Destra di Popolo.net

ANTIMAFIA SENZA SOLDI, PER L’ARRESTO DI DELL’UTRI AGENTI COSTRETTI A PAGARSI IL BIGLIETTO DA SOLI

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

GLI UOMINI DELLA DIA HANNO DOVUTO ANTICIPARE I SOLDI DELLA TRASFERTA… E HANNO LASCIATO PORTARE DELL’UTRI DA BEIRUT ALL’INPERPOL PER RISPARMIARE

Gli uomini della Dia di Palermo che si sono recati a Roma la settimana scorsa per arrestare l’ex senatore Marcello Dell’Utri hanno pagato di tasca loro la trasferta, biglietto aereo di andata e ritorno e pernottamento nella Capitale.
Adesso attendono il rimborso.
La missione per assicurare Dell’Utri alla giustizia, dopo la condanna definitiva a sette anni per reati di mafia, conferma che le casse dell’Antimafia sono ridotte ai minimi termini.
In attesa dell’ok per l’estradizione, gli uffici Dia di Palermo hanno cercato di pianificare al meglio la missione.
La prima opzione era recuperare Dell’Utri a Beirut: scartata per il costo eccessivo degli spostamenti.
S’è scelto dunque di affidarlo alla cura dell’Interpol, nel tragitto Beirut-Roma, per prenderlo in consegna nell’aeroporto della Capitale. Così è andata.
Ma per gli agenti era pronta una brutta sorpresa: al momento di partire, nelle casse non c’erano soldi sufficienti per pagarli, e gli 007 hanno dovuto provvedere di tasca loro.

(da “L’Espresso”)

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WIKILEAKS: ECCO L’ACCORDO SEGRETO PER IL LIBERISMO SELVAGGIO, LA VITTORIA DELLA FINANZA SULLA POLITICA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

SI CHIAMA TISA: E’UN TRATTATO INTERNAZIONALE DI LOBBY

Un trattato internazionale che potrebbe avere enormi conseguenze per lavoratori e cittadini italiani e, in generale, per miliardi di persone nel mondo, privatizzando ancora di più servizi fondamentali, come banche, sanità , trasporti, istruzione, su pressione di grandi lobby e multinazionali.
Un accordo che viene negoziato nel segreto assoluto e che, secondo le disposizioni, non può essere rivelato per cinque anni anche dopo la sua approvazione.
L’Espresso è in grado di rivelare parte dei contenuti del trattato grazie a WikiLeaks, l’organizzazione di Julian Assange, che lo pubblica in esclusiva con il nostro giornale e con un team di media internazionali, tra cui il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”.
Una pubblicazione che avviene proprio in occasione dell’anniversario dei due anni che Julian Assange ha finora trascorso da recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, come ricorda l’organizzazione .
Si chiama “Tisa”, acronimo di “Trade in services agreement”, ovvero “accordo di scambio sui servizi”.
E’ un trattato che non riguarda le merci, ma i servizi, ovvero il cuore dell’economia dei paesi sviluppati, come l’Italia, che è uno dei paesi europei che lo sta negoziando attraverso la Commissione Europea.
Gli interessi in gioco sono enormi: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale. Solo negli Stati Uniti rappresenta il 75 per cento dell’economia e genera l’80 per cento dei posti di lavoro del settore privato. L’ultimo trattato analogo è stato il Gats del 1995.
A sedere al tavolo delle trattative del Tisa sono i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell’Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Con interessi in ballo giganteschi: gli appetiti di grandi multinazionali e lobby sono enormi.
La più aggressiva è la “Coalition of Services Industries”, lobby americana che porta avanti un’agenda di privatizzazione dei servizi, dove Stati e governi sono semplicemente visti come un intralcio al business: «Dobbiamo supportare la capacità  delle aziende di competere in modo giusto e secondo fattori basati sul mercato, non sui governi», scrive la Coalition of Services Industries nei suoi comunicati a favore del Tisa, documenti che sono tra i pochissimi disponibili per avere un’idea delle manovre in corso.
Bozze del trattato, informazioni precise sulle trattative non ce ne sono.
Per questo il documento che oggi l’Espresso può rivelare, pubblicato da WikiLeaks, è importante.
Per la prima volta dall’inizio delle trattative Tisa viene reso pubblico il testo delle negoziazioni in corso sulla finanza: servizi bancari, prodotti finanziari, assicurazioni. Il testo risale al 14 aprile scorso, data dell’ultimo incontro negoziale — il prossimo è previsto a giorni: dal 23 al 27 giugno — ed è un draft che rivela le richieste delle parti che stanno trattando, mettendo in evidenza le divergenze tra i vari paesi, come Stati Uniti e Unione Europea, e quindi rivelando le diverse ambizioni e agende nazionali.
Segretezza.
A colpire subito è la prima pagina del file, che spiega come il documento debba restare segreto anche se può essere discusso utilizzando canali non protetti: «Questo documento deve essere protetto dalla rivelazione non autorizzata, ma può essere inviato per posta, trasmesso per email non secretata o per fax, discusso su linee telefoniche non sicure e archiviato su computer non riservati. Deve essere conservato in un edificio, stanza o contenitore chiusi o protetti».
E il documento potrà  essere desecretato «dopo cinque anni dall’entrata in vigore del Tisa e, se non entrerà  in vigore, cinque anni dopo la chiusura delle trattative».
Pare difficile credere che, nonostante la crisi senza precedenti che ha travolto l’intera economia mondiale, distruggendo imprese, cancellando milioni di posti di lavoro e, purtroppo, anche tante vite umane, le nuove regole finanziarie mondiali vengano decise in totale segretezza.
Ma una spiegazione c’è: Tisa è l’eredità  del “Doha Round”, la serie di negoziati iniziati a Doha, Qatar, nel 2001, e condotti all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), per la globalizzazione e la liberalizzazione dell’economia, che ha scatenato proteste massicce in tutto il mondo e che è fallito nel 2011, dopo dieci anni di trattative che hanno visto contrapposti il mondo sviluppato, Stati Uniti, Giappone Unione Europea, e quello in via di sviluppo, India, Cina, America Latina.
Con il fallimento del Doha Round, gli Stati Uniti e i paesi che spingono per globalizzazione e liberalizzazioni, hanno spostato le trattative in un angolo buio (impossibile definirlo semplicemente discreto, vista la segretezza che avvolge le negoziazioni e il testo dell’accordo), lontano dall’Organizzazione mondiale del Commercio, per sfuggire alle piazze che esplodevano in massicce, e a volte minacciose e violente, proteste no global. Il risultato è il Tisa, di cui nessuno parla e di cui pochissimi sanno.
Eppure questo accordo condizionerà  le vite di miliardi di persone.
Cosa prevede il Tisa?
Impossibile capirlo con certezza fino a quando l’intera bozza dell’accordo non sarà  disponibile, ma il draft sui servizi finanziari rivelato oggi da WikiLeaks rivela un trend chiarissimo.
«Il più grande pericolo del Tisa è che fermerà  i tentativi dei governi di rafforzare le regole nel settore finanziario», spiega Jane Kelsey, professoressa di legge dell’Università  di Auckland, Nuova Zelanda, nota per il suo approccio critico alla globalizzazione.
«Il Tisa è promosso dagli stessi governi che hanno creato nel Wto il modello finanziario di deregulation che ha fallito e che è stato accusato di avere aiutato ad alimentare la crisi economica globale», sottolinea Kelsey. «Un esempio di quello che emerge da questa bozza filtrata all’esterno dimostra che i governi che aderiranno al Tisa rimarranno vincolati ed amplieranno i loro attuali livelli di deregolamentazione della finanza e delle liberalizzazioni, perderanno il diritto di conservare i dati finanziari sul loro territorio, si troveranno sotto pressione affinchè approvino prodotti finanziari potenzialmente tossici e si troveranno ad affrontare azioni legali se prenderanno misure precauzionali per prevenire un’altra crisi».
Il tesoro dei dati.
L’articolo undici del testo fatto filtrare da WikiLeaks non lascia dubbi su come i dati delle transazioni finanziarie siano al centro delle mire e delle agende dei Paesi che trattano il Tisa. Nel testo, Unione Europea, Stati Uniti e Panama, noto paradiso fiscale, portano avanti proposte diverse.
L’Europa richiede che «nessun paese parte delle trattative adotti misure che impediscano il trasferimento o l’esame delle informazioni finanziarie, incluso il trasferimento di dati con mezzi elettronici, da e verso il territorio del paese in questione».
L’Unione europea precisa che, nonostante questa condizione, il diritto da parte di uno Stato che aderisce al Tisa di proteggere i dati personali e la privacy rimarrà  intatto «a condizione che tale diritto non venga usato per aggirare quanto prevede questo accordo».
Panama, invece, mette le mani avanti e chiede di specificare che « un paese parte dell’accordo non sia tenuto a fornire o a permettere l’accesso a informazioni correlate agli affari finanziari e ai conti di un cliente individuale di un’istituzione finanziaria o di un fornitore cross-border di servizi finanziari».
Gli Stati Uniti, invece, sono netti: i paesi che aderiscono all’accordo permetteranno al fornitore del servizio finanziario di trasferire dentro e fuori dal loro territorio, in forma elettronica o in altri modi, i dati. Punto. Nessuna precisazione sulla privacy, da parte degli Stati Uniti.
Quello che colpisce di questo articolo del Tisa sui dati è che risulta in discussione proprio mentre nel mondo infuria il dibattito sui programmi di sorveglianza di massa della Nsa innescato da Edward Snowden, programmi che permettono agli Stati Uniti di accedere a qualsiasi dato: da quelli delle comunicazioni a quelli finanziari. Ma mentre la Nsa li acquisisce illegalmente, nel corso di operazioni segrete d’intelligence e quindi la loro utilizzabilità  in sede ufficiale e di contenziosi è limitata, con il Tisa tutto sarà  perfettamente autorizzato e alla luce del sole.
In altre parole, il Tisa rende manifesto che la stessa Europa – che ufficialmente ha aperto un’indagine sullo scandalo Nsa in sede di ‘Commissione sulle libertà  civili, la giustizia e gli affari interni’ del Parlamento Europeo (Libe) – sta contemporaneamente e disinvoltamente trattando con gli Stati Uniti la cessione della sovranità  sui nostri dati finanziari per ragioni di business.
E sui dati, i lobbisti americani della ‘Coalition of services industries’, che spingono per il Tisa, non sembrano avere dubbi: «Con il progresso nella tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni, sempre più servizi potranno essere forniti all’utente per via elettronica e quindi le restrizioni sul libero flusso di dati rappresentano una barriera al commercio dei servizi in generale».
Fino a che punto può arrivare il Tisa? Davvero arriverà  a investire servizi fondamentali come l’istruzione e la sanità ?
L’Espresso ha contattato ‘Public Services International’, (Psi) una federazione globale di sindacati che rappresentano 20 milioni di lavoratori nei servizi pubblici di 150 paesi del mondo.
L’italiana Rosa Pavanelli, prima donna alla guida del Psi dopo una vita alla Cgil, non sembra avere dubbi che le negoziazioni del Tisa mirano a investire tutti i servizi, non solo quelli finanziari, quindi anche «sanità , istruzione e tutto il discorso della trasmissione dei dati».
E per l’Italia chi sta trattando?
«L’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, ha delegato alla Commissione europea», spiega sottolineando la «grande segretezza intorno al Tisa».
Daniel Bertossa, che per Public Services International sta cercando di seguire e analizzare le trattative, racconta a l’Espresso che, anche se nessuno lo ha reso noto, «per ragioni tecniche che hanno a che fare con il Wto, noi sappiamo che il Tisa punta a investire tutti i servizi e i paesi che stanno negoziando sono molto espliciti sul fatto che vogliono occuparsi di tutti i servizi».
Perfino quelli nel settore militare che «sempre più fa ricorso al privato», spiega Bertossa, sottolineando quanto sia problematica la riservatezza intorno ai lavori del trattato e il fatto che sia condotto al di fuori del Wto, che,«pur con tutti i suoi problemi, perlomeno permette a tutti i paesi di partecipare alle negoziazioni e rende pubblico il testo delle trattative». Invece, per sapere qualcosa del Tisa c’è voluta WikiLeaks.
Ai signori del mercato, stavolta, è andata male.

Stefania Maurizi
(da “L’Espresso“)

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LA POLITICA LENTA CHE AIUTA GLI EVASORI

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

RIENTRO DEI CAPITALI DALLA SVIZZERA, PIU’ PASSA IL TEMPO PIU’ L’EVASORE SI ORGANIZZA PER FARLA FRANCA

Secondo voi perchè ci stanno mettendo così tanto tempo ad approvare le norme sul rientro dei capitali?
Perchè così chi vuole mettersi al riparo ha modo di riuscirci, per un italiano che vuole continuare a sottrarsi al fisco basta prendere la cittadinanza svizzera o meglio ancora di Panama”, racconta un banchiere svizzero che da Lugano osserva il dibattito parlamentare che si trascina da oltre un anno sul rimpatrio dei capitali dai paradisi fiscali.
Prima la norma sulla voluntary disclosure, cioè sull’autodenuncia di chi rivela al fisco i soldi custoditi all’estero prima che scattino i nuovi accordi che spingeranno le banche a dare tutte le informazioni, era in un decreto legge del governo Letta.
Poi è stata stralciata, ufficialmente perchè il decreto rischiava di decadere senza approvazione. E allora si ricomincia come disegno di legge alla Camera, in commissione Finanze, qualche emendamento lo migliora, qualche altro (del Pd e avallato dal governo) cerca di trasformare una misura concepita per sanzionare gli evasori in un condono.
I tempi restano incerti, chi ha i soldi su un conto svizzero o li ha affidati a un trust ha tutto il tempo per prendere le sue contromisure.
Un libro appena uscito della giornalista Nunzia Penelope, Caccia al tesoro (Ponte alle Grazie), ci rivela i retroscena della “legge morta due volte”, cioè quella sulla voluntary disclosure che prevede un’aliquota del 27 per cento sulle somme che si autodenunciano al fisco più una certa protezione legale sui reati connessi (almeno quelli fiscali, non quelli che hanno permesso di accumulare la somma, tipo traffico di droga o frodi finanziarie).
Nel libro di Nunzia Penelope si racconta di cosa sta succedendo in Svizzera mentre noi perdiamo tempo, come dimostrano i brani riportati dell’audizione in Parlamento della Unione Fiduciaria, una società  costituita da otto banche popolari che offre servizi di “protezione di patrimoni”, quelli di cui ha bisogno che vuole mantenere una certa discrezione sull’esistenza e la provenienza di somme consistenti.
I rappresentanti della Unione Fiduciaria, il direttore generale Filippo Cappio e l’avvocato Fabrizio Vedana, spiegano ai parlamentari che per come era concepita nella prima versione la voluntary disclosure avrebbe creato parecchi problemi agli evasori in Svizzera che avessero fatto emergere le loro somme, perchè rischiavano di trovarsi subito imputati per riciclaggio, “il tema non è semplice, è una bomba che gira e che rischia di scoppiare in mano all’ultimo che la maneggia”.
E spiegano anche che “se al contribuente si chiede troppo c’è il rischio di non ottenere niente: invece di aderire alla sanatoria, se ne andrà  a stare all’estero anche lui, trasferendo la residenza oltre ai soldi. Ci risulta che lo stiano facendo già  in tanti”.
Se poi il modulo da compilare, com’era previsto, ha 40 pagine e basta un errore per essere accusati di falso, allora gli incentivi a partecipare all’operazione trasparenza si riducono ancora. Insomma: una norma troppo tenera è un regalo agli evasori, una troppo dura rischia di spaventarli e di farli rimanere nell’anonimato.
Ma la cosa peggiore è una norma troppo dura adottata con enorme lentezza che permette ai titolari di depositi di origine illecita di organizzarsi per essere sicuri di farla franca quando scatteranno le nuove regole.
E anche le banche, costrette controvoglia a cooperare, hanno modo di individuare quelle scappatoie che permettono di rispettare formalmente la trasparenza senza perdere i capitali degli evasori, magari trasferendoli in una filiale di Singapore o nascondendoli in un trust blindato.
“Non si sa esaattamente quale parte di 42 minuti circa di audizione dell’Unione Fiduciaria abbia colpito maggiormente i parlamentari; sta di fatto che il 29 marzo 2014 il decreto sulla voluntary disclosure viene lasciato morire. Una forma pietosa di eutanasia, tanto era già  chiaro che il Parlamento non lo avrebbe mai approvato”, commenta Nunzia Penelope nel suo libro.
E a proposito delle alternative ora sottoposte alla Camera, dopo l’abbandono del decreto originario, la Penelope nota anche che “uno dei disegni di legge, tra l’altro, recepisce perfettamente tutte le richieste di ‘sconto’ avanzate dei fiduciari, e un secondo propone addirittura di allargare il beneficio ai capitali evasi ma rimasti in patria, lasciando cinque anni di tempo per decidere se aderire o meno”. Insomma, siamo passati da una norma forse troppo dura al progetto di un condono.
È la lotta all’evasione secondo i politici italiani.

Stefano Feltri

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FORZA ITALIA, ORA SI CHIUDONO LE SEDI: “SAREMO COSTRETTI A RIUNIRCI AL BAR”

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

STA SUCCEDENDO UN PO’ DOVUNQUE: PER RISPARMIARE SI RICORRE A LOCALI PIU’ PICCOLI O A CHIUDERE LE SEZIONI… ANCHE NEL REGNO DELLA BIANCOFIORE

Anche Forza Italia inizia a risentire della crisi, e per far quadrare i conti ha deciso di risparmiare sulle spese d’affitto delle sedi.
Se il partito nazionale ha dovuto lasciare la sede di via dell’Umiltà , a livello locale in certi casi le cose vanno anche peggio.
Come in Trentino Alto Adige, dove per far quadrare i conti gli attivisti sono costretti a rinunciare del tutto ad avere una sede.
Dopo quella di Trento, adesso la stessa sorte tocca anche alla sede di Bolzano, roccaforte della pasionaria berlusconiana Micaela Biancofiore.
Ormai, degli eletti locali, «soltanto lei e il consigliere regionale Giacomo Bezzi versano al partito parte dell’indennità », spiega il coordinatore regionale Enrico Lillo. «Avevamo già  ridotto i costi, ma adesso non possiamo più permetterci neanche l’affitto dell’appartamento in cui stiamo. Il rischio è che finiremo per vederci nei bar».

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I MAGISTRATI INDAGANO SUI TANTI AFFARI TRA MATTEOLI E L’IMPRENDITORE ERASMO CINQUE

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

LA SUA AZIENDA OTTENEVA QUOTE DI CANTIERI MILIONARI PER OPERE PUBBLICHE IN VENETO, LAZIO E LOMBARDIA

Un’impresa virtuale. Così le carte dell’inchiesta veneziana sul Mose descrivono la Socostramo di Erasmo Cinque, costruttore romano che è stato consigliere del ministro Altero Matteoli.
Lo scrive “l’Espresso” nel numero in edicola il 20 giugno.
Dai documenti consultati dal settimanale risulta che in effetti la Socostramo ha operato, più che con ruspe e scavatrici, attraverso un fitto trading di partecipazioni in importanti consorzi per realizzare opere pubbliche in Veneto, Lazio e Lombardia.
Nell’area di Venezia, Cinque ha ceduto alla Mantovani di Romeo Chiarotto e Piergiorgio Baita la sua quota nei consorzi La Quado, Fagos e Talea ricavando oltre 15 milioni di euro da attività  che risultavano bloccate per il blocco dei finanziamenti statali.
Nel 2012 la Socostramo ha incassato altri 15,3 milioni di euro da un lodo per i lavori sull’Appia nella zona di Albano Laziale.
In Lombardia, dove la Socostramo partecipa al raggruppamento che costruisce la piastra dell’Expo e alle bonifiche, c’è un’indagine aperta sulla ristrutturazione della caserma dei carabinieri in via Montebello a Milano.
Ma la partita finanziaria più rilevante riguarda l’Arcea Lazio, società  mista fra la Regione e un gruppo di privati fra i quali Cinque.
Arcea doveva realizzare l’autostrada Roma-Latina ma si è limitata a sperperare decine di milioni di euro in consulenze e progetti.
Dopo la liquidazione della società  e la perdita della concessione, Cinque ha fatto causa e ha vinto un lodo arbitrale da 43 milioni di euro contro il quale l’amministrazione pubblica ha proposto appello.
Il rapporto molto stretto tra Matteoli e Cinque è ribadito dal ruolo del costruttore nella Fondazione per il bene comune creata dall’ex ministro dell’Ambiente e poi delle Infrastrutture.

Gianfrancesco Turano

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COLPO DI SCENA: LA PROCURA DI NAPOLI VALUTA INCRIMINAZIONE DI BERLUSCONI DOPO LE FRASI SUI GIUDICI PRONUNCIATE IERI IN AULA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

IPOTESI DI REATO: OLTRAGGIO A MAGISTRATO IN UDIENZA… POTREBBE FAR DECADERE ANCHE L’AFFIDO AI SERVIZI SOCIALI A CESANO BOSCONE E FAR SCATTARE GLI ARRESTI DOMICILIARI

La procura di Napoli deciderà  lunedì prossimo eventuali iniziative per le frasi contro la magistratura pronunciate ieri in aula da Berlusconi, al termine della sua testimonianza al processo Lavitola.
A quanto si è appreso i magistrati valuteranno l’ipotesi dell’avvio di un procedimento per il reato di oltraggio a magistrato in udienza.
Il procuratore Giovanni Colangelo, e i pm Vincenzo Piscitelli e Henry John Woodcock, esamineranno   il verbale dell’udienza — la cui trascrizione sarà  disponibile a inizio settimana — e prenderanno in considerazione anche l’eventuale trasmissione del verbale al Tribunale di Sorveglianza di Milano, che nel concedere all’ex premier il benefico dell’affidamento in prova ai servizi sociali aveva fissato alcune prescrizioni tra cui quella di evitare dichiarazioni offensive nei confronti dell’ordine giudiziario. Berlusconi ieri in aula, rivolgendosi al presidente della sesta sezione del Tribunale Giovanna Ceppaluni, aveva detto: “La magistratura è incontrollata, incontrollabile, irresponsabile e ha l’impunità  piena”.

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CASO RUBY, VIA ALL’APPELLO, BERLUSCONI ASSENTE, SPARISCONO GHEDINI E LONGO, ENTRAMBI INDAGATI NEL RUBY TER

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

LA DIFESA DI COPPI E DINACCI: “NO AL TRASFERIMENTO DEL PROCESSO”

E’ cominciato a Milano il processo in appello sul caso Ruby, per il quale Silvio Berlusconi è stato condannato in primo grado a sette anni per concussione e prostituzione minorile.
In aula, a difendere l’ex premier, ci sono i professori Franco Coppi e Filippo Dinacci. Per la prima volta il leader di Forza Italia deve fare a meno della difesa dei suoi storici avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, entrambi indagati, insieme con Berlusconi, nella cosiddetta indagine ‘Ruby-ter’ per l’ipotesi di corruzione in atti giudiziari. “Facciamo parte di una stessa squadra – ha commentato la circostanza l’avvocato Coppi – e ci alterniamo alla difesa, poco importa che ci sia uno o l’altro”.
Non è più parlamentare.
È il primo processo in cui l’ex premier si trova senza lo status di parlamentare dopo la condanna definitiva per frode fiscale e l’affidamento ai servizi sociali nella struttura per anziani di Cesano Boscone.
Secondo quanto stabilito dal tribunale di sorveglianza e dalla Corte d’appello, sarà  un impegno “non ostativo”: non potrà  cioè essere invocato come legittimo impedimento.
No al trasferimento del processo a Brescia.
Il processo Ruby è uno di quelli al centro della contesa tra il procuratore di Milano, Edmondo Bruti Liberati, e il suo aggiunto, Alfredo Robledo.
Per questo motivo era stata ventilata l’ipotesi di chiedere il trasferimento del processo a Brescia.
Ma l’avvocato Coppi ha smentito: “Non abbiamo preso in esame alcuna possibilità  di un’istanza di rimessione”.
L’avvocato ha spiegato anche che Berlusconi verrà  in aula “se la sua presenza sarà  utile. Ogni volta che si muove ha un esercito appresso, se non è necessaria la sua presenza è inutile farlo venire con tutto il rispetto per la Corte”.
A Cesano per i servizi sociali.
E mentre in aula magistrati e difensori sono alle prese con le prime mosse del secondo grado, Berlusconi si trova a Cesano Boscone.
Arrivato intorno alle 9.30 per le quattro ore settimanali di attività  coi malati di Alzheimer, l’ex premier ha evitato i giornalisti ma si è fermato, come di consueto, a salutare la sostenitrice che non fa mancare mai la sua presenza ai cancelli della fondazione Sacra Famiglia.

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CORRUZIONE NEGLI APPALTI DELLE CARCERI: PERQUISIZIONI AL DAP, INDAGATO IL COMMISSARIO STRAORDINARIO

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

INDAGINI PARTITE DA UN DOSSIER DELL’EX PM ANTIMAFIA SABELLA… SINESIO ACCUSATO DI FALSO E ABUSO D’UFFICIO

Corruzione legata ad appalti per lavori di ristrutturazione in alcuni carceri.
E’ questa l’accusa formulata dalla Procura di Roma nei confronti di nove persone e che ha portato a perquisizioni da parte del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza presso il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap).
Tra le persone coinvolte c’è il commissario straordinario al piano carceri Angelo Sinesio, accusato di falso e abuso d’ufficio: i pm ritengono che nell’assegnazione delle gare d’appalto Sinesio abbia compiuto irregolarità  anticipando le gare stesse e impedendo che a queste potessero partecipare altre ditte oltre a quelle prescelte. Un’altra contestazione è quella d’aver fatto in modo che il valore delle gare non superasse i 5 mln di euro.
In tal modo attraverso questo limite fu possibile superare la normativa europea che consente così di affidare i lavori a più di un’impresa.
Le indagini, coordinate dai pm Paolo Ielo e Mario Palazzi, si concentrano, in particolare, ad accertare eventuali illeciti nel lavori effettuati presso le carceri di Voghera, Lodi e Frosinone.
Le indagini sono partite da un dossier firmato da Alfonso Sabella, già  pm antimafia a Palermo e funzionario al ministero della Giustizia, che contestò il piano carceri, presentato da Sinesio alla Camera il 21 novembre 2013, parlando di anomalie, costi gonfiati e dati alterati.
La parte dell’inchiesta legata all’ipotesi di corruzione è invece legata a un esposto-denuncia del ministro della Giustizia Andrea Orlando.

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FINI CONTRO FRATELLI D’ITALIA: “ULTIMA RIDOTTA VETEROMISSINA”. MA L’MSI ERA ALTERNATIVO, NON FUNZIONALE AL SISTEMA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

ALEMANNO PARLA DI SOVRANITA’ NAZIONALE, MA DIMENTICA LA STRETTA DI MANO A BUSH … E ALMIRANTE NON AVREBBE MAI FATTO AFFOGARE I PROFUGHI O FLIRTATO CON CHI SI PULISCE IL CULO CON LA CARTA IGIENICA

Pubblichiamo l’articolo di oggi de “il Tempo” con un commento del nostro direttore.

Fratelli d’Italia «ultima ridotta veteromissina». Non usa termini teneri Gianfranco Fini nei confronti del partito che ha ereditato il simbolo della sua Alleanza Nazionale. Scatenando una nuova rissa tra ex militanti dello stesso partito e riportando in luce tutte le fratture nate dalla diaspora della destra italiana.
L’occasione è il lancio della manifestazione che l’ex presidente della Camera terrà  a Roma il prossimo 28 giugno, un’assemblea pubblica al Palazzo dei Congressi dell’Eur per disegnare una nuova piattaforma programmatica per l’universo conservatore.
Fini, ospite ad Agorà , specifica di non voler candidarsi a nulla: «So di non essere l’uomo per tutte le stagioni – spiega – cerco solo di organizzare una discussione perchè me lo chiedono tanti e tanti elettori di centrodestra».
Un centrodestra che, a sua parere, ha smarrito la bussola: «Oggi questo fronte richiama nella mia memoria la fase di assoluta confusione della sinistra di ieri, quando cercava di mettere insieme delle alleanze onnicomprensive prescindendo totalmente dai contenuti».
Ed è a quel punto che arriva l’attacco al partito della Meloni: «L’ipotesi di uscire dall’euro è caldeggiata da Lega e anche da Fratelli d’Italia, e questo mi fa inorridire perchè loro usano il simbolo di Alleanza nazionale che ha tutta un’altra storia a proposito del rapporto con l’Europa. È una posizione politica che contrasta radicalmente con un programma di centrodestra».
Non finisce qui: «I Fratellini d’Italia, o cuginetti di campagna – ironizza Fini – non possono usare la storia di Alleanza nazionale per sostenere ciò che vanno dicendo. Ed è un problema tutt’altro che personale, perchè An è stata l’apertura della destra a un mondo moderato, mentre oggi chi usa quel nome è diventato l’ultima ridotta veteromissina».
Parole pesanti, che non passano inosservate dalle parti della Meloni. Se la leader preferisce ignorare l’affondo finiano, a replicare ci pensano alcuni dei suoi.
Come Gianni Alemanno: «C’è da chiedesi quale sia il fondamento politico e culturale delle affermazioni di Fini – è la risposta dell’ex sindaco di Roma-. Perchè essere critici nei confronti dell’euro è qualcosa di estraneo al centrodestra? La sovranità  nazionale, e di conseguenza la sovranità  monetaria, non è forse uno dei principi che da sempre caratterizza tutta la Destra politica italiana?».

(da “il Tempo“)

Il commento del ns. direttore

Condivivo le critiche che Fini rivolge a quella “contraddizione vivente” che è il cartello elettorale di Fratelli d’Italia, semplice ruota di scorta di Forza Italia (che non a caso stanziava fondi per loro a bilancio) ma penso sia opportuno operare qualche richiamo politico-culturale.
Non per difendere a priori il vecchio Msi, ma per riportare la polemica nel giusto alveo.
Il Msi era nato ed è a lungo sopravissuto, nei pregi e nei difetti, come “alternativo al sistema”, non per essere funzionale ad esso, a differenza di successive aggregazioni politiche, da An a Fratelli d’Italia.
Definire “veteromissini” i compagni di merende della Meloni è come accostare il lino alla tela grezza, altri i valori, altri i sacrifici, altra la visione politica, altro il contesto storico.
Mai Almirante, Rauti o Niccolai avrebbero accettato di “sporcare” il proprio nome e una sofferta “tradizione nazionale” con i ladroni padagni, mai avrebbero contribuito ad affogare profughi in fuga da guerre e carestie, mai avrebbero speculato sulla miseria della povera gente.
Ha ragione Fini quando ricorda che non si può “affittare” per un anno un marchio che aveva, in versione moderata e governativa, altre valenze rispetto a quelle espresse dal cartello elettorale di FdI: questa è pura contraffazione, come cambiare etichetta a un capo d’abbigliamento cinese e spacciarlo per “made in Italy”.
Ci spiace constatare altresì che l’ex sociale Alemanno rammenti la sovranità  nazionale e monetaria come giustificazione della battaglia anti euro che oggi va di moda e rende qualche spicciolo di voti.
Da uno che è riuscito, per protestare contro l’imperialismo Usa, a buttarsi contro l’auto di Bush in visita a Roma e qualche anno dopo a stringere la mano al presidente americano, difficile peraltro pretendere un’analisi coerente.
Forse dimentica che la sovranità  nazionale da noi non è mai esistita, ma tutti gli Stati erano ben inseriti in blocchi contrapposti: e quel tipo di “governo delle grandi potenze” oggi è stato semplicemente sostituito dal “governo anonimo dell’alta finanza” che avrebbe ulteriori motivi di speculazione e arricchimento dalla caduta dell’euro.
Essere condizionati dalla Bce o dai Fondi anonimi americani cambierebbe forse qualcosa per Alemanno?
O non sarebbe allora meglio rivendicare, quella sì una storica bandiera della destra italiana, la battaglia per un’Europa nazione, autonoma, integrata, solidale e sovrana?
Perchè inseguire quattro cialtroni qualunquisti che vedono la politica come percentuale per garantirsi una poltrona?
Perchè rinunciare a un discorso culturale più ampio e ambizioso che vada oltre le sterili polemiche contro le “banche europee” per poi finire a sostituirle con quelle americane ?
A questo si è ridotto il dibattito a destra?
A scimmiottare un guitto e un razzista da operetta che   in altri tempi sarebbero stati cacciati da una federazione del Msi (quello vetero…) a calci nel culo?
Ultimo considerazione sul presidenzialismo che accomuna il vecchio Msi versione Destra nazionale, Fini e Fratelli d’Italia: è la fissa “dell’uomo solo al comando” che accompagna da decenni la destra italiana.
Ma non avete ancora compreso che in Italia, con l’aiuto dei media, questo vorrebbe dire Berlusconi o Renzi al governo con pieni poteri per almeno venti- trent’anni a testa?
No grazie, preferisco un pool di persone e partiti al governo, almeno uno forse è normale, disinteressato. onesto e competente.
Se non altro per il calcolo delle probabilità .
Meritocrazia non si coniuga con oligarchia o dittatura, ma con democrazia della competenza, divisione di responsabilità  e trasparenza.

Altra cosa, altra destra.

argomento: Fini, Fratelli d'Italia, radici e valori | Commenta »

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