Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
AL FESTIVAL DELL’ECONOMIA DI TRENTO IL PREMIER SI INVENTA L’EFFICIENZA DELLO STATO: “GHE PENSI MI”
Un decreto “sblocca Italia”, la legge elettorale, il ribaltamento delle politiche europee, la nomina del commissario mancante della Consob, l’autorità che vigila sulla Borsa, e la riforma della giustizia civile.
Il Matteo Renzi che arriva sul palco del Festival dell’Economia di Trento è un’altra persona rispetto al leader affaticato, con qualche capello bianco recente e con camice che gli stringono perchè non ha il tempo di rifare il guardaroba dopo essere ingrassato per lo stress, che soffriva guardando i sondaggi una settimana fa.
Dopo il 40,8 per cento del Pd alle europee Renzi sembra perfino più magro, camicia e jeans, entusiasta come non era da mesi.
Il coordinatore scientifico del Festival, Tito Boeri, gli sottopone una lista infinita di domande riassumibili così: che farà ora con questo successo?
Il direttore del Tg di La7, Enrico Mentana, conduce l’intervista, ma Renzi sembra pronto a parlare da solo per ore, ha un ritmo e uno spirito che in campagna elettorale aveva sacrificato al tono da comizio.
E’ chiaro che si considera assolto dal peccato originale: la conquista di palazzo Chigi senza elezioni.
Renzi ora sente di potersi permettere tutto.
Sfida i sindacati che hanno deciso lo sciopero della Rai dopo il taglio di 150 milioni di euro ai trasferimenti statali: “Scioperino pure, se lo avessero fatto nella settimana delle elezioni avrei preso il 42,8 per cento invece del 40,8”.
Gli annunci sono il cardine del renzismo.
Quello pensato per i giornali di oggi è “sblocca Italia”: un decreto da approvare entro luglio in base al quale “i comuni hanno 15 giorni per comunicare dove ci sono interventi bloccati, o investimenti bloccati per interventi pronti a partire, ce li comunichino. Noi creeremo una struttura tecnica per sbloccarli”.
Hai un problema con una sovrintendenza per i beni culturali o altra burocrazia? Chiama palazzo Chigi e Renzi te lo risolverà .
Tanto ora, con il 40,8 per cento, può tutto. Anche affrontare missioni all’apparenza suicide come il rilancio dell’Italicum, la legge elettorale che sembra impossibile da approvare ora che il Pd ha una maggioranza così schiacciante (Forza Italia e Cinque stelle non hanno più incentivi ad approvare un sistema col ballottaggio): “Credo che chiuderemo su questa riforma” e poi, giusto per complicare l’agenda, “in settimana ripartiremo con le riforme costituzionali inclusa quello del titolo quinto”, cioè della divisione delle competenze tra Stato ed enti locali.
E poi il Senato, con l’evoluzione in camera delle autonomie territoriali che si era un po’ arenata in campagna elettorale.
Subito il capo dello Stato Giorgio Napolitano offre la benedizione presidenziale al nuovo corso renziano: “Questa necessità di stabilità , che ho sempre richiamato, è stata largamente compresa dagli italiani”, e la stabilità è la condizione per le “riforme strutturali”.
Dopo il voto della settimana scorsa “l’Italia può parlare a voce alta in Europa e contribuire a cambiarne le istituzioni e le politiche”, dice il presidente nel messaggio per il 2 giugno che diventa un super-spot per Renzi..
L’Europa oggi può portare però cattive sorprese: arrivano le raccomandazioni “country specific”, cioè Paese per paese, della Commissione.
Renzi sa già cosa aspettarsi: ci sarà un plauso per l’impulso alle riforme e una serie di richieste difficili, come quella di rendere permanente il bonus degli 80 euro ma finanziato da coperture stabili (tagli di spesa veri, non una tantum), valutare l’impatto della riforma Fornero sul mercato del lavoro e, se necessario, intervenire ancora sull’articolo 18.
E soprattutto la questione debito: il governo Renzi, come quello Letta, si è rifiutato di applicare la riduzione prevista per il 2014 al deficit strutturale (circa 4 miliardi), di conseguenza il pareggio strutturale di bilancio, cioè al netto degli effetti della recessione, è slittato dal 2015 al 2016.
La Commissione non potrà far finta di niente, ma secondo Renzi c’è una “irripetibile congiunzione astrale” che ha tolto credibilità al rigore estremo sui conti.
Ma oggi la voce della Commissione sull’economia è di nuovo quella del rigido finlandese Olli Rehn che si era messo in aspettativa nelle ultime settimane per fare campagna elettorale come candidato dei liberali dell’Alde all’Europarlamento.
È stato eletto e ora deve scegliere tra le due cariche, deputato o commissario in scadenza, ma ha tempo fino a giugno e non perde l’occasione per l’ultima predica all’Italia.
Eppure non pare più essere tempo per battaglie sugli zero virgola.
Anche perchè con il 40,8 per cento del Pd Renzi si sente — a ragione — al centro della scena europea post-elettorale, è deciso a pesare sulle nomine:
“Per la presidenza della Commissione quello di Jean Claude Juncker è un nome, non ‘il’ nome, il Ppe ha vinto le elezioni ma non ha ottenuto la maggioranza assoluta”. Tradotto: il candidato dei conservatori, che ha ottenuto il poco convinto appoggio di Angela Merkel ma anche l’ostilità della Gran Bretagna di David Cameron, difficilmente guiderà il nuovo esecutivo comunitario.
Renzi si muove nel negoziato sulla presidenza anche per avere più potere contrattuale nella scelta dei commissari: dal suo discorso si capisce che a palazzo Chigi puntano a portafogli di peso come la Politica estera, l’Energia, l’Agricoltura.
In prima fila nella platea di Trento c’è l’amministratore delegato di Fiat Chrysler, Sergio Marchionne, molto soddisfatto: “L’agenda di Renzi è l’unica possibile”. Il premier non avrebbe potuto trovare una sintesi più efficace.
Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
BERLUSCONI GELIDO: “SI AUTO-EMARGINA”… L’EX MINISTRO PREPARA UN TOUR AL SUD
I ras del cerchio magico non sopportano Raffaele Fitto. 
Ormai è una questione di pelle, si irritano anche solo ad ascoltarlo in tv: «Ma avete visto come parla? — ha ironizzato Francesca Pascale con i compagni di corrente — E quello sguardo fisso in camera? Pure l’accento, troppo marcato…».
Dettagli, ma raccontano di uno scontro che vive di sgambetti e colpi bassi.
Silvio Berlusconi, a scanso di equivoci, ha già deciso: «Raffaele si sta emarginando da solo». Nulla di meno vero, perchè il big pugliese prepara un tour che nelle prossime settimane lo condurrà in giro per l’Italia.
Batterà soprattutto il Meridione, si spenderà in una prova di forza necessaria a far germogliare le 283 mila preferenze strappate alle Europee.
Nel frattempo ribatte a ogni accusa: «Colpo su colpo»
Chi circonda il Cavaliere lavora per far saltare i nervi all’ex governatore pugliese.
Ieri ci ha provato Paolo Romani: «Le primarie sono ancora premature ha detto il capogruppo azzurro al Senato — Mi auguro che Fitto rimanga e non faccia come Alfano ». Un parallelo irriverente, considerati i pessimi rapporti tra l’eurodeputato e il ministro dell’Interno.
La replica di Fitto non si è fatta attendere: «Spaccare FI? Creare nuovi gruppi parlamentari? Contatti con partiti della maggioranza? Solo veleni, bugie e falsità . Non rispondo alle parole di Romani, pronunciate con sprezzo del ridicolo».
La verità è che Fitto non ha alcuna intenzione di togliere il disturbo. Anzi, con gli amici è sicuro: «Vogliono buttarmi fuori? Non esiste. E poi conoscerebbero il vero Raffaele». Segnali di guerra, accompagnati dalla promessa di rispondere a ogni singola accusa. Come? Magari ricordando, come ha già fatto in privato, che Romani «decise di non seguire Alfano all’ultimo secondo». Oppure che Alessandro Cattaneo «guardava a Monti, ma non è riuscito neanche a farsi candidare».
Quanti veleni, in casa azzurra. C’è Daniela Santanchè che reclama il congresso.
Ma sul piatto c’è soprattutto il sogno proibito, la poltrona di coordinatore nazionale. Crede di meritarla Giovanni Toti, primo avversario di Fitto.
«Asfalterò la vecchia politica», è il programma che gli hanno sentito pronunciare. L’ex ministro salentino, però, non arretra. Già ieri, a Maglie, si è speso nella prima iniziativa territoriale di una lunga serie.
Tirerà le somme con un evento conclusivo, prima della pausa estiva. Anche gli azzurri del Sud, intanto, sono sul piede di guerra.
E la voglia di gazebo, in un partito storicamente monarchico, sembra farsi largo.
«Il primo test sarà in Calabria — promette Pino Galati — perchè qui si vota in autunno e abbiamo chiesto le primarie di centrodestra»
Il cerchio magico, però, si stringe ancora di più attorno al leader. Il Cavaliere, incollato al telefono, già si spende con i ras locali in bilico.
E si lascia andare al vittimismo: «Se facciamo primarie pure per il coordinatore regionale io davvero non decido più niente…».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
ALLA PARATA PER IL 68° ANNIVERSARIO DELLA REPUBBLICA LA SEDICENTE DESTRA DISERTA… PER PROTESTARE CONTRO SE STESSA, VISTO CHE E’ A CAUSA DELLA LEGGE LA RUSSA CHE I NOSTRI MILITARI SONO PRIGIONIERI IN INDIA DA DUE ANNI?
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è arrivato in via dei Fori Imperiali e ha preso posto nella tribuna delle autorità .
E’ iniziata così la tradizionale parata per celebrare la Festa della Repubblica.
In prima fila, alla destra del Capo dello Stato, il presidente del Senato, Pietro Grasso, e a sinistra la terza carica dello Stato, Laura Boldrini. Accanto a Grasso, a seguire, sono seduti il premier Matteo Renzi, il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il vicepresidente della Camera Simone Baldelli, il ministro degli Esteri Federica Mogherini e quello delle Riforme Maria Elena Boschi.
Sul palco anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e il sindaco di Roma, Ignazio Marino e, in tailleur bianco, la signora Clio.
Presenti anche diversi rappresentanti delle forze politiche: dal Pd a Forza Italia, da Scelta Civica al Nuovo Centrodestra. C’e’ anche la Lega, con Sergio Divina.
Ma sul palco non si vedono esponenti del Movimento 5 Stelle.
Assenti anche i rappresentanti di Fratelli d’Italia, che già avevano deciso di non prendere parte alla videoconferenza con i due marò detenuti in India che si è tenuta alle 12.00 davanti ai parlamentari delle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato. La decisione è stata presa protestare “contro l’immobilismo del governo”.
Ha spiegato Giorgia Meloni: “abbiamo consentito all’India di fare la campagna elettorale sulla pelle dei nostri due militari, illecitamente detenuti in India da oltre due anni in piena violazione del diritto internazionale”.
Detto da chi da due anni specula elettoralmente sulla pelle dei due nostri marò è veramente il massimo dell’indecenza politica.
Allora rinfreschiamo a qualcuno la memoria e la cronaca alle origini del fatto.
Fino al 2010 Confitarma (l’associazione degli armatori) era contraria all’uso di armi a bordo delle navi commerciali.
“Nonostante la situazione sia ogni giorno più gravosa” diceva Paolo D’Amico, presidente Confitarma “confermo che al momento la posizione di Confitarma, conforme alle indicazioni delle principali associazioni internazionali (IMO, Intertanko, Intercargo e BIMCO) e d’intesa con la Marina Militare e la Guardia Costiera, è in linea di principio contraria all’uso delle armi e di personale armato a bordo delle navi mercantili di bandiera, fatte salve alcune fattispecie particolari, come viaggi in zone sensibili di unità da crociera, unità particolarmente vulnerabili o pescherecci d’altura”.
Poi, nel 2011, il cambio di fronte negli ambienti militari.
Il 12 luglio, con Berlusconi presidente del Consiglio, misure urgenti anti pirateria furono, infatti, incluse nel decreto legge 107 sulla “proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonchè delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia”.
L’articolo 5 del decreto apriva, a sorpresa, la strada alla possibilità di accordi fra il Ministero della Difesa e il mondo armatoriale per l’imbarco a bordo di navi italiane battenti solo bandiera italiana di personale militare, i cosiddetti Nuclei Militari di Protezione o NMP, provenienti dalla Marina Militare e altre Forze Armate.
Il decreto, rifacendosi a un regio decreto del 18 giugno 1931, apriva anche uno spiraglio, ma a determinate condizioni, ai team privati, ponendoli, tuttavia, sin da subito, in posizione subalterna, ciò che assegnava al Ministero della Difesa il ruolo di attore privilegiato.
Il decreto racchiudeva, cioè, un tentativo di monopolio mascherato, confermato il 2 agosto 2011 con la conversione in legge dell’impianto sostanziale del decreto, ciò che dava al Ministero della Difesa il via libera all’organizzazione di speciali nuclei anti pirateria, senza dover soffrire dell’eventuale concorrenza privata, che, non a caso, è ancora oggi su carta.
Il 1° settembre 2011, con un decreto, il ministro della Difesa Ignazio La Russa individuò gli spazi marittimi a rischio pirateria dove, in virtu del decreto legge 107/2011 e della legge 130/2011, era possibile imbarcare Nuclei Militari di Protezione, e quindi la porzione dell’Oceano Indiano delimitata a nord ovest dallo stretto di Bab el Mandeb, a nord dallo stretto di Ormuz, a sud dal parallelo 12° S e a est dal meridiano 78° E.
L’11 ottobre 2011, poco prima della caduta del governo Berlusconi, il Ministero della Difesa siglò con Confitarma un protocollo d’intesa che disciplinasse, a spese degli armatori, l’impiego dei Nuclei Militari di Protezione destinati al naviglio mercantile. Ancora oggi solo i team militari possono proteggere le navi.
Non così quelli privati, che devono invece essere autorizzati, così come previsto dal regio decreto del 18 giugno 1931, dal ministro dell’Interno e dal prefetto.
Riassumendo:
1) Gli armatori non erano propensi a chiedere alcuna scorta alla Marina italiana
2) Logica commerciale vuole che, in caso di guerra o pericolosità di porti e aree marittime, si stili una black list degli stessi e si eviti la navigazione e gli scali in quelle zone a rischio.
3) Se nello specifico lo Stato indiano non è in grado di garantire la sicurezza delle acque internazionali contigue alla sua costa, si sarebbe dovuto evitare il commercio marittimo con l’India, in attesa che raggiungesse gli standard internazionali dei paesi civili. Nessuno ci obbliga a scortare le navi mercantili predisposte al suicidio.
4) Il governo di allora, invece che gonfiare il petto, bene avrebbe fatto a consigliare agli armatori italiani di evitare certe zone soggette a pirateria e , in subordine, a evitare di mettere a rischio i nostri militari per proteggere traffici privati.
5) Il governo di allora avrebbe potuto, a rischio e pericolo degli armatori, consentire l’utilizzo di personale armato privato, invece di imporre addirittura un monopolio della nostra Marina.
Quanto sopra per denunciare chi oggi si erge a protettore dei nostri due marò, salvo dimenticare che la legge a causa della quale sono sotto processo in India è stata voluta da loro, contro ogni logica e contro gli stessi “desiderata” delle compagnie italiane di navigazione.
Anche il ministro degli Esteri del governo Monti, Emma Bonino, in seguito dichiarerà : «il problema è la legge La Russa, quel decreto che prevedeva inopinatamente militari su navi civili senza stabilire per bene le linee di comando. Alcuni tra coloro che oggi si agitano tanto sono all’origine del “caso marò” disse la ministra intervistata da Mattino 24.
Regole d’ingaggio che equiparano i militari italiani a semplici guardie giurate, a «contractor”; e catena decisionale, prevista dalla convenzione tra Difesa e associazione degli armatori, per la quale i militari italiani a bordo sono di fatto «ufficiali di polizia giudiziaria limitatamente alla repressione di un attacco di pirata, ferme restando per il resto le attribuzioni del Comandante della nave».
Un passaggio non secondario, perchè la Enrica Lexie tornò in porto e i marò scesero a terra, dove vennero subito arrestati in modo da esser sottoposti alla giustizia indiana e non a quella italiana come avrebbe dovuto essere.
Dunque, le basi del pasticciaccio stanno tutte in due documenti: il decreto legge del 12 luglio 2011, che rende possibile imbarcare militari italiani su navi civili, e la convenzione che la Difesa – allora retta da Ignazio La Russa – e la Confitarma firmano pochi mesi dopo, l’11 ottobre.
Hanno fatto bene i Fratelli d’Italia a non salire sul palco della festa della Repubblica: per farlo occorrerebbe avere la coscienza a posto.
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
L’IRA DI LATORRE E GIRONE IN COLLEGAMENTO DA DELHI: “SIAMO INNOCENTI, CONTINUEREMO A SOFFRIRE CON DIGNITA'”
Il tono è emozionato, ma anche duro e la voce tradisce l’irritazione. 
In un videomessaggio Salvatore Latorre e Massimiliano Girone hanno lanciato un appello video da Dehli alle Commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato: «Abbiamo ubbidito a un ordine, abbiamo mantenuto una parola, quella che ci era stata chiesta, e oggi siamo ancora qui», le parole del fuciliere Salvatore Girone.
Con voce decisa e senza nascondere la sua irritazione, Latorre ha invece chiesto collaborazione ai due Paesi coinvolti: «Italia e India dialoghino: sono due democrazie che devono incontrarsi in nome della nostra innocenza che ribadiamo a gran voce».
«Auguro una buona festa della Repubblica, a tutte le istituzioni, a tutti gli italiani e a tutti i colleghi militari che ho seguito attraverso la tv mentre sfilavano a Roma», ha aggiunto Girone, parlando accanto all’ambasciatore italiano a Delhi Daniele Mancini e al collega Massimiliano Latorre.
«Sono passati più di due anni e anche quest’anno siamo costretti a essere lontani, presenti solo attraverso una webcam», ha aggiunto il fuciliere di Marina con piglio deciso. Andiamo avanti con «onore per il paese e per la nostra bandiera, per tutti i militari che stanno operando nel mondo, italiani e indiani: ognuno deve sentirsi tutelato nel suo diritto. Grazie per il supporto e la tenacia a non abbandonare due soldati, non Salvatore e Massimiliano che possono essere due qualsiasi al mondo», ha concluso Girone.
«Qui non vi è nulla da celebrare ed è per questo che non abbiamo festeggiato qui a Delhi la nostra Festa nazionale, riservandoci di farlo non appena sarà il momento», è invece stato il commento di Daniele Mancini, ambasciatore italiano in India.
Il capo della diplomazia italiana ha comunque espresso «un ringraziamento di cuore» alle commissioni Difesa e Esteri di Camera e Senato per la vicinanza manifestata «in un momento delicato, ma ami cosi’ unitario» da parte delle forze politiche italiane. «Non molliamo» ha ribadito Mancini in riferimento al lavoro per riportare i due militari a casa.
(da “la Stampa”)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
IL SONDAGGIO DE “IL TEMPO” SVELA CHE, FORSE DOPO AVER VISTO ALL’OPERA GLI ALTRI, L’ELETTORE RIVALUTA L’EX PRESIDENTE DI AN
Nessuna valenza scientifica, ma vi immaginereste mai che un sondaggio on line lanciato da un giornale tradizionalmente di centrodestra che notoriamente appoggia Forza Italia e l’affiliata sorella della Garbatella e che pone ai lettori la domanda: “Siete favorevoli ad un’alleanza di centrodestra che comprenda anche Alfano e Fini?” sveli un risultato a sorpresa?
E’ come se sul blog di Grillo fossero pubblicati i suoi guadagni o un editoriale di Favia, se su il Giornale si magnificasse De Benedetti o la legalità oppure se sull’Unità del dopoguerra si pubblicassero gli orari delle messe e i finanziamenti dall’Urss.
Eppure “il Tempo” fa accompagnare il sondaggio da un articolo che tende a orientare il lettore: Fini ossessionato «Voglio rifare un’altra destra».
Come se non fosse diritto di chiunque di pensarla come gli pare (e noi non la pensiamo come lui in molte cose) e di operare le scelte che preferisce, giuste o sbagliate che siano.
Ma la sorpresa la riservano i lettori del quotidiano romano che, invece che sputacchiare sull’ex segretario di An (che almeno il 13% di voti li aveva raccolti) che fanno?
Votano in oltre 2.000 (voto non ripetibile, quindi non taroccato) e rispondono così alla domanda “Siete favorevoli ad un’alleanza di centrodestra che comprenda anche Alfano e Fini?”.
Sì, ma solo Gianfranco Fini (49%)
Sì, ma solo Angelino Alfano (11%)
Sì, vanno inclusi entrambi (5%)
No, vanno esclusi entrambi (35%)
Stupore? Meraviglia?
Forse che, dopo aver visto all’opera la Corte dei miracolati, lecchini e badanti, inquisiti e galeotti, fancazzisti da una vita e mantenute, alla fine l’elettore di centrodestra non sia arrivato alla conclusione che sia meglio rivalutare l’ex presidente della Camera che, almeno per una volta, ha rischiato di suo?
Una cosa auguriamo a Fini per la sua salute: di non prendere sul serio il sondaggio e di tenersi alla larga da quartieri frequentati da tagliaborse.
Tagliaborse, sia chiaro, non tagliagola.
Per impersonare i secondi bisogna avere le palle.
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
PUBBLICHIAMO IL TESTO INTEGRALE DELL’ANALISI DEL VOTO PREDISPOSTO DALLO STAFF COMUNICAZIONE PER I PARLAMENTARI… DOVEVA RIMANERE SEGRETO
Pubblichiamo il testo con errori compresi (che non sono i nostri)
Analisi del voto
1.Intro
Il MoVimento non è crollato, ma Renzi ha stravinto, con percentuali senza precedenti nella storia della Repubblica se di escludono i risultato elettorale della Dc del dopoguerra, ai tempi della legge truffa. A comporre questo risultato concorrono fattori esogeni ed endogeni. Per comodità di esposizione partiamo dai primi
2. Fuori
MERCARTI FINANZIARI
Una spia sempre importante da tenere sott’occhio sono i mercati finanziari. Con la preannunciata avanzata del MoVimento 5 Stelle nei sondaggi, è scattata la fuga dai mercati e l’innalzamento dello spread. Oggi, i ben informati, parlano di speculazione. Banchieri e finanzieri, si dice, avessero in mano sondaggi ben più accurati e hanno agito speculando sui mercati. Non a caso, dopo il voto, i mercati hanno rimbalzato e lo spread è calato.
CANCELLERIE EUROPEE
Altri ben informati parlano del “terrore” dell’entrata dei cinque stelle nelle istituzioni europee. La pressione sarebbe stata esercitata dai leader europei nei confronti di Renzi.
COMUNICAZIONE
L’elemento che più salta agli occhi è la voluta polarizzazione emotiva dell’elettorato. Non “speranza vs paura” come spiegato da Renzi ma, in realtà , “serenità vs ansia”. I risultati in altri paesi europei (esclusa la Germania) ci dicono che è stato premiato il “nuovo”. In Italia il concetto di “nuovo” ha preso due diramazioni:
1) Nuovo-rassicurante
2) Nuovo-non rassicurante
1) Gli italiani in questa fase difficile hanno dimostrato di aver bisogno di affidarsi a un uomo forte (fattore che ciclicamente torna nella storia, da Mussolini a Berlusconi) e hanno bisogno di serenità .
Renzi ha saputo trasmettere serenità costruttiva, mentre noi abbiamo trasmesso energia sì, ma ansiosa e fatta percepire dai media e dagli altri competitor come distruttiva.
Renzi è stato capace di lasciare il segno con un messaggio di novità , grazie al suo linguaggio e ai suoi toni.
Renzi (volutamente) è apparso diverso dal suo stesso partito, un partito che non trascina, che non ha mai toccato le emozioni del Paese. E Renzi lo sapeva pure.
Noi abbiamo cercato di sovrapporre l’immagine del premier a quella del suo partito (il messaggio del “burocrate”), lui ha sempre giocato a disallinearsi, a discostarsi dal suo partito.
Ciò ha permesso a Renzi di non subire le dirette conseguenze degli scandali giudiziari (vd Expo), la gente ha pensato: “Ok, il Pd fa schifo, ma Renzi è un’altra cosa e sta cambiando pure il suo partito”.
Anche la scelta dei frontmen (meglio women) da dare in pasto alle tv e da mettere a capo della campagna elettorale è andata in questo stesso senso.
Le cinque donne capolista sono state tutte elette e con moltissime preferenze. In particolare Bonafè, Moretti e Picienro sono state mandate ovunque con un copione semplice, lineare ed efficace con un aspetto fresco e giovane. Hanno venduto qualcosa di (apparentemente) concreto, parlando sempre al presente (“Faccio”, “Approvo”, etc).
2) Il punto sarà analizzato nel capitolo “Dentro”.
SONDAGGI DOPATI, CHIAMATA ALLE ARMI E MANOVRA A TENAGLIA
A lungo ha serpeggiato il sospetto che certi sondaggi (l’ultimo a nostra conoscenza risalente a giovedì 22 maggio ci dava testa a testa al 29 per cento) siano stati fatti girare ad arte. Il timore di un imposizione del 5 stelle avrebbe spinto anche gli elettori più pigri e recalcitranti a presentarsi al seggio per frenare l’avanzata. E in parte è vero.
I sondaggi non sono, però, dopati, semplicemente la metodologia utilizzata per la loro stesura non tiene conto di chi, infine, va a votare.
I campioni presi in considerazione sono rappresentativi dell’universo di riferimento (popolazione italiana attiva), ma se la fascia giovane domenica è andata a mare è venuta meno la fetta più influente dell’elettorato a cinque stelle.
L’effetto della “chiamata alle armi” però c’è stato. pur di frenare l’avanzata a cinque stelle, gli apparati dei partiti hanno fatto ricorso a tutte le vecchie metodologie di raccolta del consenso.
Chiamate telefoniche, porta a porta, organizzazione di gruppi che portassero gli anziani a votare. La vecchia macchina del consenso. Il risultato si è avuto. Ma non è tutto, c’è stato qualcos’altro che ha, infine, portato al risultato delle urne. I partiti hanno effettuato una sorta di manovra a tenaglia. Renzi da una parte, ma soprattutto, Berlusconi dall’altra.
Il leader di Fi, infatti, a più di dieci giorni dal voto non ha più chiesto di votare Forza Italia, ma di votare contro il M5S.
A B. non mancano certo tecniche della comunicazione e per questo, da mattina a sera, in tutti gli spazi mediatici possibili ha affondato la sua campagna anti-Grillo: “Grillo l’assassino, Grillo il pericoloso sovversivo, 5 Stelle comunisti e/o fascisti”.
E’ successo non solo grazie all’informazione di base (quotidiani, telegiornali, talk politici), ma soprattutto per mezzo della tv del dolore con i contenitori del pomeriggio e quelli della mattina dove non c’è la politica ma passano dei messaggi incredibilmente penetranti.
In conclusione si può sintetizzare che il voto del 25 maggio non è stato tanto pro-Renzi o pro-Pd, nonostante le percentuali bulgare, quanto contro il MoVimento 5 Stelle e lo spettro della “paura” rappresentata da Renzi.
La chiamata alle armi contro la forza del male (riproduzione del modello anti berlusconiano) è riuscita tanto è vero che a “sinistra”, invece di esultare per un risultato mai ottenuto, hanno invece tirato un sospiro di sollievo (la Repubblica è salva) o inveito contro il grillino sconfitto.
3. Dentro
“E’ come se, a un certo punto, ci avessero mollato”. È questa la riflessione che più passa fra i parlamentari.
E se ne è cominciata ad avere la percezione a circa due settimane dal voto. Non è peregrino notare come sia coinciso con il tour di Beppe nelle piazze che, all’inizio è stato percepito positivamente dai parlamentari ma che, a un certo punto, secondo le stesse valutazioni dei parlamentari ha finito per danneggiare e nuocere.
NON SIAMO DA GOVERNO
Ciò che i parlamentari hanno percepito è stato l’atteggiamento di sfiducia nei loro confronti. Seppur elogiati per il loro impegno, i parlamentari del M5S non sono ancora percepito come affidabili.
Si ritengono poco concreti (la battaglia sul 138 l’hanno capita ben poche persone). Mancano di umiltà e a volte sono percepiti come saccenti.
L’EFFETTO PERVERSO DEL #VINCIAMONOI
Paradossale è poi stata la scelta del #vinciamonoi. Ci si è creduto così tanto da aver spinto gli altri partiti a crederci e quindi a reagire con la chiamata alle armi.
Generalmente le elezioni europee non hanno avuto un’importanza primaria. Sostenendo che si trattasse di un voto politico, sono stati tutti spinti a dare il massimo.
Inoltre, una vittoria percepita come sicura potrebbe aver demotivato qualcuno dei nostri che non è andato a votare: “A che serve fare 200km di treno per andare alle urne? Tanto vinciamonoi…”, potrebbero aver pensato, ad esempio, molti giovani fuori sede.
PREFERENZE E CANDIDATI
Altri elementi critici riguardano il non-lavoro sulle preferenze.
I candidati di altri partiti hanno agito coi metodi della vecchia politica raccogliendo consensi personali anche col porta a porta.
I nostri candidati erano sconosciuti e non averli esposti mediaticamente ha fatto sì di creare un’onta di incertezza (quando non di sospetto) su di loro.
4. Possibili soluzioni
USCIRE FUORI
Nel senso più ampio del concetto. Organizzare stati generali tematici, entrare nelle università , nei luoghi di lavoro e lasciar perdere le agorà . Andare a presentare denunce e proposte direttamente ai destinatari. Aprirsi, prendersi le piazze mediatiche degli altri.
RAFFORZARE PARADIGMA DENUNCIA-PROPOSTA
Per far percepire l’affidabilità e il costruttivismo del gruppo, non si possono fare solo denunce senza essere affiancate da proposte e soluzioni. Se non si ha una soluzione a un problema non lo si può denunciare.
CREARE UN PROGETTO
Dovrebbero essere assunti concetti primari per il Paese (lavoro, politica energetica,…) e sviluppati in gruppi di lavoro inter-commissioni. Applicando una metodologia di lavoro, avvalendosi di esperti, alla fine del percorse di giunge a una soluzione per il problema scelto.
INVESTIRE SUL LAVORO PARLAMENTARE
Bisogna rafforzare quantitativamente e qualitativamente l’attività legislativa. Assumere consulenti preparati, i migliori esperti, rafforzare il reparto. Lo stesso vale per la comunicazione. Il gruppo parlamentare alla Camera non ha speso circa 1 milione e 700 mila euro del budget destinato per il primo anno. Sarebbe il caso di impegnarlo proficuamente.
ASSEMBLEE TEMATICHE IN STREAMING
I parlamentari devono tornare a confrontarsi sui temi pratici e concreti. E farlo in streaming, in modo da interessare quelle fette di popolazione destinatarie del lavoro Parlamentare o dell’attività di Governo
DEFINIRE MEGLIO IL TARGET DA PUNTARE
Se si decide di voler raggiungere il 51 per cento allora bisogna adeguare il messaggio. Se si decide di puntare ad alcune fasce di popolazione, bisogna far ricorso a strumenti appropriati (tv in prima istanza) e declinare il messaggio.
SELEZIONARE INPUT
Abbiamo spesso dato un numero eccessivo di input, soffrendo la mancanza di coordinamento fra i vari “produttori di notizie” ovvero la comunicazione della Camera, la comunicazione del Senato, il blog di Beppe Grillo.
Paghiamo il fatto che troppo spesso i compartimenti restano isolati l’uno dall’altro. Al netto dei temi di stretta attualità abbiamo messo troppa carne al fuoco tutta insieme. Poteva essere utile mettere in calendario la potenza da fuoco tema su tema, unendo le forze.
mader
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
DA RODOTA’ E BERLINGUER A FARAGE SENZA CONSULTARE I CITTADINI, SE NON A COSE FATTE: ECCO A VOI LA DEMOCRAZIA DIRETTA (DA QUALCUNO)
Prima Rodotà , poi Berlinguer, ora Nigel Farage.
Il passo è breve, almeno per Beppe Grillo che accosta tutto e l’inccontrario di tutto.
Curiosamente, questa volta i «cittadini» non sono stati consultati: nessuno ha dato il mandato al «megafono» dei 5 Stelle di avvicinare il leader indipendentista.
Ma cosa si nasconde dietro la retorica no-euro di Farage?
Quali sono i temi su cui l’Ukip si contraddistingue nelle campagne elettorali?
E possono essere conciliati in qualche modo con Rodotà e Berlinguer? Sicuramente no: il primo, ad esempio, è sempre stato attento tanto ai diritti dei migranti quanto a quelli della comunità gay, lesbica e trans; il secondo, comunista, malgrado le ostilità di alcuni settori del PCI, si dimostrò particolarmente vicino e sensibile alle battaglie femministe. Posizioni che rappresentano l’opposto rispetto a quelle degli indipendentisti, fortemente liberisti in campo economico, nuclearisti convinti (per Farage, i cambiamenti climatici sono un’invenzione) e sostenitori delle privatizzazioni (anche di quei “beni comuni” tanto cari ai 5 Stelle).
Per quanto riguarda l’accusa di xenofobia, basterebbe leggersi il manifesto dell’Ukip del 2013 per farsi un’idea — seppur minima — delle loro idee: «I nostri valori tradizionali sono stati seppelliti. Ai bambini viene insegnato a vergognarsi del nostro passato. Il multiculturalismo ha diviso la nostra società . Il politically correct sta soffocando la libertà di parola».
Il programma del 2012 prevedeva l’abrogazione dello Human Rights Act (la Convenzione Europea per i diritti umani) «per porre fine alla spavalderia dei criminali pregiudicati e degli immigranti illegali».
Due settimane fa, Farage è stato accusato di razzismo per aver affermato che lui non vorrebbe un vicino di casa rumeno.
Una retorica anti-immigrati che ha colpito non solo contro i cittadini extracomunitari, ma anche contro quelli appartenenti all’UE.
«La campagn elettorale dell’Ukip va chiamata con il suo nome: razzista», ha dichiarato la labourista Barbara Roche: «usa le stesse pratiche e le stesse retoriche dei partiti apertamente razzisti ma invece che indirizzarle contro immigrati dall’Asia o dall’Africa, le indirizza verso gli europei».
Accuse provenienti anche dall’insospettabile Alan Sked, che dell’Ukip è il fondatore: «Lascio il partito. Sotto la guida di Farage è diventato troppo razzista».
Ma sono anche altri i temi che dovrebbero imbarazzare i pentastellati nel rapporto con gli indipendentisti: i diritti e la dignità delle donne e di omosessuali, lesbiche e transessuali. Tanto sulle prime quanto sui secondi vi è un vasto archivio di dichiarazioni da parte dei dirigenti dell’Ukip, Farage compreso, che spesso sfociano in vere e proprie forme di sessismo e omofobia.
A proposito della parità di stipendi tra uomo e donna, il leader indipendentista è stato chiaro: «Le madri lavoratrici che prendono il permesso di maternità valgono meno degli uomini».
E se vogliono avere successo ed essere brave quanto questi ultimi, devono «essere pronte a sacrificare la famiglia».
Una semplice caduta di stile? Macchè.
A ribadire il concetto ci ha pensato Godfrey Bloom, europarlamentare dell’Ukip, che in un suo intervento ha affermato che «nessun datore di lavoro con il cervello al posto giusto dovrebbe assumere una donna giovane, single e libera».
Farage ne ha preso le distanze? No: «È dimostrato che il suo commento è giusto». Successivamente, Bloom ha lasciato il partito — colpevole di non averlo difeso – dopo aver aggredito in strada un giornalista e averne minacciato un secondo e dopo aver dichiarato, in una conferenza dell’Ukip, che «questo posto è pieno di puttane» che «si dimenticano di pulire dietro il frigorifero».
Anche in questo caso, le accuse di misoginia nei confronti di Farage non provengono solamente dai suoi avversari, ma anche da membri interni.
È il caso di Marta Andreasen — unica europarlamentare dell’Ukip nella scorsa legislatura – che ha lasciato il partito muovendo pesanti critiche nei confronti del leader: «È uno stalinista. La sua visione prevede le donne in cucina o in camera da letto».
Toni che si alzano ulteriormente quando ad essere affrontato è il tema omosessualità .
Per David Silvester, consigliere dell’Ukip, l’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso sarà causa di alluvioni e inondazioni.
Almeno in questo caso, il partito ha deciso di prenderne le distanze.
Ancor più pesanti sono state le dichiarazioni di Julia Gasper: «Tra omosessualità e pedofilia ci sono tali legami che non basta un’enciclopedia» e «alcuni gay preferiscono il sesso con gli animali».
Douglas Denny, candidato indipendentista, ha bollato gli omosessuali come «anormali» e «sodomiti». Un altro ancora (Paul Forrest) ha affermato che i gay abusano dei bambini dieci volte in più delle «persone normali».
Il Fatto Quotidiano ha riportato un’apertura dell’Ukip sui matrimoni tra persone dello stesso sesso. Così non è.
Due mesi fa, infatti, proprio Farage ha smentito delle frasi di apertura a lui attribuite, ponendo due obiezioni al riconoscimento di tale diritto
Una violenza, quella di diversi esponenti dell’Ukip, che non risparmia nemmeno i bambini disabili: «Dovrebbero essere tutti abortiti», ha vomitato il candidato Geoffrey Clark. Fortunatamente, per lui, è scattata la sospensione.
Il detto «dimmi con chi vai e ti dirò chi sei» è sempre valido…
(da “L’Espresso”)
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
SECONDO GLI ANALISTI PIU’ VOLI DA FIUMICINO VERSO GLI USA, MENO ROTTE INTERNE E LOW COST
Ma se l’accordo fra Alitalia e Etihad si fa, che cosa cambia in concreto per chi viaggia in aereo in Italia?
Sono tre le richieste di Etihad che farebbero la differenza per chi vola: Linate potenziata a danno di Malpensa, meno agevolazioni alle compagnie aeree «low cost» (con dispiacere dei più affezionati clienti), e ferrovia ad alta velocità per arrivare meglio a Fiumicino.
Cominciamo da Malpensa.
Se sbaracca, da dove prenderanno i voli a lungo raggio gli italiani del Nord? Lo faranno da Fiumicino oppure dagli hub (aeroporti nei punti di snodo della rete) al di là delle Alpi, cioè quelli di Lufthansa, Air France e Klm?
O magari si decollerà da un futuro hub milanese ma con aerei del Golfo come progetta la Emirates, cugina di Etihad?
Antonio Bordoni, analista di compagnie aeree e aeroporti e già manager di diversi vettori internazionali, dice che il futuro è già scritto nel presente: «Etihad chiede di liberalizzare Linate? Ma più liberalizzata di così! Da sempre Linate ha impedito a Malpensa di fare massa critica e di crescere come hub. Finchè la Sea non avrà il coraggio di togliere ai milanesi la comodità del city airport di Linate, Milano non avrà mai un hub».
Del resto, insiste Bordoni, non solo Linate ma troppi altri aeroporti del Nord Italia sottraggono clienti a Malpensa offrendo voli a lungo raggio, come ad esempio Venezia dove Alitalia ha appena inaugurato un volo diretto per Tokyo.
Ma Linate, Venezia o altri scali non possono diventare a loro volta degli hub al posto di Malpensa?
«Impossibile – ribatte Bordoni – non hanno spazio per le piste». Perciò: dal Nord Italia si decolla (e si decollerà ) «verso Francoforte o Parigi o Amsterdam, che hanno voli giornalieri verso le destinazioni intercontinentali. E solo in qualche caso si andrà verso Fiumicino, che ne ha pochi».
Un altro analista, Gregory Alegi, docente di gestione delle compagnie aeree alla Luiss, vede la possibilità (non la certezza) di un futuro più dinamico: «Etihad progetta di fare di Fiumicino un secondo hub. Roma e Abu Dhabi sono abbastanza distanti da non intralciarsi a vicenda, come invece avrebbero fatto Roma e Parigi nell’alleanza con Air France, ma sono anche abbastanza vicine da fare sistema. Etihad vuole sfruttare la possibilità dei voli diretti fra Roma e gli Stati Uniti offerta dall’accordo Open Skyes fra Ue e Europa. Avremo da Fiumicino molti voli intercontinentali Alitalia da e per l’America, mentre Abu Dhabi sarà l’hub del gruppo in direzione Est con voli Etihad». Alegi non esclude nemmeno che in futuro il gruppo integrato Alitalia/Etihad inauguri un buon numero di rotte intercontinentali da Malpensa. «Però non subito, in un secondo tempo. All’inizio la priorità saranno i tagli delle rotte nazionali».
E l’ipotesi Emirates? Cioè è possibile fare di Malpensa un hub, non entrando in Europa come azionista di Alitalia, ma chiedendo di gestire direttamente una rotta Milano-New York, e poi molte altre? «Questo non ha possibilità di essere approvato dalla giustizia amministrativa» risponde Alegi. «Le regole internazionali sono chiare, Emirates non può farlo».
Resta la questione delle low cost.
Etihad chiede che vengano tolti quei vantaggi economici che hanno permesso alle compagnie «no frills» di diffondersi in tanti aeroporti locali.
I viaggiatori italiani perderanno molti collegamenti comodi ed economici? Alegi pensa che questo avverrà , ma non perchè lo chiede Etihad: «Dubito che il governo possa vietare agli enti locali di finanziare le low cost. Semmai a impedirlo sarà la crisi dei bilanci pubblici».
L’analista considera anche fondamentale la questione delle infrastrutture: «La ferrovia veloce per Fiumicino si deve fare. Al de Gaulle di Parigi si arriva con l’alta velocità . Questo perchè la Francia funziona come sistema. Anche l’Italia deve imparare a farlo, e non solo per la comodità dei viaggiatori».
Luigi Grassia
(da “La Stampa”)
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Giugno 1st, 2014 Riccardo Fucile
A META GIUGNO LA PRESENTAZIONE DI “ITALIA UNITA” IN UN CIRCOLO ROMANO
Corrado Passera è un finto moderato. È moderato nei modi, questo sì, è moderato quando
parla. Non è moderato nelle scelte.
Quando Mario Monti lanciò Scelta Civica, Passera decise di restarne fuori. Contrariamente a tutti coloro che gli erano attorno e che gli consigliavano di restare in partita, in un modo o nell’altro.
Invece, l’ex ministro si prese un anno sabatico.
Che ha fatto in questi mesi? Un tuffo nella realtà .
Lui, che ha sempre vissuto nell’iperuranio, a dividersi tra Villa d’Este e i saloni vellutati delle banche, assorbito dal fantastico mondo del “business a sei zeri altrimenti non è business”, ebbene proprio lui si è lanciato in un percorso solitario e silenzioso attraverso l’Italia.
Si dice a Roma “è sceso da cavallo”, un bagno di umiltà che non aveva mai sognato di fare. Indossando pantaloni e camicia, si è messo a fare il giro della penisola. Lontano dai riflettori, Passera si è lanciato in un bagno di gente. Gente normale. Gente comune.
Un anno passato ad ascoltare. A prestare attenzione ai problemi delle categorie. A raccogliere le sofferenze di un Paese in terribile crisi, a verificare da vicino la disgregazione sociale.
Di qui Passera ha cominciato a stendere il suo programma. A delineare il suo piano d’azione. Anzitutto, senza scadenze. Non ha fretta l’ex ministro.
Più prende tempo, più il centrodestra sarà in difficoltà , più chiederà a lui di prenderne il timone, più lo invocherà .
Per metà giugno, è in programma una convention del suo movimento, Italia Unita, negli studios romani di via Tiburtina e dimostrerà che in questi mesi ha costruito una rete locale che pesa.
E lo farà concedendo alcune anteprime in qualche circolo privato della capitale
Un “uomo del fare”: così proverà a presentarsi.
Ecco, questo è il suo punto debole. Chi lo ha ascoltato riferisce che è ancora piuttosto fragile nei comizi, non ha certamente la forza travolgente di Berlusconi e tanto meno di Renzi. Però sta studiando, si sta allenando. Ci prova.
E, rispetto all’attuale premier, ha una carta in più da giocare: la credibilità , almeno sul fronte economico.
Si presenterà al pubblico e dirà : questo è il mio programma, chi ci sta ci sta.
Non pensa a trattative con i partiti del centrodestra, tanto meno attende investiture. Sa che i vari partiti dell’area moderata si stanno consumando, logorando.
Vuole costruire qualcosa di nuovo sullo scenario politico che vada oltre l’attuale ex Pdl.
Un uomo del fare, dunque, che vuole rivolgersi a una larga fetta di elettorato che non trova una risposta. Largo spazio al welfare con aiuti alle famiglie sotto un certo reddito e con figli, un inizio di quoziente familiare.
Lotta all’evasione con la restituzione dell’Iva per chi paga con bancomat o carta di credito.
Passera medita poi di lanciare una flat tax massimo al 30% per le nuove imprese, una tassa unica più bassa rispetto alla media. Un esperimento del genere l’ha avviato la Carinzia, in maniera piuttosto aggressiva verso le imprese italiane.
Altro tema che Passera pensa di imporre è quello in generale della semplificazione fiscale con un profondo rinnovamento del sistema, ben più ampio di quello che Renzi si appresta a varare.
Poi c’è la questione degli investimenti esteri. Più volte l’ex ministro dello Sviluppo ha parlato di grandi gruppi internazionali, fornendo però numeri diversi.
È tuttavia innegabile che abbia a disposizione i contatti giusti per convincere imprese estere a puntare sull’Italia, in particolare sulle infrastrutture.
Guarda ai fondi per la coesione territoriale. Finora, in termini di prodotto interno lordo, il Sud è stato la palla al piede del Paese, mentre potrebbe recuperare terreno puntando sulle sue vocazioni: turismo, porti, Mediterraneo.
Sì, d’accordo, ma Berlusconi? È la domanda che si pongono in tanti. Già , Silvio che fa? Per ora osserva. Osserva cosa fa Passera.
Sa che ha grosse risorse economiche personali, e questo – è noto – è un elemento di grande importanza agli occhi del Cavaliere.
Sa che Passera può parlare al mondo della piccola e media impresa, all’imprenditore lombardo, a quello che ha la fabrichetta in Brianza e che, deluso, aspetta un uomo che possa rappresentarlo
Corrado, che era favorevole alla patrimoniale, da qualche tempo non ne parla più. Silvio apprezza.
Corrado viene sistematicamente assaltato da Carlo De Benedetti: esser insultato dall’Ingegnere è il miglior biglietto da visita per il Cavaliere.
È vero amore? Presto per dirlo, per ora si guardano e s’annusano.
Se son rose fioriranno.
Fabrizio dell’Orefice
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