Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
SCANDALO MOSE: PER OGNI 5 EURO DI COSTI, 1 EURO DESTINATO A TANGENTI
Mazzette bipartisan. La cricca del Mose non avrebbe finanziato solo esponenti del
centrodestra come Altero Matteoli, ma avrebbe contribuito anche all’attività di personaggi di primo piano del Partito democratico come Enrico Letta, aiutato attraverso un incarico fittizio di 150 mila euro.
A parlare dell’ex premier è Roberto Pravatà , vicedirettore generale del Consorzio, per trenta anni fidatissima e silenziosa ombra di Giovanni Mazzacurati, il grande burattinaio del sistema che tra finanziamenti illeciti e consulenze ha trasformato la grande opera di Venezia in una tangentopoli a larghe intese: per ogni cinque euro, hanno calcolato gli inquirenti, uno è stato speso per favori.
Il Mose costa allo Stato 5 miliardi.
Il racconto di Pravatà è ritenuto dai pm non solo veritiero ma assolutamente affidabile perchè le modalità con cui è stato raccolto sono state del tutto casuali: nel febbraio 2013 durante una perquisizione a casa di Pravatà viene rinvenuto una sorta di diario che l’uomo teneva costantemente aggiornato in cui annota ciò che da ombra di Mazzacurati vede e sente.
Non solo, ma Pravatà è anche la cerniera con il centrosinistra: quando Massimo Cacciari, da sindaco di Venezia, chiede a Mazzacurati di comprare le azioni dell’Eni in Tethis — creando un consorzio bis — è lui a gestire l’intera operazione.
Quel diario è stato sequestrato e registrato tra le 109 mila pagine di carte dell’inchiesta sul Mose come “memoriale”.
Le pagine sono state trascritte e secretate dai magistrati accompagnate da interrogatori successivi durante i quali Pravatà conferma tutto quanto aveva scritto. “Mazzacurati mi convocò per dirmi che il Cvn avrebbe dovuto concorrere al sostenimento delle spese elettorali dell’onorevole Enrico Letta che si presentava come candidato per un turno elettorale attorno al 2007 con un contributo dell’ordine di 150 mila euro. Mi disse che il Letta Enrico aveva come intermediario per il Veneto, anche per tale finanziamento illecito, Arcangelo Boldrin con studio a Mestre in viale Ancona. In effetti venne predisposto un incarico fittizio per un’attività concernente l’arsenale di Venezia”.
L’ex premier: “Tutti pubblici i miei finanziamenti”
L’ex premier, raggiunto telefonicamente dal Fatto Quotidiano, ha ribattuto alle accuse: “Non ne so niente. Nego assolutamente. I finanziamenti che ho ricevuto sono tutti pubblici”. Sta di fatto che Pravatà mette in ordine anche i rapporti con lo zio Gianni. E ricorda di quando Mazzacurati gli disse che “Gianni Letta aveva per la prima volta chiesto soldi. Bisognava fare un intervento per permettere al ministro Lunardi di liquidare la sanzione di danno erariale della Corte dei Conti, derivante dall’ingiustificato allontanamento del presidente dell’ Anas”. Circostanza già emersa negli ultimi giorni da altri verbali e che hanno spinto Gianni Letta a smentire ogni suo coinvolgimento. Di fatto nè zio nè nipote figurano indagati nel procedimento. 500 mila euro portati a casa di Matteoli e la regola del 7
Anche l’ex ministro Matteoli ieri ha dichiarato di essere estraneo alla vicenda, eppure non solo è indagato per le bonifiche ambientali a Marghera, ma tra le oltre 109 mila pagine i riscontri a suo carico emergono costantemente. Non solo, ma stando a quanto ricostruito dagli inquirenti, Matteoli si sarebbe adoperato su più fronti: da ministro dell’Ambiente prima e delle Infrastrutture poi, avrebbe ricevuto finanziamenti per le campagne elettorali dalla riserva di fondi neri creati dalla cricca Serenissima avvinghiata attorno al Consorzio Nuova Venezia; avrebbe ricevuto mazzette per almeno 500 mila euro consegnate direttamente a casa sua in Toscana; avrebbe proposto di scendere a patti con il Consorzio assegnandogli direttamente e senza bando 600 milioni di fondi del dicastero che guidava in cambio del versamento di una tangente compresa tra il 6,5 e il 7,5% all’azienda Socrostrano di un suo uomo di fiducia, Erasmo Cinque, e l’avrebbe poi fatta accomodare anche nella prossima grande partita italiana: l’Expo 2015 di Milano.
Questo è lo sconcertante ritratto dell’ex ministro. Intercettazioni, verbali di interrogatori, riscontri messi in fila dai tre magistrati di Venezia Stefano Ancillotto, Stefano Buccini e Paola Tonini.
L’anello di congiunzione tra la Laguna e l’Expo
Dopo Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani, anche Mazzacurati racconta con particolari dettagliati il ruolo di Matteoli e confermando che l’uomo dell’ex ministro era Cinque.
“Abbiamo versato cifre intorno al mezzo milione di euro. Poi c’era Erasmo Cinque, ma questa persona è entrata nel Consorzio aggregandosi a Matteoli, è una persona un po’ discutibile.. è titolare di una società che si chiama Socostramo. Io li ho trovati varie volte al ristorante vicino al ministero, c’è un ristorante che si chiama Enoteca Capranica. Questa persona (Cinque, ndr) ha stretto un legame molto solido con Baita”.
Cinque “è una persona che praticamente non ha impresa, è una combinazione di effetti, così, insomma. È una persona con cui io non ho un rapporto buono per cui potrei essere indotto a non parlarne benissimo, però è una persona così, insomma, discutibile per tanti aspetti”.
Baita e Cinque hanno molti interessi in comune, prosegue l’ingegnere, “insomma, hanno dei lavori in comune. Per esempio hanno preso un lotto della… di quel grande lavoro a Milano, come si chiama… l’Expo di Milano e direi che… l’Expo di Milano che Baita ha preso con un fortissimo ribasso, facendo conto che il lotto che ha preso con Cinque è un lotto strategico, per cui lui ha un po’ in mano la situazione”.
Il lotto è la Piastra, già finita sotto inchiesta, il cui appalto è stato seguito da Infrastrutture Lombarde che un mese fa hanno portato all’arresto del direttore generale Antonio Rognoni per corruzione e turbativa d’asta, uomo di fiducia di Roberto Formigoni.
Il papà del Mose, Mazzacurati spiega come ha fatto entrare Erasmo nella partita di Expo.
“Il referente politico di Erasmo era Matteoli (…) Socostramo ha il 5% di Ati” che si aggiudica i lavori. “Un 5% pagato a Socostramo che è di Erasmo Cinque, il cui referente è Matteoli?”, chiedono i pm. “Il 5% è sull’Expo”, conferma Mazzacurati. Ma il “lavoro lo fa tutto Baita, tutto…” come “per le bonifiche a Marghera”.
La questione di Marghera, come abbiamo ricostruito ieri sul Fatto, la riferisce Baita: Matteoli propone a Mazzacurati di affidare le bonifiche nell’area al Consorzio senza gara e destinargli i 600 milioni di “condono ambientale” pagati da Edison, Eni ed Enel, a condizione che nei lavori venisse coinvolta la società di Erasmo al quale veniva versata una “tangente da 6,5%” prima e del “7,5% in un secondo momento”. Matteoli sarà accontentato, stando a quanto riferiscono sia Baita sia Mazzacurati, e nell’Ati.
Il ruolo dell’avvocato di Berlusconi
C’è poi la conferma del coinvolgimento di Ghedini. Sempre Mazzacurati: “Erano venute… delle lamentele attraverso… gli avvocati di Berlusconi, Ghedini, è una roba molto antipatica, una persona non simpatica Ghedini, che niente, che ha detto che noi soldi non ne tiravamo fuori, che facevamo per cui ci fu una discussione avvenne perchè dicevano che davamo troppo pochi soldi”. “A chi?”, chiede il pm. “Che davamo pochi soldi a loro”, risponde Mazzacurati. “Quindi alla loro parte, al Pdl intende?”, insiste il pm. “Sì, sì”, conferma l’imprenditore, che aggiunge: “Replicai che purtroppo quelli erano i soldi che avevo”.
A riferire della lamentela, continua Mazzacurati, non fu Ghedini personalmente: “La lamentela me l’hanno riferita… per esempio Ghedini, che non l’ha detto a me, l’ha detto a… hanno detto che noi eravamo troppo tirchi… Me l’ha detto Baita: ‘Sai cosa dicono? Che dai troppi pochi soldi’”. “Ma lei replicò — domanda il pm — che al solo governatore dava un milione di euro all’anno?”. “Sì”, risponde Mazzacurati, “solo che dovevo star attento a dire cose del genere, perchè dopo Ghedini andava da Berlusconi e diceva… potevano venir fuori degli incidenti diplomatici…”.
A parlare di Ghedini, anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, che racconta l’incontro tra Ghedini e William Colombelli, console di San Marino e fondatore della Bmc che, secondo gli inquirenti era il tramite per creare fondi neri della cricca all’estero: “Ho conosciuto Colombelli a casa di Ghedini”.
Ghedini—che non è indagato—ha smentito qualsiasi coinvolgimento. §
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile
MAZZACURATI: “L’EX SINDACO CI HA CHIESTO 300 MILA EURO PER IL VENEZIA CALCIO, MA SOPRATTUTTO DI AIUTARE UN’AZIENDA PER UN CANTIERE DA 10 MILIONI”
Con Massimo Cacciari nacque un “consorzio bis” e anche l’ex sindaco — che non è indagato — chiese favori su favori ai “burattinai” del Mose, Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, che nei mesi scorsi l’hanno raccontato agli inquirenti.
Oltre a Enrico Letta, l’altro nome eccellente del centrosinistra, emerso nei verbali d’interrogatorio è quello di Massimo Cacciari.
E c’è un personaggio che unisce i due — Letta e Cacciari — nel racconto di Mazzacurati e Baita: parliamo di Roberto Pravatà , ex vice direttore generale del consorzio, l’uomo che raccolse il memoriale su Letta.
È lo stesso Pravatà che, secondo Baita, gestisce la nascita di un “consorzio bis” su input di Cacciari.
IL CONSORZIO BIS
“Thetis — dice Baita ai pm — è una società che ha sempre fatto bilancio con trasferimenti dal Consorzio. Ma non ha creato niente, purtroppo, li ha spesi tutti, in Cina…”.
All’inizio Cacciari — dice Baita — chiede di inserire in Thetis un suo uomo di fiducia: “La società nasce perchè era l’unico tavolo dove per esempio, con Cacciari, Mazzacurati aveva un dialogo, perchè Paruzzo era l’uomo che Cacciari aveva chiesto di mettere a Thetis, ed era l’unico…”.
Su Paruzzo, tra Cacciari e Mazzacurati, si creano anche forti tensioni: “C’è stato un momento di scontro molto violento con Cacciari quando c’è stata la questione delle alternative. La persona che teneva i contatti era Paruzzo”.
“Questo quando l’ha voluto Cacciari?”, chiede il pm. “Quando è nata Thetis”, risponde Baita.
L’imprenditore racconta l’evoluzione della società : “Thetis nasce per azione del gruppo Eni, un’intesa tra l’Eni e il Comune di Venezia. Poi l’Eni, stanca di spendere soldi, ha detto che se ne andava”.
E anche in quest’occasione , racconta Baita, Cacciari interviene su Mazzacurati; “Ha chiamato Mazzacurati e gli ha detto di comprare le azioni dell’Eni in Thetis. E così il Consorzio entra in Thetis, sostituendosi all’Eni, nel 2003. Operazione che ha seguito Pravatà . Da quel momento Thetis è stato il consorzio bis, sottratto ai consorziati”.
È quindi Pravatà l’uomo che gestisce l’operazione indicata da Cacciari.
E non si tratta dell’unica operazione che l’ex sindaco ha proposto a Mazzacurati e Baita.
RAPPORTI POLITICI
Mazzacurati, descrivendo le sue relazioni con il mondo della politica, spiega ai pm: “Ho avuto rapporto con Cacciari”. L’ex sindaco di Venezia chiese a Mazzacurati di aiutare un imprenditore: “Mentre era sindaco mi ha chiesto di aiutare un’impresa che si chiamava Marinese, che veniva da quella che è una grossa impresa che si chiamava Guaraldo”.
La Guaraldo, che è della famiglia Marinese, è effettivamente una grande impresa che spazia dall’edilizia ai parcheggi pubblici.
È stata molto attiva anche nel periodo in cui Cacciari era sindaco. E in un’occasione Lorenzo Marinese minacciò di far causa proprio al comune di Venezia mentre un progetto, che non dipendeva più dal municipio veneziano, iniziava ad arrancare: “Gli daremo tutto il supporto possibile e immaginabile. Purtroppo il progetto Cel-Ana non dipende più da atti del Comune, ma è legato a vicende che non possiamo controllare. Mi riferisco ad esempio ai ricorsi in sede giudiziaria.Lì non possiamo proprio fare niente. Ma cercheremo comunque di dargli una mano”.
LA SOCIETà€ SPORTIVA
Una mano per l’imprenditore d’origine siciliana, nella versione di Mazzacurati, Cacciari la chiese anche al dominus dell’affare Mose. E per ben altro: “Poi Cacciari mi ha chiesto una sponsorizzazione di 300 mila euro per la squadra di calcio, però, insomma, una roba così”.
Marinese è infatti il patron della squadra di calcio del Venezia. Il Fatto Quotidiano ha provato a contattare Cacciari, con diverse telefonate e un sms, per conoscere la sua versione dei fatti sul “consorzio bis”, le azioni di Thetis e l’interessamento per il grande costruttore siciliano Marinese, ma non è arrivata alcuna risposta.
Massari e Vecchi
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
ELEGGONO UN SINDACO AZZOPPATO, SENZA MAGGIORANZA IN CONSIGLIO… E DOPO AVER ACCUSATO IL MONDO DI “GOVERNARE CON LA SINISTRA”, PUR DI MANTENERE UNA POLTRONA, REALIZZANO LORO L’INCIUCIO
Un miracolo «zoppo» quello compiuto da Dario De Luca, nuovo sindaco del «feudo rosso» di Potenza.
L’impresa del candidato di Fratelli d’Italia, infatti, si scontra con il nodo della governabilità , visto che, stando ai dati del ministero dell’Interno, De Luca dovrà convivere con un Consiglio comunale a forte maggioranza di centrosinistra.
Sentiamo cosa ha dichiarato a “il Tempo” in questa intervista.
Sindaco De Luca, è preoccupato dai numeri del Consiglio?
«Assolutamente no. Io presenterò un progetto basato su onestà , trasparenza, lotta agli sprechi. E lo aprirò ai contributi di chiunque voglia partecipare. Se non otterrò la maggioranza, rimetterò il mandato agli elettori e saranno loro a giudicare di chi è la responsabilità ».
Si aspettava la rimonta sul candidato di centrosinistra? Al primo turno c’erano oltre trenta punti di distacco…
«È stato un miracolo. Ero sicuro di ottenere un buon risultato, ma non pensavo addirittura di vincere».
Come si spiega il «ribaltone»?
«Facendo un’analisi del voto, si può verificare come la mia proposta abbia ottenuto voti sia nel centrodestra che nel centrosinistra. Ha probabilmente contato la stima personale nei miei confronti. La gente è stanca di una politica che non si occupa dei problemi dei cittadini e che pensa solo a gestire il potere in maniera autoreferenziale. Questo risultato ha condannato vent’anni di immobilismo a Potenza».
È stato un voto post idelogico?
«Certo, è così che voglio essere definito, un candidato post ideologico. Alle elezioni comunali categorie come centrodestra e centrosinistra lasciano il tempo che trovano. Bisogna votare i progetti e le persone che si dimostrano capaci di attuarli».
Che lezione può trarre il centrodestra dal suo successo?
«Io credo che in passato la mia coalizione abbia pagato l’aver fatto un’opposizione troppo blanda, ai limiti del servilismo nei confronti della sinistra. Credo che il centrodestra, anche a livello nazionale, possa avere speranza solo se riparte dai valori fondanti dell’onestà e della trasparenza dell’amministrazione».
Esiste una questione morale a destra?
«Tutto il Paese, purtroppo, vive una deriva profonda verso la corruzione. Ne è testimone anche la difficoltà che sta incontrando in Parlamento l’approvazione di una nuova legge in materia. Il centrodestra ha il compito di depurarsi dalle personalità corrotte e tornare a un’ispirazione “montanelliana”, intransigente. Altrimenti resterà a piangere i propri condannati».
Avete capito bene: dato che “siamo in una fase post-ideologica e non identitaria”, che “categorie come destra e sinistra lasciano il tempo che trovano”, che “bisogna votare i progetti e le persone”, l’importante è essere aperti al contributo di tutti (ovvero del Pd) e governare insieme su un programma concordato.
Per carità , può essere la strada giusta per conservare la poltrona di sindaco e non tornare al voto.
Peccato che il partito di De Luca sia lo stesso che ha rotto le palle a mezzo mondo, da Forza Italia al Ncd, per non dimenticare “il traditore” Fini, per aver governato con la sinistra attraverso le larghe intese.
Ora abbiamo capito: quando le fa “sora Giorgia blablabla” vanno bene, quando le fanno gli altri no.
La coerenza al potere.
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO IL SENATO DUBBI ANCHE A MONTECITORIO: “SU IRPEF STIMATO UN TAGLIO INFERIORE DEL 10%”… COPERTURE NON STRUTTURALI, MA UNA TANTUM
Dopo i tecnici del Senato, anche quelli della Camera evidenziano alcuni rilievi sul decreto
Irpef, che in attesa di essere convertito anche alla Camera ha già portato nelle buste paga di quasi 10 milioni di italiani gli ormai famosi 80 euro.
Tante e distinte le osservazioni fatte dal Servizio Studi di Montecitorio.
A partire, come già avevano fatto i colleghi di Palazzo Madama, dalla stima effettuata dal governo sul taglio dell’Irap.
Il 10% secondo Palazzo Chigi, meno secondo i tecnici della Camera.
“La riduzione del gettito in termini di competenza (stimato in 2.059 mln annui) corrisponde ad una quota inferiore al 10% (misura della riduzione introdotta dal dl in esame) del gettito Irap settore privato realizzato nel 2013 (24.813 mln)”, si legge nella relazione. In parole povere sarebbe stato messa in conto una riduzione delle entrate previste minore di quanto comporterebbe un taglio del 10% dell’Irap.
Che invece, secondo le stime della Camera che riprendendo quelle già fatte dal Senato, considerato il gettito 2013, dovrebbe essere di 2481 euro annui.
Effetti su Erario da rinvio Tasi
Non solo Irap però. I tecnici sollevano obiezioni anche sul rinvio della Tasi, inserito con un emendamento al decreto in conversione e poi replicato in un altro porvvedimento ad hoc approvato la scorsa settimana.
Lo slittamento potrebbe infatti non essere neutrale per il bilancio dello Stato ma è anzi “suscettibile di recare effetti finanziari”.
I tecnici sottolineano due punti in particolare.
Il primo riguarda gli interessi sulle anticipazioni corrisposte ai Comuni che hanno optato per il rinvio. “In proposito si segnala che, pur considerando che le somme erogate sono recuperate nel corso dell’anno, andrebbero prudenzialmente valutati gli effetti in termini di maggiori spese per interessi a carico del Bilancio dello Stato sulle quote corrisposte a titolo di anticipazione effetti finanziari”.
In secondo luogo “tenuto conto che la normativa vigente prevede un limite massimo di aliquota Imu + Tasi, l’erogazione di una somma anticipata calcolata sulla base dell’aliquota ordinaria Tasi potrebbe risultare eccessiva nei Comuni che, pur non avendo deliberato in materia di Tasi, abbiano applicato elevate aliquote Imu e, conseguentemente, dovranno applicare aliquote Tasi ridotte”.
Verificare le stime su Bankitalia
C’è poi il capitolo Bankitalia. In questo caso i tecnici chiedono chiarimenti sull’importo complessivo, circa 6,9 miliardi di euro, a cui si applica la nuova imposta sostitutiva di rivalutazione (che il governo ha fatto salire dal 12% al 26%).
“Appare opportuno – si legge nel testo – che vengano forniti elementi di maggior dettaglio al fine di verificare la stima effettuata, con particolare riferimento alla definizione dell’importo complessivo, pari a 6,9 miliardi, su cui si applica l’imposta sostitutiva, tenuto conto della significatività del gettito atteso” dalla misura.
Irpef, la platea potrebbe essere cambiata
I tecnici della Camera poi mettono in guardia il governo e chiedono chiarimenti sulla ragione che ha spinto il governo a calcolare l’impatto dei possibili beneficiari del bonus sulla base dei dati 2011, e non di quelli più recenti.
La platea, scrivono,”potrebbe aver subito un cambiamento significativo sia dal punto numerico sia dal punto di vista del reddito”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
SI TERRA’ A MILANO AL MOTTO “SVEGLIAILCENTRODESTRA”… UN MIGLIAIO LE ADESIONI ALL’APPELLO SUL WEB
La Leopolda del centrodestra si farà , anche se per ovvi motivi non si chiamerà così.
Il nome – provvisorio – è #svegliailcdx (sveglia il centrodestra), come l’hashtag che negli ultimi giorni sta spopolando su Twitter, grazie all’impegno di alcuni giovani che stanno provando a dare la scossa a un mondo, quello dei cosiddetti «moderati italiani», uscito con le ossa rotte dalle elezioni.
Tutto è nato con l’appello del direttore de La Cosa Blu, Lorenzo Castellani, lanciato su formiche.net .
Una «chiamata alle armi» che si è trasformata in un manifesto programmatico, pubblicato sul sito www.contrattoperilcentrodestra.it , che in una decina di giorni ha raccolto un migliaio di firme di sostegno.
Oltre a quelle di militanti e imprenditori, sono arrivate diverse adesioni anche dal mondo della politica.
Ad esempio quelle di Alessandro Colucci (coordinatore regionale lombardo di Ncd), Galeazzo Bignami (consigliere regionale emiliano di Forza Italia), Marco Tizzoni (consigliere regionale lombardo della Lega Nord) e tanti altri.
Una serie di endorsement trasversali che confermano come la manifestazione «non sarà di partito, ma di area», spiega Valerio Lamorte di Assodestra.
«La convention dovrebbe tenersi la prima settimana di ottobre a Milano – spiega ancora Lamorte – perchè è da lì, con la sconfitta della Moratti alle comunali, che è cominciato “ufficialmente” il declino del centrodestra».
Lo schema sarà in tutto e per tutto simile a quello della Leopolda renziana.
I vari «relatori» avranno al massimo cinque minuti a disposizione e a salire sul palco saranno esponenti dell’imprenditoria e dell’economia internazionale.
Adesioni «pesanti» sarebbero già arrivate ma, al momento, gli organizzatori hanno preferito non ufficializzarle.
Giù dal palco, invece, i parlamentari. «Se vorranno – insiste Lamorte – potranno venire ad assistere ai nostri lavori».
Probabile, inoltre, la presenza di alcuni rappresentanti delle organizzazioni giovanili dei repubblicani americani e dei conservatori inglesi, così siamo a posto.
Ma di cosa si parlerà nella Leopolda «azzurra»?
Una traccia la offre il manifesto pubblicato on line. «Il centrodestra – si legge – deve tornare a far ragionare in una logica aperta e unitaria tutti i partiti, i gruppi, le associazioni, i magazine, le persone che si riconoscono nell’area alternativa alla sinistra».
Partendo dalle riforme istituzionali in chiave presidenzialista, dall’impegno per un fisco equo, dalla lotta alla burocrazia e dal rinnovamento della classe dirigente con primarie a tutti i livelli. Leadership compresa.
Un po’ poco forse, ma in fondo basta accontentarsi .
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
LA LISTA DEI 213 CANDIDATI NASCONDE LA SOLITA LOTTIZZAZIONE TRA I PARTITI
La legge parla chiaro. I componenti dell’autorità anticorruzione devono essere scelti «tra
esperti di elevata professionalità , anche estranei all’amministrazione, con comprovate competenze in Italia e all’estero, sia nel settore pubblico che in quello privato, di notoria indipendenza e comprovata esperienza in materia di contrasto alla corruzione».
A far riflettere, semmai, è la procedura: i candidati vengono indicati dal governo ma le nomine sono subordinate al «parere favorevole delle commissioni parlamentari competenti espresso a maggioranza dei due terzi dei componenti».
Il che potrebbe inevitabilmente aprire spazio ad accordi sottobanco fra i partiti. Secondo il ben noto meccanismo: «Due scelti da me, uno da te e uno da lui».
Inutile dire che per la piega che hanno preso le cose, con le inchieste sull’Expo e sul Mose che stanno squarciando il velo su un cancro dalle metastasi diffuse in profondità nel mondo degli affari, della politica e anche dell’alta burocrazia, la faccenda è delicatissima.
Così delicata da richiedere tempi di reazione rapidi. Forse più di quelli a cui stiamo assistendo.
I termini per la presentazione delle candidature da parte degli interessati sono scaduti il 14 aprile, due mesi fa. In un paese nel quale abbiamo subito il proliferare di authority di ogni tipo, questa è quella che ha avuto la vita più travagliata.
E dopo lo spettacolo sconcertante che ci hanno offerto in questi giorni le cronache non è molto difficile capire perchè
L’autorità anticorruzione viene istituita con poche risorse umane e pochissimi soldi sette anni fa, soltanto perchè c’è lo impongono gli accordi internazionali.
A capo ci mettono il prefetto Achille Serra, che l’anno seguente sceglierà di candidarsi alle elezioni con il Partito democratico passando poi all’Udc. È il 2008, Silvio Berlusconi ritorna a palazzo Chigi, e una delle prime iniziative del nuovo governo è quella di sopprimere l’authority, bollata come inutile.
Ma siccome i trattati ne prevedono comunque l’esistenza, le funzioni vengono assegnate alla Civit, meglio nota come autorità anti fannulloni.
Si tratta di un organismo che dovrebbe vigilare sulla trasparenza e l’efficienza della pubblica amministrazione, ma lo stato in cui versa la nostra burocrazia dice tutto sulla sua efficacia.
Lo capisce immediatamente uno dei suoi componenti, Pietro Micheli, che se la dà a gambe appena può.
Nel frattempo l’unica cosa che marcia sono le assunzioni. Si arriva così a oggi.
La Civit diventa Anac, che sta per Autorità nazionale anticorruzione, e alla sua testa viene nominato il magistrato Raffaele Cantone.
A cui viene affidato un compito da far tremare le vene ai polsi, in un clima non proprio confortevole per chi vuole stroncare la corruzione.
E qui torniamo alle decisioni che governo e parlamento sono chiamati a prendere in questi giorni. Scelte cruciali, visti i precedenti.
Le autorità indipendenti, che dovevano rappresentare il baluardo dei cittadini contro i soprusi dei poteri economici e in qualche caso anche del malaffare, hanno in gran parte fallito la propria missione.
Un caso per tutti, quello dell’authority per la vigilanza sugli appalti. Organismi che dovevano essere rigorosamente separati dal politica e dai partiti non sono rimasti estranei alle pratiche della lottizzazione, risultando talvolta un comodo approdo per alti burocrati pubblici a fine carriera, spesso esponenti di quella magistratura amministrativa competente a giudicare sui ricorsi avverso le stesse authority, in un conclamato conflitto d’interessi.
Al governo sono arrivate 213 candidature regolarmente pubblicate sul sito.
Ma senza i curriculum e i riferimenti anagrafici, così da rendere difficilmente identificabili persone dai nomi piuttosto comuni come il candidato Ciro Esposito. Nella lista non mancano tuttavia numerosi esponenti riconoscibili della burocrazia pubblica.
Come il magistrato del Tar Alfredo Allegretta. E il consigliere di Stato Michele Corradino, già capo di gabinetto di Giulio Santagata (governo Prodi), Stefania Prestigiacomo (governo Berlusconi) e Mario Catania (governo Monti).
E Carlo D’Orta, già consigliere dei ministri Maurizio Sacconi, Sabino Cassese, Franco Frattini e Franco Bassanini.
E Manin Carabba, classe 1937, presidente onorario della Corte dei conti, già capo di gabinetto di vari ministri per un decennio consecutivo ai tempi della Prima repubblica. E Caterina Cittadino, capo dipartimento di Palazzo Chigi.
E Stefano Passigli, ex sottosegretario alla presidenza nei governi D’Alema e Amato.
E Livio Zoffoli, ex presidente del Cnipa, già authority per l’informatica pubblica.
E Costanza Pera, direttore generale del ministero delle Infrastrutture.
E Sergio Basile, già capo di gabinetto dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno.
E il consigliere della Corte dei conti Ermanno Ranelli.
E Diana Agosti, capo del dipartimento delle politiche europee di palazzo Chigi, consorte dell’ex presidente dell’Antitrust ed ex viceministro Antonio Catricalà .
E Salvatore Sfrecola, magistrato della Corte dei conti che dirige il giornale online www.unsognoitaliano.it sulla cui home page campeggia il motto di Marco Porcio Catone: «I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori».
Nell’elenco dei candidati c’è anche un certo Francesco Merloni. Che sia lo stesso Merloni, 89 anni a settembre, autore da ministro dei Lavori pubblici della famosa legge per stroncare Tangentopoli, subito tradita?
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
A CHIEDERE LA SUA SOSTITUZIONE IN COMMISSIONE E’ STATO CASINI DEFINITO “TORQUEMADA”…ORA RISCHIA ANCHE MINEO
Le riforme sono di là da essere approvate, ma fanno una prima vittima.
E’ il senatore Mario Mauro, rimosso dalla commissione Affari costituzionali che si avvia a discutere il disegno di legge che dovrebbe trasformare il Senato in Camera delle autonomie. Una sostituzione che Mauro ha subito e che porterà al suo posto Lucio Romano, molto più indulgente con il governo Renzi. C’è chi la chiama “epurazione”.
C’è chi dà del “giuda del 21esimo secolo” al presunto tessitore di questa operazione: Pier Ferdinando Casini che del resto di esperienza parlamentare ne ha da vendere, visto che tra Camera e Senato spegne quest’anno 31 candeline.
Mauro reagisce: “Non sono il Dudù di Renzi”, “Casini è il Torquemada“.
Tutto il centrodestra fa l’indignato e esprime solidarietà . Nel frattempo però la parabola di Mauro, che ora si è preso 24 ore di tempo per decidere se uscire dal gruppo parlamentare insieme ad altri colleghi, finisce nel peggiore dei modi.
Sarebbe in teoria il leader dei Popolari per l’Italia, ma l’estromissione di oggi rende chiaro che non lo è più.
Era diventato una figura autorevole dentro il Pdl, del quale ha fatto il capodelegazione fino all’inverno 2013. Alla fine del 2012, lungo la strada verso Scelta Civica, fu tra coloro che — molto prima della condanna definitiva — presero il coraggio a quattro mani e lasciarono Berlusconi.
Il tempo di prendere posto a Palazzo Madama e il gruppo parlamentare montiano si era già scisso: più o meno democristiani da una parte, liberali dall’altra.
I primi erano guidati proprio da Mauro che è comunque rimasto ministro della Difesa per quasi un anno.
E ora si capisce perchè al posto di Mauro nel governo è finito un uomo di Casini (il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti): è evidente che il leader dell’Udc conta molto di più.
“La manina, o la manona — dice Mauro — è molto chiara, ed è l’esito delle elezioni europee, con molti che vogliono asservirsi ai diktat del presidente del Consiglio”.
Secondo Mauro a dimostrare che dietro la decisione della sua sostituzione ci sia il Governo, c’è il fatto che già in mattinata “il sottosegretario Delrio aveva comunicato a un senatore il contenuto e l’esito della riunione di un gruppo, al quale egli non appartiene ma che evidentemente gli appartiene”.
“Qualcuno più realista del Re — ha insistito l’ex ministro della Difesa — si è reso disponibile all’operazione” che poi “è stata condotta da alcuni sprovveduti bravi”.
“Il ruolo di Torquemada — ha poi raccontato — lo ha assunto Casini con un intervento accorato con cui ha chiesto la mia sostituzione”.
“Io non solo sono a favore di riforme in generale — ha poi spiegato — ma voglio questa riforma del Senato e del Titolo V; ma evidentemente se non ci si concepisce come il Dudù di Renzi, difficilmente si parteciperà a questo processo”.
E ora il mirino si sposta su Corradino Mineo.
Nei giorni scorsi, si era profilata un’analoga ipotesi di sostituzione e lui ribadisce che non ha alcuna intenzione di dimettersi e che un’operazione del genere sarebbe un “errore politico” del capo del governo.
A commentare è Vannino Chiti, ex ministro delle Riforme che aveva presentato un ddl alternativo a quello del governo poi trasformati in emendamenti. parla anche del collega Pd Mineo: “La rimozione del senatore Mauro dalla commissione Affari Costituzionali lascia sconcertati — afferma — Sono messe in discussione autonomia e responsabilità del ruolo dei parlamentari sancite dalla Costituzione. Ci si sta mettendo su una brutta strada: non è quella da seguire per fare una buona riforma costituzionale”.
“Il problema — aggiunge — non sono Mauro, Mineo o i cosiddetti ‘aghi della bilancia’: se il Pd vuole per la riforma della Costituzione un asse esclusivo con Forza Italia e Forza Italia vota, i numeri in Parlamento ci sono. Se Forza Italia non ci sta o saggiamente tutti ritengono che sulla Costituzione e la legge elettorale sia da ricercare un consenso più ampio, quello che serve è un confronto e un dialogo reali, non ricercare scorciatoie di tipo autoritario, che non portano a niente”.
Sulla sostituzione di Mineo il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi dice che “valuteranno il gruppo e il capogruppo, ma c’è un tema fondamentale, quello della compattezza del gruppo. E’ ovvio che ci sia un confronto, che è stato ampio” ma l’importante è che ci sia “una compattezza plastica del gruppo al momento dell’approvazione”.
La traduzione pare chiara. Tanto più che a rendere più chiaro la strada è il sottosegretario alle Riforme, Ivan Scalfarotto: “Gli italiani hanno approvato l’approccio riformatore del governo. È come se avessero detto all’esecutivo: ok, procedi. Nel Pd lo hanno capito quasi tutti. Tranne alcune persone, e penso a Corradino Mineo, a Walter Tocci, a Vannino Chiti. A quale elettorato si rivolgono, mi chiedo. Il nostro elettorato ci ha chiesto di andare avanti senza ulteriori indugi”.
E alla fine Scalfarotto avverte: “Chi fa saltare le riforme si assume la responsabilità di non far fare a Renzi quello che gli italiani gli hanno chiesto. E dovrebbero renderne conto”.
Forza Italia vede riavvicinarsi il figliol prodigo ex “traditore”: “Esprimo solidarietà al senatore Mario Mauro per aver subito quella che, secondo le modalità dichiarate dall’ex ministro, si può definire un’epurazione, tipica di una gestione troppo autoritaria di un gruppo parlamentare in una repubblica parlamentare matura come dovrebbe essere la nostra” dichiara Paolo Romani, presidente del gruppo Forza Italia”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
RENATO NATALE E’ STATO RIELETTO A DISTANZA DI VENT’ANNI DAL SUO PRIMO MANDATO
Ha vinto ancora lui, contro Gomorra. Ma ci sono voluti venti anni e tre scioglimenti
antimafia.
Renato Natale, 64 anni, medico, esponente di Libera, è di nuovo sindaco a Casal di Principe, 20mila abitanti, epicentro dell’impero del clan dei casalesi.
«La mia parola d’ordine? Lo Stato. Che sanziona, ma che sa anche stare al fianco dei cittadini migliori».
È la nemesi del potere criminale, quattro lustri dopo la breve primavera di Casale.
Eletto al ballottaggio con il 68,3 e due liste civiche (contro le quattro liste e il 31,7 del rivale omonimo, Enricomaria) il primo cittadino aveva già governato per dieci mesi, dal ’93 al ’94, poi costretto a dimettersi per il voto contrario della sua maggioranza, dopo l’esecuzione mafiosa del parroco Peppino Diana.
Un risultato che provoca entusiasmo: dalla Bindi, a Saviano (che twitta: «Casal di Principe è in una nuova era») a Nichi Vendola (che parla di «riscatto e futuro migliore» e lancia l’hashtag #tuttanatastoria).
Allora, dottor Natale, da dove ricomincia?
«Qualcosa avevamo avviato. E mi piace pensare, come diceva Troisi, che posso ricominciare da tre: la speranza che avevamo sollevato, l’impegno che oggi muove molti cittadini e il sangue di un martire come don Diana. Io l’ho visto morto don Peppe, e oggi è risorto insieme a noi, insieme al popolo di Casale».
Oltre alla piaga criminale, il paese sconta ritardi, abusi, inquinamento ambientale. Eppure ha il record di aziende edilizie. Quale sarà la prima, simbolica azione?
«Per esempio, costituirci sempre parte civile nei processi per inquinamento e per i delitti che gravano sull’attesa di riscatto dei nostri giovani. Ma il primo gesto “rivoluzionario” è l’organizzazione. Organizzare la macchina comunale che non funziona, organizzare le risorse, il tempo, le energie positive. Siamo in un dissesto finanziario e soprattutto burocratico. Poi, con tutti i consiglieri comunali, sottoscriveremo la Carta di Pisa: codice di trasparenza e onestà per gli amministratori».
A Casale, tra l’altro, quasi nessuno aveva un contatore e pagava la bolletta dell’acqua, fino all’arrivo del commissario prefettizio Silvana Riccio.
«Ripartiremo anche da lì, ma facendo dei distinguo. Qualcuno non allacciava i contatori, e lo Stato non può recuperare in un attimo decenni di abbandono».
In aula di giustizia, di recente, il pentito De Simone ha detto che i clan e i loro amici politici la detestavano perchè lei «parlava con Violante e lo Stato mandava più controlli ». Come sono stati questi venti anni?
«Normali. Senza mai rinunciare alle battaglie. Intanto arrivavano le stangate giudiziarie. Tantissimi capi sono al regime duro di 41 bis, tanti ergastoli sono stati inflitti. Ma il problema ovviamente è culturale, e di sviluppo. E sbrigare questi nodi è il mestiere della politica e dell’amministrazione che si assume le proprie responsabilità , e i propri guai».
Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)
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Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile
AVVOCATO TRENTACINQUENNE, UN PASSATO DA SCOUT E LA DICHIARATA FEDE CATTOLICA
Avvocato, trentacinquenne, appena eletto sindaco in una roccaforte del centrosinistra, un passato da scout e la dichiarata fede cattolica.
Ci sarebbero tutti gli ingredienti per definire Andrea Romizi – neosindaco forzista di Perugia, strappata al centrosinistra dopo 70 anni – la nuova promessa del centrodestra in chiave anti renziana.
Ma è lo stesso primo cittadino a frenare: «Adesso sono concentrato esclusivamente su Perugia, in questa fase non sono ammesse distrazioni di alcun tipo».
Nessuna ambizione di scalare il partito, quindi, magari anche perchè l’ultima promessa di Forza Italia arrivata dagli enti locali, l’ex sindaco di Pavia Cattaneo, è stata appena bocciata dalle urne: «Sono amico di Alessandro – spiega Romizi – e quello che voglio dirgli è che, nonostante tutto, resterà un punto di riferimento».
Sindaco Romizi, è l’unico «superstite» di Forza Italia…
«In effetti mi sento come il sopravvissuto a una bufera. Mi aspettavo di ottenere un buon risultato, ma francamente non in queste proporzioni».
Come ha fatto a «salvarsi»?
«Di fondo credo che ci sia stato un forte malcontento nei confronti della precedente amministrazione di centrosinistra. Lo dimostra anche l’alta percentuale degli astenuti, gente che magari non avrebbe mai votato a destra ma che non ha voluto rinnovare la fiducia a chi governava da anni la città . Di contro, ho provato a dare buoni motivi agli elettori per sostenermi con una campagna elettorale basata principalmente sulle proposte e non sulle critiche. Il risultato è che a votarmi sono state anche tante persone dell’altra sponda. Io, da parte mia, ho cercato di parlare a tutti».
Che lezione deve trarre Forza Italia dal suo successo?
«Bisogna ripartire dalle cose semplici, ricollegarci al territorio. In second’ordine, puntare forte sulla meritocrazia e valorizzare quegli amministratori locali che sul campo hanno dimostrato di lavorare al meglio. Negli ultimi tempi c’è stato un forte scollamento tra i vertici del partito e le realtà locali, ora bisogna lavorare per ricostruire una comunità , umana prima che politica».
Come amministrerà la «rossa» Perugia?
«Al di là dei singoli interventi, credo che complessivamente va restituita dignità politica a questa città . Parlerò con le realtà locali per capire dove vuole andare Perugia nei prossimi vent’anni, per evitare che si proceda in maniera approssimativa come ha fatto la sinistra. E, ovviamente, punteremo forte su due versanti: lotta al degrado e sicurezza».
(da “il Tempo”)
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