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RAID OMOFOBO DI GENOVA: NON ERANO SUDAMERICANI MA STUDENTI ITALIANI

Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

MASSACRARONO DI BOTTE UN QUARANTENNE SUL BUS RITENENDOLO GAY… TRE ARRESTATI E DUE RAGAZZE DENUNCIATE

Due mesi, per venire a capo di quello che sulle prime era sembrato un caso (parecchio) in salita: almeno cinque componenti della gang che il 14 luglio scorso ridusse in fin di vita un barman di 44 anni alla fermata del bus in piazza Caricamento, picchiandolo a sangue poichè credevano fosse gay, sono stati individuati: in tre sono stati arrestati, due maggiorenni e uno, all’epoca dei fatti, minorenne, tutti genovesi; altre due ragazze sono state denunciate.
Per loro prende corpo l’accusa di tentato omicidio.
Secondo quanto affermato da uno degli arrestati, all’origine del pestaggio ci sarebbe un complimento a una delle due giovani donne del gruppo.
Tesi che però contrasta con la frase riportata dalla vittima: l’uomo, rincasato subito dopo il pestaggio, aveva infatti detto alla fidanzata che prima di venir picchiato dal branco era stato affrontato da una delle due ragazze che gli avrebbe detto: «non guardare il mio ragazzo, ma che sei gay?».
I giovani arrestati, uno dei quali all’epoca dei fatti era minorenne, sono tutti studenti genovesi e hanno alle spalle famiglie solide.
I carabinieri sono riusciti a individuare prima una delle ragazze e da lei hanno stretto il cerchio sul resto del gruppo.
Uno degli arrestati è stato preso a Milano dove era andato in discoteca.
L’elemento cruciale nella svolta all’indagine, è stato rappresentato dalle tracce telefoniche che i picchiatori hanno lasciato durante la fuga.
Due video differenti li immortalano a distanza di qualche centinaio di metri, e questo ha consentito agli uomini del nucleo operativo della compagnia Centro di fissare una direttrice abbastanza precisa lungo la quale si sono allontanati.
A quel punto si è indagato sulle celle telefoniche: un lavoro quasi ossessivo, da parte dell’Arma, ma ha permesso d’isolare un gruppo di numeri sospetti, che si sono “spostati” lungo il tragitto indicato dai filmati.

(da “Il Secolo XIX”)

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VERDINI PERDE LA CAUSA E NON PAGA: PIGNORATI MOBILI E QUADRI

Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

“IL FATTO” PIGNORA VERDINI: VIA MOBILIO E QUADRI DELLL’800 PER 31.000 EURO

Un dipinto del XIX secolo firmato Raoul Arus che vale 5 mila euro. Un altro di Ademollo per un valore di 25 mila euro.
E una libreria in legno laccato valutata 6 mila euro. Sono i beni di Denis Verdini che sono stati pignorati e rischiano di finire all’asta.
Il senatore deve infatti pagare, dal 20 ottobre 2014, 13 mila euro per le spese legali di una causa persa contro il nostro giornale.
Ci portò in giudizio per diffamazione per un articolo del febbraio 2011 intitolato: “Onorevole corruzione. Bucchino (Pd) svela l’offerta di Graziani per conto di Verdini: passa nei Responsabili, per te 150 mila euro e la rielezione”.
Per ottenere il pagamento, sono intervenuti gli ufficiali giudiziari della Corte d’Appello di Firenze che il 1° luglio scorso hanno pignorato i due quadri e il mobile.Il 29 ottobre ci sarà  l’udienza sempre a Firenze per fissare la data dell’asta per quei beni, che in totale valgono 31 mila euro.
“Tanto a pagare sarà  il Popolo della Libertà ”
Ma Denis Verdini potrebbe anche pagare prima. O meglio lo potrebbe fare il Pdl al suo posto, perchè l’articolo fu scritto quando era coordinatore di un partito che non si presenta più alle elezioni ma giuridicamente esiste, in attesa dell’ultima tranche di finanziamento pubblico.
“Ora bisognerà  sollecitare il Pdl a pagare”, dice al Fatto il legale del senatore, l’onorevole Ignazio Abrignani, che alla Camera è iscritto ora al gruppo di Forza Italia.
Abrignani spiega: “Stiamo valutando se fare opposizione. Io ho seguito però solo la causa, la parte aggiuntiva delle spese non l’ho seguita”.
Ma lei non aveva comunicato che il Pdl avrebbe pagato il debito di Verdini entro ottobre?
“Sì, quello che le posso dire è che all’epoca la difesa venne fatta non in quanto Verdini, ma in qualità  di coordinatore del Popolo della Libertà . È chiaro che una volta che c’è una condanna alle spese sarà  il Pdl che dovrà  pagare”.
Anche se Verdini ha lasciato il partito? “Sì, perchè l’attacco era all’epoca contro il Pdl”.
Per ogni governo, la sua compravendita
L’articolo per il quale Verdini ha fatto causa al Fatto risale al 25 febbraio 2011.
Da un anno si era costituito il gruppo dei Responsabili. Verdini viveva la stessa situazione di oggi: in quei giorni era accusato di andare “a caccia” di parlamentari per sostenere Silvio Berlusconi, ora invece lo fa per Matteo Renzi e la sua riforma del Senato.
Nell’articolo si riportavano le affermazioni di Gino Bucchino (Pd) che diceva di aver ricevuto “una telefonata: ‘Ciao Gino, ho un progetto importante di cui parlarti’”. Dall’altra parte c’era, come poi è venuto fuori, Giuseppe Graziani di Rifondazione Socialista.
“Mi ha detto — raccontò Bucchino in una conferenza stampa — di aver parlato con Verdini fino alle 2 di notte e di aver concordato di garantirmi la rielezione e di darmi 150 mila euro come rimborso delle spese elettorali. Dissi che non ero interessato”. Vicende smentite da tutti i protagonisti.
Per Verdini l’articolo era diffamatorio, ha quindi citato il Fatto ma la sua domanda è stata rigettata dai giudici della prima sezione civile del Tribunale di Roma il 20 ottobre 2014.
Nelle motivazioni i giudici scrivono in sostanza che Wanda Marra, l’autrice dell’articolo, si è limitata a “riportare le frasi del deputato senza alcun commento o presa di posizione”.
E ancora: “La notorietà  e la pari dignità  istituzionale del ruolo ricoperto da Verdini e Bucchino (…) è sufficiente a far ritenere correttamente esercitato il dovere di informazione da parte della giornalista, tanto più che costei fattasi anche carico di raccogliere le smentite sia di Verdini che di Graziani, (…) si è comunque prefissa l’obiettivo di rendere un resoconto il più possibile esaustivo della vicenda. Il che esclude che possa ritenersi una dissimulata coautrice della notizia diffamatoria che non aveva alcun obbligo di verificare in ordine alla sua effettiva rispondenza al vero”. Ora vedremo quale sarà  l’epilogo: se i beni di Verdini finiranno all’asta o se invece a pagare il conto sarà  il Pdl.

Valeria Pacelli
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL CORTEO DI 23 AUTO PER RENZI E HOLLANDE

Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

IL VIDEO DI CASTALDO SPOPOLA IN RETE: MA MATTEO NON ERA QUELLO CHE “LA MIA SCORTA E’ LA GENTE?”

Venerdì scorso a Modena.
Un corteo di ventitrè macchine (alcune blindate), che percorre le strade strette del centro della città , trasporta il premier Matteo Renzi e l’ospite francese Franà§ois Hollande alla Festa dell’Unità .
In sottofondo, c’è il commento dell’operatore-cittadino stupito per cotanto dispiegamento di forze dell’ordine (c’erano anche volanti e centauri della polizia e dei carabinieri).
Il video l’ha raccolto dragando la rete e l’ha pubblicato su Facebook il parlamentare europeo Fabio Massimo Castaldo (M5S).
“La flotta di Matteo Renzi a Modena conta oltre venti auto. Possiamo veramente dire che la sua scorta è l’agente!”. Castaldo ha scherzato sulla celebre affermazione di Renzi: “No, guardate, a me la scorta non mi garba, non la voglio, grazie. La mia scorta è la gente”.
Che poi era il mantra dell’ex sindaco di Firenze durante i giorni della conquista del potere a palazzo Chigi.
Il video di Castaldo, in poche ore, ha raggiunto migliaia di condivisioni e oltre mezzo milione di visualizzazioni. Il classico fenomeno della rete, che poi è scivolato su tutti i siti.
Castaldo ha subito precisato che il lungo corteo riguardava le scorte di Renzi e di Hollande. Il presidente francese è sottoposto a un regime di sicurezza possente, di solito si muove con almeno 7-8 auto.
Mentre il premier italiano — almeno era così ai tempi di Enrico Letta — ha in dotazioni tre macchine: al centro quella su cui viaggia e poi la scorta davanti e dietro.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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FITTO A CORTINA: “PRIMARIE PER RIFONDARE IL CENTRODESTRA E CHOC FISCALE”

Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

ALLA CONVENTION DI “CONSERVATORI E RIFORMISTI” SANCITA L’INTESA CON “FARE” DI TOSI

“Il panorama del centrodestra italiano si apra a nuove prospettive”: questa la proposta che sembra emergere dalla due giorni di Cortina, organizzata dai “Conservatori Riformisti” di Raffaele Fitto.
A Cortina si sono alternati politici di vari schieramenti, dai Conservatori e Riformisti a Fratelli d’Italia, da Forza Italia fino al movimento di Tosi.
«Il centrodestra dobbiamo ricostruirlo sui contenuti» ha sottolineato Fitto invitando a prendere esempio dal premier britannico Cameron.
«Dobbiamo andare oltre, guardare ai prossimi anni, non ai prossimi giorni».
E, rispetto ai «troppo timidi» tagli fiscali di Renzi, per Fitto serve «un vero choc fiscale, con 40 miliardi di tasse in meno».
Ma a Cortina si è parlato anche di leadership nel centrodestra. E non sono mancate le frecciate verso la Lega Nord.
Per il deputato Roberto Caon, esponente del Fare! tosiano, «se Salvini e Zaia insistono nell’affrontare la questione della leadership del centrodestra come se si trattasse di una bega condominiale non fanno altro che agevolare il gioco di Matteo Renzi. L’unica strada per mandare a casa il governo di Renzi», ha aggiunto, «è riunire tutte le forze moderate di centrodestra sotto un programma comune, che sia chiaro e realizzabile, e promuovere le primarie di coalizione per scegliere un candidato comune. I giochi di potere all’interno del Carroccio, al contrario, non fanno altro che frammentare il centrodestra e favorire la permanenza di Renzi a Palazzo Chigi».
Nel suo intervento Fitto ha sottolineato: “Proponiamo le primarie, non come le ha fatte il Pd, ma secondo il modello classico americano a tappe, per ricostruire il centrodestra. Il centrodestra italiano deve tornare a parlare ai 10 milioni di nostri elettori delusi e astenuti, alle piccole imprese, agli artigiani, ai commercianti, a tutti quelli che non votano a sinistra, ma sono rimasti delusi dalle stagioni di governo del centrodestra.”
E ancora: “Proponiamo, rispetto ai troppo timidi tagli fiscali di Renzi, un vero “choc fiscale”, con 40 miliardi di tasse in meno, e con corrispondenti tagli alla spesa pubblica. Solo cosi’ l’Italia potra’ tornare a crescere in modo sostenuto : altrimenti, anche con Renzi, si restera’ inchiodati allo “zero virgola”.”
Poi l’annuncio che “nelle prossime settimane, iniziero’ un “giro d’Italia” e partira’ l’organizzazione anche territoriale del nostro movimento.”

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LUXURIA: “UN LEGHISTA CI HA PROVATO CON ME, MA VAFFA. IPOCRITI E REPRESSI”

Settembre 21st, 2015 Riccardo Fucile

“ANCHE NELLA LEGA CI SONO GAY, POI IN PUBBLICO FANNO I MORALISTI”

“E’ trasversale, anche nella Lega Nord ci sono gay. E una volta, durante un comizio sulle famiglie organizzato da Paola Goisis (ex parlamentare del Carroccio e ora esponente di Prima il Veneto, ndr), quando ha cominciato a parlare di contro natura, io le ho detto ‘qua se c’è una cosa contro natura è la tinta dei tuoi capelli’”.
Così Vladimir Luxuria intervenendo a La Zanzara (Radio24).
Ma l’aneddotto è continuato: “La persona che mi doveva accompagnare all’aeroporto, un loro militante, a un certo punto ha incominciato a corteggiarmi. Eppure questo qua ci ha provato. Ma tu non ti vergogni? Fino a poco prima dicevi peste e corna e adesso ci stai provando? Ma vaffa! Ipocriti di merda”.
Un intervento che continua con un linguaggio assai colorito: “Prendetelo nel c…o che vi si allarga la mente!”

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I CENTO GIORNI DI TOTI: TRA PASTICCI, BATTAGLIE PERSE E NOMINE

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

LE PROMESSE ELETTORALI SONO RIMASTE SULLA CARTA, MA TANTI AMICI PIAZZATI NELLE PARTECIPATE

Ci fu un tempo, non lontano, in cui il candidato alla presidenza della Liguria Giovanni Toti se ne uscì collocando Novi Ligure in Liguria, suscitando l’ironico tweet del governatore uscente, Claudio Burlando. “Volevano deburlandizzare la Liguria, si sono fatti desalvinizzare da uno che non sa che Novi Ligure è in Piemonte”.
Il marziano piovuto dalle stanze del potere berlusconiano, lo definirono a sinistra. Alludevano al ruolo di consigliere politico dell’ex Cavaliere e alla sua inesperienza come amministratore pubblico di un territorio che l’ex direttore di Studio Aperto, 47 anni, ex socialista, sposato la collega Siria Magri, era accusato di non conoscere affatto.
Peggio, di non avere con la Liguria alcuna parentela, affettiva e logistica.
Nato a Viareggio, cresciuto a Massa Carrara, laureato in scienze politiche a Milano, residente ad Ameglia, estrema propaggine ligure di levante.
Poco ligure per essere arruolato fra gli indigeni.
Partendo da premesse di immagine tanto sfavorevoli, l’underdog Toti ha sbaragliato il campo e con il decisivo sostegno di voti della Lega Nord e grazie al 12% raggranellato da Forza Italia ha messo fine al decennio di incontrastato dominio di Claudio Burlando, unico duce — nel senso di guida — del Pd ligure.
Vittoria destabilizzante, quella di Toti, per gli assetti politici della Liguria che alla Regione aveva conosciuto una sola parentesi di centrodestra — con Sandro Biasotti, dal 2000 al 2005 — per poi ripiombare nel tradizionale mainstream di centrosinistra.
A sconsigliargli di fare un ingresso dirompente nella sala verde di via Fieschi, oltre l’indole personale c’erano anche i risultati elettorali: un solo seggio di vantaggio, con una maggioranza appesa alle evenienze della vita quotidiana.
Andato a vuoto il tentativo di farsi attribuire tre consiglieri in più, sulla base di una controversa disposizione di legge, Toti si era acconciato a muovere i primi passi da governatore praticando una strategia dialogante con l’opposizione. Partito Democratico e Movimento 5 Stelle.
Il primo nodo: tutti gli uomini del Presidente
Subito dopo la proclamazione dell’8 giugno, la prima grana riguarda gli uomini da mettersi in torno.
La Lega Nord è stata premiata con la vicepresidenza e deleghe di peso. Sette gli assessori: tre di Forza Italia (Giampedrone, Cavo e Marco Scajola, nipote dell’ex potente ministro Claudio, ras dell’imperiese), altrettanti della Lega Nord (Sonia Viale, che ha avuto anche la vicepresidenza, Mai e Rixi). Il settimo assessore è andato con Giacomo Berrino a Fratelli d’Italia.
E subito una grana. Rixi con l’altro leghista Francesco Bruzzone (presidente del consiglio regionale) è indagato per le spese pazze in regione. Se fosse condannato, per la legge Severino perderebbe il posto e manderebbe in crisi la maggioranza.
Anche per neutralizzare questa eventualità  — e per mettere al sicuro i numeri — Toti ha fatto filtrare l’intenzione di far dimettere da consiglieri Giampedrone e Cavo per sostituirli con Lilli Lauro (consigliera comunale fedelissima del coordinatore regionale di FI, Sandro Biasotti), e col leghista Franco Senarega.
Fuori programma con il presidente dell’Autorità  Portuale Luigi Merlo.
Toti lo aveva pregato di soprassedere alle annunciate dimissioni ma poi aveva permesso al fido Giampedrone di presentare il piano regionale di indirizzo senza sottoporlo a Merlo. Ipotesi di dimissioni rientrata ma poi ribadita irrevocabilmente proprio nei giorni scorsi. E tentativo del ministro Delrio di convincerlo a restare fino a tutto il 2015.
Conferma a sorpresa (temporanea, disse Toti) per i sette direttori generali della Regione, tutti legati a Burlando.
Sostituito il segretario generale, andato in pensione. Il breve interregno della burlandiana Gabriella Lajolo si è concluso con la nomina di Paolo Emilio Signorini, alto dirigente del ministero delle Infrastrutture, spiazzato dalla vicenda che ha spezzato la carriera del potentissimo Ercole Incalza, del quale Signorini era l’erede designato.
Il gioco di poltrone sulla sanità 
Toti viceversa è pesantemente intervenuto nelle nomine dei dirigenti sanitari, il suo vero rovello. Ha voluto un manager alla guida del settore che rappresenta il maggior capitolo di spesa e lo ha trovato in   Francesco Quaglia.
La sanità  ligure è gravata da debiti enormi e Toti sta mettendo a punto un’alleanza strategica con la Lombardia per esportare al mare il modello lombardo. L’obiettivo è mettere a punto un sistema alternativo alla sanità  pubblica a disposizione dei pazienti liguri.
Che potrebbero così optare per farsi curare nelle strutture private lombarde, in regime di convenzione. Il Pd ha subito gridato alla colonizzazione. Segnalando i rischi per la sanità  pubblica. Ma Toti ha tirato dritto. E’ stato il primo segnale che si stanno affilando le armi e che la luna di miele volge al termine.
La sanità  ha innescato uno scontro fra Toti e la vicepresidente Viale che con un colpo di mano aveva provato ad accelerare l’accorpamento delle Als 3 e 4 nominando direttore generale di entrambe (per un anno) Luciano Grasso.
Nomina subito revocata per la Asl 4 del Tigullio di fronte alle proteste dei sindaci e all’intervento di Toti.
Viale è stata quindi costretta a confermare, per un anno, al vertice della Asl 4 Roberto Cavagnaro.
Immigrati, la voce grossa che nessuno ascolta
L’altra miccia l’hanno innescata i migranti. La vicepresidente Sonia Viale, leghista, con delega all’immigrazione, aveva subito chiarito che di accoglienza non voleva sentir parlare.
Aveva proposto l’apertura sul territorio ligure di un Cara (Centro di accoglienza richiedenti asilo). Toti si è accodato senza particolare entusiasmo. Il progetto di Viale è naufragato di fonte alla fermezza del prefetto Fiamma Spena e del sindaco di Genova, Marco Doria.
Le briciole del sistema pubblico
Ai fronti di scontro sulle nomine al vertice di Liguria Informatica e Filse, la finanziaria della Regione.
Su Liguria Informatica, la società  che assiste la regione nella informatizzazione dei servizi, la nomina di Marco Bucci ha scatenato l’opposizione per una vota unita, da Pd a Movimento5Stelle.
Niente da dire sulle qualità  professionali del manager, senonchè Bucci lavora per la Carestream Health, una multinazionale Usa in rapporti di affari con alcune Asl liguri. Conflitto di interessi evidente, ha strillato l’poosizione. Toti non ha fatto retromarcia.
Per la Filse, il prescelto è un veneto, Bruno Codognato Perissinotto, manager con vasta esperienza specifica sui temi del credito alle imprese; ma coinvolto in una bancarotta fraudolenta.
La sua nomina ha offerto alla maggioranza il destro per aumentare di un membro il cda della Filse infilandoci un suo rappresentante e assicurandosene così il pieno controllo. Anche l’opposizione ha strappato un suo rappresentante. E’ lo spoil system, gente.

Renzo Parodi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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TRA I CONTADINI UNGHERESI CHE AIUTANO I PROFUGHI IN FUGA

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

NON TAGLIANO LE PANNOCCHIE PER NASCONDERE CHI SCAPPA

Le pannocchie di mais sono già  pronte. Ma quest’anno il raccolto subirà  un ritardo.
Lo hanno deciso i contadini: «Proteggono il passaggio », spiega con aria fiera Ranko, 67 anni, che qui è nato e qui ha vissuto tutta la sua vita.
«Nascondono i rifugiati e i migranti. Possono stare tranquilli e fare il loro percorso in pace». È l’ultimo atto di solidarietà .
Una scelta importante per questo piccolo borgo che vive di agricoltura.
Nel giro di tre giorni è stato letteralmente invaso da un fiume umano mai visto. Con la sua lingua sconosciuta e le sue usanze così diverse.
La proporzione ha rovesciato il rapporto tra residenti e ospiti: 3.335 contro 17.089. Cinque su uno sono stranieri: siriani e afgani, soprattutto, ma anche altri arabi di quel Medio Oriente eternamente in guerra. Non si vedono in giro. Restano ammassati attorno alla piccola stazione della ferrovia, diventata ormai il simbolo di un esodo che nessuno immaginava così intenso e senza fine.
I piccoli gesti di solidarietà , la compostezza, perfino i silenzi sono quasi una forma di rispetto nei confronti di chi ha perso tutto.
I ricordi, come incubi, tornano ad affacciarsi. Tovarnik ha provato il dolore e la sofferenza. Per mesi ha subito le conseguenze di una follia decisa altrove.
Venti chilometri più a est sorge Vukovar, forse il simbolo più atroce della guerra nella ex Jugoslavia e della sua violenza cieca e brutale.
La chiamano la Stalingrado della Croazia. Tra l’agosto e il novembre del 1991 riuscì a fronteggiare l’esercito regolare jugoslavo dominato dai serbi. Per 87 giorni si difese in ogni modo: cadde solo il 20 novembre quando aveva esaurito uomini, cibo e medicine. Tovarnik fece la sua parte, soprattutto nei rifornimenti. I contadini di questo borgo facevano arrivare tutto per le stesse stradine sterrate nascoste dalle piantagioni di mais
La solidarietà , da queste parti, è un sentimento istintivo. Un obbligo.
È parte integrante di un popolo ferito nei suoi affetti e nel sua identità  da stragi e pulizie etniche spaventose. Assieme alle paure che tornano ad affiorare
Tra Tovarnik e Beli Manastir, lungo il percorso seguito dalle navette di autobus che portano i rifugiati al confine ungherese, si parla sempre più spesso di armi.
Il duro scambio d’accuse tra il premier ungherese Orbà¡n e quello croato Milanovic non aiuta. Anzi. Le frontiere sono militarizzate, vigilate da soldati in tuta mimetica e mezzi corazzati. Orbà¡n ha deciso persino di mobilitare centinaia di riservisti per schierarli alla frontiera. Gli stessi poliziotti dei due paesi si tengono a distanza.
La presidente croata Kolinda Grabar- Kitarovic è stata chiarissima. «Il ricorso all’esercito sarà  necessario. Vogliamo aiutare tutti. Ma prima di ogni cosa vogliamo proteggere i nostri cittadini e garantire loro una vita normale, come pure la stabilità  dello Stato croato»
Il muro e la chiusura dei valichi non hanno retto alle pressioni dell’Europa.
Budapest è stata costretta, nei fatti, ad aprire un corridoio umanitario. Lo ha fatto con i bus e i treni blindati fino alla frontiera con l’Austria. Ma lo ha fatto. Il nuovo percorso è segnato: Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria e spesso Slovenia.
Lubiana si è ribellata e ha fatto la voce grossa. Ha respinto 200 immigrati, usando i gas lacrimogeni e i manganelli. Ma alla fine ha ceduto e ha detto di essere disposta ad accogliere diecimila profughi.
Finora ne sono transitati quasi 20 mila. Altri 40 mila sono attesi nei prossimi due giorni. Una vittoria che il premier Zoran Milanovic rivendica proprio sotto il filo spinato del nuovo muro di 41 chilometri ultimato a tempo di record.
«Come vedete», ha detto ai giornalisti che osservavano il passaggio di uomini, donne e bambini tra le due frontiere, «abbiamo obbligato gli ungheresi a riceverli. Urlano e strepitano ma alla fine hanno ceduto. Il muro è una vera sciocchezza».
Victor Orbà¡n ha reagito con durezza. Il capo di gabinetto, Antal Rogan, ha bacchettato i vicini con minacce da maestrino: «Se alzate le mani e non difendete i vostri confini, allora vuol dire che non meritate di entrare nella zona euro. Quando sarà  il momento di decidere l’Ungheria potrà  dire che non siete ancora pronti per aderire a Schengen ». Ma l’Europa, quella che conta, Germania in testa, ha già  deciso: il flusso dei migranti e dei rifugiati non può essere bloccato. Va gestito e distribuito. I
muri e le armi hanno già  fatto troppi danni. Hanno provocato l’esodo che adesso attraversa le nostre terre.

Daniele Mastrogiacomo
(da “La Repubblica”)

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COLOSSEO, MANOMETTONO LA COSTITUZIONE, MA IL TURISTA E’ SALVO

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

TUTTI I DIRITTI STANNO DIVENTANDO A TUTELE DECRESCENTI PER OSSEQUIARE I NUOVI POTERI FINANZIARI

Venerdì l’Italia è stata colpita da un’epidemia d’isteria collettiva.
Tema: la scandalosa violazione dei diritti dei turisti.
Tutti indignati perchè i lavoratori del Colosseo e dei Fori hanno indetto un’assemblea. Come si permettono di disturbare? Non gli pagano gli straordinari da mesi? Cazzi loro. D’accordo: l’assemblea si poteva svolgere in un orario meno dannoso per i visitatori, ma era comunque stata autorizzata.
Appena il premier — segretario del principale partito di sinistra (ah ah) — ha twittato la linea, tutti sono scattati sull’attenti.
Corifei d’ogni risma hanno risposto agli ordini superiori, come al solito a reti unificate: vergogna, la misura è colma, basta figuracce internazionali (il centro di Roma sporco e degradato invece è un bel biglietto da visita), dagli al sindacato corporativo.
Siccome la faccenda è urgente, venerdì in serata è arrivato il decreto del governo del fare, che equipara musei e monumenti ai servizi pubblici (i cui lavoratori comunque hanno diritto di sciopero regolato dalla legge 180): il diritto del turista di entrare al Maxxi è uguale a quello del cittadino di farsi curare.
O di un bimbo disabile di avere assistenti materiali e professori di sostegno qualificati: domani tanti bimbi e ragazzi con handicap vedranno negato il loro diritto a una vita dignitosa e alla scuola, ma non ci sarà  nessun decreto.
Alessandro Robecchi si domanda, su Twitter, se un provvedimento per vietare il blues nei campi di cotone è già  stato varato: decidete voi se ridere per l’intelligente battuta o piangere per la realtà  che fotografa.
Se ieri sul quotidiano della sinistra che piace Francesco Merlo scriveva che il Colosseo è diventato “un’emergenza nazionale” e che “Matteo Renzi stava aspettando proprio questo ennesimo abuso sindacale”, allora ha ragione Stefano Rodotà .
Che sempre su Repubblica, in giugno, annunciava: “L’inverno dei diritti è tra noi”. Il professore — autore tra i tanti di un bellissimo saggio, Il diritto di avere diritti per Laterza — commentava il jobs act che consente al datore di lavoro di controllare a distanza i dipendenti.
Ma l’aggressione ai diritti è un’erosione progressiva, sia per via omissiva che per via legale.
Nel 2012 la Cassazione scrisse che era “radicalmente superata la concezione secondo cui la diversità  di sesso dei nubendi è presupposto indispensabile della stessa esistenza del matrimonio”.
Non c’è ancora traccia di una legge sulle unioni omosessuali e nemmeno di una sul fine vita.
Da anni il diritto di voto è umiliato da una legge elettorale definita incostituzionale dalla Consulta e sostituita da una non migliore norma che, secondo i più autorevoli studiosi, viola principi base come la rappresentanza e che di nuovo ci restituirà  una Camera dei deputati nominati.
A proposito di Corte Costituzionale, è bene ricordare la scomposta reazione del governo alla sentenza che in maggio ha bocciato la legge Fornero nella parte in cui ha bloccato per due anni l’adeguamento delle pensioni dai 1.400 euro in su, perchè viola il diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.
Reazioni a parte, i diretti interessati hanno visto solo gli spiccioli.
Perchè il governo ha deciso così.
È in corso uno smantellamento delle costituzioni: tutti i diritti stanno diventando a tutele decrescenti, per ossequiare i nuovi poteri.
Non dimentichiamo il Report della banca d’affari J.P Morgan del 2013: “I sistemi politici dei Paesi europei del Sud e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano caratteristiche inadatte a favorire l’integrazione. C’è forte influenza delle idee socialiste”.
A processo “d’integrazione” completato, sarà  bene ricordarsi i nomi dei corifei e dei complici: ma forse avranno cambiato idea, prima o poi il “processo” toccherà  anche loro.

Silvia Truzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’AUTOGOL COLOSSEO: I VERI NEMICI DELLA CULTURA SI NASCONDONO DIETRO QUEL DECRETO

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

LA MANIPOLAZIONE DELL’IMMAGINARIO COLLETTIVO: LE PESANTI RESPONSABILITA’ DEL GOVERNO

Di fronte all’enorme spirale di polemiche innescata da una breve chiusura del Colosseo è urgente porsi alcune domande.
Perchè si ritiene inaccettabile che un monumento chiuda a causa di un’assemblea sindacale (regolare e regolarmente annunciata) e si trova normale che la stessa cosa accada per una cena privata di milionari (si rammenti il caso di Ponte Vecchio, chiuso dall’allora sindaco Renzi per un’intera notte), o per una manifestazione commerciale (la sala di lettura della Nazionale di Firenze chiuse per una sfilata di moda nel gennaio 2014)?
I diritti del mercato ci appaiono evidentemente più importanti dei diritti dei lavoratori
Ma in Europa non è così.
L’anno scorso la Tour Eiffel chiuse per ben tre giorni, e la National Gallery di Londra è aperta a singhiozzo da mesi per una dura lotta sindacale: nessuno ha gridato che la Francia o l’Inghilterra sono ostaggio dei sindacati
Il ministro Dario Franceschini ha detto che mentre i lavoratori erano in assemblea egli era impegnato al ministero dell’Economia proprio per riuscire a sbloccare il pagamento dei loro straordinari.
E uno si chiede: ma l’Italia è ostaggio di coloro che, guadagnando circa 1000 euro al mese, chiedono di non aspettare mesi o anni per la retribuzione degli straordinari (che permettono le aperture domenicali e notturne), o è ostaggio della burocrazia che ha fatto sì che Franceschini non sia riuscito a risolvere il problema in un anno e mezzo di governo?
E perchè il decreto d’urgenza adottato venerdì non ha riguardato il pagamento dei lavoratori, ma invece il regime degli scioperi?
Un noto documento programmatico della banca d’affari americana JP Morgan (giugno 2013) additava tra i problemi «dei sistemi politici della periferia meridionale dell’Europa» il fatto che «le Costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste »: bisognava dunque rimuovere, tra l’altro, le «tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori » e «la licenza di protestare se vengono proposte sgradite modifiche dello status quo».
Ebbene, crediamo davvero che sia questa la linea capace di far ripartire il Paese
Non c’è alcun dubbio sul fatto che anche i sindacati abbiano le loro responsabilità  nel pessimo funzionamento del ministero per i Beni culturali.
Ma è davvero caricaturale dire che in Italia il diritto alla cultura sia negato per colpa dei sindacati.
Le biblioteche e gli archivi sono in punto di morte a causa della mancanza di fondi ordinari e di personale, d’estate i grandi musei chiudono perchè non c’è l’aria condizionata, nel centro di Napoli duecento chiese storiche sono chiuse dal 1980, due giorni fa è caduto per incuria il tetto della mirabile chiesa di San Francesco a Pisa, dov’era sepolto il Conte Ugolino…
E si potrebbe continuare per pagine e pagine
Questo immane sfascio non è colpa dei sindacati: ma dei governi degli ultimi trent’anni, nessuno escluso (neanche il presente, che ha appena tagliato di un terzo il personale del Mibact, già  alla canna del gas).
Se davvero vogliamo che la cultura (e non solo il turismo più blockbuster) diventi un servizio essenziale, come vorrebbe la Costituzione, allora non c’è che una strada: investire, in termini di capitali finanziari e umani.
Quando gli italiani potranno davvero entrare nelle loro chiese, nei loro musei e nelle loro biblioteche (magari gratuitamente, o pagando secondo il reddito), e quando chi ci lavora avrà  una retribuzione equa e puntuale, allora avremo costruito un servizio pubblico essenziale.
Un traguardo che pare molto lontano, impantanati come siamo in questo maledetto storytelling, che invece di cambiare la realtà , preferisce manipolare l’immaginario collettivo.

Tomaso Montanari
(da “La Repubblica”)

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