Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
I TRUCCHI PER AGGIRARE LE NORME E IL VALZER DELLE DESIGNAZONI DI PRIMAVERA
Quando chiesero ad Annalisa Vessella, consorte dell’allora onorevole dei «Responsabili» Michele Pisacane, come riuscisse a conciliare il ruolo di consigliere regionale della Regione Campania con il posto di amministratore delegato della società Isa (160 mila euro l’anno) che le aveva dato il ministro dell’Agricoltura, Francesco Saverio Romano, amico e collega di partito di suo marito, lei non fece una piega.
Rispondendo che ne aveva tutti i requisiti, come se fosse appena una questione di curriculum.
A due anni di distanza, la signora Vessella che nel 2010 si presentò sui manifesti elettorali come Annalisa Pisacane, perchè fosse chiaro a tutti che era la moglie del deputato, continua a ricoprire il doppio incarico.
Cosa cui aspirerebbe anche Vicenzo De Luca: nonostante una sentenza del tribunale abbia confermato che non può fare contemporaneamente il sindaco di Salerno e il viceministro delle Infrastrutture, lui non l’ha presa bene e ha fatto ricorso.
Coerente almeno nell’ostinazione con cui ha sempre difeso la sua condizione di centauro. Capiamolo: in Italia nessuno si era mai scandalizzato davanti ai doppi o tripli incarichi pubblici. Semmai il contrario.
Così come nessuno, almeno fino al pronunciamento ieri di Enrico Letta, nei tre governi che si sono avvicendati dal 2008, ha mai voluto affrontare il caso di Antonio Mastrapasqua.
Quando è stato nominato presidente dell’Inps a palazzo Chigi c’era Silvio Berlusconi e lui aveva una quarantina di poltrone. Oggi, che in più controlla anche l’ex Inpdap, ne occupa quindici.
Qualche assaggio? La presidenza della società di gestione di fondi immobiliari Idea Fimit. La vicepresidenza di Equitalia. La presidenza dei collegi sindacali di Adr engineering, Aquadrome ed Eur Tel (Tesoro).
Quindi gli incarichi da revisore nelle Autostrade per l’Italia, Coni servizi e Loquendo (Telecom).
Dulcis in fundo, c’è pure un posto da direttore generale: all’Ospedale israelitico di Roma. Dov’è stata aperta l’inchiesta su una presunta storia di cartelle cliniche truccate.
Sarebbe ingiusto dire che non si è fatto nulla per mettere un freno a questo costume. Dando attuazione alla legge anticorruzione il governo di Mario Monti ha stabilito con un decreto legislativo una lunga serie di incompatibilità fra ruoli politici, poltrone nelle società pubbliche e alti incarichi burocratici. Peccato che appena due mesi dopo, nel giugno 2013, con il governo di Letta insediato da poche settimane, il Parlamento l’abbia smontato di fatto, fissando il principio che quei limiti diventeranno operativi solo a partire dalle nomine future. E peccato che a ottobre scorso il ministero dell’Economia abbia deciso con una propria circolare che il divieto di sommare le poltrone non si applica ai direttori e ai vicedirettori delle agenzie fiscali: una circolare che supera una legge!
Dimostrazione di quanto sia complicato in un Paese tanto refrattario alle regole, e impregnato di conflitti d’interessi, far passare un principio elementare come l’incompatibilità fra i vari incarichi pubblici.
E se è così difficile al centro, figuriamoci in periferia.
Capita perciò che il sindaco di Arconate, Mario Mantovani, alla cui famiglia fanno capo oltre 800 posti letto di residenze per anziani convenzionate con la Regione Lombardia, sia assessore della medesima Regione. Alla Sanità , per l’esattezza. Oppure succede che il presidente della Provincia di Brescia, l’ex sottosegretario leghista all’Economia Daniele Molgora, abbia un posto nel consiglio di amministrazione della società che gestisce l’autostrada Brescia-Padova.
O che l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, emigrato al Senato, sia rimasto per mesi attaccato allo scranno di commissario generale dell’Expo 2015.
Ed è niente al confronto di quello che accade nella burocrazia, lontano dai riflettori. Per otto lunghi mesi la Provincia di Roma, commissariata dopo le dimissioni dell’attuale presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è stata retta dal prefetto di Palermo Umberto Postiglione.
Mentre all’ex capo di gabinetto del ministero dell’Economia, l’esperto Vincenzo Fortunato rimasto senza incarico di governo, è stata affidata la complicata liquidazione della concessionaria del Ponte sullo stretto di Messina (che non si farà mai), ma anche la presidenza di Investimenti immobiliari italiani, il fondo che dovrà gestire la privatizzazione e la valorizzazione di un bel pezzo di patrimonio pubblico, nonchè il collegio sindacale di una terza societa’ del Tesoro: Studiare sviluppo.
E i magistrati? A chi meglio di loro mettere in mano (gratuitamente, s’intende) la delicata materia della giustizia sportiva, come prova l’incarico di presidente della corte della Federcalcio assegnato al consigliere di Stato Gerardo Mastrandrea?
Il fatto è che certa burocrazia è abilissima a muoversi nelle pieghe della legge. Sfruttando a proprio vantaggio anche le apparenti avversità .
Ne è testimonianza un comma della legge di Stabilità che contiene una disposizione sacrosanta: chi percepisce una pensione statale non può cumulare a quella un altro stipendio dello Stato che gli faccia superare il tetto massimo di 302 mila euro stabilito per le retribuzioni dei manager pubblici.
Disposizione che però non vale, anche questa, per «gli incarichi e i rapporti in essere»: con il sospetto che questa frase serva a salvare dalla tagliola le paghe super di certi consiglieri di Stato che lavorano per la politica.
Dunque si fissa una regola e poi si concede la possibilità di aggirarla agli stessi che l’hanno scritta.
Tanta ipocrisia non poteva risparmiare le nomine pubbliche. La scorsa primavera il Tesoro rinviò la designazione dei vertici della Finmeccanica con la motivazione di dover prima mettere a punto requisiti di assoluta moralità e professionalità .
È finita con la nomina dell’ex capo della polizia ed ex sottosegretario Gianni De Gennaro alla presidenza della holding militare e tecnologica, e con la conferma dei vecchi amministratori in tutte le altre società statali.
Compreso Giancarlo Innocenzi, ex dipendente del gruppo Fininvest di Berlusconi, ex onorevole, ex sottosegretario ed ex componente dell’Agcom da cui si era dovuto dimettere in seguito alle polemiche circa le presunte pressioni esercitate per far chiudere la trasmissione «Anno zero» di Michele Santoro: confermato alla presidenza di Invitalia, società pubblica per l’attrazione degli investimenti esteri.
Non che le cose vadano diversamente nelle autorità indipendenti, dove spesso l’indipendenza è una variabile secondaria.
L’ultima in ordine di apparizione, l’Authority dei trasporti: dove fra i componenti è spuntato un altro politico di lungo corso: l’ex deputato di Forza Italia Mario Valducci.
Adesso non resta che attendere con ansia le nomine alla Rai.
Succulento antipasto di quelle in arrivo nelle grandi società di Stato: Eni ed Enel, dove Paolo Scaroni e Fulvio Conti hanno fatto tre mandati triennali, o le Poste, dove Massimo Sarmi sta completando addirittura il quarto.
Chi scommette su un altro giro di valzer?
(da “il Corriere della Sera“)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
PER L’ACQUISTO DELLA CASA AL COLOSSEO “IL FATTO NON COSTITUISCE REATO”… PROSCIOLTO ANCHE ANEMONE PER PRESCRIZIONE
L’ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola è stato assolto in merito alla vicenda della
compravendita della casa al Colosseo.
Era il 29 agosto del 2011 quando Scajola venne iscritto nel registro degli indagati per violazione della legge sul finanziamento illecito ai partiti.
Prima che venisse formalmente coivolto nella vicenda, si difese dicendo che quella casa in via Fagutale, a Roma, con vista Colosseo “era stata pagata da altri a sua insaputa”.
La sentenza.
‘Non doversi procedere’ per l’imprenditore Diego Anemone, perchè il reato è estinto per prescrizione, e assoluzione per l’ex ministro Claudio Scajola perchè ‘il fatto non costituisce reato’: questa la sentenza emessa dal giudice del Tribunale di Roma Eleonora Santolini a carico dei due imputati che rispondevano di concorso in finanziamento illecito per la compravendita dell’immobile di via del Fagutale, a due passi dal Colosseo.
Al telefono con il Cavaliere. ”Ho sempre detto la verità . Questo processo non doveva neanche cominciare perchè era tutto prescritto: la decisione del giudice di assolvermi assume ancora maggior valore”, ha commentato l’ex ministro al telefono con Silvio Berlusconi subito dopo aver saputo dell’assoluzione.
La conversazione telefonica è avvenuta all’interno dell’aula di tribunale dove si è celebrato il processo.
“Nessuno mi potrà mai ripagare di tre anni e nove mesi di sofferenze”, ha detto ancora l’ex ministro. “Ho sempre rispettato la magistratura – ha aggiunto lasciando il tribunale – ma, come scritto questa mattina in un sms a mia moglie, la verità prima o poi viene sempre fuori”.
Le richieste dei pm.
I pm Ilaria Calò e Roberto Felici avevano chiesto tre anni di condanna sia per Scajola che per Anemone e il pagamento di una maxi multa di due milioni di euro. Secondo l’accusa, l’imprenditore avrebbe pagato, attraverso l’architetto Angelo Zampolini, parte (circa 1,1 milioni di euro su 1,7 milioni) della somma versata nel luglio del 2004 da Scajola per acquistare l’immobile e avrebbe poi dato centomila euro per i lavori di ristrutturazione dell’appartamento.
Soddisfatta la difesa.
La difesa confutò la ricostruzione dei pubblici ministeri affermando in aula che “le prove documentali e testimoniali emerse durante il processo hanno rivelato la superficialità e l’inesattezza delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza”.
“Meglio di così non poteva andare, per questo siamo molto contenti. Già la prescrizione copriva questa vicenda ma l’assoluzione nel merito evidenzia una innocenza che noi abbiamo sempre affermato”, ha detto l’avvocato Giorgio Perroni che, assieme alla collega Elisabetta Busuito, ha difeso l’ex ministro Claudio Scajola. “Questa vicenda ha cancellato Scajola dalla vita politica italiana. Oggi lui non è più nessuno. Ma in questa storia non c’è alcuna prova della sua colpevolezza”.
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
NOI LO DICIAMO DA ANNI, ORA FINALMENTE IL MINISTRO AMMETTE L’ASSURDITA’ DELLA NORMATIVA ITALIANA IN MATERIA
Sulla vicenda marò “il problema è anche la legge La Russa, che prevede presenza di militari a bordo senza definire linee di comando”.
E’ quanto ha detto il ministro degli Esteri, Emma Bonino, a ‘Mattino 24’.
“Mi riferisco alla legge La Russa, al decreto missioni. Fu proprio quel decreto che prevedeva inopinatamente militari su navi civili senza stabilire per bene le linee di comando”, ha tenuto a chiarire il titolare della Farnesina.
“Tutto questo sarà utile rivederlo a conclusione positiva della vicenda”,ha aggiunto il ministro, secondo la quale l’intera gestione sin dall’inizio “lascia punti da chiarire”.
Intanto oggi una delegazione parlamentare si trova a New Delhi per incontrare i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.
“Siamo in Ambasciata con i due nostri marò. Massimiliano Latorre ci ha appena detto che è emozionato per la presenza della delegazione parlamentare a New Delhi. È un brutto momento per lui, ma la nostra presenza qui, oggi, gli dà grande forza per andare avanti.
Passeggiando nel giardino della sede diplomatica italiana a New Delhi, accompagnato dall’ambasciatore Daniele Mancini, il fuciliere Latorre ha per la prima volta aperto le porte del suo appartamento al presidente della Commissione Esteri del Senato Pierferdinando Casini.
Solo qualche giorno fa la Corte Suprema indiana ha chiesto al governo di trovare una soluzione entro due settimane allo stallo che sta ritardando il processo ai due marò.
La prossima udienza si terrà il 3 febbraio.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
“I POLITICI VOGLIONO ALLENTARE IL PESO DEL POPOLO: VANNO IN QUESTO SENSO L’ESCLUSIONE DELLE PREFERENZE, LE LISTE BLOCCATE E I PREMI DI MAGGIORANZA”
Giuristi e costituzionalisti contro l’Italicum, definito addirittura una brutta copia del Porcellum. 
Un’istanza di critica che passa attraverso un appello pubblico per chiedere alla classe politica di fermare l’iter di approvazione del sistema elettorale concordato a tavolino da Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Tra i firmatari, c’è anche Lorenza Carlassare.
Professoressa, perchè questo appello?
E’ un periodo della nostra storia in cui le cose passano sulla testa della gente in una maniera terribile. Bisogna rendersi conto di quello che succede. Speriamo che qualcuno ci ascolti, anche se pensare che questo qualcuno siano le istituzioni è una illusione davvero straordinaria. La nostra speranza è che almeno le persone si allertino un po’ su questa vicenda.
Nel testo sostenete che l’Italicum possa subire una nuova pronuncia di illeggittimità da parte della Consulta.
La mia impressione è che la maggior parte dei nostri politici aspirino ad allentare in tutti i modi il peso del popolo, a farlo rimanere nell’ombra e a mettere tutti gli apparati, tutti gli organi, tutte le strutture in primissimo piano, quasi che tutto dovesse essere in funzione del potere e della conservazione del potere. Quindi, quello che tutte queste riforme tendono a fare è mettere in ombra la volontà del popolo, a ridurre l’apporto democratico al minimo possibile. Vanno in questo senso l’esclusione delle preferenze, le liste bloccate, gli altissimi premi di maggioranza, che come ha detto la Consulta distorcono la volontà popolare e l’esito delle urne, perchè gonfiano il potere di qualcuno, distorcendo l’equilibrio che era uscito dalla consultazione elettorale. Sono veramente allarmata perchè sembra che queste idee siano ormai normali e si debbano accettare.
Chi ha scritto la legge dice che non è la migliore possibile, ma almeno garantisce la governabilità . E’ d’accordo?
La governabilità è una sciocchezza, perchè per come viene proposta sembra mirare solo alla stabilità . Eppure la Corte Costituzionale è stata molto chiara nel dire che ciò che va ristabilita è il valore della rappresentanza. La governabilità come la intendono loro è solo il fatto che il governo non deve cadere: qualunque artificio è buono per garantire la conservazione degli esecutivi. E’ un’idea balorda perchè questo non significa efficacia o efficienza dell’azione governativa. Basti pensare a come si è trascinato penosamente l’ultimo governo Berlusconi fino alla soluzione del governo tecnico di Monti: se ne andavano persone e lui ne raccattava altre, ma nel frattempo non faceva più niente, non decideva più niente, eppure rimaneva lì. Cosa vuol dire la stabilità così? E’ un danno tremendo che può portare a un’infinità di guai. Nella riforma del bicameralismo, noti la proposta di Renzi sul Senato (che poi Berlusconi ha detto, smontandolo, che quelle riforme sono le sue e non di Renzi. E ha fatto bene a sottolinearlo…): non è più elettivo, non si elegge più. L’idea è sempre quella: limitare o eliminare il più possibile qualsiasi voce del corpo elettorale, per non parlare delle voci dissenzienti. La Costituzione, invece, è basata sul pluralismo politico, non su questo ridicolo bipolarismo che in Italia non esiste. Siamo spaccati in tutto, il nostro è un corpo sociale pieno di divisioni: il bipolarismo è possibile in una società omogenea, noi non abbiamo fatto niente per crearla e, anzi, abbiamo ridotto l’eguaglianza, i diritti sociali e le distanze tra le persone sono talmente forti che gli interessi di uno sono sempre in contrapposizione con quelli dell’altro. E allora qui come la vogliono risolvere? Soffocando determinate voci e non dando più rappresentanza e voce agli interessi emarginati. Sono furiosa con questi indirizzi.-
Prova delusione per il fatto che uno dei promotori dell’Italicum sia Matteo Renzi?
Nessuna delusione perchè non mi è mai piaciuto sin dal primo momento. Mi pareva l’altra faccia di Berlusconi, ma molto meno abile e molto più rozzo.
“Italicum peggio del Porcellum”: lo ha detto anche Roberto Calderoli, il padre della ‘porcata’. Professoressa, la pensa come voi…
Deriva dal fatto che questa volta loro temono di essere emarginati. Guardano solo al loro interesse. Anche Berlusconi, per esempio, non vuole certe cose nel sistema di voto perchè dice che con determinate regole lui va peggio alle urne. L’interesse generale ormai non è più nell’obiettivo dei politici e ognuno guarda al proprio domani, ma non a un domani lontano, ma a un domani per così dire contemporaneo.
Torniamo all’Italicum. Renzi e D’Alimonte (che è il regista della legge) hanno detto che si son dovuti accontentare. Per lei quale sarebbe il sistema di voto ideale?
Non c’è un sistema migliore in senso assoluto. Io sono per un sistema più proporzionale e in tal senso spero che non riescano a far nulla, così funzionerebbe quel proporzionale venuto fuori dalla sentenza della Consulta sul Porcellum. In tutti gli anni della nostra repubblica — che non erano peggiori ma molto migliori di questi, almeno fino al ventennio berlusconiano — noi abbiamo camminato con un proporzionale. Ora, non voglio fare l’elogio assoluto del proporzionale, che si può però fare corretto, magari con la soglia di sbarramento che c’è ora. Il fatto che esistano più partiti e più possibilità di scelta per i cittadini intanto fa rappresentare molte più voci e molti più interessi.
Con il sistema di voto Renzi-Berlusconi ci sarebbe una vera crisi della rappresentanza politica?
Già ora è così. La sinistra, ad esempio, è andata fuori dal Parlamento. Chi rappresentai lavoratori in Parlamento? Nessuno. E in quale altro momento se non in questo Marchionne avrebbe potuto fare ciò che ha fatto? Queste soluzioni emarginano le voci minori e dissenzienti. Un sistema proporzionale corretto, con una soglia di sbarramento che non consenta una vera frammentazione, porta a una pluralità di partiti e di rappresentanza. E non ci sarebbero più il problema, come oggi, di avere queste innaturali coalizioni con i due opposti che governano insieme. In mezzo esistono varie sfumature.
Insomma, il bipolarismo è una chimera tutta politica?
In Italia il bipolarismo non è possibile. Vogliono copiare l’Inghilterra, ma l’Inghilterra ha una storia di bipartitismo che è lunga quanto la sua stessa esistenza. Da noi non è così, devono farsene una ragione. L’insoddisfazione è alta, la gente non si sente rappresentata e diserta le urne.
Pierluigi Giordano Cardone
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
LA TELEFONATA DELLA DE GIROLAMO AL CAVALIERE E A LETTA… LA GELMINI FAVOREVOLE AL SUO RIENTRO
Prima dello strappo, due colloqui decisivi. Molto franchi.
Il risentito addio di Nunzia De Girolamo al governo è scattato dopo un incontro con Enrico Letta, andato malino. E dopo un colloquio con Silvio Berlusconi, andato bene. Il presidente del Consiglio le ha detto: «Occorre che la vicenda si chiarisca meglio».
«Se ci fossero state azioni inopportune – ha aggiunto – non le potremmo giustificare perchè compiute prima dell’incarico ministeriale».
Il Cavaliere le ha detto: «Nunzia torna, le porte sono aperte».
Lei vive da settimane una tempesta interiore che non le ha ancora consentito di decidere cosa fare in futuro, ma la sensazione di essere stata «mollata» dal suo nuovo capo, Angelino Alfano e anche dal Presidente del Consiglio, le ha fatto maturare la decisione di dimettersi ma anche il desiderio di tornare presto a casa: in quella Forza Italia con la quale non ha mai usato i toni risentiti dei suoi colleghi del Nuovo Centro Destra.
Con Berlusconi, la De Girolamo ha parlato sempre con affetto e nel suo ultimo colloquio privato, il Cavaliere le ha spalancato le porte, tanto più se l’ex ministro tornasse indietro col «tesoretto» di qualche altro parlamentare: un ritorno a casa dal forte valore simbolico, il segno palpabile che l’operazione Alfano è già in crisi di vocazioni.
Di opinione diversa Paolo Romani, capogruppo di Forza Italia al Senato, ospite di Radio Uno: “Nunzia è una persona perbene, a cui voglio bene. È stata oggetto di un atto barbarico, una persona che ti entra in casa e ti registra, senza che lei abbia avuto notizia di reato Lei ha detto di essersi sentita sola, di non essere stata difesa dalle altre forze che compongono il governo, a parte il Ncd, che invece ha preso le sue parti”.
Lei che torna a Forza Italia? “È un sua scelta personale – continua -, a mio avviso la scissione ha determinato una separazione tra chi è andato via e chi è rimasto, non credo che andare e venire, le porte girevoli, in politica abbiano mai dato un contributo alla chiarezza e alla trasparenza”.
“Lei – prosegue – ha fatto una scelta: è andata al governo, è rimasta al governo, dopodichè ha deciso di non esserci più, ed è una scelta che le fa onore, perchè si diceva che alcuni erano rimasti nel Ncd per restare al governo. Chapeau”.
Non chiude invece a un ritorno dell’ex ministro, Mariastella Gelmini: “Le nostre porte sono sempre aperte – dice in un’intervista video a Repubblica -, anche se dalla De Girolamo ci separa una visione molto diverso dal governo Letta”.
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
SOLITA ARROGANZA DI RENZI CON I DEPUTATI: “APPROVATE O SARETE SCIOLTI”
Se le Camere votano la legge elettorale “hanno l’opportunità di riscattarsi dalla brutta pagina
dell’elezione del presidente della Repubblica”, avviano una “stagione costituente” e si può arrivare con la legislatura “perfino al 2018”.
Se invece affossano la riforma, sfruttando il voto segreto, “andiamo subito a votare con la legge proporzionale” che ci ha lasciato la Consulta, perchè sarebbe la conferma che il Parlamento è “inaffidabile”.
Così il segretario del Pd Matteo Renzi in un’intervista al Messaggero.
Margini per cambiare qualcosa della legge elettorale “ci sono sempre se c’è l’accordo dei contraenti. Per esempio sarebbe intelligente alzare la soglia minima di raggiungimento del premio portandolo dal 35 al 38 per cento. Ne stiamo parlando già da qualche giorno con Forza Italia e Ncd e consentirebbe di ridurre l’entità del premio di maggioranza al 15 per cento”, dice Renzi.
“Ogni legge è migliorabile, ma contesto il metodo di coloro che parlano di preferenze per portare a casa altro”.
Renzi critica l’appello, pubblicato sul Manifesto, di 29 costituzionalisti, i quali “sostengono che la proposta di riforma va bene a patto che si levi il premio di maggioranza, si introducano le preferenze e si tolga lo sbarramento. In Italia questa legge c’è già stata ed è quella della prima Repubblica. Ci farebbe tornare al pentapartito”.
La legge elettorale, prosegue il sindaco di Firenze, “è solo il primo passo per un grande cambiamento. Ci sono le riforme istituzionali e le riforme del welfare e del lavoro. Approvare una legge così, anche a livello di credibilità internazionale, vale più di una finanziaria”.
Renzi rileva quindi la presenza, nel Pd, di “una parte che dice ‘siccome piace a Berlusconi, questa riforma non si deve fare’. È un atteggiamento che denota una sudditanza culturale e psicologica”.
Quanto all’accusa mossa da Vendola di aver riportato in auge il Cavaliere, “Berlusconi c’è e ci sarà finchè milioni di italiani lo voteranno. A Vendola chiedo invece di sapere se vuol stare con noi o no”.
Su Alfano, “lui con Berlusconi c’è stato benissimo per vent’anni e ci sta ora in tutte le campagne amministrative delle prossime settimane. Se vuole sganciarsi da Berlusconi abbia il coraggio di dirlo”.
In merito a cosa succederà nel governo dopo le dimissioni di Nunzia De Girolamo, “non so. Io mi occupo di riforme, di lavoro, di tagli ai costi della politica. Il governo e i ministri – osserva Renzi – sono un problema di Letta”.
(da “Huffingtonpost“)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
NEL MIRINO IL RUOLO ACCORDATO A TOTI
«Il 2014 sarà il nostro nuovo 1994 e torneremo a vincere per noi, per i nostri figli, per la nostra Italia. Viva l’Italia, viva la libertà ». È con un videomessaggio che Silvio Berlusconi decide di festeggiare i vent’anni della sua discesa in campo.
Un modo dimesso per il Cavaliere, che da giorni ha annullato i festeggiamenti previsti a Milano per via delle spaccature nel partito dopo l’ascesa di Giovanni Toti al suo fianco.
Ma Berlusconi, pur non rinunciando a denunciare i «quattro colpi di Stato» subiti, si mostra più ottimista che mai, dicendo che i festeggiamenti ci saranno il 27 marzo, ventennale della prima vittoria di Forza Italia.
Il Cavaliere dopo l’accordo con Renzi sull’Italicum e i giorni di riposo a Villa Paradiso, sul Lago di Garda, viene descritto di ottimo umore dai suoi.
Perchè ora il Cavaliere si sente di nuovo al centro della scena politica.
L’analisi che condivide con i suoi suona così: «Noi l’accordo sulla legge elettorale lo vogliamo davvero e se va in porto divento fondatore della Terza Repubblica. Altrimenti o si vota col proporzionale e resto determinante per fare un governo oppure salta tutto e non vota e a quel punto tornei a governare, ma con Renzi»
Ma la realtà ieri ha mostrato anche un volto più problematico per Berlusconi.
I guai sono arrivati dal Sud, da Bari e Napoli. Nel capoluogo pugliese Raffaele Fitto ha riunito circa 5 mila persone per festeggiare il ventennale ma il Cavaliere non si è presentato alla kermesse.
Così Fitto ha fatto emergere i malumori che agitano la vecchia guardia affermando che «nominare esclusivamente gente dall’esterno (leggi Toti, ndr) mortificherebbe e umilierebbe una classe dirigente che ha una forza e competenza cresciute molto in questi anni».
Fitto rivendica di non voler partecipare «a una gara per gli incarichi» e in effetti in questi mesi ha rifiutato tutte le poltrone che gli sono state offerte nel partito.
L’ex ministro evidenzia la «lealtà » della vecchia nomenklatura ma chiede al Capo: «Ascolta il nostro impegno».
Ma il Cavaliere, oltre a non recarsi a Bari, nemmeno telefona alla kermesse.
Dallo staff dell’ex premier si fa sapere che non è stato un gesto di ripicca verso Fitto, ma che lo stesso ex ministro non abbia voluto un intervento al telefono perchè ritenuto inadeguato rispetto alla portata dell’evento.
Fatto sta che in serata invece il Cavaliere chiama una festa di Cosenza.
Ma c’è un’altra spina nel fianco di Berlusconi, Nicola Cosentino.
L’ex sottosegretario che si sentì «pugnalato» dal Cavaliere quando lo espulsero dalle liste delle politiche per consegnarlo direttamente al carcere, ora torna in campo, con aggressivo slancio. Porta quasi tremila dei suoi sostenitori in mattinata alla Stazione Marittima insieme al senatore D’Anna e ai consiglieri appena confluiti in Forza Campania, partito sconfessato dallo stesso Berlusconi settimana scorsa.
Chiede visibilità , Cosentino. E punta ad essere eletto al Parlamento europeo, persino duellando con il suo ex sodale Luigi Cesaro che gli contende quel posto: ma Cosentino può ormai contare solo sul sostegno di Denis Verdini, con cui si è visto spesso a Roma da quando è stato definitivamente scarcerato.
E alla sua prima uscita politica tra la folla, dopo la scarcerazione, manda un messaggio al Cavaliere: «Mi chiedete se l’ho perdonato. Beh, sono del parere che un padre può fare uno sgarbo al figlio, ma un figlio non dovrebbe mai fare uno solo sgarbo al padre».
Alberto D’Argenio e Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
SONO 1.657 I PROPRIETARI CIASCUNO DI OLTRE 500 UNITA’ IMMOBILIARI.. IL MERCATO DEGLI AFFITTI PASSIVI A SPESE DEI CONTRIBUENTI
La grande ricchezza a Roma è invisibile. Sterminata e arrogante, ma senza faccia. 
Un giorno la società Gemma di Renzo Rubeo che lavorava per il Campidoglio contò 1.657 soggetti proprietari ciascuno di oltre 500 unità immobiliari.
Patrimoni straripanti, con nomi e cognomi ignoti ai più.
In qualche caso, fatto grave, anche agli uffici comunali.
Angiola Armellini, per esempio aveva la residenza a Montecarlo pur vivendo a Roma, dov’è proprietaria di 1.243 appartamenti sui quali, è l’accusa delle Fiamme gialle, non pagava l’Ici nè l’Imu.
Suo padre Renato era uno dei padroni della città quando le giunte democristiane nascevano e morivano a ogni starnuto dei palazzinari. E l’Imu pura fantascienza.
Imposta che ha invece pagato Tommaso Addario: due milioni e mezzo nel 2012.
Già alto dirigente dell’Italcasse ai tempi di quel Giuseppe Arcaini travolto nel 1977 dallo scandalo dei finanziamenti a politici e imprenditori e marito della ex proprietaria dell’impresa Vianini che fu acquistata da Francesco Gaetano Caltagirone, da anni con la Tirrena immobiliare gestisce un immenso impero di mattoni.
Paragonabile, forse, a quello di Sergio Scarpellini, proprietario degli immobili affittati alla Camera a prezzi da capogiro attraverso la società Milano 90: la stessa cui fa capo anche una prestigiosa scuderia di 77 cavalli da corsa con annesso allevamento di 94 puledri e 85 fra fattrici e stalloni.
E pazienza se le perdite del costoso passatempo corrono al ritmo di un purosangue, tre milioni l’anno.
Un tempo, quando le palazzine a Roma venivano su più veloci dei grattacieli di Shangai, c’erano pronti i soldi degli enti di previdenza.
Con 600 miliardi l’anno da spendere compravano tutto. Anche le schifezze che allagavano intere periferie. Finchè quei denari sono finiti e anzichè comprare, Inps & soci hanno dovuto vendere.
Invece di continuare a tirare su palazzine, allora, c’è chi ha cominciato a fare affari con la pubblica amministrazione, costruendo palazzi per uffici o sedi istituzionali. Mentre altri imboccavano la strada della rendita pura, mettendo a frutto proprietà divenute via via più gigantesche grazie ai canoni versati loro dagli enti pubblici che gli permettevano di comprare immobili senza tirar fuori un euro: pagando le rate dei mutui bancari con gli assegni delle pigioni.
Chiunque abbia intrattenuto rapporti non conflittuali con il potere ha avuto la sua occasione, in una città nella quale il mercato degli affitti passivi a spese dei contribuenti è di qualche centinaio di milioni l’anno.
Con il solo Comune arrivato nel 2011 a spenderne più di cento. Di questi, tredici milioni e mezzo per affittare, pur avendo sterminate proprietà immobiliari, gli stabili che ospitano i gruppi consiliari (!) e le commissioni comunali (!).
Presi in locazione, ha scritto tempo fa il Giornale , dal solito Scarpellini: uno dei due è di proprietà dell’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, che l’ha affittato all’immobiliarista per 2,1 milioni il quale l’ha poi riaffittato per 9,2 (tutti i servizi compresi, beninteso), al Campidoglio.
Rendite e burocrazia
La Roma della rendita parassitaria ha soppiantato la Roma palazzinara. Le privatizzazioni l’hanno prosciugata dei grandi centri del potere finanziario: Telecom, l’Ina, la Banca di Roma di Cesare Geronzi…
E quello che non è riuscita a mangiarsi Milano è finito agli stranieri. Vedi Bnl. Una desertificazione che non ha impedito, e forse ha perfino favorito, l’avanzata dei capitali mafiosi.
Fa venire i brividi adesso sapere che decine di ristoranti nel centro della città , da Pizza Ciro a Jamm ja, sono controllati dalla camorra. Scoperta già preceduta dai clamorosi sequestri alla ‘ndrangheta del Cafè de Paris di via Veneto e dell’Antico Caffè Chigi, di fronte alla sede del governo, che aprono squarci inquietanti sulla facilità di infiltrazione della criminalità organizzata.
Per troppo tempo ignorata, sottovalutata, o peggio ancora: tollerata. All’ombra di una burocrazia sempre più pervasiva quanto disinteressata ai destini della città .
Per lo scrittore napoletano naturalizzato romano Raffaele La Capria – autore del libro «Roma» di prossima uscita per Mondadori – «la burocrazia è il vero potere romano.
Una burocrazia parassitaria, che si autocontrolla e si autogoverna, alimentando i propri parassiti, espressione di una certa borghesia che colloca negli uffici i propri esponenti per ottenere un reddito.
Si dice che tutte le strade portino a Roma. È vero, ma è anche vero che tutte le strade muoiono a Roma, così come muoiono le idee e la fantasia, sempre per colpa della burocrazia che paralizza, blocca, rallenta non solo la vita della capitale ma dell’intero Paese. La burocrazia romana è insomma una specie di potentissima dittatura all’interno della democrazia».
Forse anche per questo i quattrini non hanno mai smesso di girare intorno alla cosa pubblica.
Capace di tenere insieme nello stesso calderone la politica con gli affari. Così da far dire a un profondo conoscitore di Roma qual è l’archeologo Andrea Carandini: «Ignoro dove sia il vero centro di potere di questa città . Forse ancora i costruttori…». L’odore delle loro tracce, in effetti, si sente dappertutto.
Anche alla Pisana, quartier generale del consiglio regionale del Lazio, dove la commissione Ambiente, quella che ha competenze sull’uso del suolo, era presieduta fino all’anno scorso da Roberto Carlino, il titolare della Immobildream: quella che «non vende sogni, ma solide realtà ».
Ovvero, l’agente immobiliare dei vari Caltagirone, che occupava anche una poltrona nella commissione Urbanistica. Tiè. E forse la poltrona da sindaco non è stata contesa a Ignazio Marino, alle ultime elezioni, da Alfio Marchini? Per i maligni il nipote dei fratelli costruttori Alfio e Alvaro, che per aver donato il Bottegone al Partito comunista si beccarono l’epiteto di «calce e martello», sarebbe stato il vero candidato di Francesco Gaetano Caltagirone.
Sospetto che Marchini ha sempre sdegnosamente rigettato, senza peraltro smentire gli ottimi rapporti con Caltagirone: dieci anni fa i due progettarono di scalare insieme Metrovacesa, il secondo gruppo immobiliare spagnolo.
Ma sbaglia chi oggi crede di individuare in figure come quella del proprietario del Messaggero l’unico nocciolo duro del potere nella città .
Sulla portata della sua influenza a proposito di certe decisioni politiche e grandi affari che si muovono in città non ci sono dubbi. Al tempo stesso, però, il baricentro del business di Caltagirone si sta spostando sempre di più fuori dei confini italiani. E di sicuro non è andata in porto un’operazione, della quale si è molto parlato, per cui poteva finire nelle mani di Caltagirone il regno della spazzatura dell’ottantasettenne Manlio Cerroni, proprietario di un gruppo imprenditoriale da 800 milioni l’anno che si estende dal Brasile all’Australia, costruito partendo dalla discarica più grande d’Europa, quella di Malagrotta.
Uno degli uomini più potenti di Roma. In grado, è la tesi dei giudici che ora l’hanno messo agli arresti, di fare il bello e il cattivo tempo con le amministrazioni. Al punto da portarsi dietro il soprannome di «Supremo».
La capitale degli interessi
La verità è che a condizionare la politica romana, incapace di pensare in grande come si converrebbe a una capitale europea, sono tanti interessi diversi. Anche quelli apparentemente più piccoli.
Un caso? Vicepresidente del consiglio comunale è un giovanotto di nemmeno trentadue anni, che risponde al nome di Giordano Tredicine, eletto per la seconda volta. È un esponente della famiglia che controlla una bella fetta del commercio ambulante in città . Immigrati a Roma nel 1959 dall’Abruzzo, controllano l’80 per cento della rete dei camion bar collocati nelle aree turisticamente strategiche.
Alla Camera di commercio risultano quasi settanta diversi esponenti della famiglia registrati come titolari di licenze.
Per non parlare delle pressioni che hanno reso impossibile per vent’anni prendere una decisione che sarebbe stata naturale in qualunque città del mondo.
Ricorda bene, l’ex assessore Walter Tocci, l’inferno che si scatenò quando la prima giunta di Francesco Rutelli, della quale faceva parte, propose di vietare il transito dei veicoli a motore nella zona archeologica più importante del mondo, quella dei Fori imperiali. Per primi insorsero i tassisti. Quindi gli operatori turistici. E i negozianti.
Di conseguenza il povero Colosseo non è stato mai affrancato dalla indecente condizione di gigantesco spartitraffico annerito dallo smog.
Nel 2010 Legambiente ha calcolato il passaggio di 2.120 veicoli l’ora, con un rumore perennemente superiore al limite massimo dei 70 decibel.
Appena eletto, Marino ha annunciato la chiusura al traffico dei Fori: auguri. Per ora la ex via dell’Impero è chiusa appena a metà , e unicamente al traffico privato. In quella metà continuano a passare bus, taxi, auto blu… Nell’altra è tutto esattamente come prima.
Un’operazione di semplice facciata, insomma. In linea con le titubanze che stanno segnando questi primi sette mesi di mandato del nuovo sindaco.
Le nomine, per esempio. La legge prevede che entro 45 giorni dall’insediamento i sindaci debbano provvedere alle designazioni di propria competenza. Nonostante ciò da sette lunghi mesi il Palaexpo, cioè l’azienda speciale che governa le Scuderie del Quirinale e il Palazzo delle Esposizioni, è senza vertice. Con ripercussioni potenzialmente gravissime considerando che le Scuderie sono uno dei rari spazi espositivi di altissimo livello in Italia che organizzano mostre di caratura internazionale.
Senza vertice è pure il Macro, il museo di arte contemporanea ristrutturato con 40 milioni di euro che rischia di diventare una costosissima scatola vuota perchè privo di programmazione.
Da sette mesi è poi vacante il posto da sovrintende comunale. L’assessore alla Cultura Flavia Barca, sorella dell’ex ministro Fabrizio Barca, punta su persone esterne all’amministrazione. Ma il bando dev’essere ancora pubblicato. Tutto questo mentre a causa delle difficoltà economiche il Comune sta progettando un drastico taglio ai finanziamenti della cultura.
Quindi i vigili urbani. Dopo un duro contrasto con il vecchio comandante Carlo Buttarelli, ereditato dal suo predecessore Gianni Alemanno, Marino designa il sostituto nella persona di Oreste Liporace, capo dell’ufficio relazioni con il pubblico del comando generale dei carabinieri.
Nemmeno una settimana e si scopre che Liporace non ha i requisiti previsti non solo dal regolamento della polizia municipale ma anche dall’avviso pubblico stilato proprio dal gabinetto del sindaco: il comandante dev’essere stato dirigente almeno per cinque anni. Liporace dunque rinuncia.
Pochi giorni dopo arriva al suo posto Raffaele Clemente. Che già a dicembre, mentre Marino è in Turchia, pensa di dimettersi perchè lasciato da solo nel confronto con il potentissimo sindacati dei vigili che minacciano di bloccare la città con gli scioperi.
Gli stipendi d’oro
Poi c’è il caso dell’Ama. Dopo aver esaminato una montagna di curriculum, il 10 gennaio il sindaco mette Ivan Strozzi alla guida di un consiglio di amministrazione ridotto a tre membri.
Ma il 16 dello stesso mese deve dimettersi: c’è un’indagine a suo carico, con avviso di garanzia da parte della procura di Patti, per una vicenda di sette anni fa quando era a capo di un’altra municipalizzata.
E che dire dell’Acea? Durante la campagna elettorale Marino subisce la conferma in blocco dei vertici. A cominciare dal presidente Giancarlo Cremonesi, sostenitore della campagna di Gianni Alemanno, e dall’amministratore e direttore Paolo Gallo gradito a Caltagirone.
Al loro fianco, due rappresentati del socio francese Gdf, un dirigente del Comune, Francesco Caltagirone junior, l’ex parlamentare del Pdl Maurizio Leo, il consorte dell’ex guardasigilli Paola Severino, Paolo Di Benedetto, nonchè il segretario generale della dalemiana fondazione Italianieuropei Andrea Peruzy.
Faraonici gli emolumenti: 408 mila euro al presidente, 1,3 milioni all’amministratore, circa 120 mila euro agli altri. Totale, oltre due milioni l’anno, da pagare comunque fino al 2016 in caso di licenziamento.
Il che rende decisamente più complesso l’avvicendamento. Mentre il tempo passa.
Ma non riesce, Marino, nemmeno a scalzare Cremonesi dalla presidenza della Camera di commercio, snodo cruciale di poteri e interessi sul territorio.
In compenso, Stefano Caviglia sostiene sul mondadoriano Panorama che lo staff suo e dei suoi assessori è arrivato a 97 collaboratori, di cui 96 ingaggiati, testuale nell’articolo, «senza procedure pubbliche» e punta a scalare quota 108.
Fatto sta che ora alla pratica Cremonesi ha deciso di provvedere Nicola Zingaretti, proponendo il commissariamento della Camera di commercio. Il sindaco in realtà doveva essere lui.
Poi, quando la Regione Lazio è saltata per aria in seguito agli scandali di Batman & co., ha scelto di correre per il meno prestigioso incarico di governatore del Lazio. Marino ha vinto le primarie e ha ottenuto un successo elettorale pieno, ma è diventato primo cittadino della capitale quasi per caso.
E il Partito democratico, a Roma, non è nelle sue mani: lo tiene saldamente in pugno Zingaretti. Che qualcuno, di fronte alle difficoltà e alle indecisioni del Campidoglio, arriva a considerare una specie di sindaco ombra.
Spiegano così, i soliti dietrologi del Palazzo, le affettuosità che gli dedica ripetutamente il Messaggero di Caltagirone, cui risponde a colpi di querele.
Il grande elettore di Marino, quel Goffredo Bettini per anni direttore d’orchestra del Pd romano, non nasconde il proprio pentimento.
Rimprovera al sindaco la gestione della cultura e il disinteresse verso il Festival del cinema, che considera una propria creatura. Giudizi forse ingenerosi, almeno quanto la battuta maligna che circola negli ambienti democratici più critici verso Marino, equiparato al personaggio interpretato da Peter Sellers nel film «Oltre il giardino»: Chance il giardiniere.
È il masochismo della sinistra, specializzata nel fuoco amico.
Il disastro economico
Tanto più perchè il sindaco sta pagando colpe non sue. Non lo aiutano le condizioni economiche disastrose del Comune: un disavanzo strutturale di 1,2 miliardi, con l’impossibilità materiale di contrarre debiti. Un freno micidiale a qualunque progetto di respiro, sempre che ce ne siano.
A questo si aggiunga la valanga dei circa 4 mila dipendenti in più nelle società comunali graziosamente ereditata dalla precedente gestione. Sarebbe poi ingiusto non riconoscere a Marino le cose fatte.
Per la prima volta quest’anno è saltata la cosiddetta manovra d’aula: indecente distribuzione di soldi ai consiglieri comunali. Il sindaco va poi orgoglioso della scelta di chiudere Malagrotta, come pure della decisione di bloccare lo sviluppo urbanistico e lo sconsiderato consumo del suolo.
Governare una macchina come quella del Comune di Roma, inoltre, non è certo facile. Non lo è stato per i volponi della politica, romani. Figuriamoci per un chirurgo genovese con una lunga esperienza americana.
Anche se chi ha voluto la bicicletta poi è giusto che pedali. Nonostante la strada in salita.
Le dimensioni, innanzitutto. Il Campidoglio alimenta 62 mila buste paga, di cui 37 mila delle aziende municipalizzate: un groviglio di un’ottantina di scatole societarie. Quindi la complessità dei problemi.
Basta pensare alla faccenda della Metro C, con i vincoli pazzeschi della zona archeologica e i costi mostruosi. Ma anche alle questioni che si presentano giorno per giorno. Le sole tre aziende più grandi, l’Atac, l’Ama e l’Acea, occupano 31.338 dipendenti, oltre 4 mila più di tutti i dipendenti degli stabilimenti italiani della Fiat Chrysler.
L’Atac ne ha 12.276, il servizio è penoso e i conti sono un colabrodo con perdite di 1,6 miliardi negli ultimi dieci anni, vero. Ma in sette mesi non si è vista un’idea. Con le sue controllate, l’Ama paga circa 11.805 stipendi e non è mai stata un esempio di cristallina efficienza, verissimo.
Ma l’igiene urbana è quella che è e i cittadini di Roma pagano le tasse più alte d’Italia.
Scendendo di scala, altre situazioni danno seriamente da pensare. Come le farmacie comunali, che hanno 362 dipendenti e 15 milioni di debiti. O Risorse per Roma, una società letteralmente inventata per fare da consulente al Campidoglio e assumere 565 persone. Società che a sua volta ha poi gemmato un’agenzia battezzata con un nome rigorosamente inglese: «Roma city investment».
A che cosa serve? A «promuovere la crescita del sistema informativo territoriale romano e l’attrazione degli investimenti necessari per la realizzazione dei progetti di rigenerazione urbana».
In attesa che l’Urbe venga rigenerata, a Risorse per Roma hanno dato da smaltire le 150, forse 200 mila pratiche arretrate del condono edilizio. Uno dei capitoli più bui nella storia della città , su cui sarebbe doveroso fare luce. E non soltanto negli uffici comunali. Soprattutto per quei 5.900 abusi che erano stati scoperti grazie alle fotografie aeree e per i quali era stata presentata la domanda relativa all’ultimo condono berlusconiano ancora prima di costruire.
Quasi seimila casi per cui sono stati colpevolmente lasciati scadere i termini di prescrizione del giudizio penale.
Con il risultato che nessuno dei responsabili dovrà risponderne davanti alla giustizia. Roma è anche questa.
Paolo Conti e Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 27th, 2014 Riccardo Fucile
LE DIMISSIONI DEL MINISTRO LASCEREBBERO SPAZIO AL PATRON DI EATALY, AMICO DI RENZI
Un nome, un’indiscrezione, quella di Oscar Farinetti, patron di Eataly candidato alla sua successione. E il silenzio di Letta.
Comunque, per dirla con le sue parole, una questione di “dignità personale”. Nunzia De Girolamo ha dato le dimissioni da ministro dell’Agricoltura, travolta dallo scandalo Asl.
A pesare sulla decisione, giura chi da giorni raccoglieva la sua amarezza nel non sentirsi confortata dal resto dell’esecutivo, è stato non solo il “silenzio assordante” del premier sul montare del Benevento-gate, ma anche quello del suo segretario, Alfano. Già , dopo le prime forti difese “a caldo”, il leader del Nuovo Centro Destra e vicepremier si è ben guardato di proseguire a far da scudo ad una “protetta” che nel corso dei giorni stava diventando sempre più ingombrante.
Ieri sera dunque qualcosa è scattato nella sua testa, quindi l’annuncio affidato a una nota: “Ho deciso di lasciare un ministero — si legge — perchè la mia dignità vale più di tutto questo ed è stata offesa da chi sa che non ho fatto nulla e avrebbe dovuto spiegare perchè era suo dovere prima morale e poi politico”.
Chi sapeva e non ha detto? Chi avrebbe dovuto difenderla e non l’ha fatto?
I dettagli in filigrana di questo testo non potranno che essere decriptati dalla magistratura nell’inchiesta in corso, ma dal punto di vista politico i volti di quelli che secondo la De Girolamo sarebbero i “colpevoli” di omertà sono rintracciabili anche nella faida del dominio del campo elettorale campano.
Una guerra tutta al femminile che ha visto attrici dietro le quinte dell’intera vicenda De Girolamo la sua ex collega di partito, Mara Carfagna, e la sua “alleata”, nonostante la posizione scomoda di compagna del leader di Forza Italia: Francesca Pascale.
Nei giorni più caldi dell’esplosione del caso De Girolamo, è stata proprio la Pascale a favorire la “difesa” della De Girolamo.
I tg Mediaset hanno trasmesso parte delle intercettazioni relative all’inchiesta che avrebbero messo sotto altra luce la sua posizione.
Dall’altra parte la Carfagna che, secondo la De Girolamo, avrebbe potuto ma non avrebbe mosso un dito per aiutarla.
In ultimo, il ruolo di un “vecchio ras beneventano”, quello di Clemente Mastella che la De Girolamo, anche via sms privato, ha accusato di essere, in qualche modo, parte in causa di tutti i suoi guai: “Sei una merda — ecco il testo dell’sms reso noto dal destinatario — ci vediamo in tribunale”.
Complotti, faide locali per il controllo elettorale nel beneventano. Ma, forse, come si diceva, non solo.
Perchè il gesto della De Girolamo, per alcuni suoi detrattori “comunque tardivo”, ha — in realtà — un unico, vero colpevole: Enrico Letta.
È lui che non l’ha difesa neppure quella mattina di solo una settimana fa circa quando ha dovuto spiegare, davanti ad un’aula della Camera semivuota le ragioni della sua “dignità ”.
E che giovedì scorso dalla Gruber parlando di lei e della Cancellieri aveva affermato “si può migliorare”. Il 4 febbraio, poi, era calendarizzata la mozione di sfiducia dell’M5s nei suoi confronti; perchè farsi votare contro anche dagli alleati, si è detta la De Girolamo?
Di qui la scelta, visto anche un sostanziale disinteresse di Algelino Alfano (che infatti ha lasciato l’aula dopo pochi minuti dall’inizio dell’intervento) su tutta la sua vicenda. Qualcuno, poi, nel giorno delle sue spiegazioni in Aula, ha scommesso che nella mente di Letta fosse già pronto proprio il nome di Farinetti per rimpiazzarla.
Di sicuro, il passo indietro di Nunzia risparmia a Letta uno sforzo quando si tratterà di mettere mano al rimpasto che potrebbe avvenire alla fine di questa settimana semprechè regga l’accordo con Berlusconi sul pacchetto di riforme.
Ma anche per l’Ncd, in fondo, è una “buona” notizia.
Dice, infatti, Maurizio Lupi: “La guadagneremo in ruoli di grande responsabilità del Nuovo Centrodestra”. Insomma, un problema in meno anche per Alfano.
Forse.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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