Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile
FITTO PROCEDE PER LA SUA STRADA E BERLUSCONI TEME DI FINIRE ROTTAMATO
Il giorno di festa aiuta ad abbassare i toni, ma non la tensione, che in Forza Italia resta molto
alta.
Silvio Berlusconi evita di parlare pubblicamente della tempesta che sta investendo il suo partito, va a trovare in ospedale Riccardo Montolivo e dà consigli calcistici a Prandelli.
Ma sa benissimo che i musi lunghi e le critiche che deve affrontare il ct in queste ore non sono peggiori di quelli che attendono lui.
Dopo i ballottaggi, infatti, è previsto un nuovo ufficio di presidenza che si annuncia scoppiettante come lo scorso, durante il quale lo scontro tra Fitto da una parte e i fedelissimi del leader dall’altra è stato evidente e prolungato.
Il silenzio che l’ex premier avrebbe voluto imporre ai suoi non è stato rispettato – Fitto ha rilanciato, Toti, Romani, Cattaneo hanno replicato duramente – e all’appuntamento della prossima settimana si arriva senza alcun accordo.
Di più: tra opposte fazioni, in queste ore, nemmeno ci si parla.
Se Daniela Santanchè se la prende con chi litiga perchè «il confronto all’interno di Forza Italia è dannoso» in un momento in cui bisognerebbe rilanciare la propria identità e contenuti, e Maurizio Gasparri lancia la sua campagna con slogan da Twitter #conipiediperterra perchè la si smetta con gli scontri sui ruoli di potere interno, Mariastella Gelmini affida all’unico che può farlo il compito di far raffreddare la patata bollente: «Il confronto va bene, ma basta divisioni: la sintesi spetta a Berlusconi».
Il problema però è che, stavolta, l’ex Cavaliere non è il giudice equanime tra due parti, ma è colui che si sente colpito al cuore dall’«attacco di Fitto».
La sua convinzione è che l’ex ministro abbia intenzione di scalare il partito, di dare vita ad un’operazione – temono ad Arcore – sul modello renziano: impugnare l’arma delle primarie per «rottamare» tutto. Leader compreso.
Certo, si ostenta tranquillità sulla possibilità che il tentativo vada in porto: «Fitto non è Renzi – dicono i fedelissimi berlusconiani – e Berlusconi non è Bersani… Se pensa di fare mosse simili si va a schiantare, da Roma in su non sfonderà mai…».
Ma Berlusconi appare amareggiato e offeso, oltre che molto sospettoso.
Non si spiega perchè «dopo aver aperto a tante richieste che venivano dal basso e anche da lui, dalle primarie di coalizione ai congressi comunali, che ci servono anche per l’autofinanziamento, passando per una valorizzazione della classe dirigente locale» l’ex governatore continui ad alzare il tiro e si dica indisponibile «a tutto, quasi cercasse la rottura».
«Se vuole la sua testa, lo dica senza tanti giri e ambiguità : così è troppo facile…», accusano i fedelissimi dell’ex premier.
Se la convinzione è questa, difficile che all’ufficio di presidenza si assista ad un confronto che finisce a tarallucci e vino e vogliamoci bene.
Al contrario, potrebbe esserci una conta tra opposti documenti.
E mentre Laura Ravetto lavora al testo di un possibile regolamento per le primarie (incarico che le ha affidato il Cavaliere) Berlusconi è chiamato a una sintesi alta, ad un rilancio, per non passare come chi gioca in difesa e non perdere contatto con l’area del partito che silenziosamente e senza schierarsi sta guardando l’evoluzione del quadro con grande attenzione.
Nello stesso tempo, Fitto va avanti per la sua strada, senza mostrare alcun cedimento. Questa è la settimana dei ballottaggi e della campagna elettorale, e tanti sono gli impegni previsti sul territorio, con la consapevolezza che non è il momento per tornare all’attacco.
Ma, a meno di fatti nuovi che potrebbero essere rappresentati da un colloquio diretto con Berlusconi, un chiarimento su quale strada si vuole imboccare, Fitto insisterà nella sua proposta senza mediazioni: primarie presto, a partire dalla scelta dei coordinatori locali, e a salire per i ruoli più importanti del partito.
E comunque, anche se il partito respingesse l’idea «io non me ne andrò mai, non si illudano», ripete a chi gli parla.
Si procede quindi al buio, senza reti di protezione. E se è vero che i vertici del partito sono quasi tutti schierati con l’ex premier, è altrettanto vero che l’apertura di una falla è da tutti considerata pericolosa.
E questo mentre il quadro politico resta in movimento: il dialogo con i centristi di Alfano è ancora appena abbozzato e Berlusconi vorrebbe che ci si concentrasse proprio sulle alleanze, magari con una squadra da nominare ad hoc per gestire con lui le trattative.
Perchè il rimescolamento delle carte nel centrodestra è appena cominciato.
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile
GRILLO E’ CERTO CHE CHI VOLEVA RODOTA’ O GINO STRADA AL QUIRINALE FACCIA ORA SALTI DI GIOIA PER L’ALLEANZA CON FARAGE?
Diamo pure per veri alcuni argomenti grilleschi sul dilemma Farage sì-Farage no.
Vero che la stampa italiana, quando l’Ukip ha vinto le elezioni europee in Gran Bretagna, ha dipinto il suo leader come un simpatico cazzaro da pub col vizietto delle battute xenofobe, omofobe e sessiste, poi è bastato che pranzasse con Grillo per diventare la reincarnazione di Hitler.
Vero che tutti i razzisti sono xenofobi, ma non tutti gli xenofobi sono razzisti: Farage è xenofobo (come abbiamo scritto e come tutti confermano, lui compreso), ma non razzista.
Infatti fa campagne contro tutti gli immigrati, anche comunitari, senza mai sottilizzare sul colore della pelle: per ragioni nazionalistiche e sociali, non etniche; e non ha nulla a che fare con i fascisti, che anzi non possono metter piede nell’Ukip.
Vero che al Parlamento europeo la formazione dei gruppi è un mercato delle vacche, dove tutti vanno con tutti alla rinfusa e contano molto i numeri e poco i programmi (altrimenti B. e Alfano non si ritroverebbero nello stesso condominio, e per giunta con la Merkel all’ingresso; e i renziani non convivrebbero con i socialisti, compresi quelli che ancora pensano a Marx).
Vero che Farage è di bocca molto più buona dei Verdi europei: per lui il gruppo Efd (“Europa della libertà e della democrazia”) è solo un taxi dove può salire chiunque praticamente gratis, senza obblighi di omogeneità , mentre altri gruppi, come i Verdi, sono più compatti, più esigenti, più “puzza sotto il naso”.
Vera la malafede dei doppiopesisti che guardano solo i compagni di strada imbarazzanti di Grillo e non quelli di Renzi (do you know Berlusconi, Alfano, Cicchitto, Schifani, Formigoni, Scopelliti & C.?).
Tutto vero. Eppure scartare a priori la possibilità dei Verdi ed entrare a marce forzate nell’Edf con Farage rimane per i 5Stelle un errore grossolano, per molti versi irreparabile.
Da due giorni il blog di Grillo tenta forsennatamente di convincere gli iscritti che presto saranno chiamati a scegliere fra due alternative fittizie (c’è spazio solo per Farage), ma con argomenti molto deboli o addirittura controproducenti.
Vediamoli.
1) “Con Farage sarà solo un matrimonio d’interesse e i 5Stelle avranno la massima libertà di voto”. La libertà di voto è garantita non dal generoso Farage, ma dalle regole dell’Europarlamento, che escludono il vincolo di mandato esattamente come la nostra Costituzione. Ed è paradossale che chi osteggia il vincolo di mandato in Italia lo rivendichi in Europa.
2) “Andiamo in Europa per contare, quindi passiamo sopra le differenze e scegliamo l’Efd che con M5S potrebbe diventare il quarto gruppo, mentre i Verdi contano meno”.
A parte il fatto che i Verdi senza M5S contano già 52 elementi ed Eds solo 38, sorge spontanea una domanda: ma se — per “contare in Europa” — ci si allea o almeno si dialoga con un tipo come Farage, perchè mai — per contare in Italia — non si dialoga con nessuno?
Vero che Bersani non voleva un’alleanza di governo, voleva solo una manciata di voti gratis et amore Dei per il suo governicchio monocolore di minoranza.
Ma a gennaio Renzi offriva a M5S di fare insieme la legge elettorale e le riforme istituzionali.
Forse era un bluff, ma perchè non andare a vedere le sue carte per smascherarlo e levargli l’alibi per l’inciucio con B.? E, se non era un bluff, perchè non far pesare i propri numeri per imporre riforme un po’ migliori di quelle poi uscite dal patto del Nazareno con B.? Cioè per “contare in Italia”?
3) “Anche i Verdi hanno poco a che spartire con i 5Stelle, perchè hanno avallato le guerre e il rigore finanziario, e attaccato il M5S”.
Vero che anche i Verdi hanno i loro scheletrucci nell’armadio (ospitano alcuni nazionalisti ben poco rassicuranti, come ha spiegato Alessio Schiesari.
Vero che il copresidente dei Verdi Daniel Cohn-Bendit s’è schierato per le guerre in Kosovo, in Afghanistan e in Libia, ma molti altri verdi no, e l’ex leader sessantottino ormai trombonizzato è fuori dal Parlamento europeo (peraltro impotente in materia di difesa, infatti i conflitti sono sempre decisi dalla Nato e dai governi nazionali). Falsa la linea pro-rigore.
Vero che alcuni Verdi han criticato i 5Stelle in campagna elettorale, ma solo perchè in Italia — contrariamente all’Ukip — presentavano la loro lista in concorrenza con M5S: l’Ukip invece no.
Le distanze Verdi-M5S finiscono sostanzialmente qui.
E sono infinitamente meno incolmabili di quelle che separano M5S dall’Ukip.
Fino al 2012 Farage chiedeva l’abrogazione della Convenzione europea per i diritti umani, Verdi e M5S ovviamente no.
L’Ukip è ultramilitarista, Verdi e M5S tendenzialmente pacifisti e per tagli drastici alle spese militari.
L’Ukip è per il nucleare, il petrolio, il carbone (ricordate le battute di Grillo sul futuro da spazzacamini dei giovani?), le trivellazioni, Verdi e M5S tutto il contrario.
E non osiamo immaginare il Farage-pensiero sul Tav Torino-Lione e sulle varie Ilva, visto che nega il cambiamento climatico e qualche anno fa tentò di vietare nelle scuole il film ambientalista di Al Gore “Una scomoda verità ”.
La battaglia dei 5Stelle per cambiare le regole dell’euro o uscirne non interessa nulla a Farage, che si tiene ben stretta la sterlina (Londra ha la sua moneta, noi non più). Anche in materia fiscale, dove l’Europa può molto, l’Ukip è lontana le mille miglia dai 5Stelle: Farage vuole ridurre lo stato sociale e le tasse sui redditi più alti (compreso il suo: infatti gestiva un fondo fiduciario all’isola di Man, paradiso offshore, per eludere il fisco), Grillo vuole tagliare le pensioni d’oro e dare il reddito di cittadinanza a chi non ha nulla.
Insomma, in quasi tutte le battaglie degli ultimi anni, i ragazzi a 5Stelle stavano da una parte e Farage da quella opposta.
Poi c’è la xenofobia dell’Ukip che, per quanti sforzi si facciano, non può essere negata: “L’Inghilterra agli inglesi” è lo slogan che ha fatto vincere le elezioni a Farage.
Sappiamo bene — l’ha intervistato Announo — che uno dei dirigenti dell’Ukip è un nero di origini africane.
Alla domanda “Come può un ex immigrato come lei voler cacciare gli immigrati?”, ha risposto serafico: “Sì, ma io sono arrivato prima”.
Non potendo negare l’evidenza, i persuasori del blog di Grillo hanno astutamente osservato che anche i socialisti australiani e spagnoli sono anti-immigrati: e con questo?
Qualcuno ha detto che i socialisti hanno sempre ragione o proposto ai 5Stelle di entrare nel Pse, complice del Ppe per questo schifo d’Europa?
Qui si sta parlando dei Verdi.
Fra l’altro il gruppo ambientalista-indipendentista (Eg-Efa) è attualmente dominato dai 12 eletti in Germania (11 verdi più un “pirata” su 52 aderenti).
Cioè: i 5Stelle, con i loro 17 europarlamentari, sarebbero la pattuglia più popolosa del gruppo ambientalista (perciò i verdi tedeschi li temono), mentre nell’Edf sarebbero secondi dietro i 24 dell’Ukip.
Anche per “contare in Europa”, i Verdi sono più convenienti (anche lì c’è libertà di voto, che è garantita a tutti dalle regole e non è un gentile omaggio di Farage).
Finora Grillo ha sempre mostrato un fiuto da rabdomante per gli umori dei suoi elettori. Non per nulla cita spesso Berlinguer e Pertini, e poco più di un anno fa gridava in piazza “Rodotà Rodotà ”.
Davvero pensa che chi voleva Rodotà o Gino Strada al Quirinale, inneggiava a Berlinguer in piazza San Giovanni e, nella votazione sul blog per il miglior presidente della Repubblica, eleggeva al primo posto Pertini e all’ultimo Napolitano, ora muoia dalla voglia di vedere lui e i suoi eurodeputati a braccetto con Farage?
Grillo sa benissimo che la risposta è no. Grillotalpa, chissà .
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER DI UKIP RESPINGE LE ACCUSE DI RAZZISMO E DA’ PER SCONTATA L’INTESA CON GRILLO
Vuole togliersi di dosso un’etichetta ingombrante, quella di uomo della discordia, come viene
dipinto da una parte del Movimento 5 Stelle.
Lui, Nigel Farage, 50 anni, leader dell’Ukip, il partito indipendentista inglese che alle Europee ha preso quasi il 27%, potrebbe essere il primo (e più importante) alleato dei 5 Stelle in Europa.
Di sicuro, Farage è in linea con Beppe Grillo nell’attaccare Matteo Renzi («I suoi commenti sulla necessità di costruire gli Stati Uniti d’Europa e sul fatto che non c’è via d’uscita da questo progetto mi dimostrano, francamente, che è come tutti gli altri», dichiara) e Silvio Berlusconi («Non capisco come mai un giorno sia a favore del progetto Ue e il giorno dopo dica che l’Italia dovrebbe uscire dall’Euro»).
Lui e il leader Cinque Stelle si sono visti la settimana scorsa a Bruxelles per gettare le basi del loro asse europeo.
«Da tempo mi affascina il lavoro politico di Grillo e sono rimasto colpito quando l’ho incontrato – dice Farage al Corriere –. Ha una mente politica acuta. Quello che mi ha impressionato di più è stata la sua passione nitida per la democrazia diretta».
Farete un’alleanza?
«Sì, sono relativamente fiducioso. Entrambi vogliamo che funzioni. L’alternativa è rimanere tra i non-iscritti con meno tempo di parola, nessuna presidenza nelle commissioni, meno fondi e senza una segreteria preparata e professionale».
Cosa pensa di quei parlamentari pentastellati che hanno espresso disappunto per questa idea?
«Col dovuto rispetto credo che dovrebbero smettere di ascoltare le informazioni sbagliate sull’Ukip diffuse dai loro nemici politici. Ai grandi banchieri e ai burocrati a Bruxelles piacerebbe vederci divisi perchè in un gruppo insieme possiamo creare molti problemi».
Cosa succederebbe se i Cinque Stelle andassero coi Verdi?
«Sarebbe un disastro per loro, sommersi in una amara brodaglia verde e agli ordini di una linea di voto che non vogliono. I Verdi negli anni 80 erano euroscettici e anti-militaristi. Li ho votati allora. Ma oggi sono un miscuglio di fanatici federalisti europei, tra i sostenitori più ferventi della guerra in Siria e Libia. Appoggiano l’euro. Coi Verdi la loro libertà politica sarebbe perduta».
Una parte degli attivisti 5 Stelle ha simpatie di centrosinistra, altri vi accusano di fascismo.
«L’Ukip non è nè di destra nè di sinistra. Noi siamo oltre la semplice classificazione ma sopra a tutto vogliamo una democrazia nazionale per la nostra gente. Ricerche hanno mostrato che l’Ukip è il partito più votato tra il proletariato, anche più dei laburisti. Perchè? Ci ergiamo a difesa della gente comune che sta perdendo il lavoro e vede il suo stipendio ridursi».
Come riuscirete a restare uniti se voi e il M5S sarete liberi di combattere le vostre battaglie?
«Viva la differenza! Amo la diversità . La bellezza dell’Europa è la sua varietà di lingue, culture, cibi, vini, nazionalità e partiti politici. Un grande arazzo composto da differenti tessuti e colori. Formiamo un capolavoro maestoso. Ma coi 5 Stelle abbiamo molte battaglie comuni: contro l’euro, l’austerità e il Fiscal Compact».
Cosa accadrà se vi scontrerete con il M5S su temi importanti come le politiche sull’immigrazione?
«Ogni partito nel gruppo avrà libertà di voto su qualsiasi argomento. Non si tratta di un partito politico ma di un matrimonio di convenienza strategico e pragmatico, una scelta intelligente. Come altri 200 Paesi al mondo, l’Ukip se può sviluppare il suo modo di fare le cose e il sistema di votazione online sviluppato dai M5S è innovativo ed efficace».
Pensa che l’Italia stia uscendo dalla crisi finanziaria?
«Penso che l’Italia si è impantanata nella valuta sbagliata; sia la ripresa a lungo termine sia la crescita sostenibile non dureranno finchè questo problema non sarà risolto».
Lei è convinto che il Regno Unito debba lasciare l’Unione Europea: crede che possa essere una buona soluzione anche per l’Italia?
«Non mi piace che gli Stati siano condizionati da persone che la gente non può votare o rimuovere con elezioni democratiche. Quello che l’Italia fa a questo proposito è una scelta degli italiani e non tocca a me dirlo».
Lei è europarlamentare dal 1999: dal suo punto di vista qual è l’essenza dell’anti-europeismo? Come pensa possa cambiare l’Unione Europea? È una ipotesi realistica?
«Non siamo affatto anti-europei. Noi democratici euroscettici siamo i veri europei perchè stiamo difendendo la diversità dell’Europa in tutto il suo splendore e la volontà di genti diverse».
È stato descritto come razzista e omofobo. Come si difende?
«È completamente falso. Come Grillo sono stato ingiustamente demonizzato da media ostili. Disprezzo il razzismo. Siamo un partito non razzista, non settario. Non siamo per nulla omofobi. Uno dei nostri europarlamentari, lo scozzese David Coburn, è dichiaratamente gay. Abbiamo anche tra gli europarlamentari un musulmano pachistano dello Yorkshire, un meticcio dal Nord-Ovest. Esercitiamo la diversità , non ne parliamo solo».
Ha parlato di salario differente per le donne: in Italia la parità di genere è un argomento al centro del dibattito sociale, ne è ancora convinto?
«Non ho mai detto ciò. Io sostengo una paga identica per un identico lavoro per entrambi i sessi. La mia frase era riferita a un caso specifico. Ci opponiamo alla discriminazione in tutte le sue forme».
Emanuele Buzzi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile
IL LIBANO HA EMESSO IL DECRETO DI ESTRADIZIONE IL 23 MAGGIO, ENTRO DIECI GIORNI IL LIBANO AVREBBE DOVUTO RISOLVERE LA PRATICA… MA E’ ANCORA TUTTO FERMO
Dell’Utri: biglietto Milano-Beirut solo andata? Il biglietto di ritorno del cofondatore di Forza Italia, condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, cioè il decreto di estradizione non è ancora stato emesso.
O meglio è stato emesso il 23 maggio con la firma del ministro della Giustizia, del premier e del presidente della Repubblica libanese e subito inviato informalmente, come atto di cortesia all’ambasciatore italiano a Beirut, ma non ufficialmente.
Il governo libanese, come ci confermano dalla Farnesina, aveva assicurato all’ambasciatore che ci sarebbero voluti al massimo 10 giorni, tempo necessario per le dovute ulteriori procedure burocratiche.
Dieci giorni sono trascorsi, ma il decreto non è ancora pervenuto nè al ministero della Giustizia nè alla Farnesina.
Così come a nessuna autorità italiana è arrivata la richiesta inoltrata dall’avvocato libanese al ministro della Giustizia Ashraf Rifi di una sorta di “sospensione” delle procedure per il rimpatrio fino a quando l’Italia non assicurerà a Dell’Utri che verrà trasferito in un ospedale idoneo, diverso da quello del carcere.
Richiesta supportata da un certificato dei cardiologi che lo hanno in cura all’ospedale privato Al Hayat dove è stato ricoverato pochi giorni dopo l’arresto, avvenuto il 12 aprile nel lussuoso hotel Fhoenicia.
Il cofondatore di Forza Italia, come si ricorderà , il mese prima di rifugiarsi in Libano aveva subito un intervento di quattro bypass al San Raffaele e poco dopo l’arresto aveva avuto un malore.
Una pretesa, comunque, quella di usufruire di una sorta di arresti domiciliari ospedalieri identica a quella di cui gode di fatto da oltre un mese a Beirut, irricevibile per le autorità italiane in quanto Dell’Utri, non essendo un libero cittadino ma un condannato in stato di arresto nel momento in cui metterà piede sul suolo italiano verrà consegnato dai funzionari dell’Interpol agli agenti della Dia che, dopo avergli notificato l’ordine di detenzione nell’ufficio di polizia di frontiera, presumibilmente aeroporto di Fiumicino, lo accompagneranno nel carcere più vicino.
Solo successivamente il Tribunale di sorveglianza potrà deciderne il trasferimento sulla basa delle condizioni di salute, a esclusione della pena detentiva domiciliare negata dalla condanna per mafia.
Ma una nostra fonte accreditata libanese ci spiega che le operazioni di estradizione, concordate tra i funzionari dell’Interpol dei due Paesi, verranno svolte nella massima garanzia delle condizioni di salute del detenuto che è sotto la protezione del Paese dei cedri dove nessuno vuole rischiare che possa accadergli qualcosa durante il volo per l’Italia.
Tant’è che starebbero valutando l’ipotesi di un aereo Cai attrezzato per l’assistenza medica. “Sì, sta male, così mi ha detto mia cognata (Miranda Ratti, ndr) Spero che rientri presto, vorrebbe dire che ha recuperato la salute, meglio in carcere che malato”.
Ci dice al telefono il gemello Alberto che stando alle conversazioni con l’imprenditore catanese Vincenzo Mancuso intercettate al ristorante romano Assunta Madre stava progettando la latitanza libanese del fratello Marcello grazie all’appoggio di Gennaro Mokbel, originario del Paese dei cedri, condannato in primo grado a 15 anni per riciclaggio.
Mentre nulla sa lo storico avvocato di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri, di lui tornerà a occuparsi quando verrà estradato, fino ad allora, l’ex senatore resterà nelle mani esperte dell’avvocato Akram Azouri ,difensore dell’ex dittatore tunisino Zine El Abidine Ben Ali fuggito in esilio a Jedda in Arabia saudita.
Mentre quelle dell’ex presidente libanese Amin Gemayel, possibile ricandidato alle prossime elezioni presidenziali, lo hanno abbandonato dopo essere finito sui giornali, notizia rimbalzata con forza a Beirut, con l’accusa di aver provato a tessere la rete di salvataggio per il deputato condannato Amedeo Matacena su richiesta di Speziali per il tramite di Scajola.
L’aria è cambiata e Matacena dice: io resto a Dubai.
Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotiidiano”)
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Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile
“LA MADONNINA BIONDA DEI MIRACOLI” DILAGA SUI MEDIA: IL NULLA CHE DIVENTA SUGGESTIONE E INCANTO
Per quanto i telegiornali Rai (scioperi annunciati a parte) si siano sforzati di esaltare Matteo
Renzi, il boom elettorale, la rinascita del Pd come “partito democristiano”, la falange di osanna si è arresa di fronte alla vera protagonista pop della settimana: Maria Elena Boschi, ministra per le riforme e per i rapporti con il Parlamento, nonchè avvenente giovane donna di 33 anni che il Secolo XIX di Genova ha definito “la madonnina bionda dei miracoli”.
La madonnina bionda non ha lacrimato se non per un attimo fuggente, non ha parlato a qualche giovane malaticcia con le visioni e nemmeno è apparsa a tre pastorelli analfabeti del remoto Portogallo: no, ha solo caricato 31 bambini congolesi, adottati e ricongiunti ad altrettante famiglie italiane.
E qui, forse per quel minimo sindacale di coinvolgimento emotivo, alla madonnina renziana e toscana va riconosciuto il merito di aver evitato — per quanto possibile — la beatificazione.
Basta volerlo, poichè nel passato ventennio abbiamo avuto inflazioni di madonne Carfagna, Prestigiacomo, Brambilla, Gelmini, oggi abbandonate dai laudatores di un tempo in qualche remoto santuario per ex.
A carico della Boschi versione benefattrice si annotano dunque un’intervista di pochi secondi sulla pista di Ciampino, una treccina galeotta, qualche sbaciucchiamento, e cinque minuti introduttivi a Otto e mezzo di mercoledì, sotto gli occhi comprensivi di Lilli Gruber e quelli assai scafati di Massimo Franco
Il dilagare di Maria Elena Boschi va ascritto alla sua imitatrice, Virginia Raffaele, lanciatissima da Ballarò e forte di un’invenzione tanto più geniale in quanto risalente al passato remoto: aver trasformato il vocalizzo “shabadadada” — tormentone musicale del film Un uomo e una donna del 1966 — in una risposta nonsense, depistante e furba. Di fronte a una domanda, anche banale, la Boschi fake regala uno sguardo da maliarda, un batter di palpebre e uno sventolio di ciglia prima di far partire il suo “shabadadada”, cioè il nulla fatto suggestione, arte incantatrice a sfondo erotico niente affatto dissimulato.
Quando fu intonato il primo “shabadadada”, il film di Claude Lelouch (interpreti Jean Louis Trintignant e Anouk Aimèe) sbancò i botteghini, le musiche di Francis Lai (un 33 giri notevole, con anche composizioni di Pierre Barouh) balzarono in groppa a tutte le hit d’Europa. Ancora oggi, chi passeggia sulle spiagge di Deauville fuori stagione, lo fa proprio per canticchiare il suo privato “shabadadada”.
Paolo Ojetti
(da “il Fatto“)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
TUTTO UN CRESCENDO: “GRAZIE”, “ABBIAMO PERSO”, “PRENDETECI IN GIRO”, “E’ COLPA DEGLI ANZIANI”, “ABBIAMO VINTO”, “CI SONO STATI BROGLI”, “SCHEDE PRECOMPILATE”
Dovevano, nell’ordine: stravincere le elezioni europee, marciare su Roma, circondare il Quirinale e spedire Napolitano all’ospizio, cacciare Renzi e la Merkel, aprire l’europarlamento “come una scatoletta di wurstel”, vivisezionare Dudù, processare pubblicamente imprenditori, politici e giornalisti, per poi prendere finalmente il potere.
Ma al Movimento 5 Stelle restano solamente i cocci di una gigantesca delusione elettorale. Tre milioni di voti persi in un anno, doppiati dalle percentuali dell’“ebetino” di Firenze e costretti a subire gli sfottò di milioni di cittadini.
Se in una prima fase sembrava che Beppe Grillo avesse preso il risultato elettorale con sportività , puntando su Maalox, ironia ed autocritica, ad una settimana dal voto già ci ritroviamo in pieno psicodramma a 5 Stelle.
Si è passati dal “giusto, abbiamo stra-perso, prendeteci pure in giro”, alla denuncia di brogli e complotti di ogni sorta.
Abbiamo quindi deciso di ripercorrere la via crucis post-elettorale del Movimento 5 Stelle soci attraverso le dichiarazioni dei protagonisti, a partire da quelle del loro leader.
Il 26 maggio, a poche ore dal tracollo elettorale del Movimento 5 Stelle, Grillo ringrazia gli elettori, con tanto di poesia di Kipling allegata:
“Grazie ai 5.804.810 italiani che hanno votato il MoVimento 5 Stelle”.
“Se riesci a non perdere la testa quando tutti intorno a te
la perdono e ti mettono sotto accusa.
Se riesci ad avere fiducia in te stesso
quando tutti dubitano di te,
ma a tenere nel giusto conto il loro dubitare (…)”
Subito dopo, sempre il 26 maggio, in un video diffuso attraverso il blog il leader pentastellato sembra accettare la sconfitta: fa un po’ di autoironia e tira in ballo gli elettori anziani, colpevoli di non aver votato 5 stelle.
“Adesso ci state prendendo in giro. Vi capisco. Mettete proprio il coltello nella piaga. Abbiamo perso. Non è una sconfitta, siamo andati oltre la sconfitta. #vinciamonoi, sì #VinciamoPoi. Forse quest’Italia è formata da generazioni di pensionati che forse non hanno voglia di cambiare, di pensare un po’ ai loro nipoti, ai loro figli, ma preferiscono stare così. Son dei numeri che non si aspettava nessuno, però noi siamo lì, siamo il primo movimento italiano, il secondo partito. (…) Ora Casaleggio è in analisi per capire perchè si è messo il cappellino e poi tutti insieme vedremo che cosa fare. State tranquilli, dai, vin… vinciam… Vincono loro. Vincono loro, ma è meraviglioso lo stesso. Intanto io mi prendo un maalox, non si sa mai. Casaleggio, c’è il maalox anche per te, vieni qua!”.
Due giorni dopo, il 28 maggio, come per magia la netta sconfitta si trasforma in una sorta di successo. Sempre da Beppegrillo.it:
“Non vi resta che piangere. Dopo le autoflagellazioni, le richieste di autocritica, il maalox, le dimissioni chieste a Grillo, forse è il caso di cercare un minimo di obiettività e di realismo nel valutare il risultato elettorale. (…) La nostra affermazione, anche se non possiamo nascondere che volevamo arrivare prima del PD, è stata trasformata in una sconfitta storica, una Caporetto, una Waterloo. Ma quanto vino (scadente) bevono prima di scrivere? (…) La maggioranza relativa degli italiani che hanno tra 18 e 29 anni vota M5S. E’ solo una questione di tempo. Poi tutto cambierà e ai partiti e ai loro media asserviti non resterà che piangere”.
In rete continuano a girare le dichiarazioni pre-elettorali di Grillo: “Su una cosa non ho dubbi: o vinciamo, o stavolta davvero me ne vado a casa. E non scherzo” (Ansa, 3 aprile 2014).
Ma sul blog ecco giungere in soccorso il saggista Aldo Giannuli (29 maggio): “Si stanno levando molte voci che chiedono le “dimissioni” di Beppe Grillo, anche in questo blog ci sono interventi che vanno in questo senso e qualche autorevole amico me lo ha scritto in una mail privata. Tutti, più o meno, ricordano la frase con cui Grillo diceva che si sarebbe ritirato se non avesse “vinto”. Bene, allora discutiamone. In primo luogo: dimettersi da cosa? (…)”.
“Se perdiamo le elezioni non ho assolutamente più voglia di continuare. Ma io voglio la prova. Voglio sentire gli italiani”. Queste le parole di Beppe Grillo lo scorso ottobre in una conferenza stampa al Senato. Il leader del Movimento 5 Stelle aveva poi aggiunto, riferendosi a possibili elezioni politiche: “Noi vogliamo rifare lo stato italiano, vogliamo andare al voto il prima possibile”
Ed eccoci al 2 giugno: sul blog di Grillo viene rilanciata la teoria del broglio, con post di “Informare x Resistere”, “La Rete non perdona” ed “E-iglesias”.
Ovviamente, di prove, nemmeno l’ombra:
(…) Con l’ausilio dei moderni mass media, oggi il “divide et impera” viene realizzato in modo assai efficace e mirato, in numerose modalità , sia dirette che indirette. Tra quelle indirette vi è un metodo di cui poco si parla, ma che riflettendoci potrebbe essere tra le principali cause di divisione tra cittadini. Si tratta del broglio elettorale. (…) Con la chiusura degli spogli e la percentuale fantomatica del 41% al PD il sospetto di brogli è ragionevole. In una giornata come quella di ieri dove l’affluenza alle urne è stata circa del 60% e tenendo conto che gli elettori 5 Stelle per loro peculiarità vanno a votare, la perdita di 3 milioni di elettori è statisticamente molto improbabile. (…) Lo stesso entourage del PD ha ammesso l’inaspettato ed iperbolico risultato ottenuto, che mai si sarebbero immaginati. (…) La sinistra europea secondo gli ultimi risultati è stata quasi azzerata in queste elezioni. In controcorrente rispetto al quadro politico europeo ci sarebbe invece l’Italia, mosca bianca che secondo quanto risulta al voto darebbe un 41% al PD guidato da uno yes-man ai piedi della Merkel e dell’Europa. Francamente si deve compiere uno stupro alla logica per credere a questo. (…) Senza un meccanismo di elezione anti-broglio le elezioni non hanno più senso (…).
Wil NonLeggerlo
(da “L’Espresso“)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
IL LEADER LUCKE: “NON HO MOLTO DA SPARTIRE CON LORO, NOI SIAMO UNA FORZA SERIA”
La prossima settimana Beppe Grillo potrebbe incontrare i rappresentanti del partito
Alternativa per la Germania (Alternative fà¼r Deutschland) in vista della formazione di un gruppo europarlamentare a Bruxelles.
“Altri partiti hanno chiesto formalmente un incontro — si legge sul blog del leader M5S — tra questi Alternativa per la Germania, che Grillo dovrebbe incontrare la prossima settimana”.
Ma arriva subito la smentita di Ulrike Trebesius, eurodeputata tedesca di AfD: “Non è previsto alcun incontro con Beppe Grillo e il Movimento 5 Stelle”, ha dichiarato, “mercoledì prossimo ci vedremo noi 7 eletti di AfD per discutere le strategie. Finora non ci sono stati contatti con italiani”, ha aggiunto.
Il leader di AfD, Bernd Lucke, aveva definito l’M5S un ‘partito di comici’: “Non ho molto a che spartire con Grillo, noi siamo una forza seria”
Alle Europee Afd, formazione euroscettica, ha ottenuto poco più di due milioni di voti (7%), ovvero 7 seggi nell’Europarlamento.
Intanto non si placano le polemiche sulla possibile alleanza con Nigel Farage, leader dell’Ukip.
Ai dubbi di Dario Fo, sul palco con Grillo a Piazza del Duomo per sostenere la campagna elettorale del M5S, si sono poi aggiunte le forti dichiarazioni di Fernando Imposimato, presente a San Giovanni nel giorno del comizio di chiusura.
Secondo il giudice emerito della Cassazione, infatti, “Farage è un pazzo scatenato, la quintessenza del razzismo e del nazionalismo. Il Movimento 5 Stelle deve stare lontano da questo signore”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
“FARAGE HA VALORI DIVERSI, VIENE DALLA DESTRA PROFONDA”
“Io mi fido della capacità di analisi di Grillo e Casaleggio. Però ricordo che Farage ha valori diversi, viene dalla destra profonda. Chi si avvicina al movimento è attratto dalla sincerità , dall’onestà , da atteggiamenti e scelte positive, non vale lo stesso per l’Ukip”.
Dario Fo avverte Beppe Grillo: “Stai attento all’alleanza con Farage – dice in un’intervista al Fatto Quotidiano -. C’entra poco con i 5 stelle”.
Dario Fo, è prudente ma perplesso. “Non basta parlare con una persona – dice -. Non basta un pranzo. Sapessi quante volte io sono stato ingannato. Devi essere prudente prima di allearti con Farage”.
Si legge sul Fatto Quotidiano.
Dario Fo lei non sembra convinto dell’alleanza Grillo-Farage. Ma neanche pregiudizialmente contrario…
Credo che per dare un’opinione seria e onesta occorra essere informati. E pochi di noi sanno davvero chi è Nigel Farage. Leggendo i giornali ho notato un’acredine violenta nei suoi confronti.
Lei esprime cautela verso Farage, ma non ostilità ?
“Non è un’analisi facile. Non vorrei poi avere ripensamenti o risentimento nei confronti di quell’uomo. Credo che Grillo non faccia analisi a caso. Lo conosco bene”.
In che cosa l’Ukip e M5s le sembrano distanti?
“Nell’elettorato e nelle sue aspirazioni: il M5s è stato scelto prevalentemente dai giovani, mentre l’Ukip è votato soprattutto dai cinquantenni. Il Movimento poi è sempre stato segnato da uno spirito di apertura, di sguardo diverso verso il futuro, mentre l’Ukip preferisce la chiusura, dei confini prima di tutto. Il M5s è contro questa Europa, nel senso anche di voler andare oltre, di fare perfino di più. Gli inglesi invece vogliono uscirne e basta”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2014 Riccardo Fucile
CONCESSO PIU’ TEMPO PER IL PAREGGIO DI BILANCIO, MA RICHIESTA UNA MIGLIORE GESTIONE DEI FONDI E UNA MODIFICA DEL CARICO FISCALE…RIMANGONO I PROBLEMI DI SEMPRE, NON BASTANO LE CHIACCHIERE
La buona notizia è che, all’ultimo momento, è saltata la secca bocciatura dei tempi
supplementari per correggere il debito chiesto dall’Italia all’Europa.
Quella cattiva è che le raccomandazioni che la Commissione propone di dare a Roma chiedono di «rinforzare le misure di bilancio per il 2014 alla luce del gap che emerge nei confronti degli obiettivi di riduzione del debito».
Con un tocco amaro in più: «considerando», sottolineano, che servono «sforzi aggiuntivi» per correggere la deviazione dagli obiettivi di equilibrio, 0,6 punti di Pil, dunque 9 miliardi di euro. In sintesi vuol dire che l’Italia è lontana dal traguardo, ma anche che la partita si può ancora giocare.
Fosse passata la prima stesura, sarebbe stata tragicamente chiusa.
«E’ necessario garantire una migliore gestione dei fondi Ue con un’azione risoluta di miglioramento della capacità di amministrazione, della trasparenza, della valutazione e del controllo di qualità a livello regionale specialmente nelle Regioni del Mezzogiorno», è una delle indicazioni in particolare contenute nel rapporto.
«L’Italia – si legge ancora nelle raccomandazioni – deve trasferire ulteriormente il carico fiscale dai fattori produttivi ai consumi, ai beni immobili e all’ambiente, nel rispetto degli obiettivi di bilancio».
La Commissione Ue invita poi a rafforzare il sistema bancario, «garantendone la capacità di gestire e liquidare le attività deteriorate per rinvigorire l’erogazione di prestiti all’economia reale; promuovere l’accesso delle imprese, soprattutto di quelle di piccole e medie dimensioni, ai finanziamenti non bancari; continuare a promuovere e monitorare pratiche efficienti di governo societario in tutto il settore bancario, con particolare attenzione alle grandi banche cooperative (banche popolari) e alle fondazioni, al fine di migliorare l’efficacia dell’intermediazione finanziaria».
Il primo ammonimento dell’Ue riguarda il 2015: «Il raggiungimento degli obiettivi di bilancio non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate, soprattutto dal 2015».
E si ribadisce l’appello a centrare i benchmark di riduzione del debito previsti dalla governance Ue.
La valutazione politica offre invece un apprezzamento per il cantiere delle riforme aperto dall’Italia, la cui intensità però «va aumentata per sostenere la crescita e l’occupazione».
C’è poi un incoraggiamento ad avanzare con fermezza sulla strada virtuosa tracciata dal governo, ma anche l’ammissione che i conti si fanno solo alla fine del gioco.
Il successo politico alle europee del premier Renzi, si sottolinea, ha creato migliori condizioni di stabilità potenziale, eppure a Bruxelles resta il timore che in parlamento qualcosa possa andare storto. Certo si guarda a Roma con maggior ottimismo.
Però le regole sono le regole.
Il dato di fatto è che l’Italia deve avere un pareggio di bilancio o quasi.
In altre parole, il deficit strutturale (cioè al netto di congiuntura e una tantum) non deve superare lo 0,5% del Pil.
La Commissione stima che si sia oltre l’1%, e che la frenata debba essere dello 0,7% del Pil, al posto dello 0,1 previsto a Roma, pena una procedura dolorosa per la nostra immagine di superdebitori. Il tutto deve avvenire mantenendo il deficit sotto il 3% del prodotto, cosa che si sta avverando, visto che secondo Bruxelles nel 2014 saremo allo 2,6%. Lo 0,4% di fabbisogno a nostro vantaggio potrebbe essere oggetto di una trattativa costruttiva per maggiori margini di spesa pro crescita.
Bruxelles torna poi a puntare il dito sulla trasparenza del mercato creditizio, sulla necessità di riequilibrare il carico fiscale sul lavoro (avviata), sul dramma occupazionale da contenere (con Jobs Act), sull’apertura incompleta dei mercati dei servizi (in particolare della pubblica amministrazione), sulla Giustizia civile ancora lenta e scoraggiante per gli investimenti, sulla lotta all’evasione da rafforzare ulteriormente, sul sistema scolastico che richiede maggior cura, sulle reti da sviluppare e l’autorità dei Trasporti da lanciare sul serio.
Sono grosso modo le stesse cose dello scorso anno, la sintesi dei problemi di un Paese che non cresce da due decenni.
Marco Zatterin
(da “La Stampa“)
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