Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
DATI OMS: ENTRO IL 2050 RADDOPPIERA’ IL NUMERO DEGLI OVER 60 NEL MONDO
L’Italia è il paese «più vecchio» in Europa con il 21,4% dei cittadini over 65 e il 6,4% over 80, è secondo al mondo preceduto solo dal Giappone.
Lo rivela un rapporto dell’Oms, l’Organizzazione Mondiale della Sanità presentato a Washington alla vigilia della Giornata Internazionale degli Anziani (1 ottobre e il 2 ottobre si celebra in Italia la Festa dei nonni).
2 miliardi di over 60 nel 2050
Il rapporto in generale evidenzia che il nostro mondo sta invecchiando rapidamente. Entro il 2050 raddoppierà il numero degli over 60 – da 900 milioni di oggi due miliardi – , mentre già entro il 2020 i “seniors” supereranno in numero i bambini di cinque anni. Oggi, per la prima volta nella storia, la maggior parte delle persone raggiungono e superano i 60 anni, mentre 125 milioni di persone nel mondo raggiungono gli 80; entro il 2050 la maggior parte di questi – 120 milioni – vivranno in Cina, mentre 434 milioni nel resto mondo.
Il dato italiano
L’Italia, grazie a fattori come l’accessibilità universale e l’alto livello del sistema sanitario tra cui anche i risultati raggiunti nella salute materno-infantile, è al secondo posto per numero di anziani al mondo, in Europa davanti a Germania e Portogallo.
Nei prossimi 20 anni Cile, Cina, Iran e Russia avranno una proporzione simile di popolazione anziana come quella del Giappone, il Paese con il più alto tasso di popolazione anziana nel mondo.
Le donne costituiscono la maggioranza delle persone anziane e forniscono gran parte della cura familiare per coloro che non possono più prendersi cura di se stessi.
Le sfide da vincere
«L’agenda globale di sviluppo deve adottare cambiamenti in linea con una società più anziana pensando in particolare le donne che costituiscono la porzione più consistente degli “over 60”», dice Flavia Bustreo, vice Direttore Generale dell’Oms per la Salute della Famiglia, delle Donne e dei Bambini.
«I 70 anni non sembrano ancora essere diventati i nuovi 60. Ma potrebbe essere così. Anzi, dovrebbe essere così», conclude
Il rapporto mette in luce tre aree chiave di intervento che richiederanno un cambiamento. La prima è quella di rendere i luoghi in cui viviamo molto più piacevoli e fruibili per le persone anziane.
Inoltre, è fondamentale che i sistemi sanitari siano allineati con le esigenze degli anziani: con sistemi in grado di fornire assistenza per le malattie croniche, più frequenti in età avanzata.
I governi devono, infine, sviluppare sistemi di assistenza a lungo termine che possano ridurre l’uso improprio dei servizi sanitari e garantire alle persone che vivono i loro ultimi anni di farlo con dignità .
«Le famiglie avranno bisogno di sostegno per fornire assistenza, dando maggiore libertà alle donne, che spesso sono anche coloro che si prendono in carico la cura per i familiari più anziani», conclude Flavia Bustreo.
(da agenzie)
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Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
TRA MUSEI CHIUSI E RESTAURI A META’…PAGATI E MAI CONSEGNATI
Con la pubblicazione dell’elenco della Sicilia il quadro delle opere incomplete, censite sul territorio
nazionale, aggiornata almeno al 2014, è delineato. ù
Il numero complessivo è impressionante: 868 fra laghi artificiali e teatri, palazzi di Giustizia e opere di urbanizzazione, case di riposo e strade, opere portuali e reti fognarie, scuole e parcheggi, palestre e piste ciclabili e sottopassi ferroviari, autodromi e sistemazione idraulica di corsi d’acqua.
Una casistica sterminata che comprende anche un numero più che cospicuo di opere riguardanti il nostro Patrimonio culturale.
Nella maggior parte dei casi i lavori “avviati, risultano interrotti entro il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione, non sussistendo, allo stato, le condizioni di riavvio”.
Più raramente i lavori “avviati, risultano interrotti oltre il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione”, oppure “ultimati, non sono stati collaudati nel termine previsto”.
Opere, realizzate in percentuali molto differenti, per le quali sono stati impegnate risorse importanti. Soprattutto regionali, episodicamente erogate da Soprintendenze e Camere di commercio.
BIBLIOTECHE
Una classifica delle occasioni perse guidata dalla Sicilia, ma nella quale si posizionano subito dopo Toscana e poi Sardegna e Abruzzo, quindi Calabria, Puglia ed Emilia Romagna.
L’elenco comprende anche le biblioteche. Come quella di Vallemosa, in Sardegna, che avrebbe dovuto essere ospitata nella ex casa comunale, ristrutturata all’80,33% con 600mila euro. Ma anche come quella con annesso Auditorium di Curno, in Lombardia, realizzata al 95,50% con 1 milione 980mila euro.
Passando per quella, con annesso Auditorium, di Paceco, per la quale sono stati impegnati 1 milione 582mila euro, con un 31,40% realizzato.
Senza contare quella universitaria di Pisa, realizzata all’85,75% dalla Soprintendenza per le province di Pisa e Livorno, con 500 mila euro.
MUSEI
Numerosi anche i musei. A partire da quello di Berchidda, in Sardegna, dedicato ai Pavimenti antichi, opifici e percorsi di arte e cultura, che avrebbe dovuto trovare posto nell’edificio denominato Sa Casara.
La spesa di 310mila euro ha permesso che si realizzasse solo al 72,46%. Invece per il Museo della civiltà contadina di Casalvecchio di Puglia, realizzato al 14,49%, spesi 230mila euro.
Mentre per quello territoriale di Sulmona, in Abruzzo, impegnati 270mila euro a fronte di un 60,09% realizzato. Ancora per l’ampliamento di quello “Maison Caravex” a Gignod, in Valle d’Aosta, spesi 3 milioni 650mila euro per giungere al 23,30% dell’opera (in questo caso, l’apertura è annunciata per il 2016).
Infine per il Polo museale culturale di Santa Chiara, a Bassano del Grappa, in Veneto, 11 milioni 584mila euro sono stati sufficienti per completare il solo 7,18% dell’opera (il dibattito è ancora aperto e il comune di Bassano si dovrà pronunciare a breve sul destino dell’opera).
Un unico antiquarium, quello di Vaglio Basilicata, realizzato al 10,19% con 69.205 euro. Ugualmente un solo Centro didattico polifunzionale, collegato al Sistema Museale Etrusco di Carmignano, in Toscana, realizzato al 72,99%, costato 990mila euro.
CONVENTI E PALAZZI
Ci sono poi interventi di restauro e talvolta di rifunzionalizzazione, a complessi di pregio. Come quello all’ex Convento e Chiostro San Francesco, a Sant’Angelo di Brolo, in Sicilia, per il quale si sono spesi 1milione di euro, raggiungendo il 90,91% dei lavori.
Come quello all’ex Convento di San Francesco a Noto, in Sicilia, realizzato al 70,82%, impegnando 1milione 549mila euro. Ma anche come a quello di Santa Maria degli Angeli in frazione Torchiati, a Montoro, in Campania, che è costato 2milioni 422mila euro, per il 32,54% dell’opera.
Senza contare quello all’ex Convento di Santa Marta a Buggiano, in Toscana, completata al 99,37% con 3milioni 45mila euro.
Oppure quello al Convento del Carmine, a Soragna, in Emilia Romagna, terminato con 450mila euro, ma non fruibile. Compare anche una fortezza, quella borbonica, a Civitella del Tronto, in Abruzzo, che nonostante abbia impegnato 4 milioni 63mila euro, ha raggiunto il 19,19% dei lavori.
Poi il recupero, al 73,24%, dell’Abbazia Florense, a San Giovanni in Fiore, in Calabria, costato 175mila euro. Ancora, c’è il restauro della sala marmi di Palazzo Mercanzia a Bologna, costato alla Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Bologna, 120mila euro per un 95,03%.
Ci sono poi i restauri delle mura del castello di Montelabbate, nelle Marche, realizzato al 75,74% e costato 359mila euro, e quelli al Castello di Montechiaro, in Sicilia, costato 932mila euro a fronte del 38,34% completato.
Ci sono interventi di varia entità alle chiese. Alla copertura, per quella di Santo Stefano dei Cavalieri, a Pisa, terminato al all’83,63% e costato alla Soprintendenza per le province di Pisa e Livorno 350mila euro. Non è finita.
Ci sono i restauri agli immobili storici. Come Palazzo Trigona, a Noto, in Sicilia, costato 1 milione 32mila euro per un 26,02% dell’opera. Il Palazzo del Vicario, a Cetraro, in Calabria, nel quale, dopo l’acquisizione, sono stati avviati lavori di recupero. 1.080mila euro spesi per un 10,93% dell’opera.
Come il Palazzo Marchesale “De Luca” a Melpignano, in Puglia, completato al 15,92% e costato 3.200mila euro. Il Palazzo Portici a Civitella del Tronto, in Abruzzo, per il quale si sono spesi 369mila euro per giungere al 34,80%.
Come l’ex Casa Aragonese di Nughedu Santa Vittoria, in Sardegna, per la quale si sono spesi 68.546 euro per un 16,38%. C’è anche un intervento ad un’antica stazione di Posta. Quella in località Borgo Macchia, a Ferrandina, in Basilicata. Spesi 1 milione e 22mila euro per 21,09% dell’opera.
Un campionario degli errori. Tanto più senza giustificazione in quanto prodotto in un settore che può contare su risorse sempre più esigue.
Da quel che sembra, anche mal impiegate. Più di 30 milioni di euro sottratti ad aree archeologiche senza manutenzione, a Musei privi anche del necessario, a Biblioteche a rischio chiusura. Pensare che non ci sia altro sarebbe sbagliato.
Ci sono i percorsi integrati storico-culturali ciclopedonali di Cinquefrondi, in Sardegna. Ci sono i risanamenti, parziali e totali, di alcuni centri storici laziali, calabresi, sardi e siciliani.
Il Patrimonio storico-artistico-archeologico italiano con queste politiche rischia davvero di perdersi.
Manlio Lilli
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 5th, 2015 Riccardo Fucile
STOP AL NUOVO PARTITO, MEGLIO RESTARE A FARE LA BADANTE DI SALVINI E BERLUSCONI
È il ritorno dei “colonnelli”, dieci anni dopo. Gasparri, La Russa, Matteoli, stavolta tornati insieme per un solo giorno, giusto per sconfiggere (ancora una volta) il fantasma di Gianfranco Fini tornato ad aleggiare dietro il progetto di rifondare la destra.
Con lui, alla resa dei conti finale nell’assemblea della Fondazione An, il grande perdente è l’alleato Gianni Alemanno.
La due giorni decisiva sui destini del simbolo di An e dei 180 milioni di euro di patrimonio ( 50 in liquidità , il resto in cento immobili) ha un esito a sorpresa.
Lo scrutinio di ieri sera all’hotel Midas si chiude con la vittoria della mozione targata Fratelli d’Italia ( Meloni-La Russa) col sostegno dei forzisti Gasparri e Matteoli, appunto, che ha incassato 266 voti su 490 votanti, contro i 222 dei cosiddetti “quarantenni”, dietro i quali si muovevano appunto gli uomini di Fini.
Da Italo Bocchino a Roberto Menia, ma in sala si sono visti ieri anche la storica segretaria dell’ex leader, Rita Marino, e Flavia Perina, oltre ad Aleamanno e ai suoi, appunto.
Risultato: il partito della Meloni potrà continuare ad utilizzare il simbolo di An, ma si impegna a convocare un nuovo congresso, che si terrà prima delle amministrative.
E i soldi? Chi mette le mani sul bottino? Nessuno. O meglio, tutti.
Le decine di milioni di euro potranno essere utilizzati solo per finalità culturali, come in teoria è accaduto finora. In nessun modo la Fondazione potrà promuovere invece la nascita di un nuovo partito.
Trentasei ore per sancire ancora una diaspora, insomma, la lite a destra che non finisce mai e che può competere ormai solo con quella socialista.
Mozioni, contro mozioni, riunioni notturne e scintille.
Come quando nella notte tra sabato e domenica le due “fazioni” in lotta sono a un passo dall’accordo, La Russa smussa il suo documento di mediazione per convincere Alemanno e i finiani a rinunciare al loro.
Finchè alle 4,30 del mattino Menia rientra in sala dopo una telefonata che i bene informati (o i maliziosi) attribuiscono proprio a Gianfranco Fini e dice che loro rinunciano all’accordo, vogliono andare alla conta.
Sono convinti di spuntarla e di far proprio l’intero piatto. Si va al muro contro muro.
Dal palco del Midas in mattinata La Russa accusa i sei quarantenni firmatari della mozione di essere dei “manichini”, in sostanza dei prestanome dei veri registi dell’operazione, Fini e Alemanno.
L’ex sindaco di Roma perde le staffe, si alza e va a urlare sotto la tribuna, «non ti devi permettere di nominarmi». Seguono scuse e chiarimenti, ma il clima resta tesissimo.
Parlano Gasparri e Matteoli, ritirano la loro mozione pur di schierarsi con Fdi e sconfiggere Fini. Così pure Andrea Ronchi.
Giorgia Meloni prevede la sconfitta, non si presenta nemmeno e a ora di pranzo tira bordate dall’esterno: «La mia destra non è quella di Alemanno e di Fini e di chi vuole dilaniare per avere un ruolo».
Poi la votazione alle 19 e il colpo di scena. La Russa gongola: «Tocca a noi di Fdi adesso riaggregare la destra, faremo un congresso, cambieremo anche nome se necessario, il simbolo resta nella nostra disponibilità “.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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