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LE BALLE DI RENZI, SCUOLA E ANNUNCI: E’ IL PRIMO LUGLIO E NON SUCCEDE NIENTE

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

NON C’E’ TRACCIA DEI 3,5 MILIARDI PER RISTRUTTURARE GLI EDIFICI… LE REGIONI: “I SOLDI NON SONO ARRIVATI”

Dovevano essere erogati 3 miliardi e mezzo, ma per adesso i soldi che il governo ha approvato da destinare alle scuole sono solo 784 milioni di euro.
C’era anche una data: primo luglio, giorno in cui operai e addetti ai lavori avrebbero dovuto iniziare il piano di ristrutturazione e messa a nuovo degli edifici scolastici.
Ma non in tutte le regioni questo processo è stato avviato.
Il Fatto si è occupato più volte dei fondi destinati alla scuola, anche il primo giugno scorso dopo che un rapporto del Censis (il Centro Studi Investimenti Sociali) aveva pubblicato preoccupanti dati sullo stato delle scuole in Italia: tanto amianto, edifici fatiscenti e intonaci che cadevano.
Allora fu ribadito che il governo sarebbe intervenuto con i 3 miliardi e mezzo.
E così quel primo giugno, il sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi aveva anche assicurato che “gli interventi inizieranno da luglio” spiegando puntualmente dove sarebbero stati presi i soldi.
Mancava solo un mese e nello scetticismo generale ci si chiedeva come e quando sarebbero state approvate le delibere.
A trenta giorni di distanza i soldi approvati sono 784 milioni di euro: “244 milioni — spiega Reggi sentito di nuovo da Il Fatto — nel biennio 2014-2015 sbloccati con un decreto del presidente del Consiglio del 15 giugno scorso che permette ai Comuni di sganciarsi dal patto di stabilità ; altri 400 milioni sono stati riprogrammati nelle graduatorie del decreto del fare con una delibera Cipe approvata oggi pomeriggio (ieri per chi legge). Entro il 1 ottobre dovranno essere aggiudicati con procedure rapide. E nella stessa delibera Cipe aggiungiamo altri 140 milioni per il recupero di sette mila edifici scolastici”.
Mancano un po’ di soldi rispetto ai 3 miliardi e mezzo annunciati.
Parola agli assessori: “Non abbiamo visto un euro
Il Fatto per verificare lo stato dei lavori nelle scuole delle diverse regioni italiane ha provato a contattare funzionari e assessori all’Edilizia scolastica e alle Infrastrutture. Molti amministratori non sapevano neanche di cosa si trattasse, altri rinviavano a funzionari che avevano lasciato l’ufficio alle quattro del pomeriggio di un qualsiasi lunedì.
Con altrettanti invece siamo riusciti a parlare e da Nord a Sud si presentano situazioni simili. In Campania, un collaboratore dell’assessore all’Istruzione e Edilizia Scolastica Caterina Miraglia, è molto chiaro: “Non sono arrivati ai Comuni neanche i soldi dell decreto del fare di settembre. Qui abbiamo partecipato alle graduatorie che però sono bloccate a causa di alcuni ricorsi amministrativi. Altre Regioni hanno gli stessi problemi: graduatorie bloccate, soldi che non arrivano e lavori che non partono”.
Non diversa la situazione del Piemonte, dove l’assessore regionale all’Istruzione Giovanna Pentenero afferma che “al momento i lavori nelle scuole non sono ancora partiti. Aspettiamo la norma che allenta l’impatto del piano di stabilità  sui Comuni”. In Toscana, dall’ufficio dell’assessore Emmanuele Bobbio ci spiegano che “da parte dei Comuni non abbiamo alcuna notizia, in queste erogazioni le Regioni sono state bypassate. So però che in alcune scuole i lavori sono iniziati e stanno andando avanti, anche se i fondi non sono ancora arrivati”.
In Lombardia, la dottoressa Claudia Moneta, dirigente della struttura che si occupa dell’edilizia scolastica , ci spiega che “le regioni hanno fatto solo un’attività  istruttoria nel decreto del fare. In quel caso abbiamo fatto una graduatoria e ci erano stati assegnati circa 15 milioni di euro”.
Quei soldi non sono arrivati ma “i lavori nelle scuole sono comunque andando avanti, soprattutto per la bonifica dell’amianto”.
Altri 14 milioni erano stati assegnati a settembre anche alla Regione Lazio.
Mentre alla Liguria dovevano arrivare 4 milioni. “Con il decreto del fare — spiega Giovanni Boitano , assessore ligure — siamo partiti con 30 progetti. In totale erano 74. Una parte dei soldi è arrivata, ma non tutti”.
Il sottosegretario Reggi: ”Si deve attendere il 2015”
Il primo giugno scorso, il Fatto chiese al sottosegretario Roberto Reggi dove sarebbero stati presi i soldi promessi da Renzi.
“Ci sono 450 milioni — spiegò Reggi — destinati alla piccola manutenzione. Abbiamo recuperato 300 milioni di euro con l’aggiudicazione di una gara sul servizio di pulizia”.
I 400 milioni per la manutenzione straordinaria sarebbero stati recuperiamo da fondi europei inutilizzati.
E per i grandi interventi sarebbero stati stanziati 1 miliardo e 300 milioni giacenti nelle casse dei Comuni attraverso l’allentamento del patto di stabilità .
“A questi — concluse Reggi — si aggiungono 900 milioni che arriveranno a gennaio 2015 da mutui con la banca europea. E altri fondi europei per un valore ancora da stabilire, ma che può essere intorno ai 3 miliardi”.
Risentiamo Reggi a distanza di un mese che ci spiega che “è normale che i soldi stanziati a settembre non siano arrivati a tutti: la graduatoria si è chiusa ad aprile. Però un processo partito a settembre e chiuso con l’aggiudicazione degli appalti entro aprile non era mai successo”.
Ma i soldi in totale non dovevano essere 3 miliardi e mezzo? “Eh, ma entro fine 2015”.
In molte città  oltre a non esserci i soldi, non sono neanche iniziati i lavori.
“Sono loro a doverli fare partire, non noi”.
Ti pareva…

Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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COMMEDIA RENZIANA: “TESORO, MI SI È RISTRETTO IL BILANCIO”

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

POLETTI SVELA CHE MANCA UN MILIARDO PER LA CIG…MORANDO NON ESCLUDE LA MANOVRA CORRETTIVA.. IL PIL VA ANCORA MALE E L’INFLAZIONE PURE PEGGIO

Il problema di questo governo, così giovane e dinamico, è che la realtà  è vecchia e testardissima.
Ha i suoi tempi, i suoi riti, una sua forza che sta tutta nella costanza.
E piano piano se ne va accorgendo anche la banda Renzi. Dai proclami di svolta, le battute, il gioco d’attacco, ora cominciano i “vedremo”, i “sarà  difficile” fare questo o quello, i rinvii senza data.
Qui si discute di economia e conti pubblici. È in questocampo che l’esecutivo si gioca tutto, è in questo campo che ha adottato il suo unico atto di rilievo: i famosi 80 euro. Attorno al premier il clima va cambiando rispetto ai peana pre e post elettorali.
Lo si coglie da molti segnali.
L’editoriale con cui Eugenio Scalfari, su Repubblica di domenica, ha vaticinato una manovra correttiva da 12 miliardi, per dire.
O le defezioni sparse di membri dello stesso governo rispetto all’ottimismo obbligato del premier.
Ieri, ad esempio, sui giornali si potevano leggere le interviste di Graziano Delrio (che a ragione dubita, come potete leggere qui sotto, della possibilità  che l’Italia possa tagliare sensibilmente il suo debito pubblico a breve), del viceministro dell’Economia Enrico Morando (che dubita invece della possibilità  di ottenere i risparmi attesi dalla spending review e sulla manovra correttiva imposta dai parametri Ue risponde, appunto, “vedremo”), del ministro del Lavoro Giuliano Poletti, il quale senza particolari patemi ha annunciato che per la Cassa integrazione in deroga quest’anno “manca un miliardo di euro”, perchè i soldi per il 2014 sono stati spesi per coprire il 2013.
In pratica, ha tradotto la Cgil, 50mila lavoratori rischiano di rimanere senza copertura: soprattutto quel pezzo di industria italiana che non vive di esportazioni (medie imprese, visto che le piccole non ottengono cassa in deroga), ma pure il commercio, la distribuzione, la logistica.
Conti che ballano ad un ritmo che non è scandito dal premier e al netto di altre difficoltà  ancora sottaciute.
Bruxelles che pretende il rispetto degli impegni presi sui conti pubblici (forse non sanno che in Italia dicono che “l’austerità  è finita”) o il fatto che oltre alla Cassa integrazione ci sono parecchie altre spese non finanziate per il 2014 (le missioni militari all’estero da luglio in poi, il 5 per mille e altro).
Pian piano, insomma, la realtà  torna al centro della scena: “Tesoro — ci svelerà  Renzi, a cui piacciono le citazioni pop — mi si è ristretto il bilancio”.
E fosse solo quello: all’esecutivo si sta stringendo un po’ tutto.
Prendiamo il caso dell’inflazione: ieri l’Istat ha certificato che l’operazione sugli 80 euro non ha avuto alcun impatto sui consumi.
La dinamica dei prezzi a giugno, dice l’istituto di statistica, si è infatti fermata allo 0,3% dallo 0,5 di maggio.
“È un campanello d’allarme che continua a squillare e non è chiaro se la politica se ne è resa conto”, dice Sergio De Nardis, capoeconomista di Nomisma: “L’azione della Bce può non essere sufficiente e per evitare stagnazione e rischi di deflazione occorre un quadro di stimoli europei più incisivo”.
Anche sul fronte della crescita l’Istat — in una nota mensile pubblicata ieri e passata quasi inosservata — ha provveduto a mettere una pietra tombale sul roseo futuro dipinto dal brillante inquilino di palazzo Chigi: nel secondo trimestre, vi si legge, “la variazione congiunturale del Pil è prevista ricadere in un intervallo compreso tra -0,1% e +0,3%”, le stime sono riviste al ribasso visto che tra aprile e giugno “il recupero dei ritmi di attività  economica dovrebbe risultare più graduale di quanto atteso all’inizio dell’anno”.
Ma la ripresa arriverà  nella seconda metà  dell’anno, obietteranno gli inguaribili ottimisti e i renziani.
No, dice Istat: “Il Pil è previsto evolvere intorno a ritmi sostanzialmente analoghi anche nella seconda metà  dell’anno in corso”.
Quindi, anche tenendo conto del dato consolidato del primo trimestre (-0,1%), “la variazione del Prodotto interno lordo nella media del 2014 risulterebbe debolmente positiva” .
Breve traduzione: seppure cresceremo, lo faremo al ritmo dello zero virgola qualcosa e sicuramente non allo 0,8% previsto dal governo Renzi.
La cosa non è senza conseguenze: significa non produrre posti di lavoro, meno ricchezza per gli italiani, meno gettito per l’erario e pure previsioni sui conti pubblici decisamente da rivedere.
Tutto dice manovra correttiva, solo che manovra correttiva significa nuove misure recessive. La realtà  ha durezze che nè le battute, nè le esperienze felici e così formative dell’Erasmus riescono a smussare.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA A MILENA GABANELLI: “IL POS NON BASTA, LOTTA ALL’EVASIONE CON LE DETRAZIONI”

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

“LA GRANDE EVASIONE SI COMBATTE CON LE NORME ANTIRICICLAGGIO CHE STANNO SEMPRE NEI CASSETTI DEL PARLAMENTO”

“Come sempre in Italia facciamo le cose a metà ”.
Milena Gabanelli, giornalista conduttrice di Report che della lotta all’evasione ha fatto un cavallo di battaglia, accoglie con favore la norma che impone a tutti di munirsi di Pos, ma non le sfugge la contraddizione di una norma che stabilisce un obbligo, ma non la sanzione corrispondente.
Due anni fa lei ha lanciato una campagna per scoraggiare l’uso del contante. Questa misura va in questa direzione?
È la migliore forma di contrasto all’economia sommersa. L’obbligo di Pos è cruciale, ma per essere determinante nella lotta all’evasione occorre anche “incoraggiare” il cliente a preferire i pagamenti tracciabili, per esempio consentendo la detrazione di alcune spese.
La nuova legge prevede l’obbligo di munirsi di Pos, ma nessuna sanzione per chi non ottempera. Non è un controsenso?
È nostra abitudine fare le cose a metà . Quando negli anni 70 è stato reso obbligatorio il registratore di cassa, pena pesanti sanzioni, ci fu la sollevazione degli esercenti, ma si andò dritti, e non è morto nessuno. È comunque un buon segnale, certo che non basta. Bisogna fare di più per l’emersione del sommerso, credo che il governo lo sappia. Vorrei sapere qual è il piano per la lotta alla grande evasione e se intendono tirarla ancora per le lunghe con l’introduzione del reato di autoriciclaggio..
Ricorda l’ultima volta in cui ha chiesto di pagare con bancomat si è vista opporre un rifiuto?
Due ore fa, dal ciclista che le biciclette le vende pure. Mi ha sostituito il sellino, ma accetta solo contanti. Sabato scorso l’estetista. Ho tirato fuori il bancomat per pagare cento euro e mi ha detto: “Qui all’angolo c’è lo sportello di banca, vada a prelevare e poi torni perchè noi preferiamo non avere tutti quegli impicci”.
La media di Pos installati in Italia è già  più alta della media Ue, il problema è che si usano poco: secondo Banca d’Italia i pagamenti elettronici pro capite sono 74 l’anno contro i 194 di media dell’Eurozona. Inoltre, il 69% degli italiani non vuole cambiare le abitudini di pagamento. Non crede che in Italia esercenti e consumatori tendano a sentirsi complici nell’eludere il fisco?
Le abitudini si cambiano in fretta se c’è una buona motivazione. Si dice che noi italiani, siccome siamo un popolo di anziani, facciamo fatica ad avere dimestichezza con “le carte”. Vorrei ricordare che quando Tremonti introdusse la social card di 40 euro, furono più di 1 milione gli over 65 disagiati a mettersi in fila per avere la famosa carta. Il punto non è questo, ma la solita storia: paghi in contanti e ti faccio lo sconto. Bisognerebbe far capire che quel 10% che risparmi nell’immediato ti viene ripreso con un servizio in meno o con un aumento del ticket sanitario, o dell’Iva.
La Cgia di Mestre stima i costi per l’installazione di un bancomat tra i 1.183 e i 1.240 euro l’anno. In molti vedono in questa manovra un ennesimo regalo alle banche. Che ne pensa?
Le banche fanno il loro mestiere, che in Italia è quello dell’usuraio. Ricordo che Monti voleva ridurre con decreto le commissioni bancarie per l’utilizzo delle carte di credito, ma poi non se ne fece nulla. Occorrerà  ripensarci e magari agire senza discuterne troppo. Il punto è questo: il 20% della nostra economia è sommersa, e si nutre di contanti. Far emergere una buona parte di questo sommerso significa poter avere le risorse per abbassare le tasse, quindi alla fine ne beneficiano tutti: cittadini, commercianti, professionisti e il mercato perchè si ripristina una concorrenza leale.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NON NE POS PIU’

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

LA FARSA ITALICA: SE RIFIUTATE DI PAGARE L’IDRAULICO SENZA POS VI BECCATE LA DENUNCIA PER IL MANCATO PAGAMENTO, MENTRE LUI NON RISCHIA NULLA

Nei Paesi meno intelligenti, il Pos (acronimo di Point of sale, punto di vendita) è un banale sistema che consente ai clienti di pagare ovunque con bancomat e carta di credito senza estrarre banconote unte, stropicciate e facilmente nascondibili all’occhio indagatore del fisco.
Invece in un Paese intelligentissimo di cui tacerò per omertà  il nome, il Pos (acronimo di Pagare onestamente stanca) è un astuto sistema studiato dal dottor Azzeccagarbugli in persona, con l’assistenza del Gatto & la Volpe e la supervisione del Gattopardo. Consiste nell’obbligare commercianti e artigiani a munirsi della macchinetta che legge le carte di credito, ma senza prevedere (qui sta la genialità ) alcuna sanzione per chi si rivela allergico all’idea di dotarsene.
Esempio: arriva a casa vostra un idraulico, aggiusta il rubinetto e in un afflato di bontà  vi chiede solo 120 euro.
Voi estraete la carta, immaginando che lui farà  lo stesso col Pos.
Ma l’idraulico è un Braveheart della contabilità  e rivendica fieramente la libertà  di non possederlo.
Allora voi, immaginando di avere la legge dalla vostra, rifiutate di scucire i contanti. L’idraulico andrà  a denunciarvi per non averlo pagato, mentre voi non potrete fargli nulla, perchè chi è senza Pos non è sanzionabile.
Come mai? Per non irritare artigiani e commercianti, prima di imporre una multa il governo ha deciso di aspettare che le banche abbassino il costo delle commissioni. Aspetta e spera, anzi dispera.
E intanto col vostro idraulico come la mettete?
All’italiana, ovviamente, ricorrendo al classico Psin (Pagamento scontato in nero).

Massimo Gramellini
(da “La Stampa“)

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“MACCHÉ VAIOLO ERA VARICELLA”: LA BALLA MESSA IN GIRO DAI COMPAGNI DI MERENDE DI SALVINI. ORA VENGANO DENUNCIATI COME PREVISTO DALLA LEGGE ITALIANA

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

IMMIGRAZIONE, SULLA NAVE ORIONE LA SMENTITA DELLE AUTORITA’ SANITARIE… L’ART 658 DEL CODICE PENALE ITALIANO PREVEDE L’ARRESTO, FORSE NELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA NON E’ IN VIGORE?

E’ durato meno di 24 ore l’allarme sul caso di malattia infettiva in un migrante tratto in salvo ieri e a bordo della nave Orione.
Al termine delle analisi di laboratorio svolte presso l’Istituto Nazionale per le malattie infettive “Spallanzani” di Roma, il ministero della Salute conferma che “il paziente presente tra i migranti posti in salvo dalla nave della Marina Militare “Orione” è affetto da varicella”.
L’uomo “è stato trasferito presso la struttura sanitaria romana dal ponte della nave, in navigazione verso la Sicilia, per le cure del caso”.
Viene meno, dunque, “l’esigenza di mantenere in essere le misure quarantenarie adottate nella giornata di ieri sui contatti stretti del paziente”, rassicura il ministero.
Il caso, “positivamente concluso, ha permesso di confermare la bontà  del meccanismo messo in atto a seguito di un accordo tra il ministero della Salute e quello della Difesa, che prevede la presenza a bordo di unità  navali partecipanti all’operazione Mare Nostrum di personale sanitario del ministero per i fini di sorveglianza ed identificazione dei casi di malattia infettiva soggetti al Regolamento Sanitario Internazionale”, conclude il dicastero di Lungotevere Ripa.
Ma chi continua a diffondere falsità  sullo stato di salute dei profughi, portatori di chissà  quali gravi malattie atte a minare la salute degli italiani, sia attraverso pubbliche dichiarazione (come è il caso di Salvini) che attraverso i social dove impazza la feccia razzista, sarebbe ora che venisse denunciato dalla magistratura per il reato previsto dall’art 658 del Codice Penale: “Chiunque, annunziando disastri, infortuni o pericoli inesistenti, suscita allarme presso l’Autorità , o presso enti o persone che esercitano un pubblico servizio, è punito con l’arresto fino a sei mesi”.
In casi di minore entità  sono stati chiesti oltre 7.000 euro di ammneda.
Sarebbe ora che chi, per scopi politici ben precisi, diffonde stronzate cominci a sfilare in tribunale.
Poi vedi che gli passa la voglia…

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SARKOZY ARRESTATO PER CONCUSSIONE E VIOLAZIONE DEL SEGRETO DI INDAGINE PER UNA VICENDA DI INTERCETTAZIONI

Luglio 1st, 2014 Riccardo Fucile

AVREBBE OFFERTO UN POSTO DI PRESTIGIO A UN GIUDICE PER AVERE INFORMAZIONI SU UN CASO CHE LO RIGUARDAVA

L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato posto in custodia cautelare dalla polizia francese di Nanterre, nell’ambito di un’inchiesta su un presunto caso di concussione.
La notizia sta conquistando tutte le prime pagine del mondo.
L’arresto è avvenuto questa mattina nell’ambito dell’inchiesta che dal 26 febbraio indaga sui reati di corruzione e violazione del segreto d’indagine presuntamente compiuti dall’uomo politico che poco dopo l’alba è arrivato all’Ufficio centrale per la lotta alla corruzione e ai reati finanziari (OCLCIFF) della polizia giudiziaria di Nanterre per essere interrogato.
Lunedì è stato posto in custodia cautelare il suo avvocato, Thierry Herzog, insieme con il magistrato Gilbert Azibert e l’avvocato presso la sezione penale della Cassazione Patrick Sassoust.
Secondo gli inquirenti Sarkozy e gli altri arrestati avrebbero messo a punto una rete di “talpe” interne agli uffici giudiziari incaricate di informarlo sull’avanzamento dell’indagine.
La custodia cautelare è una misura senza precedenti per un ex presidente della Repubblica francese, e permetterà  agli inquirenti di poter trattenere e interrogare Sarkozy per un periodo di 24 ore, eventualmente prorogabile di altre 24.
Da marzo Sarkozy è sospettato di aver corrotto un magistrato per ottenere informazioni su un’inchiesta sui finanziamenti illeciti al suo partito, l’Ump.
Il caso nasce da un’altra inchiesta, aperta nel 2013, in merito a presunti finanziamenti dalla Libia alla campagna elettorale di Sarkozy nel 2007.
In quest’ambito, i magistrati hanno disposto l’intercettazione del cellulare dell’ex presidente, scoprendo che Sarkozy si serviva di un secondo apparecchio, registrato sotto il falso nome di Paul Bismuth, per comunicare con l’avvocato Herzog, anche lui dotato di un cellulare con falsa identità .
Dall’ascolto di queste comunicazioni è emerso che Sarkozy ed Herzog erano al corrente di molti dettagli sull’inchiesta dell’affare Bettencourt, un’altra vicenda di finanziamenti elettorali occulti.
Il sospetto è che l’informatore fosse Azibert, cui sarebbe stato promesso in cambio un aiuto per ottenere un incarico nel principato di Monaco.
La vicenda s’inserisce in un contesto politico nel quale il centro destra dell’Ump, minacciato dalla concorrenza del Front National, è ancora alla ricerca di un leader e non manca chi auspica il ritorno di Sarkozy.

(da “Huffingtonpost”)

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