Gennaio 30th, 2016 Riccardo Fucile
NEANCHE QUELLA DI ITALIANI, GRECI, SPAGNOLI E TURCHI FU FACILE, MA IL PAESE FU IN GRADO DI GESTIRLA
Può sembrare marziano il «ce la facciamo» (a dare asilo e a integrare i rifugiati) di Angela Merkel.
In realtà , non è un passo nel deserto: la Germania post bellica ha una storia di «integrazione gestita» dell’immigrazione che mette la politica della cancelliera in una linea di continuità con il passato, seppur con un salto non indifferente per quantità e qualità .
Uno studio pubblicato tre giorni fa dal Fondo monetario internazionale (autore Robert Beyer dell’Università di Francoforte) nota innanzitutto che più di dieci milioni di persone che vivono in Germania sono nate all’estero (dato al 2013).
È circa il 13% della popolazione, più o meno come negli Stati Uniti.
Il numero sale però a 15 milioni se si conta anche chi ha almeno un genitore non tedesco.
Fino alla metà degli Anni Cinquanta, l’immigrazione netta in Germania Ovest fu vicina allo zero. Da quel momento, grazie al miracolo economico, la penuria di lavoratori iniziò a farsi sentire e il governo di Bonn (allora capitale) stipulò accordi di «reclutamento e collocamento di manodopera» con alcuni Paesi, tra questi l’Italia e la Turchia: negli Anni Sessanta e primi Settanta, entrarono centinaia di migliaia di Gastarbeiter ogni anno, lavoratori ospiti che spesso diventarono poi cittadini tedeschi in via definitiva.
La crisi petrolifera spinse il governo a bloccare il reclutamento.
La seconda ondata migratoria iniziò con la caduta della Cortina di Ferro. Nei primi Anni Novanta, l’immigrazione netta fu di oltre 750 mila persone l’anno.
Tendenza che continuò, anche se con flussi calanti, fino alla crisi del 2008.
Da allora, la crescita è tornata possente: 550 mila nel 2014 (lo 0,6% della popolazione) e, quando i conteggi saranno definitivi, forse 1,4 o 1,5 milioni nel 2015 (vicino al 2% della popolazione), 1,1 milioni dei quali rifugiati in cerca di asilo, il resto per lo più immigrati intra-Ue.
Nei decenni scorsi, dunque, la Germania non ha solo sotterrato il mito della razza pura. Ha anche imparato a gestire gli immigrati.
I rifugiati in arrivo ora si portano nello zaino differenze rispetto al passato: la religione islamica, carenze culturali, mentalità diverse da quella europea.
È una sfida più difficile che in passato. Ma nemmeno l’integrazione di italiani, spagnoli, greci, turchi fu una passeggiata, per chi arrivava e per chi riceveva.
Pur con molte contraddizioni, la Germania fu però in grado di gestirla.
Danilo Taino
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 30th, 2016 Riccardo Fucile
NELLA UE OGNI STATO HA LE SUE REGOLE E MENO DEL 40% SE NE VA REALMENTE
In Europa scatta il risiko delle espulsioni. In una giungla di accordi, in cui ogni governo fa da sè.
Paese che vai, regole che trovi.
Un esempio? Se sei senegalese, dall’Italia nessuno ti caccerà : con il tuo Stato infatti non c’è “accordo di riammissione”.
Nel Nord Europa invece la storia cambia: da qui verrai più facilmente allontanato. Espulsioni e sospensioni di Schengen rischiano così di trasformarsi in un mix esplosivo.
Al Viminale lo sanno bene: la “chiusura” delle frontiere non fermerà l’ondata di profughi, ma ridisegnerà la mappa delle rotte. E tre Paesi avranno molto da perdere: Grecia, Spagna e Italia.
Le riammissioni
Nel 2014 l’Europa ha espulso 470mila migranti e nel 2015 le stime parlano di oltre mezzo milione di rimpatri.
I più severi restano i francesi, con 86mila allontanamenti, seguiti dai greci con 73mila e britannici con 65mila. L’Italia si piazza ottava, con 25.300 espulsi.
“Ma attenzione – spiegano dal Viminale – una cosa sono le espulsioni, altra i rimpatri effettivi”.
È qui il trucco. “Con le espulsioni gli Stati membri intimano agli irregolari di lasciare il Paese – precisa Carlotta Sami, portavoce Unhcr per il Sud Europa – ma poi quasi mai questi si allontanano. Con i rimpatri invece il migrante viene effettivamente riportato nel Paese d’origine. Senza accordi di riammissione non si muove nulla”.
Non è un caso se la Commissione Ue nel settembre scorso scriveva: “Meno del 40% degli irregolari a cui viene ingiunto di lasciare l’Unione è effettivamente partito”.
Cosa non funziona?
“I rimpatri procedono al rallentatore”, confermano al Viminale: in Italia nel 2015 sono stati 15.979. “Colpa degli accordi di riammissione – spiega Simona Moscarelli dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni – ossia i trattati con i quali gli Stati di provenienza dei migranti si impegnano a riaccogliere i propri cittadini. Pochi quelli stipulati a livello di Unione europea (solo 17). Negli altri casi ogni Paese fa da sè con accordi bilaterali”.
“Chi espelle chi”
Per capire chi viene rimpatriato, basta guardare gli accordi. L’Italia ne ha che funzionano bene con Tunisia, Nigeria, Egitto e Marocco.
“E sono molti gli espulsi in questi paesi, ma con alcuni – sottolineano al Viminale – gli accordi mancano: Senegal, Gambia, Costa d’Avorio, per fare degli esempi”.
E senza accordi non ci sono rimpatri. La Grecia ne ha sottoscritto di recente uno con la Turchia, la Spagna con il Marocco e la Francia con Camerun, Capo Verde, Congo, Gabon, Senegal, Tunisia.
Ma visto che ogni Stato europeo fa i propri accordi, “i migranti irregolari – scrive la Commissione Ue – possono evitare il rimpatrio trasferendosi da uno Stato all’altro”.
Le conseguenze dei muri
Con la chiusura delle frontiere, al ministero dell’Interno parte intanto la caccia alle nuove rotte. La più imponente, Western Balkan , che attraversa i Balcani occidentali, rischia di saltare.
“Se Croazia e Slovenia “tappano” i confini potrebbe resuscitare quella adriatica: da Montenegro e Albania in Puglia”.
Altra nuova rotta, figlia della chiusura dell’Austria, dalla Slovenia in Italia.
“Le conseguenze dei muri ricadranno su Grecia, Spagna e Italia”, dice Christopher Hein, consigliere strategico del Consiglio italiano rifugiati. Non è un caso se le altre due rotte sotto osservazione sono la Western Mediterranean , passaggio dal Nord Africa alla Spagna e la più trafficata Central Mediterranean , che approda in Italia.
Si prevede poi la ripresa della Eastern borders : 6mila chilometri che separano Ucraina e Russia da Estonia e Finlandia.
Vladimiro Polchi
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 30th, 2016 Riccardo Fucile
SVEZIA VERGOGNA D’EUROPA: I DIFENSORI DEI “VALORI” IN CENTO CONTRO POCHI RAGAZZINI REI DI ESISTERE… MA I MANDANTI MORALI STANNO NEI PARLAMENTI EUROPEI
Si sono nascosti il volto con maschere e passamontagna e hanno aggredito alcuni migranti che passeggiavano nell’ampia piazza pedonalizzata Sergels Torg, nel centro di Stoccolma.
La polizia svedese ha parlato di diverse decine di uomini ,tra le 50 e le 100 persone, probabilmente legati al mondo degli hooligans o alla galassia dei gruppi neonazisti.
L’obiettivo dell’attacco erano i minori arrivati nel Paese senza i genitori.
Secondo alcuni testimoni intervistati dal quotidiano svedese Aftonbladet gli aggressori hanno preso di mira tutti i giovani «dall’aspetto straniero» e hanno distribuito volantini in cui dichiaravano che «i bambimi di strada nord-africani avrebbero ricevuto la punizione che meritavano».
Le autorità informate di «un progetto di aggressione contro i migranti minori non accompagnati nel centro di Stoccolma», hanno dispiegato sul territorio agenti anti-sommossa e hanno fatto sorvolare il centro cittadino da elicotteri.
Un uomo di 46 anni è stato arrestato dopo aver sferrato un pugno al viso di un poliziotto in borghese e tre persone, tra i 20 e i 30 anni di età , sono state arrestate, e poi rilasciati, per disturbo alla quiete pubblica.
Un’altra persona, che aveva con sè un coltello, è stato incriminato per possesso d’arma vietata. È stata aperta una inchiesta per cercare di identificare gli uomini mascherati e le organizzazioni coinvolte.
La polizia però, si legge sul quotidiano Aftobladet, ha forti sospetti verso alcuni gruppi radicali neonazisti.
Il sito Nordfront, vetrina del movimanto neonazista Smr, aveva annunciato che «cento hooligans» dei club di Aik e Djurgarden erano pronti «a far pulizia dai criminali immigrati dell’Africa del Nord».
Monica Ricci Sargentini
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
DA MILANO A BOLOGNA, DA SALERNO A NAPOLI, DA ROMA A TORINO: INCOMPETENTI E INADEGUATI, NESSUNA TRASPARENZA E TANTA SUPERFICIALITA’
Beh, io resto ogni giorno sempre più perplesso. 
Dopo i miseri e disastrosi risultati sui comuni da loro amministrati, dove incompetenza, inadeguatezza, incapacità di gestire il bene pubblico e di fare politica sono stati il tratto saliente del loro operato, oggi viene fuori che sulla scelta dei candidati sindaci le cose vanno ancora peggio.
Sì, perchè tutta la sceneggiata del “sceglieremo i candidati per via telematica” o “della democrazia partecipata nella selezione dei candidati” si sta lentamente, cosa che in molti già sapevamo, rivelando il più terribile e temibile dei boomerang. Mi vien da dire, l’ennesimo boomerang.
Andiamo per ordine: Milano.
Il Movimento teme uno figuraccia nei consensi e corre ai ripari. Pare che la pentastellata non abbia un grande impatto mediatico, una scarsa candidatura in tutti i sensi se si valutano le campagne dei suoi diretti avversari.
Una presenza a dir poco invisibile fino al punto che il Premio Nobel Dario Fo ha sbottato dichiarando. “La ragazza che è stata scelta mi preoccupa molto, il problema è vedere poi se è in grado di gestire qualcosa di così grande”.
I 5 Stelle sono intervenuti dando una sistemata allo staff della comunicazione ma vista la situazione drammatica l’ipotesi che la Bedori venga “fatta fuori” è già sul tavolo del direttorio. Alla faccia della democrazia interna.
Bologna.
Senza primarie nè consultazioni, anche per le Amministrative 2016 il “candidato naturale” a Palazzo D’Accursio è l’ortodosso Massimo Bugani.
Dunque “primarie” vietate per scongiurare infiltrazioni di dissidenti e traditori. Tutto chiarissimo e sempre alla faccia della democrazia interna.
Saltano le primarie dunque, si impongono una rosa di nominati al consiglio proprio come il Porcellum e con un diktat dall’alto che ovviamente non è andato giù a una buona parte del M5s locale.
Lorenzo Andraghetti, militante storico del Movimento, ha sfidato Bugani chiedendo ufficialmente consultazioni aperte come da non Statuto.
Volete sapere qual è stato il risultato? È stato espulso. Non solo.
Sempre in linea con le regole, ha denunciato all’interno del listino la presenza di due incandidabili: Antonio Landi, professione attore, già candidato nel 2011 nella lista civica vicina al centrodestra Bologna Capitale, e Dario Pataccini, sospeso per sei mesi dall’Ordine dei giornalisti per lo scandalo del pagamento dei servizi televisivi da parte di alcuni consiglieri regionali e già candidato con il M5s nel 2013 ma anche con l’Idv nel 2009. Qualcuno ha gia detto “A Bologna tutto è cominciato e a Bologna tutto finirà “.
Salerno.
“A tutela del MoVimento 5 stelle non verranno certificate liste con persone che hanno corso contro il MoVimento 5 stelle in precedenti elezioni per tutti i capoluoghi di regione e di provincia”, viene precisato sui social senza però fare riferimenti diretti”. Così hanno dichiarato alcuni esponenti del Movimento 5 Stelle di Salerno, e invece? Il 26enne Dante Santoro, candidandosi cinque anni fa nella lista “Salerno per i giovani” a sostegno dell’allora sindaco Vincenzo De Luca, prese 600 voti, ora si è messo dalla parte del M5s, ed è in pole position come aspirante primo cittadino di Salerno nella lista dei grillini.
La cosa non va giù a nessuno del M5s locale, e nemmeno al direttorio che per ora tace, ma la questione è sulla graticola e la faida è in corso.
Napoli
Situazione ancora più delicata dopo il caso Quarto.
In pole due persone molto vicine: Mario Peluso e Antonio Nocchetti. Il primo voluto da Fico, che dopo l’imposizione della Ciarambino da parte di Di Maio alla presidenza della regione reclama spazio e territorio, il secondo addirittura additato dal Movimento locale come uno vicino a De Magistris, un cavallo di Troia per capirci. In entrambi i casi il Movimento non avrebbe comunque la capacità e la forza di poter presentare candidati alle municipalità , che in un sistema basato sule preferenze sarebbe la morte elettorale.
E potrei andare avanti.
Penso a Roma dove i consiglieri uscenti Marcello De Vito e Virginia Raggi se le stanno già dando di santa ragione e a nulla sono valsi gli inviti di Di Battista, la faida fratricida è in corso e senza esclusione di colpi.
Roma è un banco di prova delicato, e Casaleggio sta seguendo la cosa direttamente. Come potrebbe essere altrimenti, fallire su Roma potrebbe essere la morte dei 5 Stelle. Oppure a Torino, dove il Movimento è staccato addirittura di 15 punti dal sindaco uscente Fassino.
Per capirci. Il sistema 5 Stelle di scelta dei candidati è già saltato.
La presunzione della democrazia dal basso li ha portati a fare i conti con la realtà delle organizzazioni complesse, come quelle dei partiti.
Assemblee dove si dicono di tutto, consiglieri che sbottano, il direttorio che dove può prova a metterci una pezza, la trasparenza nelle scelte andata a farsi friggere, candidati improbabili che in virtù di consenso elettorale scalano il partito, diktat feroci dall’alto, espulsioni, denunce etc etc
Diciamocelo, hanno ereditato i peggiori vizi delle organizzazioni politiche che tanto denunciavano e al posto di migliorare quel difficile percorso che chiamiamo “democrazia interna” lo stanno acuendo in virtù della loro incapacità e dalla loro totale distanza dalla politica.
Mutatis Mutandis.
Tommaso Ederoclite
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
PARLA L’INTERPRETE ARABO PRESENTE AL PARAPIGLIA PER CONTENDERSI GLI OROLOGI TRA GLI UOMINI DEL CERIMONIALE E QUELLI DELLA SCORTA
Reda Hammad, egiziano de Il Cairo con passaporto italiano da più di vent’anni, è l’interprete arabo di Palazzo Chigi dal 2001.
Nell’ordine, ha servito i governi di Silvio Berlusconi, Romano Prodi, ancora Berlusconi, Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi.
C’era anche Hammad la notte tra domenica 8 e lunedì 9 novembre 2015 in Arabia Saudita, spettatore esterrefatto di quel parapiglia per i Rolex donati dai sovrani sauditi agli italiani in trasferta con Renzi: “Ho perso il lavoro e molti soldi per riuscire a consegnare quel maledetto orologio. Ora devo soltanto tutelare la mia reputazione e rendere pubbliche le verità ancora nascoste”.
Hammad è il testimone oculare che, sette giorni fa, in maniera anonima, ha fornito ulteriori dettagli sui fatti di Ryad.
Quest’ultimo tassello completa il racconto a puntate del Fatto Quotidiano.
Perchè ha coperto la sua identità ?
Vi ho contattato dopo che ho letto la storia sul vostro giornale, ma ho chiesto di non comparire perchè stavo tentando, fra infinite peripezie, di depositare il Rolex al Diprus, il dipartimento competente della Presidenza del Consiglio.
Scusi, ma perchè non ha affidato subito il Rolex a Palazzo Chigi?
Ci ho provato, ma non volevano lasciare tracce. Ho chiesto trasparenza e mi hanno risposto con le intimidazioni. Ma occorre pazienza per ricostruire la vicenda.
Cosa è acceduto dopo la cena nel palazzo di re Salman?
I delegati italiani, inclusi giornalisti e imprenditori, hanno ricevuto un regalo.
Di che tipo?
Orologi preziosi: cronografi Rolex e di altre marche, ma comunque costosi, di valore diverso.
Chi ha provocato la rissa?
La scorta di Renzi e alcuni dipendenti del Cerimoniale sono andati al piano di sopra per raccogliere i regali. Ma uno dei militari ha rivendicato il Rolex, accusando una persona del Cerimoniale di aver scambiato le scatolette. È finita con gli insulti, la scorta che ha preso i regali assegnati e l’imbarazzo del personale saudita.
Anche per l’interprete c’era un Rolex.
Sì, e non me l’aspettavo. Non sapevo se accettare o rifiutare l’omaggio, perchè il mio impiego è di natura occasionale. Sono un collaboratore del governo. Ma la tensione era troppo elevata per domande così ingenue. Il giorno dopo mi ha avvicinato Ilva Sapora, il capo del Cerimoniale. Voleva rimediare a una figuraccia ormai consumata.
E cosa ha chiesto la Sapora?
Mi diceva: ‘Il presidente vuole tutti i regali nella sua stanza’. Mi è sembrata un po’ strana come giustificazione e non proprio in linea con le regole. Allora in cambio ho proposto di darmi una richiesta scritta e una ricevuta a consegna avvenuta, un documento ufficiale per proteggermi: va dimostrato che Hammad ha depositato il Rolex a Palazzo Chigi. Ma Sapora non ha accettato.
Poi siete rientrati in Italia.
Per risolvere presto la questione, l’11 novembre ho mandato invano un’email alla dottoressa Sapora. Il 20 mi ha telefonato un suo collaboratore e mi ha ribadito che potevo recarmi a Palazzo Chigi a portare il Rolex, ma non dovevo pretendere una carta scritta. Io gli ho ripetuto con fermezza che esigevo una richiesta e una ricevuta. Poco dopo mi ha richiamato per avvisarmi che la Sapora tollerava solo una consegna spontanea e che in ogni caso non avrei più ricevuto incarichi di lavoro dalla Presidenza del Consiglio. Non potevo più fidarmi, e dunque ho deciso di farmi assistere da un avvocato.
È sicuro che sia una ritorsione?
Vi racconto un episodio. Non vorrei sembrare pedante, ma è un obbligo essere precisi. Il 27 novembre mi ha contattato Fabio Sokolowicz, il consigliere diplomatico, per un lavoro che si sarebbe svolto il giorno stesso. Poi non mi ha chiamato più nessuno, nè per confermare nè per disdire. Quando l’ho sentito l’indomani mi ha rivelato che la pratica era stata bloccata dal Cerimoniale.
Compromessi i rapporti col Cerimoniale, come ha reagito?
Dapprima telefonicamente e poi attraverso la posta certificata, mi sono rivolto al Diprus, l’ufficio che gestisce i regali: erano gentili e attenti, ma all’inizio hanno ammesso di non conoscere niente dei Rolex e di Ryad. Ho atteso ancora la conclusione delle vacanze natalizie, e poi a gennaio ho spedito una lettera raccomandata dell’avvocato. E mi hanno convocato dopo l’uscita del vostro pezzo di una settimana fa.
Ora il Rolex è al Diprus.
Mi hanno ricevuto mercoledì, a distanza di oltre due mesi. Mi hanno accompagnato l’avvocato e il senatore Nicola Morra del Movimento Cinque Stelle. I responsabili del Diprus mi hanno confessato che non c’era un modulo o un verbale già pronto per la restituzione di un regalo di Stato, che non era mai successo dagli anni di Prodi e il mio Rolex era il primo che prendevano fra le mani tra quelli donati nella missione di novembre in Arabia.
Palazzo Chigi ha giurato: “I regali di cortesia sono nella disponibilità della Presidenza del Consiglio”.
A fatica, il mio ce l’hanno da un giorno e mezzo. Ho sofferto, mi hanno umiliato. Ho speso del denaro e molto tempo prezioso sottratto ai miei impegni e agli studi.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
ATTENTATO A VILLINGEN-SCHWENNINGEN, NEL BADEN-WUERRTEMBERG: PER FORTUNA L’ORDIGNO NON E’ ESPLOSO
Attentato fallito con una bomba a mano contro un centro accoglienza profughi di Villingen-
Schwenningen, in Baden-Wuerrtemberg.
Secondo quanto ha riferito la polizia, questa notte, attorno all’1.15, sconosciuti hanno lanciato oltre il recinto di sicurezza che circonda il centro una bomba a mano, che non è esplosa.
Gli addetti alla sicurezza hanno scoperto l’ordigno e fatto scattare l’allarme.
Subito sono intervenuti polizia e vigili del fuoco. Nel centro sono ospitati 176 profughi.
Il centro profughi di Villingen-Schwenningen è stato allestito nell’edificio di una ex caserma. «Appena allertati, siamo intervenuti con un gran numero di agenti», ha raccontato alla Bild il commissario della sezione criminale Harri Frank, e allo stesso tempo è stata chiamata la squadra di esperti di esplosivi della polizia criminale di Stoccarda, che dista circa 100 chilometri.
Questi ultimi hanno circondato e messo in sicurezza l’area e poi provveduto a far brillare la bomba.
Una commissione speciale sta indagando per risalire agli autori. le indagini si indirizzano in ogni direzione.
Di recente, erano stati resi noti i dati sull’aumento nel corso dello scorso anno degli atti di violenza contro profughi e centri di accoglienza, realizzati dall’estrema destra.
Proprio Villingen-Schwenningen era salita alla ribalta della cronaca due giorni fa, per un altro caso: è il luogo in cui era stato arrestato uno dei due gestori del portale neonazista Altermedia, per cui il ministero degli Interni ha disposto il divieto.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
LE CONTRADDIZIONI DELLA BASE LEGHISTA: DISAPPUNTO PER IL TERMINE “CAMERATA”…CHI VUOLE LA SECESSIONE E CHI NO…FREDDEZZA QUANDO SALVINI PER UNA VOLTA FA IL MODERATO
Schengen è morta, l’Europa non si sente troppo bene e il popolo leghista giubila come chi, dopo aver gridato al lupo per anni, finalmente lo vede arrivare.
Certo, è un po’ noioso sorbettarsi otto discorsi fotocopia di altrettanti leader di partitini e partitoni antiUe che sparano tutti sugli stessi bersagli, l’immigrazione, l’islamizzazione, i burocrati di Bruxelles, l’euro «criminale» (il copyright è di Salvini) e dicono che bisogna ridare i pieni poteri agli Stati nazionali come già profetizzava il gèneral De Gaulle (e questa è ovviamente madame Le Pen).
Ma fra i 1.500 del Centro congressi della Fiera di Milano, incapsulato fra i lavori dei nuovi grattacieli delle archistar, fra buche e crateri tipo Stalingrado, prevale la soddisfazione.
È un leghista postmoderno che inveisce in egual misura con gli islamisti e le multinazionali, i clandestini e i banchieri. Di conseguenza, va in disarmo anche il buon vecchio folk padano.
Rimane qualche foulard verde, tramonta il Sole delle Alpi, spuntano le nuove t-shirt con Marine e il «Matteo giusto» abbracciati in azzurro su fondo bianco e la scritta «Un’altra Europa è possibile», dieci euro, unico gadget ostenso sull’unica bancarella.
«Marine» divide il primo posto nell’hit parade con Putin, semmai la differenza è se, come donna, piaccia più lei o la pimpante nipotina Marion.
«Di certo, in comune con Salvini ha la cosa più importante: gli attributi!», gongola Marco Franzelli, geometra in arrivo da Roccafranca (Brescia), e grazie al cielo che almeno lui fa un po’ di color locale perchè indossa una giacca verde Lega e una cravatta pure verde punteggiata di Albertini da Giussano con lo spadone rivolto al cielo, «no, verso Bruxelles», ah sì, certo.
Allora, come si risolve la grana europea? «Con delle macroregioni inserite in un contesto europeo, secondo la lezione di Miglio», spiega Jacopo Berti, 23 anni, in arrivo da Faenza in felpa verde regolamentare con la scritta «Romagna».
Ma Le Pen non sarà troppo di destra? «Beh, forse un po’ sì. Ma l’importante è che ci porti fuori dall’euro», dice Tiziano Fistolera, 24 anni, segretario dei giovani padani di Sondrio, caso raro di leghista con codino da centro sociale, i «nazisti rossi» nella vulgata di Salvini.
E qui emerge qualche contraddizione che il suo popolo ancora non ha risolto.
Per esempio, quando al tosto fiammingo Tom van Grieken scappa un «Camerati!» e in platea a qualcuno parte un applauso e ad altri un brusio di disapprovazione.
Oppure quando Salvini dice giudiziosamente che «discriminare un essere umano dal colore della pelle o dall’orientamento sessuale è da imbecilli», e l’applauso è molto più fiacco di quando il Capitano boccia i matrimoni gay (e poi a un’anziana in arrivo dalla deep Padania scappa un «che schifo, questi invertiti!» che non si sentiva dai tempi del processo a Oscar Wilde).
E resta il problema della secessione.
Si capisce che, nonostante la svolta di Salvini, che vede la Lega come un italico Front, appunto, «national», i militanti sognano ancora la Padania.
Succede due volte. La prima quando l’olandese Marcel de Graaf dice che «è meraviglioso essere qui in Padania» e la folla esplode, con i giovani che lanciano subito il ritornello «Padania? Libera!».
E poi con Marine Le Pen che fa la gaffe: «Siamo tutti figli di Roma», e partono i «No!». Però lei intendeva la Roma di Cesare e Virgilio, non quella di Marino, e comunque riprende quota e applausi citando Sant’Ambrogio.
Salvini tenta la quadratura del cerchio: prima riprendersi la sovranità confiscata dalla Ue e poi fare il federalismo «perchè io resto federalista», insomma disfare l’Europa per rifare l’Italia. Tutto futuribile.
Alberto Mattioli
(da “La Stampa”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
OTTENUTE LE POLTRONE IL GROSSO DEL GRUPPO VOTERA’ LA LEGGE
Palazzo Madama, giorno della fiducia. Monica Cirrinà incontra Enrico Costa, che ha già in tasca
l’incarico da ministro agli Affari Regionali e, soprattutto, la delega alla famiglia: “Non ti preoccupare – gli sussurra il fidatissimo di Alfano – al Senato sulle unioni civili andrà tutto bene”.
Tra i due il filo diretto è proseguito, nei giorni successivi, per aggiornare il pallottoliere. Che, con la spropositata distribuzione di poltrone a Ncd attraverso il cosiddetto rimpasto, a questo punto è blindato.
Seconda scena. Monica Cirrinà parla fitto fitto con Ivan Scalfarotto, sempre a palazzo Madama.
Ivan è uomo di spirito e intermezza ragionamenti con battute a raffica sui vari politici che gli passano davanti, che in piazza, da cattolici di professione, ostentano pubbliche virtù e poi si dedicano ai vizi privati, tra divorzi e peccati: “Qui — dice alla Cirrinà — la partita è su due livelli. Quello che dichiarano e quello che voteranno nel segreto dell’urna. Vale per i trenta cattolici del Pd, vale per quelli di Ncd”.
Eccola, la grande manovra delle unioni civili. In perfetto stile italico.
L’ex ministro Mario Mauro, varcando palazzo Madama, ragiona: “Siamo seri, è tutto così evidente. Se un partito sta al governo e vuole bloccare una legge, minaccia l’uscita dal governo. Punto. Invece Alfano che ha fatto? Ha detto: io ti faccio passare la legge nel voto segreto, tu dammi più poltrone. Dopo il rimpasto la Cirinnà passerà con tre stepchild adoptions”.
E forse in parecchi la pensano come il ciellino Mario Mauro se più di una associazione cattolica all’HuffPost sussurra che al Family Day saranno portati striscioni con questa scritta: “Si scrive Cirinnà , si legge Renzi+Alfano”.
Al momento il pallottoliere dice che, su 26 senatori, di irriducibili dentro Ncd ce ne sono davvero pochi. Meno di dieci, tra cui Sacconi, Formigoni, Albertini — inferocito per essere rimasto a bocca asciutta nel rimpasto — e poi Marinello, Dalla Tor e Bruno Mancuso.
Tra loro circolano parole di fuoco su Alfano: “La sua unica bussola — dice un senatore – è la sua poltrona, in nome della quale ha ripudiato Berlusconi, tradito Letta, detto sempre signorsì a Renzi. Altro che Fanfani che dopo il referendum si dimise. Per votare le unioni gay si è accontentato di un piatto di lenticchie… Che faceva se gli davano un ministero in più: si metteva a celebrare lui le nozze gay?”.
Gli altri, ormai si muovono con l’unico obiettivo di fare bella figura agli occhi di Renzi.
A partire da Federica Chiavaroli, fresca di nomina a sottosegretario. Addirittura Dorina Bianchi, fresca di nomina pure lei, ha confidato: “Io neanche ci sarei andata al Family day, ma se proprio si deve fare ci faccio un salto con mio marito senza troppi riflettori”.
Già , perchè il paradosso è che qualcuno non ha nemmeno troppa voglia di fare la scena, incassate le poltrone.
Anche dentro il Pd avanza il “si fa ma non si dice” oppure il “si dichiara una cosa, se ne vota un’altra”.
Una fonte di governo vicina al dossier spiega: “Dei 30 cattolici del Pd molti sono amici stretti di Renzi. Un conto è tenere il punto all’esterno, un conto è far saltare la legge. Il gruppo di Del Barba, Pagliari, Di Giorgi, Collina è dato per acquisito”.
Se poi si aggiunge qualcuno di Forza Italia di provata fede liberale, i 18 verdiani, una parte dei Cinque Stelle, si annuncia una maggioranza molto più ampia di quella di governo.
Un miracolo, realizzato nel perfetto stile dei cattolici nostrani: si fa, ma non si dice.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 29th, 2016 Riccardo Fucile
TONINO GENTILE TRA POLITICA E LIBERTA’ DI STAMPA
A marzo 2014 Tonino Gentile aveva lasciato sapendo di dover aspettare momenti migliori. 72 ore da sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, poi la resa.
Il senatore Ncd, amante di gessati e cravatte azzurre, appassionato di calcio e fondatore del Napoli Club in Parlamento, si dimise perchè accusato di aver fatto pressioni per non far uscire un giornale in edicola.
Sull’Ora della Calabria c’era un articolo che parlava di un’inchiesta sulle consulenze d’oro nell’Azienda sanitaria provinciale in cui era coinvolto il figlio di Antonio, Andrea (la sua posizione è stata ora archiviata dalla procura di Paola).
Da un’intercettazione, si scoprì che lo stampatore dell’Ora, Umberto De Rose, aveva fatto pressioni sull’editore, Alfredo Citrigno, per convincerlo a ritirare il pezzo.
Una telefonata che ancora si può ascoltare su Youtube e che culmina con una domanda: «Vale la pena di farti un nemico che poi è ferito come un cinghiale a morte? Un cinghiale quando è ferito colpisce per ammazzare».
Il processo per violenza privata a De Rose non parte per continui difetti di notifica, Gentile non è mai stato indagato, ma misteriosamente – quella notte – le rotative dell’Ora si ruppero e il giornale non andò in edicola.
Ne seguì un movimento di opinione che costrinse Gentile al passo indietro.
È passato del tempo e la famiglia Gentile di Cosenza, con il suo pacchetto di 20mila voti messi a disposizione dell’Ncd di Angelino Alfano, con i suoi interessi che vanno dalle Asl alle infrastrutture, i parenti tutti sistemati e le ville in collina con piscine a ostrica, torna a sedersi a tavola nel rimpasto di governo.
Il fratello di Antonio, Pino, già consigliere comunale, sindaco, assessore regionale e ora vicepresidente di minoranza della regione Calabria, ha coinvolto tutta la famiglia in una proficua girandola: prima craxiani, poi berlusconiani, in mezzo anche repubblicani, lasciano il Cavaliere – per il quale Antonio aveva chiesto il Nobel per la pace nel 2002 – per buttarsi tra le braccia di Angelino Alfano.
Che pare avesse promesso un posto di governo.
Che ieri è arrivato.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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