Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
IL TESORO TEME IL PRESSING PER UNA NUOVA MANOVRA DA 4 MILIARDI
Fatto sta che in queste ore le linee telefoniche tra Palazzo Chigi, il Tesoro e il Berlaymont sono roventi.
E il clima è teso anche alla Commissione europea, se è vero che la paginetta delle raccomandazioni dedicata ai conti pubblici italiani è stata trasmessa dai servizi della Direzione generale Economia e Finanze direttamente al gabinetto del presidente Barroso.
Insomma, il dossier è per tutti una patata bollente e la decisione finale a Bruxelles verrà presa tra questa notte e domani mattina.
Poco prima che la Commissione pubblichi le Countryspecific recommendations, le raccomandazioni per ogni paese della zona euro composte da un giudizio, e una serie di indicazioni, sulle riforme e sulla politica di bilancio.
Ed è proprio questa la parte spinosa per l’Italia.
Roma naviga con il deficit sotto il 3% (per il governo e per la Ue è al 2,6%), ma i conti non tornano del tutto sul deficit strutturale, ovvero quello depurato dal ciclo economico e dalle una tantum
In attesa che nel 2016 entri in vigore il Fiscal Compact con l’ingiunzione di tagliare il debito eccessivo di un ventesimo l’anno, ogni Paese deve assicurare che la sua traiettoria inizi a scendere e avvicinarsi al pareggio di bilancio strutturale, rispettando così il proprio Obiettivo di medio termine.
Ma l’Italia su questo punto potrebbe essere giudicata inadempiente perchè mentre Roma prevede di avere a fine anno un deficit strutturale dello 0,6%, la Commissione lo vede allo 0,8% (noi stimiamo una crescita allo 0,8, la Ue dello 0,6%).
Scostamento che potrebbe portare Bruxelles a sollecitare una manovra da circa 4 miliardi.
C’è poi la questione legata al 2015, con Roma che prevede uno 0,1% e chiede di rinviare al 2016 il raggiungimento dell’equilibrio perfetto, lo zero per cento strutturale, mentre Bruxelles prevede uno 0,7%.
Una diffidenza che potrebbe essere causata anche dall’incertezza, rilevata dalla Commissione, delle coperture degli 80 euro di taglio dell’Irpef.
Per questo il governo teme che l’Unione bocci il rinvio di pareggio di bilancio richiesto dal governo, complicando ulteriormente le cose. Senza contare che il debito continua a crescere, nel 2014 alla quota record del 135,2% del Pil.
Pur consapevoli della situazione, al Tesoro si dicono «tranquilli ». Non solo perchè, come ha detto ieri il ministro Padoan, ci troviamo di fronte a una divergenza metodologica nel calcolo di alcune voci di bilancio, per cui «la diversità di opinione è parte della normale dialettica », ma anche perchè le raccomandazioni di Bruxelles non sono vincolanti.
«Se la Commissione ci consigliasse di intervenire sui conti si aprirebbe un confronto, potremmo tenerne conto o meno», spiegano fonti del governo.
Ma si aprirebbe comunque un fronte polemico che tanto Roma quanto Bruxelles in questa fase politica eviterebbero volentieri.
Per questo al governo sperano che la Commissione limi le virgole in modo da rendere il proprio giudizio meno abrasivo possibile.
Diverso sarebbe se la Ue ci aprisse, tra fine anno e inizio 2015, una procedura per debito eccessivo legata anche al mancato raggiungimento degli obiettivi sul deficit strutturale.
In questo caso sì le indicazioni di Bruxelles sarebbero vincolanti, ma si tratta di un passo che al momento al Tesoro viene considerato «impossibile ».
E in effetti una scelta così legata all’ortodossia del rigore appare improbabile in una fase di debole ripresa, di sentimenti euroscettici e con molte capitali che chiedono apertamente di abbandonare l’austerity
Ma per Renzi e Padoan domani arriveranno anche buone notizie, con un’ottima pagella sulle riforme.
La Commissione darà il via libera a quanto fatto fin qui e spronerà ad andare avanti. Ci sarà l’allarme sulla «gravissima» disoccupazione giovanile e la sollecitazione ad attuare il Jobs Act, giudicato positivo.
Si chiederà di completare la riforma della giustizia civile, di accelerare sulla digitalizzazione dello Stato e di attuare rapidamente la riforma della Pa.
Ci sarà l’ok alla riduzione di Irap e costi energetici per le aziende, un via libera alla revisione dei valori catastali e la richiesta di andare avanti con la delega fiscale.
Infine il solito richiamo a puntare sulle tasse legate ai consumi e alle proprietà abbassando le altre imposte.
(da “La Repubblica“)
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
DOPO LA MAZZATA ELETTORALE FITTO CI RIPROVA, CHIEDENDO ANCHE LO STREAMING… MA BERLUSCONI FA SENTIRE CHI COMANDA: “È NO”.
Politicamente, tutto quello che tocca Silvio Berlusconi diventa una barzelletta. 
L’esempio principe sono le primarie nel centrodestra.
Un’utopia o un’araba fenice, fate voi.
Nel dicembre del 2012, prima della scissione di Fratelli d’Italia, il gigante Guido Crosetto, oggi con Meloni e La Russa, le paragonò al pulcino Pio, insopportabile canzone tormentone che dilagò nell’estate di quell’anno: “Le nostre primarie sono diventate il pulcino Pio della politica italiana”.
Le macerie azzurre e il no di Silvio
Sulle macerie berlusconiane del Venticinque Maggio, l’attuale alfiere delle primarie, sia di partito per la classe dirigente, sia di coalizione per i candidati alle elezioni, è Raffaele Fitto, ex governatore incolore ma potente della Puglia.
Fitto le ha rilanciate ieri con l’intervista più solenne e istituzionale che si può, quella al Corsera, e Silvio le ha stroncate per l’ennesima volta: “Chiedo a tutti di non proseguire con uno sterile dibattito a mezzo stampa sulle primarie e a non contribuire così all’immagine negativa che i media ostili costruiscono ogni giorno a nostro danno”.
Raffaele il Sarkozy di Lecce vuole pure lo streaming
Fitto, che coi quasi 300mila voti raccolti alle Europee crede di essere un Sarkozy di Lecce, ha rilanciato: “Non è la discussione che fa male, ma le falsità e i veleni. A Berlusconi chiedo di fare il prossimo ufficio di presidenza di Forza Italia in diretta streaming”.
Per rianimare quel che resta del partitino azzurro i rimedi sono copiati al centrosinistra (primarie) e ai grillini (streaming). Ne verrebbe fuori un mostriciattolo a tre teste.
L’annuncio finto di B. e le ambizioni di Angelino
Nell’autunno del 2012, il tormentone delle primarie fu letale ad Angelino Alfano, allora segretario del Pdl.
La frattura tra B. e l’ex delfino senza quid cominciò da lì, il resto venne dopo. A onor del vero, fu Berlusconi a fare e disfare tutto.
Sfiancato dalle faide interne, Berlusconi annunciò il 25 ottobre una decisione epocale, anticipata già a giugno: “Non sarò più il candidato premier. Con elezioni primarie aperte nel Popolo della Libertà sapremo entro dicembre chi sarà il mio successore, dopo una competizione serena e libera. Il movimento fisserà la data in tempi ravvicinati (io suggerisco quella del 16 dicembre)”.
La Pitonessa in campo e l’ironia di Rotondi
In teoria, perchè poi non si tennero più, le primarie del Pdl sarebbero cadute due settimane dopo quelle del Pd tra Bersani e Renzi, quando il sindaco di Firenze venne sconfitto dalle regole ordite da Nico Stumpo.
Il 26 ottobre Daniela Santanchè dichiara di candidarsi contro il favorito Alfano. La Pitonessa, ancora non tale, sceglie una mela come simbolo della sua discesina in campo. Questo lo slogan: “Me-la mangio, me-la voto”.
Lo sfrenato Brunetta tenta di andare oltre: “Le primarie devono servire anche per il candidato al Colle”. Illusi di essere slegati dal giogo padronale, gli azzurri scoprono la libertà , al punto che Alfano, imprudentemente, spiega: “Saranno primarie di partito ma aperte”. Semplificazione crudele di Gianfranco Rotondi: “Significa che vota anche il primo che passa”.
La minaccia dei soldi: “Non caccio un euro”
All’inizio di novembre, Berlusconi ha già cambiato idea sulle primarie.
Non le vuole più e mette sul tavolo la minaccia estrema: “Se le fate, io non caccio un euro. Voglio vedere dove li trovate tre milioni di euro per farle”. In cuor suo, l’ex Cavaliere teme che l’investitura di Alfano nei gazebo sia la fine del centrodestra padronale.
La resa dei conti arriva in un drammatico ufficio di presidenza dell’8 novembre. Il Condannato è messo in minoranza da “Angelino” e costretto a ingoiare le primarie. Sandro Bondi parla di “brutalità ” mai vista. Venti giorni dopo, le primarie sono diventate uno straordinario e ridicolo circo Barnum con undici candidati.
Gli undici del Circo Barnum: Samorì, Proto, Sgarbi e Marra
I magnifici undici sono: Alfano, Santanchè, il misterioso Samorì (banchiere amico di Dell’Utri), un nobile di nome Silighini Garagnani, l’amazzone Biancofiore, il solito Sgarbi, la Meloni e Crosetto (ancora separati), il veneto Galan, l’indagato Proto, finanche Alfonso Luigi Marra, avvocato anti-banche ed ex fidanzato di Sara Tommasi.
Proto definisce Alfano come “un salmone che va contro la corrente”. Samorì proclama: “Mi temono perchè sono nuovo ma per loro è suonata la campana”. Spunta un rottamatore che vuole ergersi a Renzi del centrodestra: Alessandro Cattaneo.
Il dinosauro torna in campo contro Bersani
Ben presto però ci si rende conto che le primarie non si svolgeranno mai.
I candidati piccoli sono contro Alfano per le regole capestro: ventimila firme da raccogliere in due settimane, necessarie a candidarsi.
A sua volta il segretario del Pdl minaccia di non correre se ci saranno indagati in lizza. Berlusconi, infine, medita di rifare Forza Italia e vuole cacciare “un dinosauro dal cilindro” (ossia lui stesso). Il dibattito sulle regole contempla anche il modello americano (votare nell’arco di due mesi) ma a dicembre è tutto finito. Bersani vince le primarie contro Renzi e B. ci ripensa: “Se il loro candidato non è Renzi allora posso correre ancora io”.
Il modello americano e il destino della Ravetto
Due anni dopo ci risiamo. Basta sostituire Alfano con Fitto e la farsa è la stessa.
Ufficialmente B. ha dato l’incarico a Laura Ravetto di scrivere il regolamento per le primarie.
La fine del tormentone è nota.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
SE INVECE DI RENZI L’AVESSE PROPOSTA BERLUSCONI SI PARLEREBBE DI IMMONDA RAPINA PER AIUTARE MEDIASET: INVECE TUTTI ZITTI E ALLINEATI
Immaginiamo per un attimo se Berlusconi fosse ancora premier e, per regalare 80 euro a milioni di lavoratori, il giorno dopo le elezioni (ma annunciandoli in campagna elettorale), prelevasse forzosamente 150 milioni di euro dalle casse della Rai.
Allo sciopero dei sindacati e dei lavoratori si unirebbero immantinente i partiti del centrosinistra, strillando al conflitto d’interessi e all’immonda rapina che regala ossigeno all’altro protagonista del duopolio collusivo: la sempre più boccheggiante Mediaset.
Invece la rapina l’ha firmata Renzi, dunque tutto tace.
E non c’è giornale — di destra, di centro e di sinistra — che non irrida alla protesta dei dirigenti e dei lavoratori di Viale Mazzini, che dovrebbero rassegnarsi senza batter ciglio a un brutale prelievo che scassa i conti dell’azienda pubblica e costringe i vertici a licenziare.
Intendiamoci: nonostante i timidi sforzi di Tarantola & Gubitosi, due tecnici che hanno approfittato dell’allentarsi della morsa dei partiti per mettere un po’ d’ordine (mai abbastanza), gli sperperi restano enormi e nessuno intende difendere il carrozzone.
Ma gli sprechi non si combattono così. Così si distrugge l’azienda, a tutto vantaggio della concorrenza, che ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi, quello a cui Renzi esternò “profonda sintonia” dopo il “patto del Nazareno” che — in barba a tutte le desegretazioni di carte preistoriche — resta occulto per tutti fuorchè per i due firmatari.
Chi — giustamente — inorridisce per il pranzo Grillo-Farage potrebbe spendere qualche parola anche sul patto Matteo-Silvio sulle spoglie della Costituzione repubblicana.
Se Renzi volesse ridurre il grasso in eccesso in Viale Mazzini, avrebbe dovuto anzitutto svelare finalmente quali sono i suoi piani per la tv di Stato (dire “fuori i partiti dalla Rai”, ora che tutti i dirigenti messi lì dai partiti sono diventati o stanno diventando renziani, è ridicolo).
E poi fissare — in quanto azionista di maggioranza attraverso il Tesoro — obiettivi di risparmio per l’anno prossimo, non per quello in corso.
A inizio 2014 l’azienda aveva presentato il bilancio di previsione, sostanzialmente in pareggio, nonostante la gigantesca evasione del canone (che nel 2014 aumenterà di altri 23 milioni) e il suo mancato adeguamento all’inflazione (perdita secca di altri 22 milioni grazie a Letta jr.), senza contare il taglio dei costi operativi per le partecipate di Stato (che alla Rai costerà altri 50-70 milioni).
Ma a quel punto è arrivato il diktat di Palazzo Chigi (incostituzionale, secondo il lungo parere del giurista Alessandro Pace), che battendo cassa per altri 150 milioni ha tagliato le gambe al cavallo.
Nemmeno una parola sulle prospettive dell’azienda e sulla lotta all’evasione del canone (la parola “evasione” era impronunciabile prima delle elezioni e continua a esserlo dopo).
Solo sprezzanti intimazioni a cedere una quota di RaiWay, la società che controlla le torri di trasmissione, e a chiudere qualche sede regionale.
La privatizzazione di RaiWay, se imposta in tempi brevi (che poi andranno comunque al 2015, previa quotazione in Borsa), è sinonimo di svendita di un bene pubblico: chi è costretto a dismettere un ramo d’azienda, e in tempi brevi, deve subire il prezzo degli acquirenti, e non viceversa.
Quanto alle sedi regionali, sappiamo tutti che — salvo eccezioni — sono ridotte a caravanserragli partitocratici, con notiziari specializzati nella sagra della porchetta e nella fiera del tartufo.
Ma per conoscerne i motivi Renzi dovrebbe rivolgersi ai suoi alleati di partito, di governo e di riforme. E la soluzione non è chiuderle, ma riportarle a un minimo di professionalità ed efficienza. Magari radendo al suolo la legge Gasparri che invece, come l’evasione e il conflitto d’interessi, resta tabù.
Se proprio il governo deve tosare il sistema televisivo, potrebbe cominciare facendo pagare le frequenze a Mediaset per quel che valgono, anzichè seguitare a regalargliele o quasi.
Un giorno, magari quando verrà desegretato il patto del Nazareno, sapremo perchè fa così.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
I SOLDI SAREBBERO ARRIVATI ALL’EX MINISTRO TRAMITE ERASMO CINQUE DELLA SOCOSTRAMO SRL, GIA MILITANTE DI ALLEANZA NAZIONALE, ENTRATO NELL’APPALTO GRAZIE ALLE INSISTENZE DI MATTEOLI
Quattro giorni fa la notizia di una notifica per la trasmissione di atti al Tribunale dei ministri.
Oggi l’affaire Mose e i motivi per cui l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture Altero Matteoli è finito nei guai sono più chiari.
Soldi, “milioni di euro”, sarebbero arrivati tramite un amico, l’imprenditore Erasmo Cinque della Socostramo srl, all’attuale senatore di Forza Italia.
Il presunto giro di tangenti, come riportano oggi Il Corriere della Sera e Il Tirreno, verrà quindi vagliato dal Tribunale dei ministri a cui sono arrivati due faldoni di atti dai pm di Venezia.
Il nome di Cinque era spuntato nelle intercettazioni dell’inchiesta Bertolaso-G8 ed la sua impresa si è associata alla Mantovani per la costruzione della Piastra dell’Expo.
Il filo tra il senatore e il costruttore due è quello che fu il partito Alleanza nazionale. Matteoli coordinava il partito in Toscana, mentre l’imprenditore si occupava dell’ufficio studi e coordinamento.
A chiamare in causa Cinque e Matteoli, che nei giorni scorsi ha assicurato che avrebbe fatto chiarezza, sarebbero stati due imprenditori indagati da mesi.
Il condizionale è d’obbligo perchè i verbali di queste dichiarazioni sono segretati. Piergiorgio Baita, ex ad della Mantovani arrestato lo scorso il 28 febbraio 2013 per fatture false, avrebbe iniziato a raccontare un meccanismo poi confermato dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, arrestato il 12 luglio 2013 nell’ambito dell’inchiesta sugli appalti truccati.
Anche il responsabile amministrativo della Mantovani Nicolò Buson (anche lui arrestato nella prima tranche dell’inchiesta) avrebbe confermato.
Ora, dopo diversi interrogatori, tutti sono tornati tutti in libertà .
Cuore dell’inchiesta l’affidamento degli appalti da parte del Magistrato alle acque al Consorzio Venezia Nuova per gli interventi per la salvaguardia della laguna e anche per le bonifiche.
Proprio la Mantovani, impresa che ha vinto l’appalto per la cosiddetta Piastra dell’Expo, inserita nel Consorzio stesso avrebbe vinto le gare.
E grazie alle insistenze di Matteoli a far parte del Consorzio sarebbe entrata l’impresa romana di Cinque, chiamata per le bonifiche dei terreni inquinati di Porto Marghera. L’imprenditore, indagato per corruzione secondo alcuni quotidiani, avrebbe avuto il ruolo quindi di collettore di bustarelle destinate al politico. Questa l’ipotesi dei pm di Venezia.
La difesa ha già iniziato lo studio degli atti e nei prossimi giorni ai magistrati depositeranno una memoria difensiva ai tre giudici del Tribunale dei ministri perchè valutino l’archiviazione oppure l’incriminazione.
E Matteoli, già nei giorni scorsi, ha fatto sapere che è a disposizione per chiarire tutto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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