Destra di Popolo.net

SUL COLOSSEO BRIATORE INCHIODA IL GOVERNO: “MA QUALE REATO, I DIPENDENTI VANNO PAGATI”

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

L’IMPRENDITORE IN UN COLPO SOLO SPIAZZA RENZI E LA BECERODESTRA

Il Partito democratico superato a sinistra dal fondatore del Billionaire. Sembra una barzelletta, ma non lo è.
A tirare le orecchie a Francesca Barracciu, Pd, Sottosegretaria di Stato ai beni culturali e al turismo voluta dal premier Matteo Renzi, è proprio Flavio Briatore.
La materia è la stessa che tiene banco da venerdì scorso, ossia da quando alcuni dei più importanti siti archeologici di Roma sono rimasti chiusi per due ore e mezza a causa di un’assemblea sindacale.
Assemblea che la Barracciu, facendosi prendere un po’ la mano, aveva equiparato su Twitter a “un reato… in senso lato”.
Oggi Briatore, sempre via Twitter, risponde alla Sottosegretaria facendole notare che “i dipendenti devono essere pagati, arretrati compresi”.
Nel cinguettio l’imprenditore suggerisce anche una soluzione molto semplice per evitare il ripetersi di episodi spiacevoli come quello di venerdì scorso.
Basterebbe “assumere ed evitare gli straordinari”.
Al che Barracciu risponde molto educatamente: “Sono d’accordo con lei. Non è certo questo che contesto!”.
Almeno sui social, però, il danno è fatto, con la marea di tweet che rispondono all’hashtag #reatoinsensolato. Galeotto fu quel primo tweet: “L’assemblea sindacale che danneggia centinaia di turisti paganti che dedicano un giorno di ferie al Colosseo e decine di guide turistiche è un reato!”.
Il cinguettio non passa inosservato: in tantissimi si rendono conto che questa volta il sottosegretario l’ha detta veramente grossa.
Anche perchè i lavoratori protestavano per il mancato pagamento del salario accessorio e per il rinnovo contrattuale.
Ma il messaggio che passa è questo: scioperare (anche se qui si tratta di assemblea sindacale regolarmente convocata, non di uno sciopero) non è più un diritto ma un reato. Così le richieste di chiarimento fioccano al secondo: “Scusi, sottosegretario, in che senso reato?”.
La Barracciu capisce che forse ha un po’ esagerato e prova a correre ai ripari: “Reato in senso lato”. “Sottosegretario, ma sa quello che dice?”. “Con la parola reato ho voluto esagerare perchè è stato fatto un danno enorme. Ho usato reato, ripeto, in senso lato. E io affronto l’accusa (è indagata per peculato, ndr) che mi è stata mossa e il suo sarcasmo con coscienza a posto”.
Uscirne bene, però, è difficile, ora che all’hashtag #reatoinsensolato si è aggiunta anche la voce del papà  del Billionaire.

(da “Huffingtonpost“)

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ALEXBIS: TSIPRAS VINCE ANCORA

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

A SPOGLIO IN CORSO, TSIPRAS E’ AL 35,5%, NUOVA DEMOCRAZIA AL 28,2%… I FUORIUSCITI DI SYRIZA NON RAGGIUNGONO IL QUORUM… CONFERMATO IL VOTO DI GENNAIO, CALANO SOLO I VOTANTI

Alexis Tispras vince ancora. Secondo i dati parziali diffusi dal ministero dell’Interno greco, Syriza è al 35,5% dei voti, mentre il partito conservatore Nuova democrazia di Vangelis Meimarakis segue con il 28,21%. Terzo si conferma Alba dorata con il 7,32%, mentre Unità  popolare fondato dai fuoriusciti di Syriza – e sostenuto dall’ex ministro delle Finanze Yanis Varoufakis – non riuscirebbe a superare la soglia di sbarramento del 3% necessaria a entrare in Parlamento, e si fermerebbe al 2,78%.
Secondo le prime proiezioni – quindi basate su dati reali – Syriza ottiene 145 seggi, mentre gli ex alleati di governo nazionalisti Greci Indipendenti avrebbero il 3,7% e 10 seggi.
I due potrebbero quindi riproporre l’alleanza di gennaio, forti di una nuova maggioranza di 155 seggi su 300.
Bassa l’affluenza: ha votato il 54,4% degli aventi diritto. Nelle elezioni del gennaio scorso, vinte da Tsipras, votò il 63,6%.
Il leader di Nea Demokratia Vangelis Meimarakis si è già  congratulato con Tsipras, il leader di Syriza per la vittoria. “Congratulazioni a Tsipras – ha detto il presidente di Nea Dimokratia – Ora può fare il governo che crede. Io voglio ringraziare chi ha lavorato con noi in queste elezioni. Pensavano fossimo finiti, invece siamo ancora qui, e forti”.
Andare alle urne è stata una scommessa per Tsipras, che punta a rafforzare la posizione di Syriza dopo essersi liberato della sinistra interna contraria all’accordo che il governo ha siglato con i creditori internazionali (in cambio di altri 86 miliardi di prestiti). Alla sede di Syriza i primi risultati sono stati accolti con moderato ottimismo: l’entusiasmo dello scorso gennaio è un lontano ricordo. Perchè dopo la (eventuale) vittoria arriverà  il momento più duro: applicare il memorandum siglato con l’Europa lo scorso luglio.

(da “Huffingtonpost“)

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CASSA INTEGRAZIONE: IL GOVERNO FA FESTA MA IL DATO E’ FALSO

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

AD AGOSTO LA CIG CALA, MA MANCANO 49 PROVINCE SU 110 NEI DATI INPS… E SULL’OCCUPAZIONE IL DEF AMMETTE: “DATI MODESTI”

Da quando a Palazzo Chigi siede Matteo Renzi, la realtà  si è sdoppiata: c’è l’esistente e lo storytelling, cioè la narrazione della realtà .
E sui numeri del lavoro, le due cose non combaciano mai.
Prendiamo i dati sulla Cassa integrazione (Cig) di agosto comunicati venerdì dall’Inps.
La narrazione: “Inps: ad agosto Cig -41,7% su agosto 2014, -6,3% su mese precedente #Italiariparte #lavoltabuona”, twitta il responsabile comunicazione di Palazzo Chigi, subito condiviso dal premier.
“Corrisponde a più di 100 mila lavoratori tornati a lavorare”, esulta il ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
“Quando il segno meno è una #goodnews. È proprio #lavoltabuona”, gli fa eco Lorenzo Guerini, vicesegretario Pd. E via così, intasando le agenzie.
La realtà : per l’Inps ad agosto 2015 sono state autorizzate 39,3 milioni di ore di Cig,-41,7 % rispetto ad agosto 2014 e — coi dati destagionalizzati per la ordinaria e straordinaria — in calo del 6,3% rispetto al mese prima.
La Uil ha fatto però notare un dettaglio non da poco: nelle tabelle Inps di agosto in 49 province — il 44,5% delle 110 province italiane — risultano autorizzate “zero ore” di Cig ordinaria: “0 ore” a Brescia, la più industrializzata d’Italia, zero ad Alessandria, Modena, Parma, etc.
“Non è tecnicamente possibile     — spiega al Fatto Guglielmo Loy, segretario confederale Uil- che in quelle zone nessuna azienda ne abbia avuto bisogno: il governo deve chiarire i dati”.
Premessa: a differenza di quella in deroga, la Cig ordinaria non ha problemi di risorse: è finanziata dai lavoratori e autorizzata dal ministero del Lavoro .
Ad agosto, semplicemente molte commissioni provinciali, come quella di Milano, non si sono riunite, e quindi le ore vengono contabilizzate a settembre.
Quando potrebbe quindi verificarsi un balzo. E infatti il calo ad agosto è molto accentuato dacchè esiste la Cig: succede tutti gli anni.
L’Inps spiega al Fatto che farà  “una verifica accurata sui dati amministrativi”, ma questa circostanza non è nuova: si è già  verificata nell’agosto 2014.
Anche quella volta “saltò” lo stesso numero di province (ma solo 16 sono le stesse del 2015: Brescia non c’è, per dire).
Come è possibile fare un confronto simile? L’Inps si riserba di verificare, ma spiega che opera il confronto sul volume complessivo delle ore.
Per di più nell’ultimo comunicato tre province — Crotone, Vibo Valentia e Nuoro — sono letteralmente scomparse: “Fare un confronto su agosto non ha senso — spiega una fonte interna all’Inps — È un mese con numeri molto bassi, un’oscillazione minima produce percentuali enormi”.
I dati, si legge nel comunicato, sono“destagionalizzati”, ma a luglio solo una provincia segna zero nella casella delle ore autorizzate, non si capisce come si possa confrontarlo con agosto, quando ce ne sono 49.
In realtà  non sono solo i numeri della Cig a lasciare perplessi, ma pure quelli che il governo scrive sul lavoro nell’aggiornamento del Def, che brillano invece per prudenza e sincerità .
Premessa: il Quantitative easing della Bce e la congiuntura internazionale stanno spingendo il Pil e, di conseguenza, l’occupazione: “L’elevata reattività  dell’occupazione al Pil è spiegata, almeno in parte, dal fisiologico recupero della domanda di lavoro dopo una prolungata recessione e sembra essere associata a una maggiore flessibilità  dei salari e a una più elevata efficienza del mercato lavoro”.
Tradotto: c’è un rimbalzo dopo la recessione e , soprattutto, stipendi più bassi(“flessibilità  dei salari”) e emigrazione (“efficienza”).
“In particolare — scrive il governo — le retribuzioni di fatto per Ula (unità  di lavoro a tempo pieno) hanno avuto un incremento cumulato dal 2008 al 2015 solo del 12,8%, a fronte di un aumento complessivo dei prezzi del 13,7%”(cioè gli aumenti non hanno coperto nemmeno l’inflazione).
Carlo Di Foggia e Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DISABILI, LA CALABRIA SBAGLIA IL BANDO PER I FONDI: NIENTE RIMBORSI PER LE FAMIGLIE E SOLDI UE A RISCHIO

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

DEGLI OLTRE 5 MILIONI DESTINATI ALL’ABBATTIMENTO DELLE BARRIERE ARCHITETTONICHE LA REGIONE HA SPESO SOLO 385.000 EURO

Doveva consentire ai disabili di abbattere le barriere architettoniche nelle loro abitazioni. Ma su 5 milioni e 200mila euro di fondi europei, la Regione Calabria è riuscita spendere solo 385 mila euro.
Il dirigente del settore Politiche sociali lo ha definito un “errore clamoroso” commesso “da chi ha scritto il bando”, che risale al periodo in cui la Calabria era guidata dal centrodestra di Giuseppe Scopelliti.
A causa di questo errore, però, centinaia di disabili (che sono stati ammessi al bando dell’Unione europea) da oltre un anno aspettano di essere rimborsati dopo aver anticipato fino a 25 mila euro per i lavori di adeguamento delle abitazioni alle esigenze dei familiari con disabilità .
Famiglie che, nel frattempo, si sono indebitate ricorrendo a prestiti.
“Aspetto 16 mila euro. — spiega Giuseppe Graniti di Cassano allo Ionio (Cosenza) — Noi viviamo al terzo piano e siamo costretti a prendere in braccio mia figlia per farla uscire da casa. Sono andato molte volte alla Regione e mi hanno detto che dovevano controllare la pratica. L’hanno visionata e revisionata ed è stata sempre accettata. Non posso chiudere in casa mia figlia”.
Nel bando era previsto anche un anticipo fino all’ottanta percento del costi.
“Mai visto l’anticipo: vogliamo sapere quando la Regione ci darà  i soldi che ci spettano”, attacca Generosa Sansone, che deve ancora finire di pagare la ditta che ha eseguito i lavori: “Mi è stato accordato un prestito di 18mila euro, ma alla ditta ne dobbiamo 25″.
Suo padre Giulio è un disabile di Scigliano (in provincia di Cosenza) che da tempo respira solo grazie all’ausilio di una bombola d’ossigeno e soffre di una grave malattia che lo costringe a vivere allettato.
“La Regione — aggiunge Generosa — ci spieghi dove sono finiti i fondi dell’Unione europea”.
A dare delle spiegazioni ci prova il dirigente regionale Antonio Nicola De Marco: “C’è stato un errore procedurale clamoroso nel bando. In sostanza il bando è stato considerato intestato ai beneficiari singoli ma tramite i Comuni che (proprio per questo errore) non hanno fatto l’istruttoria preliminare nè hanno inviato la documentazione prescritta alla Regione”.
Insomma, nel 2011 l’Unione Europea ha dato alla Regione oltre 5 milioni di euro da destinare ai disabili che volevano abbattere le barriere architettoniche nelle oro abitazioni.
La Regione ha scritto un bando che relegava i Comuni al ruolo di “passacarte”. I sindaci, in sostanza, hanno raccolto le domande dei disabili e le hanno semplicemente inviate alla Regione che, dovendo erogare fondi europei ai Comuni, non poteva farlo considerando le fatture intestate ai disabili (come era stato scritto nel bando).
Piuttosto i lavori dovevano essere realizzati dalle varie amministrazioni comunali alle quali dovevano essere intestate le fatture.
È qui che è stato commesso l’errore “clamoroso” che ha inceppato tutto il meccanismo.
Nella preparazione dei documenti, i Comuni e i disabili hanno rispettato il bando che però era sbagliato: “È evidente che i disabili non c’entrano niente” con questa “incoerenza del bando”.
Risultato: i 5 milioni di euro sono stati bloccati e rischiano di essere persi se non spesi entro il 31 dicembre.
E adesso? “Per non perdere i 5 milioni di euro destinati ai disabili li abbiamo spostati dal finanziamento comunitario al Piano di azione e coesione. Stiamo rivedendo tutte le pratiche ed entro gennaio la Regione erogherà  i soldi”

Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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RENZI SENZA PUDORE: QUANDO CHIUSE PONTE VECCHIO AI TURISTI PER IL GALA’ DEI FERRARISTI

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

DA SINDACO CHIUSE PER 3 ORE IL SIMBOLO DELLA SUA CITTA’ PER LA FESTA PRIVATA DI MONTEZEMOLO… IL TUTTO PER APPENA 2.489 EURO, SENZA PREAVVISO E SENZA AUTORIZZAZIONE

Per i   lavoratori sottopagati non si può, è una vergogna agli occhi del mondo.
Per gli amici con la Ferrari sì.
La vicenda del Colosseo chiuso per tre ore finisce con un decreto del premier Matteo Renzi che precetta i dipendenti dei musei equiparando i beni culturali ai servizi essenziali.
Mai più scene come quelle di Roma e Pompei. Bene.
Se solo questa scelta non poggiasse sulla mistificazione delle assemblee selvagge che erano invece regolarmente autorizzate. E se il premier che bolla come “nemico pubblico” chi prende mille euro al mese per aver chiuso per tre ore l’anfiteatro romano non fosse lo stesso Matteo Renzi che due anni fa, da sindaco, sbarrò per tre ore la strada ai turisti per consentire ai collezionisti di auto di lusso e all’amico Luca Cordero di Montezemolo una cena privata su luogo pubblico.
E che luogo: Ponte Vecchio, il simbolo stesso della città  del Giglio, uno dei ponti più famosi al mondo.
Era il 30 giugno del 2013, un sabato pomeriggio.
Senza preavviso e fino a sera turisti e residenti trovarono l’accesso al Ponte sbarrato da fioriere e personale privato, gentile ma irremovibile nell’impedire l’accesso a chiunque non fosse nella lista degli invitati, tutti tesserati Club Ferrari.
Sfilata di invitati elegantissimi, per loro anche un’orchestrina a metà  ponte con vista mozzafiato sull’Arno.
Sgomento invece tra i fiorentini, inferociti per la mancanza di preavviso e di segnaletica. Alcuni furono costretti a fare un lungo giro per tornare a casa dall’altra parte d’Arno, magari con le borse della spesa. Gli orafi, poi, andarono su tutte le furie.
Seguì un fiume di polemiche. Renzi fu accusato di una conduzione discutibile della cosa pubblica. Riletto oggi, quell’episodio sfata alcuni luoghi comuni sul premier: non è vero che il giovane leader della sinistra italiana ignori del tutto relazioni industriali e sindacali.
E che sia del tutto allergico agli arcaici schemi della lotta di classe che invece reinterpreta, a modo suo.
Va detto che la vicenda sarebbe morta lì. Se Renzi stesso non avesse risposto alle polemiche sull’operazione con toppe peggiori del buco.
La prima fu di paventare mirabili ritorni economici dall’operazione di marketing istituzionale. Dal Ponte sull’Arno affittato a ore, disse allora, sarebbero piovute 120mila euro per le casse del Comune. Nessun regalo, dunque.
A seguito delle interrogazioni delle opposizioni si scoprì poi che le uniche entrate che risultavano ufficialmente dall’evento erano 13.000 euro per il restauro di un’opera d’arte e circa 17.000 per l’occupazione di suolo pubblico di cui solo 2.489 euro per l’occupazione di Ponte Vecchio. Un vero affare.
Il sindaco-segretario, in visibile difficoltà , provò anche a difendere la svendita del cuore della sua città  tirando in ballo i cittadini più indifesi.
Nella sua newsletter telematica scriveva: “E abbiamo fatto una scommessa di comunicazione sulla città . En passant, abbiamo anche recuperato circa 120 mila euro, l’equivalente del taglio che abbiamo ricevuto sul capitolo delle vacanze per i bambini disabili. Io credo che chiudere tre ore Ponte Vecchio per questi motivi sia doveroso per un sindaco. Lo rifarei, nonostante le polemiche. Voi che ne pensate?”. Qualcuno la mandò giù: “Se è a fin di bene…”.
Finchè emerse che nei trasferimenti al Comune non c’era stato alcun taglio per quella voce.
A seguito di specifiche interrogazioni toccò a un imbarazzatissimo vicesindaco, Stefania Saccardi ammettere che no, quel capitolo di spesa non era stato ridotto e che Renzi con quelle parole aveva solo voluto dare “l’idea del valore sociale del canone” che sarebbe stato pattuito (il condizionale era a quel punto d’obbligo) con la Ferrari.
Ma torniamo all’oggi. Roma, il Colosseo, il decreto che ferma la barbarie dei lavoratori in assemblea che prendono in ostaggio la città .
I custodi dell’anfiteatro romano sono stati accusati di aver dato corso a un’assemblea “selvaggia”. Ma la mistificazione è durata poco perchè i documenti ufficiali hanno confermato invece che era stata regolarmente autorizzata e comunicata a chi di dovere una settimana prima che si svolgesse. Nessuna serrata a sorpresa, dunque.
E a Firenze, di quanto fu il preavviso?   Un accesso agli atti dei consiglieri d’opposizione permise di accertare che l’atto di concessione dell’occupazione del suolo pubblico per l’area di Ponte Vecchio da parte della Direzione Sviluppo Economico era datato il primo luglio, ovvero il giorno dopo la cena su Ponte Vecchio.
Difficile, in effetti, negare un permesso per qualcosa che è già  avvenuto.
Più facile negarlo per cose che non sono avvenute mai.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)

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COLOSSEO, E’ COLPA DEL GOVERNO: NON AVEVA PAGATO I LAVORATORI

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

DA OLTRE UN ANNO NON VENIVANO PAGATI CIRCA 300 EURO MENSILI IN BUSTA PAGA, PREVISTI DAL CONTRATTO… ORA L’ATTACCO PREMEDITATO AI   DIRITTI DEI DIPENDENTI BASATO SU FALSE INFORMAZIONI AI MEDIA

Andrà  a finire che l’assemblea dei “sindacalisti contro l’Italia” — copyright del presidente del Consiglio — sarà  davvero servita a qualcosa.
Proprio nel giorno della chiusura per tre ore del Colosseo, che tanto scandalo ha suscitato tra politici e osservatori nostrani, sono state magicamente liberate le risorse che servono a pagare gli straordinari dei lavoratori in agitazione.
L’annuncio l’ha dato Claudio Meloni,coordinatore Cgil presso il ministero dei Beni culturali: “Venerdì, in singolare coincidenza con l’assemblea sindacale in alcuni siti, è arrivato lo sblocco dei fondi per pagare i salari accessori di tutti lavoratori del Mibact per il 2014 e per il 2015”.
Un intervento, se confermato,che andrà  a sanare una situazione che si trascinava da 11 mesi e che non riguarda solo i lavoratori dei siti archeologici rimasti chiusi ieri a Roma (oltre al Colosseo, Fori Traienei, Terme di Diocleziano, Terme di Caracalla, Tomba di Cecilia Metella, scavi di Ostia antica), ma gli impiegati delle Soprintendenze dei Beni culturali in tutto il Paese.
Già , perchè quello che nessuno pare essersi chiesto, nel giorno del grande scandalo del Colosseo chiuso, sono le ragioni di chi ha convocato l’assemblea sindacale.
Il “salario accessorio”, sistematicamente dimenticato nelle buste paga dei lavoratori del Mibact a partire da ottobre 2014, comprende una serie di voci che corrispondono ad altrettante prestazioni lavorative: turnazioni animeridiane, pomeridiane, notturne; festivi e superfestivi; aperture straordinarie (come quella del primo maggio); indennità  pro capite per i progetti di produttività  ed efficienza (ovvero l’ampliamento degli orari giornalieri per far fronte alla carenza di personale).
Sui giornali, per semplificare, sono definiti “straordinari”. Si tratta di una parte consistente dello stipendio mensile dei lavoratori dei Beni culturali.
“Io sono impiegato di seconda area, livello F3 — spiega Domenico Blasi dell’Usb — ho una retribuzione mediamente piuttosto alta rispetto a tanti colleghi. Nella mia busta paga a fine mese ci sono 1.340 euro. Mi pare evidente che la nostra preoccupazione non è difendere privilegi assurdi, non siamo ricchi. Chiediamo che ci venga pagato il lavoro che abbiamo fatto. All’appello mancano centinaia di euro ogni mese, da un anno. A volte un terzo dello stipendio”.
In questi mesi — dopo l’accordo tra sindacati e Mibact di fine 2015— i fondi destinati al salario accessorio sono stati trattenuti dal ministero delle Finanze.
“Le ragioni del blocco—aggiunge Salvatore Chiaramonte della Cgil— non ce le hanno mai spiegate”.
Il problema era ben noto ai Beni culturali e al ministro Franceschini. Come era nota pure la data dell’assemblea di protesta , comunicata il 12 settembre, con una settimana d’anticipo.
Lo stesso Franceschini — si apprende dalla Stampa — aveva avuto un colloquio con il presidente della Repubblica giovedì, il giorno prima dei “disagi”, nel quale avrebbe anticipato a Sergio Mattarella la preoccupazione per i fatti del Colosseo.
Fatto sta che la reazione del governo è stata prontissima.
Prima le dichiarazioni (“la misura è colma” di Franceschini, “cultura ostaggio dei sindacalisti” di Renzi) e poi il decreto portato in consiglio dei ministri in quattro e quattro otto, accolto dalla stampa tra squilli di trombe.
Ora i servizi museali sono equiparati a quelli pubblici essenziali: i lavoratori del Colosseo — per capirci — saranno sottoposti alla stessa disciplina di infermieri e pompieri, con una stretta sul diritto di sciopero.     I
Ieri, poi, il Tesoro ha aperto i cordoni e ha sbloccato i fondi con cui dovrebbero essere saldati i conti con i lavoratori (“entro un paio di mesi”, secondo la Cgil).

Tommaso Rodano
(da “il Fatto Quotidiano“)

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A DUE ANNI DALL’ARRESTO DEGLI ARCTIC30, LA BATTAGLIA PER L’ARTICO E’ PIU’ VIVA CHE MAI

Settembre 20th, 2015 Riccardo Fucile

LA LOTTA DI GREENPEACE IN DIFESA DEL POLO NORD, MINACCIATO DALLE TRIVELLAZIONI DELLA GAZPROM E DEI PIANI DELLA SHELL

Esattamente due anni fa, il 19 settembre 2013, l’Arctic Sunrise e il suo equipaggio, 28 attivisti di Greenpeace — tra cui l’italiano Cristian D’Alessandro — e due giornalisti freelance, venivano arrestati illegittimamente dalle autorità  russe nel Mare di Pechora, mentre protestavano pacificamente contro le trivellazioni petrolifere di Gazprom nell’Artico.
Prima accusati di pirateria, poi di vandalismo, gli Arctic30 restarono in carcere per due mesi, per crimini mai commessi.
Come stabilito poche settimane fa dalla Corte permanente di arbitrato dell’Aja, le autorità  russe infatti non potevano abbordare la nave e la protesta, avvenuta ben al di fuori delle acque territoriali russe, non poteva essere configurata in alcun modo come pirateria o vandalismo.
Le accuse nei confronti degli Arctic30 restarono in piedi fino a che la Duma, il parlamento russo, non votò nel dicembre 2013 un provvedimento di amnistia che permise loro di tornare a casa.
Due mesi di carcere, per delle accuse inventate.
Due mesi drammatici, raccontati da Ben Stewart, direttore della Comunicazione di Greenpeace UK, in “Non fidarti. Non temere. Non pregare.”, libro edito da E/O che sarà  presentato ufficialmente in Italia il prossimo 3 ottobre a Ferrara, durante il Festival di Internazionale.
La mobilitazione globale in difesa dei 30 fu fortissima.
Da Paul McCartney (autore della prefazione del libro di Ben Stewart) a Madonna, da Desmond Tutu a Dario Fo, si alzò fortissima un’unica grande voce globale per chiedere la liberazione di Cristian e di tutta la crew dell’Arctic, e rivendicare il diritto di poter manifestare pacificamente per la salvaguardia del nostro Pianeta.
E, in particolare, per la tutela di un bene unico, essenziale per il futuro di tutti noi: l’Artico.
Oggi il Polo Nord resta ancora in grave pericolo, minacciato dalle trivellazioni della stessa Gazprom e dai folli piani di Shell.
Ma grazie al coraggio, alla determinazione degli Arctic30, e alla tenacia dei sette milioni di persone che da tutto il mondo hanno aderito alla campagna #SaveTheArctic diGreenpeace, la battaglia è più viva che mai.
La lotta pacifica in difesa dell’Artico è una lotta per il futuro di tutti noi. Non ci fermeremo fino a che non avremo vinto. #SaveTheArctic!

(Da “greenpeace.org“)

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NUOVE CARTE, PAPA’ RENZI RESTA INDAGATO E INGUAIATO

Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL GIUDICE RIMANDA DECISIONE, SPUNTA UNA COMUNICAZIONE INTERNA AL CREDITO COOPERATIVO DI PONTASSIEVE: “LA CHIL VENDUTA A PRESTANOME”

Ieri il giudice Roberta Bossi ha deciso che non è ancora il caso di archiviare l’inchiesta per la bancarotta della “Chil Post srl”, società  di cui Renzi senior è stato amministratore e che a Genova aveva la sua sede.
Non solo: uno dei potenziali creditori di Tiziano ha sfoderato un documento che allunga parecchie ombre sulla effettiva estraneità  del padre di Renzi, anche se formalmente era uscito dalla società .
Tale creditore è Vittorio Caporali, titolare della genova Press, ditta che mise a disposizione di Chil alcuni locali in città  tra il 2003 e il 2005.
Quando gli inquilini se ne andarono lasciarono le stanze semidistrutte, danno poi quantificato da un giudice in 5.000 euro e mai riottenuto dal Caporali.
Perciò si è insinuato al passivo della procedura fallimentare.
E ieri il suo legale ha sfoderato un documento choc: una comunicazione interna al Credito Cooperativo di Pontassieve, banca amica dove nel board sedeva Matteo Spanò, fedelissimo del premier, e tra i funzionari c’era Marco Lotti, padre dell’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Luca, altro braccio destro di Matteo Renzi.
Tale banca concesse a Chil post nel 2010 un prestito di oltre 500.000 euro, poco prima che Tiziano renzi si sfilasse dalla società .
Ecco che spunta un report, sequestrato dalla Guardia di Finanza, firmato dal presidente e dall’amministratore delegato in cui si legge che la operatività  di Tiziano di fatto non sarebbe cessata: “Per poter acquisire quote di mercato la Chil Post deve essere formalmente venduta a terzi, che all’atto pratico figurerebbero da prestanome…”
A questo punto si puo’ dire che papà  Renzi non avesse nulla a che fare con gli amministratori dai quali la sua ex azienda è stata mandata all’aria, con annessi debiti?
La risposta del giudice tra qualche settimana.

(da “il Secolo XIX”)

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RIFORMA SENATO: NEL PD GIA’ VACILLA LA FRAGILE INTESA

Settembre 19th, 2015 Riccardo Fucile

TORNANO LE TENSIONI, BERSANI: “SENATO ELETTIVO, DA QUI NON CI SI SCOSTA”

La fragilissima tregua dentro il Pd sulle riforme vacilla, a meno di due giorni dall’attesissima direzione dem prevista per lunedì.
Tra i bersaniani, complici forse anche il pugno duro del premier contro i lavoratori del Colosseo, circola un certo nervosismo.
Le bozze di emendamento circolate finora, pur aprendo a una modifica dell’articolo 2, non convincono fino in fondo.
Lo stesso Bersani, in visita a Brescia, mette i puntini sulle “i”: “Vedo che ci sono affermazioni di buona volontà , noi diciamo una cosa che capiscono anche i bambini: diciamo che il Senato debba essere elettivo, devono decidere gli elettori. Questo deve essere chiaro e va scritto. Semplicissimo e da qui non ci si scosta”.
Il premier Matteo Renzi, nella sua rubrica sull’Unità , ha usato toni per una volta concilianti verso la minoranza: “Non credo che la sinistra interna sia una ‘brigata inconcludente’ e ho rispetto per tutti i nostri amici e compagni che stanno all’opposizione interna. Il compito storico del Pd è riportare l’Italia alla testa dell’Europa, non dilaniarsi tra maggioranza e minoranza. Ce la faremo”.
Il segretario poi sottolinea di avere “rispetto” per l’opposizione interna e a chi lo sollecita a cercare confronto, risponde: “Ci sto provando con tutto me stesso”.
Le parole del premier Renzi però non paiono ancora risolutive per quanto riguarda la possibile intesa sul Senato.
Lo stesso Bersani, da Brescia, cita un altro dei temi sollevati dalla minoranza nel pacchetto di 17 emendamenti che, salvo sorprese, saranno ripresentati in Aula: il taglio del numero di deputati, tema su cui Renzi finora non è voluto intervenire, e che è già  stato affrontato due volte da Camera e Senato.
“Anche la proporzione tra numeri di Camera e Senato va rivista”, dice l’ex segretario, facendo riferimento alla proposta della sinistra dem di portare a 500 il numero dei deputati.
Per i vertici dem sarebbe un guaio, come riportare l’iter della riforma ai nastri di partenza. E viene letto come un segnale di guerra.
E infatti parte subito la controffensiva: “La minoranza Pd vuole rompere, andiamo subito a votare”, dice il falco Giachetti.
Ma anche io mite Lorenzo Guerini, che in mattinata a un incontro pubblico con Cuperlo e Speranza aveva parlato di una “convergenza unanime dentro il Pd”, imbraccia il fucile: “Non capisco questa posizione di Bersani. Sembra quasi che anzichè trovare un punto di intesa sul merito della questione, voglia irrigidire le posizioni per rompere. Noi andremo avanti con lo spirito di apertura ma non accettando veti che non servono al Pd”.
“Stiamo facendo di tutto per tenere dentro tutti a partire da Pier Luigi – sostiene Guerini – ma, ripeto, con i veti non si procede. Noi invece vogliamo andare avanti e lo faremo. Anche perchè, come si è visto, i voti li abbiamo. E in democrazia i voti contano più dei veti. Spero che tutto il Pd voglia essere protagonista del cambiamento istituzionale di cui il Paese ha bisogno: ci sono le condizioni, non farlo sarebbe un atteggiamento irresponsabile”.
Anche il presidente Pd Matteo Orfini alza la voce: ”Siamo vicini a una soluzione, serve buon senso, non possiamo tornare indietro”. Ancora più netto il ministro Boschi: “Discutiamo sul comma 5 dell’articolo 2, ma non ci sia la tentazione di ricominciare daccapo, perchè così ci infiliamo nell’immobilismo all’italiana”.
Quanto alla decisione del presidente Pietro Grasso sull’ammissibilità  degli emendamenti all’articolo 2, dice Boschi: “Ci stupirebbe se Grasso mettesse in discussione un principio che è sempre stato considerato valido come quello della doppia lettura conforme…”.
Acque di nuovo agitate dentro il Pd, dunque. E del resto fin dalla mattinata era chiaro che l’intesa sulle modifiche al nuovo Senato era ancora scritta sull’acqua.
Roberto Speranza aveva chiesto una formulazione dell’emendamento al ddl Boschi “limpida, senza ambiguità  e senza un compromesso al ribasso”.
“Aspettiamo di leggere i testi”, chiude l’ex capogruppo, che si è dimesso nei mesi scorsi proprio per la contrarietà  all’Italicum e dunque al progetto istituzionale di Renzi.
Sulla stessa linea anche Federico Fornaro, uno dei vietcong del Senato: “Un serio confronto sulle riforme non può prescindere dal merito, evitando soluzioni contraddittorie e foriere di futuri contenziosi”.
L’idea che in due parti diverse della Costituzione il corpo elettorale che sceglie i senatori sia diverso (da un lato i consiglieri regionali, dall’altro un comma che dice “tenendo conto dell’indicazione espressa dai cittadini”) non convince i bersaniani.
Ma c’è anche una questione politica.
La minoranza non accetta l’idea, fatta circolare dai renziani, che si tratti solo di una concessione benevola del premier-segretario verso i ribelli. I conti sui numeri in Senato, secondo la minoranza, sono diversi da quelli di cui parla il ministro Boschi, che nelle ultime ore ha ribadito che “noi abbiamo dimostrato con i voti che ci sono stati in Senato nei giorni scorsi che i numeri per approvare le riforme costituzionali ci sono in modo ampio”.
La minoranza sostiene che, sottraendo al totale di 170 (ottenuto nelle prime votazioni) i 26-27 voti bersaniani, i numeri non ci sono affatto.
O al limite ci sarebbero solo grazie alla benevolenza di Forza Italia, e con gli apporti decisivi di Verdini e dei senatori vicini all’ex leghista Tosi.
“Una maggioranza imbarazzante per Renzi”, ribadiscono. “La ricerca del confronto con noi non nasce dalla benevolenza, ma dalla cruda realtà  dei numeri”.
Infatti, i bersaniani, per ora, hanno tutte l’intenzione di ripresentare in Aula i loro 17 emendamenti: sull’elezione diretta ma anche sul numero dei deputati, sulla platea per eleggere il Capo dello Stato e i giudici della Consulta.
Sull’ultimo punto l’intesa sembra chiusa: il nuovo Senato ne sceglierà  due, la Camera tre. Mentre sul Quirinale ancora ballano diverse ipotesi su come allargare la platea dei grandi elettori. Quanto alla riduzione dei deputati, per il governo è semplicemente un’ipotesi irricevibile.
“Molta nostra gente è a disagio perchè percepisce che la stanno portando dove non vuole andare…”, ha insistito Bersani nelle ultime settimane.
E per ricucire questo strappo non basta un comma condiviso. E forse neppure l’elezione diretta dei senatori.

(da “Huffingtonpost”)

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