Destra di Popolo.net

IL PREVENTIVO

Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile

LA PROPOSTA PER I NUOVI LAVORI PREVISTI AL SENATO

“Spett.le ditta Renzi & C.,
a seguito dei contatti intercorsi con il nostro amm.re unico dottor Berlusconi siamo lieti di sottoporVi la nostra migliore offerta per le opere da eseguire negli stabili di Palazzo Madama e Montecitorio.
A) Lavori di ristrutturazione della seconda Camera, con demolizione dei poteri superflui.
Prezzo: n. 1 legge per depenalizzazione prostituzione minorile.
B) Progettazione e posa in opera di legge elettorale nuova, comprensiva di liste bloccate a norma.
Prezzo: n. 3 grazie presidenziali in bianco.
C) Fornitura di 127 grandi elettori pronti all’uso per Palazzo Quirinale (nome da concordare).
Prezzo: n. 1 colpo di spugna per interdizioni dai pubblici uffici.
Nel sopraccitato preventivo sono compresi materiali e manodopera.
Pagamento entro 30 gg. da pubblicazione su Gazzetta Ufficiale.

Distinti saluti,
e “Forza Italia”

Sebastiano Messina

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IMMUNITA’ A SINDACI E CONSIGLIERI NELL’ACCORDO TRA PD, FORZA ITALIA E LEGA AL SENATO

Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile

INCIUCIO CALDEROLI-FINOCCHIARO-RENZI: NIENTE ARRESTO E NIENTE INTERCETTAZIONI SE NON AUTORIZZATE PER I MEMBRI DEL NUOVO SENATO

Niente arresto e niente intercettazioni se non autorizzate.
Tra gli emendamenti depositati venerdì dal vicepresidente del Senato Roberto Calderoli e dalla presidente della Commissione affari costituzionali a Palazzo Madama Anna Finocchiaro c’è anche questo: rispunta l’immunità  per i senatori, a differenza di quanto scritto nel testo del governo. L’emendamento dei relatori sopprime infatti “l’articolo 6″ del testo dell’esecutivo che applicava solo ai deputati l’articolo 68 della Costituzione sulle “Prerogative dei parlamentari”.
Gli emendamenti, frutto dell’intesa tra Partito democratico, Forza Italia e Lega, definiscono la nuova composizione di Palazzo Madama, dove siederanno 100 senatori, anzi di 95 più 5: i primi eletti dai consigli regionali in rappresentanza di Regioni e Comuni, i secondi nominati dal presidente della Repubblica (tra questi rientrano gli attuali senatori a vita).
Tra i 95 “territoriali” 74 sono scelti tra i consiglieri regionali, gli altri 21 tra i sindaci. Ogni Regione eleggerà  un numero di senatori in proporzione al proprio peso demografico.
L’intesa non scioglie il nodo del metodo di elezione, rinviando a una successiva legge ordinaria.
I senatori decadono nel momento in cui decade l’organo in cui sono stati eletti (Comune o Regione). Ciò vuol dire che il Senato sarà  rinnovato mano mano che si rinnoveranno le assemblee territoriali.
Emendamenti che Calderoli ha annunciato con soddisfazione (“E’ stata trovata la quadra”, ha detto) e che sono stati accolti favorevolmente anche da Renzi.
Nessuno porta la firma delMovimento 5 Stelle che incontrerà  il presidente del Consiglio mercoledì 25 giugno.
Proprio il giorno in cui, alle 12, scade il termine per i subemendamenti agli emendamenti dei relatori al ddl costituzionale di riforma del Senato e titolo V.
Due ore dopo, alle 14, l’ufficio di presidenza della commissione si riunirà  per la programmazione dei lavori.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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ARRESTATA ARCHEOLOGA, TANGENTI ANCHE PER DARE UN NULLA OSTA

Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile

MAZZETTE PER AGEVOLARE LE PROCEDURE DI CONCESSIONE EDILIZIE

Chiedeva tangenti per agevolare le procedure di concessioni edilizie.
Per questo i finanzieri del Comando provinciale di Roma hanno arrestato ieri mattina un’assistente archeologa del ministero dei Beni e delle Attività  culturali e del Turismo, in servizio presso la Soprintendenza per i Beni archeologici del Lazio, accusata di concussione.
Oltre all’archeologa sono indagate altre quattro persone, tra cui due appartenenti alla Soprintendenza del Lazio.
Le indagini, svolte dal nucleo di Polizia tributaria di Roma e coordinate dalla Procura, hanno scoperto un giro di tangenti che andava avanti dal 2005. Il sistema, infatti, assicurava il buon esito delle procedure amministrative volte al rilascio del nulla osta della Soprintendenza, cioè quell’autorizzazione che la legge richiede ai proprietari di aree tutelate dal punto di vista archeologico intenzionati ad eseguire opere di intervento edilizio.
In sostanza, la procedura prevede che il privato nomini un suo archeologo di parte per effettuare le verifiche richieste dalla legge, dopodichè su questo lavoro interviene il giudizio della Soprintendenza.
E proprio a questo punto entrava in gioco l’assistente archeologa arrestata che avrebbe preteso all’incirca 1000 euro per agevolare ciascun procedimento amministrativo che le veniva assegnato.
La donna «operava» prevalentemente nel frusinate su concessioni per costruzioni di nuova edilizia. Le indagini hanno fatto emergere diversi episodi e condotte finalizzate a generare nel privato committente una sorta di vera e propria sudditanza psicologica, in modo da fargli affidare la supervisione dei lavori ad archeologi esterni, imposti però dagli stessi pubblici funzionari che avrebbero dovuto controllarne il lavoro.
Dagli accertamenti è emerso che in alcuni casi l’assistente archeologa incassava personalmente i compensi che spettavano all’archeologo di parte privata, per poi riversargli solo una parte della somma ricevuta.
In altri casi, invece, gli archeologi scelti dal privato riconoscevano al funzionario che aveva «caldeggiato», se non addirittura imposto l’affidamento dei lavori, una percentuale per avergli consentito di esercitare la propria attività  professionale ed avergli «procurato» dei clienti.
Il ministero dei Beni culturali ha immediatamente sospeso dal servizio l’archeologa, e ha avviato nei suoi confronti un procedimento disciplinare.
Il Mibact, poi, ha avviato procedimenti disciplinari anche per gli altri indagati appartenenti alla medesima Soprintendenza dove è stata avviata un’ispezione amministrativa.

Francesca Musacchio
(da “il Tempo”)

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LA BASE SI INCAZZA E LA MELONI DA’ I NUMERI (SBAGLIATI): SUI 750.000 EURO ELARGITI DA BERLUSCONI I CONTI NON TORNANO

Giugno 21st, 2014 Riccardo Fucile

DURE PRESE DI POSIZIONE DEGLI EX FLI E DI STORACE, I FRATELLI IN LIVREA HANNO VINTO AL SUPERENALOTTO DI ARCORE

La storia inizia così: nel bilancio ufficiale di Forza Italia 2012 si indica, alla voce uscite, la somma di oltre 1,2 milioni di euro destinata alla formazione di Grande Sud di Miccichè, quella di 750.000 euro per i Fratelli d’Italia, 500.000 per Lombardo, 300.000 euro ai Circoli della Brambilla.
Una serie di contributi a pioggia ai partiti alleati decisa da Berlusconi in base alla strategia elettorale di favorire il sorgere di tanti partiti minori che avrebbero dovuto fare da corollario al Pdl, coprendo spazi paralleli ma distinti.
Inevitabile che nei giorni successivi al diffondersi della notizia, tra molti militanti di FdI si facciano strada perplessità  e malumore per questa operazione, sono infatti molte le proteste che provengono dalla base.
A questo punto sora Giorgia è costretta a prendere carta, penna e calcolatrice per tentare di dare una spiegazione e salvare la faccia.
Il denaro, scrive la Meloni, sarebbe semplicemente “il corrispettivo conseguente la separazione di due soggetti diversi”.
Peccato che questo concetto non sia affatto automatico, ma ci torniamo tra poco.
Per la Meloni i 750.000 euro ricevuti da Silvio “sono semplicemente la quantificazione, calcolata assai per difetto, della somma versata mensilmente nelle casse del PdL — dal 2008 al 2012 — dai 30 parlamentari che fondarono Fratelli d’Italia; a cui va aggiunto il ricavo che lo stesso PdL ha tratto in termini di rimborso elettorale per l’elezione dei 30 parlamentari ”.
E qui la Meloni fa un grosso autogol.
Per quale motivo i 30 parlamentari che hanno costituito Fratelli d’Italia dovrebbero rivendicare i versamenti mensili al Pdl dal 2008 al 2012 se in quegli anni hanno militato nelle file del Pdl?
Eh sì, per chi ha la memoria corta, ricordiamo che FdI nasce ufficialmente il 21 dicembre 2012, quindi i cinque anni citati dalla Meloni non c’entrano una mazza.
Sono soldi versati al Pdl e che restano giustamente al Pdl, così come i rimborsi elettorali relativi a quel periodo.
Se dal 2008 al 2012 Meloni e compagni di merende hanno fatto politica nel Pdl le quote spettano al Pdl, poche balle.
La Meloni parla quasi di prassi di “liquidare le spettanze” a chi lascia il Pdl, ma anche questa è una balla stratosferica.
L’ex deputato finiano Enzo Raisi osserva infatti che “la risposta dei dirigenti di Fdi che i soldi dati a loro da Berlusconi erano quelli che spettavano a loro in quota Pdl mi ha fatto ridere molto. A Fli non fu mai dato nulla anche se eletti in quota Pdl e avendo creato con gli altri il Pdl. Perchè l’avrebbero dato a Fdi che come noi si sono costituiti come partito esterno e a Fli no? A voi la risposta…..”.
E ancora: “Comunque adesso capisco come hanno finanziato la loro ricca campagna elettorale sarei curioso di sapere se quei soldi fossero stati iscritti nel bilancio 2013 di Fdi….perchè il fatto è stato scoperto dal bilancio del Pdl e non da quello di Fdi….dato interessante”.
A sua volta Roberto Menia fa sapere di essere “orgoglioso di non aver avuto nulla a che fare con i finanziamenti degli altri, a dimostrazione di come la fine di Fli sia stata caratterizzata dalla dignità  e da una certa idea di destra, pulita e senza scorciatoie”.
Anche Francesco Storace rivendica il fatto di non aver ricevuto un euro: “da FdI spero di non ascoltare più la parola ‘venduti’ per il nostro sostegno, gratuito e un po’ fessacchiotto a FI alle Europee”.
Resta un fatto certo: Berlusconi ha elargito 750.000 a FdI senza che questi ultimi ne avessero titolo.
Ogni altra valutazione la lasciamo all’intelligenza dei nostri lettori.

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ANTIMAFIA SENZA SOLDI, PER L’ARRESTO DI DELL’UTRI AGENTI COSTRETTI A PAGARSI IL BIGLIETTO DA SOLI

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

GLI UOMINI DELLA DIA HANNO DOVUTO ANTICIPARE I SOLDI DELLA TRASFERTA… E HANNO LASCIATO PORTARE DELL’UTRI DA BEIRUT ALL’INPERPOL PER RISPARMIARE

Gli uomini della Dia di Palermo che si sono recati a Roma la settimana scorsa per arrestare l’ex senatore Marcello Dell’Utri hanno pagato di tasca loro la trasferta, biglietto aereo di andata e ritorno e pernottamento nella Capitale.
Adesso attendono il rimborso.
La missione per assicurare Dell’Utri alla giustizia, dopo la condanna definitiva a sette anni per reati di mafia, conferma che le casse dell’Antimafia sono ridotte ai minimi termini.
In attesa dell’ok per l’estradizione, gli uffici Dia di Palermo hanno cercato di pianificare al meglio la missione.
La prima opzione era recuperare Dell’Utri a Beirut: scartata per il costo eccessivo degli spostamenti.
S’è scelto dunque di affidarlo alla cura dell’Interpol, nel tragitto Beirut-Roma, per prenderlo in consegna nell’aeroporto della Capitale. Così è andata.
Ma per gli agenti era pronta una brutta sorpresa: al momento di partire, nelle casse non c’erano soldi sufficienti per pagarli, e gli 007 hanno dovuto provvedere di tasca loro.

(da “L’Espresso”)

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WIKILEAKS: ECCO L’ACCORDO SEGRETO PER IL LIBERISMO SELVAGGIO, LA VITTORIA DELLA FINANZA SULLA POLITICA

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

SI CHIAMA TISA: E’UN TRATTATO INTERNAZIONALE DI LOBBY

Un trattato internazionale che potrebbe avere enormi conseguenze per lavoratori e cittadini italiani e, in generale, per miliardi di persone nel mondo, privatizzando ancora di più servizi fondamentali, come banche, sanità , trasporti, istruzione, su pressione di grandi lobby e multinazionali.
Un accordo che viene negoziato nel segreto assoluto e che, secondo le disposizioni, non può essere rivelato per cinque anni anche dopo la sua approvazione.
L’Espresso è in grado di rivelare parte dei contenuti del trattato grazie a WikiLeaks, l’organizzazione di Julian Assange, che lo pubblica in esclusiva con il nostro giornale e con un team di media internazionali, tra cui il quotidiano tedesco “Sueddeutsche Zeitung”.
Una pubblicazione che avviene proprio in occasione dell’anniversario dei due anni che Julian Assange ha finora trascorso da recluso nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, come ricorda l’organizzazione .
Si chiama “Tisa”, acronimo di “Trade in services agreement”, ovvero “accordo di scambio sui servizi”.
E’ un trattato che non riguarda le merci, ma i servizi, ovvero il cuore dell’economia dei paesi sviluppati, come l’Italia, che è uno dei paesi europei che lo sta negoziando attraverso la Commissione Europea.
Gli interessi in gioco sono enormi: il settore servizi è il più grande per posti di lavoro nel mondo e produce il 70 per cento del prodotto interno lordo globale. Solo negli Stati Uniti rappresenta il 75 per cento dell’economia e genera l’80 per cento dei posti di lavoro del settore privato. L’ultimo trattato analogo è stato il Gats del 1995.
A sedere al tavolo delle trattative del Tisa sono i paesi che hanno i mercati del settore servizi più grandi del mondo: Stati Uniti, Australia, Nuova Zelanda, Canada, i 28 paesi dell’Unione Europea, più Svizzera, Islanda, Norvegia, Liechtenstein, Israele, Turchia, Taiwan, Hong Kong, Corea del Sud, Giappone, Pakistan, Panama, Perù, Paraguay, Cile, Colombia, Messico e Costa Rica. Con interessi in ballo giganteschi: gli appetiti di grandi multinazionali e lobby sono enormi.
La più aggressiva è la “Coalition of Services Industries”, lobby americana che porta avanti un’agenda di privatizzazione dei servizi, dove Stati e governi sono semplicemente visti come un intralcio al business: «Dobbiamo supportare la capacità  delle aziende di competere in modo giusto e secondo fattori basati sul mercato, non sui governi», scrive la Coalition of Services Industries nei suoi comunicati a favore del Tisa, documenti che sono tra i pochissimi disponibili per avere un’idea delle manovre in corso.
Bozze del trattato, informazioni precise sulle trattative non ce ne sono.
Per questo il documento che oggi l’Espresso può rivelare, pubblicato da WikiLeaks, è importante.
Per la prima volta dall’inizio delle trattative Tisa viene reso pubblico il testo delle negoziazioni in corso sulla finanza: servizi bancari, prodotti finanziari, assicurazioni. Il testo risale al 14 aprile scorso, data dell’ultimo incontro negoziale — il prossimo è previsto a giorni: dal 23 al 27 giugno — ed è un draft che rivela le richieste delle parti che stanno trattando, mettendo in evidenza le divergenze tra i vari paesi, come Stati Uniti e Unione Europea, e quindi rivelando le diverse ambizioni e agende nazionali.
Segretezza.
A colpire subito è la prima pagina del file, che spiega come il documento debba restare segreto anche se può essere discusso utilizzando canali non protetti: «Questo documento deve essere protetto dalla rivelazione non autorizzata, ma può essere inviato per posta, trasmesso per email non secretata o per fax, discusso su linee telefoniche non sicure e archiviato su computer non riservati. Deve essere conservato in un edificio, stanza o contenitore chiusi o protetti».
E il documento potrà  essere desecretato «dopo cinque anni dall’entrata in vigore del Tisa e, se non entrerà  in vigore, cinque anni dopo la chiusura delle trattative».
Pare difficile credere che, nonostante la crisi senza precedenti che ha travolto l’intera economia mondiale, distruggendo imprese, cancellando milioni di posti di lavoro e, purtroppo, anche tante vite umane, le nuove regole finanziarie mondiali vengano decise in totale segretezza.
Ma una spiegazione c’è: Tisa è l’eredità  del “Doha Round”, la serie di negoziati iniziati a Doha, Qatar, nel 2001, e condotti all’interno dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), per la globalizzazione e la liberalizzazione dell’economia, che ha scatenato proteste massicce in tutto il mondo e che è fallito nel 2011, dopo dieci anni di trattative che hanno visto contrapposti il mondo sviluppato, Stati Uniti, Giappone Unione Europea, e quello in via di sviluppo, India, Cina, America Latina.
Con il fallimento del Doha Round, gli Stati Uniti e i paesi che spingono per globalizzazione e liberalizzazioni, hanno spostato le trattative in un angolo buio (impossibile definirlo semplicemente discreto, vista la segretezza che avvolge le negoziazioni e il testo dell’accordo), lontano dall’Organizzazione mondiale del Commercio, per sfuggire alle piazze che esplodevano in massicce, e a volte minacciose e violente, proteste no global. Il risultato è il Tisa, di cui nessuno parla e di cui pochissimi sanno.
Eppure questo accordo condizionerà  le vite di miliardi di persone.
Cosa prevede il Tisa?
Impossibile capirlo con certezza fino a quando l’intera bozza dell’accordo non sarà  disponibile, ma il draft sui servizi finanziari rivelato oggi da WikiLeaks rivela un trend chiarissimo.
«Il più grande pericolo del Tisa è che fermerà  i tentativi dei governi di rafforzare le regole nel settore finanziario», spiega Jane Kelsey, professoressa di legge dell’Università  di Auckland, Nuova Zelanda, nota per il suo approccio critico alla globalizzazione.
«Il Tisa è promosso dagli stessi governi che hanno creato nel Wto il modello finanziario di deregulation che ha fallito e che è stato accusato di avere aiutato ad alimentare la crisi economica globale», sottolinea Kelsey. «Un esempio di quello che emerge da questa bozza filtrata all’esterno dimostra che i governi che aderiranno al Tisa rimarranno vincolati ed amplieranno i loro attuali livelli di deregolamentazione della finanza e delle liberalizzazioni, perderanno il diritto di conservare i dati finanziari sul loro territorio, si troveranno sotto pressione affinchè approvino prodotti finanziari potenzialmente tossici e si troveranno ad affrontare azioni legali se prenderanno misure precauzionali per prevenire un’altra crisi».
Il tesoro dei dati.
L’articolo undici del testo fatto filtrare da WikiLeaks non lascia dubbi su come i dati delle transazioni finanziarie siano al centro delle mire e delle agende dei Paesi che trattano il Tisa. Nel testo, Unione Europea, Stati Uniti e Panama, noto paradiso fiscale, portano avanti proposte diverse.
L’Europa richiede che «nessun paese parte delle trattative adotti misure che impediscano il trasferimento o l’esame delle informazioni finanziarie, incluso il trasferimento di dati con mezzi elettronici, da e verso il territorio del paese in questione».
L’Unione europea precisa che, nonostante questa condizione, il diritto da parte di uno Stato che aderisce al Tisa di proteggere i dati personali e la privacy rimarrà  intatto «a condizione che tale diritto non venga usato per aggirare quanto prevede questo accordo».
Panama, invece, mette le mani avanti e chiede di specificare che « un paese parte dell’accordo non sia tenuto a fornire o a permettere l’accesso a informazioni correlate agli affari finanziari e ai conti di un cliente individuale di un’istituzione finanziaria o di un fornitore cross-border di servizi finanziari».
Gli Stati Uniti, invece, sono netti: i paesi che aderiscono all’accordo permetteranno al fornitore del servizio finanziario di trasferire dentro e fuori dal loro territorio, in forma elettronica o in altri modi, i dati. Punto. Nessuna precisazione sulla privacy, da parte degli Stati Uniti.
Quello che colpisce di questo articolo del Tisa sui dati è che risulta in discussione proprio mentre nel mondo infuria il dibattito sui programmi di sorveglianza di massa della Nsa innescato da Edward Snowden, programmi che permettono agli Stati Uniti di accedere a qualsiasi dato: da quelli delle comunicazioni a quelli finanziari. Ma mentre la Nsa li acquisisce illegalmente, nel corso di operazioni segrete d’intelligence e quindi la loro utilizzabilità  in sede ufficiale e di contenziosi è limitata, con il Tisa tutto sarà  perfettamente autorizzato e alla luce del sole.
In altre parole, il Tisa rende manifesto che la stessa Europa – che ufficialmente ha aperto un’indagine sullo scandalo Nsa in sede di ‘Commissione sulle libertà  civili, la giustizia e gli affari interni’ del Parlamento Europeo (Libe) – sta contemporaneamente e disinvoltamente trattando con gli Stati Uniti la cessione della sovranità  sui nostri dati finanziari per ragioni di business.
E sui dati, i lobbisti americani della ‘Coalition of services industries’, che spingono per il Tisa, non sembrano avere dubbi: «Con il progresso nella tecnologia dell’informazione e delle comunicazioni, sempre più servizi potranno essere forniti all’utente per via elettronica e quindi le restrizioni sul libero flusso di dati rappresentano una barriera al commercio dei servizi in generale».
Fino a che punto può arrivare il Tisa? Davvero arriverà  a investire servizi fondamentali come l’istruzione e la sanità ?
L’Espresso ha contattato ‘Public Services International’, (Psi) una federazione globale di sindacati che rappresentano 20 milioni di lavoratori nei servizi pubblici di 150 paesi del mondo.
L’italiana Rosa Pavanelli, prima donna alla guida del Psi dopo una vita alla Cgil, non sembra avere dubbi che le negoziazioni del Tisa mirano a investire tutti i servizi, non solo quelli finanziari, quindi anche «sanità , istruzione e tutto il discorso della trasmissione dei dati».
E per l’Italia chi sta trattando?
«L’Italia, come la maggior parte dei paesi europei, ha delegato alla Commissione europea», spiega sottolineando la «grande segretezza intorno al Tisa».
Daniel Bertossa, che per Public Services International sta cercando di seguire e analizzare le trattative, racconta a l’Espresso che, anche se nessuno lo ha reso noto, «per ragioni tecniche che hanno a che fare con il Wto, noi sappiamo che il Tisa punta a investire tutti i servizi e i paesi che stanno negoziando sono molto espliciti sul fatto che vogliono occuparsi di tutti i servizi».
Perfino quelli nel settore militare che «sempre più fa ricorso al privato», spiega Bertossa, sottolineando quanto sia problematica la riservatezza intorno ai lavori del trattato e il fatto che sia condotto al di fuori del Wto, che,«pur con tutti i suoi problemi, perlomeno permette a tutti i paesi di partecipare alle negoziazioni e rende pubblico il testo delle trattative». Invece, per sapere qualcosa del Tisa c’è voluta WikiLeaks.
Ai signori del mercato, stavolta, è andata male.

Stefania Maurizi
(da “L’Espresso“)

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LA POLITICA LENTA CHE AIUTA GLI EVASORI

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

RIENTRO DEI CAPITALI DALLA SVIZZERA, PIU’ PASSA IL TEMPO PIU’ L’EVASORE SI ORGANIZZA PER FARLA FRANCA

Secondo voi perchè ci stanno mettendo così tanto tempo ad approvare le norme sul rientro dei capitali?
Perchè così chi vuole mettersi al riparo ha modo di riuscirci, per un italiano che vuole continuare a sottrarsi al fisco basta prendere la cittadinanza svizzera o meglio ancora di Panama”, racconta un banchiere svizzero che da Lugano osserva il dibattito parlamentare che si trascina da oltre un anno sul rimpatrio dei capitali dai paradisi fiscali.
Prima la norma sulla voluntary disclosure, cioè sull’autodenuncia di chi rivela al fisco i soldi custoditi all’estero prima che scattino i nuovi accordi che spingeranno le banche a dare tutte le informazioni, era in un decreto legge del governo Letta.
Poi è stata stralciata, ufficialmente perchè il decreto rischiava di decadere senza approvazione. E allora si ricomincia come disegno di legge alla Camera, in commissione Finanze, qualche emendamento lo migliora, qualche altro (del Pd e avallato dal governo) cerca di trasformare una misura concepita per sanzionare gli evasori in un condono.
I tempi restano incerti, chi ha i soldi su un conto svizzero o li ha affidati a un trust ha tutto il tempo per prendere le sue contromisure.
Un libro appena uscito della giornalista Nunzia Penelope, Caccia al tesoro (Ponte alle Grazie), ci rivela i retroscena della “legge morta due volte”, cioè quella sulla voluntary disclosure che prevede un’aliquota del 27 per cento sulle somme che si autodenunciano al fisco più una certa protezione legale sui reati connessi (almeno quelli fiscali, non quelli che hanno permesso di accumulare la somma, tipo traffico di droga o frodi finanziarie).
Nel libro di Nunzia Penelope si racconta di cosa sta succedendo in Svizzera mentre noi perdiamo tempo, come dimostrano i brani riportati dell’audizione in Parlamento della Unione Fiduciaria, una società  costituita da otto banche popolari che offre servizi di “protezione di patrimoni”, quelli di cui ha bisogno che vuole mantenere una certa discrezione sull’esistenza e la provenienza di somme consistenti.
I rappresentanti della Unione Fiduciaria, il direttore generale Filippo Cappio e l’avvocato Fabrizio Vedana, spiegano ai parlamentari che per come era concepita nella prima versione la voluntary disclosure avrebbe creato parecchi problemi agli evasori in Svizzera che avessero fatto emergere le loro somme, perchè rischiavano di trovarsi subito imputati per riciclaggio, “il tema non è semplice, è una bomba che gira e che rischia di scoppiare in mano all’ultimo che la maneggia”.
E spiegano anche che “se al contribuente si chiede troppo c’è il rischio di non ottenere niente: invece di aderire alla sanatoria, se ne andrà  a stare all’estero anche lui, trasferendo la residenza oltre ai soldi. Ci risulta che lo stiano facendo già  in tanti”.
Se poi il modulo da compilare, com’era previsto, ha 40 pagine e basta un errore per essere accusati di falso, allora gli incentivi a partecipare all’operazione trasparenza si riducono ancora. Insomma: una norma troppo tenera è un regalo agli evasori, una troppo dura rischia di spaventarli e di farli rimanere nell’anonimato.
Ma la cosa peggiore è una norma troppo dura adottata con enorme lentezza che permette ai titolari di depositi di origine illecita di organizzarsi per essere sicuri di farla franca quando scatteranno le nuove regole.
E anche le banche, costrette controvoglia a cooperare, hanno modo di individuare quelle scappatoie che permettono di rispettare formalmente la trasparenza senza perdere i capitali degli evasori, magari trasferendoli in una filiale di Singapore o nascondendoli in un trust blindato.
“Non si sa esaattamente quale parte di 42 minuti circa di audizione dell’Unione Fiduciaria abbia colpito maggiormente i parlamentari; sta di fatto che il 29 marzo 2014 il decreto sulla voluntary disclosure viene lasciato morire. Una forma pietosa di eutanasia, tanto era già  chiaro che il Parlamento non lo avrebbe mai approvato”, commenta Nunzia Penelope nel suo libro.
E a proposito delle alternative ora sottoposte alla Camera, dopo l’abbandono del decreto originario, la Penelope nota anche che “uno dei disegni di legge, tra l’altro, recepisce perfettamente tutte le richieste di ‘sconto’ avanzate dei fiduciari, e un secondo propone addirittura di allargare il beneficio ai capitali evasi ma rimasti in patria, lasciando cinque anni di tempo per decidere se aderire o meno”. Insomma, siamo passati da una norma forse troppo dura al progetto di un condono.
È la lotta all’evasione secondo i politici italiani.

Stefano Feltri

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FORZA ITALIA, ORA SI CHIUDONO LE SEDI: “SAREMO COSTRETTI A RIUNIRCI AL BAR”

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

STA SUCCEDENDO UN PO’ DOVUNQUE: PER RISPARMIARE SI RICORRE A LOCALI PIU’ PICCOLI O A CHIUDERE LE SEZIONI… ANCHE NEL REGNO DELLA BIANCOFIORE

Anche Forza Italia inizia a risentire della crisi, e per far quadrare i conti ha deciso di risparmiare sulle spese d’affitto delle sedi.
Se il partito nazionale ha dovuto lasciare la sede di via dell’Umiltà , a livello locale in certi casi le cose vanno anche peggio.
Come in Trentino Alto Adige, dove per far quadrare i conti gli attivisti sono costretti a rinunciare del tutto ad avere una sede.
Dopo quella di Trento, adesso la stessa sorte tocca anche alla sede di Bolzano, roccaforte della pasionaria berlusconiana Micaela Biancofiore.
Ormai, degli eletti locali, «soltanto lei e il consigliere regionale Giacomo Bezzi versano al partito parte dell’indennità », spiega il coordinatore regionale Enrico Lillo. «Avevamo già  ridotto i costi, ma adesso non possiamo più permetterci neanche l’affitto dell’appartamento in cui stiamo. Il rischio è che finiremo per vederci nei bar».

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I MAGISTRATI INDAGANO SUI TANTI AFFARI TRA MATTEOLI E L’IMPRENDITORE ERASMO CINQUE

Giugno 20th, 2014 Riccardo Fucile

LA SUA AZIENDA OTTENEVA QUOTE DI CANTIERI MILIONARI PER OPERE PUBBLICHE IN VENETO, LAZIO E LOMBARDIA

Un’impresa virtuale. Così le carte dell’inchiesta veneziana sul Mose descrivono la Socostramo di Erasmo Cinque, costruttore romano che è stato consigliere del ministro Altero Matteoli.
Lo scrive “l’Espresso” nel numero in edicola il 20 giugno.
Dai documenti consultati dal settimanale risulta che in effetti la Socostramo ha operato, più che con ruspe e scavatrici, attraverso un fitto trading di partecipazioni in importanti consorzi per realizzare opere pubbliche in Veneto, Lazio e Lombardia.
Nell’area di Venezia, Cinque ha ceduto alla Mantovani di Romeo Chiarotto e Piergiorgio Baita la sua quota nei consorzi La Quado, Fagos e Talea ricavando oltre 15 milioni di euro da attività  che risultavano bloccate per il blocco dei finanziamenti statali.
Nel 2012 la Socostramo ha incassato altri 15,3 milioni di euro da un lodo per i lavori sull’Appia nella zona di Albano Laziale.
In Lombardia, dove la Socostramo partecipa al raggruppamento che costruisce la piastra dell’Expo e alle bonifiche, c’è un’indagine aperta sulla ristrutturazione della caserma dei carabinieri in via Montebello a Milano.
Ma la partita finanziaria più rilevante riguarda l’Arcea Lazio, società  mista fra la Regione e un gruppo di privati fra i quali Cinque.
Arcea doveva realizzare l’autostrada Roma-Latina ma si è limitata a sperperare decine di milioni di euro in consulenze e progetti.
Dopo la liquidazione della società  e la perdita della concessione, Cinque ha fatto causa e ha vinto un lodo arbitrale da 43 milioni di euro contro il quale l’amministrazione pubblica ha proposto appello.
Il rapporto molto stretto tra Matteoli e Cinque è ribadito dal ruolo del costruttore nella Fondazione per il bene comune creata dall’ex ministro dell’Ambiente e poi delle Infrastrutture.

Gianfrancesco Turano

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