Destra di Popolo.net

IL PREMIER SFRUTTA BENE LA VOGLIA DI ESSERCI DI UN M5S IN AFFANNO

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

CINQUESTELLE SUBALTERNI E LA REPENTINA SVOLTA “MODERATA” RISCHIA DI ESSERE POCO CREDIBILE

L’ansia di Beppe Grillo di precisare che Matteo Renzi non ha bocciato la sua riforma elettorale è la conferma della sua subalternità  al premier.
L’incontro di ieri tra le due delegazioni, presente a sorpresa il premier, assente il capo del M5S, è stato un po’ falsato dalla caricatura della trasparenza rappresentata dallo streaming, non ha detto molto sul piano delle proposte.
Ma il fatto che il Movimento 5 Stelle abbia reagito dividendosi sul dialogo col Pd, mentre quest’ultimo ha foggiato una compattezza granitica, già  dice chi abbia guadagnato di più politicamente.
Nelle intenzioni di Grillo, il dialogo doveva servire a incrinare l’asse tra Palazzo Chigi e Silvio Berlusconi sulle riforme istituzionali.
Ebbene, sembra che sia avvenuto il contrario. Forza Italia ha già  fatto sapere di essere pronta a votare il cosiddetto Italicum immediatamente. E la disponibilità  del vicepresidente della Camera, Luigi Di Maio, ambasciatore di Grillo, a trattare sul ballottaggio e a rivedere Renzi entro tre giorni, lascia capire quanto il Movimento voglia apparire responsabile; e cancellare l’impressione di avere intavolato la trattativa col vero obiettivo di perdere tempo.
È evidente che al suo interno i malumori sono più ramificati di quanto si voglia far credere. E la svolta «moderata» è apparsa troppo repentina per essere credibile.
Ha influito senz’altro il risultato deludente delle elezioni europee del 25 maggio. Ma pesa anche la sterilità  della strategia del «no».
Sullo sfondo si intravedono le votazioni sul futuro presidente della Repubblica. Lo lasciano capire gli esponenti del M5S quando dicono che «con la scusa della governabilità  si rischia la dittatura. Il partito che vince le elezioni elegge il capo dello Stato». Ma Renzi ieri ha avuto gioco facile nel chiedere se il Movimento è pronto a «ragionare» anche sulle riforme costituzionali.
È arrivato perfino a chiedergli, con un filo di ironia, di presentarsi al prossimo appuntamento «con le idee chiare», perchè il Democratellum, come è chiamata la proposta del M5S, non garantirebbe la stabilità .
Pur riconoscendo il paradosso, Renzi ha sostenuto invece che la nuova legge dovrà  garantire «mai più inciuci e mai più larghe intese. Sembra strano che lo diciamo noi, in un contesto di larghe intese».
In effetti, se il governo dovesse andare avanti per i mille giorni indicati dal premier, l’eccezionalità  dell’esecutivo diventerebbe meno spiegabile.
Il cambio di passo, lo spostamento del traguardo dai cento giorni di pochi mesi fa ai quasi tre anni del discorso di martedì in Parlamento, sono una prova di saggezza e la presa d’atto delle difficoltà .
Renzi non ha il problema dei bastoni tra le ruote che può mettergli Grillo. Semmai, le difficoltà  possono riproporsi dentro la maggioranza di governo e in alcune frange di FI.
Il Nuovo centrodestra prova a reinserire l’elezione diretta dei senatori, che Renzi non vuole nel suo progetto di svuotamento della «Camera alta».
E l’apertura almeno di principio del premier alle preferenze lascia indovinare una duttilità  figlia del realismo.
Così com’è, infatti, la bozza di riforma elettorale dell’esecutivo rischia di non passare; o di essere stravolta in Parlamento.
Palazzo Chigi lo sa. E dunque, preferisce non escludere i cambiamenti piuttosto che subirli.

Massimo Franco
(da “il Corriere della Sera“)

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INTERVISTA A MASSIMO LUCIANI, COSTITUZIONALISTA: “PERICOLOSO AFFIDARSI ALLA CORTE COSTITUZIONALE, MANCANO CRITERI CHIARI”

Giugno 26th, 2014 Riccardo Fucile

L’IPOTESI DI AFFIDARE ALLA CONSULTA LA DECISIONE SULL’IMMUNITA’ DI UN PARLAMENTARE

Immunità  alla Consulta?
«No, se non a condizioni molto precise». Massimo Luciani, costituzionalista della Sapienza, semina dubbi molto forti sull’ipotesi di affidare alla Corte la “patata bollente” dell’immunita’.
Perchè è così perplesso?
«Già  ora la Corte ha l’ultima parola sull’insindacabilità  dei parlamentari. Ma questa dev’essere sollecitata dal ricorso del giudice che non è convinto della decisione delle Camere. Ed è guidata da precisi parametri costituzionali, perchè l’articolo 68 dice che le opinioni insindacabili sono quelle nell’esercizio delle funzioni e la Corte controlla proprio questo».
Ma i relatori andrebbero verso una Corte che decide sulle richieste del giudice dopo l’istruttoria delle Camere
«Vedo due serie difficoltà . Mentre la Costituzione chiarisce quali sono i presupposti dell’insindacabilità , su quelli del diniego di autorizzazione arresti o intercettazioni si limita a sottintendere l’intento persecutorio. Un po’ poco. E non basta: queste sono garanzie dell’indipendenza del Parlamento e su di esse è il Parlamento che deve pronunciarsi. Non mi sembra il caso che la Corte lo faccia direttamente ».
La Consulta può o non può decidere la sorte giudiziaria di un deputato o senatore?
«Ripeto, si tratta di garanzie importanti e, se si vuole cambiare la situazione, si deve limitare l’intervento della Corte alla sanzione degli abusi: si dovrebbe precisare in Costituzione quando c’è l’abuso e far intervenire la Corte solo a posteriori»
Lei boccia d’un colpo l’intervento diretto?
«Effettivamente non mi convince. Ma prima di parlare di bocciatura, sarebbe bene vedere come lo si concepisce».
L’ipotesi è chiara, istruttoria delle Camere, relazione alla Corte, che decide in una sua sezione speciale
«Se fosse solo questo, le condizioni di cui parlavo non mi sembrerebbero soddisfatte. Meglio allora lasciare tutto com’è o intervenire solo sull’autorizzazione alle intercettazioni. Ma meglio ancora sarebbe se la politica prendesse atto dell’assoluta necessità  di usare le tutele costituzionali di cui gode per quello che sono: garanzie dell’istituzione e non privilegi personali. Se lo avesse sempre fatto, il problema non si sarebbe posto».

Liana Milella
(da “La Repubblica”)

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INCONTRO RENZI-CINQUESTELLE, IL SOLITO TALK SHOW: LA GOVERNABILITA’ NON SI PUO’ GARANTIRE PER LEGGE

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

I GOVERNI BERLUSCONI, PRODI E LETTA DIMOSTRANO CHE LE COALIZIONI IMPLODONO

I giornali si affretteranno a dire chi ha vinto.
La questione, visto che si parla di legge elettorale, non lo prevede, devono vincere i potenziali elettori, che non a caso sono sempre meno.
Due cose, però, appaiono subito evidenti: Matteo Renzi ha fatto il suo monologo e le sue battute, Luigi Di Maio gli ha tenuto testa, ma lo streaming è stato un grande talk show.
Potevano dirselo al telefono che avrebbero pubblicato su internet i punti nodali.
C’è una timida apertura a dialogare, ma non di più.
Chi ha partecipato a una qualsivoglia trattativa sa bene che non è questo il sistema, cioè cercare di vincere all’esterno, negli occhi di chi guarda.
Si cercano i meriti di sostanza che l’una e l’altra parte ritiene invalicabili e si cerca molto banalmente di cedere all’interlocutore su alcuni punti. E altrettanto devono fare gli altri.
Renzi è andato all’incontro con una legge elettorale già  in tasca, che ha già  iniziato un iter. Ha elencato cinque punti intoccabili.
Non sembra essere pronto a cedere su niente che i Cinque stelle propongono, se non una molto vaga (tipicamente renziana) apertura sulle preferenze.
Tanto valeva rimanesse a casa, così come gli altri commensali che non hanno aperto bocca, in testa Alessandra Moretti, portata al tavolo come campionessa di preferenze.
Il problema della governabilità , sbandierato da vent’anni, soprattutto da un signore che si chiama Berlusconi, esiste.
Ma nè il Democratellum dei Cinquestelle nè l’Italicum di Renzi lo risolvono.
Le grandi coalizioni, anche quelle annunciate da un patto pre elettorale, in questi anni, hanno fallito.
Nel 1994 il governo è caduto per la Lega, che si presentava con Berlusconi.
E’ accaduto a Prodi quando Bertinotti ha staccato la spina è accaduto, per ultimo a Letta, dove il paradosso fu che a decidere la fine del governo è stato il suo partito stesso.
Un po’ come facevano le correnti democristiane di lontana memoria.
Come si fa dunque a parlare di governabilità  la sera delle elezioni?
Con quale credibilità  può farlo Renzi, che è presidente del consiglio grazie a quello che non è uscito dalle urne?
Terzo punto, e ultimo: è possibile imbastire una trattativa senza le due persone grazie alle quali oggi Renzi sopravvive?
Qualcuno è disposto a credere che sia Alfano che Berlusconi possano dire sì, accordatevi voi, noi stiamo a guardare?
Salterebbero tutti i piani di Renzi e Napolitano: le riforme.
Che non sono la legge elettorale, ma una questione più vasta, complessa e pericolosa. Dunque una legge elettorale ci sarà , ma sarà  firmata da Renzi, Berlusconi, Alfano e Salvini.
Il resto si chiama propaganda. Disponibilità  al dialogo formale e non a quello sostanziale.
I Cinquestelle hanno guadagnato un briciolo di responsabilità  che da sempre viene loro imputata.
Renzi è stato il solito Renzi, molto evanescente, ancora immerso in una campagna elettorale (Moretti prende preferenze, voi no; voi vi alleate non Farage).
Propaganda continua, nonostante le elezioni nelle intenzioni non sarebbero dietro l’angolo.
Ma il quadro cambia spesso e con facilità .

Emiliano Liuzzi:
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MOGHERINI E IL POSTO INUTILE IN EUROPA

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

LA NOMINA AD ALTO RAPPRESENTANTE PER LA POLITICA ESTERA E’ DA SEMPRE DESTINATA A QUALCUNO   CON POCO PESO E PRESTIGIO

Se lo ha fatto, per cinque anni, in modo impalpabile, Catherine Ashton, lo può fare anche Federica Mogherini.
Ma che il gioco sia chiaro: in quel posto dal nome sonoro, Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune, i governi che contano dell’Unione non vogliono qualcuno che possa fare valere peso e prestigio, ma qualcuno che non dia fastidio.
Se il leader dell’Ue avessero voluto un vero e proprio “ministro degli Esteri” europeo, lo avrebbero chiamato così, invece di inventarsi quell’Alto Rappresentante che suona funzionario e che nessuno capisce nè chi è nè cosa fa.
E se poi ci aggiungete che dirige il Seae è peggio: la sigla sta per Servizio europeo di azione esterna, oltre 2000 addetti (con la prospettiva di arrivare a 7000), provenienti da ministeri nazionali, Commissione europea e Consiglio dei Ministri
Quando Lady Ashton fu nominata nel 2009 non aveva quasi nessuna esperienza di diplomazia internazionale: a 51 anni, era stata per un anno commissario al Commercio internazionale nella prima Commissione presieduta da Manuel Barroso.
Appena assunse l’incarico, si capì che avrebbe fatto rimpiangere Javier Solana, il suo predecessore, che, senza avere tutti i poteri conferitigli dal Trattato di Lisbona, era stato capace di rendere l’Europa presente in molte crisi internazionali.
L’Alto Commissario è anche vice-presidente della Commissione e presiede i Consigli dei ministri degli Esteri dei 28: occasioni per farsi valere e per farsi notare ne ha.
Lady Ashton ne ha colte ben poche, anche se col tempo qualche risultato positivo, nei Balcani o nei negoziati con l’Iran sul nucleare con la formula dei 5 + 1, l’ha magari ottenuto
Ora, la Mogherini sarebbe, negli intenti dei leader dell’Ue, una scelta alla Ashton: ministro junior rispetto ai suoi colleghi, il più junior del lotto dei Grandi dell’Ue, senza l’autorità  nè l’esperienza per imporsi loro.
Non sarebbe una scelta per cambiare le cose, ma per lasciarle come sono. E questo a prescindere dalle qualità  della Mogherini, che è coscienziosa e preparata e alla cui credibilità  non giova la carriera rapidissima: 41 anni, eletta deputata nel 2008 e rieletta nel 2013, presidente per pochi mesi della delegazione italiana all’Assemblea atlantica, poi responsabile esteri del Pd di Matteo Renzi per due mesi, quindi ministro degli Esteri a sorpresa.
Il posto pareva sicuro per Emma Bonino (lei sì, a Bruxelles cambierebbe le cose).
Ora i giochi non sono ancora del tutto fatti e suona persino strana la disinvoltura con cui lei stessa e altri esponenti del governo italiano parlino della candidatura.
Ieri, Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari europei, diceva a Bruxelles che la carica può “benissimo spettare all’Italia”. In palio, ci sono le presidenze della Commissione —c’è un consenso sull’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, candidato dei Popolari – e del Parlamento europeo — si va verso una riconferma del presidente uscente Martin Schulz, socialdemocratico tedesco – e quelle del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo. L’insieme deve tenere conto d’un mix di nazionalità , provenienze politiche, genere.
Nei calcoli degli equilibri, entra che l’Italia ha la presidenza della Bce con Mario Draghi
Interpellati dal Fatto, un ex rappresentante permanente presso l’Ue e un ex alto dirigente Bce commentano allo stesso modo l’ipotesi Mogherini: “Per l’Italia, non sarebbe un affare. O metti lì qualcuno che conta, oppure non conti lì e perdi peso in Commissione, perchè l’Alto Rappresentante è spesso assente per i suoi impegni internazionali”.
E in Commissione transitano, ogni settimana, decisioni delicate per l’Italia, dalle raccomandazioni economiche alle procedure d’infrazione (che non sono rare).

Giampiero Gramaglia
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MA QUANDO SI RINNOVANO I CONTRATTI DI LAVORO?

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

SONO QUASI OTTO MILIONI I DIPENDENTI IN   ATTESA… BEN 44 SONO SCADUTI, 15 NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Nel giorno in cui perfino papa Francesco twitta «Quanto vorrei vedere tutti con un lavoro decente! È una cosa essenziale per la dignità  umana», arrivano le oramai solite brutte notizie per i lavoratori italiani.
Sono sempre di più – ben 7,9 milioni nel mese di maggio – i lavoratori in attesa di rinnovo contrattuale.
L’attesa media, per chi ha il contratto scaduto, è salita a circa due anni e mezzo: è in media di 29,3 mesi per l’insieme dei dipendenti e di 15,5 mesi per quelli del settore privato.
I numeri dell’Istat certificano e confermano una china sempre più pesante per lo strumento del contratto nazionale.
Tra i contratti monitorati dall’indagine si è registrato il recepimento di un solo accordo (radio e televisioni private), mentre nessun accordo è venuto a scadenza
E se ieri mattina sembrava che fosse stato firmato il contratto dei giornalisti, nel pomeriggio la notizia è stata smentita: la trattativa fra editori – Fieg – e sindacato giornalisti – Fnsi – è tornata in alto mare anche per le polemiche proprio sull’equo compenso previsto – e considerato troppo basso – per i lavoratori precari. Pertanto, alla fine di maggio, sono in vigore 31 contratti che regolano il trattamento economico di circa 5 milioni di dipendenti che rappresentano il 37,7% del monte retributivo complessivo.
Nel settore privato l’incidenza è pari al 51,6%, con quote differenziate per attività  economica: nel settore agricolo è del 6,8%, mentre è dell’80,6% nell’industria e del 27,4% nei servizi privati.
Complessivamente i contratti in attesa di rinnovo sono 44 (di cui 15 appartenenti alla pubblica amministrazione) relativi a circa 7,9 milioni di dipendenti (di cui circa 2,9 milioni nel pubblico impiego)
Alla fine di maggio i contratti collettivi nazionali di lavoro in vigore per la parte economica riguardano il 38,5% degli occupati dipendenti e corrispondono al 37,7% del monte retributivo osservato
Sul comparto pubblico, che attende dal 2009 il rinnovo, ora alle prese con la riforma varata dal decreto Renzi, si spera che arrivino buone notizie dalla legge di Stabilità : lì il ministro Marianna Madia si è impegnata a trovare le risorse necessarie per sbloccare gli stipendi dei 3,3 milioni di lavoratori statali, che a legge vigente sarebbero bloccati fino al 2017
Non va meglio sul fronte degli stipendi.
A maggio l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie aumenta dello 0,1% rispetto al mese precedente e dell’1,3% nei confronti di maggio 2013.
Complessivamente, nei primi cinque mesi del 2014 la retribuzione oraria media è cresciuta dell’1,4% rispetto al corrispondente periodo del 2013.
Con riferimento ai principali macrosettori, a maggio le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dell’1,6% per i dipendenti del settore privato e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione.
I settori che a maggio presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: telecomunicazioni (3,1%); gomma, plastica e lavorazione minerali non metalliferi (3,0%) ed estrazione minerali (2,9%). Si registrano variazioni nulle nel settore edile e in tutti i comparti della pubblica amministrazione

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ROGNONI E IL BIGLIETTINO DELL’ “UOMO DI MATTEOLI”: CAPII, LA GARA ERA TRUCCATA

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

IL RACCONTO AI PM DELL’EX DIRETTORE DI INFRASTRUTTURE LOMBARDE: “ME LO PORTO’ IL FIGLIO DI ERASMO CINQUE, GRAZIE A LUI PARLAVO CON MATTEOLI”

Finora, di quel misterioso bigliettino portato per conto dell’impresa Mantovani da non si sa bene chi il 10 luglio 2012 all’allora direttore generale di «Infrastrutture Lombarde» Antonio Rognoni, 5 giorni prima dell’apertura delle buste e dell’assegnazione a Mantovani per 198 milioni del più importante appalto di Expo 2015 (la «piastra») in virtù di un ribasso addirittura del 41%, si sapeva solo quel poco che una intercettazione aveva captato in un successivo commento di Rognoni: e cioè che c’era scritto «sappiamo che siamo andati bene sulla parte qualitativa», messaggio con il quale la cordata Mantovani puntava a stoppare ostruzionismi pro-altri concorrenti (come Impregilo o Pizzarotti) mostrando di disporre di illecite informazioni di prima mano sull’andamento dei supersegreti (in teoria) punteggi della gara.
Ma lo scorso 3 aprile, 13 giorni giorni dopo il proprio arresto per turbativa d’asta su tutt’altri appalti (i servizi legali a un giro di avvocati fissi), si scopre ora (al deposito degli atti nel rito immediato fissato l’altro ieri per il 18 settembre) che Rognoni, prima di smettere giovedì scorso di collaborare adducendo come motivo l’assenza di un interlocutore in Procura a causa dello scontro tra il capo Bruti Liberati e l’aggiunto Robledo, aveva iniziato a raccontare qualcosa proprio sulla «piastra».
E su quel bigliettino.
A cominciare dal primo colpo di scena su chi glielo portò: «Ottaviano Cinque, il figlio del proprietario della Socostramo, Erasmo Cinque».
Socostramo è una ditta del costruttore romano che aveva una quota nella cordata Mantovani per Expo e che, aggiunge Rognoni, «aveva una partecipazione, anche se non rilevante, nel Mose di Venezia realizzato dalla Mantovani».
E a Venezia nell’inchiesta sul Mose emersa con 35 arresti il 4 giugno, cioè due mesi dopo l’interrogatorio di Rognoni, il Tribunale dei Ministri sta valutando l’autorizzazione a procedere chiesta della Procura a carico dell’ex ministro pdl delle Infrastrutture, Altero Matteoli, per l’assegnazione di lavori al Consorzio Venezia Nuova in cambio dell’inclusione proprio della Socostramo di Cinque.
Ma soprattutto è illuminante la spiegazione che Rognoni offre del proprio pregresso rapporto con Cinque: «La premessa è che io, quando avevo Matteoli come Ministro delle Infrastrutture e Trasporti e lavoravo per la realizzazione delle autostrade praticamente in modo settimanale con il Ministero, sono stato seguito nelle richieste che io facevo al Ministero, e in particolare al Ministro, da questo Erasmo Cinque». Come mai? «Perchè lui era il segretario, era il sottosegretario di Matteoli». L’espressione lascia perplesso il pm, che chiede lumi: Erasmo Cinque era nella struttura di Matteoli?
«Sì, sì. Lui a tutti gli effetti faceva anche un’attività  per la quale dimostrava in modo inequivocabile il fatto di poter accedere al Ministro in modo… Suo figlio Ottaviano, che invece non stimavo, mi diceva “ti vengo a trovare”, ma con una frequenza veramente abbastanza limitata, una volta al mese…gli offrivo il caffè. Non ha mai lavorato per me la Socostramo…».
Anche perchè non esiste di fatto, punge il pm. «Ma infatti non valeva niente – concorda Rognoni -. E non mi dava nessuna affidabilità  imprenditoriale neanche la persona, no? Solo avevo la necessità  di poter interloquire con il Ministero delle Infrastrutture e quindi mi avvalevo…».
Pm: «Doveva passare da questo qua». Rognoni: «Il padre era uno diverso, insomma, molto politico, molto aderente ad Alleanza nazionale, però voglio dire alla fine le nostre cose le faceva».
Fatto sta che, dopo un’iniziale confusione su un imprecisato «vicepresidente della Mantovani», Rognoni si ricorda meglio che fu Ottaviano Cinque «che mi dà  questo bigliettino nel quale mi dice: “A noi risulta di essere andati molto bene sulla parte tecnica”.
E io cado dalla sedia. La cosa che mi preoccupò fu che, siccome era effettivamente così, significa che c’è qualcuno della Commissione di Expo (che non sono io, mai occupatomi della gara) che si permette di fare una cosa illegittima», cioè che aveva rivelato notizie sensibilissime e tali da turbare la gara d’appalto.
«Allora – dice Rognoni d’aver pensato – delle due l’una: o io butto il bigliettino e dico “guarda, io di questa roba non ne voglio sapere”. Oppure, al contrario, avrei dovuto prendere e denunciare il tutto». Fa la cosa sbagliata: la prima.
Nonostante avesse «a quel punto capito che c’era qualcuno che addirittura aveva avuto la responsabilità  di informare» Cinque e la Mantovani «di come stava andando la gara, una cosa di una gravità  assoluta».
Rognoni nega che all’epoca tentasse di spingere Impregilo a scapito di Mantovani, magari su input dell’allora governatore lombardo Formigoni: «Io non avevo nessun interesse nei confronti di Impregilo» e «nessuno mi diede mai indicazioni, nè su Mantovani nè su Impregilo nè su Pizzarotti», anche se a suo avviso «Impregilo o Pizzarotti erano imprese dotate di quella capacità  finanziaria di avere 20 o 30 milioni di cassa e in grado di poter anticipare il pagamento dei subappaltatori in attesa dei pagamenti».
E se «tutti dicevano che io ce l’avevo a morte con Mantovani, assolutamente non è vero, perchè negli anni successivi ho lavorato tranquillamente».
Invece per Rognoni un’altra cosa sarebbe successa: «Io ero certo che Mantovani», dopo aver preso l’appalto con il ribasso del 41%, «avrebbe realizzato un’opera nella quale, il giorno dopo che si iniziava a lavorare l’obiettivo, era quello di recuperare dei costi. E questo era una costruzione malata di per sè. Ma è mai possibile che, se io faccio una gara da 270 milioni, arriva il Mago Zurlì che dice che si può fare a 140 e va bene a tutti?».
Anche perchè, aggiunge Rognoni, era già  successo con un’altra impresa: «Avevano già  in Expo stabilito che una gara da 110 milioni, fatta al massimo ribasso e acquisita da Cmc a 60 invece che a 110, aveva avuto la prima variante già  da 35 milioni…», più di metà  dell’intero contratto: «Ma queste sono degenerazioni, sono cose che non possono essere alla base di una buona procedura pubblica».

Luigi Ferrarella
(da “il Corriere della Sera”)

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ABUSO D’UFFICIO E FALSO: CHIESTO PROCESSO PER VICESINDACO DI NAPOLI

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

A TOMMASO SODANO, EX PARLAMENTARE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA, VIENE CONTESTATA UNA CONSULENZA

Galeotta fu una consulenza a un’architetta alla quale è legato da vincoli di amicizia sottolineati dalla Procura di Napoli durante le indagini.
Una consulenza che è costata a Tommaso Sodano, vice sindaco di Napoli con delega all’Ambiente ed ex parlamentare di Rifondazione Comunista, una richiesta di rinvio a giudizio con le accuse di abuso d’ufficio e falso.
La vicenda riguarda la gestazione di un progetto finalizzato a ridurre le emissioni inquinanti a Napoli, accompagnato da una campagna di informazione collegata alla questione del risparmio energetico.
Il progetto, del costo di 49.973 euro, venne affidato a un dipartimento dell’Università  di Bergamo guidato dall’architetta Maria Cristina Roscia.
Secondo i pm Ida Teresi e Danilo De Simone, ciò avvenne attraverso una violazione di legge: senza gara pubblica.
La difesa di Sodano, curata dall’avvocato Francesco Picca, sostiene che il progetto, scorporato dai costi di Iva, è inferiore ai 40.000 euro e quindi consente un incarico diretto: “Questa contestazione — spiegò l’avvocato nei mesi scorsi a ilfattoquotidiano.it — attiene a un solo incarico tra i diversi affidati dal medesimo provvedimento a più dipartimenti universitari, firmati dal funzionario comunale e non certo dall’assessore per importi che comunque non prevedevano l’indizione di una gara”.
L’inchiesta della Procura partenopea ha affrontato una serie di presunte irregolarità  nella gestione degli affari e degli atti amministrativi del Comune di Napoli, e si fonda su numerose intercettazioni telefoniche.
Nei guai è finita anche l’ex assessore comunale allo Sport Pina Tommasielli. Anche per lei c’è una richiesta di rinvio a giudizio.
Le accuse vanno dalla truffa al peculato.
La prima ipotesi di reato riguarda la cancellazione di alcune multe fatte al cognato Franco Gaudieri, magistrato del Tar e sindaco di Villaricca (totalmente estraneo alle indagini), per la violazione degli accessi alla ztl di Napoli.
La seconda ipotesi di reato è relativo all’assegnazione a conoscenti di alcuni biglietti omaggio per lo stadio San Paolo, estratti tra le migliaia riservate agli studenti napoletani ai quali l’assessorato aveva dedicato un progetto ad hoc.
Nei prossimi giorni l’ufficio del Gip fisserà  la data dell’udienza preliminare.

Vincenzo Iurillo

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POVERO URUGUAY, TRA DEMENTI, VIGLIACCHI E COMPLICI: E SE CI FOSSE STATO PIETRO…

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

IL   KILLER SUAREZ: “SOLO UN FALLO DI GIOCO”… IL CAPITANO LUGANO: “CHIELLINI E’ UNA BRUTTA PERSONA”… CON PIETRO VIERCHOWOD IL VIGLIACCHETTO SAREBBE USCITO “CASUALMENTE” COI DENTI SPEZZATI

Non ci interessa in questa sede dare giudizi tecnici sulla partita che ha visto l’eliminazione dell’Italia da parte dell’Uruguay.
Ci limitiamo a commentare un episodio vergognoso che non ha nulla di sportivo e molto di delinquenziale: il morso proditorio di Suarez al difensore Chiellini.
Invece di stigmatizzare l’episodio, l’allenatore Tabarez, a fine partita, aveva cercato persino di metterlo in dubbio.
Poi, di fronte all’evidenza della prova televisiva e alla probabile qualifica del killer, invece di cacciarlo dalla squadra per indegno comportamento antisportivo, dirigenti e giocatori uruguagi hanno ancora la faccia di difenderlo.
Suarez afferma: “Ho saputo del procedimento avviato a mio carico dalla Fifa. Dico solo che se ci mettiamo a indagare su qualsiasi cosa non so dove finiremo. Si tratta di incidenti di gioco normali, che dovrebbero rimanere sul rettangolo di gioco. Siamo giocatori e sappiamo che in campo accadono milioni di cose: non dobbiamo e non dovete prendere tutto così seriamente”.
Il capitano della “Celeste”, Diego Lugano, attacca addirittura Chiellini, vittima del morso: ”E’ un piagnucolone, le immagini tv non provano nulla. C’è stato un parapiglia e comunque c’erano vecchie cicatrici, anche uno stupido lo potrebbe vedere. Lui è un grande chiacchierone, una brutta persona e un piagnucolone”
Ricordiamo che giornali sopra le parti come il ‘The Sun’ e il ‘Times’ definiscono “animale” l’attaccante uruguaiano e ricordano i due precedenti, il primo in Olanda con la maglia dell’Ajax e il secondo con il Liverpool, quando azzannò il difensore Ivanovic del Chelsea (gesti che gli costarono rispettivamente 7 e 10 giornate di squalifica).
Una cosa ci spiace: che al posto di Chiellini non ci sia stato il grande Pietro Vierchowod.
Non ci sarebbe stato bisogno di prova tv: dopo pochi minuti il vigliacchetto avrebbe avuto un reale motivo di toccarsi la bocca.
Per contare i denti rimasti.

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SPESE PAZZE REGIONE LIGURIA: ARRESTATE PER PECULATO DUE CONSIGLIERE REGIONALI DELL’EX GRUPPO IDV

Giugno 25th, 2014 Riccardo Fucile

DOMICILIARI PER MARYLIN FUSCO E MARUSKA PIREDDA

Arrestate le due consigliere regionali della Liguria, Marylin Fusco, già  vicepresidente della Regione Liguria, e Maruska Piredda, l’ex pasionaria hostess di Alitalia negli anni dei primi tagli tra il personale della compagnia area.
Arresti domiciliari ad entrambe per un’ipotesi di peculato relativa alle spese effettuate nel 2012 con i soldi del gruppo dell’Idv, di cui facevano entrambe parte.
L’ordinanza si è resa necessaria, secondo fonti della Procura, per il pericolo di reiterazione del reato.
Un arresto che lascia Marylin Fusco “incredula e sconvolta”. Fusco ha parlato con il suo legale, il genovese Stefano Savi, che la sta raggiungendo a Montecatini, dove è stata disposta la custodia cautelare ai domiciliari.
Stamani, l’ex vicepresdiente della Regione era stata convocata al comando provinciale della Finanza a Genova, dove gli agenti le hanno notificato il provvedimento del tribunale di Genova.
Insieme a lei è stata arrestata, pure lei ai domiciliari, l’ex ‘collega’ nel gruppo dell’Idv, Maruska Piredda, con stessa ipotesi di reato.
Piredda era a Genova e ora è ai domicliari nella sua casa di Milano.
In questi anni, la difesa di Marylin Fusco non è mai cambiata: “Non ho nulla da nascondere. Le ricevute sono qua e, come è mio costume, ci metto la faccia senza nascondermi”. Convocò una conferenza stampa per respingere le accuse.
Carte alla mano, spiegò che “la consigliera Fusco, negli 11 mesi del 2012 in cui è stata nell’Idv, ha presentato ricevute per complessivi 10 mila euro. Aveva percepito per le spese 12mila e ne ha restituiti   al gruppo dell’Idv 2mila, prima di lasciare il partito”.
Tra le spese elencate, giornali, cancelleria, parcheggi, ristoranti, taxi.
“Come vedete – ha sottolineato Fusco – non ci sono nè piatti a base di aragosta, nè bottiglie di vino pregiate, nè champagne, nè mutandine. Sono tutti menù fissi”.
Il riferimento alle ‘mutande’ non fu casuale: la Guardaa di Finanza scoprì che tra gli scontrini fiscali utilizzati per giustificare le spese a carico del gruppo politico, cioè dei soldi pubblici, c’erano anche un piao di mutandine di pizzo acquistate dalla consigliera Maruska Piredda.
Si allarga così il numero degli esponenti dell’ex partito guidato da Di Pietro coinvolti in casi di peculato. L’inchiesta aveva già  portato all’arresto dell’ex vicepresidente della Regione Nicolò Scialfa, attualmente ai domiciliari.
Le spese del gruppo dell’Italia dei Valori in Consiglio regionale nel mirino degli inquirenti sono quelle tra il 2010 e il 2012.
Per Scialfa “fatali” settantamila euro non giustificati: all’ex presidente era contestato dalla Procura di essersi appropriato dei fondi del gruppo senza giustificazioni. In pratica, gli esponenti dell’Idv avrebbero usato fondi del gruppo politico, cioè soldi pubblici, per spese personali, “non pertinenti all’attività  politica”.
Un uso disinvolto del denaro: Viacard, Telepass, la polenta con salsiccia all’Autogrill e il cibo per i cani . Per i consiglieri regionali di Italia dei Valori oltre agli ormai celebri slip – un acquisto attribuito a Maruska Piredda – sono con il passare del tempo spuntati così numerosi altri “articoli” meno noti, come ad esempio una penna Mont Blanc da mezzo migliaio di euro, gite in taxi a Roma e berrettini di cachemire.

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