Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
OGNI TANTO RENZI RISCOPRE IL CAZZARO CHE E’ IN LUI
Ieri, quando non parlava di Costituzione — materia in cui è sempre da insufficienza grave — Matteo
Renzi ha dimostrato padronanza dei dossier e una certa abilità dialettica.
Un anno e mezzo a Palazzo Chigi non sono passati invano: il premier ha studiato, e si vede da come parla di immigrazione, semplificazione, pensioni e soprattutto degli aspetti psicologici dell’economia, ignoti alla vecchia sinistra grigia e ideologica, ma utilissimi a dare fiducia ai consumatori.
La promozione sarebbe a pieni voti senza le solite balle sui nuovi posti di lavoro grazie al Jobs Act, la rimozione dei poveri in aumento, le smargiassate da mosca cocchiera (“Senza di noi, l’Ue non parlerebbe di immigrati”, ma forse voleva dire: senza la Merkel), le berlusconate di ritorno (“non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani”) e le gaglioffate da americano a Roma (“il tannel di Calais”).
Poi purtroppo, quando affronta il tema del Senato e non solo, è come se il cazzaro che è in lui riprendesse il sopravvento, portandolo a dire asinerie da ripetente di prima elementare.
1. “Oggi i nostri avversari dicono il contrario di ieri”.
Vero: FI scrisse e votò col Pd sia l’Italicum sia il nuovo Senato, poi cambiò idea. Ma nemmeno lui scherza: per vincere le primarie prometteva di “dimezzare numero e indennità dei parlamentari e sceglierli noi con i voti, non farli decidere a Roma con gli inchini al potente di turno”, affinchè i cittadini potessero “guardarli in faccia”, controllarli e premiarli o bocciarli. Invece,con le sue schiforme,avremo 2/3 dei deputati e tutti i senatori nominati. Se li guardi in faccia, non sai chi siano.
2. ”Questa riforma costituzionale la voleva il centro sinistra negli ultimi 20 anni, e prima il Pci e parte della Dc”.
Forse il superamento del bicameralismo paritario (tuttora condiviso da tutti i partiti e i costituzionalisti), non certo un Senato ridotto a cameretta senza poteri, a dopolavoro dei consiglieri regionali che lavorano gratis perchè sono inutili, però ricompensati con l’immunità . Questa boiata non l’ha mai chiesta nè immaginata nessuno, tranne lui, la Boschi e Verdini. Ed è qui che dissentono non solo le opposizioni interne ed esterne, ma anche i migliori giuristi e il 73% degli italiani (sondaggio Ipsos-Corriere).
3. “Noi massima apertura, la minoranza solo diktat e continui rilanci”.
La questione è molto semplice: la minoranza chiede che i senatori vengano eletti dai cittadini, Renzi & C. che vengano nominati dai consiglieri regionali. Dove sarebbero le aperture?
4. “C’è un punto da chiarire: cosa fa il presidente del Senato?
Se apre a modifiche di una norma già approvata con la doppia conforme (l’art. 2 del ddl Boschi sulla non-elettività del Senato,votato in prima lettura sia a Montecitorio sia a Palazzo Madama, ndr), sarebbe grave e inedito”.
Balla sesquipedale: per informazioni, chiedere a Napolitano, che nel 1993 da presidente della Camera rimise ai voti un d-dl costituzionale già votato in entrambe le Camere.
E dia una ripassata all’art. 72 della Costituzione:“La procedura normale di esame e di approvazione diretta da parte della Camera è sempre adottata per i ddl in materia costituzionale”. Con emendamenti e votazioni.
Tanto più che l’art. 2 uscito dal Senato è cambiato alla Camera: doppia lettura, ma non conforme, come nel ’93.
5. “Se Grasso non stravolge Costituzione e regolamenti e ci fa lavorare su ciò che non è doppia conforme, ci mettiamo d’accordo in 10-12 minuti netti”.
Grasso stravolgerebbe la Carta se non facesse votare gli emendamenti all’art. 2. In ogni caso, come si mette d’accordo in 10-12 minuti chi i senatori li vuole eleggere e chi li vuole nominare?
6. “L’elezione diretta non può sussistere: è proibita dalla doppia conforme. Ma può esistere la designazione”.
La designazione non esiste in natura: si chiama nomina dall’alto, cioè dai consigli regionali,mentre l’elezione è una scelta dal basso degli elettori,l’unica consentita dalla Costituzione: il Senato conserva funzioni legislative e di revisione costituzionale, dunque farlo nominare o designare significa violare l’art. 1 della Carta: “La sovranità appartiene al popolo”. Non alle Regioni.
7. “Basta con i dettagli tecnici sul comma x l’emendamento y dalle cucine delle Feste dell’Unità ci dicono di andare avanti”.
Con buona pace delle cuoche, queste sono questioni di sostanza, che rendono incostituzionale la sua riforma costituzionale.
8. “L’Italia dei gufi è minoranza. Martedì i due talk show hanno fatto meno di Rambo, perchè raccontano sempre che va tutto male”.
Ora, Ballarò (1.095.000 spettatori) e Di Martedì (839.000) vanno in onda contemporaneamente, dunque la somma dei gufi è 1.934.000, contro i 1.349.000 fans di Rambo.
Ma c’è qualcuno che va peggio sia dei gufi sia di Rambo: Renzi, che l’ultima volta a Virus fu visto da 1,5 milioni di persone, e l’ultima volta a Porta a Porta ne mise insieme appena 1.224.000, sbaragliato dai Casamonica che l’indomani ne raccolsero 1.340.000 senza neppure precisare come la pensano sull’elettività del Senato.
9. “Scegliendo Corbyn, i laburisti inglesi sono gli unici al mondo che godono a perdere”.
A parte la preoccupante ignoranza sulle cause del trionfo delle sinistre radicali in mezza Europa (l’aumento delle diseguaglianze sociali), la stessa cosa potrebbe dire Corbyn del Pd che ha scelto Renzi, visto che da allora non s’è più votato nè in Gran Bretagna nè in Italia. O forse Renzi confonde le comunali a Firenze con le elezioni politiche?
10. “Le menzogne hanno le gambe corte”.
Almeno questo è vero. Ma chi gli dice che sia una bella notizia?
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IL PARLAMENTO LAVERA’ I REATI: NON POTRANNO ESSERE PERQUISITI, INTERCETTATI E ARRESTATI SENZA AUTORIZZAZIONE DEL SENATO
Col Senato 2.0 di Renzi il primo cittadino di Venezia sarebbe ancora Giorgio Orsoni, oggi ai
domiciliari per l’inchiesta sul Mose con richiesta di patteggiamento.
Il Comune di Trani avrebbe ancora a che fare con il “comitato politico-affaristico” che pilotava gli appalti. Il suo sindaco, Luigi Riserbato, non sarebbe stato interdetto dai pubblici uffici e non si sarebbe mai dimesso.
Nulla si sarebbe poi saputo di Calatafimi, comune del Trapanese dove Nicolò Ferrara deliberava le gare di giorno e prendeva la stecca di sera: perchè tanto onesto e puro era da presiedere il “Consorzio per la legalità ” e tenere seminari sulla corruzione in Prefettura. A inchiodarlo, ancora una volta, le intercettazioni.
E’ lungo, lunghissimo, l’elenco dei sindaci disarcionati in questi anni dalle inchieste giudiziarie.
Presto però quell’elenco potrebbe accorciarsi di quel po’. Perchè tra gli effetti collaterali della riforma del Senato che tiene banco da mesi c’è anche quello di concedere il privilegio dell’impunità ai primi cittadini d’Italia: niente più arresti, niente intercettazioni o perquisizioni per loro senza autorizzazione del Parlamento. Per cinque anni, a tutto beneficio della prescrizione.
E’ l’effetto imprevisto di una piccola ma ingombrante “svista” del governo e delle competenti commissioni parlamentari: mentre sui 74 consiglieri regionali si cercano accordi per dar loro una parvenza di elettività col cosiddetto “listino”, nulla si dice a proposito di quei 21 sindaci, uno per regione più uno ciascuno per le Province autonome di Trento e Bolzano.
Loro saliranno tutti sul Freccia Rossa diretto a Palazzo Madama, e non sarà il cittadino-elettore a rifornirli di biglietto nè tantomeno a fermarli con le preferenze.
Poco importa ora se in questo modo viene aggirata del tutto la disposizione con cui nel 1957 il legislatore aveva disposto l’incompatibilità tra le cariche di sindaco (sopra i 20mila abitanti) e di parlamentare.
Perchè nei successivi 58 anni i partiti hanno fatto spallucce catapultandone a dozzine (oggi, tra le grandi città : Biffoni a Prato, Decaro a Bari e Bitonci a Padova…).
Il punto vero è che adesso una legge dello Stato — costituzionale per di più! — li spinge a forza in Senato e li mette tutti sotto l’ombrello delle guarentigie: significa, in soldoni, che un minuto dopo il giuramento sulle loro spalle calerà la coperta dell’immunità parlamentare, pur continuando a deliberare atti e concessioni in veste di sindaci. Fine degli arresti, zero intercettazioni, giammai perquisizioni senza il via libera del Senato.
In altre parole: i sindaci non saranno più sottoposti al controllo di legalità della magistratura, come gli altri cittadini.
Che rubino o ricettino materiale pedopornogrfico (è successo a febbraio, a un sindaco del Salernitano) il destino delle loro vite sarà sottratto ai giudici ordinari e appeso al chiodo della Giunta per le autorizzazioni e dell’Aula, dove la ragion politica è riuscita a salvare Azzollini dall’arresto e Calderoli da un processo.
Il primo, in fondo, doveva rispondere solo di associazione a delinquere. Il secondo d’aver paragonato un ministro a un gorilla. Non è questione di lana caprina: in ballo ci sono l’architettura istituzionale dello Stato e la classe di amministratori e politici locali più mediocre e corrotta di sempre.
E’ poi vero che il loro mandato terminerà con quello delle amministrazioni locali cui appartengono. E che quindi si dà per acquisita l’elettività indiretta per una sorta di “proprietà transitiva”: i cittadini eleggono i consiglieri regionali, questi a loro volta eleggono i sindaci-senatori.
Ma la selezione fatta dai partiti e nelle urne non si è dimostrata un sostituto adeguato ai magistrati, nè un antidoto alla corruzione della classe politica.
Al punto che per arginare gli “impresentabili” messi in lista si è dovuto ricorrere a una “legge speciale”, la Severino, che ponesse limiti alla candidabilità dei condannati. E gli indagati? Fieramente resistono e in attesa di giudizio… si candidano.
Come il sindaco di Bolzano, per dire. Gigi Spagnolli (Pd) si è candidato per la terza volta rischiando il rinvio a giudizio ad urne aperte.
Un domani potrebbe tranquillamente vestire i panni di senatore della Repubblica. Proprio in questi giorni la Procura sta chiudendo l’indagine a suo carico (abuso d’ufficio) in una vicenda di concessioni edilizie sospette, a favor di centro commerciale.
Ecco, se passasse la riforma del Senato e fosse scelto in “quota Bolzano”, Spagnolli potrebbe riporre la pratica nel cassetto, congedare i suoi legali e fare “ciao ciao” con la manina ai pm mentre sale sul treno per Roma.
Così, grazie alla riforma, per gli amministratori locali inguaiati si accenderà una lucina in fondo al tunnel: quelli che avessero un problema con la giustizia per quel che fanno da sindaci lo risolverà all’istante con le prerogative che hanno come senatori. Un incentivo a delinquere.
La Riforma della Costituzione disegnata dal Governo rischia così di consegnare alla storia il peggior Senato della Repubblica, zeppo di casi umani e giudiziari.
Le ragioni affondano nella debolezza dell’impianto della legge che non abolendo il Senato ne tiene in vita un fantoccio sgonfio.
Nel passaggio alla Camera sono evaporate in ordine: le “funzioni in via esclusiva” di intrattenere rapporti con la Ue, quella di controllo sui curricula delle authority, le competenze sui temi di bioetica, famiglia, diritti eccetera. Cosa resta? Quasi nulla.
E se il nuovo Senato nulla conta, questo il punto, anche chi lo compone conterà come il due di picche a briscola. Non solo.
Essendo la carica sprovvista di obolo — perchè la riforma occasione di risparmio vuol sembrare — non c’è neppure l’appeal del guadagno.
Per tutte queste ragioni insieme l’investitura sarà percepita da chi la riceve come una vera iattura.
E l’unica ragione per dedicarsi al pendolarismo romano, tolte di mezzo le altre, sarà il beneficio dell’immunità . Così, una volta capita l’antifona, sul treno per Roma si farà fatica a trovare posto.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“LA SOLIDARIETA’ E’ UN PRINCIPIO FONDANTE DELL’EUROPA”…”I NOSTRI VOLI CONTRO L’ISIS SONO LEGITTIMA DIFESA”
“Chiudere le frontiere non risolverà la crisi dei rifugiati». Nel suo ufficio al Quai d’Orsay, Laurent
Fabius parla con cinque testate europee, tra cui Repubblica , dei grandi temi internazionali.
«La solidarietà – dice a proposito dell’accoglienza dei migranti tra i paesi Ue – non è un principio variabile, à la carte ».
Sulla Siria il ministro degli Esteri conferma discussioni in corso con Mosca. «Un governo di transizione è possibile con elementi del regime ma senza Bashar al Assad», spiega Fabius, molto impegnato anche nei negoziati per la Cop21, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Clima di cui è il Presidente.
Dal 30 novembre si riuniranno a Parigi 196 paesi. Un summit “vitale”, dice il ministro, per il futuro del nostro Pianeta.
L’Europa è divisa sull’accoglienza ai rifugiati. Un accordo è ancora possibile?
«L’Europa ha conosciuto altre crisi. Ma ora, in un certo senso, è in causa la sua ragione d’essere. È illusorio credere che ne possiamo uscire ristabilendo le frontiere nazionali. Ma bisogna avere l’onestà di dire che al di là della solidarietà necessaria nei confronti dei rifugiati, non possiamo spalancare le porte ai migranti economici, sennò avremmo il caos, un’estremizzazione dei fenomeni, e delle conseguenze pesanti per l’Europa».
Come far fronte al flusso dei rifugiati?
«Bisogna organizzare i centri di accoglienza e identificazione, hotspost, nei paesi d’ingresso come l’Italia, organizzare un sistema di ripartizione equo e aiutare i paesi fuori dall’Unione che sono in prima linea, penso a Turchia, Giordania, Libano. Dobbiamo anche avere una politica di sviluppo per l’Africa. Non è attraverso gli egoismi nazionali che usciremo da questa crisi».
Ormai c’è un abisso tra la posizione sui rifugiati della Germania e quella dell’Ungheria. Qual è il collante dell’Europa?
«Ci sono dei principi di base che ognuno deve rispettare. L’Europa si è allargata in particolare sulla solidarietà interna: non è un principio à la carte».
La libera circolazione nello spazio Schengen è minacciata. Ogni paese, a turno, chiude le frontiere.
«Schengen prevede che, in alcuni casi eccezionali, si possa ristabilire le frontiere per un tempo limitato. Ma bisogna risolvere le cause profonde del disfunzionamento ».
La Francia potrebbe tornare a presidiare i suoi confini?
«Sempre nei termini previsti da Schengen. È quello che è già accaduto al confine con l’Italia ».
Cosa pensa dello slancio di generosità della Germania?
«All’inizio è stato uno slancio positivo e generoso di solidarietà rispetto a situazioni umane intollerabili. Ma bisogna poter reggere sul lungo termine».
Angela Merkel ha sbagliato?
«Il suo gesto forte può essere stato percepito in maniera ancora più forte. La Francia, con la Germania, cerca le soluzioni adatte. Ognuno deve fare la sua parte, senza perdere il controllo della situazione»
Lanciare raid in Siria contro l’Is non è un modo indiretto di aiutare Assad?
«Abbiamo avuto prove di attentati contro la Francia preparati da elementi dell’Is in Siria. Di fronte a questa minaccia abbiamo deciso di fare voli di ricognizione per colpire, se necessario. Si tratta di legittima difesa ».
Ci potrebbe essere un intervento a terra?
«Nessun paese è disposto a farlo. La lezione dei conflitti armati recenti è che non si vincono questo tipo di guerre con truppe a terra straniere. L’aviazione esterna può e deve aiutare, ma bisogna che siano le popolazioni locali o regionali a intervenire ».
Vladimir Putin chiede una coalizione internazionale contro l’Is. Cosa risponde la Francia?
«Mosca vuole una coalizione dei volonterosi. Perchè no? Ma tra i volenterosi come si può includere Assad? Ricordatevi l’inizio del caos siriano: una manifestazione di giovani repressa in modo tale che il dramma si è propagato con violenze inaudite, l’utilizzo di armi chimiche, l’internazionalizzazione del conflitto. E oggi abbiamo 240mila morti, milioni di rifugiati, un paese martoriato. Non voglio sminuire la responsabilità mostruosa dell’Is. Ma come proponevamo già a Ginevra 1 (la prima conferenza sulla Siria, nel giugno 2012, ndr. ), la soluzione è un governo di unione nazionale ».
Un governo con membri del regime di Assad?
«Per evitare il crollo di un sistema, com’è accaduto in Iraq, bisogna conservare i pilastri dell’esercito e dello Stato. I negoziati devono puntare su due aspetti: servono elementi del regime e membri dell’opposizione che rifiutano il terrorismo».
La conferenza mondiale sul Clima è davvero l’ultima chance per salvare la Terra?
«È un negoziato vitale. Se non agiamo subito ci saranno conseguenze devastanti. Non centinaia di migliaia, ma milioni di persone saranno costrette a fuggire a causa di siccità , carestie, inondazioni, guerre. Superata una certa soglia del riscaldamento climatico, stimata ai 2 gradi per questo secolo, il fenomeno diventerà irreversibile ».
Cos’è cambiato rispetto alla conferenza di Copenhagen del 2009, che fu un fallimento?
«Ormai c’è una presa di coscienza. L’anno 2014 è stato il più caldo da sempre. E il 2015 potrebbe essere ancora peggio. Oggi esistono tutte le soluzioni finanziarie, tecnologiche per intervenire. Secondo l’economista Nicholas Stern, se non fermeremo il riscaldamento climatico ci sarà un impatto tra il 5 e il 20% del Pil mondiale nel 2050».
L’impegno preso dalla Cina è importante?
«Sì, la Cina è leader di quello che chiamiamo gruppo dei 77. Il suo impegno ha un considerevole effetto di trascinamento su altri paesi. Negli Stati Uniti, anche Barack Obama si è impegnato molto. Stati Uniti e la Cina sono i più grandi paesi produttori di gas a effetto serra. Quindi si tratta di un’evoluzione notevole ».
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
NELLA LETTERA, INVIATA A MONS. NOSIGLIA, MONETE DA 10 CENT
Nella sua buca delle lettere, l’altro ieri l’arcivescovo Cesare Nosiglia ha trovato una busta diversa dalle altre.
I mittenti sono un gruppo di clochard torinesi, che hanno raccolto 60 euro in monete da dieci centesimi e da uno o due euro, per i migranti che in questi giorni stanno raggiungendo l’Italia.
La lettera è scritta a mano, con qualche errore grammaticale.
Chi l’ ha scritta racconta all’arcivescovo la storia di un gruppo di senza fissa dimora che spesso si ritrovano insieme in una mensa della città e che un giorno, ascoltando il telegiornale, hanno saputo dell’appello alle famiglie di aiutare i profughi, ed è per questo motivo si sono attivati, hanno raccolto sessanta euro, li hanno messi in una busta portata in via dell’Arcivescovado.
Il testo ha solo la firma (senza cognome) di un clochard.
Perchè il loro desiderio è che la donazione rimanga anonima.
Nosiglia, che si è commosso non appena ha letto il contenuto della busta, ieri ha voluto ringraziare pubblicamente, con una seconda lettera, le famiglie e comunità che hanno accolto con generosità i rifugiati.
«Con la vostra disponibilità voi state testimoniando a tutti che cosa significa vivere l’amore più grande, il dono di Dio che ci fa tutti fratelli», scrive Nosiglia.
Per lui questo accogliere chi ha bisogno è una «proposta educativa molto concreta, e che va controcorrente rispetto ad una cultura che insegna ai giovani solo a soddisfare i propri desideri. E credere che al mondo ci siamo solo noi e i “nostri».
Dopo aver ringraziato La Caritas, la San Vincenzo, l’Ufficio Migranti e altre associazioni, l’arcivescovo scrive: «Persino, e devo proprio ricordarlo, sono arrivati i soldi da alcuni senza fissa dimora che hanno girato parte delle elemosine ricevute!».
Secondo Cesare Nosiglia «i poveri sanno cos’è la miseria, e per questo motivo esprimono la propria generosità aiutando altri poveri con amore incondizionato. In più, aiutando qualcuno a stare meglio, si sentono utili in questa società ».
Pierluigi Dovis, direttore diocesano della Caritas, racconta che questo non è certo il primo caso di solidarietà che proviene dagli homeless.
«Per il terremoto in Emilia Romagna un gruppo di clochard aveva raccolto alcune decine di euro e le aveva consegnate a noi – racconta Dovis – ed una signora torinese sotto la soglia della povertà tutti i mesi mi invia una busta contenente dieci euro per le persone in difficoltà ».
Cristina Insalaco
(da “La Stampa”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO INAUGURA LA PRENESTINA BIS, FDI LO CONTESTA E LUI RISPONDE. “RAPPRESENTATE LA MAFIA”
Applausi ma anche contestazioni durante l’inaugurazione della Prenestina Bis, aperta dopo sei anni di
lavori.
A manifestare contro il primo cittadino alcuni esponenti del Comitato Tor Sapienza, sostenuti da Fratelli d’Italia, scesi in strada per protestare contro campi rom, roghi tossici e il degrado del quartiere, rimasto a loro avviso inalterato nonostante le promesse dell’amministrazione a un anno dalla ‘rivolta’ scoppiata in via Morandi. Polemiche e accuse a cui il sindaco ha risposto: “Ringraziamo i cittadini che con il simbolo di Fratelli d’Italia sono venuti a ricordarci che quando governavano loro i fondi finivano nelle tangenti e qui per 5 anni non si è fatto nulla. Grazie dunque per essere venuti a ricordarci che il partito della Meloni aveva il sindaco Alemanno indagato per associazione mafiosa – ha replicato Marino ai contestatori – Grazie per essere venuti a ricordarci che rappresentate la mafia, noi rappresentiamo i cittadini perbene, la città perbene, che quando mette un cartello che indica che in 6 mesi terminerà il lavoro lo fa. E lo fa non per cercare con i collaboratori di ottenere tangenti o di sprecare denaro pubblico, ma perchè vuole che i lavoratori possano migliorare la qualità della vita dei nostri cittadini. Grazie – ha concluso Marino – a coloro che sono venuti qua perchè vogliono con la loro presenza marcare la differenza con la nostra amministrazione”.
Striscioni di contestazioni con le scritte: “Tor Sapienza non è la Malagrotta del Campidoglio”, e “Tor Sapienza Giubileo del degrado”, ma non solo.
Tra i cittadini c’è stato anche chi ha applaudito al sindaco durante l’inaugurazione della Prenestina Bis, un’opera da 14 milioni avviata nel 2009 che contribuirà a liberare dal traffico la zona compresa tra la Prenestina e la Casilina.
Il taglio del nastro quindi, accompagnato anche dall’assessore capitolino ai Lavori pubblici, Maurizio Pucci, e dal presidente del V Municipio, Gianmarco Palmieri, si è svolto in un clima da tifoserie contrapposte.
L’opera, costata 14 milioni, era stata avviata il 23 marzo 2009, ma a fine 2014 risultava completata solo per il 50%.
Il 7 marzo 2015 il sindaco aveva promesso l’apertura della strada entro settembre, installando in via Targhetti un tabellone luminoso che segnava i giorni mancanti al completamento dei lavori.
L’obiettivo dell’intervento è quello di risolvere “in maniera definitiva i problemi di viabilità – è stato spiegato – in una parte nevralgica del quadrante orientale della città “. La Prenestina bis è una bretella che corre parallela alla via Prenestina, che rappresentava l’unica infrastruttura viaria di collegamento inter e intraquartiere, offrendo quindi un percorso alternativo ai flussi di traffico, soprattutto quelli diretti verso il Grande raccordo anulare e l’esterno della città .
Entro novembre 2015, poi, la Prenestina-bis si allaccerà direttamente al Raccordo. Il primo cittadino ha voluto quindi “ringraziare i lavoratori che hanno consentito di consegnare l’opera in tempi così brevi. Oggi è un giorno di festa. Ora molte persone di quest’area della città potranno muoversi più facilmente, e questo significa che, guadagnando venti, trenta minuti di percorso ogni giorno, questo tempo in più potrà essere dedicato ai propri affetti, alla propria famiglia e a tutto quello che rende migliore la nostra qualità di vita”.
(da “La Repubblica”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
SPUNTA IL SOSTEGNO DELLA MALAVITA A TRE CANDIDATI: PIO ORLANDO, CASILLO E CARRINO
Che sia in lista col Pd o in Forza Italia, per la camorra è uguale.
Dal candidato, il clan cerca solo un accordo di reciproca convenienza. I voti della cosca sono a disposizione di chiunque. Purchè garantisca qualcosa in cambio: appalti, posti di lavoro, regalie.
L’ennesima conferma del principio fondante dei rapporti tra mafie e politica arriva da Napoli.
Nelle carte di una retata di 45 arresti di camorra nei quartieri Spagnoli, al culmine di un’inchiesta coordinata dalla dda dell’aggiunto Filippo Beatrice, tra storie di droga, armi, contraffazioni di scarpe Hogan e contrabbando di orologi Rolex e Cartier fasulli, spuntano a sorpresa le intercettazioni ambientali che dimostrerebbero il sostegno elettorale del clan dei ‘Picuozzi’ a tre candidati alle amministrative del 2011: Antonio Pio Orlando, in corsa al consiglio comunale con Forza del Sud, alleata del “Pdl per Gianni Lettieri”, Gennaro Carrino e Antonio Casillo, candidati alla prima Municipalità rispettivamente per il Pd e per Forza del Sud.
Dei tre, indagati per voto di scambio politico mafioso, l’unico ad essere eletto sarà Carrino, con 277 preferenze.
Hanno rischiato l’arresto, respinto perchè all’epoca lo scambio voti-favori non era previsto dalla norma penale in assenza di passaggio di denaro.
Le cimici piazzate nel 2010 dai carabinieri del comando Provinciale di Napoli a casa del boss Marco Mariano e nelle auto dei suoi fiancheggiatori hanno svelato conversazioni imbarazzanti.
I camorristi e i politici ragionano insieme di quanti voti siano necessari per eleggere i candidati di riferimento. Di appalti negli ospedali dove lavorano. Di come agganciare politici di peso.
Il 21 giugno 2010 Mariano conversa in auto con un presunto affiliato, C. R.
Gli chiede se conosce qualche assessore in Regione. Lui risponde facendo il nome di Pietro Diodato (non indagato, estraneo all’inchiesta), che peraltro è solo consigliere regionale e poi aggiunge che il segretario di Cesaro (Luigi Cesaro, deputato azzurro, non indagato ed estraneo all’inchiesta) aveva sposato una sua cugina e se avevano “un fatto legale, un fatto buono, lui ci può favorire sicuramente”.
Mariano a quel punto avanza una richiesta: una concessione, ad esempio una Napolipark a Caserta, a Benevento, ad Avellino.
Sono solo chiacchiere, e i politici tirati in ballo potrebbero essere vittime di millanterie.
Più significative le registrazioni dei colloqui a casa Mariano il 26 novembre 2010 e il 14 dicembre successivo.
Casillo (Forza del Sud) conversa col boss, che gli chiede, scrive il Gip Tullio Morello, “su quale struttura ospedaliera aveva la competenza Orlando (che è medico) e Casillo risponde con entusiasmo: li tiene tutti (…) “.
Mariano a quel punto fa i suoi calcoli e domanda “quanti voti fossero necessario a Orlando per essere eletto. Casillo rispondeva: “1500”. Mariano replicava 1500 voti dovremo contare famiglia per famiglia, noi dobbiamo essere sicuri di quello che facciamo”.
A dicembre a casa Mariano c’è anche il medico ospedaliero Orlando, anche lui candidato in Forza del Sud.
Il boss fa un discorso che non lascia spazio a equivoci: “Noi votiamo… tu vieni a prendere a Napoli amministrativamente, ci fa piacere… coma sta una gara d’appalto di 40, 50 o 100 milioni di euro noi non ci possiamo perdere le cose, dobbiamo essere all’altezza di potervi dire qua facciamo noi, però siccome ci vogliamo presentare per primi stiamo formando una società nuova di servizi, voi l’appaltate, sub appalto, noi portiamo le condizioni, naturalmente… l’appaltatore è amico del dottor Orlando, sub appalto a questu qua, che esce 100 posti di lavoro… voi fate le cose vostre senza rompere le scatole, nello stesso tempo noi abbiamo la possibilità materiale di sistemare le persone che vanno accomodate, di mettere una cosa di soldi perchè qua se non vendiamo i pacchi di Rolex…”.
Orlando “replicava: ‘un quadro ancora migliore, più roseo, te lo dico apertamente, noi non è che dobbiamo fare un tentativo, noi dobbiamo andare… perchè nel 2012 qua arrivano una marea di miliardi di euro per conto del settore.. ed io ci devo stare sopra”.
Orlando uscirà deluso dalle urne e intercettato al telefono il 17 maggio, se ne lamenta così: “Mi aspettavo un botto sui quartieri Spagnoli, hanno votato pochissime persone”.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 22nd, 2015 Riccardo Fucile
IL MONDO LIBERALE E IL DIRITTO DI ESPRIMERSI
Si possono non condividere le parole di uno scrittore che benedice il sabotaggio della Tav e l’uso di
cesoie per tagliare le reti di un cantiere.
Ma da qui a chiedere otto mesi di reclusione per chi le ha pronunciate, come ha appena fatto il pubblico ministero di Torino, passa un mondo.
Il mondo laico e liberale che abbiamo ereditato senza troppi meriti e di cui la libertà di opinione costituisce un caposaldo.
Il mondo tollerante ed evoluto che fece dire a Voltaire: non la penso come te, però sono pronto a morire per difendere il tuo diritto di esprimerti.
Se Erri De Luca si chiamasse Enrico De Lucia, nessuno si sarebbe sognato di portarlo in tribunale.
Applicando lo stesso metodo a tutte le istigazioni a delinquere più o meno anonime che si leggono sul web bisognerebbe imbastire milioni di processi.
Senza contare che De Luca ha additato come nemica un’opera pubblica, non una vita umana.
Questa storia fatta di parole non doveva finire in un dibattimento, ma in un dibattito. Nell’aula di un convegno De Luca sarebbe stato un relatore come gli altri.
In un’aula di giustizia diventa subito una vittima.
E la condizione di vittima infonde paradossalmente più forza e visibilità proprio alle parole che qualcuno considera talmente pericolose da giustificare la galera.
Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)
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Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
LA NOSTRA SOLIDARIETA’ A ERRI DE LUCA
In uno Stato dove nessuno persegue esponenti politici che istigano ogni giorno all’odio razziale e in cui sui social si leggono migliaia di insulti razzisti senza che nessuno intervenga, si vuole colpire uno scrittore, reo di aver sempre solidarizzato pacificamente con i fautori di una giusta battaglia, quella dei No Tav.
Si vuole colpirne uno per educarne cento: in questo Paese gli spazi di dissenso e di libertà si vanno sempre più riducendo nell’indifferenza dei più.
Non ha rilevanza come la pensi Erri, noi non guardiamo logore etichette, difendiamo il diritto al civile dissenso.
Didendiamo il diritto delle minoranze criminalizzate, come lo siamo stati noi negli anni in cui “uccidere un fascista non era reato”.
Coerenti ora come allora e con le carte in regola sul fronte della difesa della libertà di espressione contro l’arroganza di un sistema che vuole solo esecutori e servi.
Ecco perchè Erri e’ uno di noi.
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Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile
BERSANI: “UN’APERTURA SIGNIFICATIVA”
Di lavoro da fare ce n’è ancora molto, e toccherà ai senatori farlo nei prossimi giorni. Ma dal punto di
vista politico, sul delicatissimo tema delle riforme, la direzione sembra aver consolidato l’intesa dentro il Pd.
Un’intesa che, ironia della sorte, prende la forma di “lodo Tatarella”, dal nome dell’ex leader di An che inventò, insieme a Leopoldo Elia, la legge regionale del 1995, la prima volta che gli elettori designarono il presidente della Regione.
“Designarono” e non “elessero”, e in queste due parole c’è la soluzione.
Renzi, infatti, in direzione ha accolto la proposta avanzata domenica dal senatore ribelle Vannino Chiti, che aveva appunto fatto riferimento alla legge Tatarella: una legge in cui il presidente della Regione veniva scelto dagli elettori, ma nominato formalmente dai consigli regionali.
È lo stesso destino che, se l’intesa passerà al vaglio dell’Aula del Senato, toccherà a quei consiglieri regionali che saranno scelti come senatori.
Nella relazione, il premier ha parlato esplicitamente di “designazione”.
Nelle conclusioni, Renzi ha chiarito bene il punto: “Quando mi riferisco a Tatarella, intendo dire che c’è una designazione dei senatori da parte degli elettori, come accadde ai presidenti di Regione nel 1995. In Emilia Romagna i cittadini scelsero Bersani, che poi fu eletto formalmente dal consiglio regionale. Lo stesso in Toscana con Vannino Chiti”.
A stretto giro arriva la risposta di Pier Luigi Bersani, a Modena per partecipare alla festa dell’Unità . “Mi pare che Renzi abbia fatto un’apertura significativa: se si intende che gli elettori scelgono i senatori e i consigli regionali ratificano va bene, perchè è la sostanza di quello che abbiamo sempre chiesto. Meglio tardi che mai: vedremo al Senato come verrà tradotta questa indicazione”.
Allo stato attuale, non c’è alcuna ipotesi su come questi senatori saranno eletti.
Renzi ha chiarito che non c’è alcuna ipotesi sui meccanismi elettorali, e che il riferimento a Tatarella non era ai listini di consiglieri che venivano affiancati al nome del candidato a governatore.
La nuova Costituzione affiderà a una legge ordinaria le modalità di elezione dei senatori: una legge quadro, votata da Camera e Senato, che rimanderà per alcuni aspetti alle singole regioni le modalità di scelta.
Per la minoranza dem, che pure ha deciso di non partecipare al voto finale della direzione, si registra un netto passo avanti.
Un’intesa praticamente chiusa.
“La proposta di Chiti, ha detto in direzione Gianni Cuperlo (anche a nome dei bersaniani), “può rappresentare il punto condiviso, che riconosca l’utilità e l’opportunità di un criterio più diretto di selezione da parte degli elettori, con una rappresentanza legittimata da un voto popolare, mantenendo ai consigli regionali il compito di una formale ratifica. Su questa base possiamo mandare all’esterno un messaggio di unità ”.
Lo sbocco pare proprio il “lodo Tatarella” enunciato da Renzi.
“Non ci sono scalpi da esibire”, ha detto Cuperlo. “Non è in corso un braccio di ferro o una prova muscolare e non ci devono essere diktat. Bisogna trovare uno sbocco da rivendicare come successo comune”.
Morbido anche il bersaniano Miguel Gotor: “Se le parole di Renzi significano che i cittadini decidono chi sarà senatori e i consigli regionali ratificano la volontà popolare per noi va bene”, spiega a Huffpost.
L’ipotesi a questo punto è quella di un emendamento di maggioranza, a prima firma Zanda, che dia forma all’intesa tra i dem e la allarghi anche altri partner di governo.
Si tratta di una modifica al comma 5 dell’articolo 2 del ddl Boschi: “La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti sulla base della designazione degli elettori”.
L’intesa è tutta nelle ultime sei parole in corsivo.
Al comma 2, infatti, i senatori sono eletti “dai consigli regionali con metodo proporzionale”.
Al comma 5 la volontà popolare rientra dalla finestra. “In fondo”, spiega ad Huffpost Giorgio Tonini, senatore renziano e protagonista della mediazione insieme a Vannino Chiti al sottosegretario Luciano Pizzetti, Zanda e Finocchiaro, “è lo stesso metodo che si usa per eleggere il presidente degli Usa: anche in quel caso l’elezione popolare è mediata dal voto dei grandi elettori”.
“Nel caso italiano”, aggiunge Tonini, quella che fanno gli elettori è “una designazione pesante, di cui i consigli regionali sono obbligati a tenere conto”.
Nella minoranza, che non ha partecipato al voto, resta ancora qualche dubbio sulle reali disponibilità del premier.
“Se nelle parole di Renzi si intende che decidono i cittadini, cioè che i senatori non sono scelti nel chiuso di una stanza, ma sono decisi dai cittadini e poi c’è una ratifica dei Consigli regionali, siamo secondo me di fronte a un vero e positivo passo avanti”, spiega Roberto Speranza.
L’intesa dunque è vicinissima. Resta sullo sfondo molta diffidenza tra le due parti.
E del resto il premier nella sua relazione è stato molto duro con la minoranza.
E a D’Attorre che l’ha accusato di aver proceduto nelle riforme a colpi di diktat, ha risposto a muso duro: “Dire questo significa fare a pugni con la realtà ”.
(da “Huffingtonpost”)
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