Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LOTTA A SINISTRA TRA COFFERATI E LA “DESIGNATA” DA BURLANDO, SOSTENUTA DA POLITICI LOCALI DI AREA FORZA ITALIA
Claudio Scajola e i suoi amici. Alla fine le primarie del Pd in Liguria potrebbero deciderle loro. 
La santa alleanza tra burlandiani e (ex) scajoliani è ormai alla luce del sole e dei riflettori. L’appuntamento che mette il sigillo è fissato per lunedì ad Albisola.
Titolo della serata: “Un progetto con Raffaella Paita”, cioè il candidato alle primarie Pd che rappresenta la continuità con Burlando (il suo primo sponsor).
Ma a scorrere la lista degli interventi qualcuno ha fatto un salto sulla sedia: ecco Franco Orsi, prima Dc, poi Forza Italia, infine Pdl.
Un uomo di Scajola, nonchè sostenitore in passato di Luigi Grillo (entrambi arrestati nel 2014). E oggi, si scopre, grande sponsor della candidata Pd.
In Liguria, però, ormai non ci si stupisce più di niente: è qui che l’alleanza trasversale centrosinistra-centro-centrodestra è stata sdoganata ben prima che Matteo Renzi la portasse al Governo.
Così nessuno storce il naso ricordando i durissimi attacchi che appena una manciata di anni fa lo stesso Orsi lanciò contro il marito della Paita, Luigi Merlo, presidente del porto di Genova: si chiedeva “se la nomina di Merlo, avvenuta in un contesto di conflitto tra le Istituzioni liguri e al limite della legittimità istituzionale possa garantire autorevolezza”.
Acqua passata. Oggi stanno tutti dalla stessa parte.
E nessuno pare chiedersi se sia opportuno che il candidato presidente della Regione e il presidente del porto di Genova siano marito e moglie.
Nessuno chiede spiegazioni sulle intercettazioni in cui Merlo domandava sostegno elettorale per i suoi amici a un imprenditore calabrese arrestato per gli appalti post-alluvione.
Bastano poche ore per liquidare l’imbarazzo sui grandi elettori di Paita.
Orsi è soltanto l’ultimo dell’ex fronte scajoliano. Pochi giorni fa era toccato ad Alessio Saso. Quel Saso, oggi Ncd, così definito dagli stessi vertici Pd: “Oltre a essere un ex esponente di An, Saso è indagato (voto di scambio, ndr) nell’inchiesta Maglio 3 sulle infiltrazioni della criminalità organizzata nel ponente ligure”.
Ma il malloppo di voti portato dagli scajoliani vale bene qualche polemica.
Del resto non passa giorno senza che il Pd ligure sia toccato da qualche scandalo. Ecco il bollettino delle ultime settimane: prima è stato indagato il tesoriere del gruppo Pd in Regione Liguria, Mario Amelotti (interrogato per ore dai pm). Poi è toccato al capogruppo in Regione: Nino Miceli. L’accusa è peculato.
È ancora l’inchiesta spese pazze, ma in Liguria nessuno sembra farci caso.
Dopo che quasi mezzo consiglio regionale è stato indagato.
Dopo che due vice-presidenti della Giunta guidata da Claudio Burlando sono stati arrestati nel silenzio generale di maggioranza e opposizione (nessuno può più permettersi di scagliare la prima pietra).
Il Pd che governa la Liguria — quasi senza interruzioni — dal secondo Dopoguerra si prepara alle primarie in un clima di tensione. Di rinvii. Di resa dei conti. Di accuse. L’ultima: i tweet pro-Paita di Burlando sul sito istituzionale della Regione: “I cacciatori sono con Raffaella”, scrivono gli amanti della doppietta.
E il Governatore aggiunge: “E siamo tanti”. Ma l’esito del confronto tra Paita e Sergio Cofferati è incertissimo: se l’affluenza sarà bassa, potrebbe prevalere il nocciolo duro del partito, in maggioranza filo-Paita.
Da Roma Renzi finora ha preferito non schierarsi tra il duo Paita-Burlando — che si dichiara renziano, ma non è amato dal leader — e l’ex segretario Cgil, padre della battaglia per difendere l’articolo 18.
Del resto si sa: chi vince le primarie in pratica conquista la Regione.
Ecco il paradosso: il consenso è ai minimi storici, ma il centrodestra si è sgretolato e il Movimento Cinque Stelle pare far di tutto per non vincere, per lasciare al potere l’attuale classe dirigente.
Quell’unione di fatto tra centrosinistra e centrodestra (più curia di Genova) che in Liguria si è sempre incontrata sui nodi decisivi della politica e degli affari: dal cemento alle banche, con mezza famiglia Scajola, figure vicine al Pd e al cardinale Bagnasco che occupavano le poltrone chiave della Carige.
E chissà che non continui così.
Ferruccio Sansa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
SONO CROLLATI I CONTROLLI NELLE IMPRESE
La polemica sul reintegro dei lavoratori licenziati ingiustificatamente è ancora bollente e le potenziali ripercussioni del doppio binario introdotto dal primo decreto attuativo del Jobs Act in tema di licenziamenti collettivi sono destinate a far discutere a lungo.
Ma presto verrà anche il turno della creazione di un’agenzia unica per le ispezioni del lavoro.
Tra le deleghe ricevute dal governo nell’ambito della riforma Poletti c’è infatti quella di integrare in un’unica struttura i servizi ispettivi del ministero del lavoro, dell’Inps e dell’Inail, prevedendo forme di coordinamento anche con le Asl e le Arpa.
Solo che al momento, su come sarà la nuova agenzia, c’è solo un grande punto di domanda.
In una materia, per di più, su cui la Corte dei conti ha rilevato “la perdurante inadeguatezza del complessivo sistema di controllo”, con il numero di ispezioni nelle aziende calato negli ultimi anni. E di molto.
Sono gli stessi magistrati contabili, in una relazione dello scorso ottobre, ad auspicare la nascita di un unico soggetto pubblico in cui accentrare le funzioni ispettive in materia di sicurezza e tutela dei lavoratori.
Tra le critiche mosse dalla Corte c’è quella sulla mancata creazione di una banca dati condivisa, sebbene questa fosse prevista da un protocollo di intesa siglato nel 2010 da ministero del Lavoro, Inps, Inail e Agenzia delle entrate, ovvero gli enti con responsabilità sui controlli in tema di condizioni di lavoro, contratti, sommerso e versamenti contributivi.
“Il coordinamento non è funzionato ex ante”, commenta Serena Sorrentino, membro della segreteria nazionale della Cgil.
“Come fanno a crearlo ora con una delega che prescrive in modo esplicito ‘senza nuovi oneri per lo Stato’?”. Se nelle intenzioni del governo la nascita del nuovo ente dovrebbe portare in futuro a risparmi gestionali, resta dunque da capire come ciò possa essere fatto senza investimenti.
Eppure i problemi da risolvere sono molti e vanno al di là dell’unificazione delle banche dati.
Gli ispettori di ministero, Inps e Inail dovrebbero confluire tutti nell’agenzia, ma al momento hanno trattamenti contrattuali e competenze diverse.
“Se la riforma deve essere a costo zero, questo vuol dire che ci sarà un livellamento verso il basso degli stipendi?”, si chiede Sorrentino. “Le competenze distinte presuppongono poi un piano di formazione, che richiede anch’esso fondi”.
Il problema si inserisce poi in una materia, quella delle attività ispettive, su cui la Corte dei conti ha sottolineato diverse criticità , come “una significativa e costante riduzione del numero dei controlli” negli ultimi anni.
Nel biennio 2007-2008, oggetto di una precedente relazione dei magistrati contabili, le aziende controllate dagli ispettori del lavoro del ministero sono state 393.491, mentre quelle che hanno subito verifiche da Inps e Inail sono state 272.231: il numero dei controlli totali all’anno ha superato abbondantemente i 300mila.
Un dato superiore a quello del periodo 2010-2013, in cui la quota annuale di aziende controllate si è ridotto progressivamente fino a toccare nell’ultimo anno 235.122, di cui 139.624 quelle ispezionate dal personale del ministero.
La contrazione, rispetto al dato del 2007, è di ben 106.945 unità , pari al 31,26 per cento.
“Le cause del vistoso calo dei controlli — scrive la Corte dei conti — vengono generalmente attribuite, in parte, alla lunga fase recessiva che il Paese sta attraversando, con conseguenti limitazioni anche delle risorse finanziarie disponibili per l’attività di vigilanza, in parte alle calamità naturali che nel periodo hanno colpito alcune regioni italiane e, infine, alla continua riduzione del contingente degli ispettori del lavoro e dei militari dell’Arma impiegati nel settore, nonchè del personale di vigilanza degli Istituti previdenziali e assicurativi (passati complessivamente da 5.650 unità nel 2011 a 5.406 nel 2013)”.
Il trend negativo era già finito al centro delle critiche della Cgil un anno fa, quando sette operai cinesi avevano perso la vita per l’incendio di un capannone a Prato.
In quell’occasione il segretario nazionale della Funzione pubblica della confederazione, Salvatore Chiaramonte, parlando di una riduzione dell’organico degli ispettori del 20% in quattro anni, aveva lanciato l’allarme sullo “smantellamento delle funzioni ispettive e di controllo della legalità sui luoghi di lavoro”, mettendo sotto accusa in particolare “il blocco indiscriminato del turnover che non ha preservato funzioni preziose e ha prodotto un vero e proprio disastro”.
Un problema ancora attuale, secondo il segretario della Fp-Cgil, visto che “la legge di Stabilità ha appena annullato il finanziamento con cui il governo Letta intendeva assumere 250 ispettori del lavoro”.
Secondo Sorrentino, dietro al depotenziamento delle funzioni ispettive non c’è solo la carenza di mezzi e risorse, ma ci sono anche i nuovi compiti di cui sono stati gravati gli ispettori negli ultimi anni, in particolare quelli di tipo amministrativo e legati alle conciliazioni tra lavoratori e aziende.
E su questo la nascita dell’agenzia unica rischia di non portare nulla di buono: “Per come è scritta la delega — sostiene Sorrentino — non è previsto alcun potenziamento delle ispezioni. Anzi ci sarà una compensazione interna dei costi necessari alla creazione del nuovo ente”.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
IL PARTITO SALVA SOLO TRE GIORNALISTI SU QUATTORDICI
Stefano Menichini, direttore di Europa, non ha esitato: ieri ha lasciato la guida del quotidiano
del Pd.
«Non potevo fare altrimenti», dice, la voce provata.
E poi spiega: «La Fondazione Eyu ha rilevato la testata ma non ha trovato finanziatori. Il giornale quindi verrà fatto per lo più da colleghi in forza all’ufficio stampa del Nazareno (già pagati dal partito) e da pochissimi di noi, forse tre su 14. Non era quello che ci aspettavamo, nell’anno del Pd di Renzi. Io poi non potevo essere uno dei tre che rimaneva in sella della vecchia Europa, non sarebbe stato etico».
La storia di Europa è anomala: il 16 novembre il Pd, attraverso la sua fondazione Eyu, decide di acquistare la testata del quotidiano che fu della Margherita per 200 mila euro.
«E noi eravamo ben contenti, convinti che tutta la redazione sarebbe potuta traghettare con la nuova proprietà », dicono i membri del comitato di redazione.
E aggiungono: «La cosa assurda è che Europa è l’unico quotidiano italiano che chiuderà in pareggio i suoi bilanci. Non ci aspettavamo una simile gestione dal Pd». Non è stato certo così per l’altro quotidiano che fa capo ai dem, l’Unità .
Con 30 milioni di debiti, il quotidiano che fu di Antonio Gramsci ha chiuso le sue pubblicazioni in agosto ed aspetta, a ore, la decisione del Tribunale per essere rilevata dalla Veneziani editore e tornare in edicola.
Anche qui si pone il problema della sorte dei 60 giornalisti della testata. «Per noi tutti e 60 devono fare parte dell’Unità che riaprirà i battenti», sostengono i membri del Cdr. E spiegano: «Chi prende la testata deve prendere anche i giornalisti che sono parte integrante della testata, come ha stabilito una sentenza della Corte di cassazione».
Alessandra Arachi
(da “il Corriere della Sera“)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
ALLA CONFERENZA DI FINE ANNO ALLUNGA I TEMPI, NON RISPONDE E INVITA SKY A CAMBIARE TITOLO
“Vedo che ora Sky fa un soprapancia, anzi no, un sottopancia con scritto ‘Renzi, il mio è il governo che ha fatto meno leggi’. Ecco, chiederei magari di cambiarlo, perchè io ho spiegato che il governo fa meno leggi perchè ce ne sono troppe, ma l’obiettivo vero è cambiare l’Italia”.
Durante la conferenza stampa di fine anno Matteo Renzi parla a profusione delle presunte riforme portate a casa e dei progetti messi in cantiere.
Ed evidentemente la sua idea di cambiamento del paese parte dai titoli di Skytg24
“Siamo il governo che ha fatto meno leggi e più riforme”, aveva spiegato qualche minuto prima.
Poco dopo uno sguardo al cellulare, dove gli segnalano il titolo poco gradito.
Il premier decide di non sorvolare: “L’ho detto, ma quel sottopancia – perchè il sovrapancia è piuttosto una nota autobiografica – porta chi accende la televisione a pensare che fare poche leggi sia un problema, non un punto di forza”.
“In gergo tecnico si chiama fascione”, si limita a sottolineare Andrea Bonini, l’inviato dell’emittente presente in sala.
Poco dopo: “Mi è arrivato un messaggino da ministro dell’Interno, con i dati sui crimini, che sono scesi del 7,7%. Ecco, questo sarebbe un buon sottopancia”.
Neanche fosse merito suo…
Più in generale, Renzi ha snobbato quasi tutte le domande non concernenti i risultati conseguiti dal governo in questi primi mesi di attività .
Particolarmente evasivo sulla vicenda della successione a Giorgio Napolitano: “Non pensate di farmi stare qui un’ora e mezza a discutere di Quirinale. Risponderò sempre allo stesso modo: troveremo un presidente insieme a tutti gli altri partiti”. Particolarmente piccate le risposte ai giornalisti che lo sollecitavano ad approfondire il tema. Così, per esempio, ha liquidato l’inviata dell’Huffingtonpost: “Non è una questione che appassiona gli italiani”.
Decide lui cosa interessa ai lettori.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
TUTTI POSTI IN SALVO I PASSEGGERI RIMASTI SUL TRAGHETTO, IL BILANCIO E’ DI 7 MORTI
Le operazioni di salvataggio dei passeggeri del traghetto “Norman Atlantic”, che ha preso fuoco
domenica notte nel Mar Adriatico mentre era diretto ad Ancona, si sono di fatto concluse.
Il comandante, Argilio Giacomazzi, è stato l’ultimo ad abbandonare la nave, con gli uomini della Marina Militare.
Tutte le altre persone sono state trasferite e soccorse. Tutti i passeggeri e i membri dell’equipaggio sopravvissuti sono stati messi in salvo.
Nel frattempo è arrivata poco fa a Brindisi, con una motovedetta della Guardia costiera, la seconda salma recuperata durante il salvataggio della Norman Atlantic.
A quanto si è appreso, la vittima non è stata ancora identificata. Il corpo sarà trasportato all’ospedale Perrino di Brindisi.
Nonostante le pessime condizioni del tempo, gli elicotteri hanno trasportato passeggeri per tutta la notte di domenica e la mattinata di lunedì.
A Bari ha attraccato la nave mercantile “Spirit of Piraeus”, con i primi 49 naufraghi salvati, in gran parte cittadini turchi che si erano imbarcati in Grecia per trascorrere le vacanze di fine anno in Italia.
La motonave Cruise Europa ha portato 69 passeggeri salvati dall’incendio del traghetto Norman Atlantic al porto greco di Igoumenitsa (in precedenza si era detto a quello italiano di Ancona).
La procura di Bari, insieme a quella di Lecce, ha aperto un’inchiesta sull’incidente.
Il reato dovrebbe essere disastro colposo, ma va definita ancora la competenza territoriale. Il procuratore della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe e il sostituto Ettore Cardinali, stanno già ascoltando superstiti e responsabili del porto e dei soccorsi per capire se l’incidente si potesse evitare e se ci sia qualche responsabilità .
Un’inchiesta è stata aperta anche dalla procura di Brindisi. L’ipotesi di reato è naufragio colposo e omicidio colposo.
La lunga notte della Norman Atlantic è finalmente terminata, e senza che nemmeno per un attimo siano cessate le operazioni di salvataggio. Il bilancio è di sette vittime: il mare resta molto agitato, i venti sono forti.
A bordo l’incendio è praticamente domato, salvo piccoli focolai.
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
MALALA E LE SUE SORELLE: UN ANNO RICCO DI SUCCESSI PER L’UNIVERSO FEMMINILE… SCIENZIATE E ATTIVISTE, MA ANCHE ATTRICI E CANTANTI
Questo è stato anche un anno per donne.
Perchè c’è stato un premio Nobel ragazzina, perchè è stata nominata una signora al governo della “banca” più importante del mondo, perchè ci sono tante storie normali diventate eccezionali.
Per raccontare questo 2014 abbiamo cercato sui computer le foto e le biografie delle più citate dai media internazionali.
Le abbiamo commentate un paio d’ore. Eravamo in viaggio e avevamo molto tempo: è stato un bel modo di passarlo.
La lista di 10 nomi che segue è il frutto di una discussione a cui hanno partecipato alcuni adolescenti e due bambini fra cui Elisa, 11 anni.
Dovevamo stabilire chi fosse “fonte di ispirazione”, è stato illuminante parlarne con persone di età compresa fra i 10 e i 20 per le quali avere qualcuno a cui ispirarsi non è indispensabile ma è più naturale, a volte.
In premessa gli adolescenti hanno a lungo contestato la divisione fra elenchi di uomini e di donne con argomenti sensatissimi che condivido inutilmente.
Hanno detto che se parliamo di persone parliamo di persone, punto. Classifiche separate perchè, hanno chiesto. Si è deciso di tenere insieme persone italiane e del resto del mondo, perchè il mondo è uno.
Si comincia con la scienza.
Ballottaggio finale fra Monica Grady, che ha lavorato 10 anni per mandare il robottino Philae sulla cometa, e Samantha Cristoforetti ha vinto Samantha.
Al primo posto assoluto, nel 2014, a causa soprattutto del suo sorriso. Argomenti: ha una tuta bellissima, durante i collegamenti i capelli le stanno diritti in testa, si è portata nella postazione i libri di Calvino e di Rodari, compensa l’assenza di gravità con un centro di gravità permanente come quello della canzone, interiore e visibile.
Deve aver studiato tantissimo, superato chissà quali prove e non se la tira per niente
Poi arrivano l’economia e la politica.
La presidente del Fondo monetario Christine Lagarde e Janet Yellen, primo presidente donna nei 100 anni di storia della Federal Reserve, hanno perso, non ci crederete, con Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa.
Vince Nicolini perchè è più difficile stare su una minuscola isola di frontiera fra il Nord e il Sud del mondo, oggi, che in un ufficio di cristallo circondati da squali della finanza. «Ci vuole più coraggio»
Passiamo alle arti.
Jennifer Lawrence, regina dei box office, suscita fra i ragazzi meno simpatia di Emma Watson, Ermione, che carica di fama e di denari è andata, ventenne, a fare un discorso tostissimo alle Nazioni Unite sulla violenza di genere.
«E’ bella e ricca e poteva pensare a sè. Invece senti cosa ha detto e com’era emozionata: è stata brava». Mentre Taylor Swift, cantante in copertina di Time, è battuta clamorosamente nella nostra classifica da Giovanna Marini che ha il triplo dei suoi anni e aspettiamo di vedere la ragazza Taylor al traguardo degli 80. Giovanna vince perchè fa cantare i bambini che non parlano e non sentono nei suoi cori di mani bianche, magnifici.
Poi c’è Malala , perchè è piccola. «E lo vedi? Anche le persone piccole possono essere grandi ».Ci sono le ragazze rapite in Nigeria, che non sanno della campagna Bring back our girls e chissà a quali sofferenze resistono ogni minuto. Stella Ameyo Adadevoh, medico nigeriano, morta curando i malati di Ebola.
E infine una citazione di tre ragazze di provincia . Alice Rohrwacher che ha vinto a Cannes col suo film Le Meraviglie, Emma Dante che ha vinto l’Ubu con Le sorelle Macaluso, a teatro, Costanza Quatriglio, che ha girato un documentario magnifico, Con il fiato sospeso, su quel che succede nei laboratori di chimica dell’università di Catania.
Siamo già a dieci e sono rimaste fuori l’iraniana che ha vinto la medaglia Fields per la matematica, Maryam Mirzakhani, la giornalista Lydia Cacho che ha scritto il più bel libro inchiesta sul traffico di bambini in Messico, minacciata di morte.
Marzia Sabella, anche: magistrato straordinario, donna ordinaria. Ha catturato Provenzano, per dire una cosa sola. Leggete Nostro onore , il suo saggio.
Le liste sono ingiuste, tengono fuori soprattutto chi sta fuori per principio perchè ha molto da fare.
Lasciano in ombra uomini e donne che mandano avanti il mondo.
Sono solo esempi, gli esempi. Fonti di ispirazione per i nuovi pupazzi Lego disegnati da Ellen Kooijman e per la bambola Lammily progettata da Nickolay Lamm, che è un uomo e chiude questa lista di persone di sessofemminile così: ad honorem, diciamo.
Concita De Gregorio
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LA PATACCA CONFINDUSTRIALE ANNEGA NELLA CONFUSIONE E NELLE DISCRIMINAZIONI
È il Jobs act dei dualismi. Anzichè appianare divergenze, allarga i fossati. 
Invece di colmare le distanze, acuisce le differenze.
Insomma il contrario esatto dell’obiettivo di partenza. Basta leggere i primi due decreti attuativi per rendersene conto.
Lavoratori post e pre 2015, giovani e anziani, nuovi e vecchi. Settore pubblico e privato. Aspi e Discoll, ammortizzatori per i garantiti e per i precari. Aziende grandi e aziende piccole. E ancora aziende grandi ed ex aziende piccole. Una babele di discrasie
Gli assunti del 2015 lo sperimenteranno a breve, sia giovani che costretti a cambiare lavoro e quindi contratto.
Avranno meno tutele dei colleghi di scrivania, zero articolo 18, indennizzi al posto della reintegra (e anche più bassi degli attuali, specie se il licenziamento avviene nei primi anni).
Tutto da dimostrare il teorema renziano: meno cocopro, più contratti a tutele crescenti.
Intanto perchè i contratti precari (per ora) non sono stati cancellati.
E ancora: statali contro dipendenti privati. I primi esclusi dalla riforma, anche se Renzi dice che se ne riparlerà a febbraio, «sarà il Parlamento a pronunciarsi », quando si discuterà la riforma Madia della Pubblica amministrazione.
Aspi contro Discoll: la prima è l’assicurazione riservata ai lavoratori dipendenti che restano disoccupati, fino a 24 mesi, il secondo è l’assegno per i precari, fino a 6 mesi. Aziende grandi contro piccole: sotto i 15 dipendenti la reintegra non c’è mai stata e ora diminuisce anche l’indennizzo, in ogni caso sempre inferiore a quello delle big (massimo 6 mensilità contro 24).
Infine il paradosso dei paradossi: le piccole imprese sotto i 15 che assumono e diventano grandi mantengono il regime delle piccole, dunque niente articolo 18 e mini indennizzo. Dualismi. Spaccature.
«Sa cosa vedo io? Un governo nel caos», commenta Renato Brunetta, capogruppo di Forza Italia alla Camera. «Il contratto a tutele crescenti su base annua riguarderà circa un milione di lavoratori, ciò significa che occorreranno 15 anni» per avere un mercato del lavoro unico, con gli stessi diritti (pochi) per tutti.
Grillo sul blog lo definisce un contratto a «fregature crescenti».
«Tra qualche giorno iniziano i saldi e il governo quest’anno propone la svendita del diritto al lavoro », scrive Laura Castelli, deputata M5S, in un post. «Sei stato licenziato senza giusta causa? Non ti preoccupare, ti verrà dato un piccolo indennizzo, e così potremo fare finta di nulla. Un ricatto morale che fa leva sulla fragilità di chi oggi non si può permettere di perdere il lavoro, di chi è costretto ad adeguarsi al detto ‘pochi, maledetti e subito’».
«Si potevano raccogliere le firme di centinaia di parlamentari per evitare che il Jobs act contenesse le norme sui licenziamenti facili e sul demansionamento prima di arrivare alla discussione alle Camere», scrive Pippo Civati, deputato pd, sul suo blog. «E invece si è preferito trattare, poi mediare, poi posizionarsi, poi condividere con preoccupazione, poi preoccuparsi per la condivisione ».
Civati non risparmia una stoccata alla «cosiddetta» minoranza pd: «Alterna giudizi che cambiano di ora in ora sul Jobs act. Chi ha votato a favore parla di ‘lesione costituzionale’.
Chi ha prodotto la mediazione parla di ‘eccesso di delega’. Pare che sia nata una nuova corrente, quella dei trattativisti».
Sul fronte sindacale la Cgil, con Michele Gentile, responsabile Settori pubblici, ricorda che «nella Pubblica amministrazione si può già licenziare per motivi disciplinari e, come dimostra il caso delle Province, per motivi economici o organizzativi si può entrare in mobilità ».
Mentre Benedetto Attili, segretario generale della Uil Pa, ribatte a Sacconi che «i dipendenti pubblici hanno da anni contratti e retribuzioni bloccati, il trattamento pensionistico delle donne diverso dal privato».
E che «se vogliamo l’equiparazione, rendiamola a 360 gradi».
Valentina Conte
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
LICENZIARE È POSSIBILE: L’IPOCRISIA DEL PREMIER
Sul Jobs Act il governo di Matteo Renzi ha deciso di sfoderare la formula del tridente.
Il premier al centro, i ministri Marianna Madia e Giuliano Poletti a sinistra, l’Ncd a destra.
È questa la fotografia che emerge dalle polemiche sull’estendibilità delle nuove norme agli Statali ormai nel mirino del governo.
Se, infatti, in due distinte interviste Poletti e Madia, ieri mattina, escludevano che il nuovo contratto a tutele crescente, con il corollario dell’abolizione dell’articolo 18, potesse essere esteso ai dipendenti pubblici, il presidente del Consiglio nella sua intervista a Qn è stato molto più sfuggente: “Sarà il Parlamento a pronunciarsi su questo punto, sollevato da Ichino” ha risposto Renzi al direttore del quotidiano.
“Esiste giurisprudenza nell’uno e nell’altro senso”.
Ma non sarà il governo a decidere. A febbraio, quando il provvedimento sul pubblico impiego firmato da Marianna Madia verrà discusso in Parlamento, saranno le Camere a scegliere. Non mancherà il dibattito, certo”.
Renzi assomiglia sempre di più al gatto che si diverte a giocare con il topo e quel rinvio al dibattito parlamentare assomiglia all’apertura di un nuovo fronte di guerra con il sindacato.
E assomiglia, anche, a una nuova sconfessione dei due ministri più esposti al contatto, e all’interlocuzione, con i sindacati.
Questa divaricazione tra le parole del premier e quelle del suo responsabile lavoro vengono impietosamente sottolineate dal senatore Pietro Ichino (già Pd, oggi Scelta Civica, giuslavorista tra i più noti) il quale ha pubblicato sul proprio blog una ricostruzione “segreta” del dibattito avvenuto a lato e dentro al Consiglio dei ministri che ha varato i decreti legislativi sul Jobs Act.
Secondo Ichino, infatti, “fino alla mezzanotte fra il 23 e il 24 dicembre” nel testo era presenta un comma che “ sostanzialmente escludeva l’impiego pubblico dall’applicazione della disciplina contenuta nel nuovo decreto”.
Quella esclusione è stata poi “espunta in extremis” generando quella dubbia interpretazione di cui si discute ora.
Il Pubblico impiego, infatti, è governato dal Testo unico del 2001 il quale stabilisce che gli Statali vanno equiparati ai dipendenti del settore privato, norme sull’articolo 18 comprese, anche se poi disciplina separatamente le norme sul licenziamento.
Se Renzi avesse voluto sgombrare il campo da ogni equivoco, sarebbe bastato ricordare questa realtà oppure, come ha fatto il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, dichiarare che la “volontà politica dell’esecutivo non è quella di estendere il Jobs Act agli Statali” .
Ma non l’ha fatto. Per la semplice ragione che il dossier resta aperto. E, come fa notare la Cgil, rimane sul tavolo in vista di ulteriori trattative con gli alleati di governo.
Pietro Ichino, ad esempio, ricorda ancora che nel testo approvato dal Consiglio dei ministri, è scomparsa all’ultimo istante una modifica dei contratti a termine, con la riduzione da 36 a 24 mesi della durata massima dei contratti precari.
Così come è scomparsa l’abolizione di contratti come l’Associazione in partecipazione o il lavoro intermittente, richieste esplicite della Cisl che Poletti aveva inserito nel testo e che, con ogni probabilità , ha dovuto sacrificare ai desiderata del Ncd di Alfano e Sacconi. Dallo stesso testo, infatti, è scomparso il riferimento allo “scarso rendimento” richiesto a gran voce da Maurizio Sacconi.
La trattativa, quindi non è ancora conclusa. Il governo dovrà varare ancora altri decreti applicativi, in particolare il “Codice semplificato” delle norme sul lavoro, l’oggetto più ambizioso di questa attività riformatrice.
Che ad oggi, come notava ieri il giuslavorista Michele Tiraboschi, non è certamente traducibile in inglese come Renzi aveva promesso circa un anno fa.
Chi non fa alcuno sconto al governo è Beppe Grillo che rilancia la difesa dei diritti del lavoro.
Sul suo blog, infatti, le nuove norme sono definite “le fregature crescenti”: “Tra qualche giorno iniziano i saldi, e il governo quest’anno propone la svendita del diritto al lavoro” scrive il leader del M5S.
“Nessuna tutela reale, ma solo un ristoro economico, vero ricatto morale che fa leva sulla fragilità di chi oggi non si può permettere di perdere il lavoro, di chi è costretto ad adeguarsi, per sopravvivere, al detto ‘pochi, maledetti e subito’”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 29th, 2014 Riccardo Fucile
NONOSTANTE I POTERI DIMEZZATI IL PRESIDENTE HA REAGITO: FIDUCIA DAL 45-48% DEGLI AMERICANI
I suoi poteri sono dimezzati. Ma il presidente ha reagito, ritrovando lo spirito del candidato
dirompente che era nel 2008.
Negli ultimi due mesi ha varato una massiccia regolarizzazione degli immigrati. Ha portato la Cina a firmare un accordo fondamentale sui cambiamenti climatici. Infine ha clamorosamente aperto a Cuba.
L’opinione pubblica sembra aver colto il cambiamento.
Un sondaggio realizzato da Gallup il 19 dicembre, mostra che il gradimento per il presidente è salito dal 40% di inizio novembre al 45%. Meglio di George W. Bush: 37% alla fine del sesto anno di mandato.
Obama, però, resta ancora staccato da Bill Clinton, 67%, il riferimento moderno dei democratici.
Un’altra rilevazione, condotta dalla Cnn con la Orc, accredita un gradimento più alto a Obama: 48%.
I repubblicani e alcuni analisti indipendenti sminuiscono il risultato. Cuba, gli immigrati e la Cina non c’entrano nulla. Obama è solo fortunato, perchè i cittadini americani sono più bendisposti verso la Casa Bianca da quando la benzina costa due dollari al gallone (3,7 litri): la metà rispetto al 2008.
Il presidente non ha alcun merito, perchè non controlla il mercato petrolifero.
Il fiele degli avversari politici nasconde il timore concreto che il finale della Casa Bianca possa essere così travolgente da segnare la prossima campagna elettorale.
C’è chi indica nell’economia il passaggio decisivo. L’ultimo trimestre si è chiuso con lo squillante più 5% di crescita e solo nel mese di novembre si sono aggiunti oltre 300 mila posti di lavoro.
Se il trend resterà questo, Obama potrebbe raggiungere il picco toccato da Clinton.
Ma il presidente deve affrontare tante altre difficili prove, dalla questione razziale al terrorismo islamico.
Occasioni per confermare la leadership o per precipitare di nuovo nei consensi.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera“)
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