Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
A PETILIA POLICASTRO RIADATTATO UN EX CARCERE ABBANDONATO: ORA E’ DIVENTATO UNA CASA DI ACCOGLIENZA PER I MINORI FUGGITI DALLE GUERRE
Un ex carcere abbandonato è diventato una casa di accoglienza per i migranti minori non accompagnati.
Lo ha realizzato il Comune di Petilia Policastro, in provincia di Crotone, dove il sindaco Amedeo Nicolazzi ha adeguato la struttura per accogliere 35 profughi.
”È la migliore risposta a Salvini che parla sempre contro il sud e contro i migranti”, dice il primo cittadino mentre mostra lo stabile che originariamente doveva ospitare detenuti ma che non è mai entrato in funzione.
Adesso c’è una sala mensa, un campo da calcetto, un cortile dove giocare e quelle che erano le celle sono state trasformate nelle stanze dei migranti bambini.
“Abbiamo dovuto adattare i locali e renderli accessibili. Cerchiamo di riempire la giornata a questi ragazzi. — aggiunge il sindaco Nicolazzi — A Petilia siamo un paese di emigranti, vi ricordate quelli della Lega cosa dicevano di noi? Che dovevano prenderci a bastonate e rimandarci in Calabria. Non me lo sono dimenticato e sono solidale. Salvini pensa di essere il duro e puro. Non è così. Che venisse qua”.
Le polemiche sui 35 euro a migrante al giorno? “Se uno fa il suo dovere quei soldi non bastano. La Lega su questo fa campagna elettorale perchè non ha argomenti o per far dimenticare gli argomenti sconci che la riguardavano”.
Nonostante tutto, i minori non accompagnati hanno la tendenza a scappare dalla casa di accoglienza per andare non si sa dove.
L’altra notte, tre di loro sono fuggiti ma sono stati recuperati dal Corpo forestale a 15 chilometri di distanza, nelle campagne: “Mi sono preoccupato, — conclude il sindaco — dove vanno dei ragazzini a 15 anni senza un parente, senza soldi in tasca e senza documenti? Purtroppo l’ambasciatore eritreo ci ha impedito di fermarli”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
ORA VOGLIONO ABOLIRE L’ERGASTOLO PER I MAFIOSI
Eccoli che ci riprovano. I partiti tornano all’assalto dell’ergastolo con una “riforma” che rischia di
svuotarlo.
L’allarme lo lancia, insieme con i 5Stelle, Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili: “È probabile stia per essere dato a Cosa Nostra ciò che con la strage di via dei Georgofili ha fortemente chiesto con un attacco diretto allo Stato. I mafiosi delle stragi che non hanno collaborato, oggi all’ergastolo ostativo a regime di 41 bis, stanno forse per essere messi nelle condizioni di usufruire di tutti quei benefici che gli consentiranno di aggirare il carcere a vita. Abbiamo l’impressione che la politica si stia lavando le mani, come fece Pilato, per le condanne a vita di mafiosi pericolosissimi come Riina, Provenzano, Bagarella e fratelli Graviano, rimettendo tutto nelle mani della magistratura che sarà ancora una volta crocifissa con leggi vergogna. Comunque,se passerà indenne una tal ignominia ci troverete in via dei Georgofili a difendere la memoria dei nostri morti sacrificati in nome e per conto di rappresentanti del Parlamento che non si assumono mai le proprie responsabilità ”.
La sensibilità di una madre che 22 anni fa ebbe la figlia sfigurata e il futuro genero bruciato vivo dalle bombe politico-mafiose è comprensibile. E merita un approfondimento.
In ballo c’è il ddl delega di ben 34 articoli che approda oggi alla Camera per la riforma del processo penale con un gran guazzabuglio di norme chieste del ministro Andrea Orlando e dai partiti retrostanti: Pd, Ncd e — ben, anzi mal nascosta — FI.
Tutti ansiosi di tagliare le unghie ai magistrati e ai giornalisti per l’eterna impunità .
Già la forma della riforma è indecente: una vaghissima delega in bianco al governo,che potrà fare i suoi comodi con i decreti attuativi, evitando dibattiti ed emendamenti.
La sostanza è ancora peggio: la legge-bavaglio per punire i giornalisti che pubblicano intercettazioni di “persone occasionalmente coinvolte” nelle indagini e imporre ai magistrati di stralciarle dagli atti perchè non le legga nessuno; la galera fino a 4 anni per chi registra e divulga conversazioni all’insaputa dell’interlocutore; tre mesi ai pm per chiudere le indagini; limiti alle impugnazioni dei Pg sulle assoluzioni in primo grado; azioni disciplinari per i magistrati che incappano in errori giudiziari, veri o presunti; e aumenti di pena per furti, scippi e rapine, peraltro già punibili fino a 20 anni, tanto almeno questi reati i politici non li commettono.
Infine la riforma dell’ergastolo, con la modifica dell’art. 4 bis dell’Ordinamento penitenziario: quello che esclude i detenuti per mafia non pentiti dai benefici e dalle pene alternative al carcere.
Il ddl parla di rivedere “modalità e presupposti d’accesso alle misure alternative, sia con riferimento ai presupposti soggettivi sia con riferimento ai limiti di pena, al fine di facilitare il ricorso alle stesse, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo”; e di eliminare “automatismi e preclusioni che impediscono o rendono molto difficile l’individualizzazione del trattamento rieducativo” e cambiare “la disciplina di preclusione dei benefici penitenziari per i condannati alla pena dell’ergastolo, salvo i casi di eccezionale gravità e pericolosità e in particolare per le condanne per i delitti di mafia e terrorismo anche internazionale”.
Se oggi gli autori di reati gravissimi non possono accedere a benefici e alternative, in futuro spetterà al giudice valutare caso per caso: se dirà no, lo farà a suo rischio e pericolo, esponendosi a vendette e rappresaglie, perchè avrebbe potuto anche dire sì, mentre finora era la legge a imporgli il no.
E il giudice colluso potrà dire sì e favorire gli amici degli amici.
Le esclusioni (“salvo i casi” ecc.) sono così vaghe che non si capisce se mafiosi e terroristi saranno sempre esclusi, o invece toccherà al giudice misurare l’“eccezionale gravità ” dei reati per decidere se metterli fuori in anticipo.
La logica dice che l’interpretazione corretta è la seconda, altrimenti non si vede il motivo della riforma: già oggi l’ergastolo esiste davvero solo per stragisti mafiosi e terroristi non pentiti,mentre gli altri stragisti e assassini sono ammessi ai benefici di legge ed escono dopo 30 anni (in realtà 20 o poco più con la “liberazione anticipata”, che ogni anno abbuona 5 mesi su 12).
Non a caso Riina inserì l’abolizione dell’ergastolo in cima al “papello” consegnato nell’estate ’92 agli uomini della Trattativa, insieme con la fine del 41 bis, la chiusura delle supercarceri e la riforma dei pentiti (tutte richieste puntualmente accolte).
La micidiale tenaglia ergastolo-carcere duro, ideata da Falcone, cominciava a produrre gli effetti sperati: molti mafiosi, pur di non finire i propri giorni in galera, scelsero di collaborare, facendo catturare centinaia di latitanti e scoprire i colpevoli di migliaia di delitti.
Terrorizzati dalle loro rivelazioni sulla trattativa, nel 1999 i partiti abolirono l’ergastolo, dimostrando che la trattativa era più che mai in corso.
Solo le proteste di pm e parenti delle vittime, Maggiani Chelli in prima fila, costrinsero il Parlamento a tornare sui suoi passi un anno dopo.
Ora vedremo se i nuovi allarmi sono fondati o no: dipenderà da come verrà scritta la legge delega e poi il decreto delegato del governo.
Ma il fatto stesso che si riapra quella porta, col rischio che vi si infilino le solite manine e manone, giustifica l’interrogativo: che bisogno c’è di riformare l’ergastolo, di fatto riservato ai terroristi e ai mafiosi, se non si vogliono favorire i terroristi mafiosi?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
MEZZOGIORNO D FUOCO: I DISSIDENTI ABBANDONANO IL TAVOLO DELLA RIFORMA DEL SENATO
È il Mezzogiorno di fuoco sulle riforme. Con la minoranza che lascia il tavolo.
Accade quando si riunisce l’ennesima riunione del Pd sulle riforme.
Doris Lo Moro gela il ministro Boschi e Anna Finocchiaro: “Questa riunione – dice – non ha senso. Perchè noi stavamo qui a discutere e a trattare di articolo due ma il premier ha dichiarato che l’articolo 2 non si tocca e non si tratta. Dunque questa riunione non serve più perchè Renzi non vuole dialogare. Non sono io che me ne vado, ma questa riunione a non avere senso. Arrivederci”.
E lascia la stanza di palazzo Madama, lasciando di stucco Boschi e Finocchiaro, ma anche gli altri presenti: il sottosegretario Pizzetti, e capigruppo Zanda e Rosato.
È una posizione condivisa in una serie di riunioni della minoranza. Dopo che le parole di Renzi a Otto e Mezzo hanno fatto scattare il warning. Che era nell’aria da giorni, visto che, per dirne una, la mediazione proposta da Giorgio Tonini è stata silenziata e rottamata da palazzo Chigi. Allarme che è scattato anche nelle stanze di Pietro Grasso che – in privato – non ha celato il suo disappunto, cogliendone un sapore di sfida e anche un certo sgarbo istituzionale.
Perchè non solo il premier risponde agli auspici del presidente del Senato sulla necessità di un accordo politico con un classico “non tratto”, ma scarica sulla Seconda carica dello Stato le fibrillazioni della minoranza: “Problema di Grasso”.
Chi non perde l’ottimismo è Maria Elena Boschi, secondo cui “non è saltato nessun tavolo” e la trattativa va avanti.
“Io sono ottimista, secondo me l’accordo lo raggiungiamo” afferma il ministro, che si dice dispiaciuta per la decisione della senatrice Lo Moro e sottolinea che nelle riunioni “sono emerse alcune differenze all’interno della stessa minoranza tra Camera e Senato”.
“Stiamo lavorando, anzi abbiamo fatto dei passi in avanti importanti in questi giorni su diversi punti. I contatti continueranno anche nelle prossime ore e nei prossimi giorni, penso che sia necessario ovviamente lavorare sapendo che abbiano l’impegno di completare il lavoro entro il 15 ottobre e che i tempi quindi stringono”.
Il clima si fa incandescente davvero. Istituzionalmente.
Perchè sulle spalle di Grasso c’è una decisione (quella se votare o meno l’articolo due) che rischia di trasformare il Senato davvero in un western. E Politicamente. Perchè ormai i Pd sono due. Incomunicabili.
Denis Verdini, che tiene il pallottoliere con Luca Lotti è certo che Renzi “asfalterà ” la minoranza: “Alla fine – ha confidato Verdini – la sinistra non supera i 15”. Ed è certo che qualche assenza strategica arriverà da Forza Italia. Dalle parti della minoranza assicurano invece che “quota 25” non è in discussione.
Tra una settimana l’Aula.
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
DOVEVANO ESSERE RIDOTTE, ALLA FINE IL GOVERNO LE HA AUMENTATE
Come si sa, noi siamo renziani della prima ora. Il corollario è che da quando è cominciato quello
sdoppiamento della personalità del premier giornalisticamente definito — dall’interessato — “Renzi 1” e “Renzi 2” siamo confusi: il primo, per dire, taglia le auto blu, il secondo ne ordina il doppio a noleggio.
Insomma, non si sa più a quale Renzi dar retta.
Noi, però, non riusciamo a dimenticare le parole d’ordine del fu premier rottamatore. Prendiamo la gloriosa conferenza stampa del 18 aprile 2014, quella del “mitico” — direbbe lui — decreto sugli 80 euro: “La riduzione della spesa passa da alcuni gesti simbolici”, spiegò all’uditorio.
E via con la slide: “Ora X: Italia coraggiosa e semplice. Massimo 5 vetture a ministero”. Commento di Renzi: “Cosa vuol dire? La dico male: i sottosegretari vanno a piedi. Sarà la riduzione di auto blu più significativa della storia”. Era talmente in forma, il premier, che rispondeva da solo alle possibili obiezioni: “Mi dicono: ma quanto fai con questa misura? Pochi milioni di euro, ma passa un principio che è fondamentale: si restituiscono soldi agli italiani, ma si inizia pure a restituire fiducia e credibilità alla politica”.
Ora però il Renzi 2 — e i renziani 2 a ruota — dicono che è ora di piantarla col “populismo”, nuova definizione ufficiale dei “gesti simbolici” (l’unica cosa con cui non la piantano sono i tagli di spesa pubblica: nel 2016 ne arrivano per 10 miliardi).
E dunque se il governo di “Renzi 1” tagliava le auto blu, le metteva in vendita su Ebay e si vantava di averne cancellate 3 mila in pochi mesi; l’esecutivo di “Renzi2”a dicembre 2014 ordinava un appaltone Consip (base d’asta: 106 milioni di euro) per il noleggio di seimila auto (5.900 per l’esattezza) per la Pubblica amministrazione.
Renzi 1 toglie, Renzi 2 ridà . È la vita.
Ogni anno verso l’autunno la Consip — la società controllata dal ministero del Tesoro che si occupa degli acquisti del settore pubblico — scopre di quante macchine di servizio a noleggio (senza conducente) ha bisogno la Pubblica amministrazione e poi organizza l’asta.
La richiesta per quest’anno è aumentata perchè il governo renziano, per dar seguito ai propositi mediatici del Capo, ha tagliato senza criterio e ha bloccato gli acquisti, tranne che per la sicurezza (volanti della polizia) e la sanità (le ambulanze degli ospedali).
Più palazzo Chigi taglia, o simula il taglio, più s’impenna la quota di macchine a noleggio. È come il gioco delle tre carte.
Con le concessionarie che vincono la gara, Consip stipula una convenzione della durata di 12 mesi e fissa il limite di spesa (per il 2015, appunto, sono 106 milioni di euro), poi ciascuna amministrazione quella centrale, cioè ministeri e governo — riceve l’auto che preferisce per un paio di anni o al massimo tre: modello utilitaria a benzina, berlina di media cilindrata a diesel oppure monovolume a metano o anche elettrica.
Consip prevede un esborso per il 2015 di 106 milioni, somma (esclusa Iva) che va ridotta di un 10-15 per cento se l’asta viene aggiudicata con un buon ribasso.
Rispetto al 2013 (gestione condivisa Monti-Letta), Consip pagherà 26 milioni in più — da 80,3 milioni a 106 — per quasi duemila vetture in più (5.900 anzichè 4.075).
Il bando è composto da cinque lotti, si passa dalle “auto formato città , compatte a benzina” alle “berline medie diesel da 90 kw”.
Le care vecchie auto blu.
Marco Palombi e Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
VENDENDO AUTO SU EBAY HA INCASSATO 850.000 EURO: UNA SETTIMANA DI VOLO
Le seguenti cose sono tutte vere: il governo Renzi quest’anno ha fatto tagli lineari alle Regioni per 4 miliardi (2,3 dei quali si sono scaricati sulla sanità ), ai comuni per altri 1,2 miliardi e alle province per uno; il governo Renzi si prepara a fare altri 10 miliardi di tagli lineari nel 2016 chiamandoli spending review; il premier ha trovato il modo — dopo mesi di insistenze coi suoi uffici— di prendere in leasing un super aereo capace di fare tutte le rotte transoceaniche senza scali; nel weekend se n’è andato a vedere una partita di tennis a New York spendendo oltre 150 mila euro solo di aereo di Stato con la scusa dell’Italia che vince (Matteo, ma mica era la Fed Cup…); da un lato si vanta di aver tagliato 3.018 auto blu e dall’altro pubblica bandi per noleggiarne 6 mila in un anno; vende le macchine dello Stato su eBay e lui va e viene tra Pontassieve e Roma con l’elicottero.
Il jet: 40 milioni l’anno Da eBay: 850 mila euro.
La sua risposta è questa: “Si guardi ai costi di palazzo Chigi prima e dopo la cura: noi stiamo facendo i tagli sulla spesa pubblica, ma l’idea che le alte cariche dello Stato non si muovano coi voli di stato appartiene a una dinamica molto populista”.
Che dire? I conti di palazzo Chigi sono più o meno uguali a prima: cioè a prima vista c’è una spettacolosa riduzione dei costi di oltre un miliardo e mezzo (su 3,1 di budget 2014), in realtà poi leggendo si scopre che è dovuto solo al fatto che la Protezione civile passa a livello contabile sotto il Tesoro, mutui compresi.
Quanto al populismo, fu proprio Renzi (ai tempi del “Renzi 1”) a cavalcare i temi anticasta per arrivare alla conquista del Pd e di palazzo Chigi, tranne cambiare idea dopo aver raggiunto lo scopo e passato lo scoglio delle Europee (“Renzi 2”).
In ogni caso, quando un presidente del Consiglio ritiene di dover applicare politiche restrittive sulla spesa pubblica e, dunque, tagliare servizi ai cittadini, il minimo che deve al suo Paese è il buon esempio.
Il gioco delle tre carte sulle auto blu— tema che lo stesso Renzi lanciò in grande stile nei primi mesi di governo — è ancora più insultante se si fanno un po’ di “conti della serva” sul cortocircuito tra la propaganda del premier e i suoi comportamenti.
A marzo 2014 il governo cominciò a mettere in vendita le auto blu su eBay.
Ad aprile, in conferenza stampa , Renzi si vantava: un “gesto simbolico”, ma doveroso e, comunque, “sono centinaia di migliaia di euro che stanno entrando”.
A stare a http://www.governo.it sono “entrati” in tutto 857.508 euro dalla vendita di 107 macchine: circa 8mila euro l’una. Neanche poco.
Ora però si scopre che il premier s’è preso in leasing il super aereo col wi-fi, la sala riunioni e tutte le cose che gli mancavano sulle attuali ammiraglie della “flotta blu”, cioè gli Airbus A319.
Il modello prescelto pare sia un Airbus A340 che, a prezzi di mercato, viene via tra i 600 mila euro e il milione a settimana: se scegliamo il costo medio , cioè 800 mila ogni sette giorni, all’anno il conto supera di un bel po’ i 40 milioni di euro.
Insomma, per pagarsi l’aereo per un solo anno dovrebbe vendere 5.300 auto blu a ottomila euro l’una.
Nel “negozio” del governo su Ebay, però, “al momento, vi sono 0 inserzioni”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA PROVINCIA DI BERGAMO NON E’ PIU’ IN GRADO DI FINANZIARE LO SCUOLABUS, CI PENSANO I PRIVATI, MA L’ENTE BLOCCA TUTTO: “E’ CONCORRENZA SLEALE”
A San Pellegrino c’è un istituto alberghiero servito malissimo dai pullman, che hanno ulteriormente
ridotto le corse dopo gli ultimi tagli della Regione, conseguenza inevitabile di quelli del governo.
Potendoselo permettere, le famiglie dei milleduecento studenti affittano un paio di automezzi e organizzano un servizio alternativo di scuolabus.
Lo spirito è quello di Alessandro Gassmann che prende la scopetta per pulire il marciapiede sotto casa.
Il privato che subentra al pubblico e supplisce alle sue carenze, riconoscendo un’amara verità : certi servizi, un tempo finanziati dalle tasse, oggi per funzionare richiedono un contributo supplementare — in tempo e in denaro — da parte di chi ne fruisce.
Quand’ecco la sorpresa.
La Provincia di Bergamo (ma non erano state abolite, le province?) blocca il progetto dei genitori degli alunni, tacciandolo di concorrenza sleale.
A riprendere in mano i fili della storia, sembra di impazzire.
Un’istituzione che non dovrebbe più neppure esistere mette i bastoni tra le ruote (è il caso di dirlo) a un’iniziativa privata sorta per garantire un servizio che gli enti locali non sono più in grado di fornire. Bollandola come concorrenza sleale.
Ma concorrenza sleale a chi? A qualcosa che non c’è o comunque non funziona.
Per il burocrate di casa nostra, evidentemente spalleggiato dalle leggi, il cittadino è costretto ad accontentarsi della sbobba sempre più scadente passatagli di mala grazia dal convento pubblico.
Se pretende un piatto di spaghetti al dente ed è persino disposto a pagarselo, deve rinunciare perchè trattasi di concorrenza sleale. Alla sbobba.
Massimo Gramellini
(da “La La Stampa”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
LA RIPRESA AIUTA, MA PER STATALI E TURISMO LA STRADA E’ IN SALITA
Sono oltre 6 milioni e mezzo i lavoratori dipendenti italiani che si aspettano il rinnovo dei loro contratti nazionali collettivi di lavoro.
Una volta la si sarebbe definita la ricetta perfetta per un autunno caldo, all’insegna di scioperi finalizzati a conquistare aumenti salariali o miglioramenti normativi.
Non è detto che vada così in questo scorcio finale di 2015.
Come spiegano gli addetti ai lavori, ci sono le condizioni potenziali per una stagione di rinnovi decisamente tranquilla.
Sembra esserci un venticello di ripresa economica, che in teoria dovrebbe suggerire alle imprese di evitare irrigidimenti per far marciare gli impianti a pieno regime. Ma ci sono altrettante validissime ragioni per immaginare che la stagione contrattuale possa essere conflittuale e complessa.
A cominciare dalla sensazione – diffusa nel mondo imprenditoriale, e apparentemente corroborata da alcune iniziative del governo – che dopo l’abolizione dell’articolo 18, e di altre regole conquistate dai sindacati negli Anni 70, possano saltare altri vincoli.
Ad esempio, la piena libertà di sciopero, oppure la stessa esistenza del «classico» contratto nazionale, già cancellato negli stabilimenti della Fca
Lo sapremo presto. Così come sapremo se la tornata contrattuale riguarderà effettivamente anche gli oltre tre milioni di dipendenti pubblici (sanità , enti locali, ministeri, scuola e università ).
Persone che a causa del blocco stabilito da più governi, non riescono a rinnovare i loro contratti da molti anni.
Ma come si ricorderà è giunta la Corte Costituzionale a obbligare il governo – che non ne aveva nessuna intenzione – ad aprire le trattative con la recente sentenza.
Il negoziato ci sarà ; ma non è detto che sia fruttuoso. Tutto dipenderà dal governo: se vorrà o meno stanziare le risorse per gli aumenti salariali nella legge di Stabilità . A quel che si capisce qualche soldo verrà messo; ma molto pochi.
Un discorso a parte va fatto anche per i metalmeccanici. Qui da tempo è quasi impossibile mettere d’accordo la Fiom di Maurizio Landini con Fim e Uilm. È probabile il varo di due piattaforme, altamente probabile il rischio di complicazioni.
In teoria, tutto il contrario dovrebbe capitare nel comparto della chimica (farmaceutica, chimica, gomma e plastica, gas e acqua, energia). Normalmente sono contratti rinnovati senza un’ora di sciopero: le piattaforme sono già state varate, sono unitarie e prevedono richieste di aumento dai 100 ai 130 euro.
Centomila circa sono i dipendenti delle industrie alimentari: anche qui il confronto non dovrebbe essere particolarmente teso.
Più complicati sono i rinnovi nel terziario, dove i contratti (grande distribuzione, alberghi e pubblici esercizi, imprese di pulizia) sono scaduti da due anni.
L’atmosfera è pesante: le associazioni datoriali «chiudono», e già sono stati proclamati scioperi negli iper e supermercati.
Prematuro è immaginare che sarà del rinnovo del contratto dei 400 mila dipendenti del tessile e abbigliamento: il contratto scadrà nel marzo 2016, ma il lavoro preparatorio sta cominciando.
E difficile è anche immaginare che conseguenze avrà sulle trattative la proposta del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi lanciata proprio su «La Stampa»: non rinnovare i contratti in scadenza, e modificare il sistema contrattuale con aumenti legati alla produttività e pagati a consuntivo.
«È una proposta quasi provocatoria – la boccia Paolo Pirani, autorevole leader della Uiltec-Uil – oggi lavori, e che salario avrai lo sai solo domani? La retribuzione non può essere una specie di bonus, una variabile dei profitti».
Roberto Giovannini
(da “La Stampa”)
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Settembre 15th, 2015 Riccardo Fucile
IL NODO HOTSPOT PER LA REGISTRAZIONE E I RIMPATRI
Un accordo “di principio” che somiglia molto a un rinvio. E un rinvio che ha il sapore di una sconfitta. 
Non passano, per ora, le quote obbligatorie per la redistribuzione dei 120mila rifugiati proposte dalla Commissione.
Anche sul numero, per ora non si trova un’intesa.
I ministri dell’interno riuniti ieri a Bruxelles si limitano a prenderne atto: «i numeri proposti dalla Commissione costituiscono la base per un accordo sulla distribuzione di queste persone entro l’Unione europea », era scritto nell’ultima bozza su cui i rappresentanti dei governi si sono azzuffati fino a tarda sera. La spaccatura è talmente profonda che alla fine si è rinunciato a sottoscrivere una dichiarazione comune lasciando alla presidenza lussemburghese il compito di illustrare le conclusioni.
Ogni decisione è rinviata alla prossima riunione del Consiglio affari Interni, che si terrà l’8 ottobre a Lussemburgo.
Si ripete insomma, almeno per ora, il brutto pasticcio di questa estate.
Il 20 luglio, di fronte alla richiesta di Bruxelles di ripartire 40mila rifugiati in Italia e Grecia, i governi dissero no alle quote vincolanti e optarono per una redistribuzione volontaria. Ma già allora molti si tirarono indietro.
Risultato: disponibilità ad accogliere solo 32mila persone. E gli 8mila posti mancanti, finora, non si sono ancora trovati. Figuriamoci ora, che i profughi da trasferire salgono a 160mila.
La giornata di ieri dedicata alla crisi migratoria è corsa su due binari paralleli, che si sono rivelati entrambi in salita.
Da una parte la questione della redistribuzione, dall’altra quella dei cosiddetti hotspot , cioè i centri per la registrazione dei migranti e per la classificazione tra quanti hanno potenzialmente diritto all’asilo politico e quanti devono invece essere rimpatriati.
Sulla ridistribuzione, come si è detto, si è arrivati sostanzialmente ad un rinvio, pur accettando in linea di massima le cifre proposte dalla Commissione.
L’opposizione ad un sistema di quote vincolanti da parte di cechi, ungheresi, slovacchi e polacchi, sostenuti dai tre baltici, è risultata insormontabile.
Fino a tarda sera la discussione è stata bloccata dal ministro della Slovacchia che esigeva nelle conclusioni un riferimento esplicito al principio della «volontarietà ».
Proprio questa ostinazione, alla fine, ha impedito che si approvassero le conclusioni.
Il timore dei Paesi dell’Est è che a ottobre, in mancanza di un accordo, la presidenza lussemburghese decida di mettere la questione ai voti e di far passare le quote vincolanti a maggio- ranza.
Per questo vogliono fin da ora garanzie che non saranno obbligati ad ospitare contingenti di rifugiati senza il loro esplicito consenso
La seconda partita che si è giocata ieri riguarda la questione della registrazione e del rimpatrio degli irregolari che non hanno diritto all’asilo.
L’operazione deve essere fatta nei Paesi di accesso all’Unione, cioè in pratica Italia, Grecia e Ungheria. I centri dovrebbero aprire al più tardi entro l’anno. Francia e Germania premono moltissimo su questo punto, e ne fanno una pre-condizione per far partire la redistribuzione dei contingenti. Ieri, prima dell’apertura dei lavori, si è tenuto un incontro ristretto cui hanno partecipato, oltre ad Alfano, i ministri tedesco, francese, greco e ungherese e il commissario Avramopoulos.
La Grecia e l’Italia hanno accettato, almeno in linea di principio, la creazione degli hotspot gestiti in collaborazione con gli esperti europei. Da noi dovrebbero essere sei: il primo a Lampedusa e gli altri vicino ai centri di prima accoglienza. Ma l’Ungheria continua a rifiutarsi di registrate i profughi e dunque respinge la richiesta dei partner europei.
Quanto all’Italia, spesso accusata di non registrare i migranti che sbarcano sulle nostre coste e minacciata ieri dai francesi di un nuovo blocco alle frontiere, il ministro Alfano ha messo alcune condizioni.
La prima è che i centri di registrazione aprano solo dopo che sarà cominciata la redistribuzione dei rifugiati.
Andrea Bonanni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 14th, 2015 Riccardo Fucile
FORZA LAVORO MAGGIORE CHE IN GERMANIA MA PAGANO IL PREZZO DELLA CRISI
Sono 2,7 milioni. Valgono 123 miliardi di Pil. Producono il 9% della ricchezza italiana. E rappresentano quasi l’11% della forza lavoro in Italia.
Si chiamano Mohammed, Vasile, Hanaa, Dimitru, Ioana. Nomi che oggi suonano familiari, col loro carico di storia, tradizioni e significati antichi.
Per vivere si logorano nei cantieri, si sfiancano nelle fabbriche, si affaticano nei negozi, si consumano nelle campagne.
Ma, soprattutto, lavorano – tanto – dentro le nostre case e accanto alle nostre famiglie: badanti, assistenti e collaboratori domestici. Sono i lavoratori stranieri dichiarati (regolari, s’intende) che rappresentano oltre la metà dei 5 milioni di immigrati attualmente residenti in Italia.
Ben 190 le differenti nazionalità presenti e spalmate lungo tutto il territorio.E mentre in queste settimane in Europa si cerca un’intesa sul piano di ricollocamento d’emergenza per 120mila profughi (da cui Gran Bretagna, Danimarca e buona parte dei Paesi dell’Est hanno deciso di restare fuori), l’esodo, con tanto di record di arrivi via mare, non si arresta.
Dimensioni di un fenomeno su cui gli economisti non hanno dubbi: troppo grandi – lo ha spiegato Maurizio Ricci su Repubblica – per liquidarle con gli aneddoti sui due ragazzi di colore fermi a non far niente sul marciapiede o sulla famiglia araba che abita nell’alloggio di edilizia popolare.
A dispetto della propaganda di alcune parti politiche, infatti, l’immigrazione conviene. Perchè chi arriva qui produce. E paga le tasse.
Nel Bel Paese, ad esempio, senza il contributo degli stranieri, il governo sarebbe a caccia di 7 miliardi per coprire la Finanziaria. Secondo i calcoli, per salvare le pensioni degli europei occorrono 250 milioni di rifugiati entro il 2060.
Da tempo, però, in Italia l’immigrazione è vissuta come “emergenza” e ancora poco si guarda al “giorno dopo”, a quello che accade quando i cittadini stranieri si inseriscono nel tessuto sociale locale. La sfida vera.
Attraverso i numeri è possibile monitorare l’andamento dell’integrazione lavorativa e scolastica degli stranieri giunti in Italia. Cifre alla mano, ecco qual è la situazione a oggi (fonti: Istat, Eurostat, Ocse, ministero del Lavoro, Miur).
Quanti sono.
La presenza straniera nel nostro Paese è costantemente in crescita.
Secondo i dati elaborati da Openpolis per Repubblica. it, dal 2002 in avanti la percentuale di stranieri residenti in Italia è quadruplicata, passando dal 2,4% all’8,1% del 2014.
La loro distribuzione territoriale, però, non è omogenea: la Sardegna ha un 2,5% di popolazione straniera residente mentre l’Emilia-Romagna raggiunge quota 12 per cento. In totale, tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, i residenti non italiani sfondano la soglia dei 5 milioni.
Nonostante la comunità più numerosa venga da un Paese europeo (oltre un milione i rumeni residenti in Italia), sono i cittadini non comunitari a rappresentare la sfida più grande: 3,9 milioni di cittadini extra Ue regolarmente soggiornanti in Italia con permesso di soggiorno, per lo più di lungo periodo (56,25 per cento).
Nel dettaglio, lo scorso anno in Italia la comunità rumena ha superato per la prima volta il milione di persone ed è di gran lunga la più numerosa sul nostro territorio: si tratta del 21,97% della popolazione straniera.
Molto più distanti le altre nazionalità , con i cittadini albanesi e marocchini – al secondo e terzo posto quanto a presenza – che non raggiungono neanche quota 500mila.
Quanto a distribuzione geografica, le differenze in Italia sono tante.
Se in 6 regioni oltre il 10% dei residenti è straniero, in alcune – come Basilicata, Puglia e Sardegna – hanno raggiunto solo negli ultimi anni la quota del 2 per cento: una fetta che l’Italia intera raggiungeva nel 2002.
A guidare la classifica c’è l’Emilia-Romagna con 12 residenti su 100 che sono stranieri, seguita da Lombardia (11,3) e Umbria (11,1).
Numeri più bassi per le regioni del sud, con percentuali che raggiungono al massimo, come nel caso della Calabria, il 4% di residenti stranieri: la metà della media nazionale.
Forza lavoro.
Nel 2014 in Italia la percentuale di forza lavoro straniera (regolare) ha sfiorato l’11% (10,8), ben oltre la media Ue (7,07%), e davanti alle altre potenze del Vecchio Continente: Regno Unito (9,7%), Germania (9,3%) e Francia (5,30 per cento).
In soli 10 anni la percentuale di lavoratori non italiani sul totale della forza lavoro è più che raddoppiata, con un dato iniziale nel 2004 che superava di poco il 4 per cento. Secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa, oggi i migranti valgono circa 123 miliardi di Pil e producono il 9% della ricchezza italiana.
Per quel che riguarda la distribuzione, sono molte le differenze a livello regionale, con una percentuale media che passa dal 5,3% del Mezzogiorno al 13% di Nord-Est e Centro.
Evidente anche la maggiore concentrazione in settori specifici.
La forza lavora straniera aumenta nell’agricoltura e nelle costruzioni, raggiungendo rispettivamente il 14,20% e il 16,67 per cento.
Storicamente il tasso di occupazione dei lavoratori stranieri extra-Ue è sempre stato superiore a quello degli italiani. Un divario che nel 2006 era di oltre 7 punti percentuali (58% degli italiani contro il quasi 66% degli stranieri), ma che lentamente si è assottigliato.
Ma come si spiega il gap attuale che è di soli 1,9 punti percentuali?
Le cause principali vanno cercate nella crisi economica, che ha particolarmente danneggiato gli stranieri, e nel cambiamento demografico: mentre la prima generazione era composta quasi solo da lavoratori, la seconda comprende anche studenti
E ancora: il tasso di occupazione dei cittadini non comunitari residenti in Italia (57,6%) è in linea con la media europea (57%).
Ma se oggi i dati rispecchiano quella che è la tendenza generale, va sottolineato come gli stranieri residenti in Italia abbiano sofferto più che altrove la crisi economica. Dal 2006 il tasso di occupazione dei nati extra Ue-28 è diminuito del 13% in Italia, e ” solo” dell’8% nel resto del continente.
Quanto guadagnano.
Un elemento che emerge con prepotenza è quello remunerativo.
L’80% dei dirigenti italiani guadagna più di 2mila euro al mese contro il 58% dei pari livello di origine extra europea.
A parità di lavoro non c’è quindi parità di compenso.
E ancora, se l’8,3% degli occupati italiani guadagna più di 2mila euro al mese, la percentuale scende ad appena lo 0,6% per i lavoratori extra-Ue.
Più nel dettaglio: l’80,8% dei cittadini extra-Ue guadagna un massimo di 1.200 euro al mese, quasi il doppio rispetto agli italiani (43,8%).
E mentre il 55,2% degli italiani guadagna oltre 1.200 euro, la percentuale scende al 19,2% per i cittadini extra-Ue.
Quali occupazioni.
Italiani e stranieri svolgono lavori molto diversi. Il 31,3% dei residenti extra-Ue si occupa di servizi collettivi e alle persone (è l’ambito principale) mentre solo il 5,2% degli italiani è impiegato in questo settore.
Al contrario, se il 16% degli italiani lavora nel settore ‘istruzione, sanità e servizi sociali’, soltanto il 3,7% dei residenti extra-Ue è impiegato in tale comparto.
Cifre molte vicine invece per l’industria, che dà lavoro al 20% degli italiani e al 19% dei cittadini extra-Ue.
E’ immigrata, lo si diceva, la maggior parte dei lavoratori domestici: si avvicinano a quota 600mila, sono colf, badanti o baby sitter e superano gli italiani che in questo settore lavorano in poco più di 200mila (dunque meno della metà ).
Fra i primi dieci settori in cui sono occupati gli immigrati, seguono la ristorazione, il commercio al dettaglio, le attività di costruzione e quelle agricole.
Nelle costruzioni la presenza dei lavoratori immigrati è strutturale e storica, soprattutto nel comparto dell’edilizia è straniero il 16,7% dell’intera forza lavoro: sono in tutto quasi 250mila lavoratori (50mila in meno del dato pre-crisi).
Scolarizzazione.
La presenza di una seconda generazione di immigrati impone uno sguardo attento sui dati legati all’istruzione. Al pari della forza lavoro, anche la percentuale di alunni stranieri iscritti alle scuole italiane risulta in costante crescita. Si è passati dal 4,8% dell’anno scolastico 2005-2006, al 9% del 2013-2014.
Numeri che contengono anche un altro elemento di novità . Nell’anno scolastico 2013-2014 è risultato nato in Italia il 51,72% degli oltre 802mila alunni stranieri iscritti agli istituti italiani.
E dunque, per la prima volta nella storia del nostro Paese, gli studenti stranieri nati in Italia hanno superato quelli nati all’estero.
Tuttavia, se anche crescono le percentuali, è vero che permangono le differenze con i colleghi italiani per quel che riguarda percorso e risultati.
L’11% degli alunni italiani è in ritardo sull’iter scolastico. Tale percentuale, però, è tre volte più alta per gli stranieri (36 per cento).
Il tasso di uscita precoce dal sistema di istruzione è del 13% per gli italiani e del 34% per gli alunni extra-Ue.
Numeri, questi, che si riferiscono agli studenti iscritti alle scuole dell’infanzia, primaria, secondaria di primo grado e secondaria di secondo grado. Ma anche all’università le cose non vanno meglio.
L’Italia è il paese europeo con la percentuale più bassa di stranieri laureati (12,4%), in confronto a una media europea del 32,3%.
Inoltre la durata media del primo lavoro superiore a tre mesi per i figli di immigrati in Italia è la più breve fra i paesi Ocse: 11 mesi nel Bel Paese mentre in Francia, Germania e Regno Unito si raggiungono rispettivamente 18, 25 e 32 mesi
Giovani che non studiano e non lavorano.
Sono considerati Neet coloro che – di età compresa fra i 15 e i 24 anni – non sono iscritti a scuola nè all’università , non lavorano e non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale.
Con la crisi, in Italia, la percentuale di Neet fra i 15 e i 24 anni è aumentata notevolmente, passando dal 16,8% del 2006 al 22,1% del 2014. Scorporando il dato, fra italiani e stranieri emergono notevoli differenze.
Nell’ultimo anno di rilevazione, infatti, i Neet italiani erano il 21,2%, gli stranieri il 31,3%.
Uno scarto di circa 10 punti percentuali che è rimasto invariato rispetto al 2006: italiani 16,30% e stranieri 26,50 per cento.
Michela Scacchioli
(da “La Repubblica”)
argomento: Immigrazione | Commenta »