”» profetizza invece beffarda una lealista di prima linea.
Ad ogni modo, il futuro coordinatore prenderà possesso – c’è chi dice già tra oggi e domani, al più la prossima settimana – dei suoi uffici nella sede di San Lorenzo in Lucina. A dispetto dei mugugni.
La spunta lui: poltrona apicale unica, niente triumvirato con altri dirigenti.
Solo a queste condizioni abbandona quella doppia da direttore di due tg.
Aprendo di fatto la corsa alla successione che coinvolge tanti, da Giorgio Mulè a Nicola Porro.
Il patron di Mediaset non aveva certo bisogno di convincere Confalonieri o la figlia Marina, ma con loro ha iniziato a ragionare dei tasselli tv.
Portare Toti in cima alla piramide – col consenso di Francesca Pascale – vuol dire riportare l’organizzazione di Forza Italia nel recinto dell’azienda, come agli esordi.
Il quarantacinquenne di Massa, destinato a essere “scagliato” in tv contro i nuovi renziani, è uomo di Mauro Crippa, direttore generale della Comunicazione Mediaset del quale è stato vice a lungo.
Che la svolta salvi tuttavia Marina dalla «discesa in campo» non è detto affatto.
I sondaggi di casa non incoronano Toti. Solo al momento debito, quando scatteranno i servizi sociali, si aprirà la partita della premiership, quella che conta.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
L’ESPONENTE DI FORZA ITALIA RESTA SINDACO DI ARCONATE E ASSESSORE REGIONALE IN LOMBARDIA: IL PREFETTO DI MILANO LO HA PORTATO IN TRIBUNALE
Ha cambiato il nome dell’assessorato regionale da Sanità a Salute, “per essere più vicino ai cittadini”. 
Ha ricevuto un’onorificenza d’oro dal suo Comune (Arconate, in provincia di Milano) e piantato un albero con il suo nome nel giardino dei Giusti in Israele, ricordando che “Berlusconi è perseguitato come gli ebrei”.
Ma questa volta l’iper-attivo vice governatore della Lombardia Mario Mantovani, in carica da meno di un anno, dovrà concedersi una pausa.
Così ha deciso il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, che per risolvere una questione che va avanti da 371 giorni lo ha portato davanti a un giudice.
Il rappresentante del ministero dell’Interno, insediatosi lo scorso agosto, ha trovato sulla scrivania lasciata libera da Gian Valerio Lombardi il dossier sull’incompatibilità di Mantovani. Due gli incarichi: sindaco, ma anche assessore regionale.
L’udienza mercoledì mattina al tribunale di Busto Arsizio è durata poco più di mezz’ora: “Questo processo è uno spreco di soldi pubblici” ha ripetuto più volte il giudice della seconda sezione civile, Maria Eugenia Pupa. Davanti a lei l’avvocatura di Stato e il legale rappresentante dell’amministrazione comunale di Arconate, paese di 6mila abitanti governato da tre mandati da Mantovani.
“Ma non potete trovare un accordo?”, chiede il giudice buttando un occhio fuori dalla porta: avvocati in coda occupano il corridoio.
Stessa scena per tutto il primo piano della sezione civile, soprattutto dopo l’accorpamento dei tribunali civili.
La giurisprudenza in materia ha contribuito a fare il resto: alle ultime elezioni regionali e politiche infatti, il fedelissimo di Berlusconi era stato eletto contemporaneamente senatore (primo candidato della lista Pdl in Lombardia) e consigliere regionale in Lombardia.
Nella spartizione di poltrone post-formigoniana tra Lega e Pdl, Roberto Maroni gli ha assegnato l’assessorato alla Sanità .
Per dedicarsi a una materia che conosce così bene, visti gli affari di famiglia, Mantovani si era dimesso da Palazzo Madama “per incompatibilità ” il 3 giugno 2013.
Ma la “velocità ” nel lasciare il triplo incarico, è nulla se paragonata alla carica di primo cittadino che tuttora ricopre e per cui è stato convocato, insieme ai consiglieri comunali, davanti al giudice.
L’esponente di Forza Italia, assente in aula, ha sempre sostenuto “non partecipare più alle attività consiliari da luglio”, ritenendo la questione chiusa. I consiglieri comunali di maggioranza ne hanno “preso atto”, ma si sono rifiutati di votare la sua decadenza.
Nel pantano tutto italiano dei doppi incarichi restano lui e il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca (Pd) (su cui si è pronunciata l’Antitrust).
L’avvocato che rappresenta Mantovani e la sua amministrazione comunale ha accettato l’incarico a titolo gratuito.
Altro stile per l’avvocato Roberto Lassini, che dopo l’ideazione dei manifesti contro la procura, ha ricevuto dal comune di Arconate 1000 euro per far luce sull’esposto presentato dai consiglieri di minoranza sulla casa di riposo per anziani in costruzione in paese.
“E’ una bella sfida perchè è una materia controversa — dice Alessandra Brignoli al fattoquotidiano.it – ci sono casi simili, ma non identici”.
La prossima puntata per questo “unicum” sarà il 12 febbraio, data della prossima udienza. Arconate andrà al voto nella primavera del 2014, probabilmente insieme alle Europee. Non è escluso che Mantovani, sostituito da Mariastella Gelmini nel ruolo di coordinatore di Forza Italia in Lombardia e davanti all’astro nascente del partito Giovanni Toti, si candidi sia come consigliere comunale nel suo paese, sia come europarlamentare in quota Forza Italia.
Francesca Martelli
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
LA VERA NATURA DELLE SCELTE NEL MOVIMENTO CINQUESTELLE
A dispetto dei proclami non si era mai visto un partito con il marchio depositato alla camera di commercio, un marchio concesso o negato secondo logiche aziendali.
Vedi il caso Sardegna
Non abbiamo bisogno di attendere febbraio e il risultato della consultazione online lanciata da Beppe Grillo per conoscere la proposta di legge elettorale «liberamente votata» dagli iscritti al Movimento 5 Stelle.
Si può scommettere sin d’ora che non sarà nessuna delle tre ipotesi maggioritarie (sindaci, sistema spagnolo, Mattarellum corretto) avanzate dal Pd di Renzi, ma una quarta di base proporzionale che, vedi il caso, coincide con gli interessi aziendali della Grillo&Casaleggio associati.
In questo modo l’unica maggioranza possibile sarà ancora quella destra-sinistra, con Pd e Berlusconi, e Grillo potrà sempre gridare all’inciucio.
Grillo&Casaleggio non vuole liquidare l’orrido regime della Seconda repubblica, altrimenti voterebbe una legge maggioritaria puntando alla vittoria finale. Preferiscono lucrare il più possibile sul caos politico, alla faccia e sulla pelle degli italiani.
Beppe è stato un grande comico e potrebbe evitarci queste pagliacciate della cosiddetta democrazia diretta, ma nella presa per i fondelli dei propri elettori è compresa questa finzione, già sperimentata con successo con le parlamentarie, che hanno eletto senatori e deputati i militanti con più parenti, e le quirinarie, una vera farsa.
Alle quirinarie gli iscritti avevano votato, sempre liberamente, una lista di candidati utile alla strategia dei capi: mettere in difficoltà il Pd, ma senza arrivare a un accordo per un nome condiviso (Prodi, per esempio).
Sono convinto che Internet sia un passo indietro rispetto all’evoluzione della specie. Di sicuro lo è per la democrazia, retorica a parte.
Il partito-movimento di Grillo, che è il più grande fenomeno politico mondiale nato dalla rete, ne è una conferma clamorosa.
Con tutte le chiacchiere sulla democrazia diretta e «l’uno vale uno», il Movimento 5 Stelle è un partito autocratico da anni Trenta.
Non si era mai visto uno schieramento con il marchio depositato alla camera di commercio e protetto da uno stuolo di legulei.
I capi concedono o negano il marchio, vedi il caso Sardegna, secondo logiche aziendali.
Decidono quando fare le dirette streaming e quando non farle.
Le consultazioni on line sono riservate ai soli iscritti, per giunta quelli della prima ora, poche decine di migliaia di persone, spesso molto meno.
I risultati sono palesemente decisi da Grillo e Casaleggio, che possono anche non comunicarli, come hanno fatto dopo il primo turno delle quirinarie.
I commenti non in linea con la volontà dei capi sono sistematicamente espulsi dal sito. Il quale sito, peraltro, rimane di proprietà di Grillo, che lo usa per vendere propri prodotti e pubblicità .
È la follia. Eppure i seguaci non fiatano, illusi di partecipare con un clic al grande gioco.
Gianroberto Casaleggio, ideologo della democrazia in rete, è del resto unoligarca e un teorico del governo della rete da parte di un’èlite illuminata.
Lungi dal liberare i cittadini dalla passività del mezzo televisivo, la rete ha costruito una base di finta partecipazione che permette a chi comanda di decidere da solo, ma fra gli applausi dei sudditi.
Oltre a impedire la partecipazione, la rete limita anche il dibattito.
O meglio, abbassa il dibattito a un livello tale da renderlo del tutto inutile, se non come pretesto per sfogare la rabbia di qualcuno e la pazzia di molti.
Su Internet sono tutti esperti, scienziati, profeti.
Il dato oggettivo non esiste perchè, almeno in questo, uno vale davvero uno.
Si assiste dunque a discussioni su argomenti importanti e complessi affidati a pseudo studiosi, con corredo di deliranti teorie del complotto e vere e proprie leggende metropolitane.
Al confronto, perfino i dibattiti in Parlamento sembrano una faccenda seria.
Si parte con i petrolieri che bloccano da decenni l’auto all’idrogeno e le case farmaceutiche che boicottano la cura contro il cancro, e si finisce con chi ha visto le sirene e i microchip della Cia sotto la pelle.
Poichè tutto è complotto, nulla lo è.
Curzio Maltese
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
PROCACCINI: “ORDINO’ CHE INCONTRASSI L’AMBASCIATORE KAZAKO”
Il prefetto in pensione Giuseppe Procaccini, 64 anni, capro espiatorio dell’affaire Shalabayeva, siede a un
tavolo d’angolo del Caffè delle Arti, nella Galleria di arte moderna di Villa Borghese.
«Ora ho finalmente il tempo per le mostre», sorride. Cita Cicerone («A me interessa più la mia coscienza di ciò che la gente dice di me») , il retore ateniese Isocrate, san Paolo («Ho combattuto una giusta guerra. Ho terminato la corsa. Ho mantenuto la fede») .
Si commuove evocando un figlio che la malattia gli ha portato via troppo giovane. Poi si fa affilato.
Certosino nel ripercorrere i dettagli di quei giorni della scorsa estate che hanno portato il ministro dell’Interno Alfano, di cui era capo di gabinetto, a un passo dalla sfiducia del Parlamento.
Procaccini ha scelto di dimettersi. Alfano è rimasto al suo posto.
Ma ora, nel racconto del prefetto, il ruolo del ministro nel caso Shalabayeva è cruciale. Così come si dimostrano false almeno due circostanze accreditate dallo stesso Alfano in Parlamento.
Aver sostenuto di non essere stato informato dal suo capo di gabinetto della caccia al latitante.
Aver sostenuto di essere trasecolato nell’apprendere dal ministro Emma Bonino, il 2 giugno, che esisteva una “questione kazaka” legata a un’operazione di polizia condotta nel nostro Paese.
Prefetto, perchè incontrò al Viminale l’ambasciatore kazako la sera del 28 maggio?
«Non fu una decisione che presi di mia iniziativa. Quella sera, infatti, intorno alle 21.15, 21.20, raggiunsi Alfano a Palazzo Chigi. Dovevo consegnargli alcuni documenti e in quell’occasione il ministro mi informò che l’ambasciatore kazako lo aveva cercato perchè aveva urgenza di comunicare con il ministero. Aggiunse quindi una cosa cruciale – ricordo con esattezza le parole – Mi disse che si trattava di una questione di grave minaccia alla pubblica sicurezza ».
“Grave minaccia”?
«Esattamente. E per questo motivo decisi di rientrare immediatamente nel mio ufficio. Da lì, chiamai l’ambasciatore il quale, dopo le 22, mi raggiunse al Viminale. Qui, come è ormai noto, l’ambasciatore mi riferì di Ablyazov, della segnalazione dell’Interpol, dell’asserita pericolosità di quest’uomo che definì un nototerrorista e dei colloqui da lui già avuti in Questura, che, per altro, aveva già provveduto alla localizzazione della villa di Casal Palocco e avrebbe condotto di lì a poche ore il blitz».
Perchè Alfano aveva maturato l’idea che Ablyazov rappresentasse una “grave minaccia”?
«Non ne ho idea. Non me lo spiegò e io non glielo chiesi».
Ritiene che il ministro avesse parlato con l’ambasciatore?
«Non saprei. È possibile che altri gli avessero riferito della sostanza delle informazioni dell’ambasciatore kazako».
Quando tornò a parlare con Alfano della vicenda?
«Il mattino successivo, il 29 maggio. Lo informai verbalmente della visita notturna dell’ambasciatore, del blitz nella villa di Casal Palocco e del suo esito negativo».
Lo informò del fermo della moglie, Alma Shalabayeva?
«No. E non avrei potuto. Perchè a mia volta io ignoravo la circostanza. Il Dipartimento non mi aveva informato».
La mattina del 29, informò Alfano che l’ambasciatore era tornato al Viminale per sollecitare un’altra perquisizione nella villa?
«No. Lo ritenni superfluo. Anche perchè quella seconda visita e la sua insistenza mi provocò del fastidio. Che l’ambasciatore per altro avvertì. Si giustificò infatti sostenendo di essere tornato nel mio ufficio solo per ringraziarmi e per lasciarmi in ricordo un calendario kazako e una medaglietta con l’immagine di Astana, la capitale del Paese».
In che occasione riparlò con Alfano della vicenda Ablyazov?
«Il 2 giugno, quando mi riferì del colloquio che aveva avuto con il ministro Bonino e mi chiese di informarmi di quanto accaduto con la signora Shalabayeva. Fu quella la prima occasione in cui appresi che nella vicenda c’erano una donna e sua figlia».
Ebbe la sensazione che Alfano avesse quantomeno collegato la Shalabayeva di cui “nulla sapeva” all’operazione Ablyazov che aveva invece sollecitato?
«Il ministro mi diede l’impressione di aver ricollegato le due vicende. Anche perchè erano passati pochi giorni».
Perchè lei si è dimesso?
«Il ministro era molto preoccupato. Il Governo era a rischio. E io ho sempre ritenuto che essere un civil servant significhi anche assumersi responsabilità che magari non sono proprie, ma comunque interpellano la credibilità dell’Amministrazione cui si appartiene».
Alfano provò a convincerla a restare al suo posto?
«La sera del 17 luglio gli consegnai di persona la mia sofferta lettera di dimissioni che lui ritenne di non leggere. Almeno di fronte a me. Mi dispiacque solo come comunicò le mie dimissioni al Senato. Le rese un gesto banale».
Non crede che se l’ordine di procedere su Ablyazov non fosse arrivato da Alfano in questa storia le cose sarebbero andate diversamente? E forse la Shalabayeva non sarebbe mai stata consegnata ai kazaki?
«Ci ho riflettuto a lungo. È possibile che l’input arrivato dall’autorità politica abbia reso tutti più realisti del Re. Alfano era appena diventato ministro e magari qualcuno ebbe paura di essere impallinato per scarsa attenzione o zelo rispetto a una vicenda definita appunto una grave minaccia per la sicurezza pubblica».
Che fine ha fatto il calendario kazako che le ha regalato l’ambasciatore?
«L’ho conservato per un po’. Poi l’ho buttato quando ho traslocato dall’Eur, dove alloggiavo in una casa dell’Amministrazione, al quartiere san Paolo».
E la medaglietta di Astana?
«L’ho regalata. Non ricordo se a un commesso o a un autista».
Carlo Bonini
(da “La Repubblica”)
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