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BERLUSCONI A BORDO CAMPO VUOLE NOMINARE L’EREDE AL TRONO

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

ESCLUDE LE PRIMARIE E SI RITAGLIA IL RUOLO DI REGISTA A TUTELA DELLE AZIENDE

Finalmente Silvio Berlusconi lo ammette: «Non sarò io a guidare il movimento che abbraccerà  tutti i moderati italiani, ma un mio erede».
Nonostante le smentite degli ultimi giorni, l’ex Cavaliere conferma l’exit strategy in atto. Non un addio, per adesso. Soltanto un passo di lato per ammortizzare la probabile batosta alle amministrative.
Prova a ritagliarsi un ruolo di regista, già  sperimentato prima della politica attiva. Come ai tempi di Craxi.
«Chi sarà  questo erede? Ci sono due o tre persone che potrebbero prendere il mio posto di leader – aggiunge – ma di sicuro non ci saranno primarie all’interno di FI. La storia insegna che i grandi leader come De Gasperi, Craxi e Berlusconi non sono mai passati per le primarie».
Con buona pace dei satelliti di centrodestra che ancora ci sperano.
Se Berlusconi vestirà  i panni del padre nobile, dovrà  indicare un erede (almeno pro tempore). Un meccanismo già  collaudato con Angelino Alfano.
I nomi, allora. Ciclicamente riaffiora l’ipotesi Marina, nonostante le perplessità  suscitate dai test poco incoraggianti eseguiti informalmente sulla primogenita.
Per ragioni di equilibri familiari è più difficile immaginare l’impegno diretto dell’altra figlia, Barbara.
Guardando a Forza Italia il campo si restringe ulteriormente. Oltre a Mara Carfagna, i riflettori sono puntati soprattutto su Giovanni Toti, consigliere politico attualmente impegnato nella campagna elettorale in Liguria.
Infine Antonio Tajani, altro membro del cerchio magico, che si è più volte autocandidato con l’ex premier.
Comunque vada, Berlusconi trasformerà  il partito in una piccola lobby parlamentare, pur indebolita dalle scissioni in atto.
Lo teorizza il leader in persona, a ben guardare: «Anche da bordo campo ho il dovere di mettere a disposizione del Paese le mie esperienze di uomo di Stato e di imprenditore». Parallelamente, l’ex premier si occuperà  di completare la riorganizzazione degli asset aziendali, dal Milan a Mediaset.
Comunque vada, se le imminenti elezioni non sorrideranno a Fi non è escluso un restyling del contenitore.
«Ma il movimento dei moderati – mostra cautela il capo – non si chiamerà  Partito dei Repubblicani ».
Per esorcizzare lo spettro del “6-1” alle regionali, intanto, il numero uno azzurro pianifica anche il rush finale.
Domenica sera sarà  ospite da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”.
Una prima assoluta che fa storcere il naso a Michele Anzaldi (Pd): «Sarebbe una violazione della par condicio».
Venerdì e sabato tappe elettorali in Campania, poi tutto d’un fiato in Umbria, Marche, Toscana, Liguria e Veneto.

Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)

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NON LO VOI PIU’: LA PROCURA DI PALERMO E’ DI NUOVO SENZA CAPO

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DEL TAR ERA PREVEDIBILE IN QUANTO LA NOMINA ERA “PALESEMENTE ILLEGITTIMA”

Da ieri, di fatto, la Procura di Palermo è di nuovo senza capo.
Com’era facile prevedere e come avevamo scritto in beata solitudine sul Fatto, il Tar del Lazio ha annullato la nomina di Franco Lo Voi da parte del Csm in quanto palesemente “illegittima”,accogliendo i ricorsi dei due concorrenti esclusi: i capi delle Procure di Messina e Caltanissetta,Guido Lo Forte e Sergio Lari.
Per escluderli dalla corsa e isolare quel pugno di magistrati che tuttoggi, pervicacemente, a rischio quotidiano della vita, cercano la verità  sulla trattativa Stato-mafia e sui retroscena politico-istituzionali delle stragi del 1992-’93, si era mobilitato con gli scarponi chiodati tutto il potere che conta: il presidente Napolitano, il suo vice Vietti, tutti i membri laici del Csm messi lì dai partiti e quelli togati della corrente di destra MI, più i vertici della Cassazione.
Pronti a tutto, anche a calpestare ogni precedente, ogni regola interna, ogni circolare, pur di premiare il candidato meno titolato, ma più gradito ai partiti e alle retrostanti lobby di ogni colore e risma.
Che, di fatto, fu il primo procuratore della Repubblica nominato dal potere politico. Lo Voi ha 9 anni in meno di Lo Forte e Lari, non ha mai diretto nè organizzato un ufficio giudiziario, non è mai stato nè procuratore capo nè aggiunto, ma solo sostituto (e per tre anni appena).
L’unico incarico di prestigio della sua anonima carriera l’ha ottenuto su nomina politica, addirittura per grazia ricevuta dal governo Berlusconi: quella a delegato italiano in Eurojust (la cosiddetta “procura europea”, che non è neppure un organo giurisdizionale, ma “amministrativo” — come scrive lo stesso Tar — tant’è che molti paesi membri dell’Ue ci mandano degli impiegati o dei poliziotti).
A Palazzo dei Marescialli si sapeva benissimo che il candidato con maggiore anzianità  di servizio e con più esperienza professionale era Lo Forte: infatti l’estate scorsa la commissione Incarichi direttivi del vecchio Csm gli tributò 3 voti, contro 1 a Lari e 1 a Lo Voi.
Mancava solo la ratifica del Plenum, quando arrivò il diktat del solito Napolitano, che tramite il segretario generale del Colle Donato Marra bloccò la votazione, in base a un principio inedito e inaudito, mai applicato dal Csm: quello dell’ordine cronologico da seguire, a cominciare dagli uffici giudiziari da più tempo vacanti, come se un Tribunale dei minori avesse la stessa delicatezza della prima Procura antimafia d’Italia.
Un abuso di potere bello e buono. Anzichè difendere le proprie norme e la propria dignità , il vecchio Csm si piegò fantozzianamente all’ukase quirinalizio e rinviò la votazione fino alla propria scadenza.
E il nuovo Csm, nel frattempo eletto, capì l’antifona e assecondò i desideri del Colle e dei partiti, violando le proprie stesse regole premiando il meno meritevole.
Che però, in una tragicomica relazione firmata dalla forzista Elisabetta Casellati, veniva dipinto come Er Più proprio perchè il governo degli amici di Dell’Utri, di Mangano e di Cuffaro l’aveva promosso a Eurojust e questo incarico rappresentava “lo snodo fondamentale nella straordinaria carriera del dott. Lo Voi”.
Roba da non credere. Il risultato fu quello di normalizzare e commissariare la Procura di Palermo, isolando i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia, fino alla pantomima dell’altro giorno, quando la Procura di Lo Voi ha convocato d’urgenza via email 50 giornalisti perchè non prendano impegni a metà  giugno, quando saranno interrogati i due criminali più pericolosi della Sicilia: Antonio Ingroia e Rosario Crocetta.
Naturalmente Lo Voi e Lari fecero ricorso al Tar Lazio, competente a giudicare la legittimità  delle delibere del Csm.
Che ieri ha giudicato illegittima quella che nominava Lo Voi e l’ha annullata per “vizi sintomatici dell’eccesso di potere, sia delle violazioni di legge in ordine al procedimento valutativo”, ritenendo che “non superi il vaglio di legittimità ” a causa della motivazione “non coerente rispetto agli indici di valutazione del parametro attitudinale”, “illogica”, “irrazionale”, e addirittura “apodittica” dove “disconosce le esperienze pregresse del dott. Lo Forte in ordine alle peculiari caratteristiche dell’ufficio da ricoprire, idonee a denotare non in assoluto, ma in concreto, la particolare attitudine del magistrato a soddisfare le esigenze organizzative, di direzione e coordinamento, e di funzionalità  dell’ufficio per le peculiarità  che lo caratterizzano” per preferirgli Lo Voi che, “non ha mai svolto funzioni direttive e semidirettive specifiche”.
Idem per il ricorso gemello di Lari.
Ora il Csm è condannato a pagare 3 mila euro di spese legali a ciascun ricorrente. E — a meno che il Consiglio di Stato non ribalti il verdetto del Tar — dovrà  bandire un nuovo concorso per nominare finalmente il miglior procuratore di Palermo.
Cioè tornare a essere l’organo di autogoverno della magistratura per difenderne l’indipendenza, e non l’eterogoverno del Quirinale e dei partiti per metterle il guinzaglio.
Per questo, al di là  dei casi personali, la sentenza del Tar è fondamentale. Perchè ripristina la legalità  a lungo aggirata nell’interminabile regno di Sua Maestà  Giorgio di Borbone.
Perchè ridà  speranza ad altri valorosi magistrati esclusi dal Csm con motivazioni politiche anzichè tecniche a vantaggio di colleghi meno titolati ma più “graditi” (Davigo aspirante presidente della Corte d’appello di Torino; Di Matteo, candidato a sostituto della Procura nazionale antimafia; Greco e lo stesso Lo Forte, in corsa per diventare Pg a Milano).
E soprattutto perchè spazza via tutte le scemenze della propaganda impunitaria dell’ultimo ventennio: quelle di chi strilla alla presunta guerra dichiarata dalla magistratura alla politica, mentre l’unica vera guerra vista in questi anni è quella scatenata dai politici indecenti contro i magistrati indipendenti.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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L’ALFANO ESPIATORIO

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

NON PASSA GIORNO CHE QUALCUNO CHIEDA LE SUE DIMISSIONI… PER UN MOTIVO O PER IL MOTIVO OPPOSTO

Nel volgere di poche ore, l’opposizione ha chiesto le dimissioni di Alfano due volte e per motivi opposti.
Prima perchè avrebbe lasciato entrare in Italia un giovane marocchino senza accorgersi che era un terrorista dell’Isis.
E poi perchè lo avrebbe messo in galera nonostante fosse improbabile che si trattasse di un terrorista dell’Isis.
Alfano ovviamente non ha fatto una piega. Ci è abituato. Da anni non passa giorno senza che qualcuno non chieda le sue dimissioni.
Anch’io, nel mio piccolo, le ho reclamate in un paio di occasioni: la vicenda Shalabayeva e il divieto ai prefetti di trascrivere i matrimoni gay.
Ma tutti ricorderete la faccia abbastanza spaventosa di Salvini mentre intima la cacciata del ministro dopo i disordini del primo maggio all’Expo, la devastazione di piazza di Spagna da parte dei tifosi olandesi, i ritardi nei soccorsi agli alluvionati di Genova e qualsiasi altra calamità  naturale o umana abbia attraversato questo martoriato Paese.
Come il Malaussène della saga di Pennac, Alfano sembra disegnato apposta per il ruolo di capro espiatorio. Un capretto, più che altro.
Poco ingombrante ma inamovibile, anche se sempre in discussione.
Di Renzi le opposizioni (e parte della maggioranza) dicono le peggio cose, eppure nessuno si sogna di chiederne le dimissioni.
E’ lui semmai che ogni tanto le minaccia, ovviamente per finta.
Alfano invece non finge: è sinceramente attaccato a una poltrona che occupa però con impalpabile discrezione.
Al punto che, il giorno in cui si dimettesse davvero, nessuno se ne accorgerebbe e tutti continueremmo a chiedere le sue dimissioni.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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TERREMOTO EMILIA: TRE ANNI DOPO ANCORA 1.300 PERSONE NEI CONTAINER

Maggio 22nd, 2015 Riccardo Fucile

LA REGIONE PRESENTA I NUMERI DELLA RICOSTRUZIONE TRA PROGETTI REALIZZATI E OBIETTIVI ANCORA LONTANI

A tre anni dal terremoto che ha distrutto abitazioni, fabbriche e chiese, togliendo il tetto a migliaia di famiglie, sono ancora tanti i segni visibili, le ferite ancora aperte dalle scosse. A cominciare da chi una casa vera e propria, dopo 36 mesi, non ce l’ha: quasi 1300 persone dormono ancora tra le lamiere dei container.
È l’anniversario più difficile per l’Emilia Romagna: è il 20 maggio del 2012 quando la terra trema per la prima volta, tra le province di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, lasciando dietro si sè macerie e vittime.
Nove giorni dopo ci sarà  un’altra scossa, ancora più devastante. I morti alla fine saranno 27. E 45mila in tutto le persone coinvolte.
Oggi il bilancio disegna un quadro poco esaltante, in cui molto è stato fatto, sì, ma restano allo stesso tempo parecchie situazioni in sospeso.
Bastano i numeri presentati dalla Regione per fare il punto in occasione dell’anniversario. La ricostruzione di abitazioni e imprese ha raggiunto il 60 per cento.
Le previsioni dicono che serviranno almeno altri due anni per arrivare al 100%: secondo il presidente Stefano Bonaccini, la parola fine si potrà  scrivere, di questo passo, nel 2017.“C’è ancora tanto da fare — ha detto — ma siamo determinati: non saremo tranquilli fino a che non sarà  posato l’ultimo mattone. È per questo che, dopo aver ottenuto dall’Unione europea la proroga per gli interventi sui fabbricati danneggiati delle imprese agricole, ora attendiamo che a breve arrivino le risposte positive del Governo alle richieste che, assieme ai sindaci dei Comuni colpiti, abbiamo avanzato: dalla proroga al 2017 dello stato di emergenza alle proroghe fiscali, per arrivare all’istituzione delle cosiddette zone franche urbane con lo stanziamento ad hoc di un fondo di 50 milioni di euro. Questa fascia di terra dove si produceva oltre il 2% del Pil nazionale rinascerà  più bella, più forte e più sicura di prima”.
I lavori sulle abitazioni hanno permesso di rimettere a norma e ristrutturare 15800 case, dove sono tornate a vivere oltre 25mila persone.
Le famiglie che hanno bisogno di assistenza e che ancora ricevono un assegno sono 4645, 20% in meno rispetto all’anno scorso, e 71% in meno rispetto alle prime settimane dopo il terremoto, quando erano oltre 16mila.
Il capitolo più critico rimane però quello dei Map, ossia i Moduli abitativi temporanei dove è stata sistemata una parte degli sfollati.
A gennaio la Regione aveva promesso di smantellarli entro la fine del 2015, ma intanto 1288 persone (700 in meno rispetto a un anno fa) si preparano ad affrontare la terza estate tra i container.
Delle 757 montate all’inizio, oggi nel cratere rimangono occupate 410 casette provvisorie.
In tutto, i contributi concessi per la ricostruzione di case, imprese e negozi raggiungono quota 1 miliardo e 770mila euro, ma di questi solo 800 milioni, meno della metà , sono già  stati liquidati.
Per le abitazioni sono stati dati quasi 536 milioni, su 1 miliardo e 89mila euro concessi, e approvato il 70% dei progetti presentati.
Più ridotta la cifra saldata per le imprese: 245 milioni di 682 milioni concessi, ossia circa un terzo.
Molti centri storici sono ancora nascosti dietro metri e metri di impalcature e ponteggi. Una situazione di cui soffrono più di tutti i commercianti ritornati nei negozi del centro, che faticano a sopravvivere e a ripartire.
Da viale Aldo Moro fanno sapere che sono “536 i milioni messi a disposizione dalla struttura commissariale — che si aggiungono a 407 derivanti da cofinanziamenti (assicurazioni, fondi propri,e donazioni) — per sostenere 935 interventi di ricostruzione e riparazione degli edifici pubblici e dei beni culturali danneggiati, tra i quali le chiese”. Anche se, ha ricordato Bonaccini, dal Governo devono ancora arrivare 800 milioni di euro per completare la ricostruzione delle opere pubbliche.
“Non vogliamo un euro in più, ma nemmeno un euro in meno di quanto serve”.
Per quanto riguarda la pianificazione per la ricostruzione dei centri storici, la Regione assicura che si sta andando avanti con l’individuazione delle Umi (Unità  minime di intervento) e la redazione di 24 Piani organici.
“Dal bilancio regionale stanziati 11 milioni e 700 mila euro che si aggiungono a quelli destinati alle opere pubbliche e ai beni culturali”.
La giunta si mostra comunque ottimista.
“Nessuna multinazionale ha abbandonato la nostra terra, eppure quel rischio c’era — ha precisato l’assessore alla Ricostruzione, Palma Costi — Nessuna cassa integrazione con motivazione sisma è attiva, i dati del 2014 confermano al contrario una ripresa dell’occupazione. Le risorse stanziate restano in larga parte sul territorio: l’80% delle imprese impegnate nella ricostruzione delle abitazioni sono emiliano romagnole”.

Giulia Zaccariello
(da “il Fatto Quotidiano“)

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LA CAMPAGNA DEGLI IMBARAZZI: LA FREDDEZZA DI RENZI VERSO DE LUCA

Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile

E UN BERLUSCONI INGOMBRANTE PER UN CALDORO CHE NE AVREBBE FATTO A MENO

Parte dalla Campania l’ultimo miglio della campagna elettorale meno sentita (almeno per ora) degli ultimi anni.
E parte, nella patria della commedia napoletana, con un singolare gioco delle parti. Perchè c’è un motivo se Renzi, alla fine, ha deciso di andare venerdì (22 maggio) a Salerno, patria di De Luca.
E c’entra poco con la voglia di mettere la faccia accanto al candidato delle liste zeppe di “impresentabili”. Voglia che non c’è affatto.
C’entra piuttosto il tour campano di Silvio Berlusconi, che sarà  nello stesso giorno alla Mostra d’Oltremare e il giorno dopo incontrerà  gli amministratori di Salerno e Caserta.
A quel punto il premier non poteva più sottrarsi: “Finchè Caldoro — dice un parlamentare – Caldoro ha tenuto distante Berlusconi, Renzi è stato alla larga. Ma ora si sarebbe creato un caso. Non poteva dire di no di fronte all’insistenza di De Luca”.
Da fonti vicine a Caldoro trapela che la presenza dell’ex premier, in questa fase in cui non aggiunge nulla in termini di consenso, è stata subita.
Imposta più dalla Pascale che da Caldoro.
Perchè, per il governatore uscente, la non belligeranza con Renzi conta più del sostegno di Berlusconi.
A ben vedere, proprio dal premier sono arrivati importanti assist a Caldoro negli ultimi giorni.
Mentre l’immagine di De Luca incrinata dalla questione degli impresentabili, che denotano una scarsa serietà  nella gestione delle liste, Renzi dichiarò: “Caldoro è una persona seria e collaborativa, non parlerei mai male di lui”.
Successivamente, dopo giorni in cui De Luca ha accusato il suo competitor di aver portato la Campania sull’orlo del baratro, da palazzo Chigi è arrivato un altro endorsement: “La Campania è tra le cinque regioni italiane che non hanno aumentate le tasse”.
Una fonte molto informata del Renzi-pensiero dice: “Matteo si è tenuto equidistante, ma in fondo un 5 a 2 con la vittoria di Caldoro non gli dispiace affatto. De Luca è incontrollabile, porta si porta dietro la grana della Severino e liste discutibili. Stefano in prospettiva è perfetto nel Partito della Nazione”.
Già , in prospettiva. E forse non è un caso che uno degli amici più stretti di Caldoro, il socialista Lucio Barani è all’opera — insieme a Denis Verdini — per mettere su, il minuto dopo le regionali, un gruppo di sostengo a Renzi, al Senato.
Nell’ottica appunto del Partito della Nazione.
E a ben vedere lo schema del gioco di sponda tra Renzi e Caldoro non è saltato neanche dopo che Berlusconi ha deciso di calare su Napoli e Renzi si è trovato costretto ad andare a Salerno.
Basta vedere il tenore della visita del premier, all’insegna del minimo sindacale.
La visita salernitana del premier appare come un omaggio al buon amministratore, ma manca del tutto il pathos politico: una visita all’impianto di compostaggio, l’asilo di via Monti Ungheresi nel quartiere di Pastena, poi incontro politico, quello saltato sabato scorso alla Stazione Marittina a Napoli, poi l’incontro nel nuovo porto turistico di Marina di Arechi con i candidati del Pd.
Insomma, non proprio un comizio in piazza Plebiscito con a fianco il proprio candidato. E non è un caso che, al netto dell’insistenza di De Luca, dalle parti di palazzo Chigi al momento si esclude un ritorno a Napoli per il gran finale.
E non è un caso nemmeno che, all’inaugurazione sabato della metro di Napoli, andrà  il ministro Delrio e non il premier.
La filosofia di Renzi sulla Campania è “più del necessario, niente”.
Non poteva sottrarsi, dopo la visita di Berlusconi, ma da qui a crederci davvero ce ne passa: “Matteo — prosegue la fonte — si è messo in una posizione win win. Se vince De Luca, ha vinto anche lui e il Pd. Se perde ha perso de Luca ed è pronto a flirtare con Caldoro nell’ambito del partito della Nazione”.
È più di una suggestione perchè anche il governatore uscente si sente molto lontano dal suo mondo, nel senso che è più in sintonia con Alfano, il suo vero interlocutore a Roma, che con le ultime raffiche della Salò berlusconiana come Alessandra Mussolini.
E in fondo anche con Berlusconi, la cui visita magari darà  un po’ di motivazione ai vecchi militanti e alla base. Ma, anche in questo caso, per Caldoro vale la filosofia renziana: “Più del necessario, niente”.
Perchè, più del necessario, rischia di compromettere la commedia delle parti col premier. E magari, come sussurrano i maligni, anche il gioco del voto disgiunto.
Di chi voterà  Pd come lista e Caldoro come governatore.

(da “Huffingtonpost”)

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REGIONALI LIGURIA: L’INCUBO DELLA SCOSSA A SINISTRA

Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile

LA CANDIDATA DI RENZI RISCHIA GROSSO, TRA IL CIVATIANO E LA GRILLINA

La madre di tutte le battaglie Matteo Renzi la sta combattendo in Liguria. È qui che si gioca la speranza di un 6 a 1 alle Regionali destinato a dare la spinta propulsiva al renzismo e al partito della nazione prossimo venturo. Mancano dieci giorni al voto e i sondaggi suonano una musica stonata, con un dato che unisce i diversi istituti: Raffaella Paita, detta Lella, la candidata voluta da Claudio Burlando, non sfonda.
Non è destinata a stravincere, e se vincerà  sarà  di poco, molto al di sotto di quel 35% indispensabile per conquistare il premio di maggioranza e sedersi con tranquillità  sulla poltrona più importante di Piazza de Ferrari.
Per questo Renzi ha deciso di impegnarsi in prima persona, sarà  a Genova in questo ultimo scampolo di campagna elettorale, non una, ma due volte.
Sciopero contro il Jobs Act     (nonostante i gufi)    
La parola d’ordine è recuperare a sinistra. Un’impresa titanica. Per capire bastava fare un salto ieri dalle parti di Sestri Ponente, allo sciopero indetto dalla Cgil, contro il Job Acts e nel giorno del quarantacinquesimo “compleanno” dello Statuto dei lavoratori.
Due cortei, migliaia di persone, “camalli” del porto, operai delle industrie in crisi, del commercio, dell’edilizia, delegazioni di insegnanti, tanti pensionati, finanche tassisti.
La città  bloccata per ore e Ivano Bosco, segretario della Cgil di Genova, letteralmente imbufalito .
“Lasciatemi togliere una soddisfazione — dice all’inizio del comizio finale — sarò politicamente scorretto, la manifestazione è riuscita nonostante i tanti gufi che hanno lanciato fango e mancato di rispetto ai lavoratori”.
Per giorni Bosco e la Cgil sono stati attaccati da esponenti del Partito democratico.
“La vostra è una manifestazione elettorale”, il leit-motiv.
“Ma noi siamo qui per dire che sull’articolo 18 Renzi è riuscito a fare peggio di Berlusconi e Sacconi”.
Applausi al segretario e un coro allarmante (per Renzi, Burlando e Paita): “Siamo noi, siamo noi, la sinistra dell’Italia siamo noi”.
Insomma, se Lella non sfonda, Renzi non vince, almeno in questa piazza di Ponente e tra molti iscritti del Pd.
Duecento dirigenti hanno firmato un documento per rivendicare “libertà  di scelta” alle elezioni. Nomi che pesano come Claudio Montaldo, attuale vicepresidente della giunta regionale, e nervi alle stelle.
Ubaldo Benvenuti, ex consigliere regionale ed ex segretario del Pds: “Non mi turo il naso, vorrei un partito serio non un gruppo dirigente che lancia anatemi per paura di perdere”.
Il porto e la coppia di ferro che decide a lume di candela
L’incubo è il voto disgiunto.
“Voto Pd, ma non sono un paitiano”, dice Camillo Bassi, una vita nel vecchio Partito comunista. Sull’immagine della Paita pesa l’alluvione dell’ottobre 2014, era assessore alle Infrastrutture ed è indagata per disastro e omicidio colposo in concorso e omissione di atti d’ufficio, ma a segnarla ancora di più è il ruolo del marito Luigi Merlo, che è presidente dell’autorità  portuale di Genova.
Una coppia che vive il potere con intensità .
Lui, assessore regionale alle Infrastrutture fino al 2008 lascia per andare a occupare la poltrona di uno dei centri nevralgici dell’economia cittadina, e lei che eredita lo stesso assessorato del consorte.
Strenui difensori del diritto al “mugugno” (“sensa vin se naviga, sensa mugugno no”, recita l’antico proverbio dei marinai), i genovesi ironizzano sulle decisioni fondamentali per la città  e il suo porto che in casa Paita-Merlo si prendevano a cena a lume di candela. Dal 30 giugno non sarà  più così, perchè Merlo, offeso, si ritirerà .
“Nonostante l’assenza di conflitti di interesse ho preso questa decisione per proteggere il porto da misere polemiche politiche”.
La cricca, il cemento e il potere alla frutta    
Giochi, quote di potere che si ridistribuiscono, banche, enti, grosse catene commerciali, ciclo del cemento e cooperative.
“È il sistema Burlando”, spiega Luca Pastorino. Il deputato quarantenne uscito dal Pd dopo le primarie per candidarsi a capo di Rete a sinistra, respinge le accuse che in questi giorni gli sono piovute addosso da ministri e dirigenti del Pd piombati in Liguria (“vuoi far vincere la destra”).
“Loro la destra ce l’hanno dentro, nelle liste piene di impresentabili, la verità  è che non hanno altri argomenti, il loro obiettivo è difendere un sistema di potere ormai alla frutta”. Già , la destra. Ormai non è un mistero per nessuno il sostegno alla Paita alle primarie degli uomini di Claudio Scajola.
“Ma è roba del passato”, sorride Giovanni Toti, l’ex direttore di Studio Aperto e del Tg4, ora europarlamentare, proiettato nella battaglia di Genova direttamente da Berlusconi. “Con Claudio ci siamo visti poco fa, sto girando tra Imperia e Bordighera, e con me in macchina c’è il nipote Marco, candidato nelle mie liste. La verità  è che Renzi e il Pd hanno paura, non si aspettavano un centrodestra di nuovo unito. In Liguria siamo riusciti nel miracolo. I sondaggi dicono che tra me e la Paita il distacco e minimo, io dico che vincerò. Per Renzi la Liguria è un incubo, parla solo di queste elezioni”.
Movimenti anche nel mondo cattolico.
Nel listino della candidata Pd c’è Enrico Costa, presidente del Ceis, Centro di solidarietà , mentre assicura il suo sostegno Pier Luigi Vinai, ex fedelissimo di Scajola, ex candidato per il Pdl alle ultime elezioni a sindaco di Genova, cattolico vicinissimo al cardinale Bagnasco e fondatore di Open Liguria, associazione culturale per sua stessa definizione “renziana non del Partito democratico”.
“È questa la politica che vogliamo battere”. Parla Alice Salvatore, la candidata del Movimento Cinque Stelle.
“Sono in giro col mio camper, dietro non c’è il sistema di potere trasversale che ha voluto la Paita, loro hanno un solo obiettivo, fare gli interessi di una cricca di amici e parenti. Renzi ha paura del voto disgiunto, ma quello non andrà  a Pastorino, la battaglia è tra me e Paita, i sondaggi lo dicono con chiarezza. Stiamo chiedendo il voto dei cittadini onesti, a loro la scelta tra chi ha impoverito la Liguria e distrutto le sue coste con cementificazioni selvagge, e chi punta su lavoro e difesa del territorio. Pastorino è destinato a fare da stampella alla Paita. Ma non sarà  così perchè vinciamo noi”.
La Liguria aspetta.
Renzi trema.

Enrico Fierro
(da “il Fatto Quotidiano”)

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SARDEGNA AL VOTO TRA BOMBE E MINACCE

Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile

A DESULO SCRITTE CONTRO SINDACO, CANDIDATO E MARESCIALLO DEI CARABINIERI… A QUARTU SANT’ELENA BOMBA IN COMUNE

Campagna elettorale al veleno, in Sardegna. Con la costante degli attentati, intimidazioni e minacce a sindaci e amministratori.
Pochi giorni fa le ultime scritte su un muraglione all’uscita di Desulo, nel Nuorese, paese di montagna di 2500 abitanti.
Vernice bianca su grigio cemento per far costringere tutti coloro che passano in auto a leggere: i nomi dell’attuale sindaco, Gigi Littarru, in corsa per il bis, di un altro candidato alla carica di consigliere comunale e del maresciallo dei carabinieri.
Di lato un simbolo che non lascia dubbi: la croce.
La denuncia sulle bacheche pubbliche di Facebook con tanto di foto testimonia ciò che è stato già  cancellato, come riporta L’Unione sarda.
Compreso il riferimento personale all’autismo, patologia di cui soffre il figlio di uno dei tre.
Con l’utilizzo di “autistico” a mo’ di insulto e la raccomandazione “fai il bravo”.
Ed è proprio l’interessato a commentare per primo l’intromissione nella sfera privata e delicata della malattia di un minore.
Così la vittima sul social network: “Non c’è limite all’ignoranza. Spero tu non sia un genitore perchè con questo gesto non daresti un buon esempio ai tuoi figli, non ti auguro di avere un bambino autistico, perchè vista la tua insensibilità  non saresti in grado di amarlo e di seguirlo. Tanti auguri per la tua campagna elettorale ‘pulita’”. Ondata di sdegno, commenti e la presa di distanza della lista contrapposta, guidata da Angelina Gioi.
Il voto del 31 maggio arriva dopo lo scandalo scoppiato attorno all’inchiesta sulla presunta cupola che gestiva, secondo la Procura di Oristano, appalti pilotati in circa 15 paesi con lo scambio di consulenze tra professionisti.
Ed è proprio di Desulo quello che gli inquirenti considerano il boss de “La Squadra”, questo il nome dell’inchiesta, l’ingegnere Tore Pinna che operava con la sua società  di progettazione e altri professionisti suoi compaesani.
E se in Barbagia non c’è più traccia delle scritte, a sud, nel terzo comune della Sardegna, a Quartu Sant’Elena si raccolgono i calcinacci lasciati da una bomba artigianale.
Mezzo chilo di gelatina, una miccia lunga per un confezionamento realizzato da mani esperte, poi l’esplosione attorno alle 5,30 proprio sotto la finestra dell’ufficio protocollo del municipio.
Le schegge di cemento sono volate anche oltre dieci metri: per fortuna nessun ferito, solo danni alla struttura e alle auto parcheggiate.
Le indagini dei carabinieri non escludono alcuna ipotesi: a partire da un collegamento immediato con il voto (8 i candidati, anche l’attuale sindaco in carica, Mauro Contini, centrodestra), oppure la pista privata.
Intanto è arrivata la condanna del presidente del Consiglio regionale, Gianfranco Ganau (Pd) che associa i due episodi e ribadisce una richiesta: “Una norma ad hoc da introdurre nel sistema penale italiano, che riconosca, nello specifico, l’attentato contro i pubblici amministratori”.
Una piaga nell’isola che ha richiamato di recente anche il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e l’intervento dell’Anci.
Lo stesso presidente della Regione, Francesco Pigliaru, ha ribadito che si è di fronte a “una vera emergenza”

Monia Melis
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL VOLTO DEL TERRORISTA RICERCATO E’ DIVERSO DAL RAGAZZO ARRESTATO

Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile

ECCO LA FOTO OTTENUTA DA “CHI L’HA VISTO”

Una foto diffusa dal sito della trasmissione “Chi l’ha visto?” mostra il terrorista ricercato dalle autorità  tunisine per l’attentato al museo Bardo, ma il volto del vero Abdelmajid Touil è molto diverso da quello del ragazzo marocchino arrestato a Gaggiano.
Sarebbe questo il vero volto del terrorista Abdel Majid at-Touil ricercato per l’attentato al museo del Bardo di Tunisi.
La foto è stata pubblicata in esclusiva dal sito del quotidiano tunisino Akher Khabar Online.
Il nome coincide con quello del giovane arrestato a Milano che proprio oggi gli inquirenti italiani hanno accertato che si trovava in Italia il giorno dell’assalto al museo.
Si allargano dunque le incertezze sulle reali responsabilità  di Touil, il ventiduenne catturato dalla polizia italiana ma che secondo i registri di una scuola di Trezzano sul Naviglio si trovava in Italia il 16 e il 19 marzo scorsi.
L’assalto al Bardo è avvenuto il 18 marzo, ma famigliari e vicini di casa ripetono che il ragazzo non si è mai mosso dal nostro Paese.
Soltanto oggi la Procura di Milano ha potuto comprovare l’elenco delle presenze ai corsi di italiano per stranieri che Touil frequenta presso il “Centro provinciale per l’istruzione degli adulti Maestro A.Manzi” di Trezzano.
Per gli inquirenti il quadro ora è “incompatibile” con la sua presenza a Tunisi al momento della strage a Tunisi, come invece asserito dal governo tunisino.
Uno scambio di persona? Un caso di omonimia?

(da “Huffingtonpost”)

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BOSSI E BELSITO RINVIATI A GIUDIZIO A GENOVA PER TRUFFA, RICICLAGGIO E APPROPRIAZIONE INDEBITA

Maggio 21st, 2015 Riccardo Fucile

I FONDI FINITI A CIPRO E IN TANZANIA… E “STRANAMENTE”   SALVINI NON HA VOLUTO CHE LA LEGA SI COSTITUISSE PARTE CIVILE

Tutti rinviati a processo, fissato per il 23 settembre prossimo.
Cinque esponenti della Lega Nord e due imprenditori dovranno presentarsi davanti alla Prima Sezione del Tribunale di Genova, imputati di riciclaggio per i soldi finiti in Tanzania e a Cipro.
Il leader Umberto Bossi, l’ex tesoriere Francesco Belsito, i tre membri del comitato di controllo dei bilanci e della cassa del Carroccio (Stefano Aldovisi, Diego Sanavio e ed Antonio Turci), infine gli imprenditori Paolo Scala e Stafano Bonet.
La decisione è stata presa stamani dal   gip Massimo Cusatti, su richiesta del pm Paola Calleri.
Il giudice, nel corso dell’udienza preliminare,   ha riunito i tre fascicoli che dalla Procura di Milano sono stati trasmessi a Genova: quelli riguardanti la truffa ai danni dello Stato (i rimborsi elettorali) e l’appropriazione indebita di Belsito, per essersi impossessato di 5 milioni e 700mila euro, trasferendoli su conti bancari all’estero. Una prima tranche di 1,2 milioni di euro, risucchiata dal conto corrente della Lega e bonificata in favore della società  inglese Krispa Enterprices, della quale Paolo Scala era titolare effettivo presso una banca di Cipro.
Secondo le indagini compiute dalla Guardia di Finanza di Milano e dai carabinieri del Noe di Roma, altri 4.500.000 euro sarebbero stati trasferiti, sempre tramite bonifico, ad un conto intestato a Stefano Bonet presso la Fbme Bank della Tanzania.

Giuseppe Filetto
(da “La Repubblica”)

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