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LA PASCALE GOVERNATRICE DELLA CAMPANIA, MA DOVRA’ VINCERE LA CONCORRENZA DI CALDORO E CARFAGNA

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA AGITATA DALLE VOCI SUI PRETENDENTI ALLA CARICA DI PALAZZO SANTA LUCIA… LA COMPAGNA DI BERLUSCONI IN CAMPO

Il papà  del governatore, l’ex deputato socialista Tonino Caldoro, vorrebbe quasi che il figlio non fosse ricandidato.
Lo ha confessato al Corriere del Mezzogiorno di domenica («Stefano ha fatto i capelli bianchi, altri cinque anni a Santa Lucia per lui sarebbero terribili»).
E se fosse una donna a voler prendere il suo posto? E se si trattasse di Francesca Pascale, come pure viene sussurrato in queste ore?
Il presidente della Regione, Stefano Caldoro, da parte sua, spinge per compattare le file intorno a sè e minaccia «la solita sinistra, la gauche, che ha trovato in me il suo nemico».
Eppure, il senatore cosentiniano Enzo D’Anna, vicepresidente del Gal, non si trattiene dalla voglia di dire la sua.
«Anzi – precisa lui – non è una mia congettura. Bensì una indiscrezione che, in queste ore, circola diffusamente nel centrodestra campano».
Quale indiscrezione? «È Francesca Pascale ad aspirare alla poltrona di presidente della Regione al posto di Caldoro e Luigi Cesaro potrebbe essere il suo principale sponsor».
E chi glielo assicura? «Lo so, lo so. Se ne sta parlando insistentemente. Del resto, non nota che viene sempre più spesso in Campania? Una volta per partecipare alla manifestazione di Forza Italia alla Mostra d’Oltremare. Un’altra per la festa dei gigli a Nola. Eppure, lei abita tra Roma e Arcore. E finora non ho mai letto che si è recata in visita alla festa della polenta di Abbiategrasso».
Il deputato e dominus di Forza Italia, Luigi Cesaro, non ne sa nulla: «Io sostenitore di Francesca al vertice della Regione? Fin quando c’è Stefano Caldoro non credo sia possibile. Lo ha detto anche lei che l’amministrazione regionale sta lavorando bene e che pertanto Stefano merita tutta la fiducia. Tuttavia».
Tuttavia? «No, avevo anche io qualche sospetto: che a Francesca potesse interessare una candidatura al consiglio regionale. E a dire il vero ho tentato di indagare. Ma mi ha negato ogni interesse in questa direzione».
Insomma, Caldoro non può che restare in pista (anche perchè alternative, per il momento, non se ne affacciano per lui, dato che la tornata elettorale per le Politiche resta abbastanza lontana), sebbene il suo timore sia oggettivamente fondato sia per lo scenario pressochè incerto che oggi propone il centrodestra, sia per l’effetto traino che il premier Matteo Renzi potrebbe esercitare a vantaggio del suo candidato in Campania.
«Occorrerà  capire tra otto mesi – sussurra il governatore ai suoi più stretti collaboratori – se sarà  estinta o addirittura aumentata la luminosità  della stella di Renzi. E se il presidente del Consiglio vorrà  intestarsi la campagna elettorale nella nostra regione».
Pina Castiello, deputata di Forza Italia e amica di Mara Carfagna, fa spallucce: «Per Francesca Pascale – spiega con qualche eccesso di premura – sarebbe una deminutio puntare al vertice della Regione Campania. Probabilmente vuole fare altro: è la compagna del leader, lei lavora all’unità  del partito. Insomma, è una donna intelligente e sa che in questo momento di difficoltà  è necessario unirsi intorno al presidente Berlusconi».
E Carfagna candidata, come suggerisce anche il papà  del governatore Caldoro? «Le ho parlato – conclude –. Mara non è una che divide e fin quando c’è Stefano che legittimamente, dopo aver messo i conti in ordine in Campania, aspira alla riconferma, ha detto che non se ne parla».

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MIGLIAIA DI CIRCOLI, POCHI VOTI: VELENI E SOSPETTI NELL’NCD CAMPANO

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

SCATTA L’INDAGINE INTERNA, POSSIBILI FALDI NELLA COSTITUZIONE DEI CIRCOLI DELLA CAMPANIA PER OTTENERE PIU’ DELEGATI IN ASSEMBLEA NAZIONALE

Migliaia di circoli sul territorio, molti voti in meno nelle urne.
È un vero e proprio «giallo» quello che sta investendo i vertici campani del Nuovo Centrodestra, frutto di una serie di anomalie nella registrazione dei«club» che avrebbero spinto i proibiviri del partito a «indagare» su quanto avvenuto nei dintorni di Napoli.
I fatti.
Dai tabulati in mano ai vertici del Nuovo Centrodestra, risulta che tra gli oltre duemila circoli fondati in Campania negli ultimi mesi ve ne siano alcune centinaia che fanno riferimento a un unico indirizzo mail e, in molti casi, anche a uno stesso numero telefonico.
Il chè farebbe presupporre che, lungi dall’essere frutto di iniziative «spontanee» di militanti, la nascita delle varie associazioni sia stata in qualche modo favorita dall’alto da un’unica mano.
Non finisce qui, perchè da un screening effettuato dal partito, in diverse città  il partito ha raccolto alle Europee meno voti di quanti sarebbero i tesserati dei club.
I casi sono diversi. Il più eclatante riguarda Castellammare di Stabia, nel napoletano, dove sono sorti ben 144 circoli del Nuovo Centrodestra.
Considerando che il minimo di iscritti per creare un club era di dieci persone, si possono calcolare per difetto almeno 1.440 aderenti.
Peccato, però, che il 25 maggio a votare per la lista Ncd-Udc siano stati solamente 951 elettori.
Ma la circostanza si è verificata anche altrove. A Caiazzo (Caserta), ad esempio, dove a fronte di un minimo di 60 iscritti le preferenze per il listone centrista sono state 55.
A Ruviano (Caserta) i sette circoli (minimo 70 iscritti) hanno fruttato appena 20 voti, a Dragona (Caserta) i tre circoli si sono tramutati in appena 12 voti.
Ci sono poi i Comuni nei quali i voti delle Europee sono stati solo di poco superiori al numero dei tesserati.
A Napoli, ad esempio, dove risulta un minimo di 7.900 iscritti, la lista Ncd-Udc ha raccolto 10.407 voti. Dei quali, però, oltre mille sono andati a Lorenzo Cesa, che esprimeva l’ala Udc del rassemblement.
A confermare le anomalie, come detto, il fatto che centinaia di circoli abbiamo come riferimento un’unica mail: segre- teriacircolincd@gmail.com.
E che in molti casi sia indicato sempre lo stesso numero di telefono.
Allertati da tutte queste anomalie, i proibiviri del partito Nico D’Ascola, Luigi Compagna e Giuseppe Marinello avrebbero avviato una serie di indagini ascoltando primariamente il coordinatore regionale Gioacchino Alfano e quello di Napoli Raffaele Calabrò.
Lo stesso Gioacchino Alfano non ha smentito l’indagine interna: «In realtà  – ha spiegato a Il Tempo – noi avevamo previsto un sistema di validazione dei circoli proprio per assicurarci che tutti fossero nati spontaneamente. Chi si dovesse essere mosso per creare blocchi di “club” sicuramente ha sbagliato. Ora bisogna attivarsi per mettere sui binari giusti un partito che ha l’ambizione di essere radicato sul territorio».
L’operazione club, peraltro, è stata una boccata d’ossigeno per le casse del partito.
Ogni presidente di circolo, infatti, deve versare 60 euro, ai quali andavano aggiunti 10 euro per ogni iscritto (almeno altri 9). In tutto fanno 150 euro.
Un migliaio di circoli, quindi, procurano alle casse dell’Ncd 150mila euro.
Grazie alla proliferazione di club, peraltro, la Campania nell’assemblea costituente del partito, tenutasi lo scorso aprile a Roma, ha potuto vantare 1.500 delegati.
Con il risultato di vedersi attribuire ben 53 seggi in seno all’assemblea nazionale.
Tra i più attivi in Campania nel favorire la nascita dei circoli è segnalato l’assessore regionale alla Formazione e al Lavoro, Severino Nappi. Che, anche in base all’impegno profuso nel radicamento del partito, ora starebbe chiedendo a gran voce il posto di sottosegretario alle Infrastrutture lasciato libero da Antonio Gentile.
Non è l’unico caso che in questi giorni sta scuotendo il partito in Campania.
Ieri, infatti, è esplosa la grana Pietro Langella.
Il senatore ex Gal, infatti, appena comunicato il suo passaggio all’Ncd, è stato nominato coordinatore provinciale di Napoli e vicario regionale.
Langella, però, è il figlio di Giovanni «paglietta», leader dell’omonimo clan, trucidato in un bar da un commando armato di mitragliette e fucili a pompa il 2 ottobre 1991.
Come se non bastasse, come ha ricostruito il Fatto Quotidiano , il consiglio comunale di Boscoreale, quando era presieduto dal senatore Langella, fu sciolto per infiltrazioni camorristiche.
Non proprio un buon biglietto da visita per un partito che ha come leader l’attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano.
La nomina, peraltro, sarebbe stata calata dall’alto e questo non sarebbe stato gradito da molti esponenti locali.
Anche per arginare queste polemiche, il coordinatore nazionale Gaetano Quagliariello ha incontrato ieri Gioacchino Alfano e ha fissato, per venerdì prossimo nella sede Ncd a Napoli, un tavolo sul «caso Campania»: vi prenderanno parte lo stesso Quagliariello, il capogruppo alla Camera Nunzia De Girolamo e il responsabile nazionale Enti locali Dore Misuraca, che incontreranno i parlamentari, i consiglieri e gli assessori regionali e i consiglieri comunali dei capoluoghi della regione.
«Fino a quel momento – è stato comunicato – nessun incarico può ritenersi formalizzato». Nella nota non manca un accenno ai circoli: nell’incontro si discuterà , è scritto, «in merito alla strutturazione provvisoria del partito in attesa della registrazione dei circoli e della convalida delle adesioni personali».
Operazioni sulle quali, ora, si attende l’esito dell’indagine interna.

Carlantonio Solimene

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LA BIANCOFIORE SI DA’ ALLA LETTERATURA: ESCE “IL CUORE OLTRE L’OSTACOLO”, LA SUA AUTOBIOGRAFIA

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

AMORE, PASSIONE E POLITICA: “NOI DONNE NATE NEGLI SETTANTA SIAMO COME CANDY CANDY: NATE PER SOFFRIRE, IN ATTESA DI UN AMORE IMPOSSIBILE”

Amori, passioni, politica. Un libro a metà  tra autobiografia e dizionario sentimentale che descrive una generazione. Quella nata attorno al 1970, o giù di lì.
Tutto sotto il segno di Silvio Berlusconi, ma anche di Matteo Renzi.
Perchè Michaela Biancofiore, 44 anni, deputata di Forza Italia e una delle amazzoni azzurre, in quel racconto-fiume di circa 400 pagine – «Il cuore oltre gli ostacoli», Mondadori – e che definisce «la fiaba della mia vita», ci tiene a precisarlo.
Appunto: «La mia generazione è la stessa di Renzi». I rimandi dell’immaginario (ovviamente molto proviene dalla tv) sono quelli che sovente cita il premier.
«Candy Candy, Goldrake, Jeeg Robot, Mazinga… ma le larghe intese non c’entrano. Ho cominciato a scrivere nel 2010» puntualizza.
Ed ecco il via all’amarcord. Siamo sul finire degli anni Settanta.
«Le televisioni private fanno capolino nei salotti degli italiani – rammenta Biancofiore – e davanti agli schermi ci si ferma per Candy Candy». Bimbetti, ma non solo.
«Fratelli e sorelle maggiori, mamme, le nonne. E magari anche i papà  sbirciano un po’ incuriositi». Candy Candy nella biografia della «mia generazione conta molto». Più per le donne, veramente. «A quell’epoca i genitori non parlavano di sesso e amore. Non che dovessimo apprendere tutto da quel cartone animato… Ma Candy Candy ci descrive bene, e rappresenta l’immagine del fallimento sentimentale vissuto da tante come me».
Si spieghi meglio, Biancofiore. «Voglio dire che siamo ancora tutte lì – scherza ma non troppo l’onorevole Fi – ad aspettare Terence Granchester. Tutte con un tratto comune: sofferenza e struggimento nell’attesa di un’amore impossibile. Di Terence ricordo ogni espressione, ombrosa, baudeleriana. Ma dentro l’animo tenero e protettivo: molto innamorato, in sintesi». Domanda inevitabile: e lei, Biancofiore, il suo Terence l’ha incontrato? Risposta franca, almeno nella parte iniziale. «Ora sono single, una storia importante è finita neanche troppo tempo fa».
L’amore impossibile con lo 007 francese
Nell’autobiografia l’amazzone azzurra racconta molto della sua vita sentimentale. C’è spazio anche per un inedito. Quella liaison dangereuse – nel vero senso della parola – con uno 007 italofrancese. Relazione combattuta, portata avanti per anni, tra inseguimenti, abbandoni, ritorni di fiamma e una tinta di giallo riguardo la quale la deputata è tassativa: «Se volete saperne di più, leggete il libro…».
«Mi sento in crisi politica»
Poi, naturalmente, la politica. Con un’ammissione iniziale. «Mi sento in crisi, vocazionale e e non solo. Ho visto troppi tradimenti, troppi voltagabbana, ho incontrato troppa gente interessata: la politica è sporca perchè la sporcano gli uomini… Coltivo un sogno: passeggiare sottobraccio con Papa Francesco per potergli domandare: ma se ti circondano persone che cercano solo potere tu come fai a esercitare una politica pulita?».
Il «doloroso» stream of consciousness
Quanto alle 400 pagine, Biancofiore racconta di aver cominciato a scriverle nel 2010. Una prima fase di stream of consciousness buttato giù di getto «di notte, al mattino presto, nei fine settimana, in ogni istante in cui sentivo affiorare un ricordo o un’emozione da raccontare. Non è stato facile, talvolta è stato doloroso».
Ad esempio la scomparsa del padre – assistenze universitario di Aldo Moro – per un male incurabile. «Avevo 12 anni, i miei avevano divorziato in un periodo in cui il divorzio restava una parola ancora tabù. Ma papà , pugliese, restava per me una figura presente, tanto».
Dopo la sua scomparsa cominciarono le tribolazioni economiche. «Abbiamo attraversato momenti di povertà . Mia madre, che aveva la terza media, frequentò le scuole serali per diplomarsi, poi iniziò a insegnare alle elementari. Io nel frattempo finii al collegio per gli orfani dello Stato: posto d’osservazione previlegiato per guardare l’Italia. Se io stavo male, c’era chi stava peggio. Ad esempio quel bambino, ultimo di sette fratelli, figlio di un bidello sardo. Una famiglia che toccava con mano la fame vera».
Il primo incontro con Silvio: in smoking bianco…
Inevitabile a questo punto la virata dei ricordi su Berlusconi. Pagine che accompagnano, talvolta casualmente – ad esempio un segno del destino: l’onomastico di Biancofiore è il 29 settembre, compleanno del Capo – e talvolta meno – l’anello di Damiani regalato dall’ex premier: «mai tolto perchè è in fondo sono fidanzata con lui» – tutta la fiaba dell’amazzone.
Si comincia dal primo incontro, del tutto virtuale, allo schermo tv. Primi anni Ottanta, Canale 5 trasmette una specie di festival dei migliori programmi del Biscione.
Berlusconi compare in smoking bianco e Michaela dice a voce alta (ricevendo l’occhiataccia della madre, una donna all’antica che i lustrini della tv proprio non li gradisce): «Mi piace tanto quel signore, mi piacerebbe lavorarci assieme un giorno…».
E ancora, il bilancio di quello che Biancofiore chiama «il quarantennio di Berlusconi, iniziato con l’avvio della sua avventura nella tv privata. Quanta rabbia, quando i pretori volevano far chiudere Canale 5… Comunque la si rigiri, Silvio incarna la prospettiva italiana dell’american dream. Ha dato da mangiare a migliaia di italiani. L’avessero lasciato lavorare, chissà  a quanti altri sarebbe successo di realizzarsi nella vita come è capitato a me».
«Ho scritto a Marina»
Infine l’editore. Che Michaela Biancofiore stesse lavorando all’autobiografia era noto già  da un anno. Era alla ricerca di un editore. «Non certo Mondadori, mi sembrava troppo semplice. Poi però ho inviato il manoscritto a Marina Berlusconi, che non conoscevo e dalla quale mi aspettavo solo un parere professionale».
È finita invece «che mi hanno chiamato l’amministratore delegato Carlo Cavallero e il direttore letterario Antonio Riccardi: “Una bella storia”, mi hanno detto. E ora è in libreria».

Alessandro Fulloni

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I MALUMORI DI FORZA ITALIA: «I SÌ A RENZI NON CI GIOVANO»

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

E ANCORA NON ARRIVA LA DECISIONE SULLO SFOGO ANTI-GIUDICI

La trattativa finale per portare a casa le ultime migliorie possibili sta per entrare nel vivo, ma la sensazione è che, almeno per il primo passaggio in Commissione e in Aula, le riforme avranno comunque il sì di Forza Italia.
Berlusconi, che pure continua ad essere insoddisfatto per come è stato forgiato un Senato che rischia di «consegnare sempre la maggioranza alla sinistra», non ha però alcuna intenzione di farsi accusare di aver boicottato l’intesa.
Tanto da dirsi disponibilissimo a rinunciare a quell’immunità  per i senatori che pure ha sempre considerato una sacrosanta guarentigia.
E senza colpo ferire gran parte di Forza Italia sembra gettare alle ortiche una battaglia garantista che, non riguardando in nessun modo il caso personale di Berlusconi, non è più una priorità .
Eppure il tema della giustizia è ancora molto presente nei discorsi degli azzurri, condiziona l’umore di tutti, e rende non così certo l’esito finale delle riforme.
Anche domenica sera, nella tradizionale cena con i fedelissimi (Toti, Bergamini, Romani, Ghedini, Rossi), l’argomento del processo Ruby e della velocità  «incredibile, sospetta, ben diversa da quella che si usa con tutti i cittadini normali» con cui arriverà  il verdetto è stata argomento centrale.
Berlusconi non si capacita che già  a luglio, probabilmente entro il 20, potrebbe essere confermata in appello la condanna per concussione e per prostituzione minorile, e «già  prima di Natale» il verdetto in Cassazione potrebbe diventare definitivo.
Con tutte le conseguenze del caso, ovvero la sospensione dei servizi sociali, gli arresti domiciliari e addirittura, questo è il suo terrore, la reclusione in carcere.
In quel caso, ragionano i suoi, pensare che «un clima così pesante e un fatto così enorme» non abbiano conseguenze, è quasi impossibile.
Già , ma quali conseguenze? Renato Brunetta qualche giorno fa è stato chiaro parlando di riforme nell’avvertire che «se il clima cambierà , tutto potrà  succedere».
E chi gli parla in queste ore racconta di un Berlusconi sempre più cupo e convinto che quanto sta dando a Renzi dal momento della sua nomina a presidente del Consiglio ha solo favorito il rivale senza portargli alcun vantaggio.
Le aperture di Angela Merkel su un patto di Stabilità  più «flessibile», concesse oggi che al governo c’è Renzi e mai prese in considerazione quando a chiederle da premier era lui, convincono ogni giorno di più l’ex premier che il complotto ai suoi danni è stato generale ed esplicito, e che, al contrario, a Renzi si spalancano tutte le porte. «Registriamo con favore, a anche con curioso stupore, il cambio di rotta di Berlino in tema di flessibilità  del patto di bilancio – dà  voce alla rabbia del Cavaliere Deborah Bergamini –. È strano, infatti, che questo ripensamento sul dogma dell’austerità , che solo due anni e mezzo fa sembrava impossibile, ora arrivi quasi inaspettato».
Insomma, il quadro generale agli occhi del leader azzurro, mentre slitta la decisione del tribunale di Napoli su una sua eventuale incriminazione per oltraggio alla Corte, continua ad apparire nero.
Tanto che dal suo entourage si ammette che la decisione di aver sostenuto e di continuare a sostenere Renzi e le sue riforme sarà  comunque «argomento di profonda riflessione» nelle prossime settimane.
Con la possibile condanna in secondo grado al processo Ruby a complicare ulteriormente il quadro.
Resta ancora aperta in Procura a Napoli la questione riguardante le possibili conseguenze delle parole pronunciate la scorsa settimana da Silvio Berlusconi durante la testimonianza al processo contro Valter Lavitola per il presunto tentativo di estorsione nei confronti del gruppo industriale italiano Impregilo.
Il procuratore Colangelo e l’aggiunto Piscitelli non hanno ancora esaminato la trascrizione dell’udienza, quindi non hanno ancora preso alcuna decisione sull’ipotesi di aprire o meno un fascicolo in cui Berlusconi risulti indagato per il reato di oltraggio alla corte.
L’ex premier, durante la deposizione, si lasciò andare ad alcuni commenti sulla magistratura, che definì «incontrollata, incontrollabile, irresponsabile».
Per valutare appieno se in tali parole si configuri un reato, i magistrati attendono di leggere la trascrizione ufficiale dell’udienza, ma non è assolutamente detto che poi decideranno di aprire un procedimento nei confronti di Berlusconi (nel caso, tra l’altro, non potrebbero più utilizzare la sua testimonianza perchè diventerebbe indagato in un procedimento connesso a quello contro Lavitola)
Molto più che probabile – anzi, si può dire che sia una certezza – è che una copia del verbale possa essere inviata alla Procura generale di Milano affinchè questa valuti se nel pronunciare quelle parole Berlusconi sia venuto meno a uno degli impegni cui fu chiamato quando gli venne riconosciuto il beneficio dei servizi sociali in alternativa alla detenzione domiciliare per scontare la condanna per frode fiscale. Berlusconi non avrebbe più dovuto criticare pubblicamente i giudici.
Il comportamento tenuto in aula a Napoli potrebbe costargli un richiamo da parte dei magistrati milanesi.

Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)

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ITALIA ELIMINATA, BUFFON: “QUANDO SI VA IN CAMPO SI DEVE FARE, NON BASTA PIU’ “VORREBBE FARE” O “FARA'”

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

“GIORNO TRISTE, CE LO SIAMO MERITATI”….”QUANDO C’E’ DA TIRARE LA CARRETTA CI SONO SOLO I “VECCHI” IN PRIMA FILA”

« È un fallimento, sono triste per la squadra e per la nazione». Sono le prime parole di Gigi Buffon, capitano azzurro, dopo l’eliminazione dell’Italia dal Mondiale.
«Ora dovremo fare tutti un bell’esame di coscienza», ha aggiunto il portiere ritirando il premio di miglior giocatore della partita.
«Ci siamo scontrati con la dura realtà »
«Sono molto triste per noi come movimento calcistico, come gruppo, come singoli giocatori e come Nazione. È il giorno di un fallimento, inutile negarlo o girarci intorno. C’è solo frustrazione, avevamo cominciato bene e poi alla fine ci siamo scontrati con la dura realtà . Siamo usciti meritatamente» ha aggiunto il portiere dell’Italia ai microfoni di Sky dopo il ko per 1-0 con l’Uruguay.
«Lasciare la nazionale? Sicuramente dopo il Mondiale del 2010 ci sono state due competizioni dove abbiamo ben figurato, secondi all’Europeo e terzi alla Confederations Cup. Si pretende la massima serenità  di giudizio e correttezza da parte di tutti. Si sente dire che c’è bisogno di ricambi, che Pirlo, Buffon, Barzagli, De Rossi sono vecchi, ma poi quando c’è da tirare la carretta sono sempre questi in prima fila. Andrebbero rispettati di più loro per quello che hanno fatto e quello che rappresentano ancora adesso. Quando si va in campo si deve fare e non basta più vorrebbe fare o farà », critica il portiere della Nazionale.

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ITALIA FUORI DAI MONDIALI: L’ARBITRO SBAGLIA, PRANDELLI DI PIU’

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

SI DIMETTE IL TECNICO CHE NON SA LEGGERE LA PARTITA IN CORSO E IL PRESIDENTE DINOSAURO ABETE

Se giochi per pareggiare capita che perdi.
Magari con un gol da palla inattiva a dieci minuti dal termine.
E’ un assioma vecchio come il gioco del calcio, ma evidentemente Cesare Prandelli non lo conosce. Ha sbagliato, si è dimesso. E ha fatto bene.
Al pari di Giancarlo Abete, numero uno e simbolo di un calcio italiano triste e incartapecorito. Entrambi lasciano un movimento in crisi di identità  e una nazionale al bromuro.
E qui sta la colpa maggiore del ct. Perchè non basta rivoluzionare la formazione e mettere un attaccante in più per impostare una partita di personalità , ovvero ciò che è mancato all’Italia.
Ricordate un solo tiro in porta pericoloso tranne la punizione centrale di Pirlo? Molle, troppo guardinga e mai pericolosa. In una parola sola: mediocre, come il pallone made in Italy.
Diciamolo subito: l’arbitro Rodriguez (che di secondo nome fa Moreno…) non ci ha favorito, cacciando Marchisio per un contrasto come tanti a centrocampo e non espellendo Suarez per l’ennesimo morso della sua carriera ad un avversario (in questo caso Giorgio Chiellini).
Però lo stesso direttore di gara, a fine primo tempo, non aveva fischiato un rigore alla Celeste per una netta trattenuta in area di Bonucci su Cavani. E lì la gara poteva prendere una piega diversa. Questo Prandelli non lo dice.E sbaglia.
Come tanto ha sbagliato durante la spedizione brasiliana: non per girare il coltello nella piaga, ma non è uno scandalo sostenere che il peggiore degli azzurri è stato lui. Sin troppo esaltato dopo la vittoria con l’Inghilterra (che poi guarda caso era fuori già  dopo due partite), è andato in confusione totale durante i 90 minuti col Costa Rica (squadra rivoluzionata: Thiago Motta titolare e le ‘sostituzioni caos’ nel secondo tempo gridano ancora vendetta), confermando ancora una volta il limite che i maligni non hanno mai mancato di sottolineare: brava persona, ottimo allenatore, ma tecnico senza infamia e senza lode.
La valutazione negativa, neanche a dirlo, si riferisce alla capacità  di leggere le partite in corsa. E’ successo anche contro il fatale Uruguay, quando ha deciso di tenere negli spogliatoi Balotelli (e sin qui nulla da dire) sostituendolo con l’onesto Parolo. Tradotto: teniamo palla a centrocampo, non rischiamo nulla e pazienza se non facciamo gol. Insomma: giocare per pareggiare.
Conseguenza: rischiare di perdere. E così è stato.
L’arbitro ci ha messo del suo? Pesa la sbavatura difensiva su calcio d’angolo?
Certo, ma se neanche provi a segnare ti esponi a tutta una serie di fattori imponderabili. Compreso — udite udite — un gol dell’avversario, che in questo caso era un Uruguay davvero deludente. Questione di mentalità  (perdente).
E grande amaro in bocca, perchè la sensazione è che l’Italia non poteva vincere il mondiale, ma di certo con un po’ più di coraggio poteva almeno arrivare ai quarti di finale. Prandelli lo sa. E ha tolto il disturbo, con signorilità .
Anche perchè non riesce a spiegarsi la clamorosa involuzione rispetto a Euro 2012, quando l’Italia vinceva e convinceva.
Cosa è successo da allora? Tre fattori: convocazioni sbagliate, tensioni all’interno dello spogliatoio, giocatori bolliti. Poco altro da dire. Tanto, invece, da sperare: perchè il successore del tecnico di Orzinuovi avrà  un compito difficilissimo, chiunque esso sia (tranne Spalletti i nomi che circolano non fanno emozionare).
Ancor più complicato quello di colui che prenderà  il posto di Abete.
In tal senso, una preghiera: basta dinosauri imbolsiti e politicanti messi lì solo per fare gli interessi dei soliti noti.

Pierluigi Giordano Cardone
(da “il Fatto Quotidiano”)

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“IMMUNITA’, DECIDERA’ LA CONSULTA”: LA TERZA VIA DEI RELATORI

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

E LA BOSCHI TRATTA CON FORZA ITALIA

I relatori della riforma del Senato vogliono cancellare la norma sull’immunità .
Non solo a parole, ricostruendo nei dettagli la storia dell’emendamento che ripristina lo scudo, chiesto da tutti i partiti e sostenuto dal governo.
Anna Finocchiaro e Roberto Calderoli si sono consultati al telefono per tutta la giornata di ieri. Oggi si metteranno a tavolino per scrivere un nuovo testo. Per allontanare sospetti e dietrologie.
«Possiamo tornare alla proposta originaria. Deputati e senatori oggetto di una richiesta di autorizzazione a procedere verrebbero sottoposti all’esame di una sezione della Corte costituzionale», ha confidato la presidente della commissione Affari costituzionali a chi l’ha contattata ieri.
L’immunità  rimane ma il segnale all’opinione pubblica è chiarissimo: mai più giochi di potere e scambi sottobanco nelle aule parlamentari sulle inchieste e sulle domande di arresto per un singolo parlamentare.
Decide un organo terzo, salta invece il giudizio “corporativo”.
In fondo, il punto centrale è questo. Matteo Renzi vuole evitare che la riforma s’impantani sulla questione dello scudo e soprattutto che i frenatori utilizzino questo argomento per far saltare un impianto ormai deciso e che può veramente arrivare al traguardo entro luglio.
Per questo il premier preferisce non intervenire a gamba tesa nel dibattito. Sostanzialmente, la decisione «è rinviata al Parlamento. Sono sicuro che troveremo una via d’uscita».
Una terza via, tra la cancellazione e la regola attuale. Il trasferimento della scelta alla Consulta potrebbe essere proprio la soluzione gradita dal governo che in un primo momento l’aveva esclusa per non appesantire il lavoro dei giudici. L’importante è non provocare rinvii o slittamenti. Perchè siamo alla stretta finale.
Maria Elena Boschi vedrà  oggi Denis Verdini e il capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani. È la riunione decisiva.
Il partito di Berlusconi chiede ritocchi non difficili: la proporzionalità  dei senatori per regione in modo da non penalizzare le aree più grandi, qualche modifica sull’elezione dei sindaci-senatori, togliere a Palazzo Madama il potere di elezione del capo dello Stato, del Csm e dei giudici costituzionali.
E i dubbi dell’ex Cavaliere? I suo tentennamenti su un Senato non elettivo? «Sull’elezione diretta dei senatori deciderà  l’aula. I voti sono a scrutinio palese se si trova una maggioranza alternativa su quel punto, il Parlamento è sovrano e decide», spiega Romani.
Se oggi la Boschi chiude con Forza Italia e verifica che Berlusconi non si metterà  di traverso all’ultimo momento, il Pd affronterà  con uno spirito diverso il vertice fissato con 5stelle per domani.
A palazzo Chigi attendono perciò la conferma ufficia- del patto del Nazareno per decidere la delegazione che incontrerà  Luigi Di Maio.
Renzi non esclude la sua presenza. Ma potrebbe delegare Boschi o i capigruppo. Con il mandato di evitare trappole. Ovvero di verificare seriamente la disponibilità  del Movimento soprattutto sulla legge elettorale senza offrire sponde che Grillo potrebbe rivendersi come un successo personale.
Per questo il pasticcio dell’immunità  va risolto al più presto. Il premier si fida dell’accordo con Fi, Lega e Ncd ma sa che la prova dell’aula non è affatto scontata. «È un passaggio mai realizzato prima, un’intesa maggioranza-opposizione per una modifica fondamentale della Costituzione – ha spiegato Renzi ai suoi collaboratori invitandoli a non mollare di un millimetro -. Ed è la riforma del Senato che corrisponde alla sua abolizione, votata dagli stessi senatori. Una vera impresa. Dobbiamo stare vigili fino all’ultimo »
Non lascia tranquillo l’esecutivo il silenzio della pattuglia di senatori democratici contrari alla riforma.
Nel caos dell’immunità , i 14 dissidenti del Pd stanno affilando le armi e scrivendo gli emendamenti da presentare entro domani in commissione.
Pippo Civati invita Renzi «a non sottovalutare un quinto del gruppo parlamentare, ad ascoltare le ragioni di chi ha dei dubbi».
Felice Casson ha già  annunciato il suo voto contrario «se non cambia il testo».. Vannino Chiti insiste per l’elezione diretta. E Massimo Mucchetti ha messo nel mirino la Boschi accusandola di stringere accordi segreti con Verdini.
È un gruppo in ebollizione, quello del Pd.
In Forza Italia, con i ribelli guidati da Augusto Minzolini, emerge una fronda possibile e non è detto che Berlusconi non la copra.
«Il patto del Nazareno è composto al 90 per cento della legge elettorale e per il 10 della riforma del Senato – avverte il presidente dei deputati Renato Brunetta -. Non è un caso che sulla revisione del titolo V e sulla trasformazione di Palazzo Madama arriviamo al dunque con un testo pasticciato, improvvisato e senza contrappesi». Come dire: se Forza Italia si tira indietro non ci sarà  da stupirsi.
Non sarebbe uno scandalo perchè nel faccia a faccia Renzi-Berlusconi la riforma costituzionale è stata esaminata solo in superficie.

Goffredo De Marchi
(da “la Repubblica”)

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BASTA CIALTRONATE, NAPOLITANO AVVERTE RENZI: PASTICCI SUI DECRETI, PARTE LA LETTERA RISERVATA

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

SCATOLE VUOTE, ARTICOLATI CHE METTONO INSIEME LA MAGISTRATURA E LE MOZZARELLE DI BUFALA: LA SMANIA DI VISIBILITA’ E IL BLUFF SULLE COSE CONCRETE

Per ora è stato solo un avvertimento, brusco e allo stesso tempo risoluto: pasticci sui decreti non saranno più tollerati.
Ieri, dal Quirinale è partita una lettera riservata verso Palazzo Chigi. Firmata da alcuni tecnici del Colle, sul cui tavolo, dopo giorni e giorni di attesa, era finalmente arrivato l’agognato decreto sulla riforma della Pubblica Amministrazione.
Dal 13 giugno, giorno della conferenza stampa di Renzi durante la quale aveva stupito tutti dicendo “intanto vi dico che abbiamo varato il decreto, ma i dettagli e i testi ve li diamo domani”, sul tavolo di Napolitano erano arrivati solo ed esclusivamente bozze informali di tutte le norme.
Poi, solo due giorni fa, alla fine, ecco un articolato. Il secondo è stato inoltrato solo per mail, fatto assolutamente inusuale trattandosi di decretazione d’urgenza.
Ad oggi, per riassumere, al Colle non sono ancora in possesso delle carte comprendenti la riforma quadro del sistema Pubblica Amministrazione.
Colpa, sostengono a Palazzo Chigi, della Ragioneria Generale che frena la fretta di Renzi e, soprattutto, che mette a repentaglio i suoi effetti annuncio che — certo — influenzano l’opinione pubblica e si traducono in un crescente consenso, ma poi, nel concreto, mostrano il bluff. E la triste realtà .
Ovvero che il governo Renzi è molto bravo a far credere di aver fatto, ma poi non mostra mai le carte del suo straordinario lavoro di “rottamazione” del sistema Paese. E nessuno sa se la rivoluzione c’è o resta una promessa.
E’ dall’inizio del governo Renzi che i testi dei provvedimenti adottati non vengono mostrati sul sito del governo contemporaneamente alla loro presentazione in conferenza stampa post Consiglio dei Ministri come è sempre avvenuto, invece, per i governi Monti e Letta.
E bisogna attendere giorni, il più delle volte, per entrare in possesso di carte che gli uffici dei ministeri competenti riescono a scrivere solo dopo aver dato un’ordine ad appunti e bozze spesso pieni di errori oppure disorganizzati e confusionari, come se gli interventi legislativi fossero maturati senza un’attenta valutazione del quadro su cui vanno ad incidere per riformarlo.
La smania di visibilità  del governo produce strafalcioni. E dopo, metterci le mani è sempre faticoso. Soprattutto per il Quirinale. Che ora, appunto, ha dato un secco stop alla “cialtroneria” dell’invio di materiale legislativo “non del tutto lavorato e approfondito”.
Un po’ come è successo per la riforma del Senato; uscita da palazzo Chigi con le fanfare dopo il patto del Nazareno con Berlusconi, è arrivata sul tavolo di Anna Finocchiaro in commissione Affari Costituzionali come un’ossatura priva di qualsiasi contenuto; in pratica, un guscio vuoto. Tutto da riempire, tutto da studiare. Ma a sentir Renzi, sembrava già  tutto fatto, pronto per il voto. Invece.
Le scivolate del governo sulle carte che non ci sono e sui decreti che, improvvisamente, spariscono per poi riapparire sotto mutate spoglie (e con contenuti, spesso, diversi da quelli annunciati) cominciano ad affastellarsi in modo sempre più frequente.
Ma quella della PA rischia di diventare un caso politico/istituzionale capace di un certo imbarazzo. Perchè sembra che Renzi, alla fine, si sia scusato con il Colle per aver fatto “un po’ di confusione” sul fronte dell’impianto del nuovo sistema.
E che, sempre per via della fretta dettata dall’incalzante cronoprogramma a cui lui stesso si sottopone con il governo (è di oggi l’ultimo crono/annuncio, “in 1000 giorni cambieremo il Paese”), abbia promesso di rimettere mano all’intero impianto della riforma. Quindi, ai decreti. Perchè la ministra Marianna Madia dovrà  rispacchettare tutto.
Dunque, venerdì prossimo, la riforma della PA ritornerà  sul tavolo del Consiglio dei Ministri per essere divisa almeno in due diversi decreti. Almeno.
Al Quirinale, infatti, si sono visti arrivare un indigeribile provvedimento monstre con dentro sia le “misure urgenti per la semplificazione e la crescita del Paese”, che quelle sulla “riforma della pubblica amministrazione”; decreto, il secondo, dilatato in 82 articoli e lungo 71 pagine e zeppo di materie inconciliabili tra di loro, questioni che spaziavano dal pubblico impiego alla magistratura, dall’anticorruzione alle invalidità  delle patologie croniche, dalle fonti rinnovabili alle mozzarelle di bufala.
I tenici del Colle, dopo una prima occhiata, si sono subito arresi: ancora troppe materie in un testo unico. E Napolitano ha fatto la voce grossa.
Serviranno almeno due provvedimenti urgenti nuovi per chiudere “l’incidente”. Almeno due, si diceva. Il sottosegretario Graziano Delrio ha tentato una rassicurazione generale gettando acqua sul fuoco: “Le cose sono andate avanti, al momento non c’è nessun problema. E’ tutto finito, è tutto a posto”.
Ma chissà  quando riusciremo a vederne il contenuto della rivoluzione amministrativa renziana, targata Madia, e a capire se alle promesse e agli annunci spot sono seguiti davvero i fatti.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SALVINI RESTA COL CULO PER TERRA: MARINE LE PEN NON RIESCE A FORMARE IL GRUPPO A STRASBURGO, NIENTE POLTRONE PER MATTEO, PUO’ CONSOLARSI A PORTOFINO

Giugno 24th, 2014 Riccardo Fucile

FINISCONO TRA I NON ISCRITTI I 24 DEPUTATI DEL FRONT NATIONAL, I 5 DELLA LEGA, OLTRE GLI OLANDESI DEL PVV, GLI AUSTRIACI DEL FPO E I BELGI DEL VLAANS BELANG

Fallisce la formazione del secondo gruppo di euroscettici a Strasburgo.
La leader del Front National Marine Le Pen, secondo quanto riferito da fonti parlamentari all’Ansa, non è riuscita a convincere partiti di 7 diversi paesi, il minimo richiesto per formarlo.
L’altro parametro necessario è quello dell’appartenenza di almeno 25 deputati.
I 23 eurodeputati del Front National che ha trionfato in Francia, i 5 della Lega — compreso il segretario Matteo Salvini — ma anche i 4 del Pvv Geert Wilders seconda forza in Olanda, i 5 austriaci del Fpo di Strache, primo in Austria, ed i belgi del Vlaams Belang saranno costretti a cominciare la legislatura tra i ‘non iscritti’, condizione che al Parlamento europeo equivale a quella di parlamentari di serie B: esclusi dalla distribuzione proporzionale delle cariche e dei dossier, contributi solo a titolo personale non per l’attività  politica di gruppo, tempo di parola limitatissimo, necessità  di 40 controfirme anche semplicemente per presentare un emendamento. Senza contare che tra i ‘non iscritti’ ci saranno i neonazisti greci di Alba Dorata e quelli tedeschi dello Npd nonchè gli antisemiti ungheresi di Jobbik.
Eppure, appena poche ore prima, Mario Borghezio, decano della Lega Nord al Parlamento europeo, si diceva “fiducioso” di trovare al fotofinish il rappresentante del settimo Paese, l’ultimo necessario per formare il gruppo.
”Stiamo ancora negoziando — aveva detto — abbiamo più di un’opzione. Poi, stasera o domattina, dovremmo annunciare il gruppo”.
Ma la partita, per questo gruppo dato per fatto ancor prima della elezioni, si è dimostrata giorno dopo giorno più difficile.
Per il fine settimana era atteso il sì di Angel Dschambaski, rappresentante del Vmro, il Movimento nazionalista bulgaro, un sì che però non è arrivato.
A vuoto anche il tentativo di convincere alla “abiura” un ungherese di Jobbik.
Il fallimento è ancora più bruciante pensando che mercoledì scorso l’arcirivale della Le Pen, Nigel Farage, è riuscito a chiudere il cerchio delle 7 diverse nazionalità  — e a formare il gruppo con il Movimento 5 Stelle — proprio grazie ad una “dissidente” del Front National.
Secondo le regole del Parlamento europeo i gruppi possono formarsi in qualsiasi momento, ma la rilevazione di inizio legislatura influisce per due anni e mezzo, fino al rinnovo di mid-term delle cariche parlamentari.
Wilders annuncia di pensare che il gruppo si costituirà  più avanti nell’anno.
Ma tante certezze sono andate in fumo.
E nella notte già  volano le accuse alla Le Pen per la gestione della trattativa.
Domani probabilmente alcuni cercheranno di mostrare buon viso a cattivo gioco, ma la sconfitta è bruciante ad un mese dal trionfo elettorale.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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