Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
LE DICHIARAZIONI DI BERLUSCONI NEGLI ANNI SCORSI
“Vado a canonizzarmi perchè mi sono ritrovato gay e di sinistra” (da Bruxelles, 22 marzo 2005)
“Mi hanno dato del mafioso e della persona poco per bene. Mi hanno detto di tutto, tranne che sono gay: e ogni tanto bisogna dimostrare di non esserlo” (21 maggio 2006)
“Gli uomini arrivano sempre dopo. Le donne hanno più intuito, quell’intuito tipicamente femminile che non hanno gli uomini e nemmeno i gay. Ma i gay sono tutti dall’altra parte, a sinistra” (6 febbraio 2007)
“Mi dicono di tutto, ci manca solo che dicano che sono gay” (14 giugno 2009)
“Meglio essere appassionati di belle ragazze che di gay” (2 novembre 2010)
“Io non so dire di no, fortuna che nessun gay è mai venuto a farmi una proposta perchè alla terza volta avrei chiesto di spiegarmi tecnicamente come si fa, e ci sarei stato” (14 dicembre 2010)
“Finchè governeremo questo Paese, le unioni omosessuali non verranno mai equiparate alla famiglia tradizionale! Mai adozioni per le coppie gay!” (26 febbraio 2011)
“Tutti noi abbiamo un 25% di omosessualità . Ce l’ho anch’io, solo che dopo un approfondito esame ho scoperto che la mia omosessualità è lesbica” (16 aprile 2011)
“Mi hanno accusato di tutto: l’unica accusa che non mi hanno mai fatto è di essere gay” (20 ottobre 2011)
“Non ho nulla contro gli omosessuali, sia chiaro. Anzi ho sempre pensato che più gay ci sono in giro meno competizione c’è” (6 febbraio 2012)
“Con l’avvento della sinistra non vorremmo assistere all’apertura delle frontiere agli immigrati irregolari e alla proliferazione di matrimoni gay” (26 dicembre 2012)
“Le accuse dalla sinistra sono state tante, le uniche che mancano sono quelle di rubare i soldi agli italiani e di essere gay … io comunque ho tanti amici gay, sono estremamente divertenti, simpatici ed intelligenti” (31 dicembre 2012)
(da “L’Espresso”)
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
LA MOSSA A SORPRESA E LA SVOLTA “PASCALIANA”…. MA GASPARRI, COME SEMPRE, SI PERDE E SBAGLIA STRADA
Pochi se lo aspettavano. Soprattutto tra i suoi. 
Silvio Berlusconi ieri ha rilasciato una dichiarazione che apre al mondo gay e alle unioni omosessuali: “Quella per i diritti civili degli omosessuali è una battaglia che in un paese davvero moderno e democratico dovrebbe essere un impegno di tutti”, ha detto il leader di Forza Italia sull’onda forse delle manifestazioni omosessuali che si sono svolte in Italia e all’estero.
E ancora: “Da liberale ritengo che attraverso un confronto ampio e approfondito si possa raggiungere un traguardo ragionevole di giustizia e di civiltà ”.
Sembra un’altra persona rispetto al leader che appena nel novembre 2010, parlando del caso Ruby, aveva detto: “Meglio appassionarsi alle belle ragazze che essere gay”.
Il primo segnale della svolta berlusconiana era, però, già arrivato nei giorni scorsi quando la compagna del leader di Forza Italia, Francesca Pascale, si era iscritta all’Arcigay (insieme con l’ex direttore del Giornale, Vittorio Feltri), precisando che l’adesione nasceva dalla condivisione delle “battaglie in favore dell’estensione massima dei diritti civili e della libertà ”.
La scelta della Pascale era stata accolta con soddisfazione dal presidente dell’Arcigay, Flavio Romani: “A Francesca Pascale chiediamo di farsi capofila di un movimento all’interno di Forza Italia, che metta al centro le nostre istanze e che ci porti entro settembre ad avere un numero consistente di parlamentari azzurri disposti a sostenere e migliorare le proposte di legge che riguardano le persone lgbt (lesbian, gay, bisexual and transgender). C’è molto da fare in questo Paese, non fateci mancare il vostro aiuto”.
Ma la presa di posizione di Berlusconi, forse dettata anche dal nuovo corso “pascaliano”, pare destinata a creare divisioni nel centrodestra e nella stessa Forza Italia. Maurizio Gasparri ha voluto subito ribadire: “Bisogna rispettare i diritti ed evitare discriminazioni. Ma resto convinto che matrimoni gay e le adozioni da parte di coppie omosessuali siano una scelta sbagliata che non condivido. Oggi, come ieri”. Insomma, non sono soltanto le riforme e le primarie a dividere il partito dell’ex Cavaliere.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
UNO VUOL FARE UN PARTITO, L’ALTRO L’ALLENATORE PER SCOVARE GLI “ANTI-RENZI”: CORRERANNO INSIEME?
Di diverso, al momento, hanno solo la strategia.
Uno vuole fare un partito, l’altro per il momento si accontenta di assemblee «movimentiste», «tanto le elezioni sono lontane – ha spiegato – è inutile parlare oggi di leader e alleanze».
Ma, per il resto, Corrado Passera e Gianfranco Fini sembrano parlare un linguaggio comune. E possono vantare persino un «link» umano, quella Giulia Bongiorno che ha deciso di aderire al progetto dell’ex banchiere ma al tempo stesso ha inviato un messaggio al suo leader ai tempi di Fli.
«L’assemblea di Fini? Ci sarei andata – aveva spiegato a Il Tempo alla vigilia – ma purtroppo sarò fuori per lavoro».
Non è lei l’unico punto in comune tra Passera e l’ex presidente della Camera.
Dopo aver archiviato le convention con le quali – a distanza di due settimane – entrambi hanno lanciato le loro nuove operazioni politiche, si è scoperto che condividono anche analisi e soluzioni per l’attuale crisi italiana.
A partire dal principale antagonista, quel Matteo Renzi che per Passera «alle Europee ha preso il 40% perchè ha giocato senza avversari» e per Fini «rischia di governare per altri 20 anni se la destra non si riorganizza».
Anche le ricette si assomigliano.
Entrambi, a livello europeo, escludono un’uscita dalla moneta unica ma auspicano una svolta della Ue verso una politica meno orientata all’austerity e più agli investimenti. Ma è difficile, di questi tempi, trovare qualcuno che sostenga il contrario.
Infine, anche il recente pedigree partitico li vede vicini.
Entrambi, infatti, hanno sostenuto fortemente il governo Monti dal 2011 al 2013.
Uno da ministro dello Sviluppo e l’altro da sponsor politico. A Passera, peraltro, va dato atto di aver intuito in anticipo il fallimentare destino dell’operazione Scelta Civica, mentre Fini dall’alleanza elettorale con il «Prof» è uscito con le ossa rotte e ora parla di errori come il «non aver fatto le liste uniche per la Camera» e «non aver lanciato un messaggio riconoscibile per l’elettorato di destra».
Le due strade, che sembrano procedere in parallelo, almeno per il momento non sembrano destinate a incontrarsi.
Fini, in particolare, ha più volte guardato con scetticismo all’operazione di Passera: «Renzi, di questo gli va dato atto, ha riportato la politica al centro. L’epoca dei tecnici è finita».
L’ex banchiere, dal canto suo, non sembra aver alcun interesse a far salire a bordo l’uomo che da una parte della destra italiana è considerato l’affossatore dell’unione dei moderati.
Eppure alla fine i loro destini potrebbero anche incrociarsi se dovesse prevalere la speranza che, come diceva Josè Samarago, «due debolezze non fanno una debolezza maggiore, ma una forza nuova».
Sia la convention di Italia Unica del 14 giugno che l’assemblea #partecipa di sabato scorso hanno avuto qualche titolo sui giornali e un po’ di gente in platea, ma per il resto al centro della scena è restato l’attivismo del premier Matteo Renzi, tanto in Italia che in Europa.
Al punto che Passera continua a denunciare i rischi di un bipolarismo senza opposizione: «Stiamo parlando di dare all’Italia l’altra gamba della democrazia» ha detto ieri a Telecamere, «perchè ci devono essere due gambe con valenza maggioritaria, Non stiamo parlando di terzi poli o di un piccolo spazio al centro. Ma di un cantiere del tutto aperto per raggruppare coloro che si trovano sul programma».
Anche Fini?
(da “il Tempo”)
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
IL RESOCONTO DELLA PRIMA USCITA PUBBLICA DEL NUOVO MOVIMENTO: RICOMPORRE LA DIASPORA DELLE FORZE MODERATE
Il ritorno di Gianfranco Fini è stato ufficializzato nell’assemblea aperta e permanente “L’Italia che
vorresti. La tua idea per una destra che non c’è”, promossa al Palazzo dei Congressi di Roma da Partecipa.info e LiberaDestra.
UN MONDO VARIEGATO
Un’iniziativa che ha visto la partecipazione di antichi e nuovi protagonisti della travagliata e magmatica galassia conservatrice, moderata, nazionale, liberale.
Alla presenza dei compagni di viaggio di Futuro e Libertà Roberto Menia, Enzo Raisi, Aldo Di Biagio, Flavia Perina, Giuseppe Consolo, si affianca quella di Giuseppe Tatarella e del leader dei Cristiano riformisti Antonio Mazzocchi.
Ma la figura che più di ogni altra ha suscitato sorpresa tra gli addetti ai lavori è l’ex segretario della Fiamma Tricolore Luca Romagnoli, che condivise con Pino Rauti l’avversione radicale alla storica Svolta di Fiuggi.
FUORI DAL PALAZZO
Ripartire da zero è la parola d’ordine che anima il movimento di Gianfranco Fini. Il quale riconosce gli errori compiuti nel corso di 4 difficili anni seguiti alla “rottura dolorosa con Silvio Berlusconi”.
Nessuna seduta psicoanalitica fatta di recriminazioni, rimpianti, accuse, sfoghi. La destra, spiega l’ex presidente della Camera dei deputati, è troppo divisa e frammentata tra ripicche e rivalse. È bene guardare avanti.
E guardare avanti vuol dire rivolgersi ai cittadini delusi dall’offerta politica di tutte le formazioni di centro-destra, non ai partiti presenti in Parlamento.
La strada per “restituire valore a un’identità gloriosa e pulita” non passa per le alleanze tattiche tra oligarchie nè per una sommatoria delle sigle esistenti.
NO AL PASSATO
Ricalcando la traiettoria tracciata pochi giorni fa dal leader di Italia Unica Corrado Passera, Fini denuncia lo stallo di una destra che rischia di far governare l’abile e pragmatico Matteo Renzi per vent’anni a causa della mancanza di una credibile alternativa. E punta, con toni più morbidi e senza evocare rottamazioni, a una ricomposizione della diaspora conservatrice.
Ma al contrario degli esponenti di Forza Italia, l’ex capo della Farnesina non ritiene realistico aggregare in un caravanserraglio variopinto realtà incompatibili su Europa, moneta unica, immigrazione come Nuovo Centro-destra, Lega Nord, Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale.
UN SILENZIO SIGNIFICATIVO
Il rinnovamento della destra richiede per Fini la creazione di una nuova classe dirigente.
La “sintesi di tradizione e modernità ” esclude logiche di cooptazione ma anche una selezione generalizzata dal basso che a suo parere premierebbe chi ha più risorse economiche. La ricetta è l’adozione di criteri meritocratici. Ma gli strumenti per applicarla restano evanescenti.
Allo stesso modo nessun passaggio del suo intervento tocca i fermenti sorti attorno alla proposta di una “Leopolda Blu” per l’azzeramento del ceto dirigente moderato e la scelta della nuova leadership tramite elezioni primarie.
E non una parola viene pronunciata in merito ai temi eticamente rilevanti e alle libertà civili su unioni civili, testamento biologico, fecondazione assistita, ricerca scientifica. Problematiche che avevano connotato il profilo “laico” della proposta di Fini negli ultimi tempi provocando conflitti e polemiche aspre nel centro-destra.
L’OPINIONE SULLA MOGHERINI
La “destra repubblicana” prefigurata dall’ex leader di AN osteggia i populismi demagogici a partire da quelli anti-euro. È fortemente europeista e non teme la condivisione della sovranità .
Punta sull’Europa delle patrie prospettata da Charles De Gaulle. E spera che, in una UE protagonista sul piano politico, diplomatico e militare, Federica Mogherini diventi la responsabile della politica estera e di difesa comunitaria.
SPESA E DEBITO
Sul terreno economico-finanziario europeo l’ex presidente di Montecitorio reputa essenziale una strategia unitaria per sostenere la valuta unica, non limitandosi al rispetto dei parametri di bilancio.
E rendere più flessibili tali vincoli come è riuscito a ottenere il premier Matteo Renzi “non può tradursi in alibi per alimentare una spesa pubblica improduttiva”.
LA DESTRA LEGALITARIA
Grande rigore, unito a una sottile allergia verso lo spirito garantista, caratterizza la visione del nuovo soggetto politico nel campo della giustizia.
Combattere la corruzione diffusa e onorare chi serve lo Stato vestendo una divisa. Evitare di essere feroci con i più deboli e accondiscendenti verso i privilegi e le illegalità dei potenti: “Perchè chi viene coinvolto in indagini giudiziarie scabrose deve fare un passo indietro rispetto al suo ruolo pubblico”.
Riconoscere la cittadinanza a chi lo merita e lo vuole rifiutando le tendenze xenofobe. Sono queste le idee-forza enunciate da Fini.
UNA RICETTA LIBERALE
Lontana da velleità stataliste, la nuova “destra repubblicana” riprende e attualizza la “rivoluzione liberale” del 1994: Stato credibile, leggero ed efficiente. Leggi comprensibili e burocrazia efficace nei confronti di chi compie il proprio dovere.
Fulcro del tessuto economico, rimarca l’ex leader del MSI, è la creazione reale di ricchezza e non la finanza che ne è lo strumento. Per tale ragione “bisogna ridurre una pressione fiscale intollerabile per il reddito da lavoro e per i nuclei familiari, mantenendo una tassazione significativa verso le rendite speculative”.
LAVORO E BUROCRAZIA
Ma è paradossale, osserva Fini, che le forze del centro-destra rimangano silenziose o guardino altrove nel momento in cui il governo Renzi prefigura un cambiamento rilevante nel mercato del lavoro e nel welfare, sfidando i veti conservatori della CGIL: “Ragionamento analogo vale per il pacchetto di interventi innovatori sulla Pubblica amministrazione”.
I POTERI DELLE REGIONI
Un capitolo che presenta profondi legami con il percorso di riforme istituzionali. Riguardo al quale Fini valuta positivamente il confronto per archiviare il bicameralismo perfetto, ma preferirebbe passare a un assetto mono-camerale. Puntando al contempo sull’elezione popolare del Capo dello Stato, antica bandiera della destra italiana.
Ma l’autentica modernizzazione riguarda a suo giudizio l’aggressione alla montagna della spesa regionale — “vera causa del debito pubblico” — provocata da una revisione costituzionale che ha conferito agli enti territoriali troppe competenze spesso concorrenti con le prerogative dello Stato.
LA RIFORMA ELETTORALE
Ragionamento opposto a quello su un altro tema caldo dell’agenda parlamentare. Fini rifiuta di pronunciarsi sul contenuto del meccanismo di voto all’esame di Palazzo Madama: “La riforma elettorale è l’ultimo dei problemi per i cittadini”.
Argomentazioni singolari per un leader politico che nel 1999 aveva promosso con i Radicali un referendum per abrogare la quota proporzionale del Mattarellum e giungere a una legge maggioritaria uninominale di stampo britannico. Favorendo un regime di tendenziale bipartitismo e la costruzione di una grande forza unitaria liberal-conservatrice, plurale e aperta, che manca tuttora nel nostro paese.
Edoardo Petti
(da “Formiche”)
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Giugno 30th, 2014 Riccardo Fucile
RENZI UTILIZZA LE REMORE EUROPEE VERSO IL NOSTRO PAESE SOLO PER ACQUISTARE MAGGIORE POTERE IN ITALIA
Il Guerriero torna in Italia dopo una grande tenzone, in cui ha ottenuto molto o poco (si vedrà , e se ne discute molto) ma che è comunque la più grande partita politica in corso, e sapete di cosa si occuperà in Italia per prima cosa? Ebbene sì, della riforma del Senato.
Un progetto che, secondo gli spinner di Palazzo Chigi, il Premier vede come la prima di tutte le riforme che ci chiede l’Europa, “la prima dei mille giorni, quella più attesa dal paese, e la più temuta della Casta”.
Inizia così una settimana in cui questo legame sarà sottolineato dagli eventi stessi: lunedì il Senato vota sulla riforma di se stesso, e mercoledi il Premier aprirà con un discorso il semestre europeo a guida italiana.
Una perfetta narrativa del nuovo corso. Se non fosse per un dubbio: davvero l’Europa vuole da noi le riforme istituzionali, e lasciamo pur stare il prima di tutto? Davvero i governi fratelli si sentiranno rassicurati, tireranno un sospiro di sollievo dal passaggio della riforma del Senato?
L’Europa in effetti vuole da noi molte cose, tantissimi impegni di gestione economica virtuosa – soprattutto il pareggio di bilancio (inflessibili non a caso nel confermarne la scadenza già per l’anno prossimo) e la riduzione della spesa pubblica.
Le riforme di cui si parla nei documenti ufficiali riguardano poi sostanzialmente il mercato del lavoro, la giustizia, la pubblica amministrazione, ai fini di creare, semplifichiamo, condizioni per una gigantesca deregulation – meno rigidità nelle assunzioni e nei licenziamenti, meno regole che rallentano gli investimenti e creano complessità alle gestione delle aziende, e più sicurezza e trasparenza nelle azioni giudiziarie.
Insomma, l’Europa di oggi , non a caso da anni a guida conservatrice, vuole che l’Italia diventi come gli altri paesi, una nazione dove un imprenditore straniero possa con sicurezza e velocità investire, partecipando a bandi che non siano “corrotti”, con la possibilità di gestire la mano d’opera con il minimo di condizionamenti sindacali e legali, con tasse credibili e velocità di attuazione delle regole. Una sintesi un po’ brutale ma veritiera di quel che si intende per riforme in Europa.
Fra queste riforme non c’e’ di sicuro quella delle istituzioni, ancor meno quelle specifiche del bicameralismo . Ne’ l’Europa potrebbe farlo – per ovvie ragioni di sovranita’ nazionale.
L’Unione Europea, ma anche I governi vari, e i mercati, e le istituzioni sovranazionali, valutano, questo sì, se il paese sia governabile, sia cioè stabile, dunque affidabile. Nella lunga crisi in cui siamo immersi questa richiesta di funzionamento politico dell’Italia è stato il “problema” indicato come la base della disfunzionalita’
Ma non si tratta di richiesta, ancor meno di una richiesta di riforma.
Quel che vale la pena notare è che, a fronte di questa generica indicazione, vari governi italiani, e non solo l’attuale, hanno invece usato negli ultimi anni proprio questo argomento come uno dei principali strumenti di formazione della politica
E’ stato in nome della governabilità chiestaci dall’Europa che abbiamo infatti avuto prima il governo Monti, poi il governo Letta.
Anche Renzi il cambia-verso si allinea a questa metodologia, senza cambiare affatto verso.
La riforma accelerata del Senato, come prima casella per la trasformazione del nostro sistema istituzionale, è anche lui da brandita come necessaria per la governabilità , e anche da lui in chiave “lo vuole Bruxelles “. Vi aggiunge un po’ di colore anticasta, ma siamo li’. Come per tutti i suoi predecessori, anche da lui questa nuova Europa finisce giocata in chiave squisitamente interna.
Alla vigilia di una “settimana decisiva per le riforme”, questo elemento di continuità con il passato è forse il punto più debole dell’operazione riforme del rivoluzionario Renzi.
Al di la’ dei sospetti di autoritarismo che solleva, il Premier attuale si allinea qui a una lunga linea di predecessori che appena arrivati a Palazzo Chigi hanno cominciato a brigare intorno all’assetto istituzionale per poter consolidare la “governabilità del paese”, ma anche il loro personale destino politico.
Prima di lui lo ha voluto fortemente Silvio Berlusconi, e ancora prima Bettino Craxi ma ne sono stati sempre tentati anche la vecchia Dc in fase di passaggio politico, vedi De Mita, e il vecchio Pd, uno per tutti D’Alema.
A nessuno di loro e’ riuscito. Anzi per tutti loro le riforme sono state il filo elettrico su cui si sono spesso arrestati.
Forse il giovane Fiorentino, che è indubbiamente leader di grande abilità , riuscirà dove i suoi predecessori non sono riusciti .
Ma per favore, Renzi, almeno tu, consapevole di tutto quello che e’ venuto prima di te, non venderci questo progetto politico istituzionale, squisitamente italiano nel nome dell’Europa.
Che poi anche per cose come queste l’Europa finisce spesso per risultarci incomprensibile, irritante. Ingiustamente.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost“)
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