Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
“DOVE C’E’ ALFANO NON CI SONO IO”… ARRIVA LA REPLICA: “MA COME, SE STAI CON NOI NELLA MARCHE E IN LIGURIA”
Solita provocazione di Salvini al Sud: questa volta tocca a Lecce dove raccoglie più uova marce che presenze in sala (meno di 100 persone), nonostante la mobilitazione della Poli Bortone, appoggiata dai leghisti nella sua corsa al governatore della Puglia.
Fuori oltre 250 contestatori di varia estrazione, tenuti a bada da decine di agenti italiani, pagati dai contribuenti italiami, per proteggere il clandestino padagno.
Che, per non smentire il suo noto coraggio, preferisce entrare, ultra scortato, da un ingresso secondario.
Poi un intervento in cui cerca di giustificarsi: “”Perchè Adriana Poli Bortone e non Raffaele Fitto? Perchè dove c’è Alfano non ci sono io”.
Patetico autogol e Alfano ci mette poco a replicare: “‘Salvini mai con Alfano?’ Salvini, oltre che ignorante, è pure bugiardo. In Umbria e in Liguria, ahinoi, è già con me… Toti se ne vanta anche, parlando di modello di unità … E non voglio nemmeno citare la Lombardia…”. 
In un comunicato congiunto le varie sigle dei contestori sostengono che “Salvini
da decenni inneggia a deliranti aspirazioni secessioniste, offendendo l’Italia e in particolare il Sud e i suoi cittadini, quelli che senza mezzi termini vengono definiti terroni. Ebbene oggi il segretario del Carroccio viene in mezzo ai suoi odiati terroni nel tentativo di accaparrarsi i voti proprio di quelle persone che fino al giorno prima ha definito ladri, nullafacenti, e delinquenti. Ed è qui grazie alla sua alleanza elettorale con Adriana Poli Bortone, la ex fondatrice e leader di IO SUD, un’alleanza che risulta quanto mai antitetica, un ossimoro politico che va oltre il ridicolo”.
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
HA RIMOSSO LE GANASCE ALLA SUA AUTO, PORTANDOSELE A CASA
Ha lasciato la sua Mercedes ML, parcheggiata in divieto di sosta insieme ad altre auto. Ma sul posto è
arrivata una pattuglia dei vigili urbani che ha bloccato le auto con le ganasce alle ruote.
Non solo quindi una multa salatissima, come racconta il Corriere, ma anche l’obbligo di tornare a casa a piedi.
La cosa però non deve essere andata giù ai malcapitati che hanno pensato bene di togliere le ganasce e portarsele a casa.
Tra questi, rivela La Nazione, anche il figlio 25enne di Denis Verdini, che sarebbe stato denunciato per furto e danneggiamento.
L’episodio sarebbe accaduto venerdì intorno alle 22 e dopo alcune ore i vigili urbani avrebbero identificato, non senza qualche imbarazzo, i proprietari blasonati della Mercedes.
Così alcuni agenti municipali si sarebbero presentati nella villa del padre del giovane, il senatore Denis Verdini, raccontatogli i fatti.
Lui si sarebbe molto arrabbiato e avrebbe immediatamente chiamato al cellulare il figlio chiedendogli di tornare a casa.
La denuncia per furto è scattata perchè Verdini si è portato dietro i rottami delle ganasce, altrimenti ci sarebbe stata soltanto quella di danneggiamento e ovviamente una multa super salata.
(da “Huffingtonpost“)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
ROBA DA CHIEDERE ASILO POLITICO ALA REGINA
A poche ore dalla proclamazione dei risultati, in Gran Bretagna i tre leader sconfitti si sono dimessi e quello vittorioso ha già ricevuto l’incarico (reincarico, nel suo caso) dalla Regina.
Se fosse solo un problema di leggi, anche noi col brutale Italicum potremmo presto vantare lo stesso genere di chiarezza istituzionale.
In realtà le leggi contano molto meno dei caratteri e delle consuetudini.
Nemmeno il più perfetto dei sistemi metterà mai un italiano nelle condizioni di accettare l’esito del voto o indurrà gli sconfitti a dimettersi, dichiarandosi sconfitti anzichè «non vincitori».
E neanche la più straordinaria riforma costituzionale potrà bonificare la vergogna della composizione delle liste elettorali, che attingono a un personale politico scadente e spesso impresentabile.
L’infornata delle imminenti Regionali sembra un trattato sociologico sugli orrori della società : si va dal postfascista non pentito all’ex leghista che chiama i gay «culattoni», dal candidato in odore di camorra all’amico di Cosentino nella cui abitazione al momento dell’arresto fu trovato un fucile calibro 12.
Se poi si pensa che tutti questi begli esemplari convivono nello stesso partito e che questo partito è quello che esprime un presidente del Consiglio che ha messo la trasparenza e il merito ai primi posti del suo programma, ci sarebbe da chiedere asilo politico alla Regina.
O più banalmente da chiedere a Renzi di porre mano ai criteri di selezione della nuova classe dirigente, perchè un baraccone zavorrato da mediocri, riciclati e inquisiti rischia di mandare a fondo noi, ma anche lui.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
L’ESITO DELLE URNE IN GRAN BRETAGNA POTREBBE SEGNARE LA FINE DEL PAESE E DELLA SUA ADESIONE ALLA UE
È ora di passare al Regno Federale di Gran Bretagna, altrimenti l’esito delle urne, il più sensazionale al
1945 ad oggi, potrebbe segnare l’inizio della fine della Gran Bretagna e della sua adesione all’Ue.
La sinistra nazionalista scozzese ha sbaragliato tutti a nord del vallo di Adriano, mentre la destra conservatrice euroscettica dà vita al nuovo governo britannico solo grazie al trionfo in Inghilterra.
Le due porzioni maggiori del nostro Regno sempre più disunito, l’Inghilterra e la Scozia, sono destinate alla discordia.
Intanto milioni di elettori che hanno votato i Verdi, i Liberaldemocratici e l’Ukip scoprono che il loro voto individuale non ha contato nulla, per via di un sistema elettorale iniquo.
Nei prossimi giorni quello che accadrà a Westminster sembrerà forse normale amministrazione. Un primo ministro conservatore etoniano resterà al 10 di Downing Street, formerà il nuovo governo e scriverà il discorso che la Regina terrà a fine mese alle camere dei Comuni e dei Lord riunite. Se scattate la foto in bianco e nero potrebbe essere il 1951 – o il 1895. In realtà , però, è cambiato tutto e drasticamente.
Nei prossimi anni i temi più scottanti saranno l’economia, l’impatto diseguale dei tagli alla spesa pubblica e il referendum sull’adesione della Gran Bretagna all’Ue, che si terrà prima della fine del 2017.
Ma nell’arco di vita di questo Parlamento sarà necessario ripensare in toto la struttura di questo paese.
Per quanto l’idea possa andare poco a genio al nuovo governo Cameron, la soluzione è il Regno federale di Gran Bretagna.
La rivoluzione silenziosa in Scozia esige un nuovo sistema in seno al quale ciascuna componente del regno eserciti poteri ben definiti.
Il nuovo Parlamento scozzese, che sarà eletto il prossimo anno, potrebbe in realtà essere meno dominato dal Partito nazionale scozzese (Snp) e più aperto a questa idea. (Il voto apparentemente contraddittorio nel referendum per l’indipendenza e in queste elezioni indica che gli scozzesi vogliono avere una torta tutta per sè e mangiarsela in pace. Può darsi che ci riescano.)
Il Galles chiederà di più rispetto alla Scozia. L’Irlanda del Nord è comunque a sè, legata al resto dell’Irlanda con modalità possibili solo grazie al lassismo di una Gran Bretagna inserita in un’Unione europea flessibile.
Attorno a me, qui nel cuore piovoso dell’Inghilterra, odo citare in sordina i versi di G. K. Chesterton: «Perchè siamo il popolo d’Inghilterra / che non ha ancora mai parlato».
L’Ukip tra le altre cose ha fatto implicitamente da veicolo al nazionalismo inglese.
In campagna elettorale il partito conservatore e la stampa hanno svegliato il bulldog inglese che dormiva al grido di «fermiamo l’Snp».
Stabilire con precisione a chi siano devoluti i poteri in Inghilterra sotto il profilo federale (alle regioni? alle contee? alle municipalità ?) è un enigma, ma ora va affrontato.
La proposta più coerente e più radicale viene da un grande conservatore, il marchese di Salisbury, discendente del precedente e ancor più grande Salisbury che fu il David Cameron del 1895.
Contro i suoi interessi propone che la Camera dei Lord sia abolita e trasformata in una camera alta (un Senato, forse?) per l’intero Regno federale.
La Camera dei Comuni dovrebbe diventare il Parlamento inglese, così che ogni nazione del nostro stato quadrinazionale disponga di un’assemblea democratica propria.
Visto che ogni nuova assemblea acquisita dalla Gran Bretagna adotta un sistema di voto sempre più proporzionale, il Senato non farebbe eccezione.
Questa soluzione andrebbe in qualche modo a rimediare allo scontento di milioni di singoli elettori il cui voto nell’attuale sistema è privo di efficacia – inclusi, va detto, quelli dell’Ukip. Anche il Parlamento inglese finirebbe per essere costretto in direzione di un sistema elettorale più rappresentativo. In tutto ciò la questione europea è imprescindibile.
In fin dei conti in Gran Bretagna il problema riguardo all’adesione alla Ue è stabilire chi agisce, cosa fa e a quale livello.
E’ quello che interessa alla gente della rinegoziazione che Cameron porterà avanti, secondo la sua visione, con Bruxelles.
Questi accordi a più livelli si posso definire anche con un altro termine, federalismo, appunto. In effetti il primo governo Cameron ha fatto un grande lavoro di approfondimento dei diversi poteri esercitati dall’Ue – per poi nasconderne i risultati, perchè indicavano che la bilancia non pendeva affatto a svantaggio della Gran Bretagna.
Anche in questo caso quindi la soluzione per il nostro paese trasformato è il regno federale.
Il mio ragionamento può suonare forse freddo e accademico dopo l’esito elettorale più sensazionale che io ricordi, ma in realtà così non è.
L’impatto emotivo del voto è così forte perchè in ballo non c’è solo il benessere economico e sociale della società britannica ma la configurazione stessa del paese: all’esterno, in Europa, e all’interno, tra Inghilterra e Scozia.
Quindi bisogna pensare in grande. Ci vorranno anni per arrivarci.
Ma lunedì, una volta recuperato il sonno perso, i britannici dovranno necessariamente iniziare a progettare le fondamenta del nuovo Stato di cui hanno bisogno: il Regno federale di Gran Bretagna.
Timothy Garton Ash
(da “La Repubblica”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
IL LEADER SI DEFILA DA POSSIBILI TRATTATIVE, MA IL CORTEO IN MARCIA SULLA PERUGIA-ASSISI STA CON DI MAIO: “SU QUESTO SI PUà’ DIALOGARE”
Una lunga marcia, assieme a una folla grondante passione e tifo.
Una processione colorata e caotica, nel nome di quel reddito di cittadinanza che il fondatore Grillo pretende ma sul quale non vuole trattare con i partiti e neppure con la minoranza del Pd, “perchè non parlo con i cassintegrati della politica”.
A parlare con tutti provvederanno i suoi parlamentari, pronti a discutere “sulla nostra proposta” dentro i Palazzi che il leader aborre: anche con Roberto Speranza, voce dei ribelli dem, che ora un tavolo lo invoca. In un giorno di afosa primavera, Beppe Grillo trascina i Cinque Stelle nella marcia Perugia-Assisi, 19 chilometri che alla fine si dilatano fino a 25, causa deviazione.
Camminano, eletti e attivisti del Movimento, anzi corrono: partiti a mezzogiorno arrivano davanti alla Basilica di Santa Maria degli Angeli attorno alle 17, in netto anticipo sulla tabella di marcia.
Grillo arriva con un sorrisone, in una ressa da concerto rock.
Rinuncia al discorso di chiusura e se ne va. Tanto ha già raggiunto il suo obiettivo, radunare molta gente e moltissima stampa.
Il Movimento parla di 50 mila partecipanti. Probabilmente troppi (più ragionevole un calcolo attorno ai 20-25 mila), ma il colpo d’occhio è notevole.
Ed è il primo dato: il M5s ha ormai un suo popolo fedele, che di sabato arriva da ogni angolo d’Italia e si sobbarca una marcia da podisti.
Entusiasti, dall’età media non verde (diverse le famiglie), che diffidano dei giornalisti e invocano “onestà ” senza sosta. L’altro elemento, quello politico, lo confermano i parlamentari: la marcia serve a sbloccare la discussione sul reddito di cittadinanza. “Siamo pronti a trattare, discutendo anche di modifiche al nostro ddl — precisa Luigi Di Maio — a patto però di non annacquare la nostra proposta, 780 euro a ogni cittadino sotto la soglia di povertà . Questa marcia serve anche a sensibilizzare il Parlamento”. Gli chiedono del dem Speranza, che venerdì ha proposto un tavolo comune sul reddito.
Di Maio mette un paletto: “Il tavolo è la commissione in Senato, si muovano”. L’importante è discuterne, e in fretta, come ripetono altri big come il deputato Roberto Fico o il senatore Nicola Morra: “Gli altri schieramenti passino ai fatti”. Certo, poi c’è Grillo: “Speranza propone un tavolo? Non commento il nulla, io un tavolo con i cassintegrati della cultura politica non lo faccio, sono vent’anni che promettono e non fanno nulla”.
Ma suona più come un gioco dei ruoli, tra il leader e i “portavoce”.
A Perugia di parlamentari ne compaiono tanti, molti in calzoncini e maglietta, quella della manifestazione: sfondo giallo e un tondo rosso con Grillo disegnato in versione francescana.
Alessandro Di Battista arriva con la madre, Di Maio è il più acclamato. Non c’è Federico Pizzarotti, il sindaco dissidente di Parma. “È rientrato tardissimo da un’iniziativa elettorale, e oggi aveva impegni” spiegano.
C’è però il capogruppo parmense Marco Bosi, che parla di “bella manifestazione su un’ottima proposta”.
I giornalisti chiedono del Grillo-Leaks, il caso delle intercettazioni rubate a lui e (si suppone) ad alcuni parlamentari, finite per qualche ora su un sito. La risposta è standard: “Nelle nostre intercettazioni non si parla di tangenti”.
Si parte dai Giardini del Frontone. Grillo e Gianroberto Casaleggio si materializzano da un camper. Il comico è in maglietta e camiciola bianca, il “guru” indossa uno giaccone a scacchi e l’inseparabile cappellino.
È subito ressa, con il (fragile) cordone di sicurezza che traballa. Grillo dovrebbe fare un discorsetto iniziale, ma è impossibile.
Così si parte, in un delirio di spintoni. I diarchi fanno qualche decina di metri assieme. Poi Casaleggio, accompagnato dal figlio Davide, devia verso un’auto.
Ma qualcosa lo dice: “Al reddito di cittadinanza ci credo, è stato introdotto in tutti i Paesi civili. Il caso Leaks? Nessun commento”.
Beppe Grillo apre così: “Questa non è una marcia per il Movimento, è per tutti i cittadini. Il reddito di cittadinanza non è beneficenza”.
Poi parla anche di tantissimo altro, senza fermarsi. “Mattarella? Ancora non mi sono fatto un’opinione di lui, il giudizio è sospeso”. L’Italicum: “Se ci favorisce? La legge elettorale è come l’oroscopo. Noi la nostra ce l’avevamo, ma quella perfetta non esiste: Nigel Farage in Inghilterra con il 13 per cento si è dovuto dimettere”. Sull’Europa si sofferma: “C’è il rischio di deriva verso la destra estremista, noi siamo un argine. La Grecia deve uscire dall’euro: Alexis Tsipras e Yanis Varoufakis vengono attaccati perchè dicono cose giuste. Noi per il referendum sulla moneta unica abbiamo già raccolto 800 mila firme”.
Si passa a Ponte San Giovanni, davanti a una sede di Forza Italia aperta (in Umbria si vota). Grillo saluta e mostra il pollice alzato .
Poi entra duro sull’oncologo Umberto Veronesi: “Pubblicizza in tv le mammografie, così forse ottiene più sovvenzioni per il suo istituto”.
Gli risponderà il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: “Pericolosissima disinformazione, le mammografie salvano vite”.
Grillo sale sul camper, cambia la camicia, riparte.
E scandisce: “Reddito di cittadinanza subito, o per i responsabili ci saranno sorprese”. Si arriva ad Assisi. “Questa marcia è bellissima, la dobbiamo a Casaleggio”, è la dedica finale.
Presto Grillo potrebbe riapparire a iniziative elettorali in Campania e Liguria.
O altrove.
Luca De Carolis
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 10th, 2015 Riccardo Fucile
NON SOLO IL M5S, ANCHE I DEM ADESSO PROPONGONO UNA “PAGA” QUASI UNIVERSALE … MA I DISOCCUPATI DOVREBBERO ACCETTARE LE OFFERTE D’IMPIEGO O LA PERDEREBBERO
“La proposta di un salario di cittadinanza la trovo liberista e poco responsabilizzante per lo Stato, che
crede di risolvere i problemi assai diversificati tra le fasce a disagio solo attraverso trasferimenti economici”. Era il 1997, il sottosegretario al Tesoro del governo di centrosinistra Laura Pennacchi, Ds, bocciava così l’idea.
Vent’anni dopo la situazione è molto diversa: il reddito minimo di cittadinanza è stato il primo punto della campagna elettorale del Movimento cinque stelle nel 2013, è al centro di molte proposte della società civile, e anche il Partito democratico ne ha presentate due per non lasciare a Beppe Grillo il monopolio.
Per tutti (o quasi), le tre proposte
Anche se si chiama reddito di cittadinanza, il sussidio proposto dal M5s e dal Pd è soprattutto un aiuto nella transizione tra un lavoro e un altro.
I Cinque stelle propongono di dare 780 euro al mese a tutti gli italiani o cittadini europei (Bruxelles non tollera discriminazioni) che hanno almeno 18 anni.
La somma è calcolata per stare sopra la “soglia di rischio di povertà ” indicata dall’Istat.
Ne beneficiano anche i pensionati che ricevono assegni sotto quella soglia, esclusi i carcerati.
Area riformista, la minoranza del Pd, a firma della deputata Enza Bruno Bossio, propone invece 500 euro che aumentano quanto più è numerosa la famiglia del beneficiario. Non si può cumulare con cassa integrazione o altri aiuti pubblici.
I pensionati sono esclusi. L’altra proposta del Pd è quella firmata da Francesco Laforgia e Gianni Cuperlo e comprende, invece, tutti i maggiorenni e chi è in Italia da almeno dodici mesi.
Il ruolo dei centri per l’impiego
La cittadinanza non basta per aver diritto al reddito. Chi non è in pensione deve essere pronto a lavorare.
Nella proposta M5s, il beneficiario va al centro per l’impiego del suo territorio a dare la propria disponibilità , sia al lavoro che a progetti sociali, artistici o ambientali dei Comuni. I centri per l’impiego cercano un posto adatto a lui.
Non si può rifiutare la proposta se il salario è dignitoso (l’80 per cento di quello che aveva prima della disoccupazione) ed è in un raggio di 50 chilometri ed è raggiungibile in 80 minuti coi mezzi pubblici. Il lavoro deve essere “attinente alle propensioni, agli interessi e alle competenze” del disoccupato.
Dopo tre rifiuti si perde il sussidio, ma per cercare di mantenerlo si può sempre provare a sostenere che le offerte non erano coerenti con le proprie attitudini.
Il Pd con Area riformista è più drastico: chi rifiuta un’offerta dal centro per l’impiego perde il sussidio.
Il testo Cuperlo-Laforgia impone, invece, almeno 2 ore di volontariato settimanali per il beneficiario e la sua famiglia, corsi di formazione, percorsi di sostegno per i genitori, tornare a scuola per chi è nell’età dell’obbligo.
Regioni, centri per l’impiego, Caf cercano le offerte. Qui non c’è l’obbligo di accettare, ma solo di partecipare alla formazione.
Ogni sei mesi si fa una verifica. Tutte queste proposte si reggono sui centri per l’impiego, ma in Italia funzionano molto peggio che in altri Paesi, anche perchè hanno meno risorse.
Incentivi a lavorare ed effetti collaterali
Oltre ad alleviare le sofferenze dovute alla recessione e alle disuguaglianze, dare soldi alle fasce più deboli stimola i consumi, perchè chi guadagna molto poco spende ogni euro aggiuntivo invece di risparmiarlo (come è successo con gli 80 euro del governo Renzi).
I critici si concentrano sulle possibili disparità di trattamento tra situazioni di disagio e sul disincentivo al lavoro. Se da un lato legare il sussidio alle offerte di lavoro spinge a rimanere attivi, dall’altro fissare un compenso minimo (a 780 euro o a 500) può indurre l’inattività . Soprattutto nel caso dei liberi professionisti: un giovane avvocato, architetto o giornalista può preferire un sussidio certo a guadagni bassi e incerti che però gli servirebbero a fare esperienza e a costruire le basi per una carriera futura.
Dove trovare i soldi? Il rebus delle risorse
La proposta più prudente è quella Cuperlo-Laforgia: aumento progressivo delle risorse, da 1,7 a 7,1 miliardi dopo quattro anni, dando l’aiuto “prima a chi sta peggio”. Soldi che arriverebbero soprattutto da un riordino di misure anti-povertà già esistenti, oltre a 600 milioni di tasse sul settore dei giochi e tagli per 3,5 miliardi agli investimenti militari.
L’altra proposta Pd è minimalista: prelievi fiscali sui giochi on line per 500 milioni il primo anno e un miliardo nei due successivi.
Tutt’altro ordine di grandezza nel caso del M5s: uno sforzo da quasi 17 miliardi all’anno con coperture che implicano scelte politiche drastiche, dall’uso della quota dell’8 per mille non assegnata (che oggi finisce comunque in gran parte alla Chiesa), 3,5 miliardi di tagli alla Difesa, imposta sui patrimoni sopra i 2 milioni di euro, 4,5 miliardi di risparmi sugli acquisti della pubblica amministrazione, risparmi sul finanziamento pubblico ai partiti, sugli enti inutili e sugli immobili pubblici.
La proposta di legge è del 2013, alcune coperture nel frattempo sono diventate poco applicabili: la Robin Tax sull’energia che il M5s vorrebbe alzare è stata dichiarata incostituzionale, i prelievi sulle pensioni alte verrebbero bocciati dalla Consulta, i tagli ai partiti sono già stati fatti e chiedere sacrifici a organi che per Costituzione sono autonomi, come Cnel e Banca d’Italia, può essere inutile.
“Ma i soldi si trovano, basta volerlo”, assicura Beppe Grillo.
Stefano Feltri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 9th, 2015 Riccardo Fucile
PER LA CORTE D’APPELLO DI TORINO GLI VIENE PREFERITO TALE ARTURO SOPRANO
Vi ricordate di Giovanni Falcone? Quando fece domanda per dirigere l’ufficio istruzione di Palermo gli fu preferito Antonino Meli.
Lui, Falcone, non andava bene per l’ufficio che aveva portato a un livello di eccellenza nella lotta alla mafia.
Ma andava bene Meli, un giudice senza infamia e senza lode, con un curriculum analogo a quello di migliaia di magistrati, la cui competenza e capacità organizzativa furono messe subito in risalto dagli ordini di servizio che smantellavano il pool antimafia e assegnavano a Falcone e agli altri giudici specializzati i turni ordinari. Paolo Borsellino parlò, affranto, di decisione con “motivazioni risibili”.
Nel 2010 il Csm ne fece un’altra (una di 10.000).
Preferì, per la presidenza della Corte d’Appello di Milano, a Renato Rordorf, il maestro di tutti i magistrati italiani in tema di diritto penale dell’economia, con esperienze in Consob e Cassazione, tale Ignazio Marra, altro magistrato di ordinaria caratura (3 mesi dopo si scoprì che era coinvolto nella P3).
Adesso la 5° Commissione del Csm ha indicato all’unanimità , per la presidenza della Corte d’Appello di Torino, tale Arturo Soprano, un presidente di sezione della Corte d’Appello di Milano.
È una cosa importante? Sì, insomma. Tra i concorrenti c’era Piercamillo Davigo.
Come si fa a far capire chi è Davigo? Servono centinaia di pagine per spiegare cosa ha fatto: incarichi conferiti da organizzazioni internazionali, partecipazione a Forum prestigiosi, dove è stato relatore con presidenti e ministri di Stati Esteri, attività didattica in decine di Università , italiane ed estere, e in incontri di studio organizzati dal Csm e da istituzioni e organizzazioni private di vario genere.
E poi, naturalmente, Mani Pulite: 4500 rinvii a giudizio, 4000 condannati (nessuno o quasi è andato in prigione ma questo non è dipeso da lui, è la norma in questo orribile Paese dove ci tocca vivere).
E ancora poi la Cassazione, dove ha portato quella che era la sua caratteristica originale, per cui Borrelli lo inserì nel pool Mani Pulite, la grande competenza giuridica.
E, nel frattempo, decine di processi con centinaia di imputati, per mafia, droga, corruzioni. Senza parlare della sua rettitudine.
Ricordo sempre che, quando gli chiesi se non era stufo di fare processi e sentenze che non avevano alcun esito concreto (in prigione non ci va mai nessuno, gli dissi), mi fulminò: “Sai, quando ci sono io, non si fanno porcherie”.
Fare capire chi è Soprano, invece, è facilissimo. Pretore per un sacco di anni, poi giudice di Tribunale prima e di Appello poi, alla fine Presidente di Sezione (ce ne sono una ventina) presso la Corte d’Appello di Milano.
Il Csm segnala che ha gestito un (uno) processo importante con 126 imputati per reati di criminalità organizzata.
Non si sa che tipo di criminalità . Io posso dire che processi come questo, quando lavoravo, andavano a un tanto al mazzo, ce ne erano centinaia.
La sua notorietà è legata, su Google, al fatto che ha presieduto il Collegio che ha comminato a Berlusconi l’interdizione dai pubblici uffici.
E, se questo ritratto di una vita professionale ordinaria che più non si può non fosse sufficiente, basterebbe rispondere a una domanda: com’è che il Csm chiamava Davigo ai corsi per la formazione dei magistrati (ne ha tenuti decine) e non Soprano?
Però oggi la 5° Commissione ha proposto Soprano.
Si è sdilinquita in motivazioni risibili (chissà Paolo Borsellino che avrebbe detto) e ha liquidato Davigo con mezzo foglio di sconcertanti considerazioni.
Tra cui che Soprano ha sicuramente doti di organizzatore perchè presidente di una sezione di Corte d’Appello (ordinaria macelleria, questo lo sa ogni giudice italiano) e Davigo, semplice giudice d’Appello e poi semplice giudice di Cassazione, no.
La verità la si capisce bene leggendo chi sono i componenti di questa commissione. Ce n’è uno di Unicost; e Soprano è di Unicost; non particolarmente impegnato nemmeno in questo, ma insomma i suoi amici sono in questa corrente.
Due sono di Area (MD e Movimento); e Davigo è sempre stato di MI, avversaria storica di MD.
Uno è di MI ma di stretta osservanza ferriana (da Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia che, da lì, continua a dirigere la “sua” corrente); e Davigo ha capitanato una scissione, proprio perchè stufo (lui e altri) di una corrente diretta da un politico di note frequentazioni politiche anche da magistrato.
I due componenti laici sono due politici: volete che abbiano simpatia per uno che ha “fatto” Mani Pulite?
Certo, per ora il misfatto è stato compiuto dalla sola commissione. Adesso tocca al Plenum.
Prevarrà la vergogna o l’improntitudine?
Bruno Tinti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 9th, 2015 Riccardo Fucile
LA BOZZA DELLA NUOVA AGENDA PREVEDE L’ASILO POLITICO EUROPEO
È una rivoluzione nel segno della solidarietà quella in arrivo da Bruxelles sulla politica europea per
l’immigrazione: obbligo per tutti paesi ad accogliere chi sbarca sulle coste italiane o degli altri paesi rivieraschi, missioni nei porti libici per sequestrare e distruggere i barconi dei trafficanti di esseri umani, aiuti ai paesi di origine e transito per sgominare le bande criminali che ruotano intorno alla Libia. Sono questi i punti cardine della nuova Agenda sull’immigrazione che, salvo sorprese, sarà approvata mercoledì dalla Commissione europea e le cui bozze iniziano a circolare tra le Cancellerie continentali.
Un testo ambizioso oltre ogni aspettativa anche grazie all’impegno personale del presidente dell’esecutivo comunitario, Jean Claude Juncker, dell’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Federica Mogherini, del vicepresidente Frans Timmermans e del commissario all’Immigrazione Dimitris Avramopoulos.
Sembra dunque che in Europa si sia finalmente sviluppata una nuova sensibilità sulle tragedie che periodicamente si consumano nel Mediterraneo.
Un ruolo tristemente centrale lo ha avuto la strage di aprile quando nel Canale di Sicilia sono morti 900 migranti e dopo la quale l’Italia aveva ottenuto un summit straordinario dei capi di Stato e di governo a Bruxelles.
Da quel momento la percezione politica è cambiata permettendo alla Commissione di preparare un testo di spessore che sarà discusso, e approvato, dal collegio preceduto da Juncker mercoledì prossimo.
Un passaggio non facile: in molti si aspettano un dibattito acceso tra i commissari europei, non tutti ancora convinti della necessità di un salto di qualità di questa portata.
Se passerà l’Agenda dovrà poi essere approvata dal Consiglio (i governi) e dal Parlamento di Strasburgo.
Altro percorso non facile. Basta leggere le dichiarazioni rilasciate preventivamente ieri del premier ultranazionalista ungherese Victor Orban: «È un’idea folle quella di dividere gli immigrati fra i paesi dell’Unione, mi opporrò».
E ieri l’ambasciatore libico all’Onu, Ibrahim Dabbashi, ha affermato che la Libia non appoggia l’idea di interventi europei nelle sue acque territoriali.
Dunque per portare a casa il risultato servirà una vera battaglia politica dentro e fuori all’Unione: in prima linea oltre a Juncker ci saranno Renzi, Merkel e Hollande.
Nel dettaglio l’Agenda prevede una serie di azioni immediate per rispondere all’emergenza migranti e alle stragi in mare accompagnate da misure di mediolungo termine per cambiare la politica migratoria europea.
La novità di maggior rilievo, se verrà confermata mercoledì, è la proposta di creare un sistema di quote obbligatorie di ripartizione tra tutti i paesi europei dei migranti già presenti sul territorio dell’Unione.
Per fare un esempio, gli stranieri oggi stipati nei centri d’accoglienza italiani o maltesi, ormai al collasso, saranno sparpagliati tra i Ventotto con un criterio di quote obbligatorio al quale nessun governo potrà sottrarsi.
Saranno poi i paesi in questione a occuparsi delle pratiche di asilo odei rimpatri in modo da alleggerire non solo i paesi che fronteggiano gli sbarchi, ma anche quelli dove la maggioranza dei rifugiati poi si stabilisce come Germania, Svezia, Francia, Italia o Belgio.
Nel medio termine si propone anche una revisione delle politiche di asilo: l’obiettivo è il mutuo riconoscimento delle decisioni di un singolo paese in modo che se ad uno straniero viene riconosciuto lo status di rifugiato, questo possa poi trasferirsi da una nazione all’altra all’interno dell’Ue.
Insomma, sarà un asilante europeo, non italiano, francese o tedesco come avviene oggi.
La Commissione proporrà anche il contrasto alle attività dei trafficanti nel Mediterraneo, come chiesto dal summit straordinario di aprile.
Si tratta di un missione chiamata a intercettare i barconi degli scafisti anche in acque territoriali libiche, persino dentro ai porti, sequestrarli prima della partenza ed eventualmente affondarli.
Per dare chance di successo alla missione Bruxelles propone anche un lavoro di stretta condivisione di informazioni tra le intelligence europee.
Proprio lunedì Mogherini sarà a New York per tessere la tela al Consiglio di Sicurezza, vista la necessità di agire all’interno del diritto internazionale.
L’Europa punta ad avere una risoluzione delle Nazioni Unite che dia il via libera alla missione entro il summit europeo del 25 e 26 giugno per permettere ai leader Ue di lanciarla prima di luglio.
La Commissione conferma poi che verranno triplicati i soldi per Frontex, ovvero per la missione Triton nel Canale di Sicilia.
Ambiziosa anche la parte di politica estera dell’Agenda, curata direttamente dalla Mogherini. Si propone di integrare tutte le politiche europee di settore per ottenere risposte dai paesi di origine e di transito: saranno tutte indirizzate al fine di ottenere la massima collaborazione dei governi locali affinchè contrastino i trafficanti, ne sgominino le bande e impediscano loro di far entrare i migranti in Libia, dove poi spariscono dai radar internazionali fino all’attraversata sulle carrette del mare.
Un lavoro che nelle intenzioni di Bruxelles sarà finalizzato nel vertice tra Ue e Africa di ottobre a Malta.
Per ottenere l’intervento nei paesi di origine si punta anche ad aiuti economici per contrastare la povertà , una delle cause delle partenze oltre alle guerre e alle persecuzioni.
Si proporrà poi di aiutare economicamente i paesi di transito — come Sudan, Egitto, Ciad e Niger — per aumentare i controlli alle frontiere in modo da in- tercettare i camion dove i trafficanti stipano i migranti.
Sgominare le bande, salvare i migranti e accoglierli in campi Unhcr dove poi verranno rimpatriati o portati in Europa se ne avranno diritto.
Già oggi l’Europa tra aiuti umanitari e altre politiche attive spende circa un miliardo all’anno per l’Africa, se tutto il flusso di spesa verrà indirizzato o condizionato alla lotta all’immigrazione clandestina, scommettono a Bruxelles, si potranno ottenere risultati concreti.
Novità arriveranno anche sulla migrazione legale, quella economica, ritenuta necessaria per contrastare il flusso clandestino dei disperati in cerca di lavoro e per rispondere alle necessità del mercato del lavoro.
Si pensa ad una Blu Card europea che funzionerà grazie una piattaforma comune che identificherà che genere di specializzazioni, professionalità o mano d’opera sia richiesta in ogni momento in Europa.
Alberto D’Argenio
(da “La Repubblica“)
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Maggio 9th, 2015 Riccardo Fucile
DA DE LUCA ALL’EXPO, DALLA GIUSTIZIA ALL’ITALICUM
Già è strano che, per denunciare la vergogna delle liste elettorali d’appoggio al candidato pidino Vincenzo De Luca in Campania, la firma di punta di Repubblica Roberto Saviano debba autoesiliarsi sul sito cugino dell’Huffington Post con l’esplosiva intervista ad Alessandro De Angelis.
Ma ancor più strano è che le sue parole definitive su “Gomorra nel Pd” non vengano riprese dai giornaloni, per non parlare dei telegiornali: gli stessi che, non appena Roberto dice qualunque cosa, foss’anche sul suo gatto, la rilanciano con paginate di servizi e fiumi di commenti.
Ma forse gli strani siamo noi che ancora ci meravigliamo di come funziona la cosiddetta informazione.
Quando c’era Lui, inteso come Silvio non come Benito, il modello della politica erano i Grandi Eventi.
Tutto era grande, grandioso, grandeur: milioni di posti di lavoro, grandi opere, grandi processi. Ora invece il modello, sempre mutuato dal ramo appalti & affari, è il Camouflage: crasi del verbo camuffare e del sostantivo maquillage, letteralmente mascheramento, trucco, copertura.
Tipica tecnica cosmetica per nascondere brufoli, acne, angiomi, vitiligini, cicatrici e altre imperfezioni cutanee, recentemente applicata ai disastri di Expo, con apposito appalto da 1 milione di euro per occultare con trompe l’oeil in cartongesso i cantieri ancora aperti, che probabilmente consegneranno le opere il prossimo ottobre, giusto in tempo per smontarle o abbatterle.
A distrarre l’attenzione generale dalle magagne exponenziali è poi giunto, provvidenziale e soprattutto gratuito (almeno si spera), il contributo dei black bloc, sempre a disposizione quando c’è da soccorrere e rafforzare il potere costituito.
E, quando l’eco del saccheggio è scemato, ecco l’astuta uscita del noto trust di cervelli Renzi-Alfano sui black bloc figli di papà col Rolex al polso, che fatta da due noti figli di papà democristiani non è niente male.
Prendersela con chi porta il Rolex, magari taroccato a Napoli o in Cina, avendone magari una collezione a casa, fa molto pop-pauperista, e soprattutto aiuta a far dimenticare la rapina ai pensionati perpetrata dal governo Monti-Fornero, votata dai partiti oggi al governo e sventata dalla Consulta con una sentenza che il governo sta studiando come disapplicare.
Purtroppo però, più che ai presunti Rolex dei black bloc, i pensionati continuano a pensare alle loro pensioni bloccate e a come recuperare il maltolto.
E allora, sotto con il nuovo camouflage.
Per camoufler le fiducie imposte sull’Italicum, ecco l’annuncio di un appetitoso “tesoretto“ di 1,6 miliardi spuntato chissà da dove (per i titolisti dei giornaloni c’è sempre qualcosa che “spunta”), naturalmente mai esistito e subito evaporato assieme al suo effetto mediatico.
Così l’altroieri Madonna Boschi ha regalato al Corriere, così su due piedi, un nuovo trompe l’oeil pret à porter: “Ora il conflitto d’interessi”.
E il Corriere giovedì ci è subito cascato con tutta la prima pagina, annunciando una non notizia: la riesumazione — per giunta soltanto annunciata da una ministra-del vecchio disegno di legge sul conflitto d’interessi che ammuffisce da mesi nei cassetti del Parlamento, fra l’altro totalmente inefficace (basti pensare che fu scritto con FI), diventa la notizia del giorno.
L’indomani Saviano dice che il marchio del best seller che l’ha reso un simbolo mondiale della lotta alle mafie è entrato nel partito di Renzi, e nessuno gli dedica una riga.
È pronto un altro trompe l’oeil: “Aboliti i vitalizi ai condannati”, titola il Corriere; “Il Senato cancella i vitalizi ai condannati”, spara Repubblica, aggiungendo che “M5S e FI non votano”.
Così, vedendoli appaiati ai berluscones, qualcuno penserà che i 5Stelle vogliano mantenere i vitalizi ai condannati.
E non saprà mai che non han votato al Senato e han votato contro alla Camera perchè il regolamento varato dai due rami del Parlamento in realtà garantisce i vitalizi a quasi tutti i condannati (col trucco di fissare il tetto di pena sopra i 2 anni e di escludere chi nel frattempo è stato “riabilitato”, che non vuol dire assolto con tante scuse, ma pregiudicato da qualche anno).
È la solita legge-spot, il cui titolo accattivante è contraddetto dal contenuto: come l’anticorruzione Severino che di fatto depenalizza la concussione per induzione su misura per B.; come la legge sul voto di scambio che in realtà rende impossibile punire il voto di scambio; come la riforma degli eco-reati, che nella sostanza li manda impuniti perchè va dimostrato che il disastro ambientale è stato commesso “abusivamente”; come il delitto di autoriciclaggio, finto anche quello visto che non scatta in caso di “godimento personale” del bottino; come il nuovo falso in bilancio, che si prescrive l’indomani mattina e soprattutto non consente quasi mai le intercettazioni e la custodia cautelare.
Nei paesi bene informati, le bugie hanno le gambe corte.
In Italia, non a caso precipitata al 69° posto (perdendo 24 posizioni) nella classifica di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa, hanno gambe lunghissime.
Basti pensare che qualcuno sta abboccando persino alla supercazzola del “sussidio universale” per chi perde il lavoro, anticipata l’altro giorno da Renzi con la formula a presa rapida del “Piano contro la Povertà ”.
L’ultimo trompe l’oeil di cartapesta ricorda la scena della signora parigina che incontrò per strada Charles De Gaulle e Andrè Malraux e li apostrofò: “Morte agli idioti!”.
Il generale si voltò verso lo scrittore e sibilò: “Vasto programma…”.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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