Destra di Popolo.net

I PROF METTONO RENZI ALLA PORTA (SECONDARIA) DIREZIONE PD, FUORI CONTESTAZIONE: “VERGOGNA, A CASA, DIMISSIONI”

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

CORI CONTRO SPERANZA, SCALFAROTTO….RENZI ENTRA DA UNA PORTA SECONDARIA

Qualche decina di insegnanti si è radunata in segno di protesta di fronte alla sede del Pd in largo del Nazareno dove è prevista la direzione del partito.
Scandiscono contro la sede del Pd cori con slogan “A casa”, “Dimissioni”, “Democrazia” ed “Elezioni”.
“Noi chiediamo il ritiro immediato del ddl Scuola in quanto è un disegno di legge che distrugge la scuola pubblica italiana e chiediamo a Renzi lo stralcio delle assunzioni”. Così Anna Dello Buono, docente e amministratrice del gruppo Facebook ‘Pronti via per il referendum abrogativo’ che registra 57mila iscritti.
Da quanto si apprende, Renzi dovrebbe entrare al Nazareno da un’entrata secondaria.
“Il problema non è quello che faccio io, il problema sono le risposte a loro”.
Così Stefano Fassina arrivando alla Direzione del Pd dove viene contestato, come tutti gli altri componenti della Direzione al loro arrivo al Nazareno.
“Fassina lascia il partito, Fassina aiutaci” le parole che i manifestanti hanno diretto verso l’esponente della minoranza del Pd.
Contestazioni sotto la sede del Pd al largo del Nazareno prima dell’inizio della direzione.
Al loro arrivo sono stati investiti dai fischi di manifestanti il sottosegretario Ivan Scalfarotto al grido di “scuola pubblica!” e Stefano Fassina al quale è stato urlato “Esci dal partito!”.
“Vergogna, Vergogna”, così è stato accolto l’ex capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza dagli insegnanti che protestano fuori dalla sede del Nazareno, in attesa dell’inizio della Direzione Pd. “Vergognati, vi state facendo umiliare da Renzi”
“Siamo qui per dire a Renzi che deve ritirare il ddl” dicono i docenti nei cui confronti tuttavia c’è stato un tentativo di allontanamento da parte della pubblica sicurezza. “Siamo qui spontaneamente, non abbiamo sigle sindacali, siamo venuti di nostra libera iniziativa” contestano gli insegnanti ai quali la polizia sta chiedendo i documenti per procedere alla loro identificazione.
“Siamo liberi o in uno stato di polizia?” protesta qualcuno di loro.
Gli insegnanti prendono in giro il premier in coro: “È umanista! Renzi è umanista!”

(da “Huffingtonpost”)

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LA STORIA DELLA GATTINA LOLA SBARCATA A LAMPEDUSA: LA SUA PADRONCINA L’HA PORTATA IN BORSA DAL SUDAN

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

NON VOLEVANO FARLA SBARCARE, MA ALLA FINE HA PREVALSO IL GRANDE CUORE DEL SUD E DEI LAMPEDUSANI: LORO NON DISCRIMINANO GLI ESSERI VIVENTI

Lola, poco meno di un anno, è la prima gattina nella storia dell’immigrazione dall’Africa alle coste italiane a raggiungere Lampedusa.
Ha fatto il viaggio insieme alla sua padroncina Sama, 24 anni, dal Sudan, fino alla Libia e poi si è imbarcata con altre 200 persone che sono state soccorse dal pattugliatore britannico “Protection” che ieri notte li ha sbarcati, sani e salvi, nel porto di Lampedusa.
Sama ha vissuto con Lola sin dalla partenza dal suo paese in Sudan, è sfuggita ai controlli dei doganieri di vari paesi ed anche ai trafficanti di essere umani in Libia dove Sama e Lola hanno vissuto per oltre due mesi prima di essere trasferiti sul barcone che li avrebbe portati in Sicilia.
L’ha tenuta nascosta in una borsa da viaggio dove Sama aveva praticato dei fori per farla respirare e quando ieri notte sono sbarcati a Lampedusa i militari inglesi e quelli italiani hanno scoperto che assieme agli altri migranti c’era anche Lola.
Tutto è venuto alla luce quando dal pattugliatore Protection sono cominciati a scendere sulla banchina di Lampedusa i primi migranti, prima le donne ed i bambini e poi gli uomini.
Ed una volta a terra molti hanno ringraziato il cielo di essere arrivati in Italia, erano stanchi ma felici, tranne Sama che ha cominciato a gridare ed a disperarsi perchè non voleva scendere dalla nave.
“Voglio Lola, voglio Lola” gridava mentre alcuni suoi parenti cercavano di farla sbarcare. Ma Sama non voleva saperne e quasi a forza ha toccato terra dove ha continuato ad invocare il nome della sua gattina che era rimasta a bordo della nave per motivi sanitari.
Lola, tutta nera con il musino bianco, dopo essere sfuggita alle fatiche del lungo viaggio nel deserto, dal Sudan alla Libia e dalle grinfie dei trafficanti libici, quando era ormai salva ha rischiato di essere uccisa perchè farla sbarcare insieme alla sua padrona Sama era quasi impossibile.
Sarebbe stata sicuramente buttata in fondo al mare se non fossero intervenuti il sindaco di Lampedusa Giusy Nicolini, il medico dell’Isola, Pietro Bartolo   ed alcuni operatori umanitari che hanno cercato una via d’uscita per evitare la morte di Lola e la definitiva separazione dalla sua padrona Sama.
“E’ la prima volta che accade una cosa del genere, la prima volta che una gattina raggiunge Lampedusa dalle coste libiche e per legge non potrebbe essere sbarcata per motivi sanitari. Non sappiamo se Lola ha delle malattie che potrebbero essere contagiose, ma alla fine l’abbiamo salvata, la soluzione l’abbiamo trovata”.
Lola adesso è in “quarantena”, affidata alle cure di un’associazione animalista, “Nova Dog” diretta da una giovane lampedusana, Eletta, che dovrà  accudirla e tenerla in isolamento lontano dagli altri animali   fino a quando da Palermo non arriveranno i veterinari per procedere agli esami di rito ed alle vaccinazioni.
La sua padroncina Sama è salita sul pulman che dalla banchina l’ha poi trasferita al centro d’accoglienza soltanto quando ha avuto rassicurazioni che la sua Lola non sarebbe stata uccisa e che prima o poi avrebbe potuto nuovamente riabbracciarla.
E tra le lacrime, ma felice,   ha raggiunto il centro d’ accoglienza dove però non ha dormito per tutta la notte.
“Chiedeva in continuazione di Lola, non riusciva a capire perchè li avevano separati, l’abbiamo rassicurata e stamattina non voleva andare via dal Centro d’ accoglienza per essere trasferita in un altro centro di Agrigento per poi raggiungere Crotone dove da alcuni mesi si trovano suo padre ed altri parenti”, racconta una operatrice del centro di accoglienza alla quale Sama ha detto che in tutti questi mesi l’unico conforto che ha avuto nella sua odissea, nel lungo viaggio dal Sudan fino alla Libia e poi nelle prigioni dei trafficanti, è stata la sua Lola.
E adesso cosa accadrà ? Lola, rassicura il sindaco Giusy Nicolini ed il medico del poliambulatorio dell’isola Pietro Bartolo, appena supererà  le visite dei veterinari, sarà  consegnata alla sua padroncina ovunque si troverà .
“E’ un impegno che abbiamo preso con Sama   – afferma Giusy Nicolini – e lo manterremo”.
La storia di Lola è ormai diventata argomento di discussione in tutta l’isola, tutti vogliono vederla e proteggerla, offrono da mangiare vorrebbero adottarla.
Ma Lola, finita la quarantena, sarà  riconsegnata a Sama.

Francesco Viviano
(da “La Repubblica”)

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SALVINI VUOLE OCCUPARE LE PREFETTURE? MA FORSE SI RIFERIVA AI CESSI DELLE STESSE…

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

O IL GOVERNO INTERVIENE CONTRO CHI ATTENTA ALLA SUA SICUREZZA O CI PENSERANNO I CITTADINI A DIFENDERE LE ISTITUZIONI

Il pataccaro Salvini oggi minaccia per le decima volta in pochi mesi di occupare le prefetture dello Stato italiano di cui è ospite indesiderato e da cui percepisce da anni uno stipendio da mantenuto (prima dal Comune di Milano, poi dal parlamento italiano e infine da quello Europeo), non avendo mai fatto una mazza in vita sua.
Salvo piazzare senza concorso e per chiamata diretta la prima e seconda moglie in Comune e Regione a spese del contribuente italiano.
Salvo farsi scortare da centinaia di uomini delle forze dell’ordine italiane che devono pure proteggerlo dalle conseguenze delle sue quotidiane provocazioni, con costi di centinaia di migliaia di euro.
Le prefetture le avrebbe già  dovute occupare per i motivi più svariati, dalle quote latte a Mafia capitale, dai rom ai mercatini dell’usato, tutto fa spot: oggi la minaccia è relativa all’accoglienza nella padagna del magna magna (vedi scandali leghisti in Lombardia) di un migliaio di profughi che hanno diritto, come sosteneva Maroni nel 2011, da ministro dell’Interno, a essere distribuiti nelle varie regioni.
Se, a fronte dell’applicazione della legge, Salvini vuole occupare le prefetture libero di farlo, ammesso che ne abbia le palle, cosa che dubitiamo.
Lo Stato risponda come farebbe verso qualsiasi altro cittadino: con l’arresto in flagranza di reato e a manganellate.
E la magistratura valuti se in queste continue istigazioni non sussistano estremi di reato: basta continuare a far finta di nulla quando si vuole minare le basi della convivenza civile.
O ci penseranno i cittadini a difendere le istituzioni.
Sarebbe forse la volta buona di vedere anche la destra vera in piazza che caccia i clandestini dalla nostra patria.
Quelli che non hanno diritto di asilo nel mondo civile e che col tricolore si volevano pulire il culo, tanto per capirci.

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COERENZA LEGHISTA: QUANDO NEL 2011 MARONI DEFINIVA INCOMPRENSIBILE L’ATTEGGIAMENTO DELLE REGIONI CHE NON VOLEVANO I PROFUGHI

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

DA MINISTRO DEGLI INTERNI PROPONEVA UNA DISTRIBUZIONE TRA LE REGIONI, NESSUNA DOVEVA TIRARSI INDIETRO… ORA PER FAR DIMENTICARE CHE E’ INDAGATO PER L’ASSUNZIONE DI UNA SUA PROTETTA CAVALCA LA XENOFOBIA DI SALVINI

Era il 2011 quando, da ministro dell’Interno, Maroni firmava l’accordo Stato-Regioni per “l’equa distribuzione dei migranti sul territorio”.
Ora, da governatore, cambia le carte in tavola.
Quando era ministro, doveva risolvere un problema, oggi fa finta di dimeticarsi cosa aveva detto allora.
Era il 30 marzo del 2011 quando proponeva ai deputati alla Camera un piano per “un’equa distribuzione dei profughi in tutte le regioni, con la sola esclusione dell’Abruzzo”.
Il criterio che l’attuale governatore della Lombardia proponeva era “semplice”: “Distribuzione in base al numero di abitanti, alla popolazione”.
Una linea ben diversa dai più recenti annunci di Maroni, che oggi dichiara di voler tagliare i fondi ai comuni che daranno ospitalità  ai profughi.
Addirittura nel suo discorso di allora denunciava come “incomprensibile” l’atteggiamento di quelle regione che si erano espresse contro l’accoglienza dei profughi.
Questa è la coerenza padana: per far dimenticare lo scandalo dell’assunzione di una tipa “con la quale aveva una relazione affettiva” (definizione della Procura), oggi strepita contro se stesso.

http://tv.ilfattoquotidiano.it/2015/06/08/migranti-maroni-non-li-vuole-ma-nel-2011-proponeva-equa-distribuzione/381202/

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MI RICORDO MUTANDE VERDI

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

L’ANTAGONISTA CREATO A TAVOLINO PER GARANTIRE A RENZI DI GOVERNARE VENT’ANNI…L’ANALISI DEI CINQUESTELLE

Non c’è bisogno di leggere Sun Tzu e l’arte della guerra per capire i motivi dell’ascesa di Salvini.
E’ una forma di difesa di chi crea il suo antagonista a tavolino, la Lega in questo caso, per eclissare la sua vera alternativa: il M5S.
Quindi Lega ovunque, spesso senza contraddittorio per mesi su tutte le televisioni a ripetere gli stessi slogan rilanciati poi dai giornali.
La promozione di un (falso) antagonista che ha partecipato per vent’anni alla mangiatoia del Sistema con finanziamenti pubblici, leggi a favore dell’immigrazione selvaggia (firmando i regolamenti di Dublino), diamanti in Tanzania, Belsito indagato, lauree in Albania.
Se sei nel Sistema, fai parte del Sistema, è una vecchia e sempre valida regola. E non puoi far parte del Sistema se non sei ricattabile.
Questo è valido per la Lega, il finto antagonista che assolve due scopi.
Il primo è quello di drenare voti al M5S, il secondo è di far percepire di essere un’alternativa al Sistema in modo che tutto cambi perchè nulla cambi.
Come mai questa volta (a differenza delle precedenti) è stato consentito lo strombazzamento dei milioni di voti persi dal PD?
Semplice: perchè tale dato si accompagna all’aumento di voti della Lega.
La Lega, l’avversario deciso a tavolino, designato, e poi spinto in ogni modo per tutta la campagna elettorale affinchè potesse affermarsi come alternativa al PD.
Si sa benissimo come giornali e trasmissioni televisive siano controllati fino alle virgole, fino alle espressioni facciali del giornalista e agli applausi del pubblico.
Come è potuto accadere che a trasmissioni fino ad allora totalmente appiattite sul credo governativo sia stato consentito di ospitare Salvini a tutte le ore del giorno e della notte, lasciandogli totale campo libero?
Non solo, tale presenza si è accompagnata ad un altro fenomeno: lo strombazzamento del “pericolo immigrati” anch’esso a tutte le ore del giorno e della notte, con toni al limite del terroristico e metodi da lavaggio del cervello.
Non certo una bella figura per il governo (ma tanto agli Interni c’è Alfano…), eppure trasmissioni e giornalisti fino ad un minuto prima zerbini del premier si sono abbandonati a tale operazione senza curarsi delle conseguenze” politiche.
Davvero strano. Davvero implausibile. A meno che… a meno che al PD, tutto ciò non andasse benissimo
Il tramonto di Berlusconi ha lasciato il PD privo di un avversario (finto ovviamente…) di una qualche credibilità , privo di uno spauracchio da sventolare per gli elettori che devono ancora votarli turandosi il naso.
Situazione pericolosissima: perchè agli occhi degli italiani si profilava un bipolarismo tra il PD e il MoVimento 5 Stelle, e si sa quanto all’opinione pubblica disgustata dalle politiche del PD il M5S appaia come l’unica scelta logica e naturale.
L’obiettivo non erano le regionali, ma le prossime politiche.
C’è bisogno di un avversario, ma c’è bisogno di un avversario organico al Sistema.
Un avversario che conosca le politiche basate sull’inciucio, sulla spartizione di poltrone, sulle clientele di territorio, che all’occasione sia ricattabile per qualche giochino sporco locale, aduso a candidare personaggi presi dal sottobosco della politica affaristica, insomma un nuovo/finto avversario con cui mettersi d’accordo per le spartizioni future.
E così, ecco riesumata la Lega dall’oblio in cui l’avevano precipitata i diamanti, le lauree albanesi e le mutande verdi comprate coi soldi pubblici.
Una ripulitina volante, la puzza di meridionale sostituita con la puzza di rom, la secessione della Padania sostituita con la secessione dalla Merkel, e via andare, tanto gli italiani hanno la memoria corta.
Tutto pur di non ritrovarsi con l’avversario antisistema per eccellenza: il MoVimento 5 Stelle che alle prossime politiche (che arriveranno dopo altri massacri sociali, altra austerity e altri scandali) rischia di vincere.
E che soprattutto non consentirà  a nessuno di conservare il sistemaSpartizioni&Clientele come è avvenuto con Mafia Capitale, cosa che spaventa i partiti sopra ogni altra.
Questa è l’operazione Salvini. Puro marketing.
Chissà  se Felpa Selvaggia reggerà .

( da “beppegrillo.it“)

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“SONO UN BANDITO RICCO MA DEVO FARE IL POVERO”: IL TESORO NASCOSTO DI CARMINATI

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

GLI IMPRENDITORI VICINI ALLA BANDA: “QUELLI CI DANNO MILIONI”

A quanto ammonta il tesoro di Massimo Carminati? E dove è nascosto?
Nell’agosto del 2013, le cimici del Ros ascoltano il Nero nelle sue confidenze a Buzzi. «Io so’ ricco, te dico la verità  …. Io sono un bandito ricco. C’ho difficoltà  a tira’ fuori i soldi perchè sennò me li levano ».
E ancora: «Io la villa di Iannilli (quella di Sacrofano, dove ha abitato fino alla mattina del suo arresto, ndr) la devo affitta’, perchè a me le sequestrano le case, non hai capito? Non è che non c’ho i soldi per comprarmela. Io me la devo affitta’… Sono obbligato… Se no è da mo’ che me la ero comprata una casa, eh.. Con quello che ho speso io tra gli affitti… per metterla a posto ogni volta… Me l’ero comprata cinque volte… Ma come mi faccio una casa… pigliano e me la sequestrano, capito?».
Nel maggio del 2014, Agostino Gaglianone, imprenditore edile nella manica di Carminati, evoca ricchezze favolose. «C’hanno milioni di euro e non sanno… non possono farli uscire finchè non c’è un pezzo di carta…». «Milioni di euro», dunque.
Che possono muoversi da e verso l’Italia solo se protetti da uno schermo che renda difficile dare a quel denaro il nome dell’uomo dalle cui tasche escono ed entrano.
Lo strumento – come documenta l’indagine – è la “Cosma”, Cooperativa servizi manutenzione, società  Cooperativa sociale onlus a responsabilità  limitata di cui, nel giugno 2012, viene nominato presidente l’avvocato Antonio Esposito, «un amico» (da giovedì scorso in carcere, ndr), domiciliata fiscalmente presso «un altro amico», il commercialista Paolo Di Ninno.
La “Cosma” è evidentemente una scatola vuota, con tre soli dipendenti.
Meglio dire, «una cartiera», necessaria a emettere false fatture verso la “Cooperativa 29 giugno” di Buzzi o fatture per lavori svolti da altri (sempre la “29 Giugno”) che giustifichino il ritorno a Carminati della percentuale di utili dell’organizzazione.
Una barca di soldi, a ben vedere. Come si comprende dalla conversazione del 28 marzo 2014 in cui Buzzi e i suoi si pongono il problema di far avere a “Polifemo” (così in quell’occasione si riferiscono a Carminati) 1 milione e mezzo di euro.
Intorno al tavolo degli uffici di via Pomona (la sede della “29 Giugno”), siedono Buzzi, Claudio Caldarelli, il commercialista Paolo Di Ninno.
Buzzi : «Aoh, ma sai noi a Massimo quanto gli dovemo da’? Tu non c’hai idea!»
Caldarelli «Sì ma diamoglieli!» Buzz i : «Nun c’hai idea. Un milione! Un milione è suo!… E non è finita! Quando ci pagheranno i minori non accompagnati, dato che i pasti li ha pagati tutti lui, lui piglierà  la quota parte che so’ 500.000 euro!».
Di Ninno : «A me mi permette di non dover anda’ in banca questo. Perchè c’abbiamo ‘sta posizione finanziaria così ottima».
Buzzi : «Devi da’ a “Cosma”. Ma come fai a darglieli? Ma è meglio che non glieli diamo e ce li pigliamo noi, no?».
Di Ninno : «È tutto ufficiale».
Cosa si intenda per ufficiale, si capisce qualche mese dopo. A maggio. È sufficiente che la “Cosma” fatturi e incassi lavori fatti in realtà  da operai della “29 giugno”.
Di Ninno : «Il problema è proprio qua, creare l’ufficialità . Non è che te li puoi inventa’».
Caldarelli : «Scusa un attimo… La cooperativa non va a lavorare, perchè abbiamo lavorato noi. E la fatturazione la fa la Cosma».
Buzzi , traduce rapidamente l’indicazione: «La “29 Giugno” c’ha una commessa di Primo Municipio e San Basilio, però “Cosma” non ha lavorato un’ora. Ha fatto tutto “29 Giugno”. Poi ci stanno le due commesse a recupero che c’hanno firmato e non abbiamo fatto un cazzo. Una di Eriches di 187.910 e una di “29 Giugno” di 189.125. E noi non abbiamo fatto un euro di lavoro perchè sono andate a recupero… Più abbiamo fatto a recupero un’altra commessa di 114.000 euro, sotto qui… che era una cosa che non rientrava nei fondi di Gramazio. Dopo di che c’era un’altra di 200.000 euro che non siamo riusciti a prenderla, che non è stata fatturata. In tutto questo noi gli abbiamo dato (Buzzi abbassa il tono di voce, ndr) 50.000 euro a Gramazio, cioè glieli ha dati Massimo, e Massimo sta a metà  con noi. Alla “Cosma” dovremmo dargli 5 imprese… per le spiagge… la guardiania dei bagni e lo spurgo dei bagni limitatamente. Così c’alleggeriamo pure su certe partite perchè dovemo da un milione a Massimo eh!! E la “Cosma” fattura (Buzzi fischia, ndr.)».
Andava dunque così.
Ma quel fiume di denaro dove è stato poi nascosto, nel tempo?
Al momento dell’arresto, i conti personali di Carminati, come quelli della moglie, piangono ovviamente miseria.
Ma le intercettazioni contenute nella prima ordinanza di custodia cautelare (dicembre 2014) danno un’indicazione precisa: Londra.
È li che Fabrizio Testa (in carcere dal dicembre scorso), per conto di Carminati, viaggia più volte per incontrare Vittorio Spadavecchia, ex camerata dei Nar riparato nella city nel 1982, inseguito dalla condanna per l’omicidio del commissario della Digos Franco Straullu.
Un ex terrorista che il tempo ha riconvertito a broker nel settore immobiliare e che, verosimilmente, Carminati usa come cassaforte e tasca.
Per investimenti in case e locali (ristoranti soprattutto) in cui dovrebbe entrare anche il figlio di Carminati.
Un ragazzo che il padre vorrebbe far crescere lontano da Ponte Milvio.
Lontano dalla strada del Mondo di Sotto.

Carlo Bonini
(da “la Repubblica“)

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IL SULTANO SCONFITTO NEL SUO REFERENDUM: UNA RIVOLUZIONE A COLPI DI VOTI

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

IL PARTITO CURDO RINNOVATO RACCOGLIE L’EREDITA’ DI GEZI PARK

La giornata nera di Recep Tayyip Erdogan, la giornata rossa del Partito democratico dei popoli.
L’Akp di Erdogan, al potere da 13 anni, viene ancora definito dalla pigrizia delle cronache come il partito “islamico moderato”. In realtà  ha preso una decisa strada islamista.
Sabato scorso, brandendo il libro sacro, aveva proclamato che «la conquista è la Mecca, la conquista è Saladino, è issare di nuovo la bandiera islamica su Gerusalemme» (Saladino del resto era curdo).
Credeva, o fingeva di credere, di avere il vento in poppa. L’Europa, che aveva fatto la difficile e l’aveva mortificato, ora è in crisi e ha la guerra in casa, e lui cresceva fra gli aspiranti all’egemonia sul mondo musulmano.
Preparando la restaurazione del sultanato, si è regalato l’anticipo di un palazzo delle duemila e due notti.
Rotto l’assedio per le prove plateali di corruzione e nepotismi, aveva messo il bavaglio alla magistratura e agli organi di polizia indipendenti, o anche solo non dipendenti.
Si era permesso il doppio gioco internazionale, di notte spallone di reclute jihadiste e contrabbandiere di armi e petrolio col Califfato, di giorno membro della coalizione contraria, con l’aggiunta del compiaciuto divieto di uso della base di Incirlik.
Gli andava bene: mancava l’ultimo metro.
Per tagliare il traguardo aveva barattato il governo con la presidenza, trasformando Ahmet Davotoglu, che avrebbe meritato miglior destino, in un Medvedev turco.
Da lì si sarebbe fatto presidente coi pieni poteri, e a vita, mettendosi la corona sul capo con le proprie mani. Restava la piccola formalità  dell’ennesima vittoria elettorale.
Ci aveva fatto l’abitudine: la Turchia sembrava ribellarsi, scuoterlo, circondarlo e resistere intrepidamente alla ferocia repressiva, e poi le urne davano ragione a lui. Alla commemorazione del genocidio degli armeni aveva rimediato con un altro impegno. I giornalisti riluttanti, in galera, o peggio.
I curdi? Tutti avevano capito (anche Davutoglu) che coi curdi bisognava arrivare a una svolta, che il contesto internazionale lo imponeva, che non si poteva immaginare che Ocalan continuasse a proclamare la rinuncia alla lotta armata dal suo ergastolo un paio di volte a trimestre.
Lui non se ne curava. Quando i despoti perdono il senso della misura – quando si costruiscono palazzi di quelle dimensioni, che sia vera o no la notizia sulla tazza di cesso tutta d’oro zecchino – la storia si ricorda di frugarsi in fondo alle tasche esauste, e tirarne fuori un’astuzia.
E se non è la storia, è la provvidenza, o la dignità  delle persone. Dunque niente referendum, niente revisione della Costituzione, niente maggioranza assoluta.
Il “partito filocurdo”, strana denominazione del resto – come se noi dicessimo “il partito filoimmigrati” – supera lo sbarramento del 10 per cento (il dieci!) e anzi tocca il 12, e manda nel parlamento che doveva plebiscitare Erdogan tra i 79 e gli 82 deputati (su 550).
Per giunta, con una partecipazione elettorale dell’86 per cento dei quasi 57 milioni di cittadini aventi diritto, in patria e fuori.
L’Akp ha i numeri per governare in coalizione, il successo dei nazionalisti parafascisti è triste e inquietante, ma la Turchia da ieri è un altro paese.
Lo era già , nella ricchezza e varietà  della sua società  civile, ma era come se si fosse interrotta la comunicazione fra quella società  e le istituzioni.
È successo mentre i capi del G7 si incontravano, e magari l’Europa troverà  un tempo supplementare per offrire alla Turchia una propria sponda, dopo aver favorito una deriva che l’aveva portata, la partner della Nato e la madrepatria di milioni di suoi cittadini, a rivendicarsi islamista in concorrenza con Iran e Arabia Saudita.
E se avvenisse, sarebbe ancora più grottesco pensare a un’Europa senza Grecia, e con la Turchia
Il provvidenziale “filocurdo” Hdp – il “partito democratico dei popoli” – aveva tenuto il suo primo congresso solo nell’ottobre 2013.
È un partito curdo e “filoturco”, oltre che aperto alle altre minoranze etniche e religiose e a quelle civili («gli omosessuali, gli atei, e gli armeni», nella versione di Erdogan), e capace di parlare ai giovani raccogliendo l’eredità  di Gezi Park.
Ha due copresidenti – una femminista curda e un socialista turco – come nella tradizione europea di femministe e ambientalisti, e riserva il 10 per cento alle persone LGBT.
Alla sua testa sta Selahattin Demirtas, 41 anni, leader prestigioso e saldamente democratico.
I paesi democratici, per compiacenza con Erdogan, hanno continuato a tenere il Pkk curdo nella lista nera delle formazioni terroriste, anche quando i suoi militanti esiliati nel Kurdistan iracheno o nel Rojava siriano erano decisivi nel soccorso agli yezidi (e ai cristiani) braccati o alla popolazione di Kobane.
Faranno bene ad accompagnare il tentativo di Demirtas di guadagnare alla sua causa democratica quella popolazione curda che un’ostinazione ideologica settaria ma soprattutto la discriminazione nazionalista ha tenuto al bando.

Adriano Sofri
(da “La Repubblica”)

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ERDOGAN NON E’ PIU’ IL SULTANO

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

I TABU’ SEPPELLITI DA UN GIOVANE CURDO

Formalmente, il capo dello Stato avrebbe dovuto restare ai margini della contesa.
Non è stato così. Spaventato dai sondaggi e da opache prospettive future, Erdogan, Corano in mano, ha cercato di convincere il popolo turco d’essere l’unico capace di guidarlo.
Il popolo gli ha risposto no.
Il partito islamico moderato Akp, che il leader aveva creato, e che da 13 anni guidava solitario il Paese con consensi crescenti, non soltanto ha mancato il record di 330 seggi su 550, necessario per modificare la Costituzione, trasformando la Turchia in repubblica presidenziale, ma in Parlamento ha perso persino la maggioranza assoluta, alla quale l’Akp era ormai abbonato, governando in beata solitudine.
È cambiato tutto, o quasi, e non per caso.
L’arroganza del presidente ha prodotto l’anticorpo.
È un giovane politico curdo, che ha deciso di far diventare il partito Hdp (Pace e democrazia) una forza politica nazionale, pensionando dubbi e pregiudizi.
Selahattin Demirtas, 42 anni, con il suo stile sobrio e la sua oratoria convincente, ha saputo seppellire un tabù. Quello di aprire l’Assemblea nazionale a un partito di un’importante minoranza che, nel passato, è stata sospettata di tutto.
Ha saputo superare l’altissima soglia del 10 per cento conquistando tutti, con una retorica opposta a quella di Erdogan.
Se il presidente mordeva, Demirtas accarezzava, con linguaggio ghandiano, i giovani che protestavano per il Gazi park, e chiedevano diritti.
Ha scelto di rappresentare tutti gli oppressi, dagli alevi agli armeni, dai siriaci agli yazidi, ai cristiani, naturalmente ai curdi, e agli omosessuali.
Ha chiesto una «Nuova Turchia» ed è entrato in Parlamento.
È chiaro che ora si aprono scenari imprevedibili. Si dovrà  cercare di formare, in 45 giorni, un governo di coalizione.
Se non sarà  possibile – è quanto forse spera il presidente-sultano – , non sono escluse elezioni anticipate.
Erdogan è pronto a tutto pur di non veder sgretolare il suo progetto, il suo potere.

Antonio Ferrari
(da “il Corriere della Sera”)

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MARONI, ZAIA E TOTI, SMASCHERATI I BALLISTI: IN TRE ACCOLGONO MENO PROFUGHI DELLA SICILIA

Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile

SU 67.128 PRESENZE IL 21% E’ OSPITATO IN SICILIA, IL 13% IN LAZIO, APPENA IL 9% IN LOMBARDIA, IL 2% IN LIGURIA

Tremilaquattrocentottanta migranti salvati il 6 giugno. Altri 2371 ieri, 7 giugno.
Per un totale di arrivi che, dall’inizio dell’anno, supera le 50.000 persone.
Gli immigrati, secondo quanto stabilito dal Viminale e reso noto tramite una circolare, dovranno essere distribuiti in tutte le regioni italiane. Comprese quelle del nord, che non hanno raggiunto la massima capienza.
I governatori di Liguria, Veneto e Lombardia non li vogliono. Ma contro i governatori “ribelli” il Viminale farà  partire “una nuova circolare ai prefetti e costringeremo ciascuno a fare il suo. Noi non ci fermiamo”, si legge su Repubblica.
E il prefetto Morcone sottolinea che, proprio quelle regioni che non vogliono i migranti, sono in debito di accoglienza rispetto, ad esempio a Lazio e Sicilia.
I numeri parlano chiaro.
Sono contenuti nell’ultimo report elaborato dal ministero dell’Interno, pubblicato a marzo: alla voce “Distribuzione generale dei migranti nelle strutture temporanee, nei CARA e nello SPRAR” risulta che a febbraio 2015 su un totale di 67.128 presenze, il 21% dei migranti è ospitato in Sicilia, il 13% nel Lazio.
Molto più basse le percentuali nelle regioni “ribelli”: la Lombardia ne accoglie il 9% (quanti la Puglia), il Veneto il 4% e la Liguria il 2%.
In pratica le tre regioni che hanno annunciato di volersi opporre alle indicazioni del Viminale accolgono complessivamente il 15% delle presenze, molto meno di quanto non faccia da sola la Sicilia.
“Il peso dell’accoglienza non è equamente distribuito a livello nazionale — spiegava a febbraio la Fondazione Pio La Torre — la Sicilia, ad esempio, accoglie 9 mila migranti in più rispetto a quanti le spetterebbero secondo il criterio della proporzionalità  con la popolazione residente. Al contrario, se si applicasse correttamente la ripartizione, molte regioni dovrebbero accogliere un numero maggiore di profughi: in particolare la Lombardia (5.535) e il Veneto (3.322), ma anche Piemonte, Toscana ed Emilia Romagna”.
Morcone: “Lombardia in debito d’accoglienza”
Mario Morcone, capo dipartimento per l’integrazione risponde a Maroni sottolineando che la sua Regione ha accolto molto meno migranti rispetto ad altre, come ad esempio Lazio e Sicilia.
Secondo il prefetto le parole del governatori delle regioni del nord “sono collocate un poco più in là  dell’azzardo, tenuto conto che sono parole che minano il senso unitario della comunità  nazionale, sfregiano la solidarietà  civile che non conosce confini geografici e fa giudicare alcune proposizioni non se sono vere o false ma, spesso, prive di significato”.
“La Sicilia — spiega Morcone — accoglie il 22% degli immigrati che giungono in Italia, dietro di lei Lazio e Campania. La Lombardia nonostante possa apparire terza in classifica nazionale, rispetto al numero degli abitanti e al Pil regionale, due criteri per la ripartizione dei migranti, è decisamente in debito di accoglienza. In coda — prosegue — Veneto e Valle d’Aosta. Un terzo dei migranti accolti in Italia, minori esclusi, è distribuito in due regioni: Sicilia e Lazio, che ospitano rispettivamente il 22% e il 12% dei 73.883 totali”.
Morcone prosegue dicendo che “il Veneto è tra le grandi regioni del Nord quella che ospita meno persone, con il 4%, mentre chi ha meno migranti è la Valle d’Aosta, che ne ospita solo 62″.
“L’ex ministro Maroni — dice Morcone — avrebbe fatto bene a riflettere prima di parlare. Lui conosce a fondo le difficoltà ”.
La risposta del Viminale al rifiuto delle Regioni
Al no di Maroni intanto, il Viminale risponde che è stato lui stesso ad inventare le quote nel 2011. E, secondo Repubblica, lo stesso esecutivo sostiene che di fronte ad una “ritorsione istituzionale” dei governatori del Nord “si aprirebbe un contenzioso istituzionale di massima gravità  al quale reagiremmo con misure straordinarie”. E, ancora, dal Viminale “faremo partire una nuova circolare ai prefetti”. “I centri di accoglienza sono abbastanza pieni, ma siamo sempre pronti a fare la nostra parte in termini di solidarietà ”, ha detto in mattinata il prefetto di Milano Francesco Paolo Tronca, rispondendo a una domanda sulla situazione-migranti in città  e provincia.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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