Febbraio 15th, 2016 Riccardo Fucile
NEL 2015 HANNO CHIUSO 22.000 IMPRESE.. LE PROFESSIONI CHE HANNO SOFFERTO DI PIU’ IL CALO DEI CONSUMI, LE NUOVE TECNOLOGIE E IL PESO DEL FISCO
La ripartenza dell’economia italiana rallenta e quel poco di crescita alla quale si aggrappa il
Paese non è distribuito in modo omogeneo.
I dati dell’Istat ci hanno appena mostrato la frenata nel processo di espansione del Pil, che nell’intero 2015 dovrebbe aver messo insieme una crescita dello 0,7%, sotto le attese.
La produzione industriale di dicembre ha segnato una battuta d’arresto, confermato la crescita annua ma anche rilevato la concentrazione dei segnali positivi in pochi settori: è emblematico il caso dell’automobile, che da sola spiega una gran fetta della ripresa.
Già l’Ufficio parlamentare di bilancio, in una diagnosi di qualche mese fa, parlava di una “ripresa poco diffusa” e ancora poco in grado di creare posti di lavoro.
Oggi sono i dati della Cgia a mostrare come gli anni della crisi economica, insieme all’evoluzione di consumi e tecnologie, abbiano contribuito a cambiare la mappa delle professioni italiane, con alcune vittime illustri.
Gli artigiani di Mestre sottolineano in particolare le difficoltà del loro mondo, l’artigianato: “Anche nell’ultimo anno le imprese attive sono diminuite di 21.780 unità , mentre dall’inizio della crisi (2009) il numero complessivo è crollato di 116 mila attività . Al 31 dicembre 2015 il numero complessivo delle aziende artigiane presenti in Italia è sceso sotto quota 1.350.000”, scrivono in una nota.
Per il responsabile dell’Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo, “l’artigianato è l’unica categoria economica che continua a registrare un netto calo delle imprese attive; infatti, guardando alle imprese non artigiane solo l’agricoltura e l’estrazione di minerali evidenziano una flessione nell’ultimo anno”.
Secondo l’analisi dell’associazione, oltre all’avanzata tecnologica hanno pesato il calo dei consumi, le tasse e gli affitti che hanno messo fuori mercato molti artigiani.
“C’è anche un aspetto sociale molto preoccupante da tenere in considerazione”, spiega ancora Zabeo. “Quando chiude definitivamente la saracinesca una bottega artigiana, la qualità della vita di quel quartiere peggiora notevolmente. C’è meno sicurezza, più degrado e il rischio di un concreto impoverimento del tessuto sociale”.
In valore assoluto, l’edilizia (-65.455 imprese) e i trasporti (-16.699) sono le categorie artigiane che hanno risentito maggiormente degli effetti negativi della crisi. In sofferenza anche le attività manifatturiere, in particolar modo le imprese metalmeccaniche (-12.556 per i prodotti in metallo e -4.125 per i macchinari) e gli artigiani del legno (-8.076 che diventano -11.692 considerando anche i produttori di mobili).
Per contro, invece, parrucchiere ed estetiste (+2.180), gelaterie-rosticcerie-ambulanti del cibo da strada (+ 3.290) e le imprese di pulizia e di giardinaggio (+ 11.370) sono aumentate di numero.
A livello territoriale sono state le regioni del Sud ad aver “patito” le difficoltà maggiori: Sardegna (-14,1 per cento), Abruzzo (-12 per cento) e Basilicata/Sicilia (entrambe con -11,1 per cento) hanno subito le contrazioni più importanti. In questi ultimi 6 anni nessuna delle 20 regioni italiane ha fatto segnare una variazione positiva e, anche nell’ultimo anno, il segno meno compare per tutte le regioni.
Nell’analisi della Cgia spicca anche la graduatoria dei mestieri artigiani che hanno sofferto maggiormente la crisi. Tra il 2009 e il 2015 le professioni che hanno subito la riduzione del numero di iscritti più importante sono stati i piccoli armatori (-35,5 per cento), i magliai (-33,1 per cento), i riparatori audio/video (-29,4%), i lustrini di mobili (-28,6 per cento), i produttori di poltrone e divani (-28,4 per cento), i pellicciai (-26 per cento), i corniciai (-25,7 per cento), gli impagliatori (-25,2 per cento), i produttori di sedie (-25,1 per cento), i camionisti (-23,7 per cento) e i falegnami (-23,2 per cento).
Alcune di queste attività sono così poco numerose che nel giro di una dozzina di anni rischiano di sparire.
(da agenzie)
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Febbraio 15th, 2016 Riccardo Fucile
BRILLANTE “AZIONE UMANITARIA” DEL NUOVO VATE DELLA DESTRA TAROCCO ITALIANA… IN ALTRI CASI SI CHIAMEREBBE CRIMINE DI GUERRA
“Quattro razzi, almeno nove persone mancanti all’appello”. Gli effetti del raid sono comunicati, su Twitter, direttamente da chi è stato colpito.
E’ l’organizzazione Medici senza Frontiere a diffondere la notizia di quanto accaduto a Marat Al Numan, nella provincia siriana di Idlib, dove un ospedale sostenuto da Msf è stato colpito — secondo quanto raccontato — da missili russi in un raid.
E’ quanto sostengono gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, che attribuiscono il raid agli aerei del Cremlino: “una struttura che opera con il nostro supporto è stata distrutta stamani” hanno scritto sui social network, senza però parlare in un primo momento di morti e non ha precisato chi siano i responsabili del raid. Subito dopo, però, un altro tweet ha precisato che la struttura è stata “colpita da quattro razzi” e che risultano “disperse almeno otto persone dello staff”.
L’ufficio stampa di Medici senza Frontiere, poi, ha precisato i particolari dell’attacco: “L’ospedale è stato colpito quattro volte in due serie di almeno due attacchi a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro” hanno fatto sapere, sottolineando che “sembra essere un attacco deliberato contro la struttura sanitaria”.
“Condanniamo con la maggior forza possibile quanto accaduto” ha detto Massimiliano Rebaudengo, capo missione di MSF.
“La distruzione di questo ospedale lascia una popolazione di circa 40mila persone senza accesso ai servizi sanitari in una zona in pieno conflitto”. L’ospedale da 30 posti letto contava uno staff di 54 persone, due sale operatorie, un ambulatorio e un pronto soccorso. MSF sta supportando l’ospedale da settembre 2015 e ne ha coperto tutti i bisogni comprese le forniture mediche e i costi di gestione.
L’attacco è avvenuto nella stessa giornata in cui un altro raid, questa volta di aerei governativi siriani, ha causato 14 morti in un ospedale nel nord della Siria.
Lo ha riferito la tv al Jazeera, confermando quanto apparso in precedenza su altri media. L’attacco missilistico ha colpito i reparti di ginecologia e pediatria della clinica di Azaz, a nord di Aleppo.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
DALLA CGIL AI SOCIALISTI, DA DE MICHELIS AD AMATO, DA ALBERTINI ALLA CONFINDUSTRIA… L’AVVISO DI GARANZIA PER FASTWEB E CHILI TV
Chi è Stefano Parisi il candidato sindaco scelto da Berlusconi per Milano?
Nel 2004, come amministratore delegato di Fastweb, fu coinvolto nello scandalo Fastweb-Telecom sulle finte fatturazioni, ricevette un avviso di garanzia, fu costretto a dimettersi, ma nel 2013 venne scagionato da ogni accusa.
Ha cominciato la sua attività professionale nell’ufficio studi della CGIL. Negli anni Settanta è stato anche vicesegretario del Nucleo universitario socialista a Roma.
A meno di trent’anni venne scelto come capo della segreteria tecnica del ministero del Lavoro, incarico che mantenne dal 1984 al 1988.
Nei due anni successivi lavorò alla vicepresidenza del Consiglio dei ministri durante il governo De Mita (1988-1989) e poi, per altri due anni, come capo della segreteria tecnica di Gianni De Michelis, all’epoca ministro degli Esteri del Partito socialista.
Negli anni Novanta Parisi fu a capo del dipartimento per gli Affari economici della presidenza del Consiglio dei ministri, prima con Giuliano Amato e poi con Carlo Azeglio Ciampi.
Nel 1994, dopo la famosa “discesa in campo” di Silvio Berlusconi, si parlò di lui come segretario generale della presidenza del Consiglio di Berlusconi, ma l’incarico venne alla fine viene affidato a Franco Frattini.
Nel 1997 Parisi si trasferì a Milano e venne scelto come segretario comunale — il cosiddetto city manager — dal nuovo sindaco Gabriele Albertini: durante quella giunta venne approvato il “patto per Milano” sulla flessibilità , che aveva come obiettivi la lotta al lavoro nero e alla disoccupazione.
Il patto però ruppe i rapporti del comune con la CGIL milanese, perchè prevedeva di introdurre contratti a termine e retribuzioni ridotte in deroga ai contratti nazionali, per alcuni tipi di lavoro.
Nel 2000 Parisi divenne direttore generale di Confindustria durante la presidenza di Antonio D’Amato che, appoggiato dal secondo governo Berlusconi, cominciò a parlare dell’abolizione dell’articolo 18.
Nel 2012 ha fondato Chili Tv, società italiana di streaming on line di film e serie tv che sta per fare un aumento di capitale di 20 milioni di euro.
Alcuni giornali hanno scritto che nell’operazione potrebbe entrare il gruppo Mediaset tramite Infinity, la tv in streaming del gruppo Berlusconi, ma Parisi l’ha negato dicendo che «Mediaset e Chili sono concorrenti».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA LEGHISTA LUCIA BERGONZONI HA FREQUENTATO PER ANNI IL CENTRO SOCIALE LINK…LA VICINA DI CASA: “VIAVAI NOTTURNI, MUSICA A TUTTO VOLUME, DEIEZIONI CANINE: HO DOVUTO CAMBIARE CASA”.. E SUI SOCIAL ALLUSIONI ALLA “SINDACHESSA DELLA FATTANZA”
Di rosso ora le sono rimasti solo i capelli. E tuttavia Lucia Borgonzoni, imposta da Salvini come candidata sindaco del centrodestra a Bologna, le tanto odiate “zecche rosse” dei centri sociali le ha frequentate a lungo negli anni giovanili.
Un vecchio conoscente dei tempi del Link (uno dei principali centri sociali bolognesi, ndr), Mauro, ha postato mesi fa su Facebook una vecchia foto del 2000, scattata in un “casale occupato”: birra, un vecchio stereo portatile, cd sparsi dappertutto.
Nel post, Mauro ironizza sulla nuova Borgonzoni e lancia l’hashtag #sindachessadellafattanza, termine che a Bologna ricorda certe notti passate in compagnia della marijuana.
La candidata, intervistata da Repubblica Bologna, conferma di essere stata per anni barista al Link, ma precisa che già allora “lo sapevano tutti che ero leghista”.
Oggi tutto è cambiato per la giovane consigliera comunale, con in tasca una laurea all’Accademia di Belle Arti : “Se diventassi sindaco i centri sociali li chiuderei, almeno come sono ora”. Poi ci ripensa. “Magari scopro che si fanno anche delle cose culturali dentro e allora non li chiudo. Ma ci credo poco”.
Un passato ingombrante, però, per la candidata di un partito che a quel mondo ha dichiarato guerra. E in effetti in città l’argomento è sulla bocca di tutti. Sui social network sono spuntati anche racconti di vicini di casa del tempo, nel centro storico. “Averla come vicina nella mansarda sopra il mio appartamento è stato indimenticabile”, racconta una signora. “Musica a tutto volume e viavai notturni da chiamare i Vigili per il rumore, cani che lasciavano le loro deiezioni sul mio/nostro pianerottolo e che nessuno puliva…la signora inavvicinabile fino alla tarda mattinata, perchè sai sta dormendo…ho cambiato casa”.
Non è proprio un profilo “legge e ordine”, quello che sta venendo fuori.
Ma la Borgonzoni sembra in buona compagnia, condividendo i trascorsi di Salvini al Leoncavallo e la sua lista interna “comunisti padani”.
Il rischio è evidente: che gli elettori del centrodestra non votino una candidata del genere, imposta da giochi di vertice tra Salvini, Berlusconi e Meloni.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
BEN 81.879 CADONO PRIMA ANCORA DI ARRIVARE AL DIBATTIMENTO
Come si dice tecnicamente, non superano la fase delle indagini preliminari. A leggerle in
percentuale le cifre fanno colpo: nell’ultimo decennio sono finiti al macero il 9,2% dei processi.
Ecco gli ultimi dati sulla prescrizione, in possesso di Repubblica, elaborati negli uffici del ministero della Giustizia.
Il dossier si apre con il classico prospetto sull’andamento degli ultimi dieci anni, dal 2005, quando a dicembre, dal governo Berlusconi, fu approvata la legge ex Cirielli sulla prescrizione breve, alla fine del 2014. Il dato complessivo, «il totale dell’ultimo decennio», parla di 1.468.220 prescrizioni.
Si parte con le 189.588 del 2005, per calare progressivamente alle 113.671 del 2012. Ma dal 2013 il trend cresce, 123.249 nel 2013, e siamo alle 132.296 di due anni fa.
Dati disaggregati città per città su cui è inevitabile riflettere politicamente, visto che al Senato è in attesa da molti mesi una legge che cambia il sistema della prescrizione, legge già approvata alla Camera con un forte attrito all’interno della maggioranza tra Pd e Ncd, all’origine della frenata successiva che ha fatto arenare il ddl a palazzo Madama.
Ma proprio i nuovi dati di via Arenula costringeranno il governo a fare una riflessione perchè dimostrano, come vedremo, che due terzi dei processi soccombono subito, senza arrivare neppure al dibattimento, per cui si impone un interrogativo: ha senso allungare la prescrizione di tre anni, due in fase di Appello e uno in Cassazione, se tanto i processi si prescrivono prima?
Ma guardiamo i dati.
A partire da che cos’è la prescrizione, bestia nera dello scontro politico, visto che la destra vuole tenerla breve e la sinistra vorrebbe allungarla.
Tecnicamente, la prescrizione è il tempo, stabilito per legge, concesso allo Stato per perseguire un reato ed esercitare l’azione penale.
Se quel tempo si esaurisce non è più possibile indagare.
I dati complessivi del 2014 confermano un trend simile a quello degli anni precedenti: il dato shock degli oltre 80mila fascicoli che si chiudono nella fase delle indagini preliminari, poi i 23.740 che non riescono a superare il giudizio di primo grado.
Altri 24.304 “morti” durante il processo di appello. In Cassazione, dove la gestione delle prescrizioni è praticamente matematica, si chiudono solo 930 casi.
Ma è il lungo elenco delle prescrizioni maturate tribunale per tribunale che svela quella che l’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa, fresco di nomina al dicastero degli Affari regionali e con delega alla Famiglia, definisce «una giustizia a macchia di leopardo».
L’incidenza tra processi definiti e processi prescritti mette al primo posto Torino, con il 34,3 per cento. All’ultimo Bolzano con lo 0,4 per cento.
Tra i poli opposti ecco Milano attestata l’11,1%, Bari con il 9,2%, Napoli ferma all’8,8%, Palermo al 6,3%, Catania al 5%, Firenze e Roma affiancate con 4%, Caltanissetta è al 3%, Gela al 2,1%, Napoli Nord all’1,7%, Aosta all’1,4%, l’Aquila all’1,3 per cento. Solo cinque città sono sotto lo “zero virgola”.
Oggi Costa, all’inaugurazione dell’anno giudiziario delle Unione delle Camere penali che si tiene a Verona, invierà una lettera proprio per denunciare l’alto tasso di prescrizioni.
Un pallino il suo, che non contrasta con il suo passato forzista, perchè la sua tesi è che la prescrizione non dipende dal fatto che sia lunga o corta, ma dall’organizzazione degli uffici.
Dice Costa: «A livello nazionale la percentuale delle prescrizioni è pari all’8,6% rispetto al totale dei procedimenti definiti. Ma analizzando i dati tribunale per tribunale emergono performance, in positivo e in negativo, molto diverse tra loro, frutto di scelte organizzative non coincidenti».
La sua tesi, di conseguenza, è che «non è risolutivo un mero allungamento dei termini di prescrizione, ma occorre intervenire sulla gestione degli uffici e sulla selezione nei ruoli dirigenziali di vere e proprie figure manageriali».
Ne consegue che Costa, e con lui tutti gli alfaniani che esprimono da due settimane anche il presidente della commissione Giustizia del Senato — l’avvocato reggino Nico D’Ascola — dove “giace” la legge sulla prescrizione , vogliono fermare l’ipotesi del Guardasigilli Andrea Orlando, tre anni in più per ogni tipo di reato.
La querelle è politica. Ovviamente coinvolge anche il Csm chiamato a decidere i capi degli uffici, alle prese proprio in questi giorni con la scelta del procuratore di Milano e con ben cinque procuratori aggiunti di Roma.
Buoni manager e organizzatori oppure toghe famose come Francesco Greco a Milano, Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Rodolfo Sabelli a Roma?
I conti si faranno adesso sulle statistiche. L’Italia “leopardata” in cui si mescolano Nord e Sud: la nordica Venezia ha il 23,7% di prescrizioni, Nocera Inferiore il 22,7. All’opposto, tra i migliori, ecco Verbania con l’1,7% seguita a ruota da Cosenza con l’1,6.
Su queste tabelle si gioca la partita del dopo Cirielli.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
SI PUO’ BYPASSARE UNA LEGGE DEL 1981, INCASSANDO E NON SVELANDO I NOMI DEI SOSTENITORI
Ormai da un paio di anni, con la sicumera di chi ha profuso un immane sacrificio, la politica racconta che una legge (la numero 13/2014) ha eliminato i rimborsi pubblici ai partiti.
Forse per distrazione, ancora la politica omette di precisare che, piuttosto, la stessa legge ha abolito la trasparenza sui donatori privati dei partiti: semplici cittadini o famelici imprenditori che scelgono di finanziare le campagne elettorali. Non è un effetto collaterale.
Ma un disegno, per niente astratto, che in questi giorni si manifesta appieno.
La Camera è invasa da una caterva di ricevute, spedite con solerzia dai tesorieri, per segnalare bonifici e assegni che oscillano da poche migliaia di euro a decine di migliaia.
E molti documenti contengono una postilla: dichiarazione unilaterale. Cioè anonima.
Il meccanismo è semplice. Chi riceve il denaro, annota. Chi lo elargisce, scompare.
Per un utilizzo pretestuoso della privacy e per un trucchetto della politica.
Perchè succede adesso? Per due motivi.
Il primo. Con l’iscrizione dei partiti nel registro del Parlamento (l’ultima del 30 novembre riguarda i dem), la norma è attuata. Il secondo. Il voto a Milano oppure a Torino, a Napoli e Cagliari, è ormai prossimo.
Per scoprire cos’è accaduto, l’intricata vicenda — fra cavilli, pareri e artifici — va ricomposta dal principio.
Questa legge ha un difetto congenito. Per sedare i cittadini disillusi da sprechi e ruberie, durante le festività natalizie del 2013, il governo di Enrico Letta ha approvato un decreto per spazzare (con calma, nel 2017) il sostegno pubblico ai partiti.
Oltre a introdurre metodi per reperire risorse con il duepermille e con altri stratagemmi, la politica ha diluito i controlli sui benefattori.
Quelli che con contributi volontari, per nobili affinità ideali o per più sfacciati interessi, versano soldi ai partiti per strappare un Municipio di una città o uno scranno in Parlamento.
Il governo Letta prescrive trasparenza: il limite è fissato a 100.000 euro; la diffusione è ovunque, nei bilanci (ovvio) e nei siti istituzionali.
Il decreto scivola verso un’agevole conversione in Parlamento. Ma due eventi ne modificano il percorso.
Il sindaco Matteo Renzi, già segretario dem, spodesta Letta. L’ex capogruppo dem Antonello Soro, un dermatologo di mestiere promosso a Garante della privacy, interviene per suggerire un emendamento agli ex colleghi riuniti in Commissione.
Il messaggio non è parecchio intellegibile, viene menzionato nella relazione di fine anno dall’Autorità . Il significato: il donatore non va svelato se non firma il consenso al trattamento dei riferimenti personali. Soro rivendica la prontezza di riflessi: “Il garante ha presentato al parlamento e al governo una segnalazione”.
Che fa il parlamento? Accoglie con un’ovazione la proposta di Soro
Il governo di Renzi non ha ancora giurato, ma il fiorentino celebra la conquista.
Così il comma 3 dell’articolo 5 si trasforma in un pastrocchio impenetrabile persino al leguleio più esperto.
Perchè vale la privacy? “Ai sensi degli articoli 22, comma 12, e 23, comma 4, del codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. Con decreto del ministro dell’Economia e delle finanze, da emanare ai sensi dell’art. 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro due mesi dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono individuate le modalità per garantire la tracciabilità delle operazioni e l’identificazione dei soggetti di cui al primo periodo del presente comma”.
Ma per sfruttare il lodo di Soro, la politica ha aspettato l’iscrizione nel registro dei partiti dalla Commissione di Garanzia, nominata, dimissionaria, nominata ancora. A fatica, a dicembre, la Commissione ha completato l’elenco. Da quel momento in poi, le donazioni coperte da anonimato sono aumentate.
Questa è la Commissione tecnica che non ha esaminato i rendiconti dei partiti e poi ha preteso di bloccare i fondi statali. Finchè la politica, sotto la regia del Nazareno (il dem Sergio Boccadutri), ha strappato una deroga. Parliamo sempre del testo 13/2014.
Se impone delle regole, la politica si sottrae. Se offre delle scappatoie, la politica esulta.
E la privacy è diventata una questione inderogabile. Per caso, solo per caso, ora i donatori chiedono di non apparire.
Il Pd l’ha precisato nell’ultimo bilancio. Quello che occulta i cenoni di finanziamento; a Roma l’ospite speciale era SalvatoreBuzzi, braccio sinistro di Massimo Carminati er cecato.
Il dettaglio (a chiamarlo dettaglio…) più beffardo: la legge 659 del 1981, sempre in vigore, impone le “dichiarazioni congiunte” da inviare a Montecitorio. Nessuna privacy.
Il partito comunica quando, quanto e da chi ha incassato il denaro. Ma la politica preferisce la legge più recente.
Chissà per quale ragione.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
LE CIFRE PARLANO CHIARO: 5 SERATE CON UNA MEDIA DI SHARE DEL 49,58% CONTRO IL 48, 64 DEL 2015, LA PIU’ ALTA DEGLI ULTIMI 11 ANNI… CHI CRITICA I CACHET DEGLI OSPITI NON CONOSCE LE LOGICHE COMMERCIALI, VADA A DARE UN’OCCHIATA AL BUCO DI BILANCIO DELL’EXPO’
Il festival di Sanremo può piacere o meno, non è questo il problema. 
L’importante è che la Rai non perda quattrini dei contribuenti, anzi magari ci guadagni.
E quando le cifre dimostrano che si finisce con un saldo attivo, le polemiche su quanti quattrini siano stati elargiti agli ospiti lasciano il tempo che trovano.
Se un ospite ti fa guadagnare “dieci”, con il richiamo della sua presenza, è normale riconoscergli “cinque”, questa è la logica del libero mercato, piaccia o meno ai soliti fancazzisti.
Vediamo quindi i dati ufficiali.
Le cinque serate della 66^ edizione di Sanremo 2016 sono state viste da una media di 10.746.429 spettatori, pari al 49.58% share contro il 48.64%” dell’anno scorso, lo share più alto degli ultimi 11 anni.
Quindi un successo di pubblico certificato.
Passiamo al rendiconto economico.
E’ record anche a livello di incassi per il Festival: questa edizione è costata 15,5 milioni, 500 mila euro in meno rispetto all’anno scorso, mentre i ricavi al momento si attestano a 21 milioni netti cui va aggiunto 1 milione di ricavi commerciali, legati in gran parte alla vendita dei biglietti, dunque il saldo è positivo per 6,5 milioni”.
Leone ha ricordato che “fino a tre anni fa i costi del festival superavano i ricavi”.
Quindi un successo anche commerciale.
In un Paese dove si buttano soldi pubblici dalla finestra, un raro esempio di iniziativa artistica in attivo, senza contare il ritorno di immagine in chiave turistica per l’intera penisola, visto l’Eurovisione.
I soliti tromboni sono serviti.
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
LA RICERCATRICE DEL POST CONTRO LA GIANNINI: “CARA ITALIA, VORREI TORNARE MA MI HAI CACCIATA TU”… ORA E’ DIRETTRICE DEL DIPARTIMENTO DI LINGUE E CULTURA ITALIANA DI LEIDEN
“Io non faccio parte della ricerca italiana e non per mia volontà . Dall’Italia sono stata cacciata, ai concorsi non vincevo mai e mi arrivavano solo per interposta persona i complimenti della commissione. E io che me ne faccio?”.
Parla dalla sua casa in Olanda Roberta D’Alessandro, abruzzese di 42 anni e direttrice del dipartimento di Lingua e cultura italiana di Leiden.
Oggi si sente “un po’ stordita dal clamore” del suo post rimbalzato sui giornali e sui social in cui criticava il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini che gioiva per i 30 ricercatori italiani su 302 che hanno postato a casa i fondi del bando europeo Erc Consolidator.
Peccato che nessuno di quei trenta li abbia vinti a casa sua. Perchè “in Italia — spiega Roberta — non è possibile”.
“Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati”. Il tuo post è stato condiviso migliaia di volte e ha raccolto solo commenti entusiastici. Non si può dire lo stesso del messaggio scritto in bacheca dalla Giannini.
Non mi aspettavo tutto questo casino. Alla fine non era la prima volta che scrivevo online cose simili, anzi. Lo stesso post che ho scritto sulla mia bacheca l’ho anche copiato nei commenti di quello del ministro dopo avere visto il servizio su RaiNews24 in cui si vantava dei risultati dei ricercatori italiani. Ha detto una scemenza. Lo so che c’è chi le cura la comunicazione e le fa i comunicati stampa, sono convinta che non fosse in malafede. Ma scrivere questo è maleducato e arrogante nei confronti dei paesi che ci hanno davvero dato la possibilità di fare ricerca. Paesi in cui ci trattano bene, ci hanno dato i posti migliori, hanno riconosciuto i nostri meriti e li hanno valorizzati. In Italia non ho mai vinto un posto. ‘Quanto siamo bravi’, dice il ministro? No, quanto è brava l’Olanda.
Ti hanno scritto dal Ministero?
Sulla mail della facoltà non mi è arrivato nulla. Quindi credo di no. E poi per dirmi cosa? Pure la Giannini l’avrà capito. Sia chiaro, il mio non è un attacco politico, nè al ministro dell’Istruzione nè al governo. Non sono riuscita a rientrare perchè il sistema è corrotto. Renzi faceva ancora il boy-scout quando me ne sono andata, non è certo colpa sua. Ma in queste 24 ore mi hanno scritto in migliaia, tra colleghi in Italia e all’estero, dicendo che è ora di fare qualcosa. C’è tanto malcontento.
Quando te ne sei andata?
Sono in questo paese da 9 anni, manco dall’Italia da 16. Ho anche provato a rientrare dopo il dottorato. Ho tentato vari concorsi, ma alla fine quello che portavo a casa erano sempre e solo i complimenti della commissione. E per interposta persona. ‘Eh sì, sei molto brava, che peccato’, mi dicevano. Ma io coi complimenti non mangio e non avevo intenzione di aspettare anni in Italia perchè si aprisse qualche porta, qualche possibilità economica.
Quindi prima dell’Olanda ci sono stati altri paesi.
Sì. All’inizio me ne sono andata negli Stati Uniti, lavoravo di giorno per Microsoft, di notte per Google. Per mantenermi. Ho vinto un grant per Cambridge, dove sono rimasta dal 2005 al 2007. Negli stessi giorni avevo fatto il concorso in Italia.
Inutile dire come sia finita.
Non voglio essere antipatica, ma in un altro paese quel posto l’avrei vinto io. Prima di Leiden c’è stato il Canada, e qui in Olanda sono diventato professore ordinario a 33 anni. Sono direttrice del dipartimento di Italianistica, ma sono linguista.
Vorresti tornare?
Qui sto benissimo, ho studenti capaci e colleghi seri, sono stata molto fortunata. Certo, non sono a casa. Ho un marito olandese, ma mio papà è malato e io sono figlia unica. Non è facile. Quando ho fatto alcuni concorsi in Italia non hanno neanche preso in considerazione il mio lavoro all’estero perchè per loro non era quantificabile. Oltre al danno la beffa. Cara Italia, vorrei vivere a casa, ma mi hai cacciata tu.
Parlaci del bando che hai vinto.
L’Erc Consolidator è molto importante. Vincerlo è dura, la competizione è internazionale, quindi altissima. I fondi vengono elargiti in base al profilo del candidato, al grado di eccellenza, innovazione e rischio della ricerca. Il che significa che più è complicata la risposta al problema, più è potenzialmente uno studio ad alto rendimento. Si candida chi inizia il percorso di ricerca, chi lo consolida e chi invece è senior nel settore. Il mio profilo è il secondo.
Quanto hai vinto?
Due milioni di euro.
Come li userai?
Oltre al mio, pago lo stipendio per cinque a anni a due ricercatori, tre dottorandi, un tecnico e un assistente. L’obiettivo è di studiare le strutture cognitive, cioè il funzionamento della nostra mente, quando due lingue entrano in contatto. Analizzerò quella della prima generazione di immigrati italiani negli Usa — che non parlavano italiano, ma dialetto — e quella dei loro figli, per verificare cosa è successo quando sono entrate in contatto con altre lingue romanze. Vorrei che i parlanti partecipassero alla ricerca scientifica, anche attraverso la collaborazione degli istituti di cultura.
Il problema della ricerca non sta solo nella fuga dei cervelli, ma anche nella scarsa attrattiva che l’Italia ha per gli studiosi stranieri.
Nessuno da qui va nel nostro paese a studiare linguistica. Poi certo, fanno l’Erasmus e sono contenti, ma la reputazione dell’accademia è molto scaduta negli ultimi anni e per i motivi sbagliati. Ci sono tanti colleghi bravi, tanti altri che stanno a scaldare la sedia. Un conto è che questi ultimi siano uno su dieci come accade ovunque, Olanda compresa. Altra cosa è invece se sono la metà . Un bel problema. Significa che chi lavora deve farlo il doppio, è in affanno, pensa a sopravvivere, è superstressato e non ha tempo di coltivare le relazioni internazionali. Che sono fondamentali.
Prima parlavi di sistema corrotto.
Sì, perchè i concorsi non si vincono per merito, che spesso non esiste. E poi ci sono pochi fondi e spesso ripartiti male. Così la ricerca scade, soffoca. Se ci fosse più rispetto per il nostro lavoro, sarebbe diverso. E poi i posti. Quanti sono? Pochi. La qualità di molte infrastrutture? Scarsa. E che chance ho di entrare un sistema dove c’è gente che aspetta da vent’anni? Una situazione che non è invitante neanche per i ricercatori stranieri. Dovrebbero prenderci più sul serio.
In Olanda lo fanno?
Certo. Qui hanno istituito un collegio di giovani ricercatori scelti e eletti dai ricercatori stessi che vengono regolarmente interpellati — naturalmente gratis — dai ministri e dal governo. Altro che consulenti. Chiedete direttamente a chi è esperto del settore. Poi alla fine decide la politica, ma veniamo tenuti seriamente in considerazione. E una volta presa la decisione il ministro risponde alle contestazioni o alle istanze che non sono state affrontate, che si parli di istruzione o di cambiamento climatico. Insomma, parliamo di una democrazia matura.
Ribaltiamo la situazione. Ipotizziamo di sostituire i nomi dei ricercatori italiani che hanno vinto il bando Erc con quelli di ricercatori olandesi. Il ministro dell’Istruzione dell’Aia cosa avrebbe detto?
‘Gli olandesi sono bravi a fare ricerca, ma il fatto che questa gente se ne sia andata da questo Paese è preoccupante’.
Eleonora Bianchini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2016 Riccardo Fucile
I DATI DI SCENARI POLITICI: AL BALLOTTAGGIO FAVORITI I GRILLINI
A Roma la sfida per le elezioni comunali è una partita a due tra Partito Democratico e
Movimento 5 Stelle.
I partiti di destra, presi singolarmente, sono decisamente tagliati fuori dalla competizione che deciderà la prossima guida del Campidoglio.
Lo rivela un sondaggio di Scenari Politici condotto per l’Huffington Post.
Secondo la rilevazione, il Partito Democratico è in testa alle preferenze con il 28,6%. Ed è seguito dal movimento di Beppe Grillo, distaccato di un punto percentuale al 27,6%.
Sul terzo gradino del podio c’è il partito di Giorgia Meloni: Fratelli d’Italia raccoglie le preferenze del 12,3% dei romani, seguito da Forza Italia (7,7%), dalla Lista Marchini (7,2%), Lega Nord (4,1%), e altri partiti di centrodestra (3,1%).
Può essere utile notare che la somma delle intenzioni di voto dei partiti di centrodestra tocca il 27%.
Ma questo è un puro esercizio aritmetico: le loro chance di successo dipenderanno dalla capacità del candidato, l’ex capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, di attrarre un consenso trasversale tra le diverse anime della destra.
Infine, secondo le intenzioni di voto raccolte da SP, Sinistra Italiana, che ha in Stefano Fassina il suo candidato a primo cittadino, raggiunge il 4,4% delle preferenze.
Non solo: analizzando la fiducia nei singoli candidati si nota come gli esponenti del Movimento 5 Stelle Marcello De Vito e Virginia Raggi raccolgano la stima anche dell’elettorato di Fratelli d’Italia . La fiducia in De Vito da parte degli elettori di FdI è al 24% mentre quella in Raggi è al 26%.
Il Partito Democratico invece può contare esclusivamente sull’appoggio del suo elettorato.
Tale circostanza suggerisce che in caso di ballottaggio tra M5S e Pd una parte dei votanti di centrodestra potrebbe indirizzare il voto verso i grillini.
(da “Huffingtonpost”)
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