Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
L’OSTINAZIONE DI CHI NON VUOLE VEDERE LA REALTA’ DEI FATTI
L’estinzione di Forza Italia equivale, voto più voto meno, all’estinzione politica di Berlusconi. Più che un partito-azienda era un partito-persona; è dunque fisiologico che il partito ricalchi i destini della persona, dal trionfo all’impopolarità e infine all’indifferenza più assoluta.
Ma i cosiddetti “fedelissimi” di Silvio non la pensano così.
Sono convinti che si possa crollare, in un paio d’anni, dal trenta al cinque per cento per colpa di un segretario regionale inetto o di un candidato sbagliato.
Una dedizione cieca e quasi folle al Capo che impedisce di vedere la realtà , dolorosa ma banale, degli anni che passano, della baldanza che diventa patetica, della gente che gli volta le spalle.
Fissano lo sguardo su qualunque dettaglio, specie se insignificante (Fitto è stato cattivo, la squadra era sbagliata, perfino lo strabiliante “Salvini mi ha copiato la felpa” uscito di bocca alla tramortita Biancofiore) pur di non prendere atto che nessun partito, in democrazia, può sopravvivere come pura proiezione del suo leader, senza una vera classe dirigente, un vero dibattito interno, livelli intermedi che contino.
Quelli come la Biancofiore possono scegliere una morte devota e accompagnare Silvio sulla pira come le vedove indù; oppure allontanarsi rapidamente, come stanno facendo, con comprensibile istinto di sopravvivenza, molti degli ex beneficiati.
L’unica opzione impossibile è il progetto, allucinato, di “ricominciare da Berlusconi”: e invece proprio quello vogliono fare.
Michele Serra
(da “La Repubblica“)
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Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO: LO STATISTA DEI SOCIAL BOLLITO NEL SUO STESSO CALDERONE DAGLI INCAZZATI DELLA SCUOLA
L’insonne performer dei social network, lo statista tweet-star, l’idolo dorato delle masse evolute
della rete nonchè inventore di felicissimi hashtag che faranno la Storia di questa Repubblica, sta per finire bollito nel suo stesso calderone.
Se per noi la cosa sarebbe lungi dal rappresentare una questione politica, per lui qualche significato deve avere che la sua pagina Facebook sia invasa in queste ore da commenti del tipo: “Non voteremo più Pd perchè indignati dal ddl La Buona scuola”.
Sono tanti, centinaia e ogni ora di più, sotto le “sfide” narrate da Matteo: le foto coi tennisti di grido e con Raul Castro, lo scatto alla firma all’Italicum, il video del discorso all’Expo.
Una goccia che scava il silicio variando sul tema: “Io e tutta la mia famiglia non voteremo mai più Pd”.
Ecco. A forza di disintermediare, Renzi si è trovato la gente in casa, nel cuore della cassa di risonanza della sua onnipotenza mediatica che ora gli rimanda l’eco di un dissenso difficile da ignorare.
Nello spazio in cui si mischiano intrattenimento e propaganda, frivolezza e coercizione — il tempo libero che passiamo su FB è in realtà tempo di lavoro che elargiamo gratis alla crescita dell’impero di Zuckerberg e alle campagne elettorali dei leader politici — la pioggia di commenti amari ha il sapore del contrappasso.
Una crisi di rigetto in piena regola nell’agorà digitale nel momento di sua massima trepidazione, quando le elezioni regionali si approssimano e sul “muro” di Renzi, pieno di osannate veline governative, sue spiritosissime effigi e spinterogene chiamate alle armi della #voltabuona, compaiono i primi sbreghi e una pur composta, ma forse perciò più tremenda, ressa di pasquinate.
Forse il Ministero agli hashtag renziano (un Ministero-ombra che però conta più degli altri, certo più di quello agli Affari regionali ancora senza titolare) nelle prossime ore deciderà se ridurre la faccenda alla dimensione della goliardata o deformarla verso la sedizione molesta, identificando gli autori in civatiani rosiconi, gufi dei sindacati o bot siti in Albania e pagati da Casaleggio.
La realtà , ahilui, è che sono (erano) elettori del Pd impegnati in un’operazione di sabotaggio. Quando la politica è tutta immateriale, invece di tirare zoccoli dentro i macchinari molti lavoratori e fruitori della scuola — insegnanti, genitori, studenti — hanno deciso di gettare un granello di polvere nell’oliatissima narrazione renziana sottoponendola a una massiva cura omeopatica.
È come se ai tempi dei decreti-vergogna di B. migliaia di telespettatori avessero interrotto Beautiful col telecomando interattivo Quizzy o un loro nutrito plotone avesse occupato gli studi di Bim bum bam.
E indubbiamente uno spostamento della scena politica c’è, se il governo, per bocca della ministra non competente Boschi, può sottovalutare la piazza fisica (“La scuola solo in mano ai sindacati non credo funzioni”) e trasferire l’agire politico sul piano di un battage quotidiano e forsennato sui social media.
Il che ci dà l’agio di ritenere che contro un tale governo non valga tanto scendere in piazza quanto togliergli il follow su Twitter.
Ma ormai la narrazione, da narcotico mutuato dal marketing, si è fatta non solo sovraesposizione mediatica del conducator e sua impietosa auto-promozione, ma discorso in sè, teoria e prassi, e per sua precisa volontà .
È infatti lui, non gli oscuri “utenti di Internet” vituperati dai benpensanti, a raggrumare la dimensione pubblica nei 140 caratteri di Twitter, dove pure ha comunicato le linee guida di tutte le sue riforme e dove nel pomeriggio di ieri è intervenuto sulla protesta promettendo il dialogo con “un #matteorisponde”.
Segno che stavolta la strategia di individuare un nemico (i sindacati) e indicarlo al popolo, seppur quello ondivago e distratto della rete, non ha funzionato.
Renzi parla a gente alfabetizzata che non si lascia accecare dai suoi “slogan del cazzo” (copyright Landini ) e gli risponde nel merito: la Buona Scuola è indecorosa. Ma è il metodo ad aprire una breccia e a mettere Matteo in un cul-de-sac logico.
Perchè delle due l’una: o i suoi post di FB contano (e contano, se Gaia Tortora li legge in diretta al Tg de La 7 come fossero un’agenzia su una risoluzione Onu), o non contano.
E se contano, se sono politica, notizia, narrazione, conteranno tanto più quelli di coloro a cui sono rivolti.
E se questi sono potenziali elettori del Pd quando lodano il premier con stelline e cuoricini, devono esserlo anche quando lo criticano.
A meno di non considerare il cosiddetto “popolo della rete” alla stregua del pubblico de La ruota della fortuna o, peggio, come la superficie riflettente del vuoto narcisismo totalitarista del leader.
Daniela Ranieri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA FARSA: UN CONDANNATO CHE CHIEDE DI NON VOTARE GLI INDAGATI
Che spettacolo, signori. Da pagare il biglietto, all’occorrenza.
Il candidato governatore della Campania, Vincenzo De Luca, assicura che nella lista del Pd e in quelle che lo appoggiano “non c’è nessun condannato tranne me”: garantisce lui.
Però ammette che “alcune candidature ce le saremmo potute risparmiare” e invita gli elettori a non votare gli eventuali impresentabili, nessuno dei quali è condannato: purchè tutti votino per lui, che è condannato.
Chissà che faccia avranno fatto i non condannati nel sentirsi dare degli impresentabili da un condannato.
Ma non è finita, perchè il vicesegretario nazionale del Pd Lorenzo Guerini si e ci illumina di immenso: “Il Pd in Campania ha stabilito principi molto chiari in merito alla qualità delle liste, con un’applicazione di regole più rigorose dello stesso codice etico”.
Talmente rigorose da lasciar passare tutto intero De Luca, due volte decaduto da sindaco di Salerno, per la sua incompatibilità col ruolo di viceministro del governo Letta e per la sua condanna in primo grado per abuso d’ufficio.
E chi le ha scritte queste regole ancor più rigorose del codice etico: Pasquale Barra ‘o Animale? Genny ‘a Carogna?
Purtroppo — aggiunge Guerini — “nonostante questo impegno molto forte messo in campo, alcune situazioni di alcune liste alleate possono destare qualche interrogativo che un lavoro più attento avrebbe potuto evitare. Per questo mi rifaccio alle parole chiare di De Luca di non votare certi nomi, il nodo venga risolto con la competizione elettorale”.
Quindi sia De Luca sia Guerini si appellano agli elettori affinchè non votino le liste d’appoggio senza condannati, ma solo quella del Pd con il condannato.
Perchè — spiega ancora Guerini — il condannato De Luca ha una “figura nettamente distante da certe situazioni ambigue o opache”.
Infatti non presenta alcuna ambiguità od opacità : è condannato e basta, punto.
Viva la chiarezza. Dopo giorni di silenzio, si fa vivo persino Renzi su Repubblica Tv: premesso che “le liste del Pd sono pulite” (quelle che sostengono il condannato De Luca in Campania, l’indagata Paita in Liguria, l’indagato Rossi in Toscana, l’indagato Spagnolli a Bolzano, l’indagato Crisafulli a Enna e così via), è vero che “su alcune liste collegate si può discutere: ci sono candidati che non voterei neanche se costretto”.
Quelli non condannati e non indagati. Invece il condannato, cioè De Luca, è “un buon amministratore, come ha dimostrato per la città di Salerno”.
Infatti è stato condannato in tribunale a un anno di carcere per aver inventato l’inutile ruolo di “project manager” dell’inceneritore di Salerno per regalare un po’ di soldi pubblici all’amico e capostaff Alberto Di Lorenzo, coprendo poi l’abuso di potere con “false giustificazioni postume” e con “il successivo occultamento sul sito web, della presenza di persone astrattamente più qualificate”.
Insomma è provato che “la nomina, lungi dall’essere finalizzata a perseguire esclusivamente una finalità pubblica, aveva l’unico scopo di svincolare Di Lorenzo dal gruppo di lavoro e attribuirgli un’inventata posizione apicale, con conseguente riconoscimento di una più sostanziosa retribuzione”.
A questo punto qualcuno — eventualmente, ma non è il caso di Repubblica Tv — potrebbe domandargli: scusa, Matteo, ma chi ha deciso di candidare nel Pd tanti indagati e un condannato?
Chi ha autorizzato De Luca a correre alle primarie per una carica — la presidenza della Regione Campania — che non potrà ricoprire per via della legge Severino?
E chi ha autorizzato il Pd campano a collegarsi a liste con candidati che tu non voteresti neppure se costretto?
A noi risulta che il via libera l’abbia dato il fido sottosegretario Luca Lotti: qualcuno gliene ha chiesto conto e l’ha sanzionato per la — per così dire — avventatezza?
La risposta è un doppio no.
Altra domanda: ora che avete scoperto — a vostra scajoliana insaputa, ci mancherebbe — fascisti, consentiniani, berlusconiani, amici dei camorristi e nemici dei vostri stessi sindaci
anticamorra nelle liste collegate a De Luca, perchè non togliete loro l’apparentamento, anzichè chiedere agli elettori di ripulirvi la coscienza?
Scrive Massimo Gramellini su La Stampa: “È come se uno, invitando a cena il suo migliore amico, gli dicesse: a tavola con noi ci saranno Barbablù, Al Capone e il mostro di Firenze, però tu non rivolgere loro la parola, anzi ti autorizzo a cacciarli di casa”.
La verità vera è che hanno fatto accordi con i peggiori lestofanti, ben sapendo che portano con sè i voti di scambio di gente ancora peggiore di loro: gente che non si lascerà certo impressionare dall’invito a non votarli.
L’alleanza con quelle liste non è avvenuta nonostante gli impresentabili, ma in virtù degli impresentabili.
Senza i quali quelle liste non avrebbero alcuna utilità .
Gli impresentabili non sono un incidente di percorso, ma la scelta cinica e consapevole di un partito che ha perso per strada tutti i principi e persino la virtù (sì, la virtù) dell’ipocrisia, avendo ormai un solo imperativo categorico: vincere a qualsiasi costo e non buttare via niente.
Dire “non votateli” facendo l’occhiolino e incrociando le dita dietro la schiena è una penosa presa in giro.
Che fa giustamente infuriare gli alleati prima usati e poi scaricati (per finta).
Tipo l’ex forzista irpino Arturo Iannaccone (Campania in Rete), che dice al nostro Vincenzo Iurillo: “Noi non siamo saliti sul carro del vincitore: abbiamo spinto De Luca fin dalle primarie”. Altro che alleati last minute, impresentabili ma incontrollabili per mancanza di tempo. Tutti sapevano tutto, tutto è stato fatto apposta.
Almeno, però, nessuno potrà accusare Renzi di non mantenere le promesse.
L’altroieri aveva annunciato“la banda larga”.
Almeno in Campania, l’ha già fatta.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 13th, 2015 Riccardo Fucile
A CALIZZANO LA DIFFIDENZA INIZIALE E’ DIVENTATA CONVIVENZA SOLIDALE
La convivenza possibile. Da alcuni mesi quaranta profughi sono ospiti in un albergo nel cuore del
paese e ora, dopo le iniziali proteste dei residenti, dall’Alta Val Bormida scatta un progetto volto a inserire i migranti attraverso l’attività lavorativa. L’amministrazione del sindaco Pierangelo Olivieri ha firmato una convenzione con la cooperativa “Il Faggio” per attivare una serie di progetti umanitari che portino all’integrazione.
«I migranti si occuperanno dello sfalcio dell’erba, piccole manutenzioni e pulizia — spiega Olivieri — noi abbiamo quasi tutti ragazzi del Mali che hanno fatto i contadini e si sanno muovere nel verde, altri sono edili. Non escludiamo che in futuro si possano anche occupare della manutenzione degli autobloccanti del centro storico, sarebbe veramente importante in un momento di carenza di risorse per i Comuni. Quest’anno due operai, su cinque in pianta organica, sono andati in pensione. Con un territorio molto grande siamo in affanno, l’aiuto dei migranti sarà quindi prezioso».
La cooperativa provvederà alla copertura assicurativa e all’abbigliamento. L’esperienza non è nuova.
A fare da apripista con attività socialmente utili era stato il Comune di Cairo Montenotte che, siglando un accordo con la cooperativa “Il Percorso”, è riuscito a integrare i migranti in supporto alla Croce Bianca, ma soprattutto all’ufficio tecnico comunale per attività di piccola manutenzione.
Lo stesso ha fatto Roccavignale dove nove profughi, tutti uomini tra i venti e i trent’anni provenienti dal Mali, hanno iniziato l’attività a servizio della collettività : in inverno hanno tolto la neve, adesso si occupano della pulizia di marciapiedi e delle vie del paese.
Ora tocca a Calizzano. L’integrazione in questo caso segna un cambio di passo.
Se di fronte ai primi arrivi la popolazione, circa 1.500 residenti a cui si sommano in estate i villeggianti, aveva risposto con scetticismo, oggi la convivenza sembra funzionare.
«L’accoglienza è sempre una questione complessa e molto delicata — dice Olivieri — ma nella mia comunità le persone che erano allarmate si sono dovute ricredere. Io stesso avevo sollevato perplessità , perchè 40 migranti, per una popolazione come la nostra, sono il massimo sforzo che si può richiedere a Calizzano. Credo però che il valore solidarietà dovrebbe prescindere da qualunque cosa e, nonostante i timori iniziali, per ora sta andando tutto bene. Abbiamo firmato una convenzione con la cooperativa e, non appena riusciremo a partire con l’attività lavorativa, penso che trasformeremo quello che sembrava un problema, e non lo è stato, in una virtù. Progetti interessanti possono maturare dall’integrazione».
(da “il Secolo XIX“)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
LA SCUOLA STA DIVENTANDO LA CAPORETTO DI RENZI: L’ARROGANZA NON PAGA
Gli studenti delle scuole superiori boicottano i test Invalsi. E il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone replica su twitter: “Si può essere contro il governo, legittimo. Ma boicottare le prove Invalsi è indecente. È ingiusto per i ragazzi”.
I timori della vigilia si sono concretizzati questa mattina, quando in tantissime seconde classi delle superiori – dove l’Invalsi aveva calendarizzato le due prove di Italiano e Matematica, più il Questionario studente – gli alunni non si sono presentati.
Classi vuote e addetti al test con le braccia conserte in moltissimi licei, istituti tecnici e professionali.
Mentre gli osservatori inviati dall’istituto di Frascati per controllare che, soprattutto nelle classi campione, tutto si svolgesse per il meglio sono rimasti disorientati.
Non era mai successo dal 2007, quando l’istituto avviò il Sistema nazionale di valutazione.
Ancora non ci sono dati ufficiali. Ma stando alle cronache dalle singole scuole o dalle singole città , l’invito a boicottare i test nazionali sarebbe stato raccolto da molti studenti. L’adesione allo sciopero dei test dovrebbe superare il 10-12 per cento già registrato nella due giorni di prove – lo scorso 6 e 7 maggio – nelle seconde e quinte elementari.
Quando, sull’onda lunga dello sciopero del 5 maggio e delle polemiche che hanno travolto l’Invalsi “reo” di avere spostato le prove dal 5 al 6 maggio, i genitori avevano appoggiato l’iniziativa.
Oggi, la protesta viaggiava su due binari: lo sciopero dei docenti delle scuole superiori, indetto dai Cobas della scuola, e l’invito a boicottare le prove rivolto agli allievi di tutte le scuole italiane dall’Unione degli studenti.
Ma a raccogliere i maggiori consensi sembra essere stata quest’ultima iniziativa.
Mentre la Rete degli studenti medi, pur condividendo molte delle ragioni contro i test, si è limitata a protestare con flashmob.
Da Torino a Palermo, intere scolaresche interessate ai test hanno dato forfait.
Ieri, un sondaggio di skuola.net aveva confermato l’intenzione di uno studente su quattro di
boicottare le prove.
Nel capoluogo piemontese “colazione sociale-boicottaggio dentro le classi, colazione sociale e tornei sportivi fuori da scuola”, scrivevano i ragazzi dell’Unione degli studenti su Facebook.
A Napoli studentesse e studenti che hanno boicottato le prove si sono riversati nelle piazze per un corteo, “per un’altra idea di valutazione e un’altra idea di scuola radicalmente opposte a quelle presenti nel ddl Renzi”.
Scuole semideserte anche a Bari e Bologna.
“Anche a Pescara, come in tantissime altre città , abbiamo registrato una percentuale altissima di studenti che hanno scelto di boicottare le prove”.
E nella Capitale chi ha boicottato i test #Invalsi2015 ha partecipato al presidio #‎noinvalsi organizzato dalla ACSR presso il parco San Paolo.
Al Volta e al Sereni aule completamente vuote.
A Brindisi, boicottaggio che ha sfiorato il 100 per cento al Carnaro, al Pertini, al Fermi, al Monticelli, al Palumbo, al Giorgi, al Ferraris, al Majorana di Brindisi.
A Palermo, l’adesione al #noinvlasi dei liceali è stata da record: il 92 per cento.
In altre parole, soltanto in 13 delle 162 seconde classi di classico, scientifico, linguistico, delle scienze umane e artistico si sono svolte le prove.
E in parecchie c’erano tanti alunni assenti.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PER SUCCEDERE A VENDOLA L’EX SINDACO DI BARI HA IMBARCATO TUTTI
Non sono soltanto questioni etiche, c’è anche l’estetica a far ritenere che Michele Emiliano abbia
oltrepassato la soglia del non ritorno.
Le sue liste all inclusive hanno incolonnato le più screanzate facce del centrodestra, fornendo al mercato della politica “che cambia” i protagonisti della conservazione, nella logica che De Gaulle illustrò con una frase illuminante: “Il potere non si conquista. Si arraffa”.
“Sarò il domatore di questi qua e userò il frustino se sgarreranno”, garantisce il governatore in pectore e segretario regionale del Pd.
Il circo di Puglia è pieno di trapezisti, saltatori all’insù, eccellenze nel movimento carpiato.
Forza Italia svuota l’arsenale umano e l’Udc, un rassemblement di devoti nella virtù della famiglia, fornisce braccia e numeri di telefono.
Ma lui, Emiliano il domatore, non si spaventa.
“Quelli che si oppongono alla mia giunta sono tutti al suo fianco”, dice Paola Natalicchio, sindaco di sinistra di Molfetta, stordita dal fatto che i protagonisti della stagione più torbida della città che lei ha espugnato con un progetto fondato sulla pulizia e sul rinnovamento oggi festeggino all’idea che Michele, il suo candidato naturale, divenga governatore.
Non c’è discussione e non c’è da temere: Emiliano stravincerà .
Un sol boccone farà del centrodestra, oggi squinternato e piegato nella guerra che Raffaele Fitto ha ingaggiato con Silvio Berlusconi.
E non c’è da discutere anche sulla moralità del protagonista di questa campagna elettorale al rovescio: Emiliano è onesto. Ed ha dato prova di essere un buon amministratore.
Natalicchio usa la memoria per analizzare il tempo che fu: “Non posso dimenticare che qui a Molfetta lui, al tempo in cui era magistrato , ci mandò gli elicotteri della polizia per sgominare le bande criminali. E non dimentico che ha buttato giù, da sindaco di Bari, la vergogna di Punta Perotti, ha restituito il Petruzzelli alla città , ha realizzato un sistema di trasporto in ferro. Non lo dimentico perciò mi angoscio. Lo voterò, certo, ma ho paura di allestire un palco in piazza. Perchè con lui rischio di trovarmi alla tribuna coloro che ritengo i più grandi nemici della mia città ”.
Emiliano ha invece preso per mano, anzi stretto la mano a Francesco Spina, che qualche mese fa è stato eletto dal centrodestra a presidente della Bat, una provincia nata morta che raccoglie le città di Bari, Andria e Trani.
La “Spina” del centrodestra
Spina, pure sindaco di Bisceglie, ora è divenuto il coordinatore delle liste del centrosinistra. Ed Emiliano, il domatore col frustino, si è fatto immortalare sotto i volti di Moro e Berlinguer proprio con Spina.
“Sarei un pasticcione soltanto perchè ritento la carta del compromesso storico?”, ha chiesto polemico il candidato governatore.
Le buon’anime — fossero state in vita — l’avrebbero denunciato per abuso della credulità popolare.
Invece, beati loro, non ci sono più.
Enrico Berlinguer non potrà assistere allo scempio di vedere svuotata la cassaforte di voti del Tavoliere, sempre appannaggio del centrodestra, e trasferita — tal quale — all’avversario.
Infatti, da Foggia, il nord della Regione, due soggetti con le mani perennemente in pasta come Carlo Mongiello e Angelo Cera stanno trasportando truppe e valori, chiamiamoli così, al leader dello schieramento avversario.
Sul punto una notizia: Emiliano vuole stravincere perchè da governatore acclamato vorrà avanzare contro Matteo Renzi, il fiorentino abituato allo scasso con destrezza. Alle europee, dopo averlo incoronato capolista del Sud, lo infilzò sostituendolo all’ultimo minuto con Pina Picierno.
Il gran gioco per l’assalto al renzismo
Emiliano si ritirò in buon’ordine. Adesso è venuta l’ora della rivincita. E dunque ha stabilito di sviluppare omeopaticamente le difese immunitarie. Renzi fa il partito della Nazione?
Lui aumenta le dosi e arriva fino ai fasci. Accoglie in casa Eupreprio Curto, già Msi, poi An e poi eccetera eccetera.
Da senatore si ricorda una sua strabiliante e decisiva puntualizzazione sul numero (modesto) dei raccomandati che aveva fatto assumere al paese, Francavilla Fontana. “Non più del dieci per cento”.
Oggi Curto sta con Emiliano, tale e quale alle tre personalità baresi che, nell’ultima corsa alle comunali, sostenevano candidati diversi da quelli del Pd, il partito, è bene ricordarlo ancora una volta, di cui è segretario regionale.
A Bari alcuni personaggi che alle ultime elezioni hanno lavorato per far perdere il candidato, oggi sindaco, Decaro, sono tra i suoi fan.
Un trittico di esuberanti portavoce, tra cui si segnala la spinta, chiamiamola così, che al candidato governatore offrirà la signora Anita Maurodinoia, dal curriculum politico incerto ma dal cuore d’oro.
Userà il frustino Emiliano. E sarà un bello spettacolo vederlo alle prese con una platea di consiglieri con un cursus honorum segnato da gravosi infortuni.
Può darsi che abbia ragione e che teorizzando le conversioni di San Paolo i cementificatori di ieri saranno gli ambientalisti di domani.
E i nuovi moralizzatori sbucheranno dal guscio delle clientele e gli affaristi dai borghi proletari.
“Non ti fidi di me?”.
È la parola d’ordine di Emiliano, che vuole fare il sindaco di Puglia e insieme allontanare il fantasma di Nichi Vendola. “Azzerare quella stagione, mi sembra chiaro.
Lui non si fida della sinistra e nemmeno del suo partito”, dice Guglielmo Minervini, che contro di lui ha combattuto perdendo.
Emiliano, coprendosi a sinistra, ha messo in lista Ernesto Abaterusso, traino dalemiano nel Salento, in sostituzione del figliolo incappato in una grana giudiziaria e perciò incandidabile.
Il papà — traghettatore di parecchi voti d’ogni ordine e grado — ha accettato per spirito di sacrificio e adesso batte palmo a palmo la provincia.
A dargli man forte alcuni giorni fa è sceso Andrea Orlando, il ministro della Giustizia. Un bel comizio proprio alla vigilia di un procedimento in cui Abaterusso è imputato per truffa ai danni dell’Inps.
E qui si aprirebbe di nuovo la questione estetica.
Antonello Caporale
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
I CITTADINI ITALIANI HANNO PAGATO IN TASSE IL GRANDE EVENTO MA NON HANNO DIRITTO A CONOSCERE IL NUMERO REALE DEGLI INGRESSI
E’ italiano, pesa solo 45 chili e ha tre bracci d’acciaio Inox.
Se potesse anche parlare potrebbe dire quello che gli altri non dicono: se l’esordio dell’Expo, enfatizzato da più parti, è un successo oppure no.
Perchè a 12 giorni dall’inaugurazione una risposta certa non c’è.
Gli organizzatori dell’evento hanno adottato la politica di non comunicare il numero di ingressi effettivi ma limitarsi agli 11 milioni di biglietti venduti finora, un dato che in realtà dice poco sulla reale capacità d’attrazione della manifestazione, visto che 10 sono stati venduti in prevendita, a scatola chiusa e cantieri ancora aperti.
Non è impuntatura. Gli italiani hanno contribuito in tasse all’avventura del 2015 per un importo analogo al costo del biglietto.
Anche quelli che non ci andranno ne sono azionisti. E dunque, avrebbero motivo di sapere come va il loro piccolo “investimento”. E invece non lo possono sapere.
Silenzio, c’è Expo. Il gioco dei numeri che nessuno dice
Il commissario Giuseppe Sala spiega così il silenzio: “Non diamo numeri perchè nelle manifestazioni di questo tipo ci sono molte variabili e poi si aprono polemiche sul nulla. Si correrebbe il rischio di esaltarsi o deprimersi mentre io voglio che il mio team rimanga concentrato sulle cose da fare”. Punto.
La società annuncia che mercoledì 13 maggio farà un primo bilancio in una conferenza stampa e quella potrebbe essere l’occasione per fornire dati sulle effettive presenze.
Tuttavia i numeri — ufficiosi — girano fin dal primo giorno.
Le agenzie di stampa, facendo riferimento a non meglio precisate fonti Expo, annunciavano 200mila presenze all’inaugurazione del primo maggio, ma lo stesso Sala non ha confermato.
Il secondo giorno è stata una nota del Comune di Milano a riferire di 220 mila ingressi, anche stavolta non confermati.
Il bilancio “ufficioso” della prima settimana, secondo fonti vicine alla società , si chiuderebbe con circa 500mila presenze, non proprio confortanti rispetto alle attese, come rileva anche il Sole24Ore. Ma sempre di numeri incerti si tratta.
Li contiamo tutti, ma facciamo finta di no
Il paradosso è che a contare i visitatori è lo stesso tornello che li fa entrare. E lo fa con grande perizia, in tempo reale e senza margini d’errore.
Lo ha progettato ad hoc per Expo la trevigiana Came Group, azienda di Dosson leader nel settore delle automazioni che ha firmato, tra gli altri, i dissuasori del Pentagono a Washington.
Come funziona? Ogni dispositivo può gestire fino a 25 ingressi al minuto e dislocati ai quattro cancelli di Expo ce ne sono 230.
Ognuno è dotato di uno speciale lettore ottico che registra tutti i biglietti: cartaceo, Qr Code, Rfid o Nfc oltre a tablet, telefonino Telecom e carta di credito Banca Intesa.
La connessione ethernet “nativa” trasmette immediatamente il dato (in entrata e in uscita) al “main operation center” della centrale operativa dislocata in via Drago che dista meno di un km da all’era Expo (foto).
Il sistema è dunque congegnato proprio per monitorare e fornire le presenze in tempo reale, quelle che tutti chiedono di conoscere e nessuno rivela. Insomma quel dato, se mai ci fossero stati dubbi, c’è. Solo non viene diffuso.
Il messaggio universale: la trasparenza può aspettar
I motivi di tanta discrezione? Stanno tutti nel quadro economico.
L’operazione Expo ha richiesto investimenti pubblici per 1,3 miliardi e dovrebbe generare ricadute economiche per cinque.
La partita del pareggio e dei ritorni si gioca tutta sulle effettive presenze. Se mai ci fosse un bollettino giornaliero, e questo attestasse una visibile diminuzione degli ingressi, finirebbe per fare pubblicità negativa all’evento, rendendolo meno attrattivo. Il messaggio universale che arriva da Expo è che in Italia finisce sempre così: dal G8 alle grandi opere, quando ballano certe cifre la trasparenza e la cassa smettono presto di andar d’accordo.
Il principio del silenzio si è trasmesso lungo la filiera Expo da precise scelte di gestione.
Su tutte, quella di sopperire ai mancati investimenti pubblici con il matrimonio d’interesse con i privati, ai quali viene offerta la possibilità di gestire in proprio (e senza gare) servizi strategici come la biglietteria e la gestione degli ingressi.
Senza vincoli e contratti con la società Expo. E dunque obblighi di pubblicità e trasparenza verso terzi. Bussa pure, che non ti rispondono.
Ma andiamo con ordine, i conti.
Lo Stato ha coperto il miliardo e 300 milioni per la realizzazione della “cittadella” ma non ha messo un euro per coprire i costi di gestione di questa gigantesca macchina che gira 24 ore su 24 e che alla fine dei sei mesi — tra personale, pulizie, ammortamenti e servizi — dovrebbe presentare un conto da 800 milioni.
Dagli sponsor ne sono arrivati cash 370, meno della metà . Per coprire la differenza tocca assolutamente vendere 24 milioni di ingressi.
È dunque, come detto, è sui ticket e sulla capacità di conquistare turisti che l’evento si giocherà più della metà dei ricavi operativi. Finora ne sono stati venduti 11 milioni, il 40% di quanto previsto per circa 200 milioni. Ma non tutti gli “assegni” vengono incassati subito e su quelli futuri non c’è certezza.
Interessi pubblici&affari privati. Il silenzio è d’oro
E’ chiaro che, se venissero a mancare, salterebbe tutto.
E qui arriviamo dritti al secondo motivo del voto di silenzio. La ricca partita dei biglietti d’ingresso a Expo2015 è finita tutta nelle mani di privati.
Dalla vendita all’incasso e fino alla “consumazione”. Una scelta che si impone nel 2012, quando la società di gestione di ritrova in grande in affanno.
E’ partecipata dal governo al 40% ma scopre che non avrà soldi pubblici per quel miliardo e rotti che costa accendere le luci del grande Luna Park.
Si rischia di non partire neppure. Expo Spa gioca allora l’unica carta possibile: quella dei partner privati cui chiede di partecipare attivamente all’evento investendo, in cambio di soldi ma anche di corrispettivi in servizi (remunerativi) e ritorni d’immagine.
E le invita direttamente a rispondere a una “Request for proposal”.
Gli esperti del settore le definiscono “gare atipiche”, soprattutto per l’alto valore economico dei servizi. Ma anche per l’attenuazione degli obblighi di pubblicità e trasparenza, già che il “fornitore” in realtà è un partner direttamente coinvolto.
Il relativo contratto con Expo, per dire, sul sito ufficiale dell’evento non c’è. E il tentativo di ottenere informazioni va a vuoto: “chiamate Expo Spa”. Punto. E si torna da capo.
Siamo tutti azionisti. Paghiamo il biglietto (senza entrare)
La manifestazione è internazionale, gli investimenti sono in gran parte statali (1,3 miliardi). In ballo ci sono tante aspettative sull’indotto, l’occupazione e il Pil.
A scendere c’è la stessa Expo Spa (e i soci pubblici), chiamati a chiudere i conti in equilibrio.
Dietro, tutte le società private che hanno fatto investimenti diretti e si sono accollate rischi d’impresa. Insomma, gli interessi in gioco impongono qualcosa oltre la prudenza: il silenzio.
Ecco perchè si prende la temperatura a Expo e si lascia che solo una ristretta platea di soggetti possa a sapere davvero come sta.
La controindicazione è che ad oggi non lo sanno gli italiani, anche se finora hanno pagato tutti il biglietto e senza neppure andarci.
Facciamo due conti: lo Stato ci ha messo 1,3 miliardi, diviso per i 41,3 milioni di contribuenti attivi fa 31,4 euro a testa. Il biglietto d’ingresso a data fissa ne costa 34. E tuttavia il cittadino qualsiasi, il visitatore e il contribuente non può sapere come va l’involontario investimento in conto Expo.
Si deve rassegnare. Il tornello hi-tech, purtroppo, ancora non parla.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PRESSIONE FISCALE AL MASSIMO, MA NON TUTTI SONO VESSATI ALLO STESSO MODO… IL CONFRONTO CON ALTRI PAESI EUROPEI E’ IMPIETOSO
La teoria è semplice – quasi banale: lo stato esiste per servire i propri cittadini. 
A volte invece succede il contrario, soprattutto nei momenti di difficoltà . Dall’inizio della crisi economica il conto è diventato sempre più salato, e a pagarlo sono state le tasse dei cittadini: anche quelle sul lavoro.
I dati Ocse mostrano che rispetto al 2007, ultimo anno prima della crisi economica, tasse sul lavoro e contributi sono aumentate per quasi tutti i tipi di famiglie – per alcune molto più di altre.
Prendiamo una famiglia con un solo coniuge che lavora e guadagna uno stipendio nella media – intorno ai 30mila euro lordi l’anno.
Per loro, due figli e spina dorsale della classe media italiana, in sette anni il cuneo fiscale è passato dal 35,7 percento al 39 percento.
Non ci vuole molto neppure per essere considerati ricchi: il secondo incremento più consistente è per i single senza figli con un reddito lordo sui 50mila euro – per un guadagno di circa 2.500 euro netti al mese -, che fra tasse e contributi passano al 53,8 percento contro il 51,4 percento del 2007.
Aumentano le pretese dello stato anche verso i lavoratori single senza figli, nonchè per le coppie in cui un coniuge ha reddito medio e l’altro invece molto basso, sui 10mila euro. Unica eccezione, i single con un reddito medio-basso, per i quali invece il cuneo fiscale è diminuito – anche se di poco.
Eppure tassare il lavoro ha due effetti collaterali. Il primo – più evidente – è che sottrae reddito alle persone, così che ogni mese hanno meno da spendere o risparmiare.
Il secondo è più sottile ma non meno importante: tanto più un datore di lavoro si trova costretto a pagare contributi elevati, tanto più sarà difficile mantenere i dipendenti che ci sono già – per non parlare di assumerne nuovi.
È una cosa che può succedere a chiunque.
Poniamo di aver bisogno di una persona che si occupi delle pulizie, qualcuno che badi a un anziano in famiglia. Se aumentano le tasse sul lavoro non ci sono molte alternative: o troviamo qualcuno che si accontenta di guadagnare poco – magari meno bravo -, oppure è necessario dargli uno stipendio più alto per compensare. E se salgono i contributi il risultato non cambia.
Ma noi non siamo ricchi, nè possiamo spendere troppo, soprattutto in tempi incerti come questi. Forse abbiamo soltanto qualcuno che dia una mano ogni tanto, senza troppe pretese.
Così, invece di prendere qualcuno, lasciamo perdere e facciamo noi uno sforzo in più. Risultato: meno lavoro. L’esatto contrario di quanto sarebbe necessario mentre la disoccupazione cresce .
Se invece confrontiamo l’Italia con altre nazioni europee la troviamo nel gruppo di quelle che il lavoro lo tassano di più.
Allora forse non è un caso che tanti italiani decidano di trasferirsi a Londra, visto proprio in Gran Bretagna per un single senza figli e con un reddito medio-basso – una situazione comune per tanti giovani espatriati – tasse e contributi incidono per il 26 percento.
Nella stessa identica situazione, per una persona nel nostro paese ammontano invece al 42 percento: un differenza che vale diverse migliaia di euro – ogni anno.
Non sono l’unico gruppo: in generale nel Regno Unito il cuneo fiscale è più ridotto per tutti i tipi di famiglie e risulta generoso soprattutto verso i single con due figli a basso reddito, per i quali non arriva neppure al 6 percento.
Anche in Spagna le famiglie sono meno pressate dalle tasse. Qui però la differenza maggiore con il nostro paese riguarda le coppie con figli e reddito medio basso, che sono più tutelate.
Ma poichè in Europa il paese iberico è il più simile all’Italia – sotto tutti i punti di vista – sorprende trovare un sistema fiscale tanto diverso dal nostro.
Francia e Germania, d’altra parte, hanno livelli di tassazione sul lavoro pressappoco equivalenti all’Italia. Non identici, però: se Londra sembra essere un rifugio per i giovani lavoratori, Parigi va in senso opposto – lì il cuneo fiscale per quel tipo di persone è persino più elevato che in Italia.
La Germania è un caso a parte, e riesce ad avere allo stesso tempo tasse elevate e un livello di disoccupazione molto basso , anche per i giovani.
Certo tasse e contributi sul lavoro sono una parte importante dei balzelli che cittadini e datori di lavoro devono versare allo stato, ma certo non gli unici. In realtà il loro aumento, negli ultimi anni, è andato di pari passo con una crescita generalizzata della pressione fiscale.
Mentre la crisi imperversava già da tempo, Berlusconi rassicurava il paese. “I ristoranti sono pieni”, diceva ancora nel 2011, evitando di prendere misure – anche minime – per attenuare la gravità degli eventi. Così la situazione è diventata ancora più grave.
Dopo di lui il governo tecnico di Monti, la cui manovra economica ha pesato di più proprio dal lato delle imposte: in questo modo l’Italia arriva ad avere una pressione fiscale pari al 43,5 percento del prodotto interno lordo.
Ogni dieci euro prodotti dai 60 milioni di abitanti della penisola, quattro e 35 centesimi si trasformano in tasse dovute allo stato. È un livello mai raggiunto prima durante la Seconda Repubblica.
Il governo guidato da Enrico Letta, più avanti, non modifica questo rapporto in maniera sostanziale. Nè le cose cambiano con Renzi e il suo bonus di 80 euro, che secondo le convenzioni statistiche internazionali vale come ulteriore spesa pubblica – anch’essa a livelli record .Così si torna al punto di partenza mentre l’economia resta ferma, e con lei il reddito degli italiani – soprattutto di chi ha meno.
Davide Mancino
(da “L’Espresso”)
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Maggio 12th, 2015 Riccardo Fucile
PAITA 28-28,5% , TOTI 26,5-27%, SALVATORE 24-25,5%, PASTORINO 10-11%, MUSSO 7,5-8%
In Liguria sarà lotta all’ultimo voto, ma l’ago della bilancia potrebbero essere gli indecisi, in quanto i giochi sono ancora tutti aperti.
Il successo della renziana Paita non è più così scontato, ma anche Toti arranca e la Cinquestelle Alice Salvatore potrebbe essere la clamorosa sorpresa in base al detto “tra i due litiganti il terzo gode”.
Il quadro che gli istituti di ricerca Ipr e Tecnè hanno illustrato a Porta a Porta combacia nella sostanza e la forbice tra la Paita e Tosi è tra 1 o 2 punti, tra la Paita e la Salvatore di 3 o 4 punti, ma con una osservazione di fondo: sia la Paita che Toti
fino a due settimane fa era dati oltre il 30% e ora sembrano in caduta, mentre la Cinquestelle ha recuperato almeno 4 punti.
In leggero calo il civatiano Pastorino che però resta determinante nella crisi della Paita.
La vera sorpresa è Enrico Musso con la sua Liguria Libera che dal 3% di due settimane fa è salito al 7,5%-8%.
Una lista civica di centrodestra fatto di persone non inquisite con un candidato governatore stimato docente universitario di area centrodestra.
E non a caso Liguria Libera oggi lancia un appello agli elettori: “aiutateci a prendere un voto in più di Forza Italia per far nascere un nuovo centrodestra”.
A 15 giorni dal voto tutto può ancora accadere.
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