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“FAVORI’ L’ASSUNZIONE DEL NIPOTE DEL BOSS”: INDAGATA LA PRESIDENTE LEGHISTA DELLA PROVINCIA DI VENEZIA

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA ZACCARIOTTO E IL GUARDIAPARCHI PLURIPREGIUDICATO “CIANETTO” NEL MIRINO DELLA PROCURA

Abuso d’ufficio e falsità  ideologica in concorso. Sono questi i reati che la Procura di Venezia contesta a Francesca Zaccariotto nella sua veste di sindaco di San Donà , incarico che ha rivestito fino alla scorsa primavera.
La vicenda che ha portato i sostituti procuratori Carlotta Franceschetti e Walter Ignazitto a iscrivere nel registro degli indagati l’attuale presidente della Provincia di Venezia è quella riguardante l’incarico di guardiaparchi assegnato dalla Giunta della città  del Piave al pluripregiudicato Luciano Maritan detto “Cianetto”, nipote del più famoso Silvano, colonnello dell’ex boss della Mala del Brenta, Felice Maniero, considerato regista indiscusso dello spaccio della droga nel Veneto Orientale.
Tutto nasce dal fatto che il Comune aveva dato da lavorare a un ex appartenente alla mala del Brenta, Luciano Maritan, in un progetto di recupero sociale in cui l’uomo era stato inserito con contratto a progetto di 500 ore per 5mila euro per lavorare in un parco cittadino con lo scopo, tra l’altro, di garantire la sicurezza.
A mettere sotto indagine Zaccariotto e la dirigente sarebbe stato il fatto che l’uomo, che ora è in carcere per altre vicende, nel 2012 era stato inserito nel progetto scavalcando una ventina di persone nella graduatoria per il posto di lavoro.
Durante il periodo in cui era occupato avrebbe proseguito nella sua attività  di trafficante di droga.

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ALBERGHI (D’APPUNTAMENTO) REGIONE ABRUZZO: PRESIDENTE E DUE ASSESSORI IN HOTEL A SPESE DEI CONTRIBUENTI CON CANDIDATE CHE POI VINCEVANO CONCORSI

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

IL GOVERNATORE CHIODI SI E’ FATTO RIMBORSARE IL PREZZO DELLA CAMERA DOPO AVER PASSATO LA NOTTE CON LA DONNA CHE OTTENNE UN INCARICO IN REGIONE SU 21 CONCORRENTI… ALTRI DUE ASSESSORI BECCATI

I carabinieri del nucleo investigativo di Pescara, su mandato della procura, indagano sulle missioni istituzionali della giunta regionale.
Analizzano così i rimborsi e le ricevute del governatore. E scoprono che la notte del 15 marzo 2011 soggiorna all’albergo Del Sole: Chiodi paga in contanti 340 euro e poi chiede il rimborso – di 357 euro – all’ufficio regionale.
Gli investigatori si presentano all’albergo Del Sole, in zona Pantheon, e chiedono al gestore il registro degli ospiti.
E il registro – stando agli atti d’indagine – è chiaro: nella stanza 114, quella notte, Chiodi non ha dormito da solo. Ha ospitato una donna.
Il punto è che Chiodi – annotano gli inquirenti – ha omesso di dichiarare, chiedendo il rimborso in Regione, di aver ospitato la donna in camera.
Il soggiorno della signora, quindi, è stato pagato – o meglio: rimborsato – con soldi pubblici. E su questo episodio, il 4 febbraio, Chiodi dovrà  rispondere alle domande dei pm Giampiero Di Florio e Giuseppe Bellelli, che lo accusano di truffa, falso e peculato.
Tre mesi dopo, alla signora registrata nella stanza 114, viene affidato un importante incarico pubblico. La nomina avviene a luglio. Con decreto dei ministeri. E avviene proprio su indicazione della giunta regionale guidata da Chiodi.
Non si tratta di un incarico privato: è una selezione con bando pubblico.
Il bando pubblico viene pubblicato sul bollettino ufficiale della Regione, che lo approva il 20 dicembre 2010, e la signora della stanza 114 presenta la propria candidatura.
Per l’incarico pubblico previsto dal bando, sono giunte ben 22 candidature.
E il “gruppo di lavoro” istituito dalla Regione provvede all’istruttoria: solo 12 candidati – si legge nei documenti regionali – sono in “possesso dei requisiti”.
La signora della stanza 114 è tra loro. Ma è necessaria un’ulteriore “scrematura ” poichè i posti a disposizione sono soltanto due.
La commissione regionale, il 6 aprile, decide di “rimettere” alla giunta il compito di individuare i designati: la giunta guidata da Chiodi, quindi, dovrà  scegliere soltanto due nomi su una rosa di 12 candidati. E tra loro c’è proprio la donna che, pochi giorni prima, ha dormito nella stessa stanza con il governatore.
Il 16 maggio – due mesi dopo quella notte trascorsa in albergo – la giunta, con una delibera, designa la signora per il ruolo indicato. Ruolo che diventerà  definitivo – un incarico quadriennale – con la nomina vergata dal ministero del Lavoro: di fatto, quella del ministero, è però soltanto una “ratifica”.
È stata la giunta Chiodi a individuare, tra i due candidati prescelti, la signora della stanza 114. E non si tratta dell’unica donna che, dormendo con un esponente della giunta Chiodi, si ritrova ad avere un ruolo con la Regione.
Ma non è l’unico caso.
L’assessore Nazario Pagano (Forza Italia), presidente del Consiglio regionale, ha ospitato nelle sue camere d’albergo – pagando con soldi pubblici – ben quattro donne tra i 35 e i 45 anni. Anche Pagano è indagato dalla procura di Pescara per falso, truffa e peculato.
Una delle donne ospitate da Pagano, qualche anno dopo, è entrata in affari con la Regione Abruzzo, prestando il proprio lavoro, come dimostra una fattura del Consiglio regionale, datata 21 dicembre 2012, per l’importo di 943 euro.
Soldi liquidati, con delibera del Consiglio regionale, il 6 febbraio 2013.
Ricordiamo poi il caso dell’assessore dell’ex assessore Luigi De Fanis che, secondo la procura di Pescara, profondamente invaghito di Lucia Zingariello, le aveva proposto un contratto molto particolare: prevedeva quattro prestazioni sessuali ogni mese per uno stipendio di tremila euro.
Un contratto scritto a penna, su un foglietto, poi strappato e recuperato dalla stessa Zingariello, che l’ha consegnato agli inquirenti.
Molti sospetti, nei mesi scorsi, hanno riguardato l’assessore Alfredo Castiglione, la cui compagna gestisce una scuola di danza.
La squadra mobile di Pescara ha inviato un’informativa alla procura de L’Aquila: secondo gli investigatori, la scuola di danza, in questi anni avrebbe ricevuto finanziamenti per 55 mila euro. In alcuni casi – secondo gli investigatori della squadra mobile – si sarebbe trattato di finanziamenti pubblici.
Di certo, c’è che la compagna di Castiglione, con soldi rimborsati dalla Regione, ha trascorso un fine settimana nell’hotel Victoria Terme di Tivoli.
Anche in questo caso, al momento del rimborso, era stato omesso il doppio pernottamento: Castiglione aveva dichiarato di aver soggiornato da solo, alla modica cifra di 512 euro, tra il sabato e la domenica dell’11 agosto 2010.
I carabinieri, giunti in albergo, hanno verificato che aveva soggiornato anche la moglie e, interrogando il gestore, hanno scoperto che quella spesa poteva giustificarsi soltanto per l’uso dell’annesso centro benessere e centro estetico.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I COLLABORAZIONISTI

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA SCOMUNICA DEI DUE DEPUTATI CINQUESTELLE DI PALERMO E LA PAURA DEL CONTAGIO

Il «meetup» di Palermo del Movimento 5 Stelle ha scomunicato i senatori Francesco Campanella e Fabrizio Bocchino, «con i quali non intende più collaborare per qualunque attività  parlamentare o extraparlamentare ».
I due traditori si erano permessi di sostenere, secondo l’accusa, «la necessità  da parte del M5S di doversi aprire all’accordo con le altre forze politiche».
Pensate: invece di concentrarsi sulle battaglie del movimento – arrampicarsi sul tetto di Montecitorio, esporre cartelli in aula e chiamare «boia» il capo dello Stato – i collaborazionisti Campanella e Bocchino avevano preso alla lettera la parola «Parlamento» e volevano parlare con gli altri deputati, invece di gridargli in faccia «ladri! ».
Non solo.
Pare che progettassero di trovare addirittura qualche intesa sulle cose da fare.
Gente pericolosa, da isolare subito.
Si rischiava il contagio.

Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)

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GLI INSAPUTI

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

GIORNALI DI CENTRODESTRA E CASO SCAJOLA

A leggere i giornali e a vedere i tg, pare che un bel mattino di quattro anni fa i magistrati cattivi si siano svegliati e abbiano deciso di inquisire il povero Scajola, costringendolo a dimettersi da ministro in combutta con la stampa forcaiola e i mastini giustizialisti del Pd, malgrado la strenua difesa di B. & C.
In realtà  il 24 aprile 2010 Repubblica rivelò che la Procura di Perugia, indagando sulla Cricca della Protezione civile, si era imbattuta in 900 mila euro pagati da Anemone tramite Zampolini per pagare due terzi di casa Scajola.
La segnalazione era partita da Bankitalia, insospettita dagli 80 assegni circolari da 12.500 euro ciascuno astutamente usati per l’operazione.
Scajola fece sapere che aveva pagato tutto lui, minacciò querele e precisò di non essere indagato.
In effetti, nè allora nè mai i pm di Perugia lo iscrissero nel registro (era competente la Procura di Roma, che se la prese comoda e lo indagò solo il 29 agosto 2011).
Eppure, dopo una settimana di afonia perchè non sapeva che dire, Scajola si dimise il 4 maggio 2010.
Per motivi non giudiziari (inesistenti), ma di opportunità , che avevano indotto persino il Giornale a chiedergli di sloggiare con un editoriale di Vittorio Feltri “Chiarisca o si dimetta” (vedi foto in alto): “Se non ha niente da dire oltre a ciò che ha detto, le conviene rassegnarsi. Anzi, rassegnare le dimissioni… Qui c’è sotto qualcosa di poco chiaro, per essere gentili… È verosimile che lei non sapesse nulla degli assegni? Mica tanto. L’opinione pubblica è scossa… dalle testimonianze di Zampolini e delle sorelle Papa (le venditrici dell’immobile, ndr). Perchè dovrebbero mentire?”.
Lo capì financo Scajola, in una memorabile conferenza stampa senza domande: “Per esercitare la politica, che è un’arte nobile con la P maiuscola, bisogna avere le carte in regola e non avere sospetti”.
Poi se ne uscì con la frase che inaugurò il filone satirico dell’insaputismo: “Mi dimetto perchè non potrei, come ministro, abitare in una casa pagata in parte da altri senza saperne il motivo”.
Mentre i giornalisti presenti si sganasciavano e quelli della stampa estera pensavano a un errore di traduzione, il premier B. disse in Consiglio dei ministri che Scajola era “indifendibile” perchè “quello delle case è un tema che colpisce molto la gente: se uno compra una casa che vale 1 milione e 800 mila euro e la paga 600 mila, c’è qualcosa che non va. E se non può spiegare agli italiani il perchè, deve dimettersi”.
Il Cainano avviò persino sue personali indagini, come narravano entusiasti i suoi house organ.
“Adesso indaga Berlusconi”, titolava il Giornale: “Vuole individuare le mele marce. Sta studiando personalmente le carte dell’inchiesta sui grandi appalti: ‘Chiederò spiegazioni a tutti. Nessuna indulgenza per chi ha sbagliato. L’arricchimento personale è inaccettabile’”.
Libero lo descriveva “sfinito”, “chiuso in casa”, dove “riceve in pigiama”, “fa il pm e interroga i suoi: ‘Ditemi la verità … C’è chi s’è arricchito alle mie spalle. Chi ha sbagliato pagherà ‘”.
Belpietro plaudiva alla svolta giustizialista (tranquilli però, “non mi sono convertito al travaglismo”). Sallusti lo scavalcava in manettismo: “Il Presidente sa bene che gli elettori si infuriano di fronte ai privilegi che riguardano la vita privata, a partire dalla casa. Per questo ha usato parole molto dure, mai pronunciate prima: chi ha sbagliato deve pagare e lasciare incarichi e ministeri. Scajola insegna… Una convinzione che si è fatto dopo aver indagato a fondo ed esser giunto alla conclusione che è possibile che nel governo o nelle sue vicinanze ci possa essere qualche ladro di polli, che mette a rischio la credibilità  politica di tutti. Meglio fare pulizia e pure in fretta”.
Ora, dopo l’assoluzione in un processo che ha confermato tutti fatti già  noti nel 2009, Libero titola un’intervista strappalacrime al perseguitato: “Io, dato in pasto al tribunale del popolo”.
E il Giornale, profittando della smemoratezza generale: “Toghe intimidatorie”, “Scajola assolto: l’indagine gli costò il ministero”.
E il Foglio: “Le nostre scuse a Scajola”.
Ma andè a ciapa’ i ratt.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRA GELOSIE E POST POLITICA NEL CERCHIO MAGICO DI SILVIO SCOPPIA LA GUERRA DELLE DONNE

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA PASCALE HA UN POTERE ORMAI AUTONOMO E INCASSA IL PLAUSO O QUANTOMENO IL SILENZIO DELLE ALTRE

Nei modi più inattesi si esprime la crisi del patriarcato, ma anche la sua estrema resistenza. Con tale ridondante preambolo si può resistere a una lettura grevemente sessista del caso Pascale-De Girolamo; come pure, con trascurabile sacrificio narrativo è possibile dar conto del dibattito sviluppatosi al riguardo tra le donne di Forza Italia facendo a meno di altri scontati format di genere tipo Eva contro Eva, rivalità  da harem, lite da cortile, disputa fra lavandaie, piazzata vajassa, per non dire rumoroso gallinaio o silente cesto di vipere.
Di post-politica semmai si tratta, per quanto i modelli di quest’ultima risalgano, parecchio in là  nel tempo, a quello stile cortigiano che il berlusconismo maturo ha coltivato con pervicacia e di cui ora raccoglie i frutti, non esattamente freschi e profumati – ma tant’è.
Per cui la giovane favorita del vecchio Re, al secolo (XXI) Francesca Pascale, si è conquistata un suo potere ormai quasi autonomo e con l’incoraggiamento e la collaborazione di alcune dame – non a caso per designarle si utilizza una formula tanto lontana dalle ideologie quanto ancorata all’irrazionale come «cerchio magico» – sbarra il passo a qualsiasi concorrenza.
Nel caso della povera Nunzia, oltretutto, l’aspirante regina lo fa nel modo più diretto, crudo e semplice, in nome della fedeltà  mostrata da lei e dalle altre nei momenti più «dolorosi» che hanno afflitto Sua Maestà  Silvione.
A questo punto, e quindi nella giornata di ieri, passato e presente, monarchia e democrazia, sfera pubblica e sentimenti personali, realtà  e immaginazione comunque si aggrovigliano in un quadro che, come non di rado accade in Italia, un po’ fa ridere, un po’ fa impressione e tutte e due le cose insieme.
Tale effetto misto, per dire, risuona tra le righe delle parole dell’onorevole Giammanco (la «Gabry » del bigliettino imperiale spedito in coppia con Nunzia nella prima seduta della XVI legislatura: (clicca qui) ) che stabilisce una impegnativa corrispondenza tra lo sfogo di Francesca, identificata con «la stragrande maggioranza dei nostri elettori».
D’altra parte, sempre dal punto di vista del linguaggio e dei suoi utili specchietti appare significativo che nella nota dell’onorevole Santelli, invero più problematica, Berlusconi venga qualificato di sfuggita non come il presidente, il nostro leader, la nostra guida, il nostro padre (eh sì, anche questo appellativo è risuonato fra le pieghe del dibattito), ma come «il suo compagno».
Suo, s’intende, di Pascale, promossa al rango di interprete della volontà  generale del partito e definitiva protagonista della sua vicenda.
La quale Pascale ha ieri incassato il plauso e l’apporto, in taluni casi anche lievemente melodrammatico, di Maria Stella Gelmini, Elena Centemero, Maria Rizzotti, Deborah Bergamini, Eva Longo e anche quello di Sandra Mastella, che con Nunzia deve avere qualche conticino in sospeso nel feudo di Benevento.
Nulla invece hanno detto Carfagna, Ravetto, Mussolini e la pitonessa Santanchè. Ma anche nel caso del loro silenzio sarebbe arduo rintracciarne motivazioni che abbiano a che fare con quella che con pigra ostinazione si continua a definire: «politica».
In compenso, o meglio a integrazione, sempre ieri è squillata ben oltre i consueti decibel la campana pro-Pascale di Michaela Biancofiore, un’altra singolare figura che non sfigurerebbe nei due studi dello storico Norbert Elias: «La società  di corte» (Mulino, 2006) e anche, sia pure con qualche riserva, ne «La civiltà  delle buone maniere» (Mulino, 1988).
L’onorevole è in effetti così addentro alle vicissitudini di palazzo Grazioli da fomentare il culto del cane Dudù.
L’altra sera alla radio è arrivata a garantire il sexual drive eterosessuale dell’animaletto, pure accennando all’erezione del medesimo – «Eccome se l’ho vista, urca!» – suscitata dalla cagnolina di Michaela, a nome Puggy.
E se pure non è muovendo da questo grazioso particolare il modo corretto per concludere una noterella che partiva dalla crisi del patriarcato, varrà  la pena di segnalare che nella dichiarazione di Biancofiore c’era ieri un passaggio in cui all’anziano sovrano si attribuiva «una visione probabilmente più alta della nostra».
Ma come «probabilmente»? Probabilmente un corno, avrà  pensato il re.
Nunzia infine ha risposto. Appassionata e a tratti pure maliziosa, forse.
Dice che Francesca l’accusa a vanvera per «guadagnarsi un posto in Paradiso».
Anche il materialismo mistico è una caratteristica di questo tempo.
Il Regno dei Cieli, in realtà , non sta a Palazzo Grazioli – e ad Arcore pare che sia tornata a comandare Marinella, storica segretaria.

Filippo Ceccarelli

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RUBY, IL MINISTRO MAROCCHINO SI SMENTISCE: “NON HO MAI DETTO CHE ERA MAGGIORENNE”

Gennaio 29th, 2014 Riccardo Fucile

PRIMA AVEVA DICHIARATO A UN GIORNALE ARABO CHE LA RAGAZZA AVEVA 18 ANNI QUANDO INCONTRO’ BERLUSCONI, POI HA FATTO RETROMARCIA… I DOCUMENTI REALI ATTESTANO CHE ERA MINORENNE

Purtroppo per il ministro marocchino Mohammed Mubdii e la sua prima versione al giornale Al Akhbar su Ruby Rubacuori maggiorenne “quando aveva rapporti con Berlusconi” (sic!), la smentita arriva dalla stessa anagrafe marocchina.
Il re Muhammed VI da tempo ha ammodernato gli uffici e, a differenza di quanto sostenuto da Mubdii, che parlava di file clamorosi spediti per valigetta diplomatica, gli uffici d’oltre Mediterraneo erano stati a suo tempo già  interpellati dall’Italia.
Non dalla procura milanese che, secondo gli speciali di Canale 5, avrebbe organizzato la “guerra dei vent’anni” contro un imprenditore innocente.
Ma dal Tribunale dei Minori di Messina, che seguiva i dissidi tra Ruby e la sua famiglia d’origine.
I magistrati siciliani, per completare la pratica sulla ragazza in difficoltà  e in fuga perenne, avevano ottenuto una traduzione giurata dell’estratto dell’atto di nascita (utile per il censimento italiano).
E il Regno del Marocco, ministero degli Interni, provincia di Beni Mellal, comune urbano di Fkih Ben Salah, ufficio anagrafe, aveva inoltrato all’Italia questo “atto numero 1235, anno 1992”.
Si legge: “Cognome El Mahroug. Nome: Karima. Nata il 01/11/1992”. L’atto ufficiale si trova anche nel fascicolo del processo milanese, nel faldone numero 23, alla portata di chiunque.
Caso chiuso; o meglio, caso mai esistito nella realtà .
Come mai una simile patacca ha trovato ampio credito? Lo stesso era accaduto per la “patacca Agrama”, con le illogiche dichiarazioni di una sedicente teste, che avrebbero riaperto il processo di Silvio Berlusconi per frode fiscale.
E, sul tema “bufale”, indimenticabile è stata anche la storia di Ruby “nipote del presidente egiziano Hosni Moubarak”.
Ieri, forse spaventato dalle possibili reazioni a casa sua (re e governo), Mohammed Mubdii – milionario, accusato in passato di aver comprato la laurea, già  finito sui giornali di gossip per il matrimonio in crisi a causa danzatrice del ventre (curiosità : il suo cognome si può tradurre anche come “Inventore”) – ha fatto una rapidissima “indietro tutta” al programma radiofonico Un giorno da pecora: “No, non conosco la data di nascita di Ruby, non conosco Karima e non so – s’è smentito Mubdii – quando ha incontrato Berlusconi, quindi non so se lei fosse maggiorenne o minorenne”.
Era stata comunque la stessa Ruby a dichiarare ai magistrati la sua corretta data di nascita. Era – attenzione alla data – il 2 luglio 2010 e la minorenne aveva accettato di rispondere alle domande del pubblico ministero Pietro Forno.
Quella prima volta, Ruby non aveva parlato del bunga bunga, nè del sesso ad Arcore. Che la sua età  diventasse cruciale per la sorte umana, giudiziaria e politica di Berlusconi, a luglio non lo sapeva nessuno in Procura.
Non solo.
L’avvocato Pietro Longo ha interrogato al processo Mohammed, padre di Karima, venditore ambulante, che rispondeva in arabo. Gli ha chiesto dei vari figli, poi:
Longo: “E Karima è nata…? La data di nascita di Karima?”.
Interprete: “1 novembre 1992”.
Longo: “Grazie, è tutto”.
Dubbi zero.
E c’è ancora di più. Ruby ha chiesto e ottenuto il passaporto marocchino (l’ha esibito sulle scale del tribunale milanese) e s’è rivolta al consolato del Marocco a Milano per i documenti indispensabili alle pubblicazioni di matrimonio, anche se le nozze non ci sono state.
Tutti i documenti portato come data il 1992.
In questi giorni, sconcertata, Ruby, guardava alcune prime pagine e ripeteva agli amici: “Questo ministro dice che conosce la mia famiglia, ma io non so chi sia. So quando sono nata e quello che importa è che non ho fatto sesso con Berlusconi”.
Passa il tempo, ma la prima versione non si scorda mai.

Piero Colaprico
(da “la Repubblica”)

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LEGGE TRUFFA: BERLUSCONI PROVA A CHIUDERE SU QUOTA 37, MA FORZA ITALIA E’ DIVISA

Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile

TOTI E’ PER LA ROTTURA, VERDINI PER L’ACCORDO, I DUBBI DELLA GHISLERI… RESTANO LA MARCHETTA ALLA LEGA, LE LISTE BLOCCATE, LO SBARRAMENTO AL 5% E NIENTE PREFERENZE

È con l’obiettivo di non interrompere mai la trattativa che Silvio Berlusconi sente ripetutamente Matteo Renzi al telefono.
Più di un colloquio per trovare una difficile quadratura tra l’accordo sottoscritto e le richieste del Quirinale di alzare la soglia di accesso al premio di maggioranza al 38. Una “via stretta”, “molto stretta”, avvolta dallo scetticismo nei confronti di Giorgio Napolitano, perchè “l’accordo era fatto e invece le richieste del Colle rischiano di farlo saltare”.
Ed è proprio di fronte al coro di voci dissonanti che Silvio Berlusconi decide di prendere la bacchetta e guidare l’orchestra.
Pure Giovanni Toti, la new entry targata Mediaset, è per non accettare una qualunque soglia superiore al 35, a costo di far saltare il tavolo. Perchè, a quel punto, l’unica alternativa sarebbe “un governo di scopo Renzi”.
Per la linea dura i falchi alla Minzolini, ma anche l’ultra moderata Gelmini. Epperò è un azzardo. Che compromette quell’operazione padre della patria che il Cavaliere ha orchestrato per poi sondare il Quirinale su eventuali ipotesi di clemenza ora che si avvicina la decisione del tribunale su servizi sociali o domiciliari.
Ecco perchè l’ex premier percorre la “via stretta”.
È in un complesso incrocio diplomatico che per tutto il giorno si ragiona sulla praticabilità  di soglie più basse rispetto al 38, che significherebbe “ballottaggio per legge” e sconfitta sicura perchè, come ha spiegato la Ghisleri, “al secondo turno i grillino votano per la sinistra”.
Per Berlusconi, a voler stare sicuri, non si dovrebbe andare oltre il 36. Ma è sul 37 che si tenta una mediazione vera.
Con Verdini, e poi direttamente Berlusconi, che parla con palazzo Vecchio e Gianni Letta impegnato nel più complesso ruolo di interlocuzione col Colle. È lì che si annidano delle “sincere perplessità ”.
Perchè, “Napolitano è spaventato dal precedente Ciampi”, ovvero di un capo dello Stato che firma una legge rivelatasi successivamente anticostituzionale.
Per firmare, è il messaggio che trasferisce Gianni Letta, il capo dello Stato vuole essere sicuro che la Corte consideri la normativa costituzionale.
È una sorta di assicurazione preventiva l’ostacolo su cui la trattativa si avvita. E che riguarda tutte le soglie della legge.
Quella del premio, ma anche lo sbarramento del cinque per i partiti in coalizione su cui l’asse tra Berlusconi e Renzi è granitico.
Entrambi si mostrano determinati rispetto a un punto su cui invece si estendono le perplessità  del Quirinale.
La trattativa va a rilento proprio perchè ogni punto deve essere approfondito e soppesato, nella triangolazione Arcore, palazzo Vecchio, Quirinale.
Il tutto mentre Alessandra Ghisleri, che in vita sua non ha mai sbagliato sondaggi e previsioni, sforna report a ritmi impressionanti.
È il suo parere più di quello di Verdini e Letta che Berlusconi ascolta prima di pronunciare il numero di una qualunque soglia.
Il negoziato sulla soglia per il premio va di pari passo con quella di sbarramento ai piccoli partiti. Che considerano il cinque per cento una specie di ghigliottina: “Su questo — ripete Berlusconi — non sono disposto a cedere”.
E va di pari passo con le garanzie che Berlusconi chiede sul “salva Lega”, su cui non registra ostacoli da Renzi. Insomma, si tratta.
Chi conosce Berlusconi, sa che non chiude mai le trattative con un anticipo superiore ai cinque minuti rispetto alla deadline. La predisposizione però è a chiudere l’accordo. Non è un caso che in serata i dichiaratori diffondano ottimismo, dopo ore di silenzio nel momento più difficile.
Il capogruppo alla Camera, Renato Brunetta assicura: “L’accordo tra Berlusconi e Renzi regge”. E Romani: “Ho l’impressione che l’accordo regga. Siamo vicini al ‘fine tuning’ delle cifre”. Ovvero alle limature.
Anche se i report della Ghisleri non suggeriscono grande entusiasmo sul 37…

(da “Huffingtonpost”)

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DALL’ISTAT IL RITRATTO DI UN PAESE IN FUGA: I GIOVANI CERCANO FORTUNA LONTANO DA CASA

Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile

CALANO GLI IMMIGRATI, AUMENTANO LE PERSONE CHE EMIGRANO: METE PREFERITE GERMANIA E SVIZZERA

Sempre più italiani dicono addio al Belpaese, ormai tale solo di nome ma non di fatto: 68 mila gli espatriati nel 2012, oltre un terzo in più (il 35,8% per l’esattezza) rispetto al 2011 e comunque il numero più alto degli ultimi dieci anni.
Mentre calano i rientri dall’estero e scende pure il numero degli immigrati (-9,1%). Dunque, tra emigrazioni e contrazione degli ingressi (pari a 2 mila unità , 6,4% in meno del 2011) il saldo migratorio è negativo per gli italiani pari a 39 mila unità , più che raddoppiato se confrontato con quello del 2011, anno nel quale il saldo risultò pari a -19 mila.
Si tratta comunque del valore più basso dal 2007.
Questo racconta, impietoso e significativo, il report dell’Istat sulle «Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente» relativo al 2012. Che sia fuga dal precariato, da un contesto di crisi o da una burocrazia vissuta come opprimente, il dato di fatto è che le forze produttive si contraggono in modo sensibile. Forze spesso qualificate
Difficile infatti pensare a un paese che cresce, quando tra gli italiani con almeno 25 anni si registra la fuga all’estero di 32 mila residenti, di cui quasi un terzo ovvero 9 mila in possesso di laurea, mentre sono 12 mila i diplomati e 11 mila quelli con un titolo fino alla licenza media.
I laureati partono soprattutto alla volta dell’Europa (scelta da almeno 6.700 di loro), poi ci si sposta oltreoceano verso Stati Uniti (1.100 trasferimenti) o Brasile (700).
Restando nella Ue invece la maggiore capacità  di attrazione si conferma quella della Germania locomotiva d’Europa, che richiama 1.900 laureati, seguono Gran Bretagna (1.800), Svizzera (1.700) e la pur vicina Francia, dove nel 2012 si sono trasferiti ‘solo’ in 1.300
In generale, per gli italiani i principali Paesi di destinazione sono appunto Germania (oltre 10 mila emigrati), Svizzera (8 mila), Regno Unito (7 mila) e Francia (7 mila) che dunque insieme accolgono quasi la metà  degli espatriati.
I connazionali che decidono di tornare in Italia sono in numero molto inferiore a quello degli emigranti: nel 2012 i rientri sono 4 mila dalla Germania, 3 mila dalla Svizzera e circa 2 mila dal Regno Unito e dalla Francia.
MENO STRANIERI
Ma l’Italia non perde solo chi qui è nato.
Qualunque giudizio se ne voglia dare, colpiscono i 351 mila nuovi residenti immigrati, 35 mila in meno rispetto al 2011 con un calo del 9,1%. Un dato che porta al 7,4% la quota di stranieri sulla popolazione residente al 31 dicembre 2012.
Cambia anche la geografia delle comunità  maggiormente presenti sul nostro territorio: l’Italia attrae ora molti meno flussi dall’Est Europa (in particolare moldavi, 41% di iscrizioni di residenza e ucraini, -36%) e dal Sud America (con un 35% e un 27% rispettivamente di peruviani ed ecuadoriani).
Al contrario crescono seppure di poco gli ingressi dall’Africa, + 1,2%, soprattutto da Nigeria Mali e Costa d’Avorio, flagellate da diversi conflitti che spingono sempre più alla fuga verso l’Europa.
La comunità  più rappresentata nel 2012 è comunque quella rumena, con 82 mila ingressi, seguita dai 20 mila ingressi di cittadini cinesi e marocchini (sempre 20 mila), quindi dai 14 mila degli albanesi.
Ci sono poi gli stranieri che lasciano il Belpaese, e questi sono in crescita addirittura del 18%. Ma sono appunto le migrazioni degli italiani stessi a fare la differenza nella costruzione del saldo migratorio di 245 mila unità  del 2012, inferiore a quello 2011 di quasi un quinto (19,4%).
I FLUSSI INTERNI
L’Istat analizza anche gli spostamenti interni dei confini nazionali, che interessano sia italiani sia stranieri anche se in proporzioni molto diverse.
I cambi di residenza tra un comune e l’altro coinvolgono infatti oltre un milione e mezzo di persone, in crescita del 15% sul 2011, con effetti piuttosto evidenti di ridistribuzione nei diversi territori.
Gli spostamenti di breve e medio raggio (intraprovinciali e intraregionali) rappresentano, come sempre, la tipologia di trasferimento principale (75,5% dei trasferimenti interni). Dai 18 ai 50 anni, nel pieno dell’età  lavorativa, il flusso assoluto dei trasferimenti è intenso: sono 801 mila gli italiani che si spostano contro i 199 mila stranieri.
In termini percentuali, tuttavia, tali spostamenti risultano più frequenti per gli stranieri (71,3%) piuttosto che per gli italiani (62,8%).

A. Com.

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L’ALTRA CASTA, SOLDI, CASE, AUTO: ECCO CHI SONO I PAPERONI DI STATO

Gennaio 28th, 2014 Riccardo Fucile

NEL RAPPORTO DI PALAZZO CHIGI LE DICHIARAZIONI DEI REDDITI 2011 DEI SUPERMANAGER PUBBLICI

Dalla A di Abate (Pietro, segretario Camera di commercio di Roma) alla Z di Zoccali (Stefano Salvatore, direttore generale dell’ente per l’irrigazione della Puglia, Lucania e Irpinia) eccoli tutti i redditi e i patrimoni dei dirigenti dello Stato e della Pubblica amministrazione, degli enti pubblici, delle aziende autonome e speciali, nonchè delle controllate dallo Stato con più del 20 per cento del capitale.
La legge numero 441 del 1982 impone a presidenti, vicepresidente, amministratori delegati e direttori generali di comunicare (come avviene per i deputati) redditi e patrimoni ogni anno.
La Presidenza del Consiglio stila un bollettino in formato pdf che però, anche per colpa dei ritardi dei manager, esce all’incirca un anno dopo.
Il bollettino del 2012 (274 pagine) è uscito a luglio mentre il supplemento con gli ultimi dati (187 pagine) è stato stampato poche settimane fa. Il Fatto pubblica sul sito web entrambi i documenti.
Con nomi, redditi, auto, azioni, case, barche degli uomini che rappresentano il cervello della nostra amministrazione. Il reddito indicato è quello complessivo delle dichiarazioni 2012, quindi per l’anno di imposta 2011.
Non si tratta dello stipendio ma dell’intero reddito che in alcuni casi è in minima parte influenzato dalla carica pubblica. Marco Arato dichiara un milione e 518 mila euro nel bollettino perchè è presidente dell’aeroporto di Genova ma ovviamente trae gran parte di quel guadagno dalla sua attività  di socio di uno dei maggiori studi italiani. Lo stesso vale per l’avvocato Cristiana Maccagno con il suo reddito di un milione e 830 mila euro che certo non arriva dalla carica di vicecommissario della Fondazione Ordine Mauriziano.
Domenico Arcuri (amministratore delegato di Invitalia) nel 2011 ha portato a casa 1 milione e 214 mila euro superando il presidente dell’Enel Paolo Andrea Colombo, che si ferma a un milione 193 mila euro.
Non poteva mancare Antonio Mastrapasqua, il presidente dell’Inps ha dichiarato un milione 174 mila e 308 euro, (il direttore generale dell’Inps Paolo Nori si ferma a 227 mila euro) nonostante abbia dovuto rinunciare a qualcuna delle sue cariche nel 2011.
Mastrapasqua non ha subito variazioni nel suo patrimonio che comprende tre immobili a Roma e quindi non dichiara nulla in merito.
Andrea Monorchio, presidente della Consap, dichiara invece un milione e 292 mila e 413 euro e cede piccoli pacchetti di BPER, Intesa, Enel, Banca Popolare di Vicenza e Snam. In compenso si è comprato una casa a Roma.
L’amministratore delle Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, dichiara un milione e 46 mila euro mentre il presidente Lamberto Cardia si accontenta di 896 mila euro.
Il presidente di Fintecna Maurizio Prato arriva a un milione 50 mila e 770 euro. Entrambi allegano le dichiarazioni delle mogli, ferme a 30 mila euro ciascuna.
Enrico Cotta Ramusino, oggi manager della società  di ricerche di mercato Cfi Group Italia e nel 2011 della Millward Brown compare nel supplemento del bollettino come liquidatore dell’ Aeroporto della Provincia di Pavia con un milione e 141 mila euro.
L’allora presidente del Coni Giovanni Petrucci veleggia a 427 mila euro. Maria Rita Lorenzetti, presidente di Italferr recentemente coinvolta nell’indagine sul nodo Tav di Firenze, dichiarava nel 2012 solo 159 mila e 200 euro e vantava una Giulietta del 2012 e un’Alfa 156 del 2006. Attilio Befera, gran capo di Equitalia e dell’Agenzia delle entrate, autodichiara al fisco 772 mila e 335 euro e notifica agli italiani che temono le sue ganasce che ha venduto la sua auto: una Honda Crv del 2007.
L’allora presidente dell’Anas Pietro Ciucci dichiarava 817 mila e 481 euro qualche piccolo pacchetto di azioni Unicredit (30 mila) Fin-meccanica (1.000) e Generali (3.760) mentre Giuseppe Bono-mi, presidente della Sea, dichiara 864 mila e 899 euro più l’acquisto di una Volkswagen Polo usata del 2008.
Il presidente della Cassa Depositi e Prestiti Franco Bassanini, 540 mila euro di reddito complessivo, nel bollettino di giugno dichiara l’acquisto di una casa a New York e l’accumulo di presidenze in Condotte e Metroweb.
Infine Piergiorgio Massidda, allora presidente dell’Autorità  Portuale di Cagliari, oggi commissario imposto dal ministro Maurizio Lupi (che è per questo indagato), dichiarava 155 mila euro più una casa a Roma, una ad Arzachena e una lunga lista di quote di proprietà  immobiliari e societarie.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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